Corrispondenza Mauro Armanino
Niamey, 7 settembre 2020
Per presentare l’atteso rapporto sui massacri di civili hanno scelto l’hotel Radisson Blu di Niamey che si trova presso il Palazzo dei Congressi, non lontano dal fiume Niger adesso in piena.
Nell’edificio si trovano 189 camere disegnate in stile moderno e confortevole. Una notte costa 209 euro, cioè 137 mila franchi locali, con riduzioni secondo la stagioni, nel Paese in cui il salario minimo è di 30 mila franchi CFA.
Nella sala di conferenza del lussuoso albergo, la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH), ha reso pubblico l’esito delle indagini effettuate nell’ovest del Paese, alla frontiera col Mali. La Commissione, autorità indipendente incaricata di proteggere i diritti umani nel Niger, ha sottolineato che i massacri sono stati perpetrati dalle Forze di Difesa e di Sicurezza. Tale versione contrasta con quanto affermato a suo tempo dai ministri della Difesa e degli Esteri. Almeno 71 persone sono state assassinate nel comune rurale di Inatès, zona nella quale, solamente quest’anno sono stai uccisi oltre 90 capi tradizionali, considerati dai gruppi armati terroristi come uno dei simboli dello Stato.
Hotel Radisson Blu, Niamey, Niger
Le popolazioni, in preda al panico, sono fuggite a migliaia e hanno scelto di rifugiarsi in luoghi ritenuti più sicuri. Una copia del rapporto completo di 500 pagine della Commissione è stato inviato anche al Presidente Mahamadou Issoufou e al presidente dell’Assemblea Nazionale. Sarà reso pubblico tra una settimana e l’amministrazione o gli autori messi in causa hanno un mese per rispondere alle conclusioni del fascicolo e potrebbero anche essere citati in giudizio.
La CNDH ha portato a termine un compito davvero difficile e delicato e per la prima volta hanno “ufficialmente” messo in dubbio l’operato delle Forze di Difesa. D’altronde altri giornalisti stranieri e un rapporto delle Nazioni Unite, avevano già accusato i militari maliani, burkinabè e nigerini di crimini contro i civili.
Il fatto che sia stata la CNDH del Niger a denunciare gli abusi è un fatto da non sotovalutare. La verità, bistrattata, tradita, confusa, travisata, coperta, manipolata, usata e ferita, riesce ancora ad emergere dalla sabbia dalla quale proviene e alla quale tornerà.
Esiste, com’è noto, una relazione del tutto particolare tra lei, la verità e la sabbia, scomoda, tenace, paziente, ostinata, cruda, sincera, adattabile e inevitabile. Di certo finirà così tra le due, che si intenderanno e come spesso succede, si metteranno d’accordo prima di arrivare al palazzo di Giustizia, anche’esso fatto di sabbia. Sabbia e verità stanno proprio bene assieme.
C’era stato un gran polverone mediatico, nella capitale, quando si era ‘scoperto’ un segreto da tutti conosciuto e non confessato. Nell’ambito degli acquisti per armi ed equipaggiamenti per la difesa, sono letteralmente scomparsi miliardi di franchi CFA.
Magari l’inchiesta andrà avanti, altri nomi eccellenti saliranno alla ribalta per qualche tempo e alcuni giuristi militanti prometteranno di portare l’inchiesta fino in fondo. Ma tutti, in fondo, sanno bene come finirà la storia, arrangiamenti e giustificazioni, errori imputabili al sistema dei contratti poco trasparenti, favoritismi di partito e amnistia.
La sabbia, un’altra volta, tornerà, sorniona e abituata agli scandali perpetui senza risoluzione se di mezzo ci stanno i grandi. Negli ingranaggi e nei mezzi di comunicazione che del potere vivono e dipendono, così come le decine di partiti satellite che ruotano attorno a chi si gestisce il potere.
Le prossime elezioni saranno anch’esse di sabbia, come il paziente lavoro per le carte biometriche che dovrebbero ridurre le possibilità di frode, come l’opposizione e la maggioranza perché uno ha bisogno dell’altro per perpetuarsi e come il terrorismo senza fine del Sahel. Solo e se le ‘sabbie’ e le “verità” di tutto il mondo si unissero si darebbe un futuro differente. A Niamey, nel frattempo, si potrebbe cominciare con l’invito dei famigliari delle vittime nell’hotel Radisson Blu.
Speciale per Africa ExPress Francesco Tripodi
7 settembre 2020
È un peccato abbia suscitato finora una scarsa attenzione la pubblicazione in Italia, dopo oltre cento anni dalla sua uscita in Inghilterra, avvenuta nel 1909, di un saggio scritto dal “padre” di Sherlock Holmes, Sir Arthur Conan Doyle, intitolato senza molti giri di parole “The crime of Congo” (Arthur Conan Doyle, Il crimine del Congo, a cura di Giuseppe Motta, ed. Bordeaux 2020, pp. 165 euro 14).
Conan Doyle
I fatti che il saggio descrive con la precisione di una moderna inchiesta giornalistica ed uno stile inconfondibile meritano invece di essere oggetto di una più estesa riflessione, offerta dalla densa prefazione dallo storico Giuseppe Motta. Si tratta di scoprire, più che riscoprire, uno dei casi più inquietanti di un “Olocausto” strisciante e dimenticato: soprattutto perché “africano”, ma anche per sminuire le responsabilità di quel monarca europeo che, secondo Conan Doyle, è, senza mezzi termini, l’autore del crimine: Leopoldo II, re del Belgio.
Il Congo Belga
Forse pochi oggi ricordano che la Repubblica Democratica del Congo – il cosiddetto Congo “belga”, indipendente dal 1960, denominato Zaire per volere del dittatore Mobutu dal 1971 al 1997, con un territorio estesissimo e ricco di materie prime – ha le sue strane radici fondative nelle concessioni che vennero fatte a favore di Leopoldo II del Belgio alla Conferenza di Berlino la quale, tra il 1884 ed il 1885, fu organizzata da Bismarck per definire principi e regole spartitorie del colonialismo europeo di fine Ottocento sul continente africano.
Mentre i pionieri dell’esplorazione dell’Africa (Stanley in primo luogo) tracciavano il solco di territori interni carichi di ricchezze naturali da raccogliere con alle spalle mecenati interessati nei Governi degli Stati che preparavano le rispettive zone di influenza, Leopoldo II del Belgio (il più attivo tra essi nel finanziare le missioni di Stanley), si pose alla ribalta della conferenza, propugnando quella che sembrava una posizione originale e per i tempi assai “liberale”: fare dei territori interni a cavallo del fiume Congo, nel suo ampio tratto navigabile risalendo dall’Atlantico fino all’odierna Kisangani, la Stanleyville di allora, un “possedimento” fiduciario della corona, che garantisse però la libertà del commercio e nella quale l’apparato amministrativo avesse come obiettivo primario quello di soddisfare le istanze di civilizzazione e progresso dei popoli africani.
Leopoldo II, re del Belgio
Questo spot di un Re filantropo e di un nascente mercato “buono” era avvalorato dalle origini “commerciali” e non militari della presenza belga in Africa se si pensa che Stanley su incarico del sovrano aveva percorso il fiume e stipulato oltre trecento “contratti” con capitribù locali per la costruzione di un sistema di stazioni lungo il fiume che facessero da collettori delle ricchezze della foresta.
Il petrolio congolese: il caucciù
Nasceva così, all’insegna di una smaccata ipocrisia giuridico-internazionale, lo “Stato libero del Congo”.
Conan Doyle individua subito infatti in questa retorica patrocinata da Leopoldo II la ragione più forte del suo successo e denuncia quello che in realtà, sotto la facciata, divenne un “domaine privée” in ogni senso del monarca. Leopoldo II ottenne infatti una delega in bianco per realizzare il frazionamento del territorio attraverso gigantesche concessioni commerciali a società prevalentemente belghe volte a “prendere” dal Congo il petrolio dell’epoca: la gomma naturale, quella che chiamammo in Italia il caucciù.
L’enorme richiesta di questa materia prima, con l’incipiente motorizzazione globale, vede competere dal 1890 in poi fameliche società commerciali a prevalenza belga che diventano di fatto la vera amministrazione coloniale, con esonero di responsabilità giuridica per lo Stato belga, mentre i singoli organi del fantomatico Stato “libero” erano in realtà funzionari che rispondevano direttamente al Re, il cui unico scopo sul posto era di imporre percentuali milionarie sui profitti del commercio.
Curiosamente – lo ricorda Marco Boccitto sul Manifesto del 12 luglio scorso – gli Stati Uniti, unici invitati non europei alla Conferenza di Berlino, furono i primi “ad aprire ufficialmente alla bizzarria dello Stato libero del Congo”, illusi o attratti da quell’idea del libero commercio antesignana della moderna globalizzazione, nonostante le riserve di altri Stati europei dal piglio coloniale attentamente statuale come l’Inghilterra.
Colonialismo predatorio
Certo, gli inglesi, superpotenza mondiale di quegli anni, non avevano forse le carte in regola per impartire lezioni di politica coloniale ad altri, ma Sir Arthur Conan Doyle mette in conto queste critiche, le affronta esplicitamente una per una, smontando quello che proprio lo indigna di più: “L’odioso pretesto di filantropia” posto a copertura di un colonialismo predatorio con pochi eguali.
Il saggio è un campionario angosciante di resoconti (diplomatici, missionari, viaggiatori) con fonti quindi variegate ed indipendenti che compongono il quadro stringente di una trama che l’autore di tanti gialli sta attento a separare dalle proprie caustiche opinioni. Il lettore ne resta inorridito.
Giuridicamente le uniche terre che restavano alle popolazioni locali erano quelle attigue ai villaggi, la foresta con gli alberi della gomma era territorio “vacante”, riserva delle compagnie, il lavoro forzato è imposto collettivamente e non è chiamato schiavitù perché presentato all’esterno come una “tassa” sulla civilizzazione ed ogni tanto compensato da una caraffa di sale.
Politica del terrore: massacri e mani mozzate
Ma non vi è alcun contratto di lavoro. Se non viene portata abbastanza gomma tutti gli abitanti del villaggio per una sistematica politica di terrore vengono massacrati e i vigilanti devono portare alla base, in mancanza di ceste sufficienti, le mani mozzate dai cadaveri, affumicate perché si conservino meglio.
Un’altra forma di punizione per chi non riusciva a portare le quantità volute di caucciù era la distruzione dei raccolti o addirittura dei villaggi. E portare la preziosa resina nelle quantità volute diventava sempre più difficile, perché le piante adatte, visto lo sfruttamento intensivo, si trovavano sempre più lontano dal fiume e molti villaggi non riuscivano a onorare le richieste. Ai lavoratori vicini ai centri di smistamento sul fiume, il lavoro forzato e l’obbedienza sono imposte con punizioni corporali spaventose, frustate con un nerbo di pelle di ippopotamo (la chicotte) simile negli effetti al flagellum romano.
Come in un racconto di Hemingway, nulla dell’inchiesta di Conan Doyle è lasciato alla suggestione emotiva e tutto pesa sulla nuda forza dei fatti. Come quando lo scrittore segnala i ricavi astronomici delle società coloniali del Belgio legate a Leopoldo II e, come sottolinea Motta nella sua introduzione, la stretta relazione che era venuta a crearsi tra la produzione e il numero di cartucce utilizzate, testimoniata da varie corrispondenze tra l’Europa e le società del posto.
Gli italiani non ci stanno
Come la storia spesso ci mostra, anche allora non mancarono i giusti, i testimoni che non accettarono il ruolo di “utili idioti” del presunto progresso di Leopoldo II. E se molte sono le citazioni di diplomatici e viaggiatori britannici, ve ne è una che ci riguarda da vicino e ci sorprende. Ed è la scelta dell’Italia, che pure aveva inviato in Congo alcuni ufficiali in appoggio alla “missione” di Re Leopoldo, accarezzando l’idea di creare un avamposto commerciale e che riceve da un suo ufficiale notizie raggelanti sulla realtà dello sfruttamento dei popoli indigeni. Annota Conan Doyle che dinanzi al Parlamento italiano il 4 febbraio 1907 l’avvocato Augusto Santini si rallegrava che l’Italia non avesse messo i suoi soldati “…agli ordini di una associazione di schiavisti e barbari”.
Ambiguità della Chiesa
Addolora poi, e su esso si sofferma brevemente Conan Doyle, anche il silenzio “istituzionale” della Chiesa cattolica, pur impegnata con tanti missionari ad arginare sul campo, dove possibile, atrocità e soprusi, ma incapace di alzare la sua voce sugli affari di re e governi. Non è una novità, avverrà anche per il fascismo ed il nazismo. Furono soprattutto i missionari protestanti i più attivi a denunciare le atrocità commesse, ma senza successo, anche perché invisi al cattolicesimo belga e rappresentati quali interessati “competitors”. Ma non sono mancate alcune fulgide eccezioni all’interno della Chiesa, segnalate dall’autore, come l’opera di denuncia “La question congolaise” del padre gesuita Vermeersch, pubblicata con grande clamore a Bruxelles nel 1906.
Lo scopo dello scrittore inglese era eminentemente pratico, come dichiara espressamente. Conclude il libro con un appello a sostenere la campagna di opinione e denuncia. E non senza risultati. La Congo Reform Association (della quale fecero parte anche Mark Twain e Joseph Conrad che aveva scritto nel 1899 dopo un viaggio sul fiume Congo il celebre “Cuore di Tenebra”) riuscì a creare un movimento di opinione “globale” di tale forza, ricorda Motta, da costringere Leopoldo II ad istituire nel 1906 una commissione d’inchiesta la quale, per quanto “addomesticata” con funzionari di fiducia del Re, non potè esimersi dal confermare diversi episodi di atrocità.
Villaggi visitati negli anni precedenti e densamente popolati vengono trovati ridotti a poche ombre macilente di esseri umani impauriti dal solo apparire di un uomo bianco. Si affretta così la nazionalizzazione da parte del Belgio nel 1908 di questa ibrida entità coloniale, mezzo pubblica e mezzo privata, gabbia giuridica di due decenni di orrore. Ovviamente poco cambiò almeno inizialmente, ma si avviò un processo che pose termine a quel diffuso indiscriminato strumento di terrore alla base del lavoro forzato.
Nsala, con i resti della figlioletta
Il giudizio finale del saggio («il più grande crimine di tutta la storia, ancora più grave per essere stato commesso sotto un odioso pretesto di filantropia), leggendo il libro, non appare esagerato.
Una missionaria e fotografa inglese dell’epoca, Alice Seeley Harris, ci ha lasciato con numerose fotografie una testimonianza vivida di quello che avvenne, più forte di qualunque racconto. Una di esse del 1904 ritrae un uomo seduto all’ingresso della missione che fissa vicino due oggetti messi uno accanto all’altro su una stuoia: facendo attenzione, appaiono essere il piede e la mano di un bambino, tagliati. L’uomo nell’immagine, Nsala era arrivato alla missione della Harris portando un involto con i resti di sua figlia, una bambina di cinque anni. Era stata uccisa e smembrata come punizione, poiché il suo villaggio non era stato in grado di produrre la quantità di gomma richiesta dalle società di re Leopoldo.
Filippo, attuale re del Belgio
Nell’inviare al presidente del Congo-K i suoi saluti per le celebrazioni dei sessant’anni dell’indipendenza, nel giugno scorso, re Filippo del Belgio, ha espresso per la prima volta “rammarico” per gli “atti di violenza e crudeltà” e le “sofferenze” inflitte al Congo, definendoli come atti che “pesano ancora sulla nostra memoria collettiva”. Meglio tardi che mai.
Il discendente di Leopoldo II ha posto le premesse per rendere a quella bambina ed a milioni di persone un minimo di postuma giustizia, quella che il Congo di oggi, gigante in ginocchio, continua ad attendere. Purchè non resti anche questa retorica.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
5 settembre 2020
Topo arrosto, fritto, in tutto le salse, o come semplice spuntino tra un pasto e l’altro, una prelibatezza molto apprezzata nel passato dai malawiani delle zone rurali. Oggi la tradizione è ritornata alla ribalta, non come moda nutrizionale del momento, bensì per necessità.
Spiedini di topo per contrastare la fame
Il piccolo roditore è diventata anche fonte di guadagno per molti; sulla strada, lunga 320 chilometri, che collega Blantyre – situata nel sud, sulle sponde del fiume Shire – con la capitale Lilongwe, una decina di venditori ambulanti offrono spiedini di carne di topo ai viaggiatori.
RISTORANTE INFORMALE
E a metà del percorso tra le due città è stato costruito in quattro e quattr’otto un piccolo ristorante informale. Il proprietario ha spiegato che attualmente si cacciano i topi per necessità, per sopravvivere, come complemento alla dieta quotidiana e inoltre si cerca anche di guadagnare qualcosa. “Già prima della pandemia era difficile tirare avanti, ora è diventato ancora più complicato”, ha aggiunto.
Il Malawi è uno tra i Paesi più poveri del mondo: ha una popolazione di quasi dodici milioni di abitanti e oltre la metà vive sotto la soglia di povertà. L’economia è basata sostanzialmente sull’agricoltura. Non avendo sbocchi sul mare né infrastrutture adeguate, l’esportazione dei prodotti agricoli ha un costo piuttosto elevato.
CORRUZIONE PROVERBIALE
Le ricchezze del Paese sono in mano a un’élite ristretta e la corruzione della classe politica è proverbiale.
Come quasi in tutto il continente, le misure adottate dal governo di Lilongwe per contrastare Covid-19, hanno influito negativamente sulla già povera economia, per lo più informale e/o basata sull’agricoltura.
Finora il Malawi ha registrato 5.610 casi di coronavirus con 175 decessi. E, secondo un sondaggio effettuato da un sindacato locale, ora la disoccupazione è galoppante: 1.500 posti di lavoro in meno al giorno dall’inizio della pandemia e si stima che entro la fine dell’anno saranno non meno di 680.000. Previsioni a dir poco catastrofiche.
Il governo di Peter Mutharika, sconfitto alle ultime elezioni di maggio, aveva preparato un piano di finanziamento per la fetta della popolazione più disagiata. Il nuovo capo di Stato, Lazarus Chakwera, vincitore della seconda tornata elettorale che si è svolta nel giro di meno di un anno, in quanto la prima è stata annullata dalla Corte costituzionale per brogli, sta ancora elaborando il proprio progetto finanziario.
ANCHE IL DIVO MANGIA I SORCI
Anche Lucius Banda, un cantautore di successo in tutto il Malawi, ricorda che anche lui acchiappava i topi nel suo villaggio d’origine quando era piccolo. “Sin dall’età di tre anni, ci divertivamo andare a caccia dei piccoli roditori. I più pregiati sono ancora oggi quelli grigi, a coda corta, conosciuti dai buongustai con il nome di ‘kapuku’. Continuo a mangiarli, più che altro perché mi ricordano la mia infanzia”, ha raccontato Banda.
La consumazione di sorci come alternativa alla carne, inaccessibile per gran parte della popolazione a causa dell’elevato costo, è persino raccomandata dalle autorità sanitarie. “Sono una preziosa fonte di proteine”, ha fatto sapere Sylvester Kathumba, direttore nutrizionista del ministero della Sanità.
Mentre Duncan Maphwesesa, direttore di una ONG per la protezione ambientale, lamenta che la caccia ai piccoli roditori distrugge l’equilibrio dell’ecosistema. “Per individuare le tane e poter acchiappare un gran numero di topi, i residenti incendiano cespugli e le campagne, contribuendo così al riscaldamento climatico. Capiamo che anche i poveri devono mangiare, ma bisogna trovare metodi diversi per stanare i roditori”.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 5 settembre 2020
Si chiamava Arthur “West” Mathewson, aveva 68 anni ed è stato ucciso dalle sue due leonesse bianche che aveva allevato da quando erano dei cuccioli. Si dice che erano state salvate a Polokwane dalla “canned lion hunting” un tipo di “caccia” dove i leoni da allevamento diventano bersaglio di ricchi cacciatori vigliacchi. Le aveva chiamate Demi e Tana.
Mathewson era conosciuto come “uncle West” (zio West) ed era un noto ambientalista. La tragedia è successa la settimana scorsa nella Lion Tree Top Lodge, la sua struttura di accoglienza per turisti, a Hoedspruit, vicino al Kruger Park.
Arthur Mathewson (al centro) con le sue leonesse bianche (Courtesy www.rhinosaverz.org)
Il gioco trasformato in tragedia
Tutte le mattine, uncle West, faceva la sua passeggiata con le due leonesse. Secondo quanto raccontato ai media dalla nuora, Tehri Mathewson, Arthur aveva aperto il recinto alle 8.30. Durante la solita passeggiata aveva cominciato a giocare con loro ma era caduto per terra. Istintivamente i due grossi felini gli sono saltati addosso e lo hanno azzannato.
Tutto è successo sotto gli occhi di sua moglie, Gill, 65 anni, atterrita e impotente davanti alla terribile scena. Quando sono arrivati i soccorsi e la polizia, hanno solo potuto constatare il decesso dell’uomo a causa delle ferite riportate. La più grave a una gamba dove era stata recisa l’arteria.
“In un angolo della sua mente ha sempre saputo che era pericoloso interagire con gli animali selvatici – ha raccontato la nuora. Ma questa paura non lo ha fermato. Amava gli animali e amava Demi e Tana come se fossero sue figlie”. Le due leonesse sono state narcotizzate e trasferite in una riserva poco distante.
La famiglia Mathewson: “ha vissuto il suo sogno”
La famiglia ha dichiarato che trova conforto perché Arthur è morto “mentre viveva il suo sogno. Era nella natura, con le sue leonesse così vicine al suo cuore”. La famiglia Mathewson si è impegnata a garantire che le leonesse vengano liberate nel miglior ambiente a loro disposizione.
Il video per ricordare il prezioso lavoro di Arthur “West” Mathewson (Courtesy www.rhinosaverz.org)
Eppure, la coppia di felini, nel 2017, era riuscita a scappare dal recinto. Aveva attaccato e ferito un uomo che lavorava poco lontano, trasferito subito in ospedale. Arthur Mathewson lo visitava ogni giorno, dispiaciuto per il terribile incidente, ma contento per la sua veloce guarigione. Ma un giorno, arrivato al nosocomio, gli avevano detto che era morto. Non per le ferite delle leonesse.
In Sudafrica sono circa 2.500 i leoni che vivono nel loro habitat naturale. Negli anni Quaranta, in tutta l’Africa, la popolazione di leoni era di 450 mila esemplari. Oggi ne rimangono tra i 20 e i 30 mila, minacciati quotidianamente dal bracconaggio.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo 3 settembre 2020
Nuovi affari per il complesso militare-industriale italiano in Algeria. A fine luglio, i cantieri navali Intermarine di Sarzana hanno consegnato un’unità cacciamine alla Marina militare algerina. Lunga 52,5 metri e larga 10, la nave da guerra ha un dislocamento di 700 tonnellate circa e può raggiungere velocità massime fra i 13 e i 16 nodi. Oltre a finalità d’individuazione e neutralizzazione di mine navali, l’unità può essere utilizzata per vere e proprie attività di combattimento grazie all’imbarco di due sistemi multiruolo per l’attacco simultaneo di bersagli OTO Marlin WS con cannone da 30 mm e direzione del tiro prodotti da Leonardo-Finmeccanica S.p.A.. Leonardo ha fornito pure i sensori elettrottici per il controllo del tiro e i sistemi di comando, controllo e comunicazione. Alla realizzazione del cacciamine ha contribuito la società di ingegneria e progettazione Orizzonte Sistemi Navali S.p.A., interamente controllata dalle holding a partecipazione statale Fincantieri e Leonardo.
Italia consegna cacciamine a Algeria
Nel giugno 2017 Intermarine aveva consegnato alle forze militari navali dell’Algeria un’unità con le stesse funzioni e caratteristiche di quella odierna, nell’ambito di un accordo sottoscritto a Parigi nel 2014 in occasione di Euronaval, la kermesse espositiva internazionale di imbarcazioni e sistemi d’armamento navale. Il cacciamine, con una capienza massima sino a 58 persone di equipaggio, era stato battezzato dalle autorità algerine con il nome di El-Kasseh 1. Inizialmente il contratto prevedeva la realizzazione di una sola unità da guerra, ma l’Algeria ha poi ordinato alla società ligure una seconda imbarcazione.
Intermarine S.p.A. è tra i leader mondiali nella progettazione, costruzione ed equipaggiamento di navi militari con requisiti operativi speciali come sono ad esempio i cacciamine. “A conferma della propria leadership internazionale in questo specifico settore delle navi per la difesa, Intermarine ha già realizzato 43 unità in nove diverse configurazioni, per le Marine Militari di otto Paesi”, riporta l’ufficio stampa del gruppo. Le classi dei cacciamine “Lerici” della Marina militare italiana e “Osprey” di US Navy sono state varate dai cantieri di Intermarine; altre unità da guerra (pattugliatori veloci, navi logistiche e trasporto, ecc.) sono state vendute alle marine da guerra di Australia, Finlandia, Malesia, Nigeria, Taiwan e Thailandia.
Dal 2004 Intermarine è interamente controllata dal gruppo Immsi S.p.A., holding finanziaria-industriale italiana controllata dalla famiglia Colaninno. Nel gennaio 2013 la società ha assunto il controllo della Rodriquez Cantieri Navali S.p.A. di Messina, storica azienda produttrice di aliscafi a uso militare e civile. Attualmente Intermarine ha sede legale a Sarzana, in provincia di La Spezia, dove sono presenti pure i maggiori impianti produttivi. A Messina l’azienda del gruppo Colaninno ha mantenuto operativo un cantiere navale specializzato nella progettazione e produzione di navi veloci in alluminio e acciaio di dimensioni minori. La società controlla pure un cantiere navale a Rio de Janeiro (Brasile).
Presidente del consiglio d’amministrazione di Intermarine è Livio Corghi, anche direttore di RCN Finanziaria S.p.A., altra compagnia della famiglia Colaninno. Nel management della società di Sarzana compare poi Maurizio Bertacchini, già manager negli Stati Uniti del programma di allestimento dei cacciamine “Osprey” destinati a US Navy, e Aldo Stile, già contract manager di Alenia Marconi Systems e Selex Sistemi Integrati, due società del gruppo Finmeccanica.
Con la principale holding del comparto militare-finanziario-industriale italiano, Intermarine ha una lunga e consolidata partnership. Lo scorso 18 giugno i vertici di Intermarine e Leonardo-Finmeccanica hanno reso noto di aver sottoscritto un “accordo strategico di ricerca e sviluppo” di tecnologie funzionali alla realizzazione di prodotti e di collaborazione commerciale nel mercato navale militare e para-militare. “Il lavoro congiunto nei diversi settori specialistici rafforzerà ulteriormente la partecipazione ai programmi di nuova generazione e di rinnovo delle flotte di navi cacciamine, di pattugliatori veloci e di navi idrografiche”, riporta la nota dell’ufficio stampa di Intermarine.
Più specificatamente i centri di ricerca e gli stabilimenti produttivi delle due società potenzieranno insieme gli investimenti in robotica, tecnologia unmanned (droni marittimi e subacquei, ecc.) e ingegneria navale, “aspetti sostanziali e necessari alla produzione di unità multiruolo sia costiere che di altura in grado di soddisfare gli sfidanti profili di missione richiesti per la lotta alle mine e per un controllo efficace del mare”. A far gola a Intermarine e Leonardo i mercati di Africa e Medio Oriente, aree geografiche perennemente al centro di sanguinosi conflitti.
Dal Nostro Corrispondente Costantino Muscau
2 settembre 2020
Partiamo da venerdì 10 giugno 2016. La Croce Rossa Italiana comunica: “E’ in corso all’ormai consueto Molo Marconi di Messina uno sbarco di 536 Persone Migranti dalla nave Frankfurt; sul molo ad accoglierli i volontari e le Infermiere Volontarie del Comitato di Messina e del Comitato di Roccalumera-Taormina. La Croce Rossa Italiana sempre in prima linea per Soccorrere chi ne ha bisogno: ricongiungere le famiglie, alleviare ogni tipo di sofferenza. Ovunque serva. Senza distinzioni di razza, sesso e religione”.
Mousa Juwara
Lunedì 8 luglio 2019. “Il Bologna FC 1909 rende noto di avere acquisito dall’A.C. ChievoVerona il diritto alle prestazioni sportive del centrocampista Musa Juwaraa titolo definitivo.
Giovedì 5 dicembre 2019. Il Bologna FC 1909 informa: “In occasione di Udinese BFC di ieri ha esordito con la maglia rossoblù Musa Juwara, il 908° giocatore della storia del nostro club”.
Venerdì 6 marzo 2020, alle 10,25 Il Bologna FC annuncia: “Doppia chiamata dalla Nazionale del Gambia per i nostri attaccanti, Musa Barrow e Musa Juwara, per il doppio incontro di qualificazione alla Coppa d’Africa contro il Gabon”.
Lunedì 6 luglio 2020 alle 8,57 il Bologna FC fa sapere: “Con il goal del pareggio di ieri all’Inter, il suo primo con la maglia del Bologna, Musa Juwaraè diventato il nostro 476° marcatore di tutti i tempi. Complimenti Musa”. E arriviamo a sabato 29 agosto 2020, ore 11,04. “Il Bologna Football Club 1909 comunica di aver raggiunto l’accordo con l’attaccante Musa Juwara per il prolungamento del contratto fino al 30 giugno 2024”.
Sono passati 1541 giorni, poco più di 4 anni. Non sappiamo che cosa sia successo a tutte quelle 536 “persone migranti” sbarcate a Messina e soccorse dalla CRI. Ignoriamo che cosa la vita in Italia abbia loro riservato. Non possiamo dire se siano sommersi o salvati. Fuorché una: Musa Juwara. Allora era un ragazzino di poco più di 14 anni. Era nato il 26 dicembre 2001 a Tujereng, villaggio sull’Atlantico del Gambia, uno dei Paesi più piccoli dell’Africa e più poveri del mondo. E fino al 2017 oppresso dal regime dittatoriale di Yahya Jammeh.
Era uno dei 25 mila minori non accompagnati accolti quell’anno nel nostro Paese.
Il Gambia
Dopo 1541 giorni, Musa Juwara non solo non è andato a fondo, come disgraziatamente sta capitando in questi anni e in questo periodo a tanti migranti. Anzi, ha raggiunto l’inimmaginabile: diventare calciatore di Serie A e a soli 18 anni avere un contratto assicurato fino al giugno 2024. Questo, dopo essere diventato celebre in Italia in seguito al goal segnato il 5 luglio scorso contro l’Inter a San Siro e che ha dato la vittoria al Bologna (2-1). La sua vita romanzesca ha colpito tutti e a tratti è stata anche romanzata senza che ce ne fosse motivo. Bastava la realtà. E basta vedere il suo account instagram @musajuwara, dove è possibile ripercorrere la sua giovane carriera con innumerevoli foto e video e oltre 26 mila followers.
La vita di Musa, ovvero Mosè, in effetti è breve ma segnata da una lunga traversata alla ricerca di una terra promessa: trasferimento in Senegal, superamento del deserto, attraversamento del Mediterraneo in barcone, o gommone (ma non cambia molto). “Volevo aiutare la mia famiglia – ha raccontato a Sky – Uno dei miei fratelli mi aveva detto che poteva portarmi in Europa. Così siamo andati fino in Libia e sono saliti su una barca per raggiungere l’Italia. Una volta in Basilicata, ho iniziato a giocare a calcio: è una lingua universale. Lì ho fatto bene, ho segnato tanti goal e sono andato al Chievo”.
Sbarcato a Messina, infatti, Musa, è stato trasferito al C.A.S. – Centro di Accoglienza Straordinario di Ruoti (Potenza) e poi adottato da Loredana Bruno, avvocato, e Vitantonio “Tonino” Summa, maestro di calcio giovanile. Ha iniziato a giocare nella Virtus Avigliano, squadra di un paese vicino (allenata proprio da Summa), grazie al supporto della famiglia e al suo carattere umile e socievole si è integrato presto e ha imparato l’italiano. Le sue capacità tecniche, le difficoltà burocratiche per il tesseramento di minori stranieri non accompagnati, l’interesse manifestato dai club di serie A, il passaggio al Chievo di Verona (che gli consentiva anche un percorso scolastico), il prestito al Torino, l’arrivo a Bologna per 500 mila euro: sono tutti dettagli raccontati a iosa dopo il suo primo goal italiano in Serie A che ha piegato l’Inter ai primi di luglio (l’altra rete è stata messa a segno dal connazionale, compagno e amico, Musa Barrow).
A un certo punto l’esposizione mediatica di Juwara è stata tale che l’allenatore del Bologna, Sinisa Mihajlovic, ha minacciato: non lo faccio più giocare se non smettete di parlare di Musa. I più entusiasti, naturalmente, sono stati i genitori rimasti in Gambia: avevano venduto tutto per pagare a lui e a un fratello il cammino della speranza. Il padre, Lamin Juwara, educatore, e la madre, Jarra Bittaye, direttrice della scuola elementare di Batokunku, intervistati dai quotidiani della capitale Banjul, The Point e The Standard, hanno detto: “Siamo grati a nostro figlio che ha reso felice il nostro Paese. Continueremo a incoraggiarlo a impegnarsi duramente come facciamo noi. Siamo emozionati nel vedere come l’intero Paese si inorgoglisca di lui e lo inciti”.
Ora il grande salto è stato fatto. Il giovanissimo attaccante gambiano, salvatosi dalle acque e dal deserto, è pronto a scrivere un altro capitolo della sua intensissima esistenza. L’ufficializzazione da parte del Bologna del rinnovo fino al 2024 è una possibilità da non sprecare. Ha, però, un esempio da non imitare: Mario Balotelli. Il futuro di Musa sta nelle sue mani, o se si vuole, nei suoi piedi. Meglio ancora, nella sua testa. Come scrive su Instagram “Believe in yourself”, credi in te stesso. E non fare autogol.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
1° settembre 2020
Tre marinai sono annegati, un quarto risulta ancora disperso dopo il naufragio del rimorchiatore, il Sir Gaëtan, di proprietà della autorità portuali delle Mauritius.
Il dramma si è consumato nella serata di ieri, a nord-est dell’Isola Stato, mentre il natante era impegnato in operazioni di pulizia dopo il disastro ecologico causato dalla nave commerciale giapponese Wakashio, battente bandiera panamense, che ha riversato oltre 1.000 tonnellate di petrolio in mare, una volta cristallino e ritenuto un paradiso terrestre, visitato da migliaia di turisti ogni anno.
Rimorchiatore Sir Gaëtan. Mauritius
Sul rimorchiatore c’erano otto uomini di equipaggio. Quattro di loro sono riusciti a salire su una scialuppa di salvataggio in dotazione all’imbarcazione, poi sono stati soccorsi da un elicottero che li ha portati a riva poco prima della mezzanotte. Gli altri quattro sono stati meno fortunati. Due corpi, quello di un ingegnere e l’altro di un marinaio, sono stati ritrovati subito dalle squadre di primo intervento. Una terza vittima, non ancora identificata, è stata recuperata nel pomeriggio di oggi; mentre risulta ancora disperso il quarto uomo.
L’incidente si è consumato mentre il Sir Gaëtan si dirigeva a Port Louis, trainando una chiatta carica di idrocarburi rimossi dalla superficie del mare, fuoriusciti dalla Wakashio dopo essersi incagliata a Point d’Esny, nel sud dell’Isola il 25 luglio. Il 16 agosto la nave si è poi spezzata in due.
Secondo una prima ricostruzione dei fatti, a causa del mare agitato, la chiatta, che non dispone di motore, avrebbe urtato il rimorchiatore. Le autorità portuali hanno promesso un risarcimento dell’equivalente di sei anni di stipendio alle famiglie delle vittime.
Nel pomeriggio l’attivista sociale, Bruneau Laurette, si è recato insieme al suo avvocato nella centrale del Dipartimento Investigazioni Criminali per denunciare il capo della capitaneria di porto e il direttore delle autorità portuali delle Mauritius, in quanto li ritiene responsabili del naufragio.
L’incidente del Sir Gaëtan, che è costata la vita a almeno tre persone, è un’altra conseguenza della catastrofe ecologica causata dalla petroliera giapponese. Durante lo scorso fine settimana oltre 70.000 persone hanno protestato nella capitale Port Louis; vogliono risposte chiare dal primo ministro Pravind Jugnauth e il suo governo sulla gestione del disastro ambientale.
Inoltre si teme un ulteriore blackout dell’industria turistica, già gravemente in crisi a causa della pandemia. Lo scorso anno il business dei visitatori ha prodotto oltre 1,6 miliardi di dollari e rappresentano una delle maggiori entrate dell’arcipelago.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
1°settembre 2020
Un nuovo attore protagonista è pronto a calcare il palcoscenico del sanguinoso conflitto in Libia: una società di consulenza militare-strategica in mano a James Jones, ex comandante generale delle forze armate USA e NATO con variegati interessi in aziende leader della produzione di armi e del settore energetico.
Il 25 agosto con un volo della Lybian Airways è giunta all’aeroporto internazionale di Mitiga, ad est della città di Tripoli, una delegazione del Jones Group International (JGI), gruppo di consulenza nel settore della difesa e della sicurezza con sede centrale a Gainesville, Virginia e diverse filiali sparse per il mondo.
James L. Jones
Il giorno dopo i rappresentanti della società contractor si sono incontrati con il presidente del Governo di Accordo Nazionale (GNA) Fayez Al-Sarraj e con i capi delle forze armate per uno “scambio di vedute in vista del rafforzamento delle capacità del personale libico e della lotta all’estremismo e al terrorismo”, come riporta una nota ufficiale delle autorità di Tripoli. Nel corso dell’incontro si sarebbe pure discusso sui meccanismi dell’assistenza militare che sarà assicurata nei prossimi mesi alle unità d’élite e delle forze di sicurezza libiche da parte del Jones Group International.
Fayez al Serraj
La partnership tra il Governo di Accordo Nazionale e la società statunitense avrebbe preso avvio nell’ottobre 2019 con la firma di un contratto per una serie di “servizi” di consulenza top secret. Il 2 febbraio 2020 si era poi tenuto a Tripoli un vertice tra il viceministro della difesa Saleh Al-Namroush, alcuni ufficiali delle forze armate libiche e i rappresentanti del Jones Group per predisporre un piano di formazione e cooperazione a favore degli apparati di sicurezza locali.
“La visita a Tripoli della delegazione di alto livello degli Stati Uniti d’America, Paese con cui siamo strategicamente alleati contro il terrorismo, si svolge nell’ambito nel lavoro di riforma e sviluppo delle istituzioni militari e di polizia libiche”, ha riportato in quell’occasione il Ministero della difesa del GNA. Anche allora i delegati della società contractor furono ricevuti dal presidente Fayez Al-Sarraj. “Il meeting si svolge dopo che il maggiore generale Khalifa Haftar ha lanciato un attacco contro i comandi e i reparti del Governo di Accordo Nazionale ospitati alla periferia di Tripoli e i bombardamenti contro l’area densamente popolata di Abu Salim”, evidenziò l’autorevole Middle East Monitor.
“Il Jones Group International è un’organizzazione che fornisce servizi di massimo livello nelle aree della sicurezza nazionale, degli affari internazionali, della politica estera e della sicurezza energetica”, riporta la brochure della società contractor USA. “Il Gruppo impiega un team di esperti civili e militari con una profonda conoscenza del settore produttivo pubblico e privato e della sicurezza nazionale e con un’esperienza unica a fianco dei governi e dei clienti stranieri per individuare le opportunità e i mercati ove massimizzare il proprio successo”. Un mixer dunque di consulenze in ambito bellico ed economico-finanziario che risponde pienamente all’immagine e al curriculum personale del fondatore e titolare del Jones Group International, l’ex generale dei Marines James L. Jones, già comandante in capo dell’U.S. European Command e del Supreme Allied Commander Europe dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO)..
Dopo una laurea alla Georgetown University School of Foreign Service, James L. Jones si arruola nel 1967 nel Corpo dei Marines per andare a combattere in Vietnam. Rientrato negli Stati Uniti a fine conflitto, James si specializza nella scuola di Guerra anfibia e successivamente presso il National War College. Quale comandante della 24th Marine Expeditionary Unit partecipa all’Operazione Provide Comfort in Turchia e nell’Iraq settentrionale contro il regime di Saddam Hussein. Nel 1999 diveiene il 32° Comandante del Marine Corps degli Stati Uniti d’America e dal 2002 al 2006 Comandante delle forze armate USA in Europa e del Comando Supremo delle forze alleate NATO (SACEUR). “Dal quartier generale di Mons, in Belgio, James L. Jones ha sostenuto l’importanza della sicurezza energetica e della difesa delle infrastrutture critiche quale elemento chiave delle future missioni della NATO”, si legge nella nota biografica riportata nella brochure del Jones Group International.
Guerra in Libia
Ritiratosi dal servizio militare attivo, nel 2006 James L. Jones fonda l’omonima società contractor. L’anno seguente divenne presidente del consiglio d’amministrazione dell’Institute for 21st Century Energy affiliato alla Camera di Commercio USA, “dove ha operato per fare accrescere la varietà delle fonti e delle infrastrutture energetiche, sviluppare la cooperazione internazionale e proteggere la sicurezza energetica nazionale”, come riporta ancora il Jones Group International. Nel 2007 l’ex generale Jones viene nominato presidente della Commissione d’inchiesta del Congresso USA sulle effettive capacità operative delle forze militari e sicuritarie irachene, nonché presidente del Consiglio Atlantico sino al gennaio 2009. Successivamente viene nominato “consulente speciale” della Segreteria di Stato per la sicurezza in Medio Oriente e il conflitto israelo-palestinese e nel 2010 “consulente nazionale per la sicurezza” del presidente Obama, contribuendo a ridisegnare il ruolo delle forze armate USA negli scenari di guerra in Afghanistan, Iraq e nel continente africano.
Contestualmente James L. Jones ha firmato lucrosi contratti con alcune delle maggiori holding internazionali del settore militare, aero-spaziale e petrolifero, tra cui Boeing Company (direttore finanziario dal giugno 2007 al dicembre 2008), la società privata produttrice di soluzioni per il controllo biometrico Cross Match Technologies (ottobre 2007-gennaio 2009), Chevron Corporation (direttore esecutivo nel 2008), General Dynamics (2011), Deloitte Consulting LLP (consigliere commerciale nel 2012) e Thales Defense & Security (dal settembre 2019 membro del Cda della filiale statunitense del gruppo francese leader nella produzione di velivoli aerei e componenti elettroniche). Il 2020 consacra l’ex capo dei Marines e delle forze USA e NATO nel consulente di fiducia del regime di Al-Sarraj per accrescere l’arsenale di guerra contro il nemico Haftar.
“La vita di Denis Mukwege, medico ginecologo congolese, Premio Nobel per la Pace 2018, è in serio pericolo. Le continue minacce di morte destano serie preoccupazioni”, ha detto l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani, Michelle Bachelet. Nel suo comunicato l’Alto commissario ha anche chiesto che venga aperta immediatamente un’inchiesta imparziale.
Il ginecologo e ostetrico Denis Mukwege nel suo ospedale in Congo
Il premio Nobel e i suoi familiari hanno ricevuto minacce via telefono e suoi social network per il suo impegno nella lotta contro la violenza sulle donne e altre violazioni dei diritti umani.
Il medico congolese è stato insignito della prestigiosa onorificenza per la sua attività come medico-ginecologo nell’ospedale di Panzi, da lui fondato nel 1998. La clinica si trova a Bukavu, capoluogo della provincia del Sud-Kivu, Repubblica Democratica del Congo, dove ogni anno vengono curate migliaia di donne, vittime di violenze sessuali.
Non è la prima volta che Mukwege riceve intimidazioni del genere e nel 2012 è scampato miracolosamente a un agguato; sconosciuti avevano tentato di ucciderlo nella sua abitazione. Allora, grazie all’intervento di MONUSCO, i caschi blu della Missione dell’ONU nel Congo-K, il medico e la sua famiglia sono stati portati fuori dalla ex colonia belga per un certo periodo.
Le attuali minacce sono certamente dovute all’ultimo appello del medico per la pace nell’Est del Paese; Mukwege ha proposto l’istituzione di un tribunale internazionale per il Congo-K, al fine di valutare la sussistenza di gravi crimini commessi nei confronti della popolazione civile.
Felix Tshisekedi, presidente della RDC, sollecitato dalla Bechelet, ha chiesto al suo governo protezione per il premio Nobel e l’apertura di un inchiesta, volta a rintracciare i responsabili delle minacce. Anche i caschi di MONUSCO hanno garantito protezione al medico e alla sua famiglia.
Speciale per Africa ExPress Antonella Beccaria
30 agosto 2020
“Oggetto: nuova strategia della tensione in Italia. Periodo: marzo-luglio 1992. […] Informo la Vostra Signora che […] avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come:
– esplosioni dinamitarde intente [sic] a colpire quelle persone “comuni” in luoghi pubblici;
– sequestro ed eventuale “omicidio” d’esponente politico Psi, Pci, Dc;
– sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro presidente della Repubblica.
Tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu – (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra […]. La “storia” si ripete – dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno alle strategie omicide – per conseguire i loro intenti, falliti. Ritorno, come l’Araba Fenice”.
Elio Ciolini, foto degli anni ’80
Era il 4 marzo 1992 quando un detenuto del carcere di Sollicciano mise per iscritto queste sibilline parole destinate al giudice di Bologna, Leonardo Grassi, titolare dell’istruttoria Italicus Bis sulla strage del 4 agosto 1974 che uccise dodici persone e ne ferì 48. La lettera aveva anche un titolo, “dossier della destabilizzazione”, e lì per lì fu liquidata come le solite menzogne di un bugiardo, considerando chi era l’autore.
Poi, però, il 12 marzo successivo, a Palermo fu assassinato Salvo Lima, il politico democristiano che rappresentava in Sicilia il potere andreottiano e il 23 maggio saltò per aria l’autostrada di Capaci provocando la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e di tre uomini della sua scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Infine il 19 luglio, ultimo mese indicato nel “dossier”, in via D’Amelio, sempre a Palermo, un’autobomba assassinò un altro magistrato, Paolo Borsellino, e cinque agenti, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Il detenuto non era un sensitivo, ma a tutt’oggi è rimasta inspiegata l’origine del suo vaticinio. Si tratta di Elio Ciolini, ai tempi detenuto da pochi mesi a causa di una condanna per calunnia e autocalunnia determinata dalle falsità che disse per depistare le indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Nato a Firenze il 18 agosto 1946, di Ciolini non si avevano notizie dal settembre 2012, quando era stato arrestato sotto falso nome all’aeroporto internazionale di Otopeni, a Bucarest, Romania. Proveniva da Zurigo ed era ricercato per manipolazione del mercato, oltre a essere coinvolto nella ricettazione di falsi titoli di Stato americani. Ma il suo esordio criminale, dopo aver accumulato precedenti penali per reati di altra natura, si lega soprattutto alla strage di Bologna del 1980, la più grave avvenuta nell’Italia del dopoguerra (85 morti e oltre duecento feriti).
Uno dei tanti documenti d identità falsi utilizzati da Elio Ciolini. In questo caso è intestato a Roland Boccioni
Nel dicembre 1981, infatti, Ciolini si trovava rinchiuso a Ginevra, a Champ Dollon, lo stesso da cui evase Licio Gelli nell’agosto 1983, e fece sapere al console italiano Ferdinando Mor di essere in possesso di notizie riguardanti il massacro alla stazione. Negli anni successivi continuò a mentire all’ufficio istruzione di Bologna raccontando nella sostanza che la bomba del 2 agosto era stata decisa nella primavera del 1980 da una loggia massonica internazionale, la loggia di Montecarlo, una sorta di super-P2 al cui vertice c’era sempre Gelli e che radunava il fior fiore della politica e della finanza italiane. Movente: era una tragica operazione di distrazione di massa per distogliere l’attenzione da manovre legale all’Eni.
La preparazione e l’esecuzione – sempre nelle parole di Ciolini – sarebbe stata affidata alla fantomatica “Organizzazione terroristica” di Stefano Delle Chiaie (per Bologna è stato assolto per insufficienza di prove). In effetti il fiorentino aveva conosciuto e frequentato il leader della formazione neofascista Avanguardia Nazionale durante uno dei periodi trascorsi in America Latina e fu abile nel costruire il suo castello di menzogne perché Ciolini, che in carcere in Svizzera incontrò uomini del Sismi e ufficiali dell’Arma dei carabinieri, mescolò informazioni vere con elementi tossici. Tuttavia, come nel caso della stagione stragista del 1992, non si è capito come abbia potuto avere accesso a dati di fatto che andavano oltre le cronache giornalistiche.
Graziella De Palo e Italo Toni
La strage di Bologna non è stato però l’unico caso in cui Ciolini ha raccontato il falso. Lo stesso ha fatto per un’altra vicenda rimasta oscura. È la fine di due giornalisti italiani, Graziella De Palo, 24 anni, e Italo Toni, 50. Il 2 settembre 1980 – esattamente 40 anni fa – erano a Beirut, dov’erano giunti via Damasco, per realizzare reportage sul Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, ma sparirono nel nulla dopo aver lasciato l’albergo Triumph, nella zona ovest della città. Di loro non si è mai più saputo nulla, nemmeno i corpi sono mai stati restituiti alle famiglie, ma ciò che si sa per certo è che il Sismi depistò le indagini su ciò che era accaduto loro. E Ciolini, in proposito, tra l’altro affermò falsamente che i due cronisti erano stati assassinati perché nelle loro ricerche si erano imbattuti in un importante politico, il socialista Gianni De Michelis.
Patrick Haemer
Il depistatore italiano, a lungo molto vicino a uomini legati alla P2, di frequente è stato associato ad apparati di intelligence italiani e stranieri e lui stesso si presentò come tale nelle sue peregrinazioni all’estero. In particolare accadde in Belgio, dove tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta operava una banda, capeggiata da Patrick Haemer, poi morto suicida in carcere, specializzata nell’assalto ai furgoni portavalori.
Con lui entrò in contatto Ciolini che, ai tempi, si faceva chiamare colonnello Bastiani, sedicente ufficiale dell’esercito francese. Il suo compito sarebbe stato quello di infiltrarsi nella banda Haemer nel periodo in cui il Belgio francofono era scosso da una delle sue principali storie criminali: quella dei massacri del Brabante Vallone che, dal 1982 al 1985, provocarono la morte di 28 persone, per la maggior parte semplici cittadini falciati dai proiettili sparati da una banda all’apparenza di rapinatori che si muovevano come militari addestrati, ma che uccidevano senza quasi mai rubare nulla.
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