In Sud Sudan l’informazione coronavirus viaggia sulle biciclette blu

Africa ExPress
14 giugno 2020

“L’informazione è indispensabile e necessaria. Lo era prima della pandemia, figuriamoci ora. E noi la facciamo: portiamo notizie, comunichiamo con la popolazione residente in luoghi remoti con le nostre biciclette blu, dotate di megafono e batteria”, assicura una dei fondatori di Blue messenger bicycles, organizzazione che opera in Sud Sudan.

In questo periodo di pandemia i volontari coprono la zona della capitale Juba, dando raccomandazioni ai residenti come evitare il contagio da COVID-19, spiegano come lavarsi le mani (una parola se spesso manca l’acqua, figuriamoci il sapone n.d.r.) e quant’altro.

Blue messenger bicycle per arginare la pandemia in Sud Sudan

“Blu è un colore molto importante per noi sud sudanesi: il cielo è blu, così il Nilo e l’acqua fonte di vita, ecco perchè abbiamo scelto bici blu che hanno dato il nome alla nostra piccola flotta”, aggiunge uno dei volontari del gruppo.

In un Paese reduce da una sanguinosa guerra civile, dove le strade sono un optional e dove nei villaggi e persino nei quartieri di periferia della capitale Juba le famiglie non posseggono né radio, tanto meno una TV, figuriamoci internet, è davvero difficile diffondere, condividere informazioni.

Tra i preziosi messaggeri volontari c’è anche Anyier Malual, Miss Jonglei (Jonglei è uno dei 10 tati della nazione) 2020-2021.

Anyier Malual, miss Jonglei 2020-2021

La ragazza racconta che nella tradizione della sua etnia, la dinka (la più grossa del Sud Sudan della quale fa parte anche il presidente Salva Kiir), le donne non dovrebbero salire in sella a una bici, ma a lei non importa. E dice: “Volevo fare qualcosa, qualsiasi cosa per contrastare l’espandersi del coronavirus. Sono disposta a muovermi anche in altri Stati del mio Paese per informare, sensibilizzare la mia gente per potersi proteggersi dalla pandemia”.

Anyier è una dei messaggeri con maggiore successo. E’ molto conosciuta e in particolare le ragazze vorrebbero essere come lei. Si fermano a parlare con Miss, ascoltano i suoi consigli e raccomandazioni.

L’associazione ha optato per la bicicletta come mezzo di trasporto perchè li porta ovunque. Durante il periodo delle piogge possono anche caricarla sulle spalle se un tratto di strada è interrotto. Attualmente le bici dotate di megafono e batteria sono solamente cinque. Recentemente il ministero della Salute ne ha messe a disposizione altre 10, che però sono ancora dotate dell’equipaggiamento sonoro, importantissimo, perchè grazie a esso possono essere raggiunte almeno 200 persone alla volta. I messaggi da diffondere sono stati registrati in diverse lingue locali per essere compresi da tutti.

La giovane organizzazione vorrebbe poter coprire l’intero territorio nazionale; per raggiungere questo scopo servono 500 biciclette con altrettanti megafoni.

Attualmente sono stati registrati 1.693 contagi nel Paese e 27 vittime. I pazienti guariti sono 49, tra questi anche Riek Machar, il primo vice presidente e sua moglie, Angelina Teny, ministro della Difesa.

A fine febbraio è stato messo un punto finale alla lunga guerra civile, anche se a tutt’oggi sporadici combattimenti inter-etnici e tra clan rivali continuano imperterriti.

 

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan a sinistra e Riek Machar, ex vice presidente del Sud Sudan di fronte a Kiir

Gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar, sono cominciati quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato al suo vice, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. I primi combattimenti sono scoppiati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto, che si spera, sia finalmente terminato. Durante la guerra civile hanno perso la vita 116 operatori umanitari per lo più sud sudanesi.

Il conflitto interno ha provocato oltre 400mila persone, in milioni hanno dovuto lasciare le proprie case e ha portato parte della popolazione allo stremo, alla fame. Ci sono state violenze in ogni dove, lo stupro era una delle armi preferite.

Secondo quanto riportato da UNHCR negli ultimi mesi molte persone stanno ritornando nei loro luoghi di origine. Un segnale positivo, la gente ha fiducia nel nuovo trattato di pace, che, si spera, venga messo in atto in toto quanto prima.

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