Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
3 agosto 2020
Piovono aiuti militari italiani in Libia nonostante l’escalation del conflitto interno e le inaudite violente perpetrate a danno di civili e migranti. Nel corso di una cerimonia tenutasi a Tripoli, il contingente delle forze armate assegnato alla Missione bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia (MIASIT) ha consegnato al Genio militare dell’Esercito libico un lotto di metal detector di produzione italiana. “La donazione si colloca nei compiti assegnati a MIASIT per la stabilizzazione della Libia e che, in questo particolare momento storico, garantisce un supporto tecnico per coadiuvare le operazioni libiche di bonifica e rimozione degli ordigni esplosivi, mine e residui bellici unitamente a sessioni di addestramento specifico a favore degli artificieri addetti alla ricerca e ad attività di monitoring and accompanying”, riporta il Ministero della Difesa italiano.
Maurizio Fronda, a sinistra e Abdul Nasser Ghouman, a destra durante la cerimonia di consegna di metal detector
Alla cerimonia di consegna delle apparecchiature erano presenti il Comandante della Missione bilaterale di Assistenza, generale Maurizio Fronda e i Genieri militari dell’8° Reggimento Guastatori paracadutisti “Folgore” giunto a Tripoli per la formazione del personale libico. Nel ringraziare le autorità italiane per i metal detector, il colonnello Abdul Nasser Ghouman, comandante del Genio Militare, ha ribadito la necessità di rafforzare ulteriormente la collaborazione italo-libica “in termini di formazione, aggiornamento e fornitura di materiali e equipaggiamenti utili”.
MIASIT ha preso il via l’1 gennaio 2018 con lo scopo di fornire assistenza e supporto al Governo di Accordo nazionale libico con sede a Tripoli, riconfigurando, in un unico dispositivo, le attività previste dall’ex Operazione Ippocrate e alcuni compiti di supporto tecnico-manutentivo a favore della Guardia costiera libica. “La nuova missione interforze è intesa a incrementare le capacità delle Forze di Sicurezza libiche in un’ottica di stabilizzazione del paese e di contrasto al terrorismo e ai flussi migratori illegali”, spiega lo Stato Maggiore della Difesa.
Il contingente italiano oltre ad addestrare le forze militari e di sicurezza libiche collabora al ripristino dell’efficienza dei principali assetti terrestri, navali e aerei a disposizione del Governo di Accordo nazionale. Le diverse unità svolgono in particolare compiti di ricognizione, formazione, consulenza, assistenza e supporto, rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), supporto sanitario. Un team opera inoltre a Mitiga (Tripoli) per ripristinare le infrastrutture dell’aeroporto militare.
Attualmente sono impiegati nella Missione di Assistenza e Supporto in Libia 400 militari, 142 mezzi terrestri, 2 aeromobili e le unità navali del dispositivo nazionale Mare Sicuro. Per l’anno in corso, le Camere hanno autorizzato la spesa di 47.856.596 euro (19.896.362 per il personale e 27.960.234 per le attività operative, il supporto logistico, il funzionamento dei mezzi militari, ecc.).
In questi giorni, il governo italiano ha anche reso noto di aver aumentato il proprio contributo economico al Programma Congiunto di Polizia e Sicurezza (PSJP) in Libia, coordinato dall’agenzia delle Nazioni Unite UNDP in partnership con la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e il Ministero della Giustizia libico. Si tratta di un finanziamento aggiuntivo di circa 1,3 milioni di euro, che porta il totale delle risorse provenienti dall’Italia a 2.797.825 euro. Il Programma PSJP ha preso il via nel 2017 ed è volto a “migliorare la fornitura di servizi per la popolazione locale, attraverso una polizia più efficace e orientata alla comunità e servizi di Stato di diritto”. Contribuiscono al programma, insieme all’Italia, Germania, Paesi Bassi e Stati Uniti d’America.
Lo scorso 16 luglio il Parlamento italiano ha inoltre prorogato sino alla fine del 2020 la partecipazione del contingente della Guardia di Finanza e dell’Arma dei Carabinieri alla Missione bilaterale di assistenza alla Guardia Costiera della Marina libica.
Il provvedimento è stato duramente criticato dalle reti antirazziste e dalle organizzazioni non governative che operano in difesa dei diritti umani. “Il rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica ha tristemente riaffermato la complicità del governo italiano ad un sistema di torture e violazioni dei diritti umani”, ha dichiarato la sezione italiana di Amnesty International. “Con l’obiettivo di ridurre il numero di rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa, il nostro Paese continua a non farsi scrupolo di condannare queste persone a morire in mare o a soffrire trattamenti inumani a terra, una volta consegnati ai centri di detenzione libici”.
“La profonda delusione – aggiunge Amnesty – per la riconferma della collaborazione con la cosiddetta guardia costiera libica è aggravata dalla constatazione che tale decisione sia stata presa dal governo italiano nella piena consapevolezza dell’impatto di queste politiche di esternalizzazione sulle vite di migranti e rifugiati: esposti a torture, sfruttamento, violenze, abusi e altre gravi violazioni dei diritti umani; ignorando l’evidenza, recentemente riaffermata anche dalle Nazioni Unite, che la Libia non possa essere considerata un porto sicuro”.
Lager libici
Nel ribadire l’urgenza di proteggere i diritti umani di migranti e rifugiati, Amnesty International Italia ha chiesto al governo Conte di “ritirare il vergognoso memorandum siglato con la Libia, evacuando in un luogo sicuro le persone attualmente trattenute nei centri di detenzione e decretandone la chiusura”. Sono state richieste inoltre risorse adeguate per le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale e l’attivazione di “percorsi sicuri e legali, come ad esempio i corridoi umanitari, per raggiungere l’Europa”.
Sabato mattina alle 04.05 è partito il primo aereo dall’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta, Nairobi Kenya, alla volta dell’Etiopia. Mentre il primo volo proveniente dall’estero, precisamente da Kigali, Ruanda, è atterrato alle 11.30 nella capitale keniota.
Giacchè i voli nazionali sono stati ripristinati a metà luglio, lo scalo aveva chiuso tutti collegamenti internazionali per i passeggeri alla fine di marzo, una delle molte misure adottate per contrastare l’espandersi di Covid-19.
Allan Kilavuka, amministratore delegato di Kenya Airways, ha fatto sapere che la compagnia inizierà a coprire 27 destinazioni, che ben presto diventeranno 30. Magari potremmo aumentare la frequenza di alcuni voli, ma ciò dipende dalla richiesta dei passeggeri”.
Kilavuka a precisato che il 2020 è comunque un anno da dimenticare. Infatti la pandemia ha toccato in modo particolare i bilanci di tutte le compagnie aree e i vettori africani hanno già messo in conto perdite che si aggirano sopra i sei miliardi di dollari.
Il mese scorso Kenya Airways ha licenziato 650 dipendenti tra piloti, personale di cabina, tecnici e staff assunto di recente. “Ci è davvero dispiaciuto dover prendere queste misure. Tutti erano ottimi collaboratori, hanno sempre svolto i loro compiti con professionalità, ma semplicemente non siamo più in grado di pagare i loro stipendi”, ha sostenuto l’amministratore delegato.
La compagnia aerea keniota navigava già in cattive acque ben prima della pandemia. Per il 2019 sono state registrate perdite per 120 milioni di dollari.
La borsa di Nairobi ha sospeso a luglio il trading dei titoli della compagnia di bandiera per tre mesi, in quanto il governo ha presentato in Parlamento un progetto di legge per la nazionalizzazione del vettore keniota.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
2 agosto 2020
Era finita in manette anche Tsitsi Dangarembga, scrittrice zimbabwese, con in tasca una nomination per il prestigioso premio letterario Booker Prize edizione 2020, uno dei più ambiti riconoscimenti letterari internazionali. E’ stata rilasciata ieri sera insieme a altri 11 dimostranti, ma dovranno presentarsi davanti al giudice il 18 settembre, perchè accusata di istigazione alla violenza e violazione delle norme sanitarie volte a arginare Covid-19.
Tsitsi Dangarembga, scrittrice
La sessantunenne scrittrice era stata caricata su un camioncino delle forze dell’ordine insieme a altri manifestanti e portata in un commissariato di polizia di Harare, la capitale dello Zimbabwe. Il governo aveva annunciato giorni prima: “La marcia di protesta annunciata per venerdì è un grave atto di insurrezione”.
Partiti dell’opposizione e organizzazioni della società civile avevano chiesto alla popolazione di scendere nelle piazze e nelle strade per protestare contro la galoppante corruzione e l’inflazione che ha raggiunto il 700 per cento.
Ma il centro di Harare era praticamente deserto, altrettanto quello di Bulawayo, la seconda città dello Zimbabwe. Poliziotti e militari ovunque, impossibile sfilare in massa. Gli organizzatori non si sono arresi e hanno portato avanti la loro protesta pacifica nelle periferie. I più indossavano magliette o portavano cartelloni con la scritta: #ZanuPFMustGo (il partito al potere, Zanu PF se ne deve andare n.d.r.).
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe
Già nei giorni precedenti alla manifestazione alcuni sindacalisti e giornalisti sono stati arrestati. Altri oppositori sono fuggiti, perchè ricercati dalla polizia. Insomma il presidente Emmerson Mnangagwa, al potere dal 24 novembre 2017, dopo la caduta del suo storico predecessore ormai deceduto, Robert Mugabe, non tollera obiezioni. Chi lo contesta finisce in galera.
Tra gli arresti eccellenti c’era anche Fadzayi Mahere, avvocato e portavoce del maggiore partito all’opposizione, Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC). Le forze dell’ordine l’avevano fermata perchè manifestava con un cartellone chiedendo giustizia per i giornalisti sbattuti in galera e l’apertura immediata di un’inchiesta per mettere fine agli scandali di corruzione. E la scrittrice conosciuta a livello internazionale, Tsitsi Dangarembga, aveva fatto la stessa fine di Mahere e altri.
Harare, polizia blocca manifestanti
Venerdì sera molti organizzatori hanno chiesto di continuare le proteste durante tutto il fine settimana.
Entro la fine dell’anno, il 60 per cento della popolazione avrà bisogno di assistenza alimentare. 8,6 milioni di persone si troveranno in stato di necessità a causa dei cambiamenti climatici – siccità e invasione di cavallette – recessione e pandemia.
Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha lanciato un appello il 30 luglio scorso e ha chiesto aiuti per 213 milioni di euro per poter far fronte a questa crisi senza precedenti.
Il lockdown per arginare la propagazione del temibile virus ha messo in ginocchio innumerevoli famiglie nelle città, dove sono rimaste senza lavoro e quindi senza entrate. Mentre nelle zone rurali la situazione è ancora peggio. Gran parte delle persone che si erano trasferite nei centri urbani sono tornate a casa e ora, non solo i residenti sono aumentati, ma manca anche l’apporto finanziario di chi era partito in cerca di fortuna nelle grandi città del Paese.
Inoltre, a causa della siccità, anche il raccolto di quest’anno è stato infruttuoso e questo per la terza volta di seguito. La produzione di mais è diminuita del 50 per cento rispetto allo scorso anno e a causa dell’inflazione galoppante i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati in modo spropositato, inaccessibili per la maggior parte dei zimbabwesi.
Ad Harare il prezzo del mais è più che raddoppiato in poco più di un mese e molte madri di famiglia non riescono a mettere in tavola un cibo decente nemmeno una volta al giorno. Le famiglie sono disperate e iniziano a vendere beni preziosi pur di mangiare. Inoltre, il sistema sanitario già fragile, è allo stremo e Covid-19 continua la sua folle corsa. Ufficialmente sono stati registrati 3.169 casi e 67 decessi.
Harare, Zimbabwe, 7 bébé nati morti in una sola notte
Lunedì, nell’ospedale centrale di Harare sono venuti al mondo 7 neonati morti in una sola notte. Le emergenze non riescono a essere seguite nei tempi previsti per la mancanza cronica di personale. Gran parte delle infermiere e dei paramedici sono in sciopero in tutto il Paese, in quanto mancano le protezioni contro la pandemia.
Un medico ha detto che la morte dei piccoli non è che “la parte che emerge dall’iceberg”. E recentemente proprio il settore sanitario è stato al centro di uno scandalo legato al coronavirus: è stato scoperto che contratti di svariati milioni di dollari sono stati gonfiati per l’acquisto di equipaggiamento di protezione. Il ministro della Sanità, Obadiah Moyo, è stato silurato e arrestato a fine giugno per corruzione. Ora è libero su cauzione in attesa del processo.
Speciale per Africa ExPress Elisabetta Crisponi
1°agosto 2020
La Camera di Commercio Africana (AFCHAM) è un’organizzazione commerciale non-profit, che mira a rafforzare i legami commerciali tra l’Africa e la Cina. L’attuale Presidente, D. Nkwetato Tamonkia, è in Cina dal 2005. Il suo talento nella leadership gli ha permesso di eccellere nel settore dell’istruzione, delle organizzazioni non governative e degli affari internazionali pubblici.
D. Nkwetato Tamonkia, presidente AFCHAM
Presidente, quando è entrato a far parte della Camera di Commercio Africana? «Sono parte della Afcham da maggio 2015, ossia dalla sua fondazione. La nomina di Presidente è solo un titolo di rappresentanza, ciò che conta è essere un membro attivo e contribuire nel modo giusto. La dirigenza è comunque impegnativa: si lotta tra mantenere bassi i costi e realizzare progetti di alta qualità. Poiché rappresentiamo un intero Continente, qualsiasi cosa realizzata è valutata dai 54 Paesi africani».
In che modo Afcham promuove gli interessi delle comunità africane in Cina? «Abbiamo temi all’ordine del giorno e preferiamo cooperare con persone, organizzazioni e servizi governativi consci del lavoro che svolgiamo. La nostra prima missione in Cina è stata raggruppare africani di ogni ceto sociale. Contattare diplomatici, imprenditori, insegnanti, studenti, ecc., spiegando loro quanto è importante riferirsi a noi per reti commerciali, tirocini, posti di lavoro, eventi culturali e quant’altro».
Come contribuite a migliorare le relazioni sino-africane? «Facilitiamo gli investimenti da parte delle aziende cinesi in Africa, studiando le probabilità di riuscita dei progetti, tessendo la rete di contatti necessaria, conducendo e mediando colloqui tra entità cinesi e africane, e assicurandoci che gli accordi siano equi. Abbiamo condotto missioni commerciali cinesi in diversi Stati africani, e abbiamo facilitato l’introduzione di alcuni prodotti africani in Cina, come nel caso di legno, caffè, vini, cacao, sesamo».
Qual è il ruolo di Afcham nella promozione della cultura africana in Cina? «Festeggiamo l’Africa Day ogni anno, evento in cui emergono vari aspetti culturali come musica, danza, cibo, moda e arte. Sponsorizzare i nostri costumi in Cina non è semplice, a causa di certi pregiudizi che esistono nel Paese. Le organizzazioni, i governi e i cittadini devono impegnarsi per promuovere un’immagine positiva e reale del Continente africano, utilizzando gli strumenti mediatici che abbiamo a disposizione. Dovremmo essere noi stessi a raccontare la nostra storia».
D. Nkwetato Tamonkia, AFCHAM durante il suo intervento al Global Forum
Quali sono le vostre potenzialità e sfide nel contesto finanziario e istituzionale cinese? «Le potenzialità sono enormi tanto quanto le sfide. La principale risorsa della Cina è l’elevato numero di abitanti. Pertanto, in termini finanziari, il maggior potenziale è la possibilità di assunzione che ogni azienda dà a milioni di persone, ma la sfida è competere con altrettanti milioni di aziende. Le istituzioni qui ti giudicano in base alle tue finanze. Il denaro ti apre le porte e parla a tuo nome. Questa è la Cina».
Recentemente, come riportato dai media internazionali, nella città cinese di Guangzhou molti africani hanno subito discriminazioni razziali durante l’epidemia di COVID-19. Come crede che le comunità africane possano integrarsi meglio in Cina? «Gli incidenti di Guangzhou sono stati un grande shock per molte persone in Cina e all’estero. Ma ogni africano che ha vissuto in Cina per molti anni può raccontare episodi in cui si è sentito discriminato. Ovviamente questo non riguarda solo la Cina, e l’avvento del COVID-19 ha mostrato il lato bruto dell’umanità a livello globale. In questo caso, spetta ai diplomatici dei Paesi africani ascoltare le grida dei cittadini. La loro realtà in Cina è sicuramente diversa da quella vissuta da un commerciante africano a Guangzhou. La vera amicizia tra Cina e Africa non può continuare ad essere solo una questione governativa. In Cina, per esempio, gli africani sono gli unici a non poter insegnare l’inglese. Siamo ancora lontani dal raggiungimento di una totale inclusione delle persone africane a livello sociale».
Quali sono i suoi suggerimenti per i giovani africani interessati a iniziare un’esperienza accademica o professionale in Cina? «I giovani africani che studiano in Cina attualmente sono circa 60.000. Chi ha risposte e motivazioni giuste, al di là di quale sia il suo lavoro, può sicuramente affrontare un’esperienza in suolo cinese. Ma anche i giovani che lavorano già in Cina, ogni giorno dovrebbero chiedersi: Cos’è veramente una casa? Perché non sono a casa? Lasciare la propria terra per arricchirsi in esperienze e professionalità, significa anche poterci tornare per migliorarla. AFCHAM rappresenta un “trampolino” per giovani africani che aspirano a un futuro migliore».
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
31 luglio 2020
Per il secondo anno consecutivo il Consiglio Norvegese per i rifugiati (NRC) ha denunciato che il conflitto che si sta consumando dal 2016 nelle due province anglofone del Camerun rientra tra le operazioni belliche meno conosciute e meno menzionate al mondo.
Conflitto nelle zone anglofone del Camerun
Eppure, secondo International Crisis Group con sede a Bruxelles (organizzazione non governativa, no-profit, transnazionale, fondata nel 1995, che svolge attività di ricerca sul campo in materia di conflitti violenti e avanza politiche per prevenire, mitigare o risolvere tali conflitti) dall’inizio degli scontri sono morte oltre 3.000 persone, altre 600.000 hanno lasciato le loro case e tre dei quattro milioni di cittadini delle due province colpite, necessitano di assistenza umanitaria.
I separatisti che vorrebbero trasformare le due regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la marginalizzazione del governo centrale e della maggioranza francofona.
Yaoundé, la capitale del Camerun
Recentemente la Chiesa cattolica del Camerun si è nuovamente attivata per aprire un dialogo tra il governo e i separatisti; già in occasione del Dialogo Nazionale, che si è tenuto lo scorso ottobre a Yaoundé, la capitale del Paese, i rappresentanti ecclesiastici avevano svolto un ruolo importante.
Nel centro episcopale Mvolyé nella capitale camerunense si è tenuto un incontro il 2 luglio scorso tra gli emissari del governo e Sisiku Julius Ayuk Tabé, l’autoproclamato presidente dell’Ambazonia e alcuni dei suoi partigiani; per l’occasione i separatisti hanno potuto lasciare la prigione. Alla riunione era presente anche un testimone d’eccezione: l’arcivescovo di Butemba, capoluogo della provincia del Nord-Ovest.
Secondo alcune indiscrezioni sembra che questo non sia stato il primo incontro tra separatisti e rappresentanti di Yaoundé. I vari colloqui, volti a tastare il terreno per trovare punti d’intesa per poter aprire eventuali future negoziazioni, si sono svolti nella più assoluta riservatezza e pare che uno di questi si sia persino svolto a Accra, la capitale del Ghana.
Molti osservatori vedono di buon occhio l’iniziativa della Chiesa cattolica camerunense, in quanto le trattative tra il governo e i separatisti erano arrivate a una fase di stallo, perchè dopo oltre 10 mesi dal Dialogo Nazionale gli accordi presi stentano a essere messi in atto, come lo statuto speciale per le due regioni.
Il conflitto è in atto nelle due province anglofone dalla fine del 2016. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.
Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.
I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram,
Oltre alla grave crisi nelle zone anglofone, dal 2014 il Camerun deve affrontare anche i continui attacchi dei terroristi Boko Haram nella regione dell’Estremo Nord, al confine con la Nigeria. Le incursioni dei jihadisti hanno causato la morte di oltre 2.000 persone e costretto altre 250.000 a lasciare i propri villaggi per fuggire alle violenze dei miliziani.
In un suo recente rapporto Human Rights Watch ha evidenziato che a Mozogo, nella regione dell’Estremo-Nord, i militari del 42esimo battaglione di fanteria motorizzata, presenti per proteggere la popolazione dagli attacchi dei sanguinari jihadisti, costringono invece i residenti alla guardia notturna. Al mercato della città è stato affisso un elenco con i nomi di coloro che devono prestare servizio. La lista è stata stilata dai vertici del battaglione in collaborazione delle autorità locali. Da metà marzo a fine aprile i militari avevano persino picchiato e minacciato coloro che si erano rifiutati di partecipare alla ronda notturna.
L’organizzazione è stata informata che al momento attuale le violenze da parte dei soldati sono cessate; resta tuttavia in essere l’obbligo di collaborare con il contingente presente sul territorio. Un vero e proprio lavoro forzato, la popolazione teme che le percosse possano riprendere, visto che minacce in tal senso persistono. E HRW ha chiesto alle autorità di Yaoundé di aprire una indagine in tal senso.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
31 luglio 2020
Troppa Africa, da buon belga, deve avergli dato alla testa. Dopo 10 anni trascorsi ad allenare squadre di calcio di 10 Paesi diversi del continente nero, l’altro giorno è sbottato: “Il vostro Paese non mi piace. Voi tanzaniani siete senza istruzione e senza educazione. Sono disgustato. Non ho né auto né WiFi. I vostri campi di calcio in Europa non si vedono neppure in settima divisione. I dirigenti delle vostre società sono zero. Non contano niente presso la Federazione. I tifosi non capiscono un accidente di calcio, urlano come scimmie e abbaiano come cani”.
Che cosa può capitare a un allenatore di calcio che si esprime così? Come minimo che venga licenziato sui due piedi. Come massimo che venga invitato a lasciare il Paese che lo ospita il più velocemente è possibile.
Luc Eymael, allenatore belga silurato in Tanzania
E’ quello che è successo, lunedì 27 luglio, al belga Luc Eymael, 61 anni, allenatore dei “giganti” della Tanzania, lo Young Africans SC (Yanga), una delle squadre più popolari e titolate dello Stato, nonostante abbia sede nella povera circoscrizione urbana Jangwani di Dar es Salaam.
“Siamo rattristati da queste parole e ci scusiamo con la Federazione tanzaniana di calcio, con i tifosi e la cittadinanza tutta per gli insulti e le offese del manager – ha commentato il segretario generale del club, Simon Patrick -. La nostra società crede nel rispetto e nella dignità e si oppone a qualsiasi forma di razzismo. Per questo la leadership dello Yanga Club ha deciso di licenziare il signor Luc Eymael e assicurarsi che lasci il Paese il più presto possibile”.
Le dichiarazioni dell’allenatore risalgono alla settimana scorsa, al termine della partita giocata il 22 luglio e finita 1-1 contro il modesto Mitbwa Sugar (della cittadina Turiani, nota per le coltivazioni della canna da zucchero). La sua squadra ha poi giocato domenica 26 battendo per 1-0 il Lipuli (terz’ultimo), e si è classificata seconda, dietro il suo più odiato competitor, il Simba Sports Club (allenato pure lui da un belga Sven Vandenbroek), vincitore dello “scudetto”.
Il campionato tanzaniano era stato il primo a ripartire in Africa dopo 3 mesi di blocco legato alla pandemia del coronavirus. Tutti i paesi africani si erano fermati (a parte il Burundi). Forse la rabbia di non aver conquistato il titolo e le contestazioni dei tifosi devono aver spinto Luc Eymal all’uscita maldestra, di cui si è poi scusato.
Luc Eymael durante gli allenamenti della squadra
“Ero di cattivo umore, quelle affermazioni sono frutto della delusione e della frustrazione per non aver vinto il titolo, ma non sono razzista”, ha dichiarato al quotidiano sportivo Mwanaspoti.
E’ quello che pensa anche Ratshibvumo Muluvhedzi, un affermato agente calcistico sudafricano che ha lavorato con il belga e che ha dichiarato a KickOff.com: “Luc ha un caratteraccio, è attaccato al denaro e al successo, ma fuori campo è un brav’uomo e non è razzista”.
Luc Eymael, in 25 anni di carriera (1975-2000) come calciatore non ha mai giocato per una squadra della massima divisione, ma si è esibito solo nelle serie minori del Belgio. Maggior fortuna ha avuto come allenatore.
Nel 2010 è arrivato in Africa in cui si è rivelato una specie di trottola panafricana, ottenendo quasi ovunque grandi risultati.
Ha cominciato nella Repubblica Democratica del Congo, poi ha attraversato il Gabon (2011), l’Algeria (2012), il Kenya e il Sud Africa nel 2013, il Rwanda e la Tunisia nel 2014. Dopo una puntata in Oman, è rientrato in Africa: Sudan (2015), di nuovo in Sud Africa, Egitto (2017-2019) e, finalmente, nel gennaio 2020, è sbarcato in Tanzania accolto come una star. Ultima destinazione, quasi certamente. Difficile pensare che dopo questo licenziamento il suo tour africano abbia un’altra tappa.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 28 luglio 2020
Potenti, empatiche ma anche cariche di sofferenza, disperazione e crude nella descrizione della realtà. Immagini dure e in molti casi piene di speranza, nonostante tutto, dove il bianco e nero ne sottolinea l’aspra bellezza. Uno stile che mai manca di rispetto ai soggetti fotografati ma ne onora la dignità di esseri umani. Definite “immagini estreme di realtà estreme” toccano il cuore e commuovono per la loro drammatica sobrietà e la nuda oggettività.
Da sin. Sebastião Salgado e l’ex presidente brasiliano, Luis Inácio Lula da Silva, con il libro “Trabalhadores” (2006)
Sono le fotografie della mostra “Exodus. In cammino sulle strade delle migrazioni” di Sebastião Salgado, curata da Lélia Wanick Salgado, moglie del grande fotogiornalista brasiliano. Un’esposizione che, in 180 immagini, descrive un’umanità in cammino – o in fuga – alla ricerca di un futuro migliore.
Il viaggio infinito di intere popolazioni
Salgado, spostandosi per tutto il pianeta, racconta il viaggio infinito di interi popoli costretti a lasciare la propria terra e le proprie case. Le cause degli spostamenti forzati di massa sono sempre le stesse: povertà, guerre, disastri naturali, violenza.
Ogni anno milioni di persone, dopo aver abbandonato tutto, si rifugiano in campi profughi con la speranza di poter tornare “a casa” quando la situazione lo permetterà. Le fotografie di Salgado scuotono lo spettatore. Si leggono drammi e dolore ma anche dignità, coraggio e la speranza di migliorare la propria vita.
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado. A destra: stazione ferroviaria in India
Il grande fotografo ci mette a contatto con le moltitudini delle metropoli indiane e cinesi e l’odissea dei “boat people” vietnamiti. Mostra le proteste dei “senza terra” dell’America Latina e il dramma delle popolazioni native dell’Amazzonia. Ci fa vedere i profughi dell’America Centrale che cercano di arrivare negli Stati Uniti e la tragedia dei curdi che non hanno patria. Racconta l’emigrazione dall’Africa verso Gibilterra, i campi profughi palestinesi in Libano e l’espulsione della minoranza musulmana dal Kosovo.
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado. A destra: la spiaggia di Vung Tau, da cui è salpata la maggior parte dei boat people vietnamiti (Vietnam meridionale)
I ritratti degli innocenti
Una sezione della mostra è dedicata ai bambini, le maggiori vittime di questi viaggi forzati. Trenta ritratti ripresi nei campi profughi dell’Afghanistan, del Sud Sudan, del Kurdistan iracheno o del Rwanda ma anche i figli dei contadini “senza terra” brasiliani. Ritratti di innocenti che comunicano tristezza e sofferenza ma, a volte, anche allegria.
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado. La sezione dei ritratti dei bambini
Le immagini della tragedia africana
Una sezione dell’esposizione riguarda il grande continente nero: “La tragedia africana: un continente alla deriva” dove racconta la situazione dell’Africa in trentacinque immagini. Fotografie scattate tra il 1993 e il 1997. È il periodo del genocidio in Rwanda dove sono stati massacrati un milione di tutsi. Sono gli anni della guerra tra Sudan e il Sud Sudan, quest’ultimo diventato indipendente nel 2011.
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado: i campi dei profughi ruandesi
Ed è anche il periodo della pace in Mozambico firmata nell’ottobre 1992. I profughi mozambicani scappati nei Paesi confinanti sono potuti tornare a casa dopo 16 anni di guerra civile. In Angola c’era l’interminabile guerra civile tra l’esercito regolare e la guerriglia antigovernativa, l’UNITA (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), durata 27 anni.
Salgado racconta l’Africa in tutta la sua durezza. Sono eloquenti le immagini dei campi profughi di Benako (Tanzania) o di Goma (Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo), che ospitavano ruandesi fuggiti dalla guerra. Forse le fotografie più toccanti sono quelle dei profughi angolani mutilati dalle mine antiuomo: grazie alle protesi alle gambe potranno camminare.
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado. In alto a destra: un uomo muore di colera sotto gli occhi di una folla traumatizzata
La morte in diretta
Un’immagine dolorosa come un pugno nello stomaco è quella un uomo che muore di colera sotto gli occhi di una folla traumatizzata. È una fotografia del 1994 nel campo di profughi ruandesi di Kibumba, Goma, (Zaire, oggi RDC). Il capitolo dedicato all’Africa termina con l’immagine di tre giovani profughe mozambicane nel campo di transito di Mbamba Bay (Tanzania) che si pettinano. Si stanno preparando per tornare in Mozambico. Dopo 15 anni vissuti in campi d’accoglienza.
Il genere umano è uno
“Oggi più che mai, sento che il genere umano è uno” – dice Salgado parlando delle sue immagini. “Vi sono differenze di colore, di lingua, di cultura e di opportunità, ma i sentimenti e le reazioni di tutte le persone si somigliano. Noi abbiamo in mano la chiave del futuro dell’umanità, ma dobbiamo capire il presente. Queste fotografie mostrano una porzione del nostro presente. Non possiamo permetterci di guardare dall’altra parte”.
Sebastião Salgado
“Exodus. In cammino sulle strade delle migrazioni”
8 febbraio – 26 luglio 2020
Pistoia, Palazzo Buontalenti/Antico Palazzo dei Vescovi
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Fondazione Pistoia Musei
Fondazione CRF
Agenzia Contrasto
Lara Facco Press & Communication
Crediti immagini:
– Sebastião Salgado e Lula da Silva
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Speciale per Africa ExPress Emanuela Provera
27 luglio 2020
Il coronavirus è pericoloso e uccide anche in Uganda, un’area geografica che molti pensavano isolata e diversa dal resto del mondo.
Mentre i casi confermati salivano a 1.079, giovedì 23 luglio il Ministero della Salute ugandese confermava la prima morte di una giovane donna trentaquattrenne, con queste parole “May her soul rest in eternal peace”. Residente nel Distretto di Namisindwa, un quartiere nella Regione orientale del paese, a metà luglio la donna è stata ricoverata in ospedale per una diagnosi di polmonite grave.
LE SCUOLE CATTOLICHE
L’accanirsi dei contagi e la diffusione del virus hanno spinto il Ministero della Pubblica Istruzione a predisporre un piano di emergenza per garantire la continuità di apprendimento a 15 milioni di studenti, che non potranno seguire regolarmente le lezioni scolastiche proprio a causa della “chiusura” introdotta nel paese; in particolare è stato stampato e diffuso un programma di acquisizione autonoma che gli studenti devono seguire senza l’affiancamento del corpo docente.
Il piano governativo dell’Istruzione ha ricevuto però critiche da alcuni rappresentanti del mondo cattolico i quali lamentano una mancanza di interlocuzione sulle modalità di implementazione dello stesso; tra questi il Reverendo Ronald Okello, segretario esecutivo dell’Educazione per la Conferenza episcopale dell’Uganda (CEU). Il suo intervento ha avuto una certa eco perché sono almeno 3.388 le scuole cattoliche in Uganda alcune delle quali sostenute direttamente dal governo.
La scuola intitolata a don Luigi Giussani a Kampala
È proprio sulla questione economica che stanno emergendo diatribe e tensioni: Okello ha chiesto a tutte le diocesi ugandesi di sospendere il pagamento degli stipendi degli insegnanti ma senza tener conto della direttiva del governo che vieta ai proprietari delle scuole private di interrompere i contratti dei dipendenti e obbligandoli a pagare gli emolumenti anche nel periodo di “chiusura”. La disposizione governativa è vincolante nonostante le restrizioni introdotte a causa della pandemia siano in vigore da molte settimane. La Conferenza episcopale ugandese (CEU) ha replicato che, senza donazioni e pagamento delle rette, le scuole cattoliche non possono permettersi di pagare gli stipendi dei dipendenti che sono a loro carico.
CHI È ROSE BUSIGNYE
Port Bell è una piccola città del Distretto di Kampala nella quale sorge una scuola cattolica molto attiva anche se di recente costruzione: la Luigi Giussani Institute of Higher Education (LGIHE) aperta nel 2012 dopo una visita di Don Julián Carrón nel Paese. Successore di don Luigi Giussani, oggi a capo del movimento di Comunione e Liberazione, Carrón incontrò la popolazione autoctona, radunata per l’occasione su iniziativa di una donna molto nota, la Memores Domini (Memores Domini è un gruppo riservato di Comunione e Liberazione, ndr) Rose Busingye, la quale raccontando la nascita dell’Istituto, di cui è fondatrice, ha dichiarato “ho cominciato a vedere che l’unico bisogno del mondo non è quello del pane ma quello dell’educazione” [1]. La Busingye, diplomata come infermiera e ostetrica negli anni ’90, è fondatrice e presidente del Meeting Point International, una organizzazione non governativa che, in aderenza agli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa cattolica, si pone come priorità l’assistenza alle vittime dell’HIV/AIDS, la promozione dell’istruzione e la riduzione della povertà [2].
A proposito dei Memores Domini il 26 giugno scorso si è svolto un incontro che potrà rivelarsi decisivo per il loro futuro [3], durante il quale ai rappresentanti dell’Associazione è stato consegnato il decreto di nomina di un delegato pontificio, il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda; in qualità di commissario pontificio svolgerà il compito di guidare l’associazione nel processo di revisione del direttorio e dello statuto e contestualmente nel risanamento di alcuni problemi associativi già segnalati alla Santa Sede. L’incontro si è svolto alla presenza del cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i laici.
Ma non finisce qui. In Uganda la formazione, gestita dal mondo cattolico, si integra in quello più “profano” e laico di organismi che operano nell’ambito della cooperazione internazionale, con lo scopo (o il pretesto) di fornire aiuti umanitari; uno di questi è l’ente no profit AVSI che, oltre a finanziare la Luigi Giussani Institute of Higher Education (LGIHE), riceve contributi, pubblici e privati, anche dall’Italia (€ 7.744.174,00 nel 2019, € 5.351.129,00 nel 2018) e dalla Conferenza episcopale italiana (1.936.987,00 nel 2019, € 1.027.229,00 nel 2018) oltre che dalla Comunità Europea [4]. La Presidente del consiglio di amministrazione è Patrizia Savi precedentemente a capo di Sea Prime e ancor prima direttore pianificazione e finanza A2A.
CANONIZZAZIONI
Un nostro contatto, che preferisce restare anonimo, ha incontrato Rose in occasione di una cena tra rappresentanti del Movimento di Comunione e Liberazione; queste alcune delle sue parole: “Per il movimento ciellino la Busingye è già la nuova Giuseppina Bakita (proclamata santa il 1° ottobre 2000 da Papa Wojtyla, ndr) [5], viene presentata a tutti gli eventi ufficiali quali il Meeting di Rimini, gli esercizi spirituali annuali, il New York Encounter, l’Encuentro Madrid, con lo scopo di mitigare il volto razzista della casta ciellina e di promuoverla come testimonial del Movimento”. Lo stesso interlocutore ritiene che l’Uganda sia un Paese prezioso per promuovere la figura di don Luigi Giussani il cui iter canonico che introduce la causa di beatificazione e canonizzazione è iniziato nel 2012. Rose Busingye fu persino invitata nel 2009, insieme ad altri ospiti, al sinodo dei Vescovi africani, al temine del quale disse: «Quando conosci la fede tutto ti appartiene. È una mentalità nuova, persuasiva». Ne siamo persuasi.
[3] L’Associazione laicale Memores Domini è stata riconosciuta quale associazione internazionale di fedeli mediante decreto del Pontificio consiglio per i laici in data 8 dicembre 1988
[4] Bilancio aggregato al 31/12/2019 certificato dalla EY S.P.A
Speciale per Africa ExPress Costantino Muscau
27 luglio 2020
E’ diventato celebre per una celeberrima NON vittoria. Anzi per aver fatto trionfare un suo connazionale. Eppure la sua vita è stata ricca di successi al punto che viene considerato uno dei pionieri e uno dei padri dell’atletica africana. Grazie al suo valore e alla sua generosità – è il riconoscimento unanime – i podisti keniani sono entrati prepotentemente, oltre mezzo secolo fa, nel palcoscenico mondiale.
Oggi il Kenya sportivo, e non solo, piange la scomparsa di Benjamin Wabura Jipcho, “Ben” per tutti, deceduto a 77 anni il 24 luglio al Fountain Hospital di Eldoret.
Benjamin Wabura Jipcho. padre dell’atletica keniota
La carriera di Ben è costellata di medaglie: argento nel 1970 sui 1500 siepi ai Commonwealth Games, argento sui 3 mila siepi alle Olimpiadi di Monaco del 1972, oro sui 5 mila metri piani nel 1973 agli All African Games a Lagos (Nigeria), oro sui 5 e 3 mila e bronzo nei 1500 siepi nel 1974 ai Commonwealth Games in Christchurch (New Zealand), due volte recordman mondiale sui 3 mila siepi.
Eppure Ben Jipcho fece irruzione nella storia dell’atletica leggera non per aver vinto, ma per aver sacrificato la sua possibile vittoria a favore di un connazionale. Correva l’anno 1968 – è proprio il caso di dirlo – e la finale dei 1500 metri ai giochi olimpici di Città del Messico. Rinunciò a competere per il successo, accettò di fare la lepre, come si dice in gergo: partire a tutta velocità per sfiancare il più temibile e terribile avversario, l’americano James Ronald Ryun “Jim”, oggi 73 anni, a favore di Kipchoge Keino, 80 anni.
Jipcho coprì il primo giro di pista in 56 secondi – ha ricordato l’altro giorno il sito dell’Atletica Mondiale – trascinandosi Keino sugli 800 metri in 1:55.3 e consentendogli di vincere in 3:34.91. Un tempo strabiliante, se si considera che si correva in altura (oltre i 2 mila metri). Un record olimpico che resisterà per 16 anni. Ben, un vero signore, tempo dopo quasi si scusò con Jim Ryun che, ovviamente, aveva tagliato il traguardo sconfitto e disfatto a 20 metri di distanza! (Ben si era classifico decimo).
Toccante il ricordo di Kipchoge Kenio affidato al giornale Standard Sports: “Ben è parte di me. Il mio successo è dovuto alla sua capacità agonistica; ci completavamo l’un l’altro. Le olimpiadi messicane restano incise per sempre nella mia mente. Ha imposto il ritmo e abbiamo demolito Ryun. E’ stato un grandissimo momento di patriottismo. Avrebbe potuto trionfare anche lui, ma si rese conto che forse io avrei avuto maggiori possibilità di dare l’oro al Kenya. Avevamo stretto un legame indissolubile fin da quando io lo portai via da Maseno (il terzo distretto più importante del Paese) per venire ad allenarsi a Kiganio. Insieme abbiamo posto le basi del nostro successi ma abbiamo assicurato al Kenya un posto nella mappa sportiva mondiale. Sì, il suo posto nella storia dell’atletica mondiale è assicurato”
Ben ha svolto anche un’intensa attività politica: è stato presidente del National Development Party e del Liberal Democratic Party a Mt Elgon (nella Provincia Occidentale). Anche in questa veste lo ha commemorato Raila Amolo Odinga, il seguitissimo leader politico protagonista delle ultime contrastate votazioni presidenziali. “Tutti conoscevano Ben come il pioniere che ha portato il Kenya sul sentiero della grandezza – ha dichiarato Raila Odinga – Per me era molto di più. E’ stato parte del mio viaggio in politica. Ho perso un eroe e un compagno”.
Raila Odinga
Per questo tutto il Kenya si china davanti a questa icona. E i suoi funerali previsti nel villaggio natale Kisawai, nella contea Trans Nzoia, ( a circa 400 km da Nairobi) sono diventati un “affare di Stato”, concordati tra le autorità governative, quelle sportive e il figlio David Kwenden (seppure rispettando le linee guida imposte dalla pandemia del Covid19).
Purtroppo, però, in questo periodo lo sport di Nairobi sta vivendo un altro lutto morale causato dalla piaga del doping. Proprio alla vigilia della scomparsa di Ben Jipcho, sono stati sospesi il campione mondiale dei 1500 metri, Elijah Motonei Manangoi, 27 anni e tre maratoneti: Patrick Siele, Kennet Kiprop, e Mercy Jerotich Kibaru
Tutti accusati di aver violato, a vario titolo, le regole antidoping.
Da Radio Bullets (www.radiobullets.com/)
Barbara Schiavulli 24 luglio 2o20
Sabrina Prioli è una cooperante italiana, brutalmente aggredita nel 2016 in Sudan del Sud, durante l’attacco di decine di soldati al compound dove risiedevano le organizzazioni umanitarie. Cinque cooperanti vennero stuprate e un giornalista ucciso. Un anno dopo, nonostante l’inferno in cui si ritrova a vivere – in quel piombo che le si era solidificato dentro, come lo definisce lei – dovrà decidere se tornare nel paese martoriato dalla guerra civile e testimoniare contro i suoi aguzzini. Quanta forza e coraggio dovrà trovare in sé? Riuscirà a farlo? Riuscirà a puntare il dito contro di loro e farli condannare?
Sono trascorsi tre anni e Sabrina si è lentamente e faticosamente ricostruita.
Per la prima volta, parla ai microfoni di Radio Bullets: questa è la storia di una donna andata a pezzi, ma che ha avuto il coraggio di fare giustizia per sé e per tutte le vittime di guerra.
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Loro mi hanno piantato il fucile in testa, sugli organi genitali, minacciandomi di chissà che cosa.
Quel giorno ho smesso di vivere la mia vita. Il mio cuore ha continuato a battere e oggi rido, vivo e scrivo, ma non è più la mia vita. Ciò che ero prima, qualunque cosa fossi, è stato fatto detonare, l’equivalente del terremoto che nel 2009 mi ha lasciato senza una casa a L’Aquila. Ogni cosa, ogni organo, ogni centimetro di coscienza ha perso il proprio posto e, per una reazione chimica che non so se mi abbia salvato o maledetto, tutto si è poi posato, raggrumato, compattato, rappreso, coagulato, solidificato e, infine, indurito. Adesso lo porto dentro: un blocco in gola che pesa come piombo, che ha lo stesso sapore e la medesima consistenza, che mi contamina e avvelena.
Qui dentro ci sono scorie radioattive di tutto ciò che non sono più. Ci sono occhi che ho dovuto chiudere, le ginocchia e la volontà che ho dovuto piegare. Finché non ho ricominciato da capo. Non l’ho chiesto, non l’ho scelto: l’ho solo fatto.
Una calda giornata d’estate a Juba
11 luglio 2016, fa caldo a Juba in Sud Sudan. Sabrina Prioli è un’esperta operatrice umanitaria italiana che ha lasciato il Sudamerica, dove vive con la sua famiglia, per seguire un progetto di pacificazione nel piccolo e recente paese africano, per conto di un’organizzazione americana. La situazione non è buona, c’è una guerra civile in corso, nella capitale ci sono posti di blocco, si sentono gli scontri avvicinarsi. Da una parte le forze governative, dall’altra i ribelli, in mezzo le Nazioni Unite, le organizzazioni umanitarie e, naturalmente, migliaia di civili che subiscono una guerra che nessuno vorrebbe.
Sabrina soggiorna in un compound, dove ci sono altri operatori umanitari di diverse nazionalità. Non si sentono al sicuro, ma tutti dicono che, invece, lo sono. Chi fa questo mestiere, chi si occupa di pace e violenza in zone di guerra sa vivere in spazi limitati, di solito le misure di sicurezza sono molto elevate. Ma non è questo il caso. I soldati si avvicinano. I soldati urlano e sparano. I soldati inferociti fanno irruzione mentre il gruppo di operatori umanitari si barricano, si nascondono, pregano e tremano. Saranno le ore più lunghe della loro vita. E per qualcuno non sarà mai più come prima.
Il mondo di Sabrina fatto di competenza, professionalità, impegno verso gli altri, comincia a girare al rallentatore, impregnato di paura, impotenza, consapevolezza di essere in balia del male. Stanno arrivando e stanno per prenderla.
Il giorno dopo
John Gatluak, il giornalista ucciso
Trascorrono le ore. Sabrina ferita e dolorante, stuprata da cinque soldati, resta abbracciata a un’altra collega, nascoste dalla tenda di una doccia. La mattina, quando arrivano i soccorsi, il bilancio delle conseguenze è: 5 cooperanti violentate, tra cui un’americana e un’olandese, il giornalista John Gatluak Manguet Nhial ucciso e un contractor ferito. Lei e la sua collega, durante la notte, gli avevano chiuso gli occhi e messo un lenzuolo sopra, quasi a prendersi cura di lui.
Il mio dolore si cela dietro le palpebre che ho dovuto chiudere, è davanti agli occhi che ho deciso di aprire. Il mio dolore è nascosto nelle paure di un corpo che è stato gettato a terra, e che da quella terra è riuscito a sollevarsi. Ingoio tutto, tutto diventa piombo. Sono viva ma non lo sento.
Il 12 luglio la città è calma, non si sentono più gli spari, le urla, eppure dentro Sabrina l’inferno continua a esplodere. Pensa al padre, deceduto poco tempo prima, quel giorno maledetto è anche il suo compleanno.
Tornare a casa, l’inferno che ci si porta dentro
Sabrina e gli altri cooperanti vengono fatti evacuare, torna a casa, ritrova l’amore del compagno e della figlia e comincia un lungo percorso di ricostruzione. Attacchi di panico, incubi, paura: ha tutti i sintomi della sindrome post traumatica. Lei non è più la stessa: per la terza volta, nella sua vita di quarantenne, si ritrova a dover ricominciare tutto da capo. Le era successo da giovane quando era fuggita dalla relazione con un uomo che la picchiava, poi nel 2009 quando il terremoto de L’Aquila le ha distrutto la casa dove viveva con la figlia e sono scampate per miracolo; è successo ora, dove nel giro di una notte, da operatrice di pace si è trasformata in vittima di guerra. Perché quello che le è accaduto non è solo una terrificante violenza che colpisce ogni 3 secondi una donna del mondo, è qualcosa di preciso, sistematico, è un’arma usata dagli uomini in guerra per spezzare un popolo. È un crimine contro le donne e l’umanità.
Il mio corpo non porta ferite su di sé, non sanguina, non ha arti amputanti. È la mia anima a essere stata fatta a pezzi, è lei a essere stata uccisa.
Trascorre un anno, Sabrina lotta contro la depressione, pensa al peggio, come se loro, quei soldati fossero ancora dentro di lei e continuassero a farle del male. E se questa storia finisse così, sarebbe già una storia. Ma la verità è che spesso eventi della vita ti pongono davanti a sfide che non ci si immaginerebbe mai. Ci costringono a scegliere, ci costringono a fare la cosa giusta anche se vorremmo solo nasconderci sotto le coperte. A volte non ci si può sottrarre alla propria storia e a quello che diventeremo. Perché Sabrina ha dentro un fuoco che arde, che fonde il piombo che le scorre nelle vene e le dà luce. Sabrina, come se non bastasse tutto quello che le ha lanciato la vita, sta per diventare una delle persone più coraggiose che si possano incontrare.
Il mio unico desiderio è gridare al mondo ciò che mi hanno fatto. Non posso rimanere ancora in silenzio. Devo trovare una via che mi conduca a una forma di giustizia, qualunque essa sia.
C’erano dei responsabili per quello che era accaduto, e non si trattava solo dei soldati che avevano commesso il crimine. Viene sottoposta a diverse interviste, tra cui quelle degli investigatori delle Nazioni Unite, impegnati in un’indagine speciale per verificare la responsabilità della Missione ONU “Unmiss”, in Sudan del Sud. Loro sapevano che lei e altre cooperanti si trovavano molto vicino, a un km dalle forze ONU: erano stati avvertiti, ma nessuno si è mosso per evacuarle.
Vittima di guerra
Il viaggio della fenice di Sabrina Prioli
Le violenze sessuali e di genere in Sudan del Sud rimangono impunite nella quasi totalità dei casi. Sabrina è riuscita a fuggire. Sa di essere una privilegiata e vuole sfruttare questo privilegio per lei e per tutte quelle donne che non avranno mai giustizia.
“Non posso fermarmi, anche se gli scogli sembrano così alti dall’abisso in cui sto sprofondando”, scrive nel suo libro “Il Viaggio della Fenice” appena pubblicato.
Ci potrà mai essere giustizia?
L’incidente non è considerato più un singolo episodio in una terra lontana, indagano le Nazioni Unite, l’FBI, e persino il governo del Sudan del Sud. Viene interrogata in videoconferenza, e nonostante sia a migliaia di km di distanza, Sabrina ha paura: paura di esporsi e paura di essere riconosciuta. L’indagine consente l’avvio di un processo presieduto da una corte marziale in Sudan del Sud. I capi di imputazione sono omicidio, violenza sessuale, aggressione, furto, danni alla proprietà e alle persone. Non le sembrava vero. E ancora una volta si sente una vittima privilegiata perché il fatto che fossero stranieri, aveva accesso l’attenzione internazionale. I soldati avevano compiuto un crimine e dovevano essere giudicati secondo la legge. Dei 100 militari che hanno fatto irruzione nel compound, solo 19 persone sono stati arrestate, alcune identificate dai compagni, altri da foto segnaletiche. Sabrina con il cuore in gola riconosce attraverso una foto, due dei suoi stupratori e uno che l’ha picchiata.
A parte i proprietari del compound, nessuna organizzazione o istituzione ha denunciato, o anche solo segnalato, i crimini. Questo vuol dire che l’aggressione dei soldati, l’omicidio del giornalista e gli stupri verranno inseriti in una causa civile per il risarcimento dei danni agli edifici. Lo Stato italiano non è d’aiuto: la denuncia che Sabrina ha fatto alla Procura della Repubblica è stata archiviata dopo tre mesi dalla sua presentazione. Nessuno le ha spiegato il perché.
In Italia c’è anche il rischio che lei finisca nel tritacarne dei leoni da tastiera. Di chi l’accuserebbe di essersela andata a cercare, di chi non prova empatia verso una vittima ma inneggia ai carnefici.
Nel luglio 2017, a un anno preciso dal fatto, Sabrina scopre che c’è il rischio che il caso venga archiviato anche in Sudan del Sud per mancanza di prove. Nessuno vuole testimoniare. Nessuno si è preso la briga di accusare i soldati. Il giudice vuole archiviare il caso di violenza sessuale e omicidio, perché se nessuno sporge denuncia, non c’è delitto. C’è solo un modo per fare la differenza, che le vittime tornino in Sudan del Sud per testimoniare di persona. In video conferenza non è possibile, ma nessuna della altre cooperanti se la sente di farlo. Sabrina lo capisce, meno comprende gli uomini che si trovavano lì con loro. Potrebbero confermare di aver assistito ad atti di violenza contro le colleghe. Ma nessuno vuole farlo.
Se non c’è denuncia non c’è delitto
Sabrina ha il terrore di tornare in un posto che vorrebbe cancellare dalla memoria. Ha paura che possano sequestrarla, violentarla di nuovo, perfino ucciderla. Ha paura della paura. Chi, le darebbe torto? Sarà una frase della figlia a fare la differenza di una vita. E nonostante la paura, l’angoscia, il terrore che la paralizza, Sabrina sa che andrà a testimoniare.
Voglio essere riconosciuta dall’autorità governativa del Sudan del Sud, come vera e propria vittima di guerra. Non possiamo venire ignorati dalla Storia dopo aver subito simili atrocità, non possiamo rimanere invisibili agli occhi del mondo. La follia del silenzio fa gridare di rabbia la mia anima. Questi crimini continuano a essere perpetrati perché le donne non sono tutelate dalle leggi, perché in condizioni simili, è praticamente impossibile denunciare i propri aguzzini, perché la cultura locale non considera questi reati come tali e perché la donna in molte società non ha voce.
Sabrina invece, la voce ce l’ha ed è pronta a ruggire. Il 22 agosto 2017 si presenta davanti alla corte marziale a Juba in Sud Sudan. A fianco il suo compagno che non la lascia mai.
Il processo
Corte marziale di Juba, Sud Sudan
Il giorno del processo / Amnesty International
Sabrina darà la sua testimonianza, avanzerà verso 11 soldati separata da una fragile balaustra di legno e li riconoscerà davanti a tutti. Uno le ride in faccia, ma lei si sente forte, potente: adrenalina a mille. Sente la forza di tutte le vittime di stupro. Sente le urla delle donne, sente il loro dolore, sente un’energia che la scuote, sente di non essere più sola, e così una donna a pezzi si trasforma in una leonessa davanti a quelle facce criminali. Ora sono i suoi aguzzini ad aver paura e dieci di loro, grazie a lei, saranno condannati: due ergastoli mentre per altri otto pene tra i 7 e i 14 anni. I militari sono stati anche costretti a indennizzi ridicoli nei confronti delle vittime: 4.000 dollari a tutti i cooperanti senza distinzione tra chi era stato violentato e no, e 50 mucche al giornalista ucciso; 2 milioni di dollari, invece, ai proprietari del compound.
Udienza durante il processo contro militari a Juba, Sud Sudan
Non si è liberi se si è preda di paure e orrori che non possono essere affrontati. Non si può essere liberi se ci si trova al limite della sopravvivenza, se la propria vita è stretta nel pugno dei nemici, se si è consapevoli che il domani non dipende dalla propria volontà ma dai capricci del destino.
Sabrina ora è una coach life e continua ad aiutare la gente. Continua la sua lotta per la giustizia, mentre in Sud Sudan alcuni file sul caso sono spariti, denuncia Amnesty International.
“Oggi sono libera”
Sabrina Prioli oggi è libera perché ce l’ha fatta. Perché ci si può alzare anche da soli, ma è meno difficile quando si ha accanto un uomo che sa come stare accanto, e quando una figlia, ignara, dice tutte le cose giuste che si ha bisogno di sentirsi dire. Quando gli amici si stringono intorno a te per dirti che non sei mai stata sola. Ma essere vittime non significa essere persi, Sabrina Prioli è tutto tranne che una donna perduta: Sabrina è una donna che ha usato le proprie ferite per guardare in faccia i propri stupratori, pretendere e ottenere giustizia per sé stessa e per tutti quelli che non sono riusciti a trovare la forza e il coraggio per farlo. E questo fa di lei un’eroina. Una nostra eroina.
Barbara Schiavulli https://www.radiobullets.com/rubriche/sono-viva-ma-non-lo-sento/
I pezzi tratti dal libro Il viaggio della Fenice, di Sabrina Prioli, sono letti dall’attrice Sara Alzetta. La foto di copertina è di Francesca Zama on Unsplash
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