Madame Arilalaina partecipa con attenzione alle lezioni di cucito. Insieme a lei altre 9 persone che hanno deciso di cambiare lavoro. Sono tutti transgender, persone che da sempre vivono ai margini della società malgascia.
Il lockdown è stato davvero devastante nella capitale Antananarivo per coloro che svolgono il mestiere più antico del mondo, dall’oggi al domani si sono trovati senza clienti e quindi senza un soldo.
Ora un’organizzazione impegnata nella lotta dei diritti LGBT (termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) cerca di dare un’opportunità ai transgender, esclusi da tutti gli aiuti statali e strutture d’assistenza. Da pochi giorni questa associazione sta organizzando un corso intensivo di cucito della durata di tre mesi per una decina di transessuali con lo scopo di insegnare loro un nuovo mestiere, un opportunità per potersi inserire nella società.
Arilalaina ha 54 anni, si sente donna, ma è nata in corpo maschile e si prostituisce da oltre 30 anni. “Spero davvero di poter cambiare lavoro per essere autonoma. Non voglio più essere costretta a prostituirmi per sopravvivere. Sono felice di acquisire nuove competenze”, ha spiegato.
Gli altri partecipanti sono più giovani, dai 16 anni in su e nelle prossime due settimane tutti e tutte dovrebbero già essere in grado di cucire mascherine e tovaglioli igenici lavabili.
L’organizzazione che ha ideato il progetto preferisce mantenere l’anonimato per timore di ripercussioni o essere oggetto di messaggi di odio.
“Tutti i lavoratori del sesso non sono tra le priorità di chi elargisce aiuti, ma per i transessuali la situazione è ancora peggio. Alcuni/e di loro hanno alle spalle storie terribili e hanno subito violenze di ogni genere proprio a causa della loro identità. Tutti partecipanti vengono seguiti da uno psicologo durante l’intera durata del corso”, ha specificato uno degli ideatori dell’iniziativa.
Nello Stato insulare sono stati registrati 1.443 casi di coronavirus, 13 persone sono decedute, mentre 498 sono guarite da Covid-19.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
19 giugno 2020
Una filiera, quella del gas naturale liquefatto (GNL), di rilevanza strategica per il sistema economico italiano, attentamente monitorata in ogni sua tappa dai servizi segreti e dall’apparato militare.
Il sistema d’approvvigionamento chiave prende origine dal giacimento di North Field, nel Golfo, nelle acque nazionali del Qatar. Dopo l’estrazione, il gas viene raffreddato fino a raggiungere lo stato liquido in un mega-impianto nella città industriale di Ras Laffan, nel nord est dell’emirato. Poi il GNL viene caricato sulle navi metaniere e trasportato in Italia: un tragitto lungo 7.139 km attraverso le acque “calde” del Mar Arabico, del Mar Rosso, dello stretto di Suez e del Mediterraneo orientale.
North-Field, Qatar
Punto d’approdo è il terminale Adriatic LNG di Porto Viro, Rovigo, nell’alto Mar Adriatico, dove il gas liquefatto viene rigassificato per essere poi inviato alla rete di distribuzione nazionale. Con una capacità di rigassificazione di 8 miliardi di metri cubi l’anno (pari alla metà della capacità di importazione nazionale di GNL), il terminale-rigassificatore veneto assicura oltre il 10% dei consumi nazionali.
La mappa con la rotta del gas liquefatto Qatar-Italia, fa bella mostra di sé a pag. 69 dell’ultima relazione annuale sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza presentata dalla Presidenza del Consiglio nel febbraio 2020. Il capitolo è quello riservato alle molteplici “minacce all’economia nazionale e al sistema Paese” ed è proprio il tema della “difesa” del GNL a catturare l’attenzione dei servizi segreti italiani.
“La prospettiva di lungo periodo cui rimanda la decarbonizzazione dei sistemi energetici europei determina la necessità di disporre, per alcuni decenni, di una fonte fossile – quale il gas naturale – affidabile e a (relativamente) basse emissioni, in grado di accompagnare la transizione e, al contempo, garantire sicurezza e competitività alle economie europee”, spiegano gli uomini dell’AISE, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna.
Adriatic LNG di Porto Viro, Rovigo
“Già oggi primo elemento del mix energetico italiano, il gas, a causa della riduzione progressiva della produzione interna, è importato per oltre il 95% del fabbisogno (…) L’Italia dispone attualmente di tre terminali (Livorno, Panigaglia e Rovigo) – per una capacità complessiva di 16 miliardi di metri cubi (Gmc) all’anno (su circa 100 totali) – che nel 2019 hanno permesso di importare 14 Gmc, pari a poco meno di un quinto del consumo interno lordo e sta sviluppando nuove progettualità relative al cd. small scale LNG. In un contesto globale caratterizzato da un’ampia e crescente disponibilità di GNL – grazie anche agli ingenti investimenti effettuati negli ultimi anni in Australia, Qatar, Russia e Stati Uniti – i Paesi importatori come l’Italia possono contare su un’offerta sempre più ampia…”.
Un chiaro invito a continuare a diversificare la domanda, privilegiando anche Mosca ma soprattutto Doha, a cui i servizi segreti perdonano la sempre maggiore ingerenza nel conflitto libico (“uno dei più classici esempi di guerra per procura dei nostri giorni”) nel quadro dello “scontro intra-sunnita” (a fianco della Turchia contro Egitto ed Emirati Arabi) e le strette relazioni con alcune milizie islamico-radicali. Comportamenti, quelli del Qatar, stigmatizzati da altri paesi arabi partner dell’Italia come Arabia Saudita e Bahrein, al punto che nel 2017 gli stessi hanno decretato l’embargo commerciale e politico-militare contro l’emirato. Da lì la decisione delle autorità qatarine di abbandonare l’Opec e concentrare buona parte degli investimenti sulla produzione di gas naturale.
I risultati non si sono fatti attendere: con 77,8 milioni di tonnellate di GNL esportate nel 2019, il Qatar ha conquistato la leadership tra i produttori mondiali ed è oggi considerato come il nuovo Eldorado del gas liquefatto, o forse meglio, una seconda Mecca. L’emirato punta ad accrescere la capacità produttiva a 126 milioni di tonnellate entro il 2027 sfruttando in particolare il giacimento di North Field, il maggiore al mondo, con riserve stimate nell’ordine di 25.000 miliardi di metri cubi. In quest’ottica la grande compagnia energetica nazionale Qatar Petroleum ha siglato un accordo di 19,2 miliardi di dollari con tre cantieri sud-coreani per la costruzione di oltre 100 navi trasportatrici di gas naturale liquefatto.
Solo nell’ultimo quadrimestre le consegne di GNL del Qatar ad alcuni paesi europei (Italia, Belgio, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Paesi Bassi) sono aumentate del 150%. Lavora così a pieno ritmo il rigassificatore Adriatic LNG di Rovigo, di proprietà della Terminale GNL Adriatico S.r.l. di Milano, capitale sociale di 200 milioni di euro.
In verità di Sistema Italia in questa società non è che ce ne sia poi tanto: essa è partecipata infatti da ExxonMobil Italiana Gas (70.7%), società del colosso energetico statunitense ExxonMobil; dalla Qatar Terminal Company Limited (22%), affiliata di Qatar Petroleum; e da Snam S.p.A. di San Donato Milanese (7.3%), quest’ultima controllata per il 30% dal Gruppo Cassa Depositi e Prestiti.
Decimo anno di attività di Adriatic LNG
La longa manus dell’emirato e dei petrolieri texani sul rigassificatore veneto è evidenziata dalla governance aziendale. Presidente del Consiglio di amministrazione della Terminale GNL Adriatico S.r.l. è infatti Homoud Fahad Homoud Sultan Al-Qahtani, mentre amministratore delegato è il manager di origini britanniche, Timothy J. Kelly. Tra i consiglieri, il Qatar ha anche un suo secondo rappresentante, Ali Khalaf Al-Kaabi, pure direttore della società South Kook Gas Ltf, la principale importatrice di GNL in Gran Bretagna, anch’essa di proprietà di Qatar Petroleum International (70%) e ExxonMobil (30%).
Nel settembre 2019 Adriatic LNG ha celebrato a Venezia il 10° anniversario di attività; ospite d’onore Saad Sherida Al-Kaabi, ministro per gli Affari energetici del Qatar e presidente di Qatar Petroleum. A rendergli omaggio l’ambasciatore plenipotenziario del Qatar in Italia, Abdulaziz Ahmed Almalki Aljehni e il Console generale degli Stati Uniti a Milano, Elizabeth Lee Martinez. Potevano gli 007 nostrani non attenzionare con dovizia l’affaire del GNL qatarino?
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
18 giugno 2020
Le tracce della piccola Mekdes, allora aveva 4 anni, si perdono in quella tragica notte tra il 16 e il 17 luglio 2013 nel Canale di Sicilia, a 85 miglia da Lampedusa.
Naufragio di migranti nel Mediterraneo centrale
Il motore del natante sul quale viaggiava con la madre era andato in avaria e tutti erano finiti in acqua, ma erano riusciti ad aggrapparsi alle gabbie per i tonni trainate da un peschereccio tunisino, il Kakhed Amir. Alcuni superstiti, una novantina secondo le cronache dell’epoca, avrebbero raccontato più tardi che l’equipaggio dell’imbarcazione aveva tagliato le funi cui erano assicurate le trappole per i pesci
La figlia e la mamma erano fuggite dal Sudan alla volta della Libia alla fine del 2012, la donna aveva paura per le pesanti minacce lanciate da frange estremiste musulmane: lei era di fede islamica, il marito cristiano. Le unioni inter-religiose sono spesso mal tollerate nell’ex protettorato anglo- egiziano.
La piccola Mekdes con la mamma nel 2012
Il papà della piccola, Maru, un etiope, rimasto in Sudan con lo status di rifugiato, aveva saputo dell’incidente dalla stampa internazionale e, in seguito alcuni superstiti l’avevano informato che la moglie Merkeb era annegata quella notte, mentre la figlia sarebbe stata salvata.
E così il papà inizia le ricerche e contatta anche Africa ExPress. Così noi proviamo a ricostruire i fatti con l’aiuto di tanti amici. Non c’è traccia della bimba nemmeno tra i migranti che erano riusciti a sbarcare.
Maru, preso dalla disperazione, lascia il suo impiego in Sudan e parte anche lui per la Libia. Non si rassegna, vuole trovare la figlia a tutti costi. Dopo alcuni mesi di silenzio, una domenica di luglio del 2014 chiama Africa Express: “Sono su un gommone al largo della Libia con un centinaio di migranti, stiamo imbarcando acqua”. Vuole anche lui raggiungere l’Europa.
Africa Express allerta immediatamente la nostra guardia costiera che interviene quasi in tempo reale – nel luglio 2014 era ancora attiva l’Operazione Mare Nostrum – e così Maru e i suoi compagni di viaggio vengono salvati. La vicenda viene ripresa anche da Paolo Lambruschi sul quotidiano Avvenire.
Oggi il giovane etiope vive in Germania. Dopo un lungo iter ha trovato un buon lavoro. E’ un uomo istruito e parla diverse lingue, ha imparato anche il tedesco e non smette di cercare la figlia. Ha contattato anche la Croce Rossa ma senza successo. In questi anni anche Africa ExPress ha continuato a indagare per trovare qualche traccia. Persino il programma televisivo “Chi l’ha visto?” si era interessato al caso della piccola Mekdes.
Dal 2013 a oggi sono morti su per giù 20.000 migranti, inghiottiti dal Mediterraneo. A questo triste elenco bisogna aggiungere quello dei dispersi, che spesso non figurano nemmeno nelle statistiche, e Mekdes è una di questi. Dispersa da 7 anni.
Una spiaggia libica
L’Operazione Mare Nostrum, istituita dopo il terribile naufragio del 3 ottobre 2013 che costò la vita a oltre 360 persone, non è più attiva dal 2014 e alle navi delle ONG è stato praticamente impedito il pattugliamento in mare.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Provengono dall’Africa, dall’Asia e sgobbano da mattina a sera in uno dei cantieri più prestigiosi del Qatar, alla realizzazione dello stadio Al-Bayt, uno degli 8 impianti per i mondiali di calcio che si svolgeranno nell’Emirato nel 2022.
Da mesi un centinaio di operai non ricevono lo stipendio. Sono tutti dipendenti della Qatar Meta Coats (QMC), una delle tante ditte impegnate nella costruzione del Al-Bayt, che prende il nome dalla tradizionale tenda beduina qatarina, Bayt Al Sha’ar, situato nella cittadina di Al Khor, che dista una quarantina di chilometri dalla capitale Doha.
Secondo un rapporto di Amnesty international di pochi giorni fa, la maggior parte di questi operai non ha più ricevuto alcun compenso da oltre 7 mesi dalla QMC, società di progettazione e costruzione, subappaltatrice per i lavori di facciata dello stadio.
Solo dopo le proteste della ONG con sede a Londra, presso il ministero del Lavoro di Doha, gli organizzatori dell’evento (Supreme Committee for Delivery & Legacy) e altri organi, compresa la FIFA, alcuni lavoratori hanno ricevuto parte dei salari non corrisposti regolarmente dalla QMC. Gli organi interpellati hanno promesso di cercare di risolvere la vertenza in atto.
Operai migranti in Qatar
Nel suo rapporto Amnesty ha specificato che la società non avrebbe nemmeno rinnovato i permessi di soggiorno dei dipendenti, esponendoli a rischio arresto o espulsione immediata. La Kafala, una norma secondo cui un migrante non può cambiare impiego senza l’autorizzazione di chi lo ha assunto, resta ancora in vigore, malgrado le promesse fatte dalle autorità di volerla abolire.
Alcuni migranti hanno confidato ai rappresentanti di Amnesty che a fine febbraio la società li ha spostati dal cantiere alle proprie officine, dove vengono prodotti e rifiniti materiali come alluminio e acciaio, probabilmente destinati allo stadio. A fine marzo la fabbrica è stata costretta a interrompere la produzione a causa del lockdown.
Pare che la QMC abbia serie difficoltà finanziarie e gli organizzatori dei mondiali qatarini avrebbero vietato alla ditta di proseguire i lavori allo stadio. Si vocifera poi che la società, che aveva anche stretti rapporti di collaborazione con l’italiana Alu-K Engineering S.p.a. di Verona, sia stata venduta.
La popolazione dell’Emirato conta 2,6 milioni di abitanti. Solo 300 mila tra questi sono qatarini. Infatti la forza lavoro della nazione è costituita per il 90 per cento da stranieri.
Modellino Al Bayt stadium, Qatar
Molti operai provengono dal Ghana, Kenya, Bangladesh e altri Paesi dove le possibilità di trovare un impiego sono scarse. E, in base a quanto hanno riferito i migranti ai ricercatori di Amnesty, la maggior parte ha pagato somme da 900 a 2.000 dollari agli intermediari dei propri Paesi di origine per ottenere un contratto di lavoro in Qatar. Spesso hanno dovuto contrarre un debito per affrontare tale spesa. Ora senza stipendio si trovano in grave difficoltà e sono nell’impossibilità di sostenere le famiglie rimaste a casa.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
16 giugno 2020
In Mali è un susseguirsi di attacchi ai caschi blu di MINUSMA (acronimo per United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali presente sul territorio con oltre 13mila uomini) e alle forze armate maliane.
Domenica pomeriggio un convoglio composto da una dozzina di pick up dell’esercito di Bamako è caduto in un’imboscata nella zona rurale di Diabaly, nel centro della ex colonia francese, a meno di 100 chilometri dal confine con la Mauritania.
Attacco terrorista alle truppe maliane vicino al confine con la Mauritania
Secondo i primi accertamenti, una decina di soldati sarebbero morti, molti altri risultano ancora dispersi. Su 64 militari impegnati nel pattugliamento, solamente una ventina sono ritornati al campo di Goma Coura con alcuni veicoli. La base è già stata teatro di una strage alla fine di gennaio di quest’anno. Allora erano morti una ventina di militari. L’attacco è stato poi rivendicato dal Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM).
Meno di 24 ore prima hanno perso la vita due caschi blu di MINUSMA. La loro nazionalità non è stata resa nota finora. Il fatto è accaduto nel nord, tra Tessalit e Gao. I due facevano parte di un convoglio logistico, che è stato attaccato da un gruppo di uomini armati verso le 19.00 di sabato, 13 giugno. Mahamat Saleh Annadif, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU Antonio Guterres in Mali e capo di MINUSMA, nel suo comunicato rilasciato domenica, non si è sprecato in dettagli. Ha solamente precisato che le truppe dell’ONU hanno risposto con fermezza all’attacco, mettendo in fuga il gruppo armato. E infine ha aggiunto: “Ora dobbiamo identificare i responsabili e consegnarli alla giustizia”.
Luca Tacchetto e la sua compagna canadese, Edith Blais, rilasciati in Mali
Luca Tacchetto e la sua compagna, la canadese Edith Blais erano stati presi in consegna dai caschi blu dell’ONU proprio nel nord del Paese, a Kidal. I due erano stati rapiti nel dicembre 2018 sulla strada che da Bobo Dioulasso, in Burkina Faso, porta in Togo, dove erano diretti. E in base alle foto messe in rete subito dopo la loro liberazione avvenuta il 14 marzo, Tacchetto si è lasciato crescere la barba come i musulmani della zona.
Secondo alcune indiscrezioni sembra che i due ex-ostaggi si siano convertiti all’Islam durante il lungo periodo trascorso in mano ai terroristi. Ma la notizia è passata in secondo piano. Lui è uomo e la compagna non è cittadina italiana e dunque non hanno subito l’attacco mediatico al quale è stato esposto Silvia Romano.
All’inizio dell’anno è stata lanciata la Coalition pour le Sahel (coalizione per il Sahel), che raggruppa i 5 Paesi dell’area e la Francia attraverso l’Operazione Barkhane con 5.100 militari francesi e altri partner già attivi nella zona. Recentemente ha preso il via anche una nuova task force Takuba, che in lingua tuareg significa “spada”. Il raggruppamento di forze speciali europee è integrato nel comando congiunto della coalizione. Anche l’Italia ha accolto l’appello della Francia e partecipa con mezzi militari e 200 uomini.
E mentre si consumavano le ennesime tragedie nel centro e nel nord del Mali, domenica si è tenuta la quarantesima sessione del Comitato dell’Accordo per la Pace e la Riconciliazione nel Mali (il trattato è stato siglato nel 2015 n.d.r.), presieduta dall’Algeria, con la partecipazione del primo ministro maliano, Boubou Cissé, rappresentanti della mediazione internazionale e esponenti dei vari movimenti firmatari dell’accordo.
Il primo ministro ha molto apprezzato l’impegno finanziario della mediazione internazionale e ha precisato che anche il suo governo avrebbe fatto tutto il possibile per far decollare finalmente in toto il trattato di pace.
Il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta
Un fine settimana pieno di “eventi” in Mali: il presidente Ibrahim Boubacar Keïta si è rivolto alla nazione domenica scorsa dopo le contestazioni del 5 giugno, che hanno portato nelle strade e nelle piazze della capitale Bamako migliaia di maliani per chiedere le sue dimissioni.
Keïta ha promesso che presto avrebbe incontrato i rappresentanti dei partiti all’opposizione e delle organizzazioni del “movimento 5 giugno” (ne fanno parte anche Coordination des mouvements, associations et sympathisants (CMAS) dell’influente imam Mahmoud Dicko) e ha aggiunto: “So bene che le ultime elezioni legislative sono state fortemente contestate in alcune zone del Paese. Queste tensioni devono servirci da insegnamento. La mia porta è sempre aperta e la mia mano è tesa verso tutti”.
Cornelia I. Toelgyes @cotoelgyes corneliacit@hotmail.it
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 15 giugno 2020
Secondo il database dell’OMS-WHO i contagi confermati da Coronavirus, in Africa, l’11 giugno hanno raggiunto i 200 mila e 5.600 morti. Numeri bassi in confronto ai 7,7 milioni globali. E agli oltre 2 milioni degli Stati Uniti e 2,4 milioni dell’Europa con le decine di migliaia di morti USA e Occidente. Ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità avvisa che il virus sta accelerando in modo preoccupante.
Mappa dell’Africa con Covid -19 aggiornata al 14/06/2020 (Courtesy OMS – WHO)
La pandemia sta accelerando
L’Africa per il momento è in fondo alla lista ma c’è preoccupazione e l’ultimo comunicato ufficiale parla chiaro. “La pandemia sta accelerando: ci sono voluti 98 giorni per raggiungere 100 mila casi e solo 19 giorni per passare a 200 mila”.
Dei 54 del continente sono cinque i Paesi con più morti: Algeria, Egitto, Nigeria, Sudafrica e Sudan. Tre di questi guidano la triste classifica: Sudafrica (1.424 e 65.736 casi), Egitto (1.484 morti e 42.980 casi) e Nigeria (399 morti e 15.181 casi). Questi tre Paesi hanno il 70 per cento del totale.
I tre maggiori Paesi africani colpiti da Covid-19: Sudafrica, Egitto e Nigeria
Sudafrica Paese maggiormente colpito
Il numero più alto di decessi si sta registrando in Sudafrica che, nel momento in cui scriviamo ha il 25 per cento del totale nel continente africano. L’area più colpita sono due province del Capo: Western Cape, più densamente popolato dove si trova Città del Capo, e Eastern Cape. Qui vengono segnalati aumenti quotidiani di contagi e di defunti arrivati fino a 1.200 al giorno.
“Il ritmo della diffusione sta accelerando” – ha affermato Matshidiso Moeti, direttore regionale per l’Africa dell’OMS. “Un’azione rapida e tempestiva dei Paesi africani ha contribuito a mantenere bassi i numeri, ma è necessaria una vigilanza costante. Senza questa attenzione il Coronavirus rischia di distruggere le strutture sanitarie esistenti”.
L’esperienza di Ebola ha aiutato a contenere i contagi
Rimane comunque il dubbio che i conteggi ufficiali non siano numeri reali. C’è chi pensa che l’epidemia sia più attenuata data la percentuale maggiore di popolazione giovane africana. Altri affermano che il continente si è mosso rapidamente grazie all’esperienza di Ebola nell’Africa occidentale e centrale. Ciò ha permesso di stabilire misure di screening più precise del “punto di ingresso” epidemico.
Moeti ha affermato che arriva un numero inferiore di viaggiatori internazionali fatto che ha reso più difficile la diffusione del virus. Ci sono anche le reazioni rapide da parte dei leader africani che potrebbero aver contribuito a ridurre il numero dei contagi.
Ragazzine venditrici di strada in Africa
Lockdown difficile in economia di sussistenza
Purtroppo non è facile decidere un lockdown in Paesi con povertà estrema. Oltre che impossibile fermare tutta la popolazione delle metropoli, è ancora più difficile chiudere le aree decentrate. Con un ipotetico blocco totale si toglie alla popolazione la possibilità di guadagnare quotidianamente il minimo per poter nutrire la famiglia. La maggior parte della gente sopravvive vendendo qualcosa per strada, sperando di riuscire a mettere insieme un pasto quotidiano per la famiglia. Ma tutti stanno aspettando il picco previsto nella seconda metà di giugno.
“L’informazione è indispensabile e necessaria. Lo era prima della pandemia, figuriamoci ora. E noi la facciamo: portiamo notizie, comunichiamo con la popolazione residente in luoghi remoti con le nostre biciclette blu, dotate di megafono e batteria”, assicura una dei fondatori di Blue messenger bicycles, organizzazione che opera in Sud Sudan.
In questo periodo di pandemia i volontari coprono la zona della capitale Juba, dando raccomandazioni ai residenti come evitare il contagio da COVID-19, spiegano come lavarsi le mani (una parola se spesso manca l’acqua, figuriamoci il sapone n.d.r.) e quant’altro.
Blue messenger bicycle per arginare la pandemia in Sud Sudan
“Blu è un colore molto importante per noi sud sudanesi: il cielo è blu, così il Nilo e l’acqua fonte di vita, ecco perchè abbiamo scelto bici blu che hanno dato il nome alla nostra piccola flotta”, aggiunge uno dei volontari del gruppo.
In un Paese reduce da una sanguinosa guerra civile, dove le strade sono un optional e dove nei villaggi e persino nei quartieri di periferia della capitale Juba le famiglie non posseggono né radio, tanto meno una TV, figuriamoci internet, è davvero difficile diffondere, condividere informazioni.
Tra i preziosi messaggeri volontari c’è anche Anyier Malual, Miss Jonglei (Jonglei è uno dei 10 tati della nazione) 2020-2021.
Anyier Malual, miss Jonglei 2020-2021
La ragazza racconta che nella tradizione della sua etnia, la dinka (la più grossa del Sud Sudan della quale fa parte anche il presidente Salva Kiir), le donne non dovrebbero salire in sella a una bici, ma a lei non importa. E dice: “Volevo fare qualcosa, qualsiasi cosa per contrastare l’espandersi del coronavirus. Sono disposta a muovermi anche in altri Stati del mio Paese per informare, sensibilizzare la mia gente per potersi proteggersi dalla pandemia”.
Anyier è una dei messaggeri con maggiore successo. E’ molto conosciuta e in particolare le ragazze vorrebbero essere come lei. Si fermano a parlare con Miss, ascoltano i suoi consigli e raccomandazioni.
L’associazione ha optato per la bicicletta come mezzo di trasporto perchè li porta ovunque. Durante il periodo delle piogge possono anche caricarla sulle spalle se un tratto di strada è interrotto. Attualmente le bici dotate di megafono e batteria sono solamente cinque. Recentemente il ministero della Salute ne ha messe a disposizione altre 10, che però sono ancora dotate dell’equipaggiamento sonoro, importantissimo, perchè grazie a esso possono essere raggiunte almeno 200 persone alla volta. I messaggi da diffondere sono stati registrati in diverse lingue locali per essere compresi da tutti.
La giovane organizzazione vorrebbe poter coprire l’intero territorio nazionale; per raggiungere questo scopo servono 500 biciclette con altrettanti megafoni.
Attualmente sono stati registrati 1.693 contagi nel Paese e 27 vittime. I pazienti guariti sono 49, tra questi anche Riek Machar, il primo vice presidente e sua moglie, Angelina Teny, ministro della Difesa.
A fine febbraio è stato messo un punto finale alla lunga guerra civile, anche se a tutt’oggi sporadici combattimenti inter-etnici e tra clan rivali continuano imperterriti.
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan a sinistra e Riek Machar, ex vice presidente del Sud Sudan di fronte a Kiir
Gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar, sono cominciati quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato al suo vice, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. I primi combattimenti sono scoppiati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto, che si spera, sia finalmente terminato. Durante la guerra civile hanno perso la vita 116 operatori umanitari per lo più sud sudanesi.
Il conflitto interno ha provocato oltre 400mila persone, in milioni hanno dovuto lasciare le proprie case e ha portato parte della popolazione allo stremo, alla fame. Ci sono state violenze in ogni dove, lo stupro era una delle armi preferite.
Secondo quanto riportato da UNHCR negli ultimi mesi molte persone stanno ritornando nei loro luoghi di origine. Un segnale positivo, la gente ha fiducia nel nuovo trattato di pace, che, si spera, venga messo in atto in toto quanto prima.
Special for Africa ExPress Antonio Mazzeo
May 2020
March 12, 2018. In Doha, the capital of Qatar, “Dimdex”, the international fair of naval warfare systems, is underway. The Italian stand is one of the largest and most visited: the latest technological innovations of the military-industrial complex produced are on display.
The Farnesina and the Ministry of Defence have done things on a grand scale and as the best ambassador of Made in Italy, the multi-role FREMM class frigate “Carlo Margottini”, a Navy unit built by Fincantieri and super-armed by Leonardo-Finmeccanica, has been transferred to the Emirate.
In a roadstead in the port of Hamad, the “Margottini” hosted the summit between the then (outgoing) minister Roberta Pinotti and the Minister for Defence Affairs of Qatar, Khalid Bin Mohammed Al Attiyah, also president of Barzan Holdings, the government company in charge of research, production and marketing of weapons and strategic systems.
Roberta Pinotti, former Minister of Defense, visiting Qatar
“With Qatar we are building an increasingly important relationship on security issues that allows us to strengthen and consolidate bilateral military cooperation,” said Roberta Pinotti. “With Minister Al Attiyah we shared the concern about the crisis in Libya and dwelt on developments in the countries on the southern shore of the Mediterranean and in the Middle East, a geo-strategic scenario of common interest”.
After the meeting, still on the “Margottini”, the Italian Ambassador to Qatar, Pasquwle Salzano, the Navy Chief of Staff, Admiral Valter Girardelli and the Head of the Naval Armaments Directorate (Navarm), Admiral Matteo Bisceglia, invited the heads of the Qatari armed forces and journalists present at “Dimdex” to a meeting party.
Among the guests of honour aboard the unit, Leonardo’s CEO, Alessandro Profumo and the then president of the association of Italian aerospace companies AIAD, Guido Crosetto, former undersecretary of Defence in the 4th Berlusconi government and current national coordinator of Fratelli d’Italia. Between a drink and the usual exchanges of greetings and thanks, the signing of an agreement for the creation of a joint venture in the light weapons sector between the historic Brescian group Beretta and Barzan Holdings was announced.
The agreement provided for the company, chaired by Pietro Gussalli Beretta, to collaborate with the military authorities of the Emirate in the construction of a plant in the technological-scientific park of Doha (with annexed laboratories and research centre) for the production of assault rifles and pistols and the development of new weapon systems. The Brescian group was given the minority share of the joint venture called “Bindig”, the term used in Qatar to refer to rifles.
“I would like to underline how this agreement is extremely important because it is the first time that a joint venture of this kind has been established in an Arab country and Beretta has chosen Qatar for the project,” said Ambassador Pasquale Salzano, one of the most committed intermediaries in the business. Sarzano, in December 2019, returned to Italy to head the international affairs department of the Cassa Depositi e Prestiti of the Ministry of the Economy and also assume the chairmanship of Simest S.p.A., a public-private company that promotes Italian business investment abroad.
“Beretta Group and Barzan Holdings have pooled their resources to launch an industrial project that can respond to the requests of the Qatari armed forces to equip themselves with the most up-to-date individual armaments and be able to develop new light weapons systems in the future,” added Carlo Festucci, Secretary General of AIAD.
Thanks to the joint venture, the Brescia-based group aims to expand its business in the flourishing Arab market. “We will bring a part of our production to Qatar, the agreement is strategic for the entire Middle East area and demonstrates how reliable we are as a reliable partner”, Beretta’s management warmly commented.
Ready for production are the AR160A3 5.56 × 45 mm NATO assault rifles (already in force with the Italian troops in Afghanistan), the 92A1 7.62 calibre semi-automatic pistols and the new APX semi-automatic rifles designed in the “Pietro Beretta” laboratories in Gardone Valtrompia. A first batch of weapons produced by “Binding” is destined for the Qatari army: 30,000 ARX-160 rifles, plus an unspecified number of ARX-200 pistols, estimated value of the order at 200 million dollars.
For ammunition, the Ministry of Defence of the Emirate has instead set up another jont venture in Doha between the subsidiary Barzan Holdings and the German giant Rheinmetall, well established in our country thanks to the Rheinmetall Italia S. plants. p.A. in Rome (formerly Oerlikon-Contraves), specialized in radar and targeting systems, and those of RWM Italia S.p.A. in Ghedi (Bs) and Domusnovas in Sardinia, known for producing the warheads used in Yemen by Saudi Arabian fighter bombers. The Beretta 92 automatic pistols and the ARX200 assault rifles have already been delivered last year to the armed forces of the Emirate. The baptism of fire of the ARXs took place during the international maxi-exercise “Eager Lion” held in August 2019 in Jordan and attended by 8,000 soldiers from 30 countries including Italy (the special forces of the 4th and 185th Army Paratroop Regiment and a company of the 1st Regiment “San Marco” of the Navy).
The Beretta-Qatar connection, unanimously supported by the political forces and the industrial-military establishment, was pointed the finger by the researchers of the Permanent Observatory on Light Weapons and Security and Defence Policies (OPAL) in Brescia, who were strongly concerned that production in Doha could escape the controls on war exports provided for by the regulations. “Qatar has not signed the Arms Trade Treaty in force at the United Nations since December 24, 2014,” OPAL reported in a note in spring 2018. “This treaty has established strict criteria to regulate legitimate arms transfers, to prevent arms exports that may threaten common security and, above all, to try to prevent their diversion to the illicit market and for unauthorised purposes and end uses, including the commission of terrorist acts”.
The possibility of having technologies and light weapons produced by a controversial regime such as the Qatar regime can only multiply the dangers of triangulations and transfers to belligerent countries and/or criminal armed groups operating in the Middle East and the African continent.
All in blatant violation of the same law n. 185 of 1990, which regulates all the authorizations for the export or production abroad of military materials, which “must be in conformity with the foreign and defence policy of Italy (…) according to the principles of the Republican Constitution which repudiates war as a means of resolving international controversies”.
Matteo Salvini, then Vice Premier and Minister of the Interior in Qatar
At the Brescia Light Weapons Observatory, the government took great care to provide any assurance and/or justification for the Beretta – Barzan Holdings agreement. However, a couple of months later, the Italian Embassy in Qatar once again took care of blessing the new frontier in the export of rifles and pistols. The Pietro Beretta Arms Factory was called upon to act as gold sponsor of the Italian Republic Day organised in Doha on 2 June 2018, in the presence of the highest civil and military authorities of the Emirate.
On October 31, 2018, the Italian system would have honoured in the best possible way another Qatar industrial-military kermesse, “Milipol”, on internal security systems and “civil defence”, with the official visit to Doha by the newly appointed Minister of the Interior and Vice-President of the Council, Matteo Salvini. “Minister Salvini met the Emir of Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, the Prime Minister and Minister of the Interior, Sheikh Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al Thani, and the Minister of Foreign Affairs, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani”, reads the Farnesina communiqué. “The talks also focused on regional dossiers of major interest, including the situation in Libya. The Minister also met representatives of Italian companies present at the Milipol international trade fair, including Beretta, Elettronica and Cristanini, and later the Salini Impregilo metro construction site.
Minister Salvini’s visit ended with a ceremony on board the frigate Federico Martinengo, the Italian Navy ship engaged in the EU anti-piracy operation Atalanta, where he met the Italian community living in Qatar”. Governments are overturned but the music is always the same: all-round assistance in favour of the production of death made in Italy. Even if the revenues and earnings of companies end up in some tax haven more and more often.
Beretta Holding, for example, has moved its official headquarters to Luxembourg, where it also founded Upifra, a real financial safe for arms companies in Brescia. For Beretta Holding, the 2018 financial statements closed with a turnover of 678.2 million euros and a net profit of 57.5 million euros (30 million in 2017). Italy accounted for 10% of business, the rest the world market: 145.1 million euros in turnover in North America, 79.6 million in Europe and 93.5 million “in other countries”. Only the subsidiary Fabbrica d’Armi Pietro Beretta S.p.A. did business for 213.9 million Euros in 2018 (+23% compared to the previous year), “driven by the defence and public order sector thanks to a significant supply in the Middle East, as the first phase of an important multi-year contract”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
13 giugno 2020
E’ successo a Kafolo, nel nord-est della Costa d’Avorio, a pochi chilometri dal Burkina Faso. Un gruppo di uomini pesantemente armati ha attaccato una base della sicurezza ivoriana durante la notte tra mercoledì e giovedì. Fonti ufficiali parlano di 10 soldati uccisi, ma c’è chi sostiene siano 12 le vite spezzate, due i militari dispersi e 6 i feriti, che sono stati trasferiti a Abidjan. A quanto pare sarebbe morto anche uno degli aggressori. Un’inchiesta, aperta subito dopo l’attacco, potrà far luce sulla dinamica dei fatti.
Attacco a Kafolo, Costa d’Avorio
Si tratta del più grande attentato consumato in Costa d’Avorio dal 2016, quando i miliziani di AQMI, acronimo per Al Qaeda nel Maghreb Islamico, avevano ucciso 19 persone a Grand Bassam, località balneare che dista una quarantina di chilometri da Abidjan. E proprio la scorsa settimana la Francia ha reso noto di aver ucciso il leader di AQMI, Abdelmalek Droukdal.
I residenti di Kafolo sono ancora sconvolti da quanto accaduto nella dotte tra mercoledì e giovedì malgrado i rinforzi militari arrivati poche ore dopo l’attacco. Elicotteri stanno ancora sorvolando l’area e anche Ouagadougou ha inviato altre truppe per setacciare la zona vicino al confine. E proprio a fine maggio, durante un’operazione congiunta dei due eserciti (burkinabè e ivoriano), denominata Comoé, come il fiume che segna il confine tra i due Paesi, sono stati neutralizzati 8 presunti miliziani jihadisti, altri 38 sono stati arrestati e distrutta la base terrorista di Alidougou, nel sud del Burkina Faso. I soggetti erano tutti membri di una cellula di Fronte di liberazione della Macina; 24 terroristi sono stati fermati in territorio burkinabé, 14 in quello ivoriano.
Il raggruppamento terrorista Fronte di Liberazione della Macina fa parte di “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, insieme a altre formazioni armate, tra questi anche AQMI e Ansar Dine. Il gruppo è stato formato nel 2017 e è capeggiato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – e è alleato con al Qaeda e i talebani afghani.
Il fiume Comoé
Il ministro della Difesa di Abidjan che è anche primo ministro ad interim, Hamed Bakayoko, non esclude che possa trattarsi di una rappresaglia in risposta all’azione militare congiunta di fine maggio, anche se l’attentato non è ancora stato rivendicato.
Già un anno fa era stata notata la presenza di terroristi a nord del parco nazionale del Comoé, area protetta in Costa d’Avorio. Dunque quest’ultimo attacco dimostra che la minaccia jihadista si sta espandendo anche verso i Paesi del golfo di Guinea.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
giugno 2020
Addestrare e armare un paese poverissimo del continente africano le cui forze armate sono impegnate in una sporca guerra al “terrorismo” e perpetuano stragi e inaudite violazioni dei diritti umani? L’Italia lo fa in Niger e Mali e quando il Parlamento ratificherà l’accordo di cooperazione militare firmato il 1° luglio 2019 dai rappresentanti dei due governi, anche il Burkina Faso rientrerà tra i partner strategici del complesso militare-industriale nazionale.
Con un prodotto interno lordo pro-capite inferiore agli 800 dollari e un’età media della popolazione (circa 19 milioni) pari a 17 anni, il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri e più giovani del pianeta. Qualche giorno fa le autorità politiche-militari burkinabé sono finite all’indice di un rapporto di Amnesty International che ha documentato “gravi violazioni” dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza nel periodo compreso tra il febbraio e l’aprile 2020. Sanguinosi eccidi sono stati compiuti negli stessi mesi dai reparti d’elite anti-terrorismo degli altri due importanti alleati italiani nel Sahel, Niger e Mali.
Elisabetta Trenta, ministro Difesa Italia con il suo omologo burkinabè, Moumina Chériff Sy
“Nel corso delle recenti operazioni militari, sono stati commessi dalle forze armate di Burkina Faso, Mali e Niger non meno di 57 esecuzioni extragiudiziarie o omicidi illegali e 142 casi di sparizioni forzate”, scrive Amnesty. “Ciò è avvenuto in un contesto che ha visto i tre paesi potenziare i rispettivi interventi militari per combattere i gruppi armati come il GSIM (Group for the Support of Islam and Muslims) e l’ISGS (Islamic State in the Greater Sahel), responsabili di molteplici attacchi contro le forze di sicurezza e di gravi abusi di diritti umani contro la popolazione”.
La controffensiva che ha ulteriormente esasperato i conflitti nella regione africana, era stata pianificata il 13 gennaio 2020 a Pau (Francia) nel corso del summit del G5 Sahel, l’organizzazione regionale costituita nel 2014 da Mali, Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad per cooperare nel campo della sicurezza e della “lotta al terrorismo”, in partnership con l’Operatione Barkhane promossa dal governo francese in Africa occidentale.
“Queste operazioni sono state tuttavia caratterizzate da gravi violazioni contro la popolazione, incluso esecuzioni extragiudiziarie e altri omicidi illegali”, prosegue il rapporto di Amnesty International. “In Mali e Burkina Faso, dove non è in corso un conflitto armato internazionale, parecchi di questi deliberati assassinii di civili possono considerarsi crimini di guerra”.
Nel poverissimo paese del Sahel, in particolare, l’organizzazione dei diritti umani ha potuto accertare due massacri, rispettivamente nelle città di Ouahigouya e Djibo, adistanza di 10 giorni l’uno dall’altro. “Il 29 marzo 2020, Issouf Barry, consigliere locale a Sollé, Hamidou Barry, capo villaggio di Sollé, e Oumarou Barry, uno dei membri della principale famiglia di Banh, sono stati sequestrati dalle loro abitazioni a Ouahigouya, provincia di Yatenga, regione del Nord”, spiega Amnesty. “I tre uomini sarebbero stati arrestati da individui presentatisi come gendarmi e che comunque indossavano le uniformi della Gendarmerie. Tutti erano sfollati interni che erano stati ricollocati a Ouahigouya, la capitale della regione, per garantire la loro sicurezza. Tre giorni dopo l’arresto, il 2 aprile, i corpi di Issouf Barry, Hamidou Barry e Oumarou Barry sono stati rinvenuti da alcuni abitanti in un sobborgo della città, sulla strada che conduce a Oula. Amnesty International ritiene che l’eccidio sia stato un’esecuzione extragiudiziaria e chiede alle autorità statali d’indagare su di esso per consegnare i responsabili alla giustizia”.
Uno stretto congiunto di Oumarou Barry, Issiaka Barry, era stato sequestrato nel dicembre 2019 a Ouahigouya da alcuni individui che si erano presentati anch’essi come gendarmi. Il corpo senza vita veniva rinvenuto alla periferia di Ouahigouya un paio di giorni dopo. “Sia Oumarou Barry che Issiaka Barry avevano denunciato in passato lo stato d’impunità in Burkina Faso e avevano invocato giustizia contro le esecuzioni extragiudiziarie commesse dalle forze di sicurezza burkinabè a Kainh, Bomboro e Banh nel febbraio 2019”, aggiunge Amnesty.
Ancora più drammatica la strage avvenuta in Burkina Faso il 9 aprile 2020 nella città di Djibo, regione del Sahel, 200 km circa a nord della capitale Ouagadougou. “Trentuno residenti di Djibo sono stati arrestati in diversi quartieri della città e successivamente assassinati dal Groupement des Forces Anti-Terroristes (GFAT), gruppo d’élite delle forze anti-terrorismo. Dieci delle vittime erano sfollati che erano stati ricollocati a Djibo: 6 provenivano da Silgadji e 4 da Kobao. I corpi delle 31 vittime sono stati recuperati dai familiari la sera stessa a sud-est di Kourfayel, un villaggio a 7 km da Djibo”.
Anche Human Right Watch ha dedicato all’eccidio di Djibo un accurato report. “Gli uomini sono stati uccisi presumibilmente qualche ora dopo il loro arresto, disarmati, nel corso di un’operazione governativa anti-terrorismo”, scrive l’Ong. “Il governo del Burkina Faso ha tre forze di sicurezza accampate a Djibo: una stazione di polizia, una base della gendarmeria e una base in cui è presente una forza mista anti-terrorismo. I residenti ritengono che sarebbe stata quest’ultima la responsabile della strage del 9 aprile”.
Morti in una cella della gendarmeria in Burkina Faso
“In tutto il Burkina Faso, ma principalmente nella regione del Sahel al confine con Mali e Niger, a partire del 2017 abbiamo documentato più di 300 civili uccisi da gruppi armati islamisti e l’assassinio di diverse centinaia di uomini da parte delle forze di sicurezza governative per un loro supposto supporto a questi gruppi”, aggiunge HRW. “L’Unione Europea, la Francia e gli Stati Uniti d’America dovrebbero esercitare pressioni sul governo Burkinabé affinché conduca un’inchiesta credibile e individui i responsabili dell’eccidio. Questi Paesi dovrebbero inoltre assicurarsi che ogni tipo di assistenza militare fornita alle forze di sicurezza del Burkina Faso non sia utilizzata da unità responsabili di questa e altre atrocità di cui nessuno è stato chiamato a rispondere”.
E l’Italia? Come se niente accadesse nell’inferno del Sahel, da qualche mese è approdato alle due Camere il disegno di legge approvato il 12 dicembre 2019 dal Consiglio dei ministri (proponenti il titolare degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Luigi Di Maio, e quello della Difesa,
di ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra il governo della Repubblica italiana e il governo del Burkina Faso relativo alla cooperazione nel settore della difesa. “L’accordo firmato a Roma il 1° luglio 2019 – spiega la Presidenza del Consiglio – è volto a fornire un’adeguata cornice giuridica per l’avvio di forme strutturate di cooperazione bilaterale tra le Forze armate dei due Stati contraenti, al fine di consolidare le rispettive capacità difensive, di migliorare la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza, nonché di indurre positivi effetti, indiretti, nei settori produttivi e commerciali coinvolti dei due Paesi”.
Composto da 12 articoli, l’Accordo militare Italia-Burkina Faso prevede all’art. 2 che i rispettivi Ministeri della difesa possano stipulare “ulteriori intese tecniche volte a disciplinare in concreto le aree di cooperazione, che sono: politica di sicurezza e di difesa; sviluppo e ricerca, supporto logistico e acquisizione di prodotti e servizi; operazioni umanitarie e di mantenimento della pace; organizzazione e impiego delle Forze armate, servizi ed equipaggiamenti delle unità militari e gestione del personale; questioni ambientali connesse all’inquinamento causato da attività militari; sanità, storia e sport militare; formazione e addestramento militare; ecc.”.
Quanto alle modalità di cooperazione si prevedono visite reciproche di delegazioni di personale civile e militare; lo scambio di esperienze tra esperti, relatori e personale, nonché di studenti provenienti da istituzioni militari; partecipazione a corsi teorici e pratici, a periodi di orientamento, seminari, conferenze, dibattiti e simposi organizzati presso enti civili e militari della Difesa; partecipazione a esercitazioni militari; visite di aeromobili militari; sostegno a iniziative commerciali relative ai materiali e ai servizi della Difesa”.
Lunghissima la lista dei sistemi di guerra che, secondo l’art. 6 dell’Accordo, potranno essere esportati alle forze armate del paese africano: aeromobili ed elicotteri militari, sistemi aerospaziali e relativo equipaggiamento; carri e veicoli armati; armi da fuoco automatiche e relative munizioni; armamento di medio e grosso calibro e relativo munizionamento; bombe, mine (“eccetto quelle anti-uomo”), missili, razzi e siluri; polveri, esplosivi e propellenti; sistemi elettronici, elettro-ottici e fotografici; materiali speciali blindati; sistemi e attrezzature per la produzione, il collaudo e il controllo delle armi e delle munizioni.
Italia invierà militari italiani in Burkina Faso
“Il reciproco approvvigionamento dei suddetti materiali potrà avvenire con operazioni dirette tra i due Stati oppure tramite società private autorizzate dai rispettivi Governi, mentre l’eventuale riesportazione del materiale acquisito verso Paesi terzi potrà essere effettuata solo con il preventivo benestare della Parte cedente”, si legge ancora all’art. 6. “Le attività nel settore dell’industria della difesa e della politica degli approvvigionamenti, della ricerca, dello sviluppo degli armamenti e delle apparecchiature militari potranno assumere le seguenti modalità: ricerca scientifica, prove e progettazione; scambio di esperienze nel settore tecnico; produzione congiunta, modernizzazione e servizi tecnici; supporto alle industrie della difesa e agli enti statali al fine di avviare la cooperazione nel settore della produzione di materiali militari”. Considerato il palese squilibrio economico-industriale e accademico tra le due Parti, è ovvio che il trasferimento di tecnologie belliche sarà unilaterale, da Roma a Ouagadougou, mentre a beneficiarne saranno solo le aziende italiane, Leonardo-Finmeccanica e Iveco DV in testa.
L’Accordo di cooperazione bilaterale è stato firmato al Circolo dell’Esercito “Pio IX” di Roma dall’allora ministra della Difesa, Elisabetta Trenta (M5S) e dal ministro della Difesa Nazionale e dei Veterani del Burkina Faso, Moumina Chériff Sy. “Sanciamo la comune ferma volontà di rafforzare le relazioni bilaterali, con l’intento di ampliarle a specifiche aree di cooperazione, come la lotta al terrorismo e le attività di capacity building”, dichiarava Elisabetta Trenta. “L’Accordo con il Burkina Faso sottolinea la significativa importanza che l’Italia dà alla cooperazione con l’Africa, in special modo con i Paesi del Sahel, con l’obiettivo di supportarli nel loro percorso di stabilizzazione e sviluppo. Il miglioramento delle condizioni di sicurezza di quest’area rappresenta un aspetto imprescindibile di questo nostro impegno e, le Forze Armate italiane, fianco a fianco con la nostra cooperazione internazionale, sono particolarmente impegnate in tal senso”.
Otto giorni dopo il vertice di Roma, il 9 luglio 2019, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri, l’italiana Federica Mogherini, annunciava che l’Ue avrebbe sostenuto la forza militare congiunta antiterrorismo G5 Sahel con un finanziamento aggiuntivo di 138 milioni di euro. La decisione di Bruxelles veniva formalizzata a conclusione di un vertice a Ouagadougou tra la stessa Mogherini, il presidente del Burkina Faso Roch Mark Christian Kaboré e i ministri degli Esteri di Ciad, Mali, Mauritania e Niger.
Il 25 febbraio 2020 a Nouakchott, capitale della Mauritania, si sono tenuti il Vertice dei Capi di Stato G5 e la prima Assemblea Generale dell’Alleanza Sahel, organizzazione internazionale di cui è partner anche l’Italia e che sostiene economicamente e militarmente i Paesi del G5 Sahel. A rappresentare il nostro paese ai lavori, la vice ministra degli Affari esteri Emanuela Del Re, sociologa e parlamentare pentastellata. “Nel corso della giornata, la Vice Ministra ha avuto un incontro bilaterale con il Presidente del Burkina Faso, Roch Mark Kaboré, cui ha espresso solidarietà per la crescente violenza del terrorismo nel paese”, riporta la nota della Farnesina. “L’Italia attribuisce una grande importanza al Burkina Faso per la stabilizzazione del Sahel ed esprime grande soddisfazione per la recente firma dell’accordo di cooperazione in materia di difesa che consentirà di aumentare la collaborazione bilaterale per la formazione nei settori del controllo delle frontiere e della lotta ai traffici illeciti”.
Alla luce dei report di Amnesty International e Human Rights Watch sui crimini delle forze armate burkinabé, ci sarà qualche ripensamento nel governo Conte oppure, come per l’Egitto di al-Sisi, prevarranno ancora una volta gli interessi del Sistema Italia?
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