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I golpisti maliani annullano riunione per la formazione di un governo di transizione

Africa ExPress
29 agosto 2020

Regna ancora una gran confusione a Bamako, la capitale del Mali. La giunta militare, Comité national pour le salut du peuple (Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo), capeggiata da Assimi Goïta, al potere dallo scorso 18 agosto, ha rinviato la riunione sulla transizione, in agenda per questa mattina, per problemi organizzativi. Il meeting era stato convocato con la massima urgenza, dopo la dura presa di posizione della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale).

Durante la videoconferenza di ieri i capi di Stato membri di CEDEAO avevano respinto con pugno di ferro le proposte della giunta militare. Jean-Claude Kassi Brou, presidente della Commissione di CEDEAO aveva spiegato che all’interno dell’istituzione vige una regola: “In caso di colpo di Stato in un dei Paesi membri, il periodo di transizione non deve oltrepassare 12 mesi; una seconda norma prescrive che il governo provvisorio deve essere guidato da un capo di Stato civile e anche il primo ministro non deve far parte dei ranghi militari. Entrambi non potranno candidarsi alle presidenziali”.

Insomma le proposte della CEDEAO sono l’opposto di quanto è stato dichiarato in precedenza dai putschisti: un periodo di transizione di 2-3 anni prima di indire libere elezioni; il CNSP aveva detto di essere comunque disposto di formare un governo composto da militari e civili.

Firma Trattato di Pace e di riconciliazione per il Mali del 2015

In attesa di risposte chiare dalla giunta militare resteranno in vigore tutte le sanzioni imposte dalla CEDEAO. Le frontiere dei Paesi membri dell’Organizzazione confinanti con il Mali resteranno chiuse e bloccati tutti gli scambi commerciali e finanziari, eccezion fatta per i beni di prima necessità e medicinali e materiale per la lotta contro Covid-19.

Nel frattempo i militari hanno liberato l’anziano ex presidente Ibrahim Boubacar Keïta (IBK) giovedì scorso, come richiesto dai membri dell’Organizzazione economica. Gli altri personaggi di spicco, arrestati insieme a Keita, come l’ex primo ministro Boubou Cissé, non potranno, per il momento, godere degli stessi privilegi; il loro rilascio dipende dall’evoluzione dello stato delle cose, ha riferito un portavoce dei golpisti.

Il rinvio della riunione per “motivi organizzativi” è una spiegazione molto vaga; finora non è stata fissata una nuova data. Ieri sera il CNSP aveva convocato per oggi i partiti dell’opposizione e quelli della maggioranza, raggruppamenti politici del centro e altri non allineati, organizzazioni della società civile e gruppi armati del nord, firmatari del trattato di pace del 2015. All’incontro non erano stati invitati i leader religiosi e rappresentanti del movimento CMAS, l’organizzazione del potente imam Dicko, al centro delle contestazioni nelle piazze contro l’ex presidente Keita, insieme a altri componenti del Movimento 5 Giugno.

Africa ExPress
@africexpress

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti

Libertà di stampa: Mozambico scende al 104° posto nella classifica di RSF

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 agosto 2020

Dopo l’attentato che ha distrutto la redazione di Canal de Moçambique, il Capo dello stato, Filipe Nyusi, è subito intervenuto sui social. In un post su Facebook ha scritto: “Condanno fermamente gli attacchi a Canal de Moçambique commessi da sconosciuti ieri sera 23 agosto 2020. La libertà di stampa è un pilastro della democrazia e della conquista dei mozambicani che deve essere protetta. Darò mandato alle autorità affinché indaghino per portare i colpevoli davanti alla giustizia”.

https://www.facebook.com/NyusiConfioemti/posts/2648595265407255

Il giro di vite alla stampa indipendente

Portare i colpevoli davanti alla giustizia è ciò che la società civile spera, visto il giro di vite all’informazione e alla stampa indipendente negli ultimi anni. Con l’inizio del terrorismo, a fine 2017, a Cabo Delgado, estremo nord del Paese, c’è stata una stretta contro la stampa. A causa degli attacchi jihadisti ai villaggi ci sono ormai oltre 1.300 morti e 250 mila sfollati. Una situazione sociale gravissima che però è off-limits per i giornalisti. Chi va ad indagare viene arrestato come è successo ad Amade Abubacar, imprigionato senza capi d’accusa perché voleva intervistare un gruppo di sfollati.

Mappa sulla libertà di stampa di Reporters sans Frontieres: il Mozambico nel 2020 e al 104° posto su 180 Paesi (Courtesy RSF)
Mappa sulla libertà di stampa di Reporters sans Frontieres: il Mozambico nel 2020 è al 104° posto su 180 Paesi (Courtesy RSF)

Bavaglio alla stampa indipendente

Dal 2018 il presidente Nyusi ha aumentato in modo esorbitante l’iscrizione al registro delle testate indipendenti. Ma anche la “tassa” ai giornalisti stranieri e locali che collaborano come freelance per testate straniere. Una sorta di bavaglio che mette in grande difficoltà la stampa indipendente. Tutto questo prima delle elezioni amministrative del 2018, visto dalla società civile, come un test per il voto per le presidenziali del 2019 vinte da Filipe Nyusi. Ma sono anche aumentate le minacce di morte ai giornalisti.

Mozambico continua a scendere nella classifica della libertà di stampa

Negli ultimi tre anni, secondo Reporters sans frontieres, l’ex colonia portoghese è scesa di 11 posizioni. Al 93° posto nel 2018, è passata al 99° l’anno successivo e nel 2020 è scesa ulteriormente al 104°posto su 180 Paesi della lista.

Campagna per la raccolta fondi di Canal de Moçambique
Campagna per la raccolta fondi di Canal de Moçambique

La campagna per la raccolta fondi

Intanto, con la parola d’ordine “Non si può incendiare la democrazia”, Canal de Moçambique ha subito aperto una campagna di raccolta fondi. Si chiama “Ricostruiamo #CanalMoz. Il Mozambico ha bisogno di notizie alternative”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Attacco alla democrazia a Maputo: a fuoco il giornale Canal de Moçambique

Bavaglio alla mozambicana alla stampa costretta a pagare tasse enormi

Mozambico (2), vietato sfidare il governo: meno diritti umani e bavaglio alla stampa

Repressione alla mozambicana, il bavaglio alla stampa arriva prima delle elezioni

Mozambico: Amnesty protesta per l’arresto di un giornalista che lavorava su terrorismo

Mozambico, giornalista imprigionato da novanta giorni senza capi d’accusa

Ancora attacchi islamisti nel nord Mozambico vicino a giacimenti gas Eni

 

Ribelli, mercenari e faccendieri: l’italiano Elio Ciolini alla conquista del Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 agosto 2020

Nonostante le parti in conflitto nella Repubblica Centrafricana nel febbraio del 2019 abbiano sottoscritto un trattato di pace, la guerra nell’ex colonia francese imperversa ancora cruenta. Nella confusione generale che regna laggiù spunta fuori un italiano: Elio Ciolini.

Il suo nome compare nella relazione del Panel of Experts on the Central African Republic delle Nazioni Unite sulla situazione nel Paese africano. Elio Ciolini, viene presentato anche come Bruno Lugon, da sempre molto vicino all’estrema destra e con precedenti penali in giro per il mondo. Gli uomini dell’ONU sono stati incaricati dal Consiglio di Sicurezza di raccogliere informazioni dettagliate sul suo conto, una persona ben conosciuta  in Italia e in mezzo mondo. Basta digitare il suo nome su Google e si trova di tutto: viene indicato come faccendiere, al centro di depistaggi e altri fatti oscuri.

Ciolini, nato a Firenze nel 1942, ha frequentemente utilizzato false identità nel suo girovagare per mettere a segno le sue frodi e quant’altro.

Il nostro “illustre” concittadino è entrato nella Repubblica Centrafricana nel gennaio 2020 con un lasciapassare rilasciato dal consolato di Douala (Camerun) con il nome di Bruno Raul Rivera Sanchez, cittadino peruviano; avrebbe utilizzato tale identità già in passato per le sue frequentazioni con i narcotrafficanti sudamericani e altro.

Nel documento viene indicato come causale: “consulente speciale del presidente”. Copia del lasciapassare e la sua revoca, emanata dalla presidenza di Bangui il 3 giugno scorso, sono inseriti anche nel rapporto degli esperti dell’ONU.

Lasciapassare per l’italiano Elio Ciolini

Una volta arrivato nel Paese africano, è entrato in contatto con personaggi politici dell’opposizione, nonchè leader di raggruppamenti armati, spiegando di “rappresentare persone importanti negli USA”, oppure un “gruppo incaricato di cambiamenti sociali nel mondo”, favorevoli a sostenere un cambio di regime, volto a spodestare l’attuale presidente Faustin-Archange Touadéra e pronto a organizzare un meeting in Marocco.

Diverse fonti, tra questi anche membri di gruppi armati e attori politici, hanno fatto sapere al gruppo di esperti del Palazzo di Vetro che Ciolini, alias Lugon, alias Rivera Sanchez, avrebbe dichiarato di aver accesso a armamenti e di godere di supporto politico internazionale, secondo Jeune Afrique (giornale online di attualità politica africana edito a Parigi) e CNC (emittente di proprietà cinese per il 51 per cento), nonchè giornali locali. Secondo le inchieste dei reporter, il faccendiere italiano avrebbe avuto anche contatti con il russo Dimitri Alexandrov, addetto stampa di Valery Zakharov, consigliere per la sicurezza del presidente Touadéra.

Elio Ciolini, foto degli anni ’80

Sta di fatto che dopo la revoca del mandato a Ciolini, emanata il 3 giugno 2020 dalla presidenza centrafricana, secondo alcune fonti, il nostro connazionale sarebbe sparito un’altra volta nel nulla. Ora resta da capire quali siano stati i reali mandanti del fiorentino: russi, francesi o altri?

In Italia il personaggio ha guadagnato le prime pagine dei maggiori quotidiani quando ha cercato di depistare le indagini sulla strage di Bologna. Nel 1982, mentre era detenuto in un carcere svizzero per truffa, ha raccontato a uno dei giudici inquirenti italiani che la strage sarebbe stata compiuta dalla fantomatica loggia massonica “Montecarlo”. La giornalista Antonella Beccaria ha esposto in modo magistrale i fatti dell’epoca in un libro, Il faccendiere: storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto.

Come detto qui sopra la situazione in Centrafrica è sempre tesa e precaria; da mesi MINUSCA (Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica centrafricana) e l’esercito stanno dando la caccia al gruppo armato 3R (Retour, Réclamation et Réhabilitation), capeggiato da Bi Sidi Souleymane, alias Sidiki Abbas, sanzionato anche dagli USA e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Mentre il leader e i suoi fidatissimi si sono nascosti nella fitta boscaglia, le autorità di Bangui, la capitale del Paese, hanno annunciato il 17 agosto di aver ripreso il controllo della città di Koui, nel nord-ovest del Paese, roccaforte del gruppo 3R. L’azione è stata possibile anche grazie all’intervento dell’aeronautica francese, che, il 14 agosto, con i suoi aerei di combattimento ha supportato l’azione dei caschi blu di MINUSCA, alleati dei governativi.

Il capo di 3R, composto per lo più da fulani, è tra i firmatari del trattato di pace siglato a Karthoum, la capitale del Sudan, nel febbraio 2019. Un altro leader del gruppo, denominato generale Bobo, incaricato della difesa dei 3R, ha detto di essere sorpreso di questo attacco massiccio, visto che il suo capo avrebbe chiesto a più riprese un incontro con il governo. Purtroppo Bangui – secondo il capo ribelle – non avrebbe mai dato risposte a tale richiesta.

Intanto la ex colonia francese si prepara alle elezioni, previste per la fine di quest’anno. Una tornata elettorale ad alto rischio, visto che la pace, malgrado il trattato del 2019, è ancora lontana. L’attività dei gruppi armati ex-Séléka (vi aderiscono per lo più musulmani) e anti-balaka (composti da cristiani e animisti) è ancora vivace e anche la presenza di mercenari stranieri, menzionati nel rapporto di esperti dell’ONU, incaricati di sorvegliare l’embargo sulle armi, sarebbero co-responsabili di diversi attacchi armati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Attacco alla democrazia a Maputo: a fuoco il giornale Canal de Moçambique

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 26 agosto 2020

Un duro colpo alla libertà di stampa e dannoso per il processo di costruzione e consolidamento dello Stato di diritto democratico in Mozambico”. Così, il Comitato di emergenza per la protezione delle libertà (CEPL) definisce l’attentato incendiario al settimanale indipendente Canal de Moçambique.

Interno della redazione di Canal de Moçambique dopo l'attentato
Interno della redazione di Canal de Moçambique dopo l’attentato

Domenica 23 agosto, alle 20.00, sconosciuti entrati nella redazione del giornale mozambicano, hanno versato benzina sulle scrivanie e i computer, e hanno dato fuoco. Nonostante gli uffici e l’archivio siano stati completamente distrutti, i giornalisti hanno creato la redazione provvisoria nella terrazza, sotto un gazebo.

La redazione provvisoria di Canal de Moçambique dopo l'attentato
La redazione provvisoria di Canal de Moçambique dopo l’attentato

Una testata che non piace al potere

Canal de Moçambique e la testata web CanalMoz, sono note per le inchieste contro la corruzione. Tra queste, le indagini sull’ex presidente della Repubblica , Armando Guebuza, e il figlio dell’attuale presidente, Filipe Nyusi

Il 31 dicembre 2019, Matias Guente, direttore di Canale del Mozambico, è sfuggito a un tentativo di rapimento sulla strada pubblica e il caso non è mai stato chiarito dalle autorità. Nel giugno scorso, Guente e il collega Fernando Veloso sono stati accusati dal procuratore di Maputo di violazione del segreto di Stato. Insomma, pare che Canal de Moçambique non piaccia ai potenti.

Due copertine di Canal de Moçambique con le inchieste sull'ex presidente Guebuza e il figlio dell'attuale capo di Stato, Nyusi
Due copertine di Canal de Moçambique con le inchieste sull’ex presidente Guebuza e il figlio dell’attuale capo di Stato, Nyusi

La solidarietà nazionale e internazionale

C’è stata ampia solidarietà nazionale e internazionale contro l’attentato. Mediacoop, che pubblica il settimanale Savana ha messo uffici e attrezzature a disposizione dei colleghi “affinché le prossime edizioni possano andare nelle mani dei lettori”. La delegazione dell’Unione Europea in Mozambico ha espresso “estrema preoccupazione per l’accaduto. La libertà di stampa e di espressione sono pilastri essenziali di una società”.

Dura presa di posizione, da New York, del Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ ). “L’attacco all’ufficio di Canal de Moçambique è solo l’ultimo capitolo di un ambiente in continuo peggioramento per la stampa indipendente in Mozambico. È un palese assalto alla democrazia e al diritto pubblico di sapere. Esortiamo le autorità del Mozambico a indagare rapidamente e in modo credibile. Speriamo che non sia l’ennesimo esempio di impunità che sta diventando la norma con gli attacchi alla stampa”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Libertà di stampa: Mozambico scende al 104° posto nella classifica di RSF

 

Mali: nessun accordo tra Comunità economica dell’Africa occidentale e golpisti

Africa ExPress
25 agosto 2020

Non è stato raggiunto ancora nessun accordo tra la giunta militare, Comité national pour le salut du peuple (Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo), capeggiata da Assimi Goïta e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO), sul ritorno di un governo civile in Mali.
Il principale punto in discussione è la durata del governo di transizione. Altre questioni a tutt’oggi ancora aperte sono:

1. Chi dirigerà la giunta
2. Quanti e chi saranno i membri

I mediatori hanno fatto diverse proposte di eventuali modelli da seguire. Ismaël Wagué, portavoce di CNSP, ha replicato che finora nulla è stato deciso e ha sottolineato: “Periodo di transizione, presidente, formazione del governo sono questioni che dovranno essere risolte solo e esclusivamente dai maliani”.

La CEDEAO vorrebbe un militare in pensione a capo del Comitato; l’Organizzazione economica non insiste più sul ritorno al potere dell’ex presidente, in quanto Ibrahim Boubacar Keïta stesso ha dichiarato che non intende in alcun modo ritirare le sue dimissioni, specificando: “Ho rimesso il mio mandato di mia spontanea volontà, non ho subito pressioni”. Fatto confermato dal capo della delegazione degli Stati dell’Africa occidentale, Goodluck Jonathan, ex presidente nigeriano, che ha incontrato personalmente Keita domenica scorsa.

Mali, Bamako, Ismaël Wagué, portavoce di CNSP

Wagué ha d’altronde specificato che la giunta ha disposto che l’anziano ex presidente è libero di lasciare la prigione e di farsi curare in un luogo a sua scelta.
Gli altri personaggi di spicco, arrestati insieme a Keita, come l’ex primo ministro Boubou Cissé, non potranno, per il momento, godere degli stessi privilegi. E, sempre secondo il portavoce dei militari, il loro rilascio dipende dall’evoluzione dello stato delle cose.

Per il momento la CEDEAO non intende alleggerire le sanzioni ancora in essere. Le frontiere dei Paesi membri dell’Organizzazione confinanti con il Mali resteranno chiuse e bloccati tutti gli scambi commerciali e finanziari, eccezion fatta per i beni di prima necessità e medicinali e materiale per la lotta contro Covid-19.

Stati membri di CEDEAO

La Banca mondiale ha fatto notare che i trasferimenti di fondi rappresentano il 7 per cento del PIL di Bamako, se non il 10, se si prendono in considerazione anche quelli clandestini.

CNSP ha chiesto la revoca dei provvedimenti, visto che hanno cercato in tutti modi di trovare compromessi con l’Organizzazione economica. Dal canto suo la delegazione ha replicato che una risposta potrà essere data solamente domani, dopo la riunione con tutti i capi di Stato membri di CEDEAO.

Africa ExPress
@africexp

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti

Congo-K: all’attacco ebola, coronavirus, incursioni di gruppi armati e corruzione dilagante

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 agosto 2020

Mentre il mondo è concentrato sulla pandemia, la Repubblica Democratica del Congo deve anche combattere l’undicesima epidemia di ebola, scoppiata il 1° giugno 2020 nel nord del Paese, nella provincia dell’Equatoria, sulle rive del fiume Congo.

Congo-K 11# epidemia di ebola

Finora sono stati segnalati oltre 100 casi, quasi il doppio di cinque settimane fa, mentre i morti sono già 43.
La patologia si è manifestata inizialmente nel capoluogo Mbandaka ; nel giro di poco tempo ha raggiunto ben 11 delle 17 zone sanitarie della provincia. Molte aree sono difficilmente raggiungibili, le comunità affette da ebola vivono in luoghi rurali, circondati da grandi boschi. In molti casi gli operatori sanitari devono viaggiare diversi giorni prima di arrivare a destinazione per prestare cure ai malati e per rintracciare le persone entrate in contatto con chi presenta sintomi della patologia.

Già nel maggio di due anni fa un’altra epidemia di ebola si era manifestata nella stessa zona, fortunatamente debellata in meno di tre mesi. L’attuale infezione desta, invece, maggiore preoccupazione. “Cento casi in meno di cento giorni non sono pochi. Gli interventi richiedono tempo, sono difficili e costosi, in quanto è necessario prendere anche le dovute precauzioni contro Covid-19”, ha precisato Matshidiso Moeti, direttore generale per l’Africa dell’Organizzazione Mondiale per la Salute (OMS). Inoltre i finanziamenti messi in campo sarebbero insufficienti per far fronte a questo nuovo focolaio del mortale virus.

E infatti, all’inizio di agosto gli operatori sanitari, incaricati di contrastare l’espandersi di ebola, hanno scioperato per diversi giorni, perché rimasti senza stipendio dall’inizio di giugno. Ora la situazione sembra rientrata. La maggior parte del personale è stato reclutato in loco, mentre OMS ha messo in campo 90 suoi esperti,  e altri 20 sono arrivati da organizzazioni che collaborano con l’ONU.

Nel frattempo anche Covid-19 non si arresta. Finora sono stati registrati quasi 10.000 casi, mentre i morti sono 251. Relativamente pochi rispetto a altri Paesi del continente: oltre 600.000 persone infette in Sudafrica, seguito da Nigeria con 51.905, Ghana con 43.325 e Algeria con 41.068. In tutta l’Africa i decessi sono stati poco più di 27.000.

Neppure ebola e coronavirus, hanno fermato violenze e massacri. Nei giorni scorsi  sono state brutalmente ammazzate 13 persone da miliziani del gruppo armato Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

Le malcapitate vittime stavano lavorando nei loro campi in località di Matiba (Beni), quando sono state sorprese da sanguinari miliziani  di ADF. Alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani lamentano il crescente aumento delle aggressioni nell’area di Beni. Dall’inizio dell’anno a oggi hanno perso la vita almeno 400 persone per mano del gruppo armato ADF.

Il 1° di giugno 2020 Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani, con grande preoccupazione ha fatto sapere che negli ultimi otto mesi sono morti oltre 1.300 civili in diversi conflitti tra gruppi armati e forze di sicurezza congolesi.

Nel suo comunicato la Bachelet ha evidenziato che se da un lato i vari raggruppamenti hanno commesso massacri e atrocità indescrivibili, dall’altro anche i militari sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in diverse zone della ex colonia belga.

Congo-K vittime dei ribelli ADF

Alcuni di queste violazioni possono essere considerate come veri e propri crimini contro l’umanità o crimini di guerra, in particolare nelle province di Ituri e Nord-Kivu.

Ma la piaga maggiore, la più grande delle epidemie che il Congo-K deve affrontare, è la corruzione galoppante che si dilaga da anni a macchia d’olio in tutto il Paese. In una lettera firmata da più senatori degli Stati Uniti d’America, si chiede all’attuale presidente del governo Kinshasa, Felix Tshisekedi, di intensificare la lotta contro la corruzione, di smantellare il sistema cleptocratico instaurato dal suo predecessore Jospeh Kabila, affinchè il popolo congolese possa davvero approfittare delle immense ricchezze del Paese.

Detenuti senza cibo nelle prigioni congolesi

Nel frattempo si continua a morire di fame nelle putride galere. Due detenuti sono stati trovati senza vita nelle loro celle della prigione di Kwango, nella parte occidentale del Congo-K. Il direttore del penitenziario, Noé Tshala, ha ammesso senza mezzi termini: “Certamente sono morti di fame, non mangiavano da giorni, in quanto la struttura è priva di cibo. Viviamo solamente di beneficenza. Dall’inizio dell’anno il governo centrale ha tolto tutti sussidi”.

Sì, nel Congo-K si muore anche nelle prigioni se non si hanno soldi o conoscenze. Nella capitale Kinshasa, invece, Vital Kamerhe, ex direttore del gabinetto del presidente, già condannato in prima grado a 20 anni di galera per corruzione e appropriazione indebita, è stato trasferito nella notte in un ospedale della capitale per indisposizione. Giorni fa i suoi avvocati avevano chiesto gli arresti domiciliari per il loro assistito; i giudici avevano negato tale opzione a Kamerhe.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Detenzioni disumane e sovraffollamento: Coronavirus attacca carcere a Kinshasa

 

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

 

Mali: la folla esulta e applaude i militari per aver cacciato il presidente

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 agosto 2020

Venerdì la folla ha invaso la Place de l’Indépendance a Bamako per festeggiare la fine dell’ “ancien régime“. Membri e simpatizzanti del Movimento 5 Giugno (raggruppa membri della società civile e partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato dall’imam Mahmoud Dicko n.d.r.), che da diversi mesi avevano chiesto con insistenza le dimissioni di Ibrahim Boubacar Keïta, hanno inneggiato canti come “Vive l’armée malienne” e ovunque cartelloni e striscioni per sostenere i soldati.

Presenti tra i dimostranti anche chi protesta per l’ingerenza francese negli affari interni dei Paese

Folla a Bamako

Anche diversi membri del CNSP hanno raggiunto la piazza tra gli applausi della gente. Assente, il trentasettenne Assimi Goïta, il capo dei golpisti, per impegni dell’ultimo minuto. Mentre il numero due, Ismael Wagué, ha preso la parola sul podio installato nella piazza, cuore delle manifestazioni dei mesi scorsi: “Siamo venuti per ringraziare il popolo maliano, per il sostegno che ci ha dimostrato. Abbiamo semplicemente terminato il lavoro che voi avete iniziato”.

Una delegazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO) è giunta a ieri a Bamako, la capitale del Mali, dove ha avuto un breve incontro al ministero della Difesa con esponenti del putsch, Comité national pour le salut du peuple (Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo).

Il gruppo della CEDEAO, capeggiato dall ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan, si è intrattenuto solo una trentina di minuti con il CNSP e il loro capo, Assimi Goïta. Nessuno dei partecipanti ha voluto rilasciare dichiarazioni alla stampa dopo questo primo incontro, una semplice presa di contatto.

In seguito la delegazione ha potuto incontrare l’ex presidente maliano Keita, che per l’occasione è stato trasferito dalla caserma di Kati a Bamako, mentre domani mattina è previsto un meeting con gli ambasciatori accreditati in Mali dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Cina, Russia, USA e Gran Bretagna).

Al suo arrivo a Bamako, Jonathan si è dimostrato comunque fiducioso, certo che gli scambi d’opinione e le discussioni possano andare a buon fine. “Qualcosa di buono per il Paese, la CEDEAO e per la comunità internazionale”, ha aggiunto infine.

E mentre il popolo e i militari festeggiavano il putsch, membri della Missione dell’ONU, MINUSMA, hanno fatto sapere di aver incontrato Keita giovedì scorso e altre personalità del suo entourage ancora detenuti dalla giunta militare. Solamente due, l’ex ministro dell’Economia, Abdoulaye Daffé e il segretario particolare dell’ex presidente, Sabane Mahalmoudou, sono stati rilasciati, mentre altri 17 personaggi di spicco – tra militari e politici – sono ancora nelle mani dei golpisti, detenuti nella caserma di Kati, che dista una quindicina di chilometri da Bamako.

Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver interrotto qualsiasi collaborazione con l’esercito maliano. Ora i partner internazionali del Mali temono che la caduta dell’ex presidente possa avere influenze negative sulla già precaria stabilità del Paese e estendersi in tutto il Sahel.

Dopo mesi di assoluto silenzio, la famiglia del leader del maggiore partito all’opposizione, Soumaïla Cissé, rapito nel mese di marzo durante un comizio elettorale a Niafunké, la sua roccaforte vicino a Timbuktu, ha ricevuto alcune lettere dal loro congiunto. Le missive sono state consegnate a familiari venerdì scorso da rappresentanti del Comitato della Croce Rossa Internazionale in Mali.

Abdel Hakim al-Sahrawi, leader di EIGS

Mentre a Bamako si preparava il colpo di Stato, numerose fonti hanno riferito dell’uccisione di Abdel Hakim al-Sahrawi  e di alcuni suoi luogotenenti. Secondo quanto viene riferito, il terrorista più ricercato di tutto il Sahel, leader del gruppo Etat islamique dans le Grand Sahara (Stato Islamico nel Grande Sahara) sarebbe stato neutralizzato dalle truppe speciali francesi di Barkhane, a Tamalat (a est di Menaka, Mali), vicino al confine con il Niger. Mancano comunque conferme ufficiali, che forse  tarderanno af arrivare, vista la delicata attuale situazione  nel Paese.  Non sarebbe la prima volta che un capo terrorista dato per morto, “risorge”.
Finora solo il giornale online spagnolo “Periodista digital” ha confermato l’uccisione del terrorista.

Le truppe francesi dell’Operazione Barkhane sono presenti nei Paesi del G5 Sahel (Mali, Niger, Mauritania, Ciad e Burkina Faso) con un contingente di 5.100 uomini. All’inizio di giugno i francesi hanno inflitto un duro colpo a un altro raggruppamento terrorista. Con un blitz hanno ucciso il leader di AQMI, cioè al-Qaida au Maghreb Islamique, Abdelmalek Droukdal e alcuni suoi stretti collaboratori.

Africa ExPress
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

 

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti

SADC a guida mozambicana: fermare terrorismo jihadista in Africa Australe

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 22 agosto 2020

“Il Vertice accoglie la richiesta del Mozambico nel porre l’attenzione della SADC  sui violenti attacchi che lo hanno preso di mira. Esprime solidarietà e si impegna a sostenere il Mozambico nella lotta al terrorismo e condanna gli attacchi armati”. Queste righe sono apparse nel documento finale del 40° Vertice della Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe  (SADC).

Mappa degli Stati membri SADC dal 1980 ad oggi
Mappa degli Stati membri SADC dal 1980 ad oggi

Alla presidenza SADC è il turno del Mozambico

L’ultimo summit ordinario della Comunità che rappresenta 16 Paesi dell’Africa Australe si è tenuto a Maputo ed è terminato il 17 agosto. Il meeting è stato inaugurato dal capo dello stato mozambicano, Filipe Nyusi che avrà la presidenza di turno per un anno. Un vertice virtuale, con pochi rappresentanti ‘de visu’ e la maggioranza in videoconferenza, a causa del Covid-19 ma occasione unica per i problemi del Mozambico.

Filipe Nyusi, presidente del Mozambico, durante la cerimonia di insediamento alla presidenza di turno del 40° summit SADC
Filipe Nyusi, presidente del Mozambico, durante la cerimonia di insediamento alla presidenza di turno del 40° summit SADC

Problemi che, a Cabo Delgado, provincia settentrionale del Paese negli ultimi due anni sono andati peggiorando per i continui attacchi di gruppi jihadisti. Ora, con la presidenza SADC, l’ex colonia portoghese avrà l’occasione per cercare di convincere le 16 Nazioni che ne fanno parte a prendere decisioni concrete. Il Centro per la Democrazia e lo Sviluppo (CDD), che rappresenta parte della società civile, pensando alla presidenza SADC del Mozambico fa alcune domande. Sia al governo mozambicano che anche alla Comunità dei sedici.

Le domande della società civile mozambicana alla SADC

Come il Mozambico trarrà vantaggio dalla sua presidenza SADC per mobilitare il sostegno dei Paesi membri nella lotta contro la violenza armata a Cabo Delgado? Quali strategie ha la presidenza SADC per esercitare una maggiore pressione per evitare che il terrorismo nel nord del Mozambico contagi i Paesi vicini? Che valore aggiunto avrà la presidenza SADC del Mozambico nell’organizzazione regionale per la lotta contro il terrorismo? Che tipo di appoggio possono offrire al Mozambico i Paesi SADC nella lotta contro l’estremismo violento? Domande non facili che devono andare oltre la mera solidarietà espressa fino ad oggi. In pratica occorrono aiuti economici per la popolazione in fuga dalla guerra e aiuti militari per sconfiggere la violenza jihadista.

40a conferenza SADC a Maputo, Mozambico
Panoramica del 40°summit SADC a Maputo, Mozambico

Nyusi, aveva richiesto un summit straordinario con la troika SADC, organo della Politica per la difesa e la sicurezza dei 16 Paesi membri. L’incontro si è tenuto il 19 maggio scorso ad Harare, in Zimbabwe, dove il presidente mozambicano ha illustrato la grave situazione di Cabo Delgado. La posizione presa dalla troika, è stata piuttosto tiepida.

La battaglia di Mocimboa da Praia e la telefonata del Papa

Intanto, a Cabo Delgado, le Forze di difesa mozambicane combattono ancora per liberare Mocimboa da Praia e il porto, strategico per i giacimenti di gas. Sessanta chilometri a nord si trovano gli impianti di ENI, ExxonMobil e Total difesi militarmente. La violenza jihadista dei gruppi di Al Sunna wa-Jama, ora affiliata all’ISIS, ha portato morte e distruzione. Dall’ottobre 2017, secondo dati dell’ong ACLED, ci sono stati oltre 1.300 morti e 250 mila sfollati, in continuo aumento.

Profughi in fuga dai combattimenti a Cabo Delgado, nord del Mozambico SADC
Profughi in fuga dai combattimenti a Cabo Delgado, nord del Mozambico

La maggior parte di questi si sono spostati intorno a Pemba, capoluogo della provincia. Anche Papa Francesco, preoccupato per la situazione di Cabo Delgado, ha telefonato – a sorpresa – il vescovo di Pemba, Luiz Fernando Lisboa. ”Seguo gli eventi della vostra provincia con grande preoccupazione” – ha detto il pontefice. “Non esitate a chiedere se c’è qualcos’altro che posso fare”. Anche una telefonata del Papa più essere utile a portare la grave situazione di Cabo Delgado sotto i riflettori dei media a livello internazionale.

Sandro Pintus
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Truffa adozioni internazionali: giudici e avvocati ugandesi sotto inchiesta negli USA

Africa ExPress
21 agosto 2020

Il Tesoro americano ha emesso sanzioni severe contro quattro ugandesi, accusati di far parte di un  traffico di adozioni illegali.

I beni di due giudici, di una donna avvocato e quelli del suo associato e marito sono stati congelati e imposte restrizioni di visto per i viaggi negli USA.

I quattro ugandesi, i giudici, Moses Mukiibi e Wilson Musalu Musene e gli avvocati Dorah Mirembe and Patrick Ecobu sono accusati di truffa in adozioni internazionali in collaborazione con due cittadini americani, Margaret Cole e Debra Parris. Secondo l’accusa, avrebbero dato illegalmente in adozione  bambini, spacciandoli per orfani.

Le due americane e l’ugandese Mirembe sono inoltre indagate da Washington per frode multipla e riciclaggio di denaro.
L’ufficio legale della Mirembe avrebbe manipolato, tramite intermediari, famiglie vulnerabili in villaggi remoti in Uganda. Ai genitori veniva proposto di inviare i loro figli a Kampala, la capitale del Paese, dove avrebbero potuto frequentare gratuitamente una scuola missionaria.

Una volta arrivati nella capitale, i bimbi venivano messi in un orfanotrofio e presentati alla Corte come orfani per ottenere il certificato di adottabilità, indispensabile per concludere l’adozione con ignare coppie americane desiderose di avere un figlio.

Nella truffa, che ha fruttato centinaia di migliaia di dollari, sono coinvolti una trentina di piccoli ugandesi strappati alle loro famiglie di origine.

Eric Smith, agente speciale dell’FBI, incaricato del caso, ha specificato: “Le indagate, da un lato, hanno giocato con i sentimenti dei genitori, che desiderano solo il meglio per i propri figli, e dall’altro hanno sfruttato il desiderio di molte coppie di voler dare una famiglia, regalando un futuro a un bambino rimasto solo al mondo”.

Africa ExPress
@africexp

Troppi abusi e angherie: l’Etiopia vieta adozioni internazionali

 

I golpisti in Mali assicurano: “Restituiremo il potere ai civili”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 agosto 2020

L’Unione Africana ha annunciato poche ore fa di aver sospeso il Mali dall’Organizzazione finchè l’ordine costituzionale non sarà ristabilito. Il presidente di turno dell’UA, il sudafricano Cyril Ramaphosa, ha chiesto inoltre la liberazione immediata dell’ex capo di Stato maliano, Ibrahim Boubacar Keïta, ancora nelle mani dei golpisti.

I militari coinvolti nel putsch in Mali si sono presentati presto questa mattina alla TV di Stato. Hanno voluto raggiungere le case dei maliani prima che uscissero per le loro attività quotidiane, per tranquillizzare la popolazione tutta.

Ismaël Wague, al centro, portavoce di CNSP

Avevano in testa berretti marroni, blu o verdi, cinque alti ufficiali dell’esercito, seduti uno accanto all’altro davanti alle telecamere, altri in piedi, anche loro, tutti, o quasi, con distintivi propri dei gradi superiori.

Ismaël Wague, seduto al centro, portavoce di Comité national pour le salut du peuple (comitato nazionale per la salvezza del popolo n.d.r.), ha detto: “Noi, forze patriottiche di CNSP, abbiamo deciso di prendere le nostre responsabilità davanti al popolo e davanti la storia”.

I militari che hanno preso il potere a Bamako e spinto il presidente Ibrahim Boubacar Keita alle dimissioni ieri notte, hanno dichiarato che tutti i trattati internazionali verranno rispettati, altrettanto saranno messi in essere gli accordi di pace di Algeri del 2015. Il portavoce ha precisato che è loro intenzione lavorare per una politica volta a portare il Mali alle elezioni e restituire il potere ai civili.

Dopo l’intervento di Keita attorno la mezzanotte, le strade sono rimaste deserte a Bamako e nel resto del Paese. Tutti, dal più anziano al più piccolo sono rimasti sorpresi e in ogni dove si sentiva sempre e solo la stessa frase: “Il presidente è stato arrestato”.

L’ex presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta

Keita, costretto alle dimissioni, ieri notte ha pronunciato poche parole alla TV di Stato. In un breve discorso rivolto alla nazione tutta, ai militari, ha ringraziato la popolazione che gli ha dimostrato calore e affetto in tutti questi anni e ha voluto precisare che, per evitare qualsiasi spargimento di sangue, si vede costretto a rimettere il proprio mandato con le conseguenze del caso: dissoluzione dell’Assemblea nazionale e, ovviamente del governo.

Non c’è stato alcun spargimento di sangue, ma si sono verificati atti di vandalismo e saccheggi in città, non per ultimo è stato incendiato l’ufficio di Kassoum Tapo, ministro della Giustizia, nominato solo alla fine di luglio dall’allora primo ministro Boubou Cissé.

Jean-Pierre Lacroix, vice-segretario della Missione dell’ONU in Mali, MINUSMA, ha espresso perplessità sugli ultimi avvenimenti. “Sosteremo l’iniziativa della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), che presto invierà una delegazione a Bamako. C’è il forte rischio che il vuoto costituzionale che si è venuto a creare rischi di aggravare la situazione in tutto il Paese. E’ indispensabile che le istituzioni riprendano le loro attività quanto prima”.

I putschisti non si sono espressi sulla sorte dell’ex presidente, e neppure su quella degli altri personaggi politici arrestati ieri. Finora sono solo voci di corridoio, precisa Serge Daniel di RFI a Bamako, sentito al telefono da Africa ExPress ma sembra che vogliano consegnare alla giustizia i personaggi sospettati di aver sottratto fondi pubblici. “Ma garantiamo che a nessuno verrà torto un solo capello”, ha promesso uno dei militari di CNSP.

Finora non è dato sapere quanti e chi siano i personaggi illustri arrestati, con l’eccezione del presidente, il primo ministro Cissé, praticamente tutti i capi di Stato maggiore e i ministri della Difesa e della Sicurezza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako