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Agguato nella riserva delle giraffe in Niger: massacrati 6 francesi e 2 nigerini

Africa ExPress
9 agosto 2020

Doveva essere una piccola gita fuoriporta per sei operatori umanitari della dell’Organizzazione francese ACTED, operativa in molti Paesi per prestare assistenza alle persone vulnerabili. La loro meta, la riserva delle giraffe di Kouré, che dista solamente una sessantina di chilometri dalla capitale nigerina Niamey, è stata invece teatro di una terribile mattanza.

Otto persone – due di nazionalità nigerina e sei francesi
– sono state brutalmente ammazzate oggi nel sud-ovest del Niger.

Niger, Parco delle Giraffe

Turisti di tutto il mondo vengono a visitare le giraffe; Niamey non aveva mai considerato l’area a alto rischio e il parco viene sorvegliato solamente dagli agenti del servizio delle Acque e Foreste, nessuna presenza di gendarmi.

Eppure sul sito del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri francese, il parco è indicato come “zona arancione”, vale a dire le visite sono sconsigliate, salvo che per ragioni indispensabili, di forza maggiore.

Parigi ha confermato la morte dei suoi connazionali. Le notizie che giungono dagli inquirenti sono ancora frammentarie, ma dalle prime indagini sembra che un gruppo di uomini armati, giunti sul posto con motociclette, abbia sparato con fucili automatici contro il veicolo della ONG, un Land Cruiser, che in seguito è stato incendiato. Una delle vittime nigerine era l’autista, il secondo la guida degli operatori umanitari.

Una fonte locale ha riferito che una terza persona di nazionalità nigerina sarebbe riuscita a scappare, poi  raggiunta dai probabili terroristi e ammazzata. Ma anche questa notizia è ancora tutta da verificare e Tidjani Ibrahim, governatore della regione Tillabéri finora ha parlato “solo” di 8 morti.

L’attacco ha avuto luogo a poca distanza dal posto di controllo delle guardie del parco, attorno alle 11.30 questa mattina.

Non si escludo che gli aggressori siano miliziani di un nuovo gruppo ancora poco conosciuto, affiliato ai terroristi di Stato islamico nel Grande Sahara. Il raggruppamento di recente formazione opera da qualche tempo in una zona un po’ più a nord rispetto alla riserva delle giraffe. “Ma è possibile che abbiano allargato il loro campo d’azione”, ha riferito una fonte che ha preferito mantenere l’anonimato.

Il modus operandi di questo attacco ha qualche similitudine con quello avvenuto nel maggio 2019 nel parco di Pendjari. Allora furono sequestrati due francesi e la loro guida fu ammazzata. Pochi giorni dopo, con un blitz delle teste di cuoio di oltralpe, furono liberati insieme a una turista americana e un’altra sud-coreana.

Aggiornamento ore 21.00

La ONG francese ha fatto sapere che sette vittime lavoravano per ACTED, l’autista nigerino e sei francesi. E Frédéric Roussel, cofondatore dell’associazione ha precisato: “Sono state brutalmente ammazzate otto persone, quattro donne e quattro uomini di un’età compresa tra i 25 e 50 anni”.

Militari, forze dell’ordine nigerine e uomini dell’operazione francese Barkhane – presenti in tutto il Sahel con oltre 5.000 uomini – sono ora nel parco e nelle aree adiacenti per dare la caccia agli aggressori.
Sta prendendo sempre più piede la pista del terrorismo e il coinvolgimento dello Stato Islamico per il Grande Sahel. Mentre GSIM (Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans) ha già fatto sapere nella serata di ieri di non essere coinvolto nell’attacco; ovviamente restano aperte anche altre ipotesi.
Una persona sospetta arrestata ieri sera, è attualmente nelle mani degli agenti dell’antiterrosismo.

Africa ExPress
@africexp

Burkina Faso, blitz dei francesi (due morti) per liberare quattro ostaggi dei terroristi

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

L’esplosione di Beirut causata da una bomba atomica tattica al porto

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica Mistretta
8 agosto 2020
ENGLISH VERSION

L’informazione arriva ad Africa ExPress da una fonte militare autorevole e prestigiosa che proprio perché esposta vuole restare anonima: “La causa dell’esplosione che la sera del 4 agosto ha devastato Beirut è stata provocata da un’arma nucleare tattica stoccata al porto”. La detonazione ha provocato un potentissimo spostamento d’aria che ha distrutto interi quartieri della capitale libanese e il boato è stato udito a parecchi chilometri di distanza, perfino a Cipro.

Gli ordigni chiamati “tattici”, rispetto alle armi nucleari strategiche che tutti conosciamo, hanno una potenza nettamente inferiore, a volte pari a un solo kilotone, molto inferiore a quello sganciato su Hiroshma alla fine della seconda guerra mondiale, che ne aveva 15.

Il loro scopo è quello di effettuare attacchi mirati provocando un numero ridotto di vittime ed evitando così una risposta termonucleare da “The day after”. Messo al bando dall’amministrazione Obama, il programma delle armi nucleari tattiche è stato riavviato da Donald Trump.

Esplosione a Beirut bomba

Dell’ipotesi riferita dalla nostra fonte non c’è alcuna traccia nelle dichiarazioni ufficiali. Le autorità libanesi fino a due giorni fa parlavano di incidente dovuto a oltre 2750 tonnellate di nitrato di ammonio e fuochi di artificio immagazzinati nel porto.

Ma i video che hanno ripreso da ogni angolazione l’esplosione mostrano inequivocabilmente un muro di aria compressa che ha distrutto e travolto ogni cosa al suo passaggio e che difficilmente può spiegarsi con lo spostamento provocato dalla detonazione del nitrato d’ammonio.

Ieri il presidente del Libano, Michel Aoun, per la prima volta non ha escluso la possibilità di un’interferenza esterna nella catastrofe “mediante missile, bomba o altra azione”.

Gli ha fatto eco il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che ha ammonito: “I responsabili saranno trattati come collaboratori del nemico”. A parlare di attacco è stato più volte anche il presidente americano Trump, smentito, come da prassi, dal suo stesso staff.

Secondo la nostra fonte l’ordigno tattico nucleare, imbarcato su un aereo proveniente dall’Iran, sarebbe stato consegnato all’aeroporto di Beirut pochi giorni prima dell’esplosione. Al porto della capitale libanese, dove l’arma sarebbe stata subito trasferita, Hezbollah avrebbe a disposizione un terminale dove stoccherebbe, indisturbato, materiali bellici in arrivo da Teheran: i container non subirebbero alcun controllo da parte delle autorità doganali locali. Una notizia, quest’ultima, che trova riscontro in un pezzo pubblicato il 6 agosto dal Jerusalem Post. 

Esplosione a Beirut bomba

La fonte ha spiegato che l’arrivo di questo ordigno nucleare tattico a Beirut altro non sarebbe se non uno dei classici “segreti di pulcinella”: chi doveva sapere, sapeva, ma era deciso a tacere, anche all’interno del contingente italiano che, al porto di Beirut, è presente per accogliere l’arrivo dei materiali destinati alla missione internazionale Unifil. L’esplosione adesso rischia di cambiare le carte in tavola nello scacchiere mediorientale.

Impossibile non tornare a quello stranissimo episodio che si è svolto la sera del 23 luglio nei cieli della Siria, in prossimità della base americana di Al Tanf.

Inizialmente, alle 21.20, la Tv di stato iraniana parla di un caccia israeliano che in quel momento sta intercettando minacciosamente il volo Mahan Air 1152 decollato da Teheran e diretto a Beirut. Poi, dopo qualche minuto, la versione cambia: il jet, forse un F-15, sarebbe americano. Del caccia con la stella di David non parla più nessuno. L’aereo della Mahan Air atterra regolarmente all’aeroporto di Beirut in tarda serata e Teheran nelle ore successive si rivolge all’Onu perché monitori la situazione nel corso del volo di rientro nella capitale iraniana. Solo due giorni fa, dopo l’esplosione a Beirut, le autorità di Teheran hanno chiesto all’Onu di prendere provvedimenti contro gli Stati Uniti per l’intercettazione dell’aereo Mahan Air da parte di due jet a stelle e strisce.

La compagnia iraniana fa regolare scalo a Beirut: cosa trasportava il volo 1152 di così importante da rischiare di scatenare un teatro di guerra? Sarebbe questo l’aereo che ha scaricato nella capitale libanese l’ordigno tattico nucleare? La nostra fonte non è stata in grado di darci una conferma, anche se non lo ha escluso. Ma è chiaro che il paese impegnato a fermare le consegne di armi in Libano e Siria è Israele.

Il governo libanese ha messo in piedi un comitato investigativo per indagare sulla terribile esplosione e i suoi responsabili. Sull’onda delle proteste che stanno dilagando in queste ore nella capitale in macerie, si è dato cinque giorni di tempo per dare una risposta. Ne sono già passati due.

Intanto, altri tre grossi 747 iraniani sono atterrati a Beirut tra il 5 e il 6 agosto. Molti libanesi adesso dubitano che abbiano portato aiuti umanitari. La tensione è alle stelle e la gente comune nella capitale non è più disposta a tacere.

Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com – monica.mistretta@gmail.com
twitter: @malberizzi @monicamistretta @africexp 

The Explosion in Beirut Caused by a Tactical Atomic Bomb Stored at the Port

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi and Monica Mistretta
August 9th 2020
VERSIONE ITALIANA

The information arrives to Africa ExPress from a trusted military source that wants to remain anonymous: “The cause of the explosion that devastated Beirut on the evening of August 4 was caused by a tactical nuclear weapon stored at the port. The detonation caused a very powerful air movement that destroyed entire districts of the Lebanese capital and the roar was heard several kilometers away, even in Cyprus.

The devices called “tactical”, compared to the strategic nuclear weapons that we all know, have a much lower power, sometimes equal to a single kiloton, much lower than the one dropped on Hiroshma at the end of the Second World War, which had 15 kilotons.

Their purpose is to carry out targeted attacks causing a reduced number of casualties and thus avoiding a thermonuclear response from “The day after”. Banned by the Obama administration, the tactical nuclear weapons program was restarted by Donald Trump.

There is no trace of the hypothesis reported by our source in the official statements. Until two days ago, the Lebanese authorities spoke of an accident involving over 2750 tonnes of ammonium nitrate and fireworks stored in the port.

But the videos that recorded the explosion from all angles unequivocally show a wall of compressed air that destroyed and overwhelmed everything as it passed and which can hardly be explained by the displacement caused by the detonation of ammonium nitrate.

Yesterday, the President of Lebanon, Michel Aoun, for the first time did not rule out the possibility of external interference in the disaster “by missile, bomb or other action”.

He was echoed by the Secretary-General of Hezbollah, Hassan Nasrallah, who warned: “Those responsible will be treated as collaborators of the enemy”. It was also American President Trump who spoke of the attack several times, denied, as usual, by his own staff.

According to our source, the tactical nuclear device, embarked on a plane from Iran, was delivered to Beirut airport a few days before the explosion. At the port of the Lebanese capital, where the weapon was immediately transferred, Hezbollah has at its disposal a terminal where it would store, undisturbed, war materials arriving from Tehran: the containers would not undergo any control by the local customs authorities. A news, the latter, which finds confirmation in an article published on the 6th August, by the Jerusalem Post.

The source explained that the arrival of this tactical nuclear bomb in Beirut would be none other than one of the classic “open secrets”: those who had to know, knew, but were determined to remain silent, even within the Italian contingent which, at the port of Beirut, is present to welcome the arrival of the materials destined for the international Unifil mission. The explosion now risks changing the cards on the table in the Middle East chessboard.

It is impossible not to go back to the very strange episode that took place on the evening of 23 July in the skies of Syria, near the American base of Al Tanf.

Initially, at 9.20 p.m., the Iranian state TV reported an Israeli fighter aircraft that was threateningly intercepting the Mahan Air 1152 flight from Tehran to Beirut. Then, after a few minutes, the version changes: the jet, perhaps an F-15, would be American. Nobody talks about David’s star fighter anymore. Mahan Air’s plane lands regularly at Beirut airport late in the evening and Tehran in the following hours turns to the UN to monitor the situation during the return flight to the Iranian capital.

Only two days ago, after the explosion in Beirut, the authorities in Tehran asked the UN to take action against the United States for the interception of the Mahan Air plane by two star-spangled jets.

The Iranian company makes regular stopovers in Beirut: what was carrying flight 1152 so important that it risked triggering a theatre of war? Would this be the plane that unloaded the tactical nuclear bomb in the Lebanese capital? Our source has not been able to give us confirmation, although he has not ruled it out. But it is clear that the country committed to stopping arms deliveries to Lebanon and Syria is Israel.

The Lebanese government has set up an investigative committee to investigate the terrible explosion and those responsible. In the wake of the protests that are spreading at this time in the capital in rubble, it has given itself five days to respond. Two days have already passed.

Meanwhile, three other large 747 Iranians landed in Beirut between 5 and 6 August. Many Lebanese now doubt whether they brought humanitarian aid. Tension is soaring and ordinary people in the capital are no longer willing to remain silent.

Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com – monica.mistretta@gmail.com
twitter: @malberizzi @monicamistretta @africexp

Il mercenario Dyck: “Fermiamo jihadismo in Mozambico o colpirà l’intera regione”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 agosto 2020

“La posta in gioco è estremamente alta ma le forze di difesa del Mozambico sono impreparate e con risorse insufficienti. Dobbiamo muoverci rapidamente”. Lo ha detto il colonnello Lionel Dyck, responsabile del Dyck Advisory Group (DAG) in un’intervista di Hannes Wessels, pubblicata su ‘Africa Unautharised’. DAG sono i contractor che operano a Cabo Delgado contro i jihadisti di Al Sunnah wa-Jama affiancando l’esercito mozambicano.

Mutilazioni dei corpi e atti di cannibalismo

Alcune delle atrocità commesse sono diverse da qualsiasi cosa abbia mai visto prima. E ho visto molte guerre, in molti luoghi diversi” – continua il colonnello. “Il massacro che ha seguito l’attacco al posto di polizia di Quissanga ha comportato la mutilazione dei corpi, il taglio degli arti e crediamo che gli aggressori abbiano mangiato alcune parti del corpo”.

Lionel Dyck, 76 anni, con esperienza trentennale anche nelle Forze speciali dell’esercito zimbabwiano, conosce il Mozambico e l’Africa Australe e sa di cosa parla. “Nonostante la barbarie, questo nemico è organizzato, motivato e ben equipaggiato. Se non lo fermiamo, si diffonderà rapidamente a sud e sarà una catastrofe per l’intera regione”.

Dyck Advisory Group è presente a Cabo Delgado dal febbraio scorso. Ha sostituito i russi del Wagner Group nel nord del Mozambico. I mercenari russi erano a Cabo Delgado grazie agli accordi tra il presidente Filipe Nyusi e il suo omologo russo Vladimir Putin. Dopo varie perdite sul campo senza conoscere il territorio, i russi sono stati costretti a rinunciare alla missione contro i gruppi jihadisti di Al Sunnah.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga

DAG conosce bene il Mozambico

Il colonnello Dyck e la sua DAG, con sede in Sudafrica, sono una vecchia conoscenza di Nyusi. Durante la guerra civile in Mozambico hanno aiutato le Forze armate mozambicane contro i ribelli RENAMO guadagnando la fiducia del FRELIMO, il partito di Nyusi. Poi i contractor di Lionel Dyck, nel 2013, sono stati chiamati da Maputo per combattere il bracconaggio, sempre più diffuso nel sud del Paese.

Ora, con un contratto appena rinnovato per altri tre mesi, DAG continua la guerra che Maputo, dall’ottobre 2017, non riesce a fermare. E che è troppo vicina ai giacimenti di gas naturale (GNL-LNG) di ENI, ExxonMobil e Total. Lo fa dal cielo, con notevole successo anche se ha perso un elicottero Gazelle e un aereo leggero Bat Hawk.

Elicottero di fabbricazione francese Gazelle, utilizzato da DAG contro il terrorismo jihadista a Cabo Delgado

Negli ultimi mesi jihadisti più armati e meglio organizzati

Negli ultimi sei mesi la situazione a Cabo Delgado è notevolmente peggiorata: migliore organizzazione jhadista con aumento degli armamenti e intensità degli attacchi. L’ISIS vuole prendersi i giacimenti di gas e ha minacciato il Sudafrica di attacchi jihadisti nel suo territorio se interviene a Cabo Delgado.

Il Sudafrica ha preso molto sul serio le minacce dell’ISIS e tiene d’occhio aree di potenziale infiltrazione jihadista a casa propria. Nel frattempo le Forze armate sudafricane (SANDF) stanno scaldando i motori e attendono solo l’ordine da Pretoria per l’intervento nel Mozambico settentrionale. Se Nyusi lo dovesse richiedere ufficialmente.

Ma alla fine il grosso problema è uno solo: oggi le Forze armate mozambicane non sono in grado di vincere la guerra a Cabo Delgado. Nonostante Nyusi abbia chiesto aiuto ai Paesi vicini non sa quanto può fidarsi del Sudafrica. Secondo il sito ‘Africa Intelligence’, ci sono tensioni tra Maputo e Pretoria e il Mozambico non vuole condividere informazioni di intelligence su Cabo Delgado.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Isis minaccia il Sudafrica: “Se aiutate il Mozambico veniamo da voi”

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ENI si rafforza in Mozambico con nuove acquisizioni nel settore del gas naturale

Libia: missioni UE e UN fallite e il ministro Guerini a Tripoli per l’accordo anti migranti

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
7 agosto 2020

Migliaia di morti e inaudite violazioni dei diritti umani, un conflitto “interno” con sempre più numerosi attori armati provenienti da mezzo mondo, ma l’Italia mantiene stabile la sua partnership con il Governo di Accordo Nazionale e promette di potenziare gli aiuti militari alle autorità libiche.

Lo scorso 5 agosto, il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini si è recato in visita ufficiale in Libia per incontrare il Presidente del Consiglio del GAN Fayez al Sarraj e le principali autorità politiche e militari locali. Ad accompagnare Guerini, a riprova della rilevanza del meeting bilaterale, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, il Direttore dell’AISE, Giovanni Caravelli, e il responsabile del Comando Operativo di Vertice, Luciano Portolano.

Il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, al suo arrivo a Tripoli

“Nel corso degli incontri a Tripoli si sono consolidate e definite nuove forme di collaborazione tra Italia e Libia nel settore della Difesa”, riporta la nota stampa del Ministero. “Siamo pronti a lavorare fin da subito a un nuovo slancio della cooperazione bilaterale”, ha dichiarato il ministro Guerini al Presidente Sarraj. “In questi anni abbiamo profuso sforzi importanti per sviluppare una collaborazione civile e militare con le autorità locali che svilupperemo con rinnovato impegno. Per questa ragione, la nostra presenza in Libia rimane un impegno prioritario, sulla strada della pacificazione e del riassetto istituzionale che tutti auspichiamo”.

Sempre secondo quanto riportato dall’Ufficio stampa del Ministero della Difesa, le nuove iniziative di cooperazione militare riguardano innanzitutto la bonifica e lo sminamento degli ordigni, “richiesta dalla Libia ai nostri specialisti”. Nelle scorse settimane, le forze armate italiane avevano già consegnato al Genio militare dell’Esercito libico uno stock di metal detector per l’individuazione di mine e materiale esplodente, assicurando inoltre il supporto tecnico alle operazioni libiche di sminamento nelle aree a sud di Tripoli.

“Si è prevista inoltre l’implementazione della collaborazione medico sanitaria, in aggiunta all’attività già esistente a Misurata, ospedale che verrà spostato in un’area più funzionale”, spiega il Ministero della Difesa. “Anche sul piano della formazione si è definito un nuovo piano di addestramento per cadetti, ufficiali e sottufficiali libici in Italia e in Libia, a partire dal nuovo anno accademico”. Tra i temi al centro del colloquio tra il ministro Lorenzo Guerini e il Premier libico Fayez al Sarraj anche la costituzione di un “comitato misto” italo-libico quale “organo di governance di livello strategico della cooperazione militare per rafforzare ulteriormente il legame tra i due Paesi”.

Nel corso della missione in Libia, il responsabile del dicastero ha pure incontrato il personale della Marina militare imbarcato nell’unità di trasporto costiero “Nave Pantelleria” in rada a Tripoli e il Comandante della Missione italiana di Assistenza e Supporto in Libia (MIASIT), Maurizio Fronda. MIASIT ha lo scopo di fornire assistenza e supporto al Governo di Accordo Nazionale, alle forze armate e alla Guardia costiera libica, prioritariamente nel “contrasto al terrorismo e ai flussi migratori illegali”. Attualmente la Missione di Assistenza e Supporto in Libia vede il dispiegamento di 400 militari, 142 mezzi terrestri, 2 aeromobili e le unità navali del dispositivo nazionale Mare Sicuro.

Sempre in Libia, personale della Guardia di finanza opera nell’ambito della Missione bilaterale di assistenza alla Guardia costiera della Marina militare libica. La “cooperazione” si è già concretizzata con la consegna di 4 unità navali veloci, più relative attività di manutenzione, rifornimento e addestramento dei militari libici. La Guardia di finanza partecipa inoltre alle operazioni di pattugliamento costiero dei libici contro le imbarcazioni di migranti e ha inviato a Tripoli una “nave scuola” per la formazione dei militari della Guardia costiera.

Lo scorso anno, nel quadro di una più ampia attività di cooperazione nei settori del “contrasto al traffico di esseri umani e al contrabbando”, i finanzieri italiani hanno accresciuto il numero degli interventi di manutenzione del naviglio a disposizione del Paese nord-africano, impiegando sino ad una cinquantina di militari specializzati e 3 pattugliatori navali per il trasporto di materiali e parti di ricambio. Per il 2020 sono previste ulteriori attività addestrative e di mantenimento dell’efficienza delle unità navali “anti-migranti”.

La Polizia di Stato partecipa invece alla missione EUBAM Libya (European Union Border Assistance Mission in Lybia), di “assistenza alla gestione integrata delle frontiere” e “creazione di strutture statali di sicurezza, dell’applicazione della legge e della giustizia penale e di smantellamento delle reti della criminalità organizzata coinvolte nel traffico di migranti, nella tratta di esseri umani e nel terrorismo in Libia e nella regione del Mediterraneo centrale”. Il gravissimo scenario socio-politico che si registra in Libia, specie in questi ultimi mesi, conferma il totale fallimento di questa costosa operazione UE. Altrettanto fallimentare la Missione UNSMIL (United Nations Support Mission in Lybia), voluta dalle Nazioni Unite per un “possibile cessate il fuoco” tra le parti e il rafforzamento della governance del regime di Al Serray. L’Italia assicura a UNSMIL un proprio alto ufficiale con una spesa annuale di 121.548 euro.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Annegati 40 migranti al largo delle coste della Mauritania: un solo superstite

Africa ExPress
7 agosto 2020

Una nuova sciagura del mare ha tolto la vita a una quarantina di persone. Un solo superstite di nazionalità guineana.

Un fonte della sicurezza mauritana ha fatto sapere che il giovane è stato trovato sulla spiaggia di Nouadhibou, nel nord-ovest della Mauritania, al confine con il Sahara Occidentale. Il sopravvissuto ha raccontato che lui e i suoi compagni di viaggio si erano imbarcati in Marocco per raggiungere le Isole Canarie (Spagna), situate nell’oceano Atlantico al largo dell’Africa nord-occidentale.

Naufragio al largo delle coste della Mauritania

A detta del superstite, il naufragio si sarebbe consumato in acque internazionali. “Il motore ha avuto dei problemi, nessuno è venuto a soccorrerci. Allora ci siamo buttati in mare, credo che i miei compagni siano tutti annegati. Sono il solo sopravvissuto”, ha detto il ragazzo dal suo letto in ospedale.

Alla fine dello scorso anno sono morti 60 migranti lungo la stessa rotta. Negli anni 2000 il percorso dell’Africa dell’ovest era l’itinerario preferito – sia via terra che per mare – per raggiungere l’Europa. Allora piccole imbarcazioni, chiamate battelli-tassì, andavano a prendere i migranti nei porti d’imbarco nel Golfo di Guinea. E le Isole Canarie, che distano solo un centinaio di chilometri dalle coste marocchine erano considerate la porta d’entrato dell’Europa.

Poi, grazie alle nuove politiche sull’immigrazione adottate dalla Spagna, il flusso si è notevolmente ridotto e il centro per migranti di Nouadhibou è stato chiuso. Da un paio d’anni la rotta occidentale è stata parzialmente “riattivata”, vista la drammatica situazione che si creata in Libia.

Solo quest’anno lungo questa rotta sono state recuperate le salme di oltre 180 persone, ma il numero reale dei morti è certamente molto più elevato.

Africa ExPress
@africexp

Capo Verde concede l’estradizione in USA dell’uomo chiave del governo di Caracas

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Isabel Toelgyes
6 agosto 2020

Il faccendiere Alex Saab di nazionalità colombiana, uomo chiave del presidente venezuelano Nicolas Maduro, sarà estradato negli Stati Uniti d’America.

Alex Saab arrestato a Capo Verde

Un tribunale di Capo Verde ha emesso la sentenza il 31 luglio, il verdetto è stato reso noto solamente all’inizio di questa settimana. Saab è stato arrestato il 12 giugno scorso all’aeroporto internazionale di Amilcar Cabral sull’isola di Sal, nello Stato insulare, dove si era fermato con il suo jet privato per fare rifornimento di carburante per raggiungere l’Iran.

Interpol ha diramato da tempo un bollino rosso per Saab, perchè accusato da Washington di essere a capo di una vasta rete di corruzione in stretta collaborazione con il governo di Caracas. Le autorità statunitensi sono convinte che il colombiano diriga la rete dal Venezuela e che abbia trasferito denaro riciclato negli Stati Uniti.

Nicolas Maduro, presidente del Venezuela

La storia inizia nel 2011, quando un facoltoso imprenditore (appunto Saab) firma un contratto assai redditizio con il governo venezuelano per la Gran Misión Vivienda (costruzione di case popolari); all’epoca il presidente era ancora Hugo Chavez. Secondo gli inquirenti, nel biennio 2012-2013 il colombiano avrebbe fatturato 159 milioni di dollari per la fornitura di materiale per la costruzione di abitazioni per i meno abbienti. In tutto avrebbe incassato 3 milioni di dollari solo per materiali edili.

La stessa strategia di appropriazione indebita tramite fatturazioni gonfiate sarebbe stata applicata negli ultimi anni anche per CLAP (distibuzione di aiuti alimentari), un altro progetto leader dell’amministrazione socialista venezuelana.

Con l’estradizione di Saab le autorità di Washington sperano di ottenere maggiori informazioni sulle ingenti somme di denaro distratte dal regime di Caracas. Sembra che il 48enne faccendiere sia stato anche l’intermediario del governo di Nicolas Maduro per altre transazioni poco chiare, come il trasferimento di lingotti d’oro venezuelani verso la Turchia, l’Iran e la Russia.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Maxi operazione antidroga a Capo Verde: sequestrate 9,5 tonnellate di cocaina

 

Tragedia a Beirut: 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio abbandonate per anni

Da Al-Jazeera
Timour Azhari
Beirut, 5 agosto 2020

È stato solo dopo una massiccia esplosione che si è abbattuta su Beirut che la maggior parte della gente in Libano ha saputo delle 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio immagazzinate in un hangar nel porto della città.

La detonazione del materiale – usato nelle bombe e nei fertilizzanti – ha inviato onde d’urto in tutti i quartieri della capitale libanese, uccidendo decine di persone, ferendone migliaia e lasciando gran parte della città un gran casino maciullato.

Per le conseguenze devastanti dell’esplosione, molti libanesi hanno espresso un immenso shock e tanta tristezza per la distruzione e una grande rabbia nei confronti di coloro che hanno permesso che ciò accadesse. L’analisi dei registri pubblici e dei documenti pubblicati online mostrano che gli alti funzionari libanesi sapevano da più di sei anni che il nitrato di ammonio era conservato nell’Hangar 12 del porto di Beirut. Ed erano ben consapevoli dei pericoli che comportava.

Decine di persone sono rimaste uccise. Ma cos’è accaduto esattamente?  Ecco quello che sappiamo finora.

Il nitrato di ammonio è arrivato in Libano nel settembre 2013, a bordo di una nave cargo di proprietà russa battente bandiera moldava. La Rhosus, secondo le informazioni del sito di tracciamento delle navi, la Fleetmon, era diretta dalla Georgia al Mozambico. Secondo gli avvocati che rappresentano l’equipaggio della nave, il mercantile è stato costretto ad attraccare a Beirut per guasti che sono emersi durante la navigazione.  Una volta riparati i danni i funzionari libanesi hanno impedito alla nave di salpare, così,  alla fine, è stata abbandonata dai proprietari e dall’equipaggio. L’informazione è stata parzialmente confermata dalla Fleetmon.

Il carico pericoloso è stato quindi scaricato e collocato nell’Hangar 12 del porto di Beirut, una grande struttura grigia che si affaccia sulla principale autostrada nord-sud del Paese, all’ingresso principale della capitale.

 Secondo documenti condivisi online, mesi dopo, il 27 giugno 2014, l’allora direttore della dogana libanese Shafik Merhi ha inviato una lettera indirizzata a un “giudice per le questioni urgenti” senza nome, chiedendo di trovare una soluzione per il carico pericoloso,.

Nei seguenti tre anni i funzionari doganali hanno inviato almeno altre cinque lettere – il 5 dicembre 2014, il 6 maggio 2015, il 20 maggio 2016, il 13 ottobre 2016 e il 27 ottobre 2017 – chiedendo istruzioni. Hanno proposto tre opzioni: Esportare il nitrato di ammonio, consegnarlo all’esercito libanese o venderlo alla Lebanese Explosives Company di proprietà privata.

Una lettera inviata nel 2016 notava che non c’era stata “nessuna risposta” da parte del giudice alle loro precedenti richieste.

E così  è stato implorato di nuovo: “Considerato il grave pericolo di tenere stoccate questo materiale nell’hangar in condizioni climatiche non idonee, riaffermiamo la nostra richiesta di chiedere all’agenzia marittima di riesportare immediatamente queste merci per preservare la sicurezza del porto e di coloro che vi lavorano, o di esaminare la possibilità di accettare di vendere questa quantità” alla Lebanese Explosives Company. Anche in questo caso, non c’è stata alcuna risposta.

Un anno dopo, Badri Daher, il nuovo direttore dell’amministrazione doganale libanese, scrive ancora a un giudice. Nella lettera datata del 27 ottobre 2017, Daher lo esorta  a prendere una decisione sulla questione, in considerazione “del pericolo… di lasciare questi beni nel posto in cui si trovano con possibile grave danno per coloro che vi lavorano”. Quasi tre anni dopo, il nitrato di ammonio era ancora nell’hangar.

Una delle lettere di denuncia inviate ai giudici, che non si sono mossi

Il primo ministro libanese Hassan Diab, martedì, ha dichiarato l’esplosione al porto un “grande disastro nazionale” e ha promesso che “tutti i responsabili di questa catastrofe ne pagheranno il prezzo”.

Il presidente libanese Michel Aoun ha definito “inaccettabile” il mancato trattamento del nitrato di ammonio e ha promesso la “punizione più dura” per i responsabili. Ora è stata avviata un’indagine, e la commissione deve riferire le sue conclusioni alla magistratura entro cinque giorni.

Mentre l’esplosione di martedì sembrava essere sbucata dal nulla, molti libanesi si sono affrettati a indicare quelle che ritengono essere le cause profonde: un’immensa cattiva gestione da parte di uno Stato distrutto, gestito da una classe politica corrotta che, secondo loro, tratta gli abitanti del Paese con disprezzo.

Alcuni abitanti di Beirut hanno sottolineato il fatto che questa tragedia sia avvenuta nel porto della città, un servizio pubblico conosciuto localmente come la “Grotta di Ali Baba e dei 40 ladroni”, per l’enorme quantità di fondi statali che sarebbero stati rubati nel corso di decenni.

Le critiche includono l’accusa che miliardi di dollari di entrate fiscali non siano mai arrivati all’erario perché funzionari corrotti sottovalutano il valore delle importazioni con documenti falsi e la sistematica e diffusa truffa usata per sdoganare i container senza pagare le tasse doganali.

“Beirut non c’è più e chi ha governato questo Paese negli ultimi decenni non può farla franca – ha commentato Rima Majed, un attivista politico e sociologo libanese, in un tweet -. Sono criminali e questo è probabilmente il più grande dei loro (troppi) crimini finora”.

Timour Azhari
per Aljazeera

BREAKIG NEWS/Una terribile esplosione a Beirut scuote la città: vittime incalcolabili

BREAKIG NEWS/Una terribile esplosione a Beirut scuote la città: vittime incalcolabili

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Speciale per Africa ExPress
Mohammed Alguzo
4 luglio 2020

Una piccola detonazione  nel porto di Beirut in Libano è stata seguita da una mastodontica  esplosione, che ha provocato un’enorme nuvola di fumo che ha coperto il cielo di tutta laicità.

Resoconti iniziali dell’esplosione portano diverse versioni. Qualcuno ha raccontato che fosse avvenuta un’esplosione in un negozio di fuochi d’artificio, mentre altri hanno riferito di una bomba lanciata da un drone israeliana contro un negozio di armi appartenente a Hezbollah. Secondo un’ulteriore versione, l’ultima, si è trattato di un’esplosione in un serbatoio di gas.

Impossibile per ora un bilancio dell’esplosione. Si ma è saputo che ha perso la vita Nizar Najarian, il segretario del Partito libanese della falange, cioè il partito cristiano”.

Il leader dei drusi Walid Jumblatt e suo figlio sono corsi a casa dell’ex primo ministro Saad Eddin Hariri, per controllare le sue condizioni giacché  l’esplosione è avvenuta accanto alla sua abitazione. Con loro molti leader politici cristiani libanesi. Hariri è il capo politico riconosciuto dei sunniti libanesi figlio di Ibn Rafik Hariri, assassinato oggi nel 2004. Un tribunale internazionale ha accusato dell’omicidio quattro generali della sicurezza libanese, fedeli agli sciiti filoiraniani Hezbollah.

Le perdite economiche e umane non sono ancora quantificate ma sembrano enormi

Secondo il governatore di Beirut, Ziyad Shabeeb, l’esplosione ricorda quella di Hiroshima: decine di persone disperse e un enorme numero di morti e feriti. Le prime dichiarazioni di funzionari libanesi parlano di un’esplosione “prima del suo genere dalla seconda guerra mondiale”. Da Cipro poi hanno confermato che l’esplosione si è sentita anche dall’isola.

Il primo ministro libanese Hassan Diab ha annunciato per domani, giovedì, una giornata di lutto nazionale per onorare le vittime dell’esplosione.Mentre nel frattempo, il ministro degli interni ha diffuso una dichiarazione secondo cui i risultati preliminari dell’indagine sull’esplosione mostrano che sia stata causata da materiali altamente esplosivi che erano stati confiscati anni fa e stoccati in un magazzino. Tesi ripresa dal direttore generale delle dogane secondo cui l’esplosione al porto è stata causata da una fuga di  nitrato d’ammonio.

Dal canto suo il ministro degli Esteri israeliano ha dichiarato che il suo Paese non ha niente  che fare con l’esplosione di Beirut e ha ritenuto naturale che si sia trattato di un incidente.

Il Pentagono ha manifestato la sua preoccupazione per l’esplosione e i danni causati, mentre il Dipartimento di Stato ha invitato i cittadini americani ad allontanarsi dal luogo dell’incidente e ad uscire dalla capitale.

Gravi danni a causa del botto ha riportato l’ambasciata russa, mentre il ministero degli Esteri kuwaitiano ha invitato i suoi cittadini a evitare di lasciare le loro case.

L’emiro del Qatar ha telefonato al presidente libanese Michel Aoun e ha annunciato l’invio immediato di un ospedale da campo. La Croce Rossa libanese ha dichiarato lo stato di emergenza e allarme pubblico.

Hani Shahin, primario di pneumatologia dell’ospedale governativo di Beirut, raccomanda l’uso di mascherine per proteggersi dalle polveri sottili. Finora i feriti sarebbero oltre 2.500, il numero dei morti è in continuo aumento. Inoltre risultano ancora dispersi una decina di vigili del fuoco.

Il nostro Stato maggiore della Difesa ha confermato che tra i feriti c’è anche un militare italiano della missione UNFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Le condizioni del nostro connazionale non destano preoccupazione.

Secondo gli ultimi aggiornamenti rilasciati dalle autorità di Beirut il numero dei morti è salito a 70, mentre i feriti sono oltre 3.000.

L’Osservatorio di sismologia giordano (Jordanian Seismological Observatory) ha fatto sapere che l’esplosione avvenuta nel porto di Beirut ha avuto una capacità sismica equivalente a 4,5 gradi sulla scala Richter

Mohammed Alguzo

Il miliardario Elon Musk: piramidi costruite dagli alieni. Egitto risponde: allucinazioni

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 agosto 2020

Tutto nasce da un tweet del miliardario Elon Musk che qualche giorno fa ha scritto sul social: “Le piramidi sono state costruite dagli alieni, ovviamente”. Un post ritwittato 87mila volte che ha collezionato 545 mila “like”. La provocazione di Musk è continuata con un secondo tweet: “Ramses II lo era”. Una battuta? Forse, ma che ha creato anche un gran polverone mediatico.

Le piramidi della Piana di Giza in Egitto. Elon Musk ha scritto che sono costruite dagli alieni
Le piramidi della Piana di Giza in Egitto. Elon Musk ha scritto che sono costruite dagli alieni

Il miliardario, chissà se consapevole dello scivolone, ha aggiustato il tiro con un terzo tweet. “La Grande Piramide è stata la più alta struttura costruita da esseri umani per 3800 anni – ha scritto, inserendo un link a Wikipedia. E, con un colpo da maestro, ne ha postato un quarto coinvolgendo la BBC: “Questo articolo della BBC fornisce un riepilogo di come è stato costruita”, seguito da link.

La risposta della ministra egiziana della Cooperazione internazionale

I post su twitter hanno risvegliato i fan degli alieni ma non sono piaciuti per niente all’Egitto, giustamente orgoglioso della sua storia plurimillenaria. La risposta al miliardario sudafricano – naturalizzato americano – è arrivata immediatamente dalla ministra egiziana della Cooperazione internazionale, Rania al-Mashat. Sempre via twitter la ministra ha risposto al proprietario di Tesla e Space X: ”Seguo il tuo lavoro con molta ammirazione. Invito lei e Space X a esplorare gli scritti su come sono state costruite le piramidi. E anche a controllare le tombe dei costruttori di piramidi. Signor Musk, la stiamo aspettando”.

L’irritazione dell’egittologo Zahi Hawass

Il risultato è stato che, il giorno successivo, il grande network britannico ha pubblicato un articolo con il botta e risposta tra il miliardario e la ministra egiziana. Non poteva mancare l’intervento del noto egittologo egiziano, Zahi Hawass, e grande studioso delle piramidi. “Ciò che dici sulle piramidi è una vera allucinazione – ha affermato Hawass irritato in un video su Youtube -. Le piramidi sono state costruite dagli egiziani e ti do subito le prove”.

L’egittologo Zahi Hawass risponde irritato al tweet di Elon Musk

Tutte le tombe intorno alla grande piramide menzionano la piramide Khufu e il faraone stesso. All’interno della grande piramide ci sono iscrizioni che ci raccontano degli operai che hanno costruito queste opere. Ho trovato le tombe dei costruttori di piramidi e dicono a tutti che sono egiziani e non erano schiavi. La piramide era un progetto di tutta la nazione. Ramses II era un egiziano di Sharqia e tutta la sua famiglia ha guidato l’Egitto”. E conclude: “Tutto ciò che hai detto è sbagliato e allucinante”.

Elon Musk per quattro giorni sui media internazionali

Intanto, per due giorni, si è parlato del viaggio di ritorno sulla Terra della Space X Crew Dragon di Elon Musk. Il ritorno a casa dei due astronauti della Stazione spaziale internazionale, Bob Behnken e Doug Hurley, è stato un successo. Il primo ammaraggio dal 1975 e, questa volta, con una navicella privata.

Probabilmente Musk ha letto i libri di Peter Kolosimo e gli deve essere piaciuto il film Stargate di Roland Emmerich. Per la polemica degli alieni costruttori delle piramidi innescata dal miliardario, i media hanno parlato di Musk per quattro giorni. Visto come è andata – e il risultato raggiunto – viene da pensare che forse era tutto calcolato dal suo ufficio stampa.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti immagini:
-Vista aerea delle piramidi di Giza e la necropoli, Egitto (12 dicembre 2008) Robster1983 at English Wikipedia
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