Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 27 marzo 2020
“Oggi, verso le 4:30 i malfattori hanno attaccato la città di Mocimboa da Praia e la caserma delle Forze di Difesa e Sicurezza (FDS). E hanno issato la loro bandiera sulla città”.
La bandiera dei jihadisti
La conferma delle autorità mozambicane è arrivata, lunedì scorso alle 9:30, da Orlando Mudumane, portavoce della Polizia (PRM) in una conferenza stampa. “Le Forze di sicurezza si stanno schierando in diverse zone per identificare i punti dai quali sono entrati i terroristi”.
Casa bruciata durante l’occupazione jihadista di Mocimboa da Praia
Modumane ha ribadito che ci sono stati scontri a fuoco tra Forze di sicurezza e i banditi che hanno fatto barricate in diversi punti della città. Impedendo anche alla popolazione di scappare.
Il gesto della bandiera, simbolicamente molto forte in un’area strategica per il Paese, indica una sicurezza mai mostrata finora dai jihadisti. Una situazione che preoccupa il governo di Maputo, visto che nemmeno i mercenari russi del Gruppo Wagner, mandati dal Cremlino, li hanno fermati.
Una guerra che dura ormai da troppo tempo e che dista 2.700km dalla capitale. Quanto la distanza tra Milano e Mosca. Mocimboa da Praia è la città nella quale, nell’ottobre 2017, sono iniziati gli attacchi jihadisti, chiamati dalla popolazione al Shebab. A parte i primi due assalti a stazioni di polizia, fino ad oggi venivano attaccati villaggi indifesi dove sono stati decapitati anche bambini. Fino ad oggi hanno ammazzato, e sgozzato, tra 350 e 700 persone e causato 150mila sfollati con un’epidemia di colera di almeno 20 morti.
Due forzieri da difendere
Un’ottantina di chilometri a nord c’è Palma, dove lavorano ENI e ExxonMobil in uno dei maggiori giacimenti di gas naturale del pianeta. La sua operatività è stata programmata per il 2022; un progetto valutato 56 miliardi di euro. ExxonMobil, secondo la BBC, lo scorso ottobre avrebbe svelato un investimento di 465 milioni di euro.
Mappa Cabo Delgado, con l’area dei giacimenti di gas e di rubini e dell’attacco jihadista (Courtesy GoogleMaps)
Trecentocinquanta km a sud-ovest invece si trova il più grande giacimento del mondo di rubini e altre pietre preziose. Due forzieri che l’ex colonia portoghese deve assolutamente difendere per proteggere il suo futuro.
Intanto i ministri degli Interni e della Difesa sono volati a Mocimboa da Praia per monitorare la situazione valutare l’impatto delle azioni dei jihadisti. Filiman Swaze, portavoce del governo ha confermato perdite umane, feriti e danni alle istituzioni pubbliche e private.
L’opposizione chiede le dimissioni del presidente
Per la pesante escalation della situazione a Cabo Delgado, il Movimento Democratico del Mozambico (MDM), alza la voce. Il terzo partito del Paese ha chiesto le dimissioni del presidente Filipe Nyusi. “Il conflitto ha raggiunto questo livello per la scarsa capacità di leadership del Presidente della Repubblica. Quindi dovrebbe rinunciare alla carica”, ha affermato il capo del Dipartimento di comunicazione, Augusto Pelembe.
E mentre il Nord è sotto attacco, quasi timidamente – ma pronto a fruttare la debole situazione sanitaria del Paese – il Coronavirus si fa annunciare. Anche in Mozambico: il ministero della Salute ha confermato tre casi positivi. E Eneas Comiche, presidente del Consiglio comunale di Maputo, è in quarantena.
Ultim’ora
In Mozambico almeno 64 morti trovati in un camion proveniente dal Malawi
La polizia di frontiera mozambicana ha fermato un camion proveniente dal vicino Malawi dove ha scoperto almeno 64 morti asfissiati. Sono invece 14 i sopravvissuti. Sono tutti migranti irregolari, probabilmente provenienti dall’Etiopia. Il Mozambico è una delle tappe dei migranti che vogliono entrare in Sudafrica per cercare una vita migliore.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 23 marzo 2020
Il Covid-19 minaccia anche gorilla e scimpanzé quindi è meglio chiudere al turismo. “I virus che attaccano il sistema respiratorio degli esseri umani sono facilmente trasmessi alle grandi scimmie a causa della vicinanza tra queste specie”. Queste le parole di Christian Tchemambela, dell’Agenzia nazionale per i parchi nazionali del Paese (ANPN), rilasciate all’AFP.
I gorilla rischiano di essere colpiti da Covid-19 (Coronavirus) (Courtesy Smithsonian Channel)
Dichiarazioni che giustificano la chiusura, da parte del governo di Libreville, di tutti i parchi nazionali, areali di gorilla e scimpanzé, per proteggerli dal contagio da Coronavirus. Una misura indispensabile per ridurre al minimo il rischio di contaminazione tra uomo e animale che nel 1995 ha quasi sterminato la popolazione di primati.
Il virus ebola 25 anni fa, in Gabon, fece un salto di specie passando dagli esseri umani alle grandi scimmie. La malattia ha decimato il 90 per cento la popolazione di gorilla, cosa che oggi il Paese africano vuole evitare. Il turismo ecologico, che vede la protezione dei gorilla e scimpanzé e del loro habitat, è una voce strategica per l’economia dell’ex colonia francese. Secondo lo Smithsonian Channel, il lavoro della zoologa Dian Fossey con i gorilla in Rwanda è stato preziosissimo. Ha dato il via a un’industria ecosostenibile che vale 4oo milioni di dollari USA all’anno.
“Quasi l’80 per cento del Gabon è coperto da foreste – ha affermato Tchemambela -. Negli ultimi anni abbiamo istituito programmi di alloggi per primati nei suoi parchi nazionali per attirare il turismo. Le entrate che ne derivano vengono utilizzate per finanziare la protezione della fauna selvatica. A causa del nuovo coronavirus, gli esseri umani a contatto con i gorilla rappresentano una minaccia”.
Il personale dei parchi, per evitare di contagiare le grandi scimmie, è stato messo in quarantena per due settimane. Stop quindi a safari e gite per ammirare i gorilla e gli scimpanzè.
Mappa del Gabon – Ancora pochi casi di Coronavirus , ma possono essere fatali per i gorile e scimpanzé (Courtesy GoogleMaps)
Per il momento nel Paese dell’Africa equatoriale, secondo Statista, azienda privata di raccolta dati, al 21 marzo sono registrati quattro casi tra cui un decesso. Intanto è morto il paziente zero, un ventisettenne, diabetico con ipertensione, tornato dalla Francia. Riguardo alla diffusione del Coronavirus il governo gabonese ha preso misure di contenimento con la chiusura delle scuole, locali pubblici e commerciali.
Exclusive to Africa ExPress Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
March 22, 2020
The exchange of spies in Europe is worth more than the health of its citizens. To tell us this is the reconstruction of a complicated air relay that led to the release of some western hostages in Iran, one of the countries most affected by the Covid-19 pandemic. While almost all flights to and from Europe have been canceled to prevent the spread of contagion, the Iranian national airline Iran Air has continued to stop in European capitals. Why? Simple: on these planes – despite the bans and quarantines – flew three newly freed hostages, a French, an American and an Iranian suspected of trafficking sensitive materials directed to Iran. A third prisoner – an integral part of the negotiation – a Lebanese with a US passport and nationality, was handed over to US diplomats in Beirut.
Three cities are involved: Tehran, Frankfurt and Paris. At least six states are affected: Switzerland, France, Germany, Iran, Lebanon and the United States. News of the death from Covid-19 of a pilot of Iranian Mahan Air, the company of the Revolution Guards, better known as Pasdaran, dates back to Wednesday 18th. It is not clear when the man made the last flight, but we know from FlightRadar24 data that a plane from the company he worked for stopped in Barcelona, Spain, the day after the announcement of his death. The rules, in these cases, no longer matter.
When you put together the flights and the movement of the spies, a complicated “puzzle” arises. On Africa Express we have already talked about the “technical stops” from Tehran to Rimini and Pescara. Now another emerges at Paris Charles de Gaulle airport. The virus infects Iranian pilots who mysteriously die and wander spreading the infection everywhere.
The Frankfurt flight departure board (photo Africa ExPress)
It’s March 18: Michael White, a US Navy veteran detained in Iran, is released and handed over to some diplomats from Switzerland, who represent American interests in Tehran. White, released in Mashad, a city in eastern Iran, is transferred on a flight to Tehran. The day after Washington announces his release they add that another American citizen has been released in Lebanon. This is Amer Fakhoury, arrested by the Lebanese authorities and accused of torture in the infamous Khiam prison, active until 2000. Fakhouri is handed over by his jailers to the marines. They load him onto a helicopter that lands on the roof of the US embassy in Beirut. It looks like a film: the Lebanese government, with its key Hezbollah seats, is the country in the Middle East closest to Tehran.
Meanwhile, it is not clear what happens to White after arriving in the Iranian capital. However, we know that on March 20 an Iran Air flight leaves Tehran at dawn in the direction of Frankfurt. Is this the plane with which White leaves the country? It really could be. A clue that might confirm this – at midday the Iran Air Airbus takes off from the German airport to return to Tehran, but changes its course midair and heads for France landing for an unexpected technical stop at Paris Charles de Gaulle airport.
Passengers at Iran Air check-in on 21 March at Frankfurt airport (photo Africa ExPress)
During these hours an Iranian spy was released in the French capital: the engineer Rohollahnejad. The man should have been extradited to the United States a few days later for trafficking of sensitive materials (nuclear laws) to Iran, but President Emmanuel Macron changes his mind and announces his release on the day the Iran Air plane coming from Frankfurt makes a technical stop in Paris.
March 20th is a busy day for those dealing with hostage exchanges. In fact, almost simultaneously to the announcement of the tenant of the Elysée, the Iranian state television reports that the government of Tehran has just freed a French hostage, the researcher Roland Marchal (an old sociologist who Africa ExPress has met already in the 90s in Somalia). On March 20th, in the evening, the Iran Air flight (presumably with engineer Rohollahnejad on board) returns to Tehran. The newly freed French hostage arrives in Paris the next day.
March 20th must have been a really busy day: the Iranian news agency Tasnim said that while the hostages were released, a long phone call was taking place between the Iranian Foreign Minister Javad Zarif and Josef Borrel, High Representative of the Union European Union for Foreign Affairs. Officially, the two diplomats would have talked about the Coronavirus pandemic and the negative effects of American sanctions on the emergency in Iran, but the ongoing exchange of spies is likely to have entered into their conversation more than once.
On March 22nd, the Trump administration severely criticized France for the release of the Iranian engineer who should have been tried in the United States. But Iran Air flights could hide another story, the one that no one has had the desire to tell us so far. The release of veteran White could be part of the big game.
Massimo A. Alberizzi Monica A. Mistretta massimo.alberizzi@gmail.com monica.mistretta@gmail.com
Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau 23 marzo 2020
Il primo è stato il Congo DR. Poi si sono accodati Marocco, Algeria, Egitto, Nigeria, Sud Africa, Zambia, Ghana…
E così a partire dal 14 marzo anche il calcio africano è finito nel pallone a causa del Covid-19: fino al momento in cui scriviamo sono 26 i Paesi del Continente Nero ad aver cancellato, sospeso, rinviato campionati, o incontri calcistici per evitare il diffondersi del contagio del Coronavirus, o nel tentativo di rallentarlo.
Campi da calcio vuoti anche in Africa
Certo, rispetto alle 52 nazionali che fanno parte della Confederation Africaine de Football (CAF), non siamo ancora di fronte al blocco totale, così come è successo in tutto il mondo. Per limitarci all’Europa: in Inghilterra, la Premier Ligue; da noi la seria A; in Spagna, la Liga; in Germania, la Bundesliga. Lo stop completo però probabilmente è rinviato, sia per le gare locali sia per quelle continentali a dispetto di chi sembra che non voglia fermarsi. Ad esempio: è stata confermata la finale della Confederation Cup, che equivale alla Europa League. E’ previsto che si giochi al Prince Moulay Abdellah Stadium di Rabat, in Marocco il prossimo 24 maggio. Sarà la prima volta che questa finale si svolga in gara unica, dato che fino al 2019 si disputava con la formula di andata e ritorno negli stadi delle due finaliste. La finale di Champions League si giocherà invece il 28 maggio a Douala, in Camerun. E’ una contraddizione del calcio africano, che sembra volersi fermare, ma solo in parte.
La Caf (Confederation of African Football) ha, infatti, annullato due turni della Coppa delle Nazioni Africane 2021 previsti il 25 e il 31 marzo. E ha rinviato a data da destinarsi, dopo la verifica di una commissione medica, il Campionato delle Nazioni Africane 2020, che si sarebbe dovuto tenere, inizialmente, in Etiopia (tra gennaio e febbraio) e poi in Camerun (dal 4 al 5 aprile prossimo). Questa competizione si differenzia dalla precedente per il fatto che ogni nazionale può schierare esclusivamente calciatori che militano nel proprio campionato nazionale e, quindi, non all’estero. Il campione in carica è il Marocco, che nel 2018 sconfisse la Nigeria.
I campionati locali confermano questa contraddizione. C’è chi ha smesso di far girare la palla e chi no.
La Repubblica Democratica del Congo ha aperto la serie della sosta forzata africana decidendo di fermare il gioco per 30 giorni. In un primo momento (era il 10 marzo), l’Africa, secondo quanto dichiarava la CAF non veniva considerata ad alto rischio con 158 casi di contagio. E quindi non intendeva stoppare nessuna competizione internazionale. Appena 4 giorni dopo però è esploso l’allarme con la conferma che il virus aveva cominciato a colpire anche in Congo. E non solo – come ha appena raccontato su questo sito Cornelia Toelgyes – .
E la scelta della Federazione locale (FECOFA) è stata ineluttabile: ha interrotto sia la Lega professionisti per un mese a partire da lunedì 16 marzo sia tutte le attività legate al pallone.
Non hanno tardato a seguire le orme congolesi il Marocco e l’Egitto, il Senegal. E’ stata poi la volta del Sud Africa, l’Algeria, la Nigeria , il Gabon, il Ghana…E via enumerando: il Togo, (17 marzo), Benin (18 marzo), la Repubblica Centroafricana (19 marzo). L’ultimo a entrare in questa classifica dei “campionati congelati” è stato lo Zambia, che ha interrotto tutte le gare fino a nuovo ordine, dopo aver avuto la conferma ufficiale dei primi contagiati. Secondo il sito SQUAWKA.COM sono 26 le leghe calcistiche del continente del Kilimangiaro che hanno deliberato halt, fermi tutti!
La lista è provvisoria in quanto altri Paesi hanno optato per soluzioni diverse. Il Burundi, ad esempio, ha scelto di far proseguire le competizioni limitandosi a “migliorare il sistema di igiene negli stadi e altri luoghi di raduni calcistici di massa”. Così pure il Malawi, dove “il campionato si svolge come previsto in seguito all’autorizzazione del governo”, riferisce il sito Rfi.fr. Nelle isole Comore e in Rwanda, invece, i match si disputeranno a porte chiuse; in Mozambico potranno assistere agli incontri non più di 300 spettatori. Anche in Angola, Benin, Mauritania, Mauritus il gioco va avanti. Burkina Faso e Ciad hanno giustificato la volontà di proseguire con l’attività pedatoria col fatto che i tornei nazionali stanno giungendo al termine. E in questo week end si è giocato. Eppure in Burkina – stando a quanto ha scritto stamani domenica 22 marzo il quotidiano The Indipendent, il virus ha ucciso il secondo vicepresidente del parlamento e infettato 7 ministri e l’ambasciatore italiano Andrea Romussi, 47 anni. Il governo ha chiuso i confini, imposto il coprifuoco e limitato gli assembramenti con oltre 50 persone.
In tutto una quindicina di campionati nazionali sono in corso in Africa. Non tutti evidentemente hanno la stessa sensazione del pericolo che si corre. Insomma si procede – fino al momento in cui scriviamo – in ordine sparso.
Per fortuna molti illustri nomi del pallone hanno messo la loro fama al servizio della campagna di sensibilizzazione lanciata dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
E’ il caso di Kalidou Koulibaly, 28 anni, difensore del Napoli, che con i connazionali Idrissa Gana Gueyee, 31 anni, del Paris Saint-German, e Cheikhou Kouyatè, 31, difensore del Crystal Palace, si è presentato sui social per indirizzare un messaggio ai tifosi senegalesi e agli italiani: “Ognuno di noi deve capire di giocare un ruolo importante nella partita contro questa epidemia. Laviamoci spesso le mani, tossiamo nei gomiti, salutiamoci a distanza, state a casa”. Appelli simili sono stati lanciati, da illustri ex: Antony Baffoe, 54 anni, già calciatore internazionale del Ghana; Wael Gomaa, 44 anni, un tempo vessillo del football egiziano; Khalilou Fadiga, 45 anni, già centrocampista senegalese; Kaba Diawara, 44 anni, guineiano, con alle spalle una brillante carriera in Francia e nel Regno Unito.
Sadio Mané, senegalese,in prima linea con altri colleghi contro COVID-19
Sadio Manè, 27 anni, attaccante-leggenda del Liverpool e della nazionale senegalese, alle parole ha voluto aggiungere 45 mila euro di supporto a chi contrasta il contagio. La Federazione calcistica tunisina, a sua volta, si è impegnata ad aiutare 700 famiglie bisognose fornendole di cibo e di disinfettanti.
“Il calcio è bello e importante e manca a me come a tutti i giocatori e ai tifosi”, ha dichiarato il campione nigeriano Odion Ighalo, 30 anni, attaccante del Manchester United, intervistato dal Sun. “Ma ora si gioca una partita decisiva nel mondo: quella per la vita. E in questa sfida anche noi abbiamo un ruolo”.
Special from our Correspondent Michael Backbone
Nairobi, 23th March 2020
The Government of Kenya announced yesterday a slew of additional measures for fighting the Coronavirus pandemic.
The measures were decided after eight new infections were detected, bringing the total number of cases to 15. The new cases are brought by 5 Kenyans and 3 foreigners, 2 from France and one from Mexico.
Luckily enough, most of the cases were detected upon entering the country a sign that suggests the screening measures in place seem to be working, but the level of awareness of the spreading is still rather low, since the case that made the news affected the Deputy Governor of Kilifi, Gideon Saburi (a county between Mombasa and Malindi), who was returning from an official travel from Berlin and could not be bothered to observe the compulsory quarantine that the Government had imposed since one week to all incoming passengers.
Kenyan health workers screen passengers after they arrive from China, at Jomo Kenyatta International Airport in Nairobi [Courtesy Daniel Irungu/EPA]What is worse is that the same official attended when back in Country at gatherings and meetings prior engaging into medical screening, with the effect the potential spread of the virus could have been avoided.
Whether the same situation affected the two French nationals visiting the country it is at the moment unknown, but it might denote of the same level of ignorance on the spread by those affected patients.
It remains that the decisions taken by the Government are now gearing towards avoiding the local transmission as much as possible.
Further containment measures are since March 20th in force, limiting for example the capacity of the matatus (the local public transport system) down to 8 passengers instead of the 14 standard capacity, bars are now closed everywhere, restaurants are allowed to operate only on deliveries, and offices work primarily through remote working whenever possible.
All major Non-Governmental institutions observe a work from home pattern, the town has turned into a very silent environment and some of the leading income generators for the Country are struggling: Tourism and Hospitality experienced important cancellations and it is fair to say the 2020 summer season is doomed. The same applies to the main source of Agricultural income, as flowers, coffee and tea are low in demand.
Will the Government be leaning towards a total lockdown? It is unlikely this might happen, because the informal economy that keeps the Country running cannot be stopped: the risk of leaving without a job and without food on the table more that 30% of the Kenyan population is a risk the Government certainly cannot take.
The last decision in terms of containment has been the one of banning all religious gatherings: these have been the last in complying to the measures imposed by the Government: the Kenyan population tends to put on the same level whatever the voice of their God through its Ministers says with what the Government asks. As such there have been Police interventions to disperse gatherings still during this week-end, terming the faith-based congregations the weakest link in the spreading of the virus.
As of this coming Wednesday March 25th, all airports will be closed to incoming traffic from abroad, Kenya Airways already did ground most of its flights and the only air transport that shall be available will be the Cargo freight.
The Minister of Health, Mutahi Kagwe seems to be handling for the moment the situation rather well: his communication is direct, his directives are being increasingly observed and his reputation is on the rise; for a man who only two months back was in the political backburner it will be a tough call anyhow to balance the provisions of a partial lockdown with a population that is on a risky curve, having an increasingly hard time in bringing food to the table given the Kenyan crumbling economic situation.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
22 marzo 2020
Il coronavirus ha fatto il suo ingresso in 36 Paesi del continente africano e ha contagiato finora oltre 700 persone.
Sono davvero drammatiche le notizie che giungono dal Burkina Faso, tra le nazioni più povere dell’Africa, flagellata da continui attacchi dei terroristi. Ora deve combattere anche contro il maledetto virus. Ieri sera il presidente Roch Marc Christian Kaboré ha decretato nuove misure per la messa in sicurezza del Paese: coprifuoco a partire da oggi e chiusura totale di tutte le frontiere. Finora sono 64 persone (29 donne e 35 uomini) risultate positive al test, tra loro 3 sono già morte una mercoledì e due ieri. Il Paese è sconvolto dopo aver appreso che anche 4 ministri sono stati colpiti da COVID-19: quello degli Interni, degli Esteri, dell’Educazione e quello delle Miniere sono stati messi in quarantena.
Il Paese maggiormente colpito resta l’Egitto, dove il 14 febbraio è stato individuato il primo contagio in Africa e la prima vittima, un tedesco, deceduto in un ospedale di Hurghada, città balneare sul Mar Rosso. Oggi le persone infette da COVID-19 sono 285 e 8 i morti. Le ONG per la Difesa dei diritti umani hanno espresso grande preoccupazione per i detenuti nelle sovraffollate galere del Paese e hanno chiesto al governo di rilasciare i migliaia di attivisti impegnati nella difesa dei più deboli, compresi i giornalisti e altri intellettuali, imprigionati per il semplice fatto di aver espresso la propria opinione in modo non violento. Intanto il Cairo ha disposto la chiusura di ristoranti, bar, caffetterie, casinò, locali notturni e centri commerciali dalle 7 di sera alle 6 del mattino fino al 31 marzo. Le autorità hanno ordinato la sospensione di tutti voli internazionali, e vietato grandi eventi, compresi festival religiosi.
Oltre 200 casi sono stati registrati in Sudafrica. Lo ha fatto sapere ieri il ministro della Salute Zweli Mkhize. Non dimentichiamo che 7 milioni di sudafricani sono affetti dal virus HIV, dunque particolarmente esposti alla nuova patologia. Per arginare il rischio del contagio, il governo ha preso in esame la costruzione di un muro di una quarantina di chilometri lungo la frontiera con lo Zimbabwe per fermare il flusso di migranti “illegali” o persone infette, ha detto due giorni fa Patricia de Lille, a capo del dicastero dei Lavori pubblici, sottolineando: “Non siamo xenofobi, dobbiamo solamente proteggere il nostro Paese e abbiamo già consultato in merito anche i governi degli Stati confinanti”. Evidentemente l’influenza di Trump si è fatta sentire anche nell’Africa australe.
La maggior parte dei governi africani ha già preso misure importanti per far fronte all’espandersi di COVID-19, alcuni hanno chiuso le frontiere terrestri, marittime e aeree, altri hanno imposto restrizioni di viaggio e altre norme.
L’Algeria segnala questa mattina 94 casi confermati e 10 morti, il Marocco 86 e due decessi, mentre la Tunisia 54, tra loro uno solo con esito fatale; un uomo rientrato da poco dall’Arabia Saudita. Algeria e Tunisia Paesi hanno preso severe misure precauzionali volte a arginare la diffusione del micidiale virus; il Marocco ha addirittura decretato lo stato d’emergenza sanitaria da ieri sera.
Il Senegal è tra i Paesi maggiormente colpiti nell’area subsahariana. In base alle informazioni del ministero della Sanità di Dakar, 47 persone sono risultate positive al test, tra loro 5 sono già guariti, mentre 42 sono ancora sotto terapia; il loro stato di salute non desta preoccupazione.
Il collettivo musicale “Y’en a Marre”, è uscito giovedì sera con un videoclip in lingua wolof “Fagaru Ci Corona” (traduzione in italiano: prevenzione Coronavirus n.d.r.), che presentiamo qui su. Il rapper Malal Talla, alias Fou Malade dice che la prevenzione è indispensabile. “Ci sono ancora troppe persone che per credenze religiose negano l’esistenza di questo virus; è di vitale importanza far sapere a tutti la necessità delle misure d’igiene da seguire. E’ questo che abbiamo cercato di fare con un ritornello di facile comprensione”. Il video e stato registrato all’osepedale Fann di Dakar, e, per una volta il gruppo, generalmente molto critico nei confronti del governo, parla di “unione sacra” tra le autorità e la società civile. “In questo momento storico non c’è spazio per dispute politiche”, ha sottolineato il rapper Simon.
Anche il governo nigeriano ha inasprito le norme per contrastare i contagi: Abuja ha comunicato oggi che da lunedì mattina non ci saranno più voli civili da e per la Nigeria.
Un messaggio positivo giunge dall’Uganda, dove finora non si registra nessun caso di COVID-19, eppure il presidente Yoweri Museveni ha vietato matrimoni, funzioni religiose e assembramenti di qualsiasi genere per un mese, proprio per contrastare l’espandersi della malattia. Il ministro della Sanità di base, Joyce Moriko Kaducu, ha detto che il governo è vigile e sta monitorando la situazione. “Già dai primi del mese o istituito controlli negli aeroporti, obbligo di isolamento per chi arriva da Paesi a rischio, quarantena per persone con sospetto contagio e nel caso avessimo i primi malati, il Lacor Hospital, che ha un reparto di terapia intensiva con standard a livello internazionale, sarà un nostro punto di riferimento”. Il nosocomio è situato a Gulu nel nord del Paese, in una situazione strategica, non distante dai confini con Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Kenya e negli ultimi due Stati sono già state individuate persone positive a COVID-19.
Coronavirus in Africa al 20.3.2020 Rosso: Paesi colpiti da COVID-19 Nero: Paesi che hanno registrato anche morti
E non bisogna dimenticare un fattore essenziale: l’Africa ha un grande vantaggio, ha saputo sconfiggere l’ebola. Emmanuel Ochola, epidemiologo e biostatistico, responsabile del Dipartimento HIV, Ricerca e Documentazione del Lacor ha sottolineato che grazie all’esperienza con l’epidemia della febbre emorragica ora siamo in grado di rintracciare velocemente tutti contatti che ha avuto l’infettato e dunque possiamo circoscrivere l’espandersi del virus. “L’osepdale è pronto”, ha detto Ochola, “abbiamo una decina di letti in terapia intensiva che in caso di necessità possono essere aumentati”. Insomma, l’Uganda è preparata alla lotta contro l’epidemia, come molti Paesi dell’area subsahariana che hanno dovuto lottare contro ebola e che, come lo ha dimostrato il Congo-K recentemente, anche in situazioni difficili, come i continui attacchi alla popolazione civile mentre l’epidemia della febbre emorragica era in atto.
Madagascar: una delle strade principali della capitale oggi. Il governo aveva chiesto di restare in casa e comunque di evitare i luoghi affollati
Desta comunque una certa preoccupazione che anche Stati insulari come Madagascar, Capo Verde, Seychelles, Mauritius abbiano confermato la presenza di persone affette dal nuovo virus. Antananarivo, la capitale del Madagascar ha segnalato i primi tre casi venerdì: si tratta di 3 donne, arrivate sull’Isola con gli ultimi voli provenienti dalla Francia. Tutte le frontiere marittime e terrestri sono state chiuse già dal 19 marzo per la durata di 30 giorni.
Per ora alcuni governi africani non hanno segnalato la presenza di COVID-19 sui loro territori nazionali. Tra questi Libia, che ha chiuso tutte le sue frontiere, ma intanto si continua a combattere; oggi il governo di Serraj ha indetto il coprifuoco dalle 18.00 alle 06.00 per arginare il pericolo coronavirus.
Mentre l’Eritrea ha annunciato pochi minuti fa il primo paziente positivo al test. Lo ha fatto sapere il ministro per l’Informazione, Yemane G. Meskel sul suo account Twitter. Si tratta di un eritreo residente in Norvegia, atterrato questa mattina a Asmara con un volo via Dubai. L’Eritrea ha imposto norme severe come assembramenti e quant’altro, oltre a restrizioni di viaggio. Malgrado queste disposizioni non sono stati rinviati gli esami nazionali per l’anno scolastico 2019/2020. Il ministero della Pubblica istruzione ha dato il via libera alle prove, che sono iniziate il 18 marzo e che termineranno il 23.
Immagina un po’, essere ucciso da un virus straniero quando non hai nemmeno il passaporto
Attualmente l’incidenza del micidiale virus è molto più bassa in Africa che negli altri continenti, eppure rappresenta il 15,6 per cento della popolazione mondiale. Può darsi che le infezioni siano maggiori di quelli effettivamente comunicati, perchè non sono stati rilevati tramite i test, non disponibili in quantità necessaria, come un po’ ovunque nel mondo. Ma, è bene ricordare che il primo contagiato nel continente è stato un cittadino tedesco, un turista e anche in Nigeria, il primo malato era un italiano, nel Paese per motivi di lavoro. E’ dunque evidente che il virus è arrivato a nord e a sud del Sahara da visitatori, non da africani e dimostra che sia l’Egitto sia la Nigeria sono stati efficienti e capaci nell’effettuare i test.
Molti studi hanno finora dimostrato che le persone di una certa età sono più facilmente vittime di questa patologia e l’Africa è un continente giovane, dove i giovani sotto i 30 anni rappresentano quasi il 70 per cento della popolazione. Tanto altro resta da verificare anche sotto il profilo immunologico. Sono tantissimi gli abitanti della fascia subsahariana che regolarmente ingaggiano battaglie con agenti patogeni, compreso i virus. Un’ipotesi – tutta da dimostrare e verificare – consiste nel fatto che gli africani potrebbero avere un sistema immunitario più attrezzato.
Aggiornamento ore 16.30
COVID-19 ha colpito 1198 pazienti nel continente africano.
Senegal: forte inasprimento delle norme già in atto, chiusura delle scuole e di tutte le frontiere dopo l’allarme lanciato dall’Organizzazione mondiale della Salute. OMS ritiene che l’ epicentro di COVID-19 potrebbe spostarsi in Africa
Sudafrica: il sistema sanitario è sotto forte pressione. Le persone colpite da coronavirus sono ora 240 nel Paese e la paura della popolazione cresce. Si teme che la sanità sudafricana non sia pronta per questa crisi.
Uganda: poche ore fa anche l’Uganda ha registrato il primo caso e il presidente Museweni ha bloccato tutti voli da e per il Paese a partire dalla mezzanotte di oggi.
Ruanda: la presidenza ha intenzione di estendere le norme già in atto per altre due settimane: chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, udienze nei Tribunali, visite ai carcerati, celebrazioni nei luoghi di culto, assembramenti di ogni genere sono sono vietati. Ora sono stati bloccati anche i voli commerciali per 30 giorni. Nel Paese ci sono 17 persone affette dal virus.
Ci sono anche buone notizie, che vanno assolutamente sottolineate: 108 persone in 11 Paesi del continente sono guarite dopo aver contratto COVID-19. Lo ha reso noto Africa CDC (Centres for Diseas Control and Prevention).
Dai Nostri Inviati Speciali Massimo A. Alberizzi e Monica Mistretta
Nairobi, 19 marzo 2020
Sono le 10 del mattino del 19 marzo. A Milano c’è già il sole, ma è una strana primavera. Le strade sono deserte, pochissime le persone che passano con la testa bassa, nessun’auto, solo qualche mezzo pubblico che sfreccia veloce. Fuori dai supermercati le code di gente in attesa per fare la spesa sono già lunghissime: tutti aspettano con pazienza a un metro l’uno dall’altro per evitare il contagio. Sul cielo terso della città, completamente isolata, è raro vedere ancora la scia di un aereo. L’ aeroporto di Linate è chiuso, quello di Malpensa deserto. È l’Europa intera a essere in quarantena: i contagi e i morti da Covid-19 salgono ogni giorno in tutte le capitali. Gli unici voli ancora attivi sono quelli che rimpatriano i nostri connazionali dall’estero.
L’aereo della Iran Air questa mattina a Malpensa (foto esclusiva di Africa ExPress)
Alle 10.12, con un’ora di anticipo, atterra a Milano Malpensa un A330 della Iran Air in arrivo da Teheran. Il grosso Airbus può portare fino a 335 passeggeri e un carico da 70 tonnellate: tante le persone che sono scese questa mattina, altre ne sono salite, tra le quali un non vedente.
Passeggeri dell’Iran Air arrivati a Malpensa stamattina (foto esclusiva Africa ExPress)
Nei giorni scorsi aerei della compagnia nazionale iraniana avevano fatto scalo a Rimini e Pescara. I due aeroporti avevano fatto sapere ad Africa ExPress che si era trattato solo di uno scalo tecnico e che nessuno era salito o sceso dagli aerei. Non è andata così oggi. E solo mezz’ora prima dell’atterraggio a Malpensa del volo Iran Air 751, un aereo della compagnia privata iraniana Mahan Air, posta sotto sanzioni statunitensi per i legami con i Pasdaran iraniani, era atterrato a Barcellona facendo sbarcare tutti i passeggeri. Un altro Airbus da 300 posti, anche se sia Milano sia Barcellona sono in quarantena.
L’Iran è il terzo Paese al mondo per contagi da Covid-19: oltre 17.000 i casi confermati dalle autorità di Teheran. Ma la comunità internazionale sospetta che le cifre non raccontino tutto. L’allarme è partito in questi giorni proprio dall’Iran: secondo l’Università della Tecnologia “Sharif” di Teheran, se il contagio dovesse avanzare di questo passo, i morti nel Paese potrebbero arrivare a 3,5 milioni. L’Iran, sotto sanzioni statunitensi, ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito di cinque miliardi di dollari per fronteggiare la crisi.
Sono tanti gli interessi economici che legano l’Europa all’Iran, non tutti chiari. Ci si interroga perché nel pieno dell’emergenza Coronavirus, mentre tutto è fermo, gli aerei da Teheran continuino a fare la spola nelle capitali europee.
Il Paese del Golfo ha le riserve di gas più grandi al mondo ed è uno dei principali produttori di petrolio. Da decenni sotto la morsa delle sanzioni, ha bisogno di tecnologie e risorse. L’Europa è ovviamente interessata. Quasi due anni fa, nell’agosto del 2018, una delegazione italiana di 250 uomini di affari aveva visitato l’Iran aggiudicandosi un contratto da 50 milioni di euro per la costruzione dell’aeroporto di Tabriz: un assaggio di quello che c’è in ballo.
Ma gli affari non sono sempre puliti. Il 3 dicembre 2018, nel corso di una riunione del Dipartimento di Stato americano sulla corsa agli armamenti di Teheran, Brian Hook, oggi rappresentante speciale statunitense per l’Iran, aveva esclamato: “Il governo iraniano dice che i suoi test missilistici sono puramente difensivi. (…) È difensivo forse inondare l’Italia di eroina?”. Riemerge nelle sue parole il vecchio schema armi in cambio di droga per il quale rischiò la vita l’ex giudice Carlo Palermo nel 1985 a Pizzolungo.
Nello stesso anno in cui si svolgeva questa conversazione, gli Stati Uniti avevano aggiunto alla lista delle sanzioni del Dipartimento del Tesoro alcune aziende italiane per la loro presunta partecipazione al programma missilistico e nucleare dell’Iran. C’erano la Irasco Srl di Genova, società di intermediazione di grandi macchinari, la Irital Shipping Lines Company, con sedi a Genova e Malta. C’era anche la società di robotica Hta Srl di Brescia, scampata all’elenco delle sanzioni statunitensi, ma segnalata per i suoi legami con l’iraniana Parto Zist Behboud, a sua volta legata a doppio filo con una società sanzionata, la Shahid Sanikhani Industries. In Italia in quei giorni qualche quotidiano parla di complotto contro le nostre aziende, ma intanto a Roma, in via Barberini, spunta una sede della banca iraniana Sepah, anche questa sotto sanzioni statunitensi per il suo ruolo nel programma missilistico iraniano.
Adesso la tensione tra Stati Uniti ed Europa è palpabile. Rafael Mariano Grossi, direttore generale per l’Agenzia Internazionale per l’Atomica, con sede a Vienna, ha dichiarato che, anche se gli uffici dell’Agenzia sono chiusi per l’emergenza Coronavirus, i controlli sullo sviluppo del nucleare iraniano “non smetteranno nemmeno per un solo minuto”. Bisogna vedere come la ferma assicurazione verrà accolta all’interno dell’amministrazione Trump.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 18 marzo 2020
Elijah Kitonyo, studente ventitreenne kenyota, aspirante blogger e influencer, l’ha fatta grossa: per una fakenews riguardante il contagio da Coronavirus si è messo nei guai. Ma di quelli talmente grossi che la sua ignoranza non gli permette nemmeno di immaginare. Tutto a causa di un tweet, divenuto virale, postato sul social network del quale si ricorderà per tutta la vita.
Il tweet incriminato sul contagio da Coronavirus in Kenya
Il tweet incriminato sul contagio da Coronavirus
“Il governo ci ha mentito… la signora si chiama Millicent Musau ed è arrivata ieri da Roma a bordo di questo aereo. Io sono dello staff KQ (Kenya Airways ndr) e so cosa è successo. Ragazzi, ci stanno mentendo”. Questo aveva scritto il giovane, venerdì 13 scorso, pubblicando la foto di un aereo della compagnia di bandiera.
Il riferimento riguarda una donna sbarcata il giorno precedente. Aveva viaggiato dagli Stati Uniti in Kenya con scalo a Londra e il governo keniano aveva confermato il primo caso di Covit-19 nel Paese. Il primo sbaglio, probabilmente per arroganza mista a ingenuità, è stato accusare il governo, cosa che non è certamente a suo favore. E poi le falsità del tweet e chissà se anche il “venerdì 13” ha influito, visto che per i Paesi anglofoni è considerato numero sfortunato.
Elijah Kitonyo, studente ventitreenne kenyota, arrestato per fakenews riguardanti il Coronavirus
Due giorni dopo la pubblicazione del post, Elijah è stato arrestato a Mwingi, cittadina di 15mila abitanti a 170km a est di Nairobi. La conferma dell’arresto, con un tweet diviso in quattro parti, è confermata sul profilo twitter del ragazzo dalla Direzione per le Investigazioni Criminali (DCI). Come dire: ”chi di spada ferisce…”
Le motivazioni dell’arresto
“È stato arrestato per aver pubblicato informazioni fuorvianti e allarmanti sul Coronavirus” – si legge del messaggio della DCI. “È accusato di aver pubblicato informazioni false atte a causare panico in contrasto con l’art. 23 del Computer Misuse and Cyber Crimes Act del 2018.
Elijah Muthui Kitonyo aged 23 years has been arrested in Mwingi for publishing misleading and alarming information on Corona virus.
He will be charged for publishing false information that is calculated or results in panic contrary to section 23 of the Computer Misuse…
/1 pic.twitter.com/qH9PBVoS8n
Nel testo, la Direzione esorta gli utenti dei social ad essere responsabili su ciò che pubblicano. Ma soprattutto ad evitare scrivere e condividere informazioni non confermate che possono causare panico e ansia.
“Chi pubblica consapevolmente, stampa o divulga informazioni false che provocano panico, caos o violenza tra i cittadini della Repubblica commette un reato” – spiega ancora la DCI. “Sarà punito con un’ammenda fino a cinque milioni di scellini o con la reclusione per un periodo fino a dieci anni o ad entrambi.
Insomma, per la sua spavalderia e ignoranza della legge, Elijah Kitonyo rischia di pagare oltre 43mila euro e, se gli va male, anche dieci anni di galera. Sicuramente farà molta più attenzione prima di postare qualcosa sui social per farsi bello con gli amici con un pugno di like in più.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
17 marzo 2020
Come sono andate veramente le cose? Cosa c’è dietro la liberazione di Luca Tacchetto e Edith Blais, la coppia sparita nel nulla nel Burkina Faso nel dicembre 2018 e liberata l’altro ieri in Mali? Il pagamento di un riscatto? Il premier canadese, Justin Trudeau, ha negato categoricamente di aver versato un centesimo per il rilascio della propria concittadina Edith Blais, originaria del Quebec.
Luca Tacchetto e la sua compagna canadese, Edith Blais, rilasciati in Mali
Lo stringer di Africa ExPress, Serge Daniel – un famoso e apprezzato giornalista beninoise che vive in Mali, collaboratore di importanti testate francesi – racconta: “Una persona che ha seguito da vicino le trattative per il rilascio dei due giovani mi ha confidato che è stata pagata una certa somma in cambio della loro libertà. Non è dato sapere quanto e chi abbia messo mano al portafoglio”.
Robert Fowler e Louis Guay, canadesi, ex ostaggi, rilasciati in Niger nel 2009
“Durante la loro detenzione la coppia è stata spostata tre volte – prosegue Serge -. e ciò fa pensare che siano stati consegnati a ‘intermediari’ per essere rivenduti. Dopo essere stati sequestrati in Burkina Faso, sono stati portati nel centro del Mali, e poi ancora nel nord, nell’area di Kidal. Durante la loro detenzione sono stati anche separati per qualche tempo”.
I rapitori, secondo Serge, hanno i loro problemi con i sequestrati, specie dal punta di vista logistico: bisogna nutrirli, fare in modo che non si ammalino se si vuole trarre il massimo profitto. Infatti, a prima vista la coppia sembra in apparente buona salute e nemmeno troppo dimagriti.
Il giornalista beninois specifica: “Un Paese vicino al Mali, che ha già fatto da intermediario per la liberazione di altri ostaggi canadesi, inizia le trattative in gran segreto a ottobre 2019. Infatti due emissari, il capo di un gruppo armato maliano e un politico della stessa area si recano lì per i primi colloqui. Vengono ricevuti dal presidente e esibite prove che la coppia sia in vita. Gli emissari approfittano dell’incontro per affrontare un argomento inevitabile: il riscatto per la liberazione dei due giovani. Lo Stato in questione è lo stesso che già in passato aveva giocato un ruolo essenziale per il rilascio di altri canadesi rapiti. Il Canada viene informato delle trattative.Pochi giorni prima che Luca e Edith vengano liberati, il politico locale maliano si reca nuovamente nel Paese vicino. E’ lui che tiene le fila della complessa trattativa e riesce a far accelerare gli eventi. Conclusa la missione, torna discretamente a Bamako, la capitale del Mali, dove informa le autorità canadesi che i giovani saranno liberati da lì a poco”.
Serge Daniel aggiunge: “E’ stato altrettanto importante scegliere il luogo del rilascio, secondo una persona vicina alle trattative, la base ONU di Kidal sembrava il posto ideale per tutti i convenuti, in quanto i caschi blu di MINUSMA erano in grado di identificare e mettere immediatamente in sicurezza la coppia. Un luogo non consono avrebbe potuto irritare le parti avverse, con il reale rischio che tutto sarebbe potuto andare a monte”.
In ottobre Rémi Dandjinnou, portavoce del governo burkinabé, in un’intervista trasmessa dalla RAI, aveva assicurato che i due italiani e la canadese erano vivi. Nello stesso periodo il ministro candese per gli Affari esteri, Chrystia Freeland, durante un comizio elettorale aveva annunciato: “Edith è viva ma le indagini sono assai complicate e quindi è opportuno non dare notizie e dettagli che potrebbero danneggiare la vita dell’ostaggio”. Era tempo di elezioni in Canada e come si sa bene i politici spesso in campagna elettorale non sono il massimo della sincerità. La ministra parlava di Edith ma è logico pensare che la notizia riguardava anche Luca.
Sappiamo che l’Italia e il Canada sono sempre stati informati delle trattative. Non sappiamo se e quale ruolo abbia avuto il nostro Paese in tutto questo.
Nel frattempo ci sono altri ostaggi occidentali nel Sahel. Tra loro un altro italiano, Pierluigi Maccalli, sacerdote, rapito nel Niger nel settembre 2018, Jeffery Woodke, un operatore umanitario statunitense, sequestrato nello stesso Paese, Jörg Lange, un altro operatore umanitario tedesco, anche lui catturato in Niger nell’aprile 2018, un medico australiano, Arthur Kenneth Elliott, sequestrato con la moglie – poi rilasciata dopo un mese – nel Burkina Faso.
Ma la lista non finisce qui: Gloria Cecilia Narvaez Argoti, una suora colombiana è stata portata via con la forza nel febbraio 2017 nel Mali, e ancora altre due donne, una svizzera e una francese, sono ancora in mano ai loro aguzzini. Sophie Pétronin, operatrice umanitaria francese è stata rapita la vigilia di Natale 2016 a Gao, mentre Béatrice Stockly, una missionaria della Chiesa Metodista, di nazionalità svizzera è stata sequestrata i primi di gennaio del 2016. Nel settembre 2018 sono stati rapiti un indiano e un sudafricano.
“Dopo un’attenta valutazione con i Paesi partecipanti e le nazioni ospitanti, è stata decisa la cancellazione dell’esercitazione Obangame Express 2020 rispondendo così allo sforzo globale per contenere l’espansione del nuovo coronavirus (COVID-19) e minimizzare l’esposizione del personale Usa e delle nazioni partner al virus”.
Con una nota emessa il 14 marzo, l’U.S. Africa Command con sede a Stoccarda (Germania), in accordo con il Comando delle forze navali Usa in Europa e della VI Flotta di stanza a Napoli, ha reso noto l’annullamento dell’esercitazione multinazionale prevista nel Golfo di Guinea dal 20 al 28 marzo.
Golfo di Guinea
“Noi continuiamo a mantenere la massima attenzione sull’evoluzione del COVID-19 e stiamo prendendo gli interventi appropriati per proteggere le nostre truppe e quelle dei partner africani”, ha dichiarato il generale Stephen J. Townsend, comandante di U.S. Africa Command. “Possiamo ridimensionare o cancellare un’esercitazione, ma continueremo a far di tutto per assicurare ai militari in Africa ciò di cui loro hanno bisogno. U.S. Africa Command continuerà a valutare e adeguare le finalità delle sue attività in modo da assicurare la necessaria protezione sanitaria e prevenire la diffusione del virus”.
L’annullamento di Obangame Express giunge un paio di giorni dopo la decisione del Comando dell’esercito Usa in Europa di non sospendere la maxi-esercitazione Defender Europe in Germania, Polonia e Repubbliche baltiche, nonostante l’esplosione pandemica del Coronavirus nel vecchio continente, prevedendo solo una rimodulazione dei war games e una “riduzione” del numero dei militari statunitensi da impiegare (in precedenza era previsto il trasferimento in Europa di 20.000 unità).
Obangame Express si tiene annualmente in Africa occidentale ed è una delle tre più importanti esercitazioni che gli Stati Uniti svolgono nel continente. Essa viene pianificata “per sviluppare la cooperazione regionale, la prontezza della risposta navale, lo scambio delle informazioni e le capacità d’interdizione tattica per migliorare le qualità delle nazioni partecipanti contro ogni attività illegale in mare”.
All’edizione 2020 era prevista la presenza di oltre 3.000 militari provenienti da 33 paesi di Africa, Europa e America, 102 unità di superficie e 12 velivoli aerei “per ‘addestramento congiunto nelle tattiche anti-pirateria, sicurezza energetica, contro la pesca illegale e il contrasto ad ogni traffico illecito”. In preparazione dell’esercitazione adesso abortita, erano già stati trasferiti nel Golfo di Guinea il cacciatorpediniere lanciamissili “USS Carney” della Marina militare Usa, il pattugliatore oceanico “Amazonas” del Comando navale del sud-est del Brasile e il pattugliatore d’altura “Audaz” dell’Armada spagnola.
Quest’ultimo, partito da Cartagena, ha effettuato nelle settimane scorse diversi scali tecnici a Noadibou (Mauritania), Accra e Sekondi (Ghana), Douala (Camerun), Walvis Bay (Namibia), Luanda (Angola), Port Gentil (Gabon), Lagos (Nigeria), Dakar (Senegal) e Praia (Capo Verde).
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