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Colpo di Stato militare in Mali: arrestati il presidente Keita e il primo ministro Cissé

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 agosto 2020

Il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keita, e il primo ministro, Boubou Cissé, sono stati arrestati dai militari maliani. La notizia è stata battuta poco fa da Serge Daniel il corrispondente di Radio France International.

Secondo alcuni testimoni, verso le 08.00 di stamattina ora locali, si sono sentiti spari provenienti dalla base militare delle forze armate maliane Soundiata Keïta a Kati, una manciata di chilometri dalla capitale. Nel campo è dislocata una delle più importanti guarnigioni della nazione.

Soldati maliani in rivolta

I militari hanno chiuso tutte le vie di accesso della cittadina e le due strade che portano a Bamako. Già poco prima i mezzogiorno diverse rappresentanze diplomatiche avevano consigliato di non lasciare le proprie abitazioni.

Anche nel momento in cui andiamo in rete la situazione alla base militare è ancora piuttosto confusa. Sembra comunque che a capo della rivolta ci sia un gruppo di ufficiali che, per questioni di sicurezza, avrebbero arrestato alcuni alti gradi militari.

Altri testimoni hanno riferito che questa mattina si sono sentiti colpi di fucile anche nel campo della guardia nazionale al centro di Bamako e una gran via vai di vetture. Il ministero della Difesa non ha voluto rilasciare dichiarazioni per ora, ha solamente smentito che è in atto una rivolta dei militari.

Corrispondenti stranieri e reporter locali hanno fatto sapere che questa mattina gli uffici della Radio-TV di Stato (ORTM) sono stati evacuati per mettere in sicurezza il personale. E in tarda mattinata un folto gruppo di giovani si è radunato in Place de l’Indépendance, epicentro delle contestazioni dal 5 giugno scorso.

Alcuni media locali hanno anche parlato di arresti eccellenti, come il ministro degli Esteri, Tiébilé Dramé, quello dell’Economia, Abdoulaye Daffé, e il presidente dell’Assemblea nazionale, Moussa Timbiné. Mentre il presidente Ibrahima Boubacar Keita si sarebbe rifugiato nel campo di MINUSMA (la missione dell’ONU in Mali), ma finora nessuna di queste notizie è stata confermata ufficialmente.

Il presidente mariano Ibrahim Boubacar Keita
Ibrahim Boubacar Keita, rieletto presidente del Mali

Nel pomeriggio la CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), che da settimane tenta una mediazione tra il governo e il Movimento 5 Giugno (raggruppa membri della società civile e partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato dall’imam Mahmoud Dicko n.d.r.), ha rilasciato un comunicato nel quale esprime con fermezza la sua opposizione a qualsiasi cambiamento politico anti-costituzionale. Un messaggio analogo è stato battuto su twitter dal rappresenta degli Stati Uniti nel Sahel, Peter Pham: “Gli USA si oppongono a un cambiamento politico anti-costituzionale nel Mali, sia che esso venga effettuato dai manifestanti, sia dai militari”.

Poche ore fa anche il portavoce del Movimento 5 Giugno, Issa Kaou Djim, ha fatto sapere che spera che presto la situazione si chiarisca e che possa risolversi in modo legale. “Siamo tutti maliani e vogliamo una soluzione democratica”, ha aggiunto.

Leader dell’insurrezione dei militari sembra essere il colonello Malick Diaw, capo di Stato maggiore della 3a regione militare di Kati.

Malick Diaw, uomo forte della rivolta militare

Lo Stato maggiore delle forze armate maliane è ora in mano alla guardia nazionale sotto il commando del colonello Sadio Camara, ex direttore della scuola militare di Kati, che tempo fa ha frequentato un corso di addestramento in Russia.

Moussa Faki Mahamat, presidente della commissione dell’Unione Africana ha condannato severamente l’arresto del presidente maliano Keita, del primo ministro e di altri membri del governo e ha chiesto la loro liberazione immediata.

Dal canto suo il presidente francese Emmanul Macron la avuto colloqui telefonici con i suoi omologhi del Niger (Mahamadou Issoufou), Costa d’Avorio (Alassane Ouattara) e Senegal (Macky Sall); ha espresso il suo pieno appoggio alla mediazione in corso da parte degli Stati dell’Africa Occidentale.

Occorre ricordare che recentemente è stata lanciata la task force Takuba che in lingua tuareg significa “spada”.

Al raggruppamento di forze speciali europee fortemente voluto dalla Francia, dovrebbe partecipare anche l’Italia con mezzi militari e 200 uomini.

A Bamako la folla accoglie i militari con entusiasmo

La gente è confusa, molti sono preoccupati, altri hanno paura. Ricordano il colpo di Stato del 2012, iniziato proprio nel campo di Kati, che dovrebbe proteggere la capitale Bamako. Allora i soldati avevano impugnato le armi perchè non c’erano munizioni a disposizione per combattere il nemico. In quel periodo oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti.

Dopo la rivolta alla base nel 2012, i militari sono scesi nella capitale, hanno occupato gli uffici della Radio e TV di Stato e qualche ora dopo hanno annunciato il golpe, spodestando l’allora presidente Amadou Toumani Touré. L’uomo forte dell’epoca era il capitano Haya Sanogo.

Notizia in aggiornamento

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Libano: un solo condannato militante di Hezbollah per l’omicidio Hariri

Africa ExPress
L’Aja, 19 agosto 2020

Uno dei quattro accusati di aver ucciso a Beirut nel 2005 l’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, è stato condannato ieri  dal tribunale speciale dell’ONU per il Libano. Si tratta di Salim Ayyash. Assieme agli altri – Assad Sabra, Hassan Oneissi e Hassan Habib Merhi, prosciolti – tutti del gruppo militante sciita Hezbollah, è stato processato in contumacia perché Hezbollah si è rifiutato di rivelare il luogo dove si trovano gli imputati.

L’uccisione di Rafik Hariri, uno dei più importanti politici musulmani sunniti del Libano, ha causato indignazione in tutto il Paese. La sentenza arriva in un momento di profonda crisi politica in Libano.

Il verdetto del Tribunale speciale per il Libano (STL) – un organismo internazionale con sede nei pressi dell’Aja, in Olanda – è arrivato più di 15 anni dopo l’uccisione di Hariri, avvenuta il 14 febbraio 2005, morto insieme ad altre 21 persone nell’enorme esplosione nella capitale, Beirut.

Rafik Hariri

“Accettiamo il verdetto del tribunale e vogliamo che sia fatta giustizia”, ha detto l’ex primo ministro Saad Hariri, aggiungendo che vuole “una giusta punizione” per i criminali. Hariri ha detto che coloro che hanno assassinato suo padre volevano “cambiare il volto del Libano e del suo sistema e la sua identità civile” e ha detto che non ci sarà “nessun compromesso” su questa questione.

Ha aggiunto che comunque si aspettava che dal processo emergessero maggiori informazioni. “Credo che le aspettative di tutti fossero molto più alte di quelle emerse, ma credo che il tribunale sia uscito con un risultato soddisfacente”, ha dichiarato ai giornalisti.

I quattro membri della milizia iraniana e del partito politico Hezbollah sostenuti dall’Iran sono stati accusati di aver organizzato e portato a termine l’attacco, anche se il gruppo non è stato formalmente accusato e ha negato qualsiasi coinvolgimento. Stessa cosa per Teheran che alla fine è risultata essere estranea all’attacco.

Incastrato dal cellulare

Ayyash è stato giudicato colpevole di cospirazione per aver commesso l’ atto terroristico, che ha ucciso Hariri, e altre 21 persone e di aver tentato di ucciderne altre 226 sempre in quell’attentato del 14 febbraio 2005.

L’attentato del 14 febbraio 2005

Secondo i giudici le prove hanno dimostrato che Ayyash era in possesso di uno dei sei telefoni cellulari usati dalla squadra che ha assassinato Hariri. L’omicidio del miliardario uomo d’affari e politico ha fatto sprofondare il Libano in quella che allora era la sua peggiore crisi dai tempi della guerra civile del 1975-90, ponendo le basi ad anni di scontri tra fazioni politiche rivali.

Le forze siriane, stanziate in Libano per più di 40 anni, sono state costrette a ritirarsi dal Paese, poiché molti libanesi hanno accusato Damasco dell’attentato. Per altro il governo di Bashar al-Assad ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Gli altri tre imputati sono stati assolti, mentre un quinto uomo – Mustafa Badreddine, comandante dell’ala militare di Hezbollah – è stato ucciso in Siria nel 2016. I procuratori lo avevano descritto come “organizzatore generale dell’operazione” per assassinare Hariri.

Niente  prove contro Hezbollah

Il presidente del tribunale, David Re, ha anche chiarito  che non c’erano prove dirette che implicassero la leadership di Hezbollah o di uno dei suoi sostenitori, la Siria, nell’attentato. La Corte ha però scoperto che l’omicidio è stato motivato politicamente: “E’ stato un atto di terrorismo progettato per causare paura nella popolazione libanese”.  Poi ha aggiunto leggendo il verdetto: “Il tribunale ha provato oltre ogni ragionevole dubbio che un attentatore suicida abbia innescato l’esplosione”.

Il cratere creato dalla bomba piazzata per assassinare Rafik Hariri

Il tribunale ha scagionato i dirigenti di Hezbollah e della Siria per mancanza di prove. “Siamo del parere che la Siria e Hezbollah possano aver avuto motivi per eliminare Hariri e alcuni dei suoi alleati politici”, ha detto Re. “Tuttavia, non c’erano prove che la leadership di Hezbollah fosse coinvolta nell’omicidio e non ci sono prove dirette del coinvolgimento siriano”.

Hezbollah ha costantemente negato qualsiasi coinvolgimento. Il tanto atteso verdetto è stato ritardato dall’esplosione devastante al porto di Beirut due settimane fa, che ha portato alle dimissioni del governo, già contestato da mesi di proteste per il crollo della moneta e l’alto tasso di disoccupazione.

Africa ExPres
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Notte di ferragosto da campione per ugandese: batte record sui 5mila metri

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
17 agosto 2020

E’ uno dei “piedipiatti” più veloci dell’Uganda. No, dell’Africa. Anzi, del pianeta. Insegue i record, non i fuorilegge. Non arresta nessuno, “cattura” medaglie d’oro.

Il I dicembre 2019 a Valencia, Spagna, ha stabilito il primato mondiale sui 10 mila metri in 26’38”.

Il 29 agosto 2019 ha dominato i 5 km al meeting di Zurigo della Diamond League, la più prestigiosa competizione internazionale di Atletica.

Il 6 ottobre 2019 è divenuto campione mondiale sui 10 mila metri a Doha, in Qatar.

Il 16 febbraio scorso ha fissato il record dei 5mila metri su strada, a Monaco (Principato) con il tempo di 12’51”.

L’ugandese oshua Kiprui Cheptegei, vincitore dei 5.000 metri a Monaco

La notte di Ferragosto, il 14 scorso, sempre a Monaco, ha ottenuto il miglior tempo di sempre sui 5 mila metri in pista con uno strabiliante 12’35’36”. “Una velocità pazzesca”, ha commentato il sito super specializzato LetsRun. “Superman”, lo ha definito la BBC. “Principe” di Montecarlo, lo ha incoronato la Gazzetta dello Sport.

Corri, poliziotto, corri. Ufficialmente, infatti, sarebbe solo un agente scelto del Dipartimento sportivo della Polizia Ugandese

Il suo nome, non sconosciuto neppure ai nostri lettori, è Joshua Kiprui Cheptegei, 23 anni, nato il 12 settembre 1996 a Kopchorwa, 1800 metri d’altezza in Uganda orientale. E’ lui ad aver demolito il record sui 5 mila metri piani che durava da 16 anni 2 mesi e 14 giorni. Era stato l’etiope Kenenisa Bekele, oggi trentottenne, a fermare, il 31 maggio 2004, i cronometri e a stupire il mondo dell’atletica, in 12’37’35”.

L’altra notte nello stadio Louis II di Monaco , durante un meeting della Diamond League 2020, è stato Cheptegei a spostare il limite umano con un passo e una agilità che hanno lasciato tutti a bocca aperta.

Chi è interessato può guardare la sua corsa su https://www.worldathletics.org/news/feature/joshua-cheptegei-world-5000m-record-monaco.

A un occhio anche distratto non sfuggirà come l’atleta ugandese abbia doppiato qualcuno dei suoi 14 avversari. Un’abitudine che non ha perso. Nel 2015, all’età di 18 anni, Joshua era studente di lingue e letteratura all’università avventista Bugema. Durante gli Eastern Africa University Games, che si svolgevano alla Uganda Christian University di Mukono (centro Uganda) si impose sui 10 mila metri doppiando il secondo e il terzo concorrente.

“Monaco è un posto speciale per me – ha commentato Joshua dopo l’impresa di Ferragosto –. Uno di quei luoghi dove poter battere il record mondiale. C’è. però, voluto un cambio di mentalità per conservare le motivazioni quest’anno in cui tutti siamo stati costretti a stare in casa a causa della pandemia”.

Cheptegei ha infatti trascorso il lockdown, seguito dal suo allenatore olandese, Addy Ruiter, a Kapchorwa, borgo natale anche di un’altra celebrità mondiale: Stephen Kiprotic, (già guardia carceraria), medaglia d’oro alla maratona delle Olimpiadi di Londra nel 2012.

Joshua Cheptegei

E’ stato bello e brutto allenarsi, non in Olanda dove risiedo, ma vicino alla mia famiglia e alla mia comunità – ha dichiarato il religiosissimo Cheptegei a World Athletics.com –. Mi ha consentito di trascorrere molto tempo con i miei, anche se ho sofferto molto l’assenza delle gare. Le competizioni sono il mio sangue. Mi sono dedicato al giardinaggio ma soprattutto a rimettere a nuovo la scuola primaria compresa l’imbiancatura delle pareti”. Per fortuna, lo scarso numero di casi di Covid 19 in Uganda gli ha consentito la ripresa degli allenamenti già due mesi fa e di arrivare, quindi, preparato alla sfida al record mondiale.

E’ stato invece complicato raggiungere l’Europa a causa delle restrizioni negli spostamenti. Ci sono voluti 3 giorni e mezzo di viaggio da Kampala in Costa Azzurra con sosta di 22 ore a Istanbul. Tutto grazie a un volo charter organizzato nientemeno che dal presidente ugandese, Yoweri Kaguta Museveni. Il lungo estenuante viaggio, il clima caldo e umido della notte monegasca, il fatto di aver corso mezza gara da solo, senza le cosiddette lepri non gli hanno impedito dal centrare l’obiettivo cui puntava da 16 mesi: battere il primato dell’etiope Bekele.

E ora? “Voglio conoscere quali siano i miei limiti, intendo dominare la pista per i prossimi anni, devo inseguire ancora uno o due record mondiali…”

Corri, poliziotto, corri. Continua la tua caccia.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Dalla droga alla medaglia d’oro: ai mondiali di atletica a Londra l’Africa sbaraglia tutti

Tempi duri per i rampolli dell’ex presidente angolano: inflitti 5 anni a dos Santos junior

Africa ExPress
16 agosto 2020

José Filomeno dos Santos, figlio dell’ex presidente angolano, Eduoardo dos Santos, è stato condannato dalla Corte suprema di Luanda, la capitale del Paese, a 5 anni di prigione. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Joao da Cruz Pitra, che lo ha ritenuto responsabile di frode e traffico di influenze illecite.

Insieme al figlio dell’ex presidente sono stati giudicati anche altri tre complici: l’ex governatore della Banca Nazionale angolana, Valter Filipe da Silva, l’ex direttore dello stesso istituto, António Samalia Bule, e Jorge Gaudens Sebastiao, uomo d’affari e amico di José Filomeno. A loro la Corte ha inflitto pene da 4 a 6 anni di detenzione.

José Filomeno dos Santos, secondogenito dell’ex presidente dell’Angola

I reati sono stati commessi mentre José Filomeno era presidente del fondo statale petrolifero, incarico affidatogli dal padre nel 2013; il nuovo presidente, João Lourenço gli ha tolto l’importante poltrona all’inizio del 2018.

Il rampollo di casa dos Santos è sotto i riflettori della giustizia angolana da marzo 2018. Alla fine di settembre dello stesso anno per diversi mesi è stato posto in detenzione preventiva  per la gravità delle accuse che gli erano state contestate: frode, appropriazione indebita di fondi, traffico di influenze illecite, riciclaggio di denaro, associazione criminale, corruzione.

Da sinistra a destra:
Isabel, Eduardo e José Filomeno dos Santos

Durante il processo è stato appurato il trasferimento di cinquecentomila dollari su un conto svizzero, mentre José Filomeno era presidente del fondo statale petrolifero. La somma in questione era depositata presso la banca centrale di Luanda ed è stata versata su un conto di una delle succursali londinesi del Credito Svizzero nel settembre 2017, poco dopo l’insediamento del nuovo presidente Lorenço. Le autorità britanniche avevano congelato i cinquecento milioni di dollari perché sospettavano che dietro questa transazione ci fosse un illecito.

Venerdì scorso la sorellastra di José Filomeno, Isabel dos Santos, da mesi sotto inchiesta per sottrazione di fondi pubblici, ha lasciato il consiglio di amministrazione di UNITEL (maggiore operatore di telefonia mobile in Angola) compagnia della quale detiene il 25 per cento delle azioni.

João Lourenço, presidente dell’Angola

Secondo la rivista specializzata Forbes, la fortuna personale di Isabel è stimata in più di 2 miliardi di dollari. La donna, oggi 46enne, è stata anche a capo delle compagnia statale del petrolio, Sonangol. L’ex presidente, con un colpo da maestro, aveva fatto fuori tutto il consiglio d’amministrazione della società per piazzare la figlia sul ponte di comando. Lourenço, appena eletto, senza perdere tempo, ha rimosso immediatamente la “principessa” dalla Sonangol.

Da gennaio la giustizia angolana ha sequestrato in via cautelare i conti bancari e gli attivi delle società di Isabel dos Santos e del marito Sindika Dokolo, un collezionista d’arte di origini congolesi, figlio del miliardario banchiere e collezionista di arte africana classica, Augustin Dokolo e di Hanne Kruse, danese.

A febbraio, dietro richiesta del governo angolano, anche il Portogallo ha congelato dozzine di conti appartenenti a Isabel. La donna respinge tutte le accuse, ma intanto a giugno è stata respinta la richiesta di dissequestro dei suoi beni.

Africa ExPress
@africexp

João Lourenço, il nuovo presidente dell’Angola, silura Isabel dos Santos

Angola, Isabel Dos Santos sulle orme del padre: congelati i beni mira alla presidenza

 

“Basta posti di comando ai figli”: pugno di ferro contro la corruzione in Angola

Burkina Faso: ammazzato il grande Imam di Djibo, schierato contro i terroristi

Africa ExPress
15 agosto 2020

E’ stata ritrovata poche ore fa la salma di Souaibou Cissé, il grande imam di Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali.

L’anziano leader religioso è stato sequestrato martedì scorso vicino a Tiléré, che dista solo 4 km da Djibo, mentre viaggiava su un tassì condiviso con altre persone. Il 73 enne imam, che è anche presidente della comunità musulmana della provincia di Soum nella regione del Sahel, proveniva dalla capitale Ouagadougou, quando alcuni individui armati hanno fermato il veicolo e controllato l’identità dei passeggeri. I presunti terroristi hanno portato via solo l’imam, lasciando liberi tutti gli altri viaggiatori. Il prelato è stato assassinato a poca distanza dal luogo del suo rapimento.

Grande imam di Djibo, Burkina Faso, assassinato

Alcuni familiari di Cissé hanno raccontato ai reporter di Radio France International che nel 2017 l’imam si era salvato per un pelo da un tentato omicidio. Individui non meglio identificati avevano sparato diversi colpi contro la sua casa. In seguito a questo incidente, l’abitazione era stata messa sotto protezione dalla gendarmeria locale. All’inizio dell’anno però la sorveglianza era stata revocata.

Sul suo account twitter la presidenza burkinabè ha condannato il vile atto. Finora nessuno ha rivendicato l’assassinio. L’imam si è sempre schierato contro gli attacchi dei terroristi che da anni rendono instabile tutta la zona  Ormai le aggressioni da parte dei miliziani affiliati a vari gruppi terroristi non si contano più.

E proprio a Djibo è stato rapito nel 2016 il medico australiano Ken Elliott insieme alla moglie Jocelyn. La consorte è stata liberata pochi giorni dopo, mentre l’ultraottantenne dottore è ancora nelle mani dei miliziani di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che, dopo il rilascio della donna hanno confermato la propria responsabilità.

Africa ExPress
@africexp

Rilasciata ultraottantenne australiana rapita da Al Qaeda in Burkina Faso

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Mozambico, jihadisti occupano porto di Mocimboa vicino a giacimenti di gas

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 agosto 2020

Il porto di Mocimboa da Praia, è stato occupato dai jihadisti che presumibilmente appartengono ad Al Sunnah wa-Jama. È successo mercoledì 12 agosto quando le Forze armate mozambicane, che difendevano la città l’hanno dovuta abbandonare per mancanza di munizioni.

Momenti di una delle battaglie contro i jihadisti a Cabo Delgado
Momenti di una delle battaglie contro i jihadisti a Cabo Delgado

Pesante offensiva jihadista

L’offensiva jihadista, secondo dati dell’ong ACLED, è iniziata la sera del 5 agosto attaccando tre villaggi a una decina di km a sud-est di Mocimboa. Le case sono state saccheggiate e date alle fiamme e rapiti un numero imprecisato di abitanti. All’alba del giorno seguente hanno assaltato la periferia della città.

In aiuto ai militari mozambicani sono intervenuti gli elicotteri del Dyck Advisory Group (DAG) da febbraio ingaggiati del governo mozambicano. Per i due giorni successivi sono continuati sporadici scontri tra Forze di sicurezza e gli insorti che hanno attaccato anche alcune segherie cinesi.

Africa australe. Nella mappa la capitale del Mozambico, Maputo e Mocimboa da Praia (Courtesy GoogleMaps)
Africa australe. Nella mappa la capitale del Mozambico, Maputo e,  2.700km a nord, Mocimboa da Praia (Courtesy GoogleMaps)

Il 9 agosto, secondo i media mozambicani, gli insorti avevano il controllo di parti della città di Mocimboa da Praia e delle strade principali a ovest e a nord verso Palma. La battaglia, a tratti cruenta, è durata sei giorni. Secondo Voice of America nelle Forze mozambicane si contano 55 morti e 90 feriti e l’affondamento – con una granata – di un HV32 Interceptors, imbarcazione della marina militare mozambicana. Maputo conferma l’uccisione di almeno 59 terroristi. La violenza dei gruppi jihadisti di Cabo Delgado, secondo ACLED, dall’inizio dell’anno al 1 agosto ha colpito Mocimboa da Praia ben 25 volte. È il maggior numero di attacchi in un solo sito di cui tre volte in pochi mesi.

Ministro della Difesa smentisce occupazione del porto: “Dietro il terrorismo c’è ISIS”

La conferma del coinvolgimento dell’ISIS a Mocimboa da Praia viene da Jaime Neto, ministro della Difesa del Mozambico. “Nonostante l’enorme perdita di uomini e materiale bellico a causa dello Stato islamico, le Forze di difesa hanno dimostrato bravura e coraggio, spirito di sacrificio e alto morale di combattimento”. Lo ha detto nella brevissima conferenza stampa del 12 agosto alle ore 18 su TV Moçambique, l’emittente di stato, lasciando spazio a due sole domande dei giornalisti.

Jaime Neto, ministro mozambicano della Difesa, alla conferenza stampa del 13 agosto
Jaime Neto, ministro mozambicano della Difesa, alla conferenza stampa del 13 agosto

“Il nemico è rimasto nell’area e ha ricevuto rinforzi con attrezzature e uomini provenienti da basi esterne al territorio nazionale. I terroristi non controllano niente, la situazione è sotto controllo e le nostre Forze armate stanno resistendo”. Il ministro ha invitato la popolazione a non divulgare false notizie (boatos) e immagini scioccanti “per rispettare il ricordo dei nostri caduti”.

Anche la Tanzania contro i jihadisti

E mentre la violenza jihadista diventa sempre più pesante, anche la Tanzania ha deciso di muoversi. Le Forze armate tanzaniane di stanza nel sud del Paese lanceranno una “caccia all’uomo” nelle foreste delle regioni che confinano con il Mozambico.

I giacimenti nel Bacino del Rovuma sono tra i più grandi del pianeta e le major petrolifere presenti hanno investito circa 47 mld di euro. La produzione di gas ENI dovrebbe iniziare nel 2022 con 3,4 milioni di tonnellate l’anno mentre quella di Total partirebbe nel 2024.

Filipe Nyusi si fa garante con il Banco mondiale

Il porto di Mocimboa da Praia è strategico perché molto vicino ai giacimenti di gas dove operano le major petrolifere. A Palma, una sessantina di km a nord di Mocimboa da Praia, c’è il quartier generale di Total ed ExxonMobil. È sempre più chiaro che ai terroristi di Al Sunnah interessano quei giacimenti di gas. Lo avevano annunciato in un editoriale su al-Naba, voce dell’ISIS e l’occupazione del porto di Mocimboa conferma le intenzioni del Califfato. E mentre a Cabo Delgado la guerra continua, il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, garantisce al Banco Mondiale che l’insurrezione non minaccia lo sfruttamento del gas.

Sandro Pintus
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Il mercenario Dyck: “Fermiamo jihadismo in Mozambico o colpirà l’intera regione”

Mozambico, violenza jihadista: 1300 morti e 250mila sfollati, e l’esercito chiede il pizzo

Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

 

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

Gas Mozambico, ENI assembla il liquidatore galleggiante: nel 2022 inizierà a produrre

Mozambico, weekend di terrore: morti e feriti per attacco jihadista a impianti gas

Oltre ai jihadisti, epidemia di colera nel Nord del Mozambico: almeno 20 morti

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

In Mali la folla ancora in piazza insiste:”Il presidente deve dimettersi”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 agosto 2020

Dopo una pausa di due settimane per i festeggiamenti dell’Aïd (festa del sacrificio), migliaia di manifestanti sono tornati in piazza a Bamako, la capitale del Mali.

La pioggia non ha scoraggiato i maliani. Una grande folla si è radunata attorno a Place de Indépendance, epicentro delle contestazioni nella capitale, per chiedere ancora una volta e sempre con maggior determinazione le immediate dimissioni del presidente Ibrahim Boubacar Keita.

Manifestazione a Bamako dell’11 agosto 2020

Molti sono venuti anche da altre città del Paese. Un giovane di Timbuktu, antica città del nord, conosciuta anche con il nome di “Perla del deserto”, si è lamentato delle condizioni di vita nel nord: “Manca tutto, non abbiamo strade, per non parlare dell’insicurezza che aumenta di giorno in giorno. Il primo ministro Boubou Cissè ha fatto un sacco di promesse di fronte ai notabili del luogo e ai rappresentanti di MINUSMA (Missione dell’ONU in Mali, presente dal 2013 con 13.289 militari e 1.920 agenti di polizia, ndr), ma è un bugiardo, dopo un anno non è stato fatto nulla. Siamo punto e daccapo”.

Il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta

Il Movimento 5 giugno, che raggruppa membri della società civile e partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato dall’imam Mahmoud Dicko, non demorde.

Martedì sono saliti sul palco diversi leader del Movimento, l’opposizione tutta accusa il presidente di aver messo in piedi un sistema oligarchico e plutocratico. E in un documento firmato congiuntamente è stato precisato tra l’altro: “Il popolo del Mali ha diritto alle stesse attenzioni delle quali godono i cittadini boukinabé, gambiani, algerini, libanesi nei confronti di dirigenti corrotti e senza visione costruttiva” e ancora “Questo modo di gestire ha portato il Mali sull’orlo del baratro e ha compromesso la stabilità nel Sahel e nella subregione”.

L’influente imam Dicko ha preso la parola per ultimo sul palco. “Bisogna ridare dignità e onore ai maliani”. E ha aggiunto: “Anche se non abbiamo apprezzato il modo con il quale è stato gestito l’intervento della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), li ringraziamo del loro gesto. Ma ora è giunto il momento di parlare tra noi maliani. Anche se il presidente non ci ascolta, capirà. Giuro davanti a Dio: capirà, ma non dobbiamo avere fretta. Vinceremo in modo pacifico”.
E infatti, questa volta anche la manifestazione si è svolta senza incidenti.

Dall’altro canto la CEDEAO continua le trattative per contribuire a una soluzione della profonda crisi che affligge l’ex colonia francese. Goodluck Jonathan, ex presidente nigeriano e a capo della missione dell’Organizzazione economica, mercoledì scorso ha incontrato a Nioro, nella parte occidentale del Paese, Bouyé Haïdara, personaggio molto influente della vita politica maliana.

Goodluck Jonathan, ex presidente della Nigeria, capo delegazione CEDEAO in Mali

Finora non sono trapelati particolari dettagli dell’incontro. Il notabile, un religioso della zona, ha solamente sottolineato che l’attuale crisi può essere risolta esclusivamente con il dialogo e ha promesso che parlerà ai fedeli in tal senso nella sua prossima predica, prevista per venerdì prossimo”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dura repressione in Mali: la condanna dell’ONU e dell’Unione Africana

Dura repressione in Mali: la condanna dell’ONU e dell’Unione Africana

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Petroliera si incaglia alle Mauritius: disastro ambientale nel paradiso terrestre

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 agosto 2020

“Che disastro, ho il cuore spezzato”, sono le parole di migliaia e migliaia di mauriziani che, in tanti, si sono precipitati sul luogo del disastro per aiutare a contenere la marea nera che si stava riversando in mare dalla Wakashio.

La petroliera giapponese Wakashio

La lotta contro la fuoriuscita dell’olio combustibile dalla petroliera giapponese Wakashio, battente bandiera panamense, che si è arenata a Point d’Esny, nel sud dell’Isola di Mauritius, conosce un attimo di tregua. Le squadre di soccorso ambientali giunte da Francia – quelle dal Giappone sono in arrivo – sono riuscite a bloccare il riversamento in mare del combustibile. Ora bisogna ripulire le spiagge e il mare. Ma la preoccupazione degli esperti non è finita; rimane il rischio che la nave, lunga 300 metri potrebbe spaccarsi in due e provocare una seconda catastrofe. Ecco perchè si cerca di svuotare quanto prima i serbatoi del natante.

La cisterna più grande è stata svuotata delle ultime 2.500 tonnellate di idrocarburi; ora bisogna concentrarsi sugli altri serbatoi contenenti ancora 200 tonnellate di gasolio, per evitare che fuoriescano. Le immagini satellitari mostrano la terribile entità del disastro: almeno mille tonnellate di greggio si sono già riversate in mare, una volta cristallino e ritenuto un paradiso terrestre, visitato da migliaia di turisti ogni anno.

Ora si teme un ulteriore blackout dell’industria turistica, già gravemente in crisi a causa della pandemia. Lo scorso anno il business dei visitatori ha prodotto oltre 1,6 miliardi di dollari e rappresentano una delle maggiori entrate dell’arcipelago.

“Pesci morti in ogni dove, granchi, uccelli marini sono già ricoperti di olio e non siamo in grado di recuperarli tutti per poterli ripulire”, ha detto Vikash Tatayah, direttore di Mauritian Wildlife Foundation, un’organizzazione non governativa.

Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza. Durante una conferenza stampa il ministro della Sanità, Kailesh Jugatpal, ha rassicurato la popolazione: “Non ci sono sostanze tossiche nell’aria” e ha aggiunto che il servizio sanitario nazionale è comunque preparato e pronto ad accogliere i pazienti che hanno subito una sovraesposizione al carburante.

Un portavoce della Mitsui OSK Lines, società operativa della MV Wakashio, ma il cui armatore è un’altra compagnia giapponese, la Nagashiki Shipping, ha presentato le sue scuse a tutta la popolazione delle Mauritius e ha promesso l’invio di squadre di soccorso, non appena il team avrà effettuate i test contro il coronavirus. “Faremo tutto ciò che è nelle nostro possibilità per proteggere l’ambiente e mitigare gli effetti dell’inquinamento”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mauritius rivendica le isole Chagos davanti alla Corte internazionale dell’Aja

Ghana: linciata a morte 90enne accusata di stregoneria da un prete feticista

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes

12 agosto 2020

Akua Denteh aveva 90 anni. Sperava di vivere in tranquillità i suoi ultimi anni a Kafana, Savannah, la più grande delle 9 regioni del Ghana, dopo una vita di fatica nei campi e a crescere i numerosi figli.

Ma non è andata così, dopo essere stata accusata di stregoneria da un prete feticista è stata bastonata, picchiata a morte da due donne della sua comunità.

ghana accusata di stregoneria
Akua Denteh, donna accusata di stregoneria, linciata a morte

Il santone ha ammesso senza alcuna vergogna che, secondo lui, la donna era la fonte di tutti guai della cittadina, costringendo la fragile vecchietta a sfilare nelle strade del centro, per poi essere torturata a morte di fronte a tutti.

Le violenze subite da Akua hanno suscitato indignazione in tutto il Ghana, il governo, la società civile, organizzazioni per la difesa dei diritti umani, ma anche semplici cittadini hanno condannato a gran voce questo atto barbarico. La morte in diretta della vittima è stata ripresa in un video e postato su diversi social network.

Ma non è un fatto isolato. In passato altre ghanesi hanno subito la stessa sorte di Akua. Solo sei anni fa una mamma di tre bambini, accusata di diavoleria, ritenuta colpevole della malattia di un bimbo, è stata dapprima picchiata, poi bruciata viva. E nel 2010 una 72enne è morta nelle stesse circostanze.

ghana accusata di stregoneria
Le “streghe” del Ghana

Nel nord del Ghana centinaia di donne vengono regolarmente accusate da parenti o vicini di stregoneria e sono costrette a fuggire dalle loro comunità e rifugiarsi nei cosiddetti “campi delle streghe“. Si stima che 800 donne, forse più, vivano attualmente in questi accampamenti in condizioni di estrema povertà, senza speranza di poter ritornare a una vita normale.

Ora la famiglia di Akua ha chiesto giustizia per la loro congiunta. I familiari hanno sporto denuncia anche contro il capo-villaggio, perchè lo ritengono co-responsabile della morte della donna. La polizia finora non ha effettuato alcun arresto; un portavoce ha fatto sapere che bisogna attendere la fine delle indagini per capire chi è direttamente o indirettamente coinvolto nel pubblico assassinio della vecchietta, la cui salma attende ancora la sepoltura in una cella frigorifero dell’ospedale di Salaga.

Nel nord del Ghana esistono ancora almeno 6 “campi delle streghe”, alcuni di questi sono sorti oltre un secolo fa. Nel 2014 le autorità di Accra avevano prospettato la distruzione di questi luoghi, porre fine a credenze popolari e ai maltrattamenti nei confronti delle vittime. Il programma del governo prevedeva anche la reintegrazione nelle comunità.

Finora uno solo di questi campi è stato raso al suolo, poi le autorità hanno dovuto sospendere il piano, in quanto le “streghe” si sono rifiutate di tornare a casa, nei loro villaggi, per paura di dover subire nuove violenze da parte dei concittadini.

ghana accusata di stregoneria
Donna con il suo bambino in un “campo delle streghe” in Ghana

Nelle riserve per “streghe” non sono confinate solo donne anziane, spesso anche giovani vedove, ma ragazze madri, a volte in compagnia dei loro figli piccoli, tutti costretti a vivere in condizioni più che precarie. E come spesso accade, sono i bambini le vere vittime di questa assurda situazione: denutriti, senza accesso all’istruzione e alle cure mediche. Solo alcune associazioni e ONG portano un po’ di sollievo a queste comunità escluse dal resto del mondo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Terrore dei vampiri in Malawi: l’ONU ritira il suo staff dal sud del Paese

Malawi: la caccia continua terrorizza gli albini che ora chiedono di espatriare

Ribelli, mercenari, Paesi stranieri voraci: così il Centrafrica affonda

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 luglio 2020

Il Tesoro statunitense ha imposto sanzioni contro Bi Sidi Souleymane, alias Sidiki Abbas, capo del gruppo ribelle 3 R (Retour, Réclamation et Réhabilitation) centrafricano e ha congelato tutti i suoi beni negli USA. In precedenza anche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha applicato misure simili nei confronti di Souleyman, compreso il divieto di viaggio.

Apparso per la prima volta sul teatro della guerra civile in Centrafrica nel 2015, l’obiettivo del raggruppamento 3R è quello di proteggere i fulani, pastori seminomadi, per lo più musulmani, dagli attacchi degli anti-balaka (vi aderiscono per lo più cristiani e animisti). E Souleymane è un fulani di origine camerunense, fuggito dal suo Paese perchè in contrasto con il governo di Paul Biya, presidente del Camerun, il cui esercito gli dà la caccia da anni.

Bi Sidi Souleymane, leader dei ribelli 3R

Già nel 2016 l’organizzazione Human Rights Watch aveva accusato il raggruppamento ribelle di crimini terribili in Centrafrica, in particolare nell’area di Bocaranga, a 500 chilometri dalla capitale Bangui, dove già all’epoca 17mila persone sono fuggite dalle loro abitazioni. Il gruppo ha sempre giustificato i propri attacchi come risposta a quelli degli anti-balaka contro i fulani.

Nel febbraio 2019 il leader di 3R ha firmato l’ennesimo trattato di pace in Sudan insieme a altri 13 gruppi ribelli e al suo ritorno a Bangui gli è stato persino assegnato la poltrona di “consigliere militare speciale” presso il gabinetto del primo ministro. Ma ciò non gli ha impedito di proseguire le aggressioni, di seminare morte tra la popolazione civile e militare. E poco meno di un mese fa i ribelli hanno attaccato un convoglio di MINUSCA – Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana – nella prefettura nord-occidentale di Nana-Mambéré, uccidendo un casco blu e ferendo altri due.

Il Paese in ginocchio da anni di guerra civile, è molto ricco di giacimenti minerari, che fanno gola a molti Paesi, in particolare alla Russia, che da diversi anni ha rafforzato la sua presenza nella ex colonia francese. Insieme alle armi, da Mosca sono arrivati militari (una trentina fanno parte anche di MINUSCA), ma sopratutto mercenari del gruppo Wagner, contractors al servizio del governo di Putin, sono uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate russe e ex sovietiche .

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Ma la collaborazione fra Cremlino e Centrafrica va oltre: il consigliere per la sicurezza del presidente Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della protezione personale del capo di Stato, inoltre una quarantina di uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

In cambio Mosca gode di licenze per lo sfruttamento minerario. E sembra che una nuova sia in arrivo. Proprio in questi giorni la società canadese Axmin, quotata in borsa, ha denunciato che il governo di Bangui ha ritirato le autorizzazioni per la miniera aurifera di Ndassima, nella regione di Bambari, al centro del Paese.

Axmin, attiva dal 2006 in Centrafrica, lamenta che destinatario della nuova concessione sarà probabilmente una società amica di Mosca e spunta il nome di Midas Ressources, compagnia ancora poco conosciuta nell’ambiente. Dal suo sito internet, aperto solo poco più di un anno fa, si evince che Midas Ressources è specializzata nella produzione di diamanti, oro, rame e cromo.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Il gruppo di esperti dell’ONU, incaricato di sorvegliare l’embargo sulle armi – alleggerito grazie all’intervento della Russia in Consiglio di Sicurezza – nel suo rapporto pubblicato a metà luglio lamenta la presenza di combattenti stranieri. Parecchi scontri e attacchi sarebbero stati alimentati proprio grazie all’arrivo di armi e mercenari dall’estero, in particolare dal Sudan.

Nel fascicolo degli esperti del Palazzo di Vetro viene citato anche un italiano, un certo Elio Ciolini, alias Bruno Lugon, molto vicino all’estrema destra e con precedenti giudiziali. Tempo fa Ciolini aveva ottenuto un incarico dall’ufficio della presidenza di Bangui. Il faccendiere italiano è stato destituito dalle sue funzioni a giugno, accusato tra febbraio e aprile di aver cercato di rovesciare il governo centrafricano. Ora è in stato di arresto con l’accusa di atti sovversivi.

Centrafrica: i bambini, le vittime di un’assurda guerra

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (fanno parte per lo più miliziani di fede musulmana) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016. E ora si avvicinano nuove elezioni, previste per la fine di quest’anno e, tra i candidati per la poltrona più ambita del Paese spunta di nuovo Bozizé.

La popolazione è allo stremo da anni di conflitti interni. La situazione umanitaria desta sempre grande preoccupazione. Su una popolazione di 4,8 milioni di abitanti, 1,2 milioni di bambini si trovano in uno stato di estrema necessità, tra questi 5.779 piccoli sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione grave, 2,6 milioni di persone abbisognano di aiuti umanitari. Il numero degli sfollati interni è sempre molto elevato,sono poco meno di 660.000, mentre oltre 629.000 hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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