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Mosca alla conquista della Repubblica Centrafricana regala armi e blindati

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 ottobre 2020

La presenza russa nella Repubblica Centrafricana è sempre più solida, ormai visibile ovunque, da quando Faustin-Archange Touadéra, presidente del Paese ha iniziato la collaborazione con Mosca quasi tre anni fa.

Mercoledì scorso sono arrivati all’aeroporto della capitale Bangui dieci mezzi blindati russi, poi fatti sfilare nelle strade del centro della città, davanti a una gran folla, persone mobilitate dal governo per l’occasione. Il presidente in persona si è recato all’aerostazione per accogliere i veicoli mentre scendevano dall’aereo di trasporto russo.Assieme ai blindati hanno raggiunto la capitate carichi d’armi.

Blindati russi sfilano per le strade di Bangui, Centrafrica

Albert Yaloké Mokpemé, portavoce della presidenza centrafricana ha sottolineato che la cooperazione militare tra il Paese e Mosca si sta intensificando e che altri dieci blindati sono attesi a dicembre.

E non finisce qui. Alcune fonti hanno fatto sapere che il Cremlino ha intenzione di installare una vera e propria base militare a Bangui entro la fine dell’anno. L’obiettivo apparente di Mosca è quello di supportare la ricostruzione dell’esercito centrafricano e di collaborare per mettere in piedi una guarnigione nella parte occidentale della ex colonia francese. A breve un centinaio di ufficiali centrafricani saranno inoltre accolti nelle accademie militari russe. L’obbiettivo non manifesto invece è mettere le mani sulle ingenti ricchezze del sottosuolo centrafricano.

Ma uno dei principali oppositori dell’attuale governo, che ha voluto mantenere l anonimato per non offendere i russi, ha detto: “Non è altro che uno spettacolo elettorale. – e ha poi  precisato – L’efficacia dell’apporto dei russi è ancora tutto da dimostrare, visto che l’influenza dei gruppi armati continua a crescere”.

Le elezioni presidenziali sono alle porte, sono state fissate per il prossimo 27 dicembre; un eventuale ballottaggio è previsto per il 14 febbraio 2021. Oltre al presidente uscente, sono in lizza per la poltrona più ambita anche François Bozizé, deposto con un colpo di Stato nel 2013, Catherine Samba-Panza, ex capo di Stato del Paese dal 2014-2016 e Martin Ziguélé, già primo ministro dal 2001-2003.

Soldati russi, ma soprattutto mercenari del gruppo Wagner sono impegnati in diversi settori: addestramento militare; assistenza e sostegno delle truppe delle Forze Armate Centrafricane (FACA) durante i loro spostamenti e interventi; controllo, sorveglianza dei siti minerari; protezione personale del presidente. Il consigliere per la sicurezza di Touadéra è il russo Valery Zakharov e da marzo 2018 quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

Faustin Archange Touadéra, presidente della Repubblica centrafricana, con Vladimir Putin, presidente della Russia

Fonti ufficiali hanno rivelato che attualmente sono presenti oltre mille russi nel Paese, per lo più mercenari, il cui boss è un umo molto vicino a Putin. Si tratta di Dimitriy Valeryevich Utkin, nato in Ucraina nel 1970 ed ex colonnello delle forze speciali russe.

Si è cominciato a parlare per la prima volta del gruppo Wagner nel 2014, per il loro impiego accanto ai separatisti in Donbass, in Ucraina. In seguito hanno svolto un ruolo importante in Siria. E da qualche anno sono presenti anche in Africa: in Centrafrica, Sudan accanto all’expresidente al Bashir, Libia. Ora sembra che i mercenari del Cremlino siano attivi anche in Madagascar, Zimbabwe e Sudafrica. In Mozambico la loro presenza per sconfiggere i jihadisti di Cabo Delgado è stata di breve durata. Almeno una decina sono stati brutalmente ammazzati dai terroristi locali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Mercenari russi in Centrafrica, per garantire a Mosca lo sfruttamento delle miniere

http://www.africa-express.net/2018/02/04/cambio-di-licenze-minerarie-putin-invia-armi-allesercito-centrafricano-lonu-acconsente/

 

 

Roma va alla guerra in Medioriente: cannoni italiani per corvette israeliane

Speciale per Africa ExPress 
Antonio Mazzeo
16 ottobre 2020

Saranno armate con cannoni made in Italy
le nuove unità da guerra destinate alla Marina militare israeliana. A dicembre i cantieri navali della società tedesca ThyssenKrupp Marine Systems consegneranno la prima delle quattro corvette lanciamissili della classe Sa’ar-6 “Magen” ordinate dalle autorità dello Stato ebraico nel maggio 2015. Le altre tre unità dovrebbero giungere in Israele nei prossimi due anni.

Dotate di sofisticate tecnologie stealth per non essere individuate dai sistemi radar, le imbarcazioni avranno una lunghezza di 90 metri e un dislocamento di 2.000 tonnellate. Le corvette Sa’ar-6 “Magen” potranno estendere il loro raggio operativo fino a 4.000 km. di distanza e disporranno di un potentissimo sistema d’armamento: un cannone Oto Melara da 76mm prodotto dall’omonima azienda con sede a La Spezia e interamente controllata dal gruppo Leonardo-Finmeccanica; due Typhoon Weapon Stations prodotte dalla israeliana Rafael Advanced Defense Systems; 16 lanciatori verticali per i missili superficie-aria “Barak 8” delle IAI – Israel Aerospace Industries; 40 celle per il sistema missilistico “C-Iron Dome”; 16 missili superficie-superficie; due lanciatori di siluri da 324mm. Le unità potranno imbarcare anche gli elicotteri multi-missione Sikorsky SH-60.

 

Corvetta Sa’ar-6 “Magen

Gli Oto Melara da 76 mm hanno un’altissima capacità di fuoco grazie alle differenti tipologie di munizioni utilizzate (perforanti, incendiarie, a frammentazione, ecc.), contro sistemi missilistici a corto raggio, aerei, navi ed obiettivi terrestri. Gli stessi cannoni di produzione italiana sono stati forniti ad Israele per armare altre unità navali missilistiche, come le Sa’ar 3 class boat da 220 tonnellate e 45 metri di lunghezza, acquistate in Francia a fine anni ’60; le Sa’ar 4 class boat da 415 tonnellate e 58 metri, prodotte a partire del 1973 nei cantieri navali israeliani e vendute anche al Sud Africa; le Sa’ar 4.5 class boat da 498 tonnellate e 62 metri, anch’esse varate dal gruppo Israel Shipyards Ltd. e utilizzate per bombardare il sud del Libano nel biennio 1984-85. Queste unità, oltre ai cannoni di Oto Melara, imbarcavano pure il sistema radar per il fire-control “Orion” RTN-10X prodotto da Selenia Industrie Elettroniche Associate S.p.A., incorporata nel 1990 da Alenia e successivamente confluita in Selex ES del gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo).

Il 25 dicembre 2014 era stato il primo ministro Benjamin Netanyahu ad annunciare l’accordo con il governo tedesco per la costruzione delle quattro corvette lancia-missili nei cantieri della società ThyssenKrupp Marine Systems. Cinque mesi più tardi il contratto d’acquisto veniva formalizzato nel corso di un meeting bilaterale nello Stato ebraico tra il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon e l’omologa tedesca Ursula von der Leyen. “L’accordo ha un valore di 480 milioni di dollari e rafforzerà enormemente la capacità della Marina militare di proteggere i nostri giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo”, aveva dichiarato Yaalon. Il governo di Berlino ha contribuito finanziariamente all’acquisto delle unità da guerra con 115 milioni di euro.

La Germania ha regalato ad Israele nel 1999 pure due sottomarini della classe “Dolphin 1”, anch’essi prodotti da ThyssenKrupp Marine Systems, mentre una terza unità è entrata in servizio con la Marina militare israeliana l’anno successivo (è stata pagata metà da Israele e metà dal governo tedesco). Tra il 2014 e il 2016 sono state consegnate ad Israele due sommergibili della nuova classe “Dolphin 2”, mentre una terza unità della stessa tipologia sta per entrare in servizio in queste settimane. Complessivamente la commessa con Israele per i “Dolphin 2” ha fruttato ai cantieri tedeschi un miliardo e mezzo di euro circa. Secondo numerosi esperti militari, ognuno di questi sommergibili può essere equipaggiato con quattro/sei missili da crociera a capacità nucleare: si tratterebbe nello specifico di una versione modificata dei missili convenzionali aria-superficie “Popeye Turbo” di produzione statunitense e in dotazione all’Aeronautica israeliana, con una gittata stimata di circa 1.500 chilometri.

A maggio 2020 l’agenzia di stampa Reuters ha diffuso una nota secondo cui il gruppo ThyssenKrupp avrebbe avviato contatti con l’holding italiana Fincantieri S.p.A. in vista di un rafforzamento della propria produzione militare. L’ipotesi è quella d’integrare le attività produttive in collaborazione con Fincantieri e finanche di creare una mega joint venture italo-tedesca con un fatturato annuo di 3,4 miliardi di euro. Il general manager del gruppo cantieristico, Alberto Maestrini, ha confermato l’esistenza di una trattativa per la realizzazione di nuovi sommergibili. “Una cooperazione tra Fincantieri e ThyssenKrupp nella costruzione di sottomarini sarebbe una buona opportunità in vista di un futuro consolidamento nel settore europeo della difesa”, ha spiegato Maestrini.

Nel campo dei sottomarini militari Fincantieri e ThyssenKrupp collaborano sin dalla fine degli anni novanta con il programma “Type 212A” conclusosi con la consegna di quattro esemplari alla Marina militare italiana e di sei a quella tedesca. Recentemente il ministero della Difesa italiano ha annunciato l’acquisto di quattro sottomarini “Type 212NG (Nuova Generazione) che andranno a sostituire gli SSK “Sauro 3a e 4a”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Italia-Israele, affari e guerra: nuovo accordo di cooperazione industriale-militare

Un gruppo di giornalisti investigativi svela i nomi dei capi jihadisti in Mozambico

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sandro_pintus_francobolloQuesta è la prima puntata. La seconda di questo reportage è stata pubblicata qui. La terza qui
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
15 ottobre 2020

Secondo il CJI si chiamano Bonomado Machude Omar, alias Ibn Omar, Abdala Likonga, alias Alberto Shaki, e André Idrissa. Sono il vertice locale dei tagliagole jihadisti che, dall’ottobre 2017, stanno massacrando Cabo Delgado, la provincia più settentrionale e più povera del Mozambico.

Lo svela un’indagine del Centro de Jornalismo Investigativo del Mozambico (CJI Moz). Secondo Joseph Hanlon, esperto di Africa Australe e docente alla Open University (Regno Unito) le indagini sono molto importanti per comprendere le radici del terrorismo. Un terrorismo che fino ad oggi, a Cabo Delgado, ha causato almeno 2.000 morti e 300 mila profughi.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga

Un ampliamento dello studio voluto dal presidente Nyusi

L’investigazione amplia lo studio sull’estremismo islamico in Mozambico di João Pereira e Salvador Forquilha, dell’Università E. Mondlane di Maputo, con il leader religioso islamico Saide Habibe. Un’indagine, voluta dal presidente mozambicano Filipe Nyusi, che per la prima volta nomina il gruppo jihadista: Ahlu Sunnah Wa-Jammá.

Il CJI ha identificato Ibn Omar come autore di un video del marzo 2018, diventato virale. Da quella registrazione è considerato come un leader jihadista del gruppo, chiamato dalla popolazione al-Shebab, gioventù in arabo, nome usato dai militanti islamici somali.

CJI mappa di Cabo Delgado e parte del Niassa
Mappa di Cabo Delgado e parte del Niassa

Chi protegge i jihadisti e chi li finanzia

Ibn Omar ha molti amici, secondo le fonti CJI. Primi tra tutti le Forze di difesa e sicurezza mozambicane (FDS), le stesse che combattono i jihadisti a Cabo Delgado. Poi ci sono parte dei cittadini dei distretti colpiti dall’insurrezione jihadista, nei distretti di Pemba. Ma anche nelle province del Niassa, a ovest di Cabo Delgado e della capitale Maputo. C’è chi dice che l’appoggio verso l’insurrezione si estenda anche in altre province.

“Quando l’esercito mozambicano entra o esce da un distretto, Ibn Omar viene informato dalla sua rete di fonti sparse in tutta la provincia. In sintesi, ha sia militari che civili che gli danno informazioni sui movimenti delle Forze armate di difesa”, si legge.

“Qualcuno della catena logistica è coinvolto in questa macabra impresa e contribuisce fornendo uniformi militari all’insurrezione – ha raccontato la fonte CJI. Questo è un business che coinvolge tante situazioni”.

CJI Profughi in fuga via mare da Mocimboa da Praia a causa degli attacchi jihadisti
Profughi in fuga via mare da Mocimboa da Praia a causa degli attacchi jihadisti

Le duecento armi leggere e varie uniformi sparite

Durante la seconda presidenza di Armando Guebuza (2009-2014), quando l’attuale presidente, Filipe Nyusi, era ministro della Difesa, sono sparite 200 armi un numero indefinito di uniformi. Le aveva acquistate il figlio di Guebuza, Mussumbuluko, si legge nell’indagine. Nessuno sa dove siano andate a finire. Oggi Mussumbuluko è in prigione in attesa del processo. Ma non per le armi bensì per uno scandalo da 1,9 miliardi di euro che ha scoperchiato il pentolone della corruzione ad altissimi livelli politici.

I jihadisti spioni dormienti di Cabo Delgado

“Dal 2007 somali, senegalesi, tanzaniani e altri sono entrati in Mozambico. Alcuni di loro sono jihadisti venuti per spiare la fragilità dello Stato mozambicano rimanendo ‘dormienti’. Ma anche capire la possibilità di condurre attacchi nel nord del Paese, dove la maggioranza della popolazione è musulmana”, scrive CJI.

Alcuni di loro sono diventati commercianti e si sono mischiati con la popolazione. Finanziano l’insurrezione attraverso le loro attività commerciali come negozi, aziende, distributori di benzina. Un lavoro lento e paziente che il governo mozambicano non è stato in grado di scoprire. O, forse, non ha voluto vedere.

(1/4 – continua)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Giornalisti investigativi in Mozambico scoprono l’account FB usato dai jihadisti

Ecco chi sono e cosa fanno i capi dei tagliagole nel nord Mozambico

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USA chiedono a Zimbabwe intervento militare contro i jihadisti in Mozambico

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Dopo la tregua, i terroristi riprendono la loro attività in Mali: ostaggi, morti e feriti

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 ottobre 2020

Le trattative per la liberazione dei quattro ostaggi, Padre Pierluigi Maccalli, il ciclista Nicola Chiacchio, la volontaria francese Sophie Pétronin e il politico maliano Soumaïla Cissé, hanno concesso una breve tregua alle popolazioni del Sahel, le più colpite dagli attacchi jihadisti e già fortemente provata da povertà estrema e assenza di Stato. Il riscatto di 30 milioni pagato per il loro rilascio non ha placato gli animi dei terroristi.

Terroristi nel Sahel

Infatti la pausa non è durata a lungo. Dopo aver ricevuto rinforzi consistenti dai compagni liberati da diverse galere del Mali e/o di un Paese vicino, i terroristi, e tra questi anche personalità di “gran fama”, dopo aver lasciato la loro roccaforte sono tornati alle loro abituali attività criminali. Sono scesi per questo dai monti Tigharghar, un insieme di catene montuose che si estendono dal sud dell’Algeria verso il Mali e il Niger, in territorio desertico.

E così nella notte tra lunedì e martedì si è scatenato l’inferno. Un gruppo di jihadisti, ha invaso la zona di Mopti, al centro del Mali, nell’area di Bankass.

E’ stata attaccata anche la postazione militare di Sokoura e, secondo quanto è stato riportato da fonti dell’esercito, 12 soldati sono stati uccisi e altri 14 feriti. Il bilancio è ancora provvisorio. Secondo la stessa fonte, durante gli scontri hanno perso la vita anche nove militanti.

Immediatamente sono stati inviati rinforzi, che però sono caduti in un’imboscata sulla strada tra Bandiagara e Bankass. Stessa sorte è toccata a un pullman carico di passeggeri civili. Dodici viaggiatori sono stati ammazzati, tra questi due donne e un bimbo.

Invece sabato, nella regione di Segou, al centro del Paese, sono stati presi in ostaggio 20 abitanti del villaggio di Farabougou, alcuni sono stati liberati, altri 9 sono ancora nelle mani dei criminali. I jihadisti che ora controllano la zona, hanno bloccato tutte le vie di accesso, impedendo qualsiasi approvvigionamento. La popolazione sopravvissuta è allo stremo: secondo alcune fonti 3 bambini sarebbero già morti di fame. Altri 22 residenti sono stati feriti dalle pallottole dei terroristi, mentre sei sono morti all’istante.

La gente chiede aiuto da quasi una settimana, ma nessuno risponde.

Tra i prigionieri liberati dal governo di transizione maliano, come richiesto dal capo indiscusso del Sahel, Iyad Ag Ghali, troviamo alcuni terroristi di “fama internazionale”.

1. Il mauritano Fawaz Ould Ahmed, che, prima del suo arresto avvenuto nel 2016, ha organizzato alcuni tra gli attentati che restano nella memoria. Ha iniziato la sua carriera come uno dei capi del gruppo Mourabitoune, legato a AQMI (al Qaeda nel Magreb islamico), fondato da Mokhtar Belmokhtar,  partecipando nel marzo 2015 all’attacco del ristorante “La Terrasse” di Bamako, la capitale del Mali. In seguito è stato tra gli ideatori e organizzatori di altri due gravi atti terroristici: l’attentato all’albergo Byblos de Sévaré nell’agosto 2015 e a marzo 2016 quello al Resort di Grand-Bassam in Costa d’Avorio. Durante la sua prigionia ha rivelato parecchi particolari sulle organizzazioni jihadiste nel Sahel agli investigatori francesi che lo hanno interrogato nel 2018. Chissà come sarà stato accolto dopo la liberazione. Come eroe o traditore?

2. Altro nome illustre è Mimi Ould Baba Ould Cheick, arrestato nel 2017 dai militari francesi di Barkhane – truppe di oltrealpe presenti in tutto il Sahel con 5.100 uomini – e ritenuto uno dei cervelli dell’attacco al Hotel Splendid e Le Cappuccino, un caffè-ristorante di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, nel 2016 e del Grand-Bassam in Costa d’Avorio.

I due non figuravano in nessuna delle liste di nomi pervenute alle autorità maliane, ma sono liberi. Nessuno dei negoziatori e mediatori ha voluto parlare di loro; ma una fonte ben informata che ha avuto accesso agli elenchi – 3 in tutto – ha riferito a Serge Daniel, autorevole e apprezzato giornalista beninois che vive in Mali, collaboratore di importanti testate francesi e anche di Africa ExPress, che i nomi non sono apparsi da nessuna parte per discrezione.

Gli altri oltre 200 prigionieri liberati non sono figure jihadiste di rilievo. Alcuni avrebbero partecipato a aggressioni importanti, rivendicati dal raggruppamento terrorista Gruppo di Sostegno all’Islam e dei Musulmani (Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin, JNIM).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Israele: arrivano etiopi ebrei convertiti al cristianesimo, riconvertiti all’ebraismo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 ottobre 2020

Il governo di Gerusalemme ha dato il via libera all’arrivo di 2000 falash mura nello Stato ebraico. Fanno parte di un gruppo di 8.000 persone che attendono da anni di poter essere accolti nel Paese mediorientale.

Ebrei etiopi in Israele

Il primo ministro israeliano, ha commentato il fatto in questi termini: “Sei mesi fa ho promesso di portare il resto della comunità ebraica etiopica in Israele. Abbiamo anche investito 80 milioni di shekel (circa 20 milioni di euro) in attività comunitarie. Stiamo rispettando il nostro impegno”.

I falash mura sono una comunità che, come i falascia, si considera discendente degli antichi ebrei etiopi. Fanno risalire le loro origini all’unione tra re Salomone e la regina di Saba o a una delle «dieci tribù perdute» di Israele.

Sono noti anche col termine Beta Israel, che significa Casa Israele, ed è da loro preferito vista l’accezione negativa che la parola falash ha assunto in amarico, e che significa “esiliato” o “straniero”.

Ma differenza dei falascia, i mura sono ebrei etiopi che – sottoposti ad angherie per il loro credo – si sono convertiti al cristianesimo nell’Ottocento e dunque non possono godere della legge del ritorno. Nel 2015 il governo israeliano aveva però adottato all’unanimità un piano che prevedeva di accogliere 9 mila falash mura entro il 2020, persone considerate come aventi diritto a emigrare in Israele e che dimostravano la volontà di convertirsi all’ebraismo. Si tratta più che altro di un piano di ricongiungimento familiare per coloro rimasti in Etiopia, ma avendo almeno un familiare nello Stato ebraico.

I falash mura hanno ottenuto l’autorizzazione di andare in Israele dopo che l’aliya, l’agenzia ebraica che segue le  pratiche del ritorno e che ha diversi uffici in giro per il mondo, ha dovuto analizzare ogni singola richiesta.

Nel mese di maggio Israele ha stato nominato un ministro di origine etiopica. Si tratta dell’avvocato Pnina Tamano-Shata, che è a capo del dicastero per l’Immigrazione. La neo-ministra si trova nel Paese dall’età di 3 anni, grazie agli interventi top-secret “operazione Mosè”, “ operazione Giosuè” e “operazione Salomone”, effettuati dall’allora governo di Tel Aviv tra l’84 e il ’91.

Attualmente nello Stato ebraico vivono 140.000 tra falascia e falsh mura, per lo più in miseria, soggetti a discriminazioni di ogni genere, ma ciò che contestano maggiormente è il crescente razzismo. Solo la metà dei giovani ebrei di origine etiopica riesce ad ottenere il diploma, contro il sessantatré per cento del resto della popolazione.

Anche se alcuni di loro hanno raggiunto posizioni importanti nell’esercito, nel pubblico impiego, altri sono diventati politici di rilievo e occupano una poltrona alla Knesset, la loro vita in Israele non è semplice e in linea di massima guadagnano un terzo in meno rispetto alla media.

Cornelia I. Toegyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Israele autorizza l’arrivo degli ultimi 119 falascia dall’Etiopia

ESCLUSIVA/Trenta milioni e 203 terroristi rilasciati: il riscatto per i liberati in Mali

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Cornelia Toelgyes
12 ottobre 2020

E anche questa volta spunta il riscatto per la liberazione degli ostaggi in Mali: 3o milioni di euro. Serge Daniel – autorevole e apprezzato giornalista beninois che vive in Mali, collaboratore di importanti testate francesi e anche di Africa ExPress – ha confermato il pagamento del sostanzioso riscatto: “Ma assieme al denaro sono stati liberati almeno 203 terroristi o presunti tali.

Le cifre sborsate non sono davvero roba da poco: 10 milioni di euro per il politico maliano, leader del partito Union pour la République et la Démocratie (URD), Soumaïla Cissé, altri 10 per la cooperante francese Sophie Pétronin, diventata Mariam dopo la sua conversione all’islam, e ancora 10 per i nostri connazionali, Padre Pierluigi Maccalli e Nicola Chiacchio. Non è dato sapere al momento attuale con certezza chi abbia sborsato i 30 milioni ma autorevoli fonti a Bamako sostengono che i primi 20 milioni siamo stati pagati dalla Francia, 10 pagati dall’Italia e dal Vaticano. Inoltre non è chiaro se la somma totale sia finita interamente nelle tasche di Iyad ag Ghaly, capo indiscusso di tutti i gruppi jihadisti presenti nel Mali. Non si esclude infine che parte dell’ingente somma sia “caduta dal camion” strada facendo. Un immagine pittoresca con cui si descrivono le tangenti.

Iyad Ag Ghali, è una vecchia figura indipendentista touareg, contrabbandiere di sigarette e di cocaina, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – ed è anche il leader del del raggruppamento terrorista fondato nel marzo 2017 da cinque sigle di miliziani: “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”

I 4 ostaggi rilasciati in Mali: da sinistra a destra
Mariam, alias Sophie Soumaïla Cissé, Padre Maccalli e Nicola Chiacchio

Gli attori nella mediazione per la liberazione degli ostaggi sono stati parecchi. Dopo la sparizione di Cissé, grande oppositore dell’ex presidente Keïta – sequestrato durante un comizio elettorale a Niafunké, vicino a Timbuktu, la sua roccaforte, il 25 marzo 2020 insieme alcuni sostenitori e colleghi di partito, rilasciati pochi giorni dopo – l’allora primo ministro Boubou Cissé incarica l’uomo d’affari, Chérif Ould Tahar, di intraprendere tutti passi necessari per la liberazione del leader politico. Un altro personaggio che opera dietro le quinte, Moustapha Chafi, consigliere speciale dell’ex presidente del Burkina Faso, Blaise Campaoré, si precipita da Doha, nel Qatar, dove risiede, per raggiungere la Mauritania. E Chafi immediatamente allerta tutti i suoi contatti nel Sahel per dare seguito alla richiesta del suo  amico e far sì che gli ingranaggi per la liberazione di Cissè vengano messi in moto. I due uomini Chérif Ould Tahar e Moustapha Chafi, fanno da anni da tramite tra governi e jihadisti e sono entrambi amici di Iyad ag Ghaly, il leader più autorevole della galassia terrorista saheliana.

Autorizzazione a procedere firmata dall’allora primo ministro maliano Cissé. Documento ottenuto da La Lettre Confidentielle du Mali

Secondo le informazioni di La Lettre Confidentielle du Mali, giornale online diretto da Serge Daniel, il primo ministro fa aprire in piena notte una farmacia a Bamako per inviare medicinali urgenti all’ostaggio maliano. E Tidiani Ben Alhoussein, un altro uomo d’affari residente in Mauritania e amico di Soumaïla, si attiva immediatamente per far recapitare quanto prima i farmaci a destinazione.

In tutto questo gioca un ruolo importante anche il colonello Malamine Konaré, in quanto conosce molto bene l’ambiente, sa distinguere le piste giuste da quelle false (e non parliamo di quelle nel deserto). Ma si mette in moto anche un altro personaggio maliano, anche lui un uomo d’affari. E’ Sidy Mohamed Kagnassy, consigliere del presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, e agisce per conto e a nome del suo padrone.

Lettera scritta a mano con le richieste dei jihadisti per la liberazione degli ostaggi. Documento ottenuto da La Lettre Confidentielle du Mali

Apparentemente tutto sembra funzionare bene, è stata persino fissata una data approssimativa per il rilascio dell’ostaggio maliano. Ma il primo ministro, Boubou Cissé, viene escluso dalle trattative. L’allora presidente Ibrahim Boubacar Keïta, deposto con un colpo di Stato lo scorso 18 agosto, incarica i servizi speciali della liberazione di Soumaïla e quella dell’ostaggio francese Pétronin.

Si aprono nuovi canali e viene associato alle trattative anche Hamada Ag Bibi, un politico touareg  maliano. Ancora una volta i tempi si allungano e i sequestratori giocano al rialzo, visto che a questo punto anche il governo italiano ha chiesto il rilascio dei propri ostaggi.

Jihadisti nella loro roccaforte sui monti Tigharghar festeggiano la liberazione dei loro compgni

La Lettre Confidentielle du Mali afferma, che da fonti certe e credibili, il 5 ottobre sono state rilasciate 203 persone – alcuni già condannati, altri in detenzione preventiva – a Bamako e a Koulikoro, località che dista un sessantina di chilometri da Bamako, altri ancora nel centro. Sono stati portati con l’aereo a Tessalit, città nel nord del Paese. I più hanno poi lasciato la città per dirigersi nelle montagne di Tigharghar, roccaforte dei jihadisti.

Sembra finita ma non è così. All’appello mancano ancora alcuni miliziani e i sequestratori si rifiutano di rilasciare gli ostaggi. Infine vengono liberati anche i prigionieri mancanti dalle galere maliane e/o da un Paese confinante. E finalmente vengono raggruppati gli ostaggi a Tessalit, per essere portati con un aereo militare a Bamako.

Massimo A. Alberizzi
Cornelia I. Toelgyes
@africexpress

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

Ostaggi italiani liberati in Mali nelle mani del rapitore di Rossella Urru

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Greenpeace accusa i cinesi di pesca illegale nelle acque senegalesi

Africa ExPress
12 ottobre 2020

Greenpeace denuncia che le licenze di pesca rilasciate dal governo del Senegal siano poco trasparenti. Tale prassi permetterebbe ai pescherecci stranieri un eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche nelle acque territoriali del Paese.

Pescherecci industriali

In particolare l’ Organizzazione per la difesa dell’ambiente accusa di pesca illegale i natanti industriali cinesi. Per fermare il drastico calo delle ricchezze marine, il governo di Dakar sostiene di aver bloccato il rilascio di nuove licenze dal 2012. “Eppure gli stranieri, in particolare i cinesi, continuano a ottenere autorizzazioni. Li vediamo mentre caricano tonnellate di pesce nelle nostre acque”, afferma un membro della Piattaforma degli attori della pesca artigianale senegalese (PAPAS).

“Noi non vediamo praticamente più pesce spada e pagelli”, lamenta furioso un uomo di Kayar, città costiera che dista una cinquantina di chilometri da Dakar. Lui esce in mare da oltre 32 anni.

Gaipes (Raggruppamento degli armatori e industriali della pesca nel Senegal n.d.r.) ha scritto una lettera aperta al presidente della ex colonia francese, Macky Sall, per denunciare le richieste di licenza di 52 imbarcazioni perché mirano allo sfruttamento eccessivo delle risorse marine senegalesi, già quasi prosciugate da specie pelagiche costiere o pesci dei fondali, come il nasello.

In effetti, le autorità responsabili avevano annunciato il 6 giugno di aver rifiutato le licenze a 52 navi straniere e di aver rinnovato solamente a quelle senegalesi. Eppure, l’imbarcazione cinese Fu Yuan Yu 9889, uno dei 4 natanti che hanno ottenuto la licenza e che inizialmente figurava nella lista dei 52 stranieri ha ottenuto i documenti, chiedendo e ottenuto prima la nazionalità senegalese. In due settimane ha espletato tutto l’iter burocratico. Prendere la bandiera locale è un atto indispensabile in mancanza di accordo di pesca tra Cina e Senegal. “Ha cambiato nazionalità e ottenuto la licenza con la rapidità di un rinnovo”, ha sottolineato Fatou Niang, membro della Gaipes.

Le barche dei pescatori artigianali senegalesi sono vuote

Autorizzazione firmata o meno, secondo i pescatori artigianali i grandi pescherecci industriali stranieri continuano a svuotare i mari senegalesi e nessuno è a conoscenza se sono in possesso di una licenza regolare valida.

Aliou Ba, consigliere politico di Greenpeace Africa, crede che i quatto pescherecci in questione non siano mai passati davanti alla commissione consultiva per l’attribuzione alle licenze di pesca (CCAL), indispensabile per ottenere i documenti necessari.

Il militante della ONG ha puntato il dito anche contro quei pescherecci stranieri che utilizzano società di comodo senegalesi o dei prestanomi a capitale ridotto per poter battere bandiera del Senegal e ottenere in tal modo le licenze da pesca. “Sono tutti processi poco trasparenti e dunque questa pesca è illegale”, ha aggiunto Ba ai reporter di Monde Afrique.

Inoltre, le autorità del Paese non hanno mai risposto a Greenpeace che aveva richiesto la lista dei pescherecci autorizzati a pescare nelle acque senegalesi dal 2011 a oggi.

E i pescatori locali lamentano che dal 2006 hanno perso il 60 per cento del loro guadagno. Anche le donne dedite alla trasformazione del pesce sono disperate: manca la materia prima, come sardine, sgombri e acciughe.

Africa ExPress
@africexp

Greenpeace denuncia: la Cina pesca illegalmente nelle acque del West Africa

Ostaggi italiani liberati in Mali nelle mani del rapitore di Rossella Urru

Speciale per Il Fatto Quotidiano e Africa ExPress
Massimo Alberizzi e Cornelia Toelgyes
10 ottobre 2020

A Bamako, la capitale del Mali, la notizia della liberazione dei 4 ostaggi era nell’aria da qualche giorno. E, secondo quanto si evince da alcuni documenti, Padre Maccalli, Nicola Chiacchio, la cooperante francese, Sophie Pétronin, e il leader del partito Union pour la République et la Démocratie (URD), Soumaïla Cissé, erano stati già stati liberati martedì 6 ottobre.

Padre Maccalli e Nicola Chiacchio al momento dell’arrivo all’aeroporto di Ciampino

Notizia ben presto offuscata da un fatto tragico. Nella tarda serata di ieri il Dipartimento Federale degli Affari Esteri (DFAE) ha annunciato che uno degli ostaggi ancora nelle mani dei terroristi, la svizzera Béatrice Stockly, è stato ucciso. Responsabili del terribile crimine sarebbero miliziani di Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani. La notizia è stata trasmessa alle autorità elvetiche dai colleghi francesi nel pomeriggio. Pare che missionaria della Chiesta Metodista Svizzera, rapita il 6 gennaio 2016 a Timbuctù sia stata brutalmente ammazzata dai suoi aguzzini un mese fa. La donna era già stata sequestrata nell’aprile 2012 per una decina di giorni, poi rilasciata, anche grazie alla mediazione burkinabè. Allora il rapimento fu rivendicato dal gruppo jihadista tuareg Ansar Dine, il cui capo, era Iyad Ag Ghaly, un esperto di rapimenti.

Beatrice Stockly

Il portavoce del governo ha ufficializzato il rilascio dei quattro ostaggi solo l’altro ieri. “Per un protocollo di sicurezza”, ha fatto sapere Ousmane Issoufi Maïga, capo della Cellula di crisi – creata dall’ex presidente Ibrahim Boubacar Kéita – com l’incarico di coordinare gli sforzi per la liberazione di Cissé. Infatti, i primi contatti con i terroristi per la liberazione degli ostaggi sono iniziati quando Kéita era ancora al potere.

Infatti a fine gennaio l’Alto rappresentante del capo dello Stato per il centro del Paese, Dioncounda Traoré, aveva annunciato: “Ho inviato alcuni emissari a Iyad Ag Ghaly e Amadou Koufa”. Il primo, Iyad Ag Ghali, è una vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – e Koufa è un predicatore radicale maliano, di etnia fulani, e capo del “Fronte per la liberazione di Macina”, entrambi fanno anche parte del raggruppamento terrorista fondato nel marzo 2017 da cinque sigle di miliziani: “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”.

Iyad Ag Gali è venuto alla ribalta durante il rapimento di Rossella Urru, nel luglio 2012. Fu lui che la consegnó agli italiani dietro il pagamento di un congruo riscatto. Quando il denaro gli fu consegnato Serge Daniel, il nostro stringer in Mali, che lo stava intervistando interruppe una telefonata con noi: “Mi ha cacciato dalla sua stanza. Sono arrivati i soldi e li sta contando”. Come sempre la Farnesina negó qualunque pagamento!

Padre Pierluigi Maccalli della Società delle Missioni Africane (Sma), è stato rapito in Niger la sera del 17 settembre 2018, al confine con il Burkina Faso. Mentre Nicola Chiacchio, del quale si hanno poche notizie, è stato preso in ostaggio dai terroristi nel febbraio 2019.

Chiacchio era partito dall’Italia diverso tempo prima per un’avventura assai bizzarra: un tour in bicicletta nel Sahel, incurante dei gravi problemi di insicurezza che regnano nella regione da anni. Da diverse fonti si apprende che il temerario turista è stato fermato in febbraio dalle forze dell’ordine a Douentza nella regione di Mopti, sulla strada per Timbuktu. Il ciclista sarebbe stato rilasciato dagli agenti della sicurezza dopo due giorni e senza esitare avrebbe imboccato la pista di sabbia di 200 chilometri Douentza-Bambara Maudé-Timbuctù.

Fino a aprile 2020, con la pubblicazione del video che lo mostra insieme a padre Maccalli, nessuno ha più avuto sue notizie. Ora è nuovamente un uomo libero e avrà tempo di raccontare le sue avventure, come era solito fare nel suo blog.

Qualcuno però insinua che il “ciclista folle” (come è stato soprannominato) fosse lì con un altro scopo: cercare Maccalli, cosa che gli è riuscita benissimo. I due sono rimasti prigionieri assieme.

Sophie Pétronin è stata rapita la vigilia di Natale del 2016 a Gao, dove operava da anni come responsabile della ONG svizzera Association d’aide à Gao, con sede a Burtigny nel Cantone di Vaud, che si occupa di aiuti per l’infanzia. Lei stessa ha confermato di essersi convertita all’islam. Durante una prima intervista ha detto: “Pregherò per il Mali e implorerò la benedizione di Allah perchè sono musulmana. Voi state dicendo Sophie, ma è Mariam quella che avete di fronte.”

Nel 2012 la donna, nata nel 1945, aveva evitato per miracolo di essere rapita nel consolato algerino di Kidal, dove la si era rifugiata subito dopo il colpo di Stato del 22 marzo 2012. Quel giorno venne destituito l’allora presidente Ahmadou Toumani Touré. Al momento dell’assalto dei terroristi all’edificio della delegazione diplomatica la cooperante francese era riuscita a fuggire dalla porta posteriore, ma 7 diplomatici erano stati portati via con la forza. In luglio tre algerini erano stati rilasciati; uno dei 4 ancora in mano ai terroristi era stato ucciso il 2 settembre dello stesso anno dai militanti da Le Mouvement pour l’unicité et le jihad en Afrique de l’Ouest (Mujao). Gli altri due – il console è morto di malattia durante la prigionia – saranno liberati solamente due anni dopo, nell’agosto 2014.

I 4 ostaggi rilasciati in Mali: da sinistra a destra
Mariam, alias Sophie Pétronin, Soumaïla Cissé, Padre Maccalli e Nicola Chiacchio

Soumaïla Cissé, grande oppositore dell’ex presidente Keïta, è stato sequestrato il 25 marzo 2020 insieme alcuni sostenitori e colleghi di partito – rilasciati pochi giorni dopo -durante un comizio elettorale a Niafunké, vicino a Timbuktu, la sua roccaforte. Durante le proteste nelle piazze di Bamako, iniziate il 5 giugno e che hanno portato alla caduta di Keita, la sua liberazione è stata chiesta a gran voce dai manifestanti e dal Movimento 5 giugno, che raggruppa membri della società civile, partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato dall’influente imam Mahmoud Dicko.

Mentre il Mali e la comunità internazionale applaudono per la liberazione di 4 ostaggi, altri sono ancora in mano ai loro aguzzini, alcuni da parecchi anni.

Il 17 febbraio 2017 a Karangasso (sempre in Mali) è stata rapita la suora colombiana Gloria Cecilia Argoti.

Il medico australiano Ken Elliot è stato sequestrato insieme alla moglie Jocelyn il 15 gennaio 2016 a Djibo, nel nord del Burkina Faso. L’anziana consorte è poi stata rilasciata un mese più tardi, mentre il dottore è ancora in mano ai rapitori.

AQIM ha rivendicato anche il sequestro del cittadino rumeno Iulian Ghergut, rapito in una miniera nel Burkina Faso nell’aprile 2015.

Lo statunitense Jeffery Woodke è in mano ai terroristi dall’ottobre 2016. L’uomo, un operatore umanitario, era in Niger dal 1992. Un anno fa il presidente nigerino Mahamadou Issoufou aveva spiegato che l’americano e il tedesco Jörg Lange, impiegato di una ONG tedesca, rapito nell’aprile 2018 a Inates nella parte occidentale della ex colonia francese, erano vivi.

Massimo Alberizzi
Cornelia I. Toelgyes
@africexp

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Pagato il riscatto, Rossella Urru è libera ma ancora nella capitale degli islamici

Mali, missionaria svizzera rapita per la seconda volta a Timbuktu

Padre Maccalli e Nicola Chiacchio liberati in Mali

“Stai zitto o ti bombardiamo la casa” minacciato in Mozambico leader società civile

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
9 ottobre 2020

“Se non la pianti di criticare il governo facciamo saltare in aria la tua casa”. È questo il tono delle telefonate minatorie, anonime, fatte a Adriano Nuvunga, leader del Centro per la democrazia e lo sviluppo (CDD) di Maputo.

È dalla sera del 3 ottobre scorso che Nuvunga riceve chiamate anonime nelle quali viene minacciato. L’interlocutore, secondo Amnesty International, gli ha detto che in casa sua era stata piazzata una bomba e che sarebbe esplosa da un momento all’altro. Da quel momento Nuvunga ha immediatamente lasciato la casa con la sua famiglia.

Adriano Nuvunga, leader del Centro per la democrazia e lo sviluppo (CDD), minacciato di morte
Adriano Nuvunga, direttore del Centro per la democrazia e lo sviluppo (CDD), minacciato di morte

Minacce di morte dopo le critiche contro il governo

Non a caso le minacce di morte ad Adriano Nuvunga arrivano dopo le critiche alla gestione della crisi che riguarda le insurrezioni a Cabo Delgado. Tra queste le accuse di violazione dei diritti umani da parte delle Forze di sicurezza governative. Una guerra contro i jihadisti nel Nord che ha causato duemila morti e 300 mila rifugiati.

Ricordiamo ancora con orrore e tristezza il video dell’assassinio a freddo di una donna nuda e indifesa a Cabo Delgado. Dai militari era accusata di essere jihadista e dopo essere stata violentata e dopo averne ucciso il figlio l’avevano massacrata con 36 colpi di kalashnikov. Il brutale fatto di sangue era stato denunciato Amnesty destando abominio a livello internazionale e pesanti critiche alle Forze armate mozambicane (FSDM).

Fotogramma del video. Militari delle FADM sparano alla donna sulla strada
Fotogramma del video. Militari delle FADM sparano alla donna sulla strada

Amnesty: messaggio agghiacciante contro chi protegge i diritti civili

Anche questa volta l’ong prende una dura posizione contro le minacce di morte a Nuvunga. “Sono un monito terrificante volto a spaventarlo fino a farlo tacere” – ha dichiarato Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale. “Mandano anche un messaggio agghiacciante ad altri come lui che lavorano per proteggere e difendere i diritti umani in Mozambico”.

“Le minacce non dovrebbero essere prese alla leggera. Le autorità mozambicane devono avviare un’indagine rapida, indipendente e imparziale su questa intimidazione” – afferma Muchena. “E garantire che coloro che sono dietro a questo atto siano assicurati alla giustizia in processi equi”.

Il Centro per la democrazia e lo sviluppo è un’organizzazione della società civile che si occupa di democrazia, governance e diritti umani in Mozambico. Adriano Nuvunga ne è direttore esecutivo ed è docente di scienze politiche all’Università Eduardo Mondlane di Maputo.

La redazione provvisoria di Canal de Moçambique dopo l'attentato
La redazione provvisoria di Canal de Moçambique dopo l’attentato del 23 agosto 2020

Aumentate le violazioni dei diritti umani e diminuita la libertà di stampa

Negli ultimi anni il governo del presidente Filipe Nyusi ha dato un giro di vite alla libertà di stampa e i diritti civili dell’ex colonia portoghese. Tra gli ultimi fatti accaduti l’attentato alla redazione del giornale Canal de Moçambique dello scorso 23 agosto .

Secondo Reporters sans Frontieres, in tre anni il Mozambico è scivolato di 11 posizioni, scendendo al 104° posto su 180 Paesi. Soprattutto a Cabo Delgado, dove ci sono gli scontri tra jihadisti e FADM l’area è off-limits per i giornalisti. È proprio in quella provincia, a 2.700 km dalla capitale Maputo, che vengono violati maggiormente i diritti umani.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Cabo Delgado, soldati mozambicani freddano donna: dopo le bastonate, mitragliata 36 volte

 

 

Libertà di stampa: Mozambico scende al 104° posto nella classifica di RSF

Attacco alla democrazia a Maputo: a fuoco il giornale Canal de Moçambique

 

Padre Maccalli e Nicola Chiacchio liberati in Mali

Africa ExPress
8 ottobre 2020

Padre Pierluigi Maccalli della Società delle Missioni Africane (Sma), rapito in Niger la sera del 17 settembre 2018, al confine con il Burkina Faso e Nicola Chiacchio, un altro nostro connazionale, un ciclista, sequestrato dai jihadisti nel Sahel, sono stati liberati in Mali.

Padre Maccalli, a sinistra, Nicola Chiacchio, a sinistra

Insieme a loro, come è stato preannunciato ieri, sono stati rimessi in libertà anche la cooperante francese, Sophie Pétronin, rapita a Gao alla viglia di Natale del 2016 e Soumaïla Cissé, leader del maggiore partito all’opposizione dell’ex governo di Ibrahim Boubacar Keïta, rapito nel mese di marzo vicino a Timbuktu.

Gli ostaggi sono stati rilasciati dopo la scarcerazione di un gran numero di terroristi o presunti tali e delicate trattative tra jihadisti e mediatori.

Africa ExPress
@africexp

Notizia in aggiornamento

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako