I segreti del Coronavirus: sette contagiati all’ambasciata italiana di Teheran

Esclusivo per Senza Bavaglio
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
Milano, 26 marzo 2020

“I vostri sono in trappola dentro l’ambasciata italiana qui a Teheran: lì ci sono sette funzionari contagiati. Molti continuano a lavorare come se non fosse accaduto nulla.  Avvisate il vostro ministero degli Esteri. Perché non chiudono? La città è colpita da una delle peggiori emergenze al mondo da Covid-19 e mancano le attrezzature per curare i malati.  Se i vostri non tornano a casa rischiano di morire qui”.

La redazione di Africa ExPress ha ricevuto questo drammatico messaggio ieri mattina. All’ambasciata italiana a Teheran lavorano diversi italiani e alcuni iraniani.

Un’ispettrice del ministero della Salute visita un ospedale di emergenza organizzato in uno dei centri commerciali più grandi del mondo a Teheran, il 21 marzo scorso [courtesy Abedin Taherkenareh/EPA/EFE]
Le analisi con i tamponi pochi giorni fa hanno rivelato che tra i sette dipendenti contagiati quattro sono italiani e tre iraniani. Nelle prossime ore si attendono gli esiti di altri tamponi. Le attività all’interno dell’ambasciata, però, non si sono fermate. Non è nemmeno arrivato un annuncio ufficiale sul numero dei contagi scoperti con i tamponi. Ogni giorno l’edificio in Avenue Neuphle le Château, nel pieno centro di Teheran, apre le porte al pubblico per i casi di necessità, anche se con personale ridotto.  Dentro, ci racconta la nostra fonte in un italiano chiaro ma piuttosto stentato, i dipendenti cominciano ad avere paura e temono di non poter rientrare in Italia.

L’8 marzo l’ambasciatore italiano a Teheran avrebbe inviato un messaggio di emergenza all’Unità di Crisi della Farnesina. Pare che non abbia ancora ricevuto risposta. Nel messaggio si parlava della necessità di far rientrare il personale nelle ore in cui l’Europa aveva annunciato una sospensione dei voli con Teheran. I voli, in realtà, come sappiamo, non si sono mai fermati.

L’11 marzo in ambasciata è arrivato il giorno dei tamponi. Da allora, non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale sui sette contagiati. Tutti i dipendenti sanno chi sono: nessuno di loro è rientrato al lavoro, ma la paura è tanta. Le mascherine fornite per proteggersi sono di qualità scadente. Qualcuno si è rivolto ai sindacati per chiedere aiuto. Dicono che nessuno in Italia vuole guardare in faccia la realtà. La prova più lampante è che sul sito Viaggiare Sicuri dell’Unità di Crisi della Farnesina, nella sezione Schede Paese, l’Iran, uno dei paesi più colpiti al mondo dal Covid-19, non è nemmeno menzionato. Perché?

In Iran il contagio, secondo le cifre ufficiali, ha già fatto 2.077 morti, 143 nelle ultime ventiquattro ore. Gli ospedali del Paese, dove i malati vengono portati a centinaia ogni giorno, sono inaccessibili ai giornalisti. La nostra fonte racconta che uomini armati sostano all’esterno per evitare che i medici possano comunicare con la stampa e rivelare le cifre reali del contagio. Il Paese è isolato dal resto del mondo per paura che l’epidemia arrivi altrove con la stessa rapidità con cui si è diffusa in Iran. Tra proteste di strada, celebrazioni per l’anniversario della rivoluzione islamica ed elezioni, negli ultimi mesi il contagio ha galoppato a briglie sciolte.

A parte qualche volo giornaliero con Francoforte, Londra e Barcellona (l’ultimo scalo della Mahan Air nella città spagnola risale al 22 marzo), il Paese è tagliato fuori da tutto. Le sanzioni statunitensi, anche se non colpiscono direttamente l’arrivo di materiale sanitario e viveri, hanno piegato l’economia. Gli aiuti e le attrezzature mediche arrivano da Cina, Italia, Germania e Francia. Negli aeroporti ne sbarcano a tonnellate, ma c’è chi dice che mascherine, guanti e igienizzanti non vengano distribuiti gratuitamente e finiscano per essere reperibili solo sul mercato nero.

A raccontare la riffa degli aiuti umanitari a Teheran è Davood Karimi, presidente dell’Associazione rifugiati politici iraniani in Italia. “Appena le attrezzature mediche arrivano in aeroporto, finiscono nelle mani dei Pasdaran. Sono loro, i Guardiani della Rivoluzione, a controllare il business e a rivendere tutto a caro prezzo sul mercato nero. Sono almeno due mesi che sanno che il contagio sta circolando nel paese, ma a parte le sceneggiate delle disinfestazioni di strade e moschee, hanno fatto poco o nulla per fermarlo. Adesso, secondo cifre ufficiose, i decessi sarebbero arrivati a 11.000. Tutto è fuori controllo e i Pasdaran sperano che l’Europa costringa gli americani ad allentare le sanzioni”.

Negli ultimi giorni il governo di Teheran ha rifiutato gli aiuti umanitari statunitensi e ha rispedito a casa il personale di Medici Senza Frontiere. “Al momento non abbiamo bisogno di letti da ospedale gestiti da medici stranieri”, ha dichiarato Alireza Vahabzadeh, portavoce del nuovo Comitato per la Lotta al Virus in Iran.

Ieri l’Onu ha chiesto l’allentamento delle sanzioni sul Paese. “Questo è il momento della solidarietà, non dell’esclusione – ha giustamente ricordato il Segretario generale Antonio Guterres rivolgendosi alle potenze del G-20 -. Vi ricordo che in un mondo interconnesso siamo forti quanto lo è il nostro sistema sanitario più debole”.

Per adesso è improbabile che l’accorato appello di Guterres venga accolto dalla rigida amministrazione Trump che due giorni fa ha ulteriormente inasprito le sanzioni mettendo nella lista nera cinque società petrolchimiche degli Emirati Arabi Uniti, tutte accusate di fare affari con Teheran. La nostra fonte parla di ospedali stracolmi e morti per strada: “I dati ufficiali minimizzano. Questa è una vera guerra”.  E ormai nelle guerre contemporanee non muoiono soldati e militari, ma i civili.

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi