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Turchia: Erdogan si riprende Santa Sofia e all’inaugurazione invita papa Francesco

Speciale per Africa ExPress
Marco Patricelli
26 luglio 2020

La storia è piena di consacrazioni, sconsacrazioni e riconsacrazioni di luoghi di culto. La storia, però, è passato: non è presente.

Il presidente-dittatore della Turchia, Erdogan, non  fa mistero di guardare sempre indietro per scegliersi i modelli ai quali assomigliare per entrare nella storia proiettandola nel presente.

Santa Sofia, come è conosciuta nell’intero mondo denunciando cos’è e cosa rappresenta, è dunque tornata a essere moschea. Per decreto è diventata da patrimonio dell’umanità un’esclusiva di una confessione religiosa assunta a parametro della vita civile, risaldando i due elementi della società turca che Mustafà Kemal Ataturk con grande lungimiranza aveva separato per fare della Turchia una nazione al passo con i tempi.

Santa Sofia, Istanbul

Uno sforzo immane, quello del padre della Patria, che puntò tutto sulla piccola testa occidentale spiccata dal Bosforo al grande corpo arretrato a oriente che costituisce la massa demografica dello stato nazionale emerso dalla decomposizione dell’Impero ottomano e dalla sconfitta della prima guerra mondiale.

La Turchia doveva essere, e in parte è stata, altro. Ataturk le impose una cura da cavallo per svecchiare un apparato sclerotizzato, applicando la lezione di Pietro il Grande che aveva proiettato la Russia verso la civiltà occidentale imponendo il taglio della barba ai boiardi.

Erdogan ha cancellato in pochissimo tempo le conquiste kemaliane ed è giunto al punto di non ritorno riconsacrando all’Islam il museo già moschea e già superba cattedrale cristiana. Un atto di forza che ha suscitato qualche inane pigolio nella sempre più decadente Europa che parla a più voci e che a volte sussurra quando dovrebbe alzare la voce.

Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan

Il sultano di Istanbul ha ideato pure la sardonica e irriverente sottolineatura con l’invito-beffa a partecipare alla cerimonia inoltrata a Bergoglio, non è ancora chiaro se come capo dello Stato più piccolo del mondo o come capo di una cristianità sempre più smarrita, sempre più sotto attacco e sempre più sotto silenzio. I ragazzini degli Anni ’70 ricorderanno una serie di telefilm francesi ambientati in Terra santa, «Thibaud, il cavaliere bianco». Protagonista, un crociato che combatteva i musulmani.

Oggi quegli innocenti telefilm sarebbero improponibili (e infatti non li si rivede neppure nel più scaciolato canale digitale), perché una parte del mondo islamico potrebbe “offendersi”. L’Occidente, in nome del politically correct a senso unico, ha rimosso con masochistica comprensione i presepi che “offendevano” e le croci nelle scuole e negli ospedali che “offendevano” il credo degli ospiti.

Qualcuno ricorderà come una tutt’altro che divertente macchietta dell’arboriano Andy Luotto nei panni improponibili di uno sceicco arabo “offese” talmente tanto da arrivare alle minacce culminate dalla cancellazione del personaggio e dalla sparizione dal piccolo schermo di Luotto stesso. Salman Rushdie, i suoi «Versetti satanici» che “offendevano” e la fatwa spiccata per reazione sulla sua testa, erano ancora in là  a venire, ma certi segnali non ebbero la risposta che forse avrebbero meritato.

Oggi un galantuomo iperdemocratico come Erdogan, muove i carri armati in Siria come se giocasse a Risiko in Jacuzia e Kamchatka, spara missili a capriccio come neanche Gheddafi ai tempi dei deliri di onnipotenza, stringe alleanze con chi gli pare, fa la politica estera che più gli aggrada, sta un po’ di qua e un po’ di là, ma fa sempre quel che vuole con l’arroganza del più forte e la faccia tosta di chi può permetterselo.

E’ ben consapevole che può tirare lo schiaffo, tanto gli porgono subito, ecumenicamente, l’altra guancia, ha capito con tempismo che poteva riprendersi la Libia strappata dagli italiani all’Impero ottomano nel secolo scorso, che può alzare la posta a piacimento sugli scenari di crisi che alimenta o innesca lui stesso, che insomma può tirare l’elastico degli equilibri internazionali anche rischiando di spezzarlo perché per lui il gioco vale la candela.

Alleato della Nato, adotta i sistemi missilistici della Russia; chiede l’ingresso in Europa e la ricatta spregiudicatamente con la pressione dei migranti; provoca la Grecia e fa il gatto col topolino ellenico; si fa chiamare presidente ed è un dittatore dai pieni poteri; veste in doppio petto ma ambisce ai paludamenti del sultano; crede di incarnare la Turchia moderna ma fa leva sulla parte più retrograda della nazione.

Mustafa Kemal Atatürk. primo presidente della Turchia

Ha cancellato in pochi mesi le conquiste di Ataturk e ha soffiato sulla brace delle contrapposizioni religiose. Nessuno, in Occidente, è sembrato “offeso” dell’avanzata a grandi passi del vento del passato e dell’integralismo, con una muffita tolleranza acritica e unidirezionale. Santa Sofia, quando venne concepita nel VI secolo da Giustiniano, era la chiesa più grande del mondo.

Quando Bisanzio, come si chiamava Costantinopoli nel XV secolo, cadde chiudendo l’esperienza dell’Impero romano d’oriente, il cristianesimo venne eradicato per assimilazione anche violenta così come gli ottomani erano soliti fare con i prigionieri cristiani militarizzati nel terribile corpo dei giannizzeri scatenati proprio contro i cristiani.

La convivenza, che pure ci fu, era una concessione che rimarcava la forza del potere e che comunque non era affatto paritaria come qualcuno preferisce credere e far credere. La moschea di Istanbul è molto più del canto di un muezzin. Perché sul Bosforo il tramonto della civiltà, anche nel XXI secolo, illumina la mezzaluna di Erdogan che rimanda ombre sinistre su quest’altra parte del mondo. E intanto si gode il suo personale trionfo sotto le bandiere dell’Islam che garriscono al vento.

Marco Patricelli

“Giustizia per Daphne”, giornalista maltese assassinata: appello di RsF

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un appello da Reporter senza Frontiere
sulla morte della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia.
L’inchiesta è tutt’ora aperta e il testimone chiave, Melvin Theuma,
che avrebbe dovuto essere sentito al processo, ha tentato il suicidio martedì scorso.
Nel dicembre 2019 aveva confessato di essere stato l’intermediario
che ha reclutato gli assassini della giornalista per conto di Yorgen Fenech,
un potente uomo d’affari sul quale stava indagando Daphne.

Africa ExPress
25 luglio 2020

Buongiorno a tutti,
Sono Pauline Adès-Mével, caporedattrice di Reporter Senza Frontiere. Oggi sono a Malta per testimoniare nell’ambito dell’inchiesta in corso sull’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia. Daphne aveva esposto numerosi casi di corruzione sul suo blog, Running Commentary. È rimasta uccisa nell’esplosione di un’autobomba il 16 ottobre 2017. E da allora, nessuno è stato processato per il suo omicidio.

Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese assassinata nel 2017

Prima del suo assassinio nel 2017, avevamo ricevuto un’allerta da un giornalista locale su Daphne. Ci siamo resi conto che era stata molestata e aggredita dalle persone che ha denunciato. RSF ritiene che l’omicidio di Daphne Caruana Galizia avrebbe potuto essere evitato, ed è per questo che siamo qui oggi a testimoniare nell’inchiesta pubblica sul suo omicidio. La situazione a Malta è molto tesa, soprattutto perché Melvin Theuma, il testimone chiave dell’inchiesta, è stato trovato a casa sua con la gola tagliata 3 giorni fa.

Continueremo a chiedere giustizia per Daphne e ad agire per garantire che nessun giornalista venga mai più ucciso in questo paese”, ha detto Reporter senza frontiere. Tutti coloro che sono coinvolti in questo omicidio e tutti coloro che lo hanno ordinato devono essere ritenuti responsabili. Se volete sostenere le nostre azioni sul campo a Malta e in tutto il mondo, fate una donazione alla RWB oggi stesso.

Grazie per il vostro sostegno.

REPORTER SENZA FRONTIERE
Pauline Adès-Mével
Caporedattore

Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 luglio 2020

Cinque capi di Stato dell’Africa occidentale, riuniti in un vertice straordinario a Bamako ieri, non sono riusciti a risolvere la grave crisi che ha investito il Mali dall’inizio di giugno.

Il presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, Alassane Ouattara della Costa d’Avorio, Nana Akufo-Addo, Ghana, Macky Sall, Senegal e Mahamadou Issoufou, Niger, presidente di turno della CEDEAO (acronimo francese per Comunità economica degli Stati africani dell’Africa occidentale) si sono riuniti dapprima a porte chiuse al nono piano dell’albergo Marriott nella capitale maliana.

Più tardi cinque capi di Stato hanno pranzato al palazzo presidenziale, ospiti di Ibrahim Boubacar Keïta; durante il convivio i presidenti hanno parlato apertamente con il loro omologo maliano; hanno anche riconfermato le proposte di Goodluck Jonathan, ex presidente della Nigeria, a capo della missione della CEDEAO che si è tenuta sempre a Bamako qualche giorno fa: si escludono le dimissioni di Keïta e del primo ministro Boubou Cissé; suggeriscono anche loro la formazione di un governo di unità nazionale.

Visita in Mali di 5 Capi di Stato dell’Africa occidentale

I cinque hanno poi incontrato rappresentanti della maggioranza presidenziale, della società civile e dell’opposizione, ma quest’ultimi non sono assolutamente d’accordo con le proposte della CEDEAO.

L’imam Mahmoud Dicko, figura centrale della contestazione del Movimento 5 Giugno si dice insoddisfatto delle proposte, anzi sottolinea che finora nulla è stato fatto. E, in una lettera aperta diffusa giovedì sera dal Movimento 5 Giugno-Raggruppamento delle Forze patriottiche, coalizione eteroclita responsabile della contestazione in atto, ai 5 capi di Stato della CEDEO presenti a Bamako, precisano: “Il presidente ha affidato questa missione a persone che non hanno né la competenza e tanto meno la legittimazione per svolgere questo compito e le tensioni che si sono create sembrano come quelle tra falchi e colombe”.

Miliziani jihadisti in Mali

Malgrado tutto,  Issoufou, presidente di turno in carica della CEDEAO, è ottimista e ha convocato per lunedì prossimo un vertice in videoconferenza con tutti i membri dell’organizzazione economica. Infine ha sottolineato: “Chiedere le dimissioni a Keita sarebbe anti-costituzionale, visto che è stato eletto democraticamente dal popolo maliano”.

E mentre i “grandi” discutono sulle sorti della ex colonia francese, non si arrestano gli attacchi dei terroristi. Giovedì mattina un soldato 25enne francese di origini malgasce, Tojohasina Razafintsalama è stato ucciso e altri due militari sono stati feriti mentre il blindato del mercenario malgascio è entrato in contatto con una vettura carica di esplosivo.

Il giovane è nato nell’ottobre del 1994 a Mahazarivo (Madagascar) e è stato arruolato nel 2018. E’ stato inviato in Mali solo pochi giorni fa, il 15 luglio, dove ha prestato servizio nel contingente francese nel quadro dell’Opreazione Barkhane, presente in tutto il Sahel con oltre 5.000 uomini.

Negli ultimi mesi i militari francesi in collaborazione con il contingente tutto africano Force G5 sahel hanno intensificato le offensive nella zona dei tre confini (Mali, Niger, Burkina Faso). Durante l’ultimo vertice tenutosi a Nouakchott, la capitale della Mauritania, il 30 giugno scorso, i 5 leader del G5 Sahel, del quale fanno parte Mauritania, Ciad, Mali, Niger e Burkina Faso, hanno rafforzato la loro volontà di voler continuare con determinazione la lotta contro il terrorismo nell’area, come era già stato concordato durante la conferenza di Pau, nel sud-ovest della Francia, lo scorso gennaio.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dura repressione in Mali: la condanna dell’ONU e dell’Unione Africana

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Niger, massacrati oltre 70 militari, la peggior carneficina dei jihadisti dal 2015

 

 

 

 

Nigeria: Boko Haram mostra in un video l’esecuzione di 5 operatori umanitari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 luglio 2020

L’Islamic State West Africa Province (l’acronimo ISWAP), una fazione di Boko Haram, capeggiata da Abu Abdullah Ibn Umar Al Barnawi, ha rilasciato mercoledì sera un nuovo video. Nel filmato si vedono 5 operatori umanitari inginocchiati uno vicino all’altro con gli occhi bendati, dietro di loro cinque boia con fucili automatici in mano e poi boom. Una esecuzione in piena regola.

Un déjà vu. A fine dicembre la stessa sorte è toccata a 11 persone – 10 sono state decapitate, solo uno è stato freddato con pallottole. E solo pochi giorni prima, il 14 dicembre, sono stati uccisi 4 impiegati di una ONG francese, Action contre la faim (ACF), fondata a Parigi nel 1979 e attiva in 47 Paesi.

Anche ora, uno degli uomini brutalmente ammazzati mercoledì, lavorava per ACF, mentre un altro per International Rescue Committee (IRC), i restanti tre per State Emergency Management Agency (SEMA). Uno dei giovani deceduti così tragicamente, avrebbe dovuto sposarsi tre giorni dopo essere stato rapito.

Operatori umanitari uccisi da miliziani di ISWAP in Nigeria

I cinque sono stati portati via l’8 giugno scorso mentre viaggiavano sulla strada che collega la città di Monguno con Maiduguri, capoluogo del Borno State, nel nord-est della ex colonia britannica. “Su parecchie arterie della regione vengono  piazzati falsi check-point, dove, se va bene i vicoli di passaggio vengono rapinati. Ma ben spesso gli operatori umanitari, incaricati della distribuzione dei viveri, vengono feriti, se non uccisi”, ha specificato Edward Kallon, coordinatore per gli Affari Umanitari dell’ONU in Nigeria.

Il 30 giugno il quotidiano Daily Trust con sede a Abuja, la capitale della Nigeria, aveva fatto sapere che ISWAP aveva chiesto un riscatto di mezzo milione di dollari per la liberazione dei sequestrati. Ovviamente la richiesta è stata negata e nessuna trattativa è stata aperta con i terroristi.

Alcuni esperti ritengono che ISWAP sia a corto di viveri e soldi, in quanto il governo di Abuja vieta qualsiasi transazione per la liberazione di ostaggi in mano ai miliziani. Nel 2019 ben 12 operatori umanitari sono stati uccisi, mentre cinque, sequestrati a dicembre, sono stati liberati in gennaio.

 

Terroisti in azione nel nord-est della Nigera

Dal 2009, inizio dell’insurrezione dei Boko Haram, a oggi nel nord-est della Nigeria, sono morte oltre 35.000 persone e 2 milioni hanno dovuto lasciare i propri villaggi per cercare rifugio nei campi per sfollati o per profughi nei Paesi confinanti. Sono 10,6 milioni i nigeriani in grave stato di necessità. Il loro numero, anche a causa della pandemia,  è in continuo aumento.

Mohammadu Buhari

Muhammadu Buhari, presidente della ex colonia britannica, ha condannato le terribili esecuzioni e ha promesso di mettere in campo tutte le forze possibili per sconfiggere i terroristi. Parole sentite, ripetute in mille occasioni dal presidente. Appena salito al potere nel marzo 2015, Buhari, ex golpista del 1983, aveva solennemente dichiarato che avrebbe annientato Boko Haram entro il 31 dicembre dello stesso anno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

Nigeria, entro il 31 dicembre sconfiggerò i Boko Haram aveva promesso Buhari: non c’è riuscito

Vertiginoso aumento di casi di Covid-19 in Africa: morto prete italiano

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 luglio 2020

Aggiornamento 23 luglio 2020 ore 13.00
E’ morto un altro italiano per coronavirus in Madagascar. A Antsofinondry, nel distretto di Namehana, a nord della capitale Antananarivo, è deceduto Don Luigi Piotto, dell’Opera di Don Orione, 65 anni, da 28 anni missionario in Madagascar.

Don Luigi Piotto, dell’Opera di Don Orione in Madagascar

La pandemia non ha bussato alla porta di nessuna nazione al mondo. E’ penetrata di prepotenza in ogni dove, in ogni angolo della Terra. E anche in Africa nessun Paese è stato risparmiato dal terribile virus.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso grande preoccupazione per la diffusione della malattia nel continente nero, dove Africa Centres for Disease Control and Prevention denunciano 749.500 casi, 15.726 decessi e 409.068 guarigioni. Tra coloro che non sono sopravvissuti all’infezione ci sono anche personaggi illustri, come Jacques Joachim Yhombi-Opango, ex presidente della Repubblica del Congo e l’ex primo ministro somalo e ex ambasciatore del suo Paese in Italia, Nur Hassan Hussein.

Gli esperti sono in stato di massima allerta: il già vulnerabile e fragile sistema sanitario di molti Stati africani non potrà far fronte all’emergenza Covid-19 e temono un escalation a livelli biblici della patologia.

Il Paese maggiormente colpito – il quinto su scala mondiale – è il Sudafrica con 381.798 persone infette e 5.368 morti dall’inizio della pandemia. Lunedì poi anche due membri del governo, Thembelani Nxesi, capo del dicastero per Impiego e Lavoro, e Gwede Mantashe, ministro delle Risorse Minerarie sono stati ricoverati per Covid-19.

Dal 13 luglio il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha nuovamente vietato la vendita di alcolici per ridurre il numero di pazienti traumatizzati, in quanto i posti letto degli ospedali servono in primis per i contagiati dal virus. Lo stesso giorno è stato introdotto il coprifuoco a livello nazionale dalle 21.00 alle 04.00. Ramaphosa, in una lettera alla nazione, ha sottolineato: “Non possiamo fermare la tempesta Covid-19, ma possiamo limitare gli effetti e i danni sulle nostre vite”.

Nuova acconciatura per sfidare Covid-19

Intanto nel Paese mancano oltre 12.000 operatori sanitari, i posti letto nelle terapie intensive sono insufficienti, mancano kit per effettuare i test.

Gran parte della popolazione non ha accolto di buon grado le nuove misure introdotte da Pretoria. Il recente lockdown ha messo in ginocchio l’economia, i parchi nazionali sono vuoti, Covid-19 ha bloccato anche il turismo.

Anche in Madagascar la situazione è drammatica. Il ministro della Sanità, Ahmad Ahmad, ha chiesto aiuto alla comunità internazionale; il materiale sanitario è più che carente, gli ospedali sono strapieni. Ma la presidenza non ha gradito l’appello di Ahmad. Lalatiana Andriatongarivo, portavoce del governo e ministro della Comunicazione e Cultura, in un comunicato ha fatto sapere che il governo non ha avvallato le richieste del collega.

La tanto elogiata e pubblicizzata bibita Covid-Organics a base di artemisia annua non è riuscita a frenare l’espandersi del micidiale virus. L’intruglio miracoloso era stato distribuito gratuitamente nelle scuole e anche alla popolazione in alcune zone dell’Isola.

Padre Albano Passarotto, deceduto in Madagascar

I contagi aumentano di giorno in giorno. A tutt’oggi sono 7.163, i morti 62, tra questi anche un religioso italiano di 80 anni, il vincenziano padre Albano Passarotto, da 54 nello Stato insulare. Il religioso è deceduto ieri nella capitale Antananarivo; era molto amato in tutto il Paese. Negli ultimi anni era attivo nel sud, a Tolagnaro, dove gestiva una scuola per 1.400 ragazzi delle fasce più povere. In passato aveva fondato il seminario nella capitale, aperto asili per orfani e tanto altro ancora.

Il Kenya registra 14.805 casi, 6.757 guarigioni e 260 decessi. Il governo ha messo in lockdown alcune contee, compreso la capitale Nairobi e ha imposto un coprifuoco notturno in tutto il territorio nazionale per arginare il contagio da Covid-19. Mentre le scuole resteranno chiuse fino alla fine del 2020, chiese e moschee sono state riaperte con restrizioni per quante concerne la presenza dei fedeli. Ma è proprio nella capitale keniota dove il micidiale virus è esploso più che altrove nella ex colonia britannica, infatti il 50 per cento dei contagi sono stati segnalati a Nairobi.

Malgrado l’aumento dei contagi, la scorsa settimana sono stati ripristinati sporadici voli interni, ovviamente con le dovute precauzioni. I passeggeri sono stati costretti a indossare la mascherina durante tutta la durata del tragitto. Il Kenya è il Paese del Corno d’Africa più colpito dalla pandemia.

Lo Zimbabwe ha imposto con oggi un coprifuoco notturno e ha inasprito le misure in atto volte a arginare l’espandersi del virus. Il Paese ha confermato 1.611 contagi e 25 decessi. L’opposizione ha contestato le nuove restrizioni e ha specificato che le norme sono state ordinate per annullare alcune manifestazioni messe in calendario per la prossima settimana per protestare contro la dilagante corruzione e la cattiva amministrazione del governo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

#Coronavirus Zimbabwe: arresti, sparizioni extragiudiziali, torture

Kenya, scienziati: per eliminare le locuste, portarle al cannibalismo o mangiarle col kebab

Tedeschi e sudafricani aprono una fabbrica d’armi in Arabia Saudita, rischio Al Qaeda

Il presidente del Madagascar:”Le nostre piante guariranno il mondo dal Covid-19″

Malawi condanne da 11 anni a 18 mesi per trafficanti cinesi di avorio

Speciale per Afeica ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 luglio 2020

I giudici del Tribunale di Lilongwe, la capitale del Malawi, hanno inflitto pene severe a nove membri di una organizzazione criminale implicata nel traffico di specie animali protette.

Nel 2019 sono stati arrestati 14 componenti della banda, grazie a un intervento congiunto della polizia e del Dipartimento della fauna selvatica, ufficio che dipende dal ministero delle Risorse Natuarli. E ieri sono piovute le prime condanne per nove criminali, che complessivamente dovranno scontare oltre 56 anni di galera.

Rinoceronti in Malawi

Per catturare Yunhua Lin, considerato il cervello della banda, ci sono voluti ben tre mesi, una vera caccia all’uomo. Lunedì la Corte gli ha inflitto una pena detentiva di ben 11 anni, altrettanti a sua moglie, Quin Hua Zhang, perchè ritenuti colpevoli di possesso illegale di un corno di rinoceronte e di un fucile.

Altri due cinesi sono stati condannati a sette anni di prigione; entrambi per detenzione illecita di corna di rinoceronte, mentre tre loro connazionali dovranno scontare un anno in meno, perché trovati in possesso “solo” di scaglie di pangolino e per lavorazione su avorio.

I due malawiani, anche loro componenti della banda, se la sono cavata con un anno e mezzo di galera perchè nelle loro abitazioni sono stati trovati denti di ippopotamo e dell’avorio.

Ivory recovered from poachersThe locks on the door of a secret strong room where Malawi has stored recovered Ivory.© Picture by Mark Kehoe January 2017mark.kehoe@btinternet.com 0044 7831 524 096

Secondo il Dipartimento della fauna selvatica, pare che l’organizzazione svolgesse la loro attività da almeno dieci anni. E Brighton Kumchedwa, direttore dell’ufficio, dopo la lettura delle sentenze ha esultato: “E’ una grande vittoria per il Malawi. Il mio Paese non è un terreno di gioco per criminali della natura”.

Malgrado sia vietato il traffico di avorio, i bracconieri sono ancora molto attivi in tutto il continente africano. La Cina è il Paese maggiormente interessato alle zanne d’elefante. E, secondo il World Wide Fund for Nature, attualmente ci sono poco più di quattrocentoquindicimila pachidermi in Africa.

zanne di elefante sequestrate in Uganda

Le pene riservate ai bracconieri e ai trafficanti sono diventate molto severe in quasi tutti gli Stati africani.

Yang Fenglan, una signora cinese soprannominata “regina dell’avorio”, rea del contrabbando di settecento zanne di elefante, è stata condannata a quindici anni di carcere da un tribunale della Tanzania.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Malawi, lottava contro i bracconieri: militare britannico ucciso da un elefante

Uganda: caccia a 18 vietnamiti per contrabbando di avorio e scaglie di pangolino

Isis minaccia il Sudafrica: “Se aiutate il Mozambico veniamo da voi”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 luglio 2020

“Se i crociati ritengono che il loro sostegno al governo miscredente in Mozambico proteggerà i loro investimenti si sbagliano. Saranno degli illusi e i soldati del Califfato li spingeranno fuori dai giacimenti di gas”. Sono pesanti le parole di un proclama scritto su al-Naba, voce dell’ISIS, tradotto in inglese in un editoriale di Aymenn Jawad Al-Tamini sul suo blog. Parte del testo viene ripreso nella newsletter Mozambique News Reports & Clippings, da Joseph Hanlon esperto di Africa Australe, docente alla Open University (Regno Unito). Ed è stato fatto circolare in Mozambico e in occidente.

Parte della pagina con il proclama di al-Naba, organo di propaganda ISIS
Parte della pagina con il proclama di al-Naba, organo di propaganda ISIS

I jihadisti vogliono l’Eldorado del Rovuma

Appare quindi chiara la motivazione degli attacchi di Al Sunnah Wa-Jama (ASWJ) a Cabo Delgado: al sedicente Stato islamico interessa l’Eldorado del Bacino del Rovuma. Giacimenti di gas naturale tra i più grandi del continente africano nel quale ENI, ExxonMobil e Total hanno investito 47 miliardi di euro. Eni ha programmato l’inizio della produzione per il 2022 con un liquidatore galleggiante, il Coral South Flng, da 3,4 milioni di tonnellate l’anno. Total dovrebbe iniziare la produzione nel 2024. Mentre ExxonMobil, vista la difficile situazione tra attacchi jihadisti e Covid-19, ha tagliato del 30 per cento gli investimenti 2020.

La minaccia del califfato

L’ISIS nel suo organo di propaganda ha “avvertito” il Sudafrica di non intervenire militarmente in Mozambico, un monito che è una pesante minaccia. “Se il Sudafrica dovesse intervenire a Cabo Delgado potrebbe esserci la reazione dello Stato islamico ed aprire un fronte di combattimento all’interno dei suoi confini”. Con la pandemia da Covid-19 in atto, che al momento in cui scriviamo, conta 324 mila contagi e quasi 4.700 decessi, il costo per il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa potrebbe essere pesante.

I corpi speciali sudafricani sono già in Mozambico

In realtà i militari sudafricani in Mozambico pare che siano già presenti, presumibilmente sono marines della Maritime Reaction Squadron. Sempre Hanlon, nella sua newsletter cita un breve articolo pubblicato dalla testata sudafricana News24 sulla presenza militare dell’ex colonia britannica. Kobus Marais, ministro ombra dello Sviluppo economico nell’Alleanza Democratica (DA), partito all’opposizione, ha fatto un’interrogazione al Parlamento sudafricano.

“Conosciamo la minaccia dell’ISIS e, allo stato attuale, sappiamo di avere soldati in Mozambico”,  ha affermato il parlamentare DA. Ha poi chiesto informazioni sul badget stanziato senza ottenere risposta e supponendo che il governo ne discuterà in riunioni a porte chiuse.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Mozambico, violenza jihadista: 1300 morti e 250mila sfollati, e l’esercito chiede il pizzo

Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

 

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

Gas Mozambico, ENI assembla il liquidatore galleggiante: nel 2022 inizierà a produrre

Mozambico, weekend di terrore: morti e feriti per attacco jihadista a impianti gas

Oltre ai jihadisti, epidemia di colera nel Nord del Mozambico: almeno 20 morti

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

Pirateria: il Golfo di Guinea è il tratto di mare più pericoloso del mondo; sequestrati 13 marinai

Africa ExPress
20 luglio 2020

Ci risiamo. A largo delle coste del Benin, nel Golfo di Guinea, è stata attaccata nuovamente una nave dai pirati e 13 dei 19 uomini dell’equipaggio, russi e ucraini, sono stati sequestrati dai criminali del mare.

La MV Curacao Trader (numero IMO 9340908),una petroliera a doppio scafo, battente bandiera liberiana, era partita da Lomé, Togo, quando è stata assalita dai malviventi a ben 350 chilometri al largo delle coste del Benin. La nave si trova attualmente nel porto di Cotonou, la città più popolosa della ex colonia francese, nella parte sud-orientale del Paese, tra l’Oceano Atlantico e il lago Nokoué.

Petroliera attaccata dai pirati nel Golfo di Guinea

L’armatore, la Alison Management Corp. con sede a Kifisia, a pochi passi da Atene, Grecia, ha fatto sapere che una nave refeer (cargo frigorifero) è stata inviata immediatamente sul punto del sequestro, per assistere l’equipaggio ancora sul natante. La compagnia ha inoltre specificato che metterà in campo tutti mezzi possibili pur di liberare i marinai.

L’abbordaggio di questo fine settimana è l’incidente più grave verificatosi quest’anno. E’ la prima volta che i pirati attaccano una nave a una tale distanza dalle coste. Secondo gli esperti ciò sta a indicare che questi criminali dispongono ora di nuovi mezzi operativi per i loro interventi di pirateria.

Il Golfo di Guinea

Sequestri a scopo di estorsione sono diventati una piaga nel Golfo di Guinea. I pirati, sono estremamente ben equipaggiati, armati fino ai denti e rinomati per la loro aggressività e brutalità.

Dall’inizio dell’anno sono stati sequestrati almeno 80 marinai a largo della Nigeria, Benin e Gabon. E secondo il direttore dell’Ufficio Marittimo Internazionale (BMI), il 90 per cento dei rapimenti in mare avviene nel Golfo di Guinea, ritenuto ormai il tratto di mare più pericoloso al mondo. Gli sfortunati marinai rischiano di restare nelle mani dei loro aguzzini anche diverse settimane, fino al pagamento del riscatto da parte dell’armatore.

Africa ExPress
@africexp

Mercantile svizzero attaccato da pirati in Nigeria

Mali: l’opposizione insiste e chiede le dimissioni immediate del presidente

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 luglio 2020

Una delegazione della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), in missione a Bamako, la capitale del Mali, per affrontare e cercare di risolvere la grave crisi che sta attraversando la ex colonia francese, ha rivolto alcune proposte alle parti in causa: il presidente Ibrahim Boubacar Keïta e il Movimento 5 giugno, che raggruppa membri della società civile e partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato dall’imam Mahmoud Dicko.

Goodluck Jonathan, ex presidente della Nigeria, capo delegazione CEDEAO in Mali

In veste di capo della missione della CEDEAO, Goodluck Jonathan, ex presidente della Nigeria, durante una conferenza stampa che si è tenuta nella capitale maliana ieri pomeriggio, ha presentato le proposte dell’Organizzazione economica regionale. I suggerimenti non sono stati accolti dagli oppositori, che insistono nel chiedere le dimissioni immediate del presidente Keïta.

Secondo i membri della delegazione della CEDEAO, le difficoltà attuali del Paese sono legati a problemi di governance. Quindi per uscire dalla crisi hanno proposto tre punti essenziali:

– Ricostituire quanto prima la la Corte Costituzionale, affinché possa pronunciarsi una volta per tutte sui risultati delle contestate elezioni legislative dello scorso aprile.

– La formazione di un governo di unità nazionale.

La delegazione è contraria alle dimissioni dell’attuale primo ministro Boubou Cissé, suggerisce invece una quota di ministeri per tutte le parti in causa: 50 per cento per il partito al potere, il 30 per cento per l’opposizione e il restante 20 per cento per la società civile. La CEDEAO ha sottolineato che il governo ha come priorità assoluta l’applicazione del trattato di pace di Algeri, siglato nel lontano 2015 e la governance.

La delegazione ha inoltre raccomandato l’apertura di un’inchiesta per accertare le responsabilità delle violenze durante la manifestazione della scorsa settimana, in particolare è necessario individuare chi ha sparato contro i dimostranti e chi ha distrutto e saccheggiato gli edifici pubblici.

Manifestanti chiedono le dimissioni del presidente maliano Keita

Gli esperti della CEDEAO sperano che i vari punti suggeriti possano essere messi in atto entro il 31 luglio 2020, affinché il Paese possa uscire quanto prima dalla crisi. Difficile passare ai fatti, in quanto l’opposizione non ha ottenuto le dimissioni del presidente, come richieste con insistenza durante le manifestazioni.

Jean-Claude Kassi Brou, presidente dell’Organizzazione economica è comunque fiducioso e ottimista, assicurando che le porte del dialogo restano sempre aperte.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

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Yemen, tempesta perfetta per la catastrofe: guerra, morte, fame, Covid-19 e migranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 luglio 2020

La guerra imperversa ancora nello Yemen. Si continua a morire di bombe, coronavirus, fame e la tempesta perfetta si sta abbattendo su questo Paese in ginocchio da anni di conflitti.

Un nuovo raid aereo – il terzo dal mese di giugno – perpetrato dalla coalizione guidata dai sauditi contro i ribelli huti, si è abbattuto mercoledì scorso sulla provincia di al-Jawf,nel nord dello Yemen. Le bombe hanno colpito abitazioni civili, uccidendo almeno 11 persone, tra queste anche 2 bambini, uno di pochi mesi, morte all’ospedale dalle ferite riportate.

Bambini, vittime della guerra in Yemen

Recentemente i ribelli hanno intensificato le offensive con lanci di missili, attacchi con droni, nonchè interventi militari terrestri per colpire alcune città saudite di frontiera e ovviamente il regno wahabita ha risposto alle aggressioni con raid aerei, mietendo vittime tra la popolazione civile.

Eppure solo un mese fa l’ONU ha cancellato la coalizione a guida saudita dalla lista nera degli Stati responsabili di uccisioni e ferimenti di minori. Lo scorso anno Riad e i suoi alleati sono stati responsabili della morte o del ferimento di almeno 222 bambini, mentre gli huti (appoggiati da Iran e dagli Hezbollah) hanno causato oltre 300 vittime tra i minori e le forze alleate del governo yemenita, riconosciuto dalle Nazioni Unite, sono state ritenute colpevoli del decesso di 96 minorenni. Huti e fiancheggiatori del governo non sono stati rimossi dalla “black list” del Palazzo di Vetro.