Corrispondenza Mauro Armanino
Niamey, 8 ottobre 2020
La sabbia la sa lunga. Ha i suoi tempi che non quadrano con le comuni attese dei mortali, legati come sono allo scorrere dei giorni e delle ore. Lei sa quando è il momento di muovere la storia
Un cambio di governo, i militari al comando, trattative in atto probabilmente in segreto, un ruolo probabile di regia francese ed ecco che accade lo scambio. Prigionieri di sabbia per prigionieri di sabbia. Una libertà che arriva di notte, come il suo rapimento e d’improvviso si apre un futuro rimasto imbavagliato per anni.
Pierluigi Maccalli, sacerdote italiano rapito nel Niger nel settembre 2018
Persi, trovati, abbandonati, arrestati, deportati, coltivati e rimasti sospesi per anni, gli anni. In cambio di altri prigionieri, innocenti o assassini di altri per la loro libertà. C’è sempre un prezzo da pagare. Pierluigi tornerà libero col tempo e con la sabbia che in questi due anni l’ha fedelmente accompagnato come non mai nella sua vita. Potrà muoversi, pensare, “sguardare” la sua vita come non mai prima.
Fragile e immensa e vulnerabile come un grembo che si lascia attraversare da uno sconosciuto. Una vita da imparare di nuovo, come un alfabeto scritto sulla sabbia le cui lettere il vento sposta danzando. Scrivere la parola libertà è pur sempre l’avventura più grande che possa accadere nella storia di un uomo. Poi, in silenzio, le lettere di questa parola si cancelleranno perchè sono anch’esse di sabbia. E allora Pierluigi, ostinato come sempre, aprirà la sua bocca e gli occhi, ad un sorriso.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
8 ottobre 2020
I tre libici hanno preso d’assalto uno stabilimento a Tajoura, una zona periferica di Tripoli. Senza alcun motivo hanno versato del liquido infiammabile su un giovane nigeriano, un operaio migrante che lavorava in una fabbrica e l’hanno bruciato vivo.
Altri tre suoi colleghi hanno riportato gravi ustioni e sono ora ricoverati nel vicino ospedale.
Secondo quanto riportato dal ministro degli Interni del governo di accordo nazionale (GNA) i tre criminali, tutti sui trent’anni, sono stati arrestati.
E’ l’ennesimo esecrabile episodio di violenza perpetrato in Libia contro i migranti, punto di transito per migliaia di giovani africani che cercano di raggiungere l’Europa.
Nel suo recente rapporto Amnesty international aveva denunciato gli orrori, le incessanti violazioni dei diritti umani di decine di migliaia di persone detenute in putridi e disumani centri di detenzione per migranti.
Ma anche chi vive fuori dai lager è soggetto a continue vessazioni e i pericoli sono in agguato in ogni dove, persino sul posto di lavoro. Il giovane arso viso da sconosciuti, non aveva commesso nessun crimine. Un atto terribile, per gusto di fare del male, di uccidere.
Il mercato degli schiavi, persone battute all’asta in Libia, ripreso in un video e messo in rete dalla CNN nel 2017 aveva suscitato grande scalpore nel mondo intero. Era lo stato necessario un video per smuovere le coscienze.
Ciò che avevano raccontato i superstiti o i sopravvissuti del carnaio libico evidentemente non era sufficiente.
A maggio la famiglia di un trafficante di esseri umani libico, ucciso da un migrante, ha ammazzato per vendetta un gruppo di 30 profughi, prevalentemente bengalesi. La tragedia è stata consumata a Mizdah.
A luglio sono morti 3 migranti sudanesi a Khoms. Le autorità libiche hanno aperto il fuoco contro alcuni poveracci, che, disperati perchè riportati nel Paese dalla guardia costiera libica, avevano tentato la fuga una volta giunti a terra.
Gran parte delle atrocità commesse nel Paese vengono documentate, eppure il mondo si dimentica in fretta.
Oggi l’Unione Europea e l’Italia sostengono la guardia costiera libica per riportare i migranti nell’inferno, nonostante che sia l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM) e che l’UNHCR hanno ripetutamente sottolineato che la Libia non può essere classificata come porto sicuro.
Barcone di migranti
Anche il giovane ammazzato in Libia ieri cadrà presto nell’oblio. E così sarà per Abou di soli quindici anni, morto un paio di giorni fa all’ospedale Ingrassia di Palermo. Il giovanissimo portava i segni indelebili delle torture subite in Libia e fortemente denutrito è arrivato in Italia con la nave della ONG Open Arms. E’ stato poi trasferito insieme ai compagni di viaggio sulla nave quarantena Allegra. In seguito è stato portato al nosocomio, dove sabato scorso è entrato in coma per non svegliarsi più.
Dopo la morte di Muʿammar Gheddafi nel 2011 in Libia regna il caos più totale, dove un arcipelago di milizie, impossibile da controllare e governare, detta legge.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
7 ottobre 2020
Ieri è giunto a Bamako, capitale del Mali, Sébastien Chadaud-Pétronin, figlio di Sophie Pétronin, ostaggio francese rapita la vigilia di Natale del 2016 a Goa, nel nord del Paese. Si mormora, infatti, da alcuni giorni che la sua liberazione e quella di altri sia ormai vicina.
Durante lo scorso fine settimana le autorità della ex colonia francese avevano deciso di liberare un gran numero di terroristi o presunti tali – si parla di oltre 200 – arrestati durante diverse operazioni militari. Un’altra trentina sarebbero stati scarcerati tra lunedì e martedì, per favorire la liberazione delle persone in mano ai jihadisti.
Jihadisti liberati in Mali
I terroristi sarebbero stati messi in libertà nel centro e nel nord del Paese; diverse persone informate dei fatti hanno fatto sapere che sarebbero stati portati a Tessalit nella regione di Kidal, al confine con l’Algeria. E’ probabile che tra gli scarcerati dal governo maliano – e molto probabilmente anche da un altro Paese confinante -, ci siano elementi che abbiano partecipato a attentati in varie zone. Non tutti jihadisti liberati sarebbero di nazionalità maliana.
Fonti riservate hanno precisato che l’anziana francese e Soumaïla Cissé, leader del maggiore partito all’opposizione dell’ex governo di Ibrahim Boubacar Keïta, rapito nel mese di marzo vicino a Timbuktu, grazie all’azione delle autorità di Bamako, dovrebbero essere rilasciati nelle prossime ore.
Ma, come ha specificato Serge Daniel, giornalista di Radio France Internationale (RFI), al telefono con Africa ExPress, il condizionale è d’obbligo. Le trattative tra rapitori e mediatori sono assai delicate e il minimo sospetto può rallentare le operazioni per la loro liberazione.
Sophie Pétronin, francese rapita nel 2016 in Mali
Tra le persone ancora in mano a organizzazioni terroriste ci sono anche due italiani: Padre Pierluigi Maccalli della Società delle Missioni Africane (Sma), rapito in Niger al confine con il Burkina Faso la sera del 17 settembre 2018, e Nicola Chiacchio, un altro nostro connazionale, un ciclista, sequestrato dai jihadisti nel Sahel. Gli ostaggi vengono spostati in continuazione e dunque non è dato sapere dove siano attualmente. Basti pensare a Luca Tacchetto e alla compagna canadese Edith Blais, rapiti in Burkina Faso, che sono stati trasferiti diverse volte, prima di essere rilasciati nella regione di Kidal in Mali.
Nel frattempo la giunta militare, responsabile del golpe del 18 agosto, ha presentato il nuovo governo lunedì 5 ottobre. Moctar Ouane è stato nominato primo ministro dal presidente di transizione il 29 settembre scorso. Ouane è stato ministro degli Esteri dell’ex presidente Amadou Toumani Touré (2004-2011). Tra i nuovi ministri, 25 in tutto, figurano anche 4 donne, mentre i dicasteri strategici come Difesa, Sicurezza, Riconciliazione nazionale e Amministrazione territoriale, sono stati affidati a 4 militari.
Ieri, subito dopo aver appreso la notizia della formazione del nuovo esecutivo maliano, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO) ha revocato le sanzioni in vigore dopo il golpe di Stato dello scorso agosto.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 6 ottobre 2020
I jihadisti di al Sunna wa-Jama a Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico, preoccupano perfino gli Stati Uniti. Hanno chiesto allo Zimbabwe di aiutare il Mozambico a reprimere un’insurrezione islamista che sta destabilizzando regione ricca di gas (LNG-GLN). Un’area dove operano ENI, ExxonMobil e Total che vale 60 miliardi di USD.
La richiesta americana
La richiesta è arrivata da Tibor Nagy, sottosegretario USA per gli Affari africani con una telefonata a Sibusiso Moyo, ministro degli Esteri dello Zimbabwe. La risposta di Moyo, secondo Bloomberg, è stata che gli Stati Uniti dovrebbero prima diminuire le sanzioni contro i burocrati dello Zimbabwe.
Sibusiso Moyo, ministro degli Esteri dello Zimbabwe
L’ex generale Sibusiso Moyo ha svolto un ruolo chiave in un colpo di stato soft che ha estromesso il presidente-dittatore in cui Robert Mugabe nel 2017. La fine di una feroce dittatura che ha portato il fertile Paese, una volta granaio dell’Africa, al collasso. Alla presidenza è andato Emmerson Mnangwagwa, veterano come Mugabe della guerra di liberazione, che finora non è riuscito a risollevare la nazione.
Con il Coronavirus è arrivata la tempesta perfetta che ha messo in ginocchio il sistema sanitario nazionale. I medici oltre a non avere il minimo per proteggersi durante la pandemia, hanno denunciato che negli ospedali non c’è nemmeno l’acqua pulita.
I militari zimbabwiani piacciono agli USA
Ma perché Washinghton ha chiesto l’intervento militare a Cabo Delgado allo Zimbabwe? Innanzi tutto per la vasta conoscenza del territorio. Lo Zimbabwe ha un debito di riconoscenza verso l’ex colonia portoghese. La guerriglia anti-Rhodesia bianca (oggi Zimbabwe) si appoggiava al confinante Mozambico prima dell’indipendenza. Le truppe scelte dello Zimbabwe hanno combattuto in Mozambico contro la guerriglia RENAMO (oggi in parlamento) durante la guerra civile. Inoltre i militari zimbabwiani hanno operato in Congo-K (RDC) e a sostegno delle truppe USA in Angola e Somalia.
Gli Stati Uniti hanno interessi troppo importanti a Cabo Delgado ma non possono intervenire direttamente in uno scenario che è prevalentemente di guerriglia jihadista. Un conflitto, iniziato nell’ottobre 2017, che ha portato morte e distruzione. Con un risultato tragico: oltre 1300 morti e 300 mila profughi.
La situazione economica catastrofica dello Zimbabwe non permette un intervento militare a Cabo Delgado ma se Washington finanzia – e abbassa le sanzioni – potrebbe farlo.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
5 ottobre 2020
Era stata pronosticata come la maratona più veloce di sempre.
Era stato annunciato come l’evento atletico dell’anno.
Qualcuno si era spinto a parlare della sfida del secolo tra il kenyano Eliud Kipchoge, primatista del mondo, e l’etiope Kenenisa Bekele, il secondo maratoneta più veloce della storia.
Niente di tutto ciò è avvenuto alla Virgin Money London Marathon disputatasi ieri, domenica 4 ottobre, nel circuito chiuso intorno a St Jame’s Park nel centro della capitale britannica.
L’etiope Shura Kitata, vincitore della London Marathon 2020
Kenenisa Bekele nato nel 1982 a Bekoji, città dei corridori (Etiopia centrale), non è neppure sceso in pista per un problema a una caviglia. A Berlino lo scorso anno aveva segnato il secondo miglior tempo della storia con 2h01’41”. A Londra si era piazzato terzo (2016) e secondo (2017) mentre nella sua ultima apparizione (2018) non era andato al di là dell’ottavo posto.
La stessa posizione in cui si è classificato ieri quello che viene considerato il più grande maratoneta di tutti i tempi: Eliud Kipchoge, classe 1984, di Kapsisiywa (Kenya), altra terra di runners. Di lui abbiamo scritto e di lui si sa tutto, perfino che si pulisce i gabinetti: campione olimpionico in carica, primatista mondiale grazie al 2h01’39” corso a Berlino nel 2018, vincitore a Londra nel 2015, 2016, 2018 e 2019 e unico ad aver corso sotto le 2 ore i 42.195 km (primato non omologato), ieri è miseramente naufragato, a due giri dal termine, sotto la pioggia battente.
“Un dio è caduto, anche lui è umano” hanno subito commentato molti esperti dopo la debacle di ieri, nonostante calzasse un nuovo super modello (super criticato, ma omologato) di scarpe detto Alphafly Next%. Una conferma che per vincere non esistono calzature magiche, dalla tecnologia estrema: occorrono gambe.
Molto umano, ma fortissimo, è invece apparso il vincitore Shura Kitata Tola, 24 anni, etiope. Ha coperto la distanza in 2h05’45”: appena un secondo di vantaggio sul kenyano Vincent Kipchumba, 30 anni, 4 secondi sul connazionale Sisay Lemma Kasaye, 30 anni.
Brigid Jepchirchir Kosgei, keniota, prima classificata in campo femminile alla London Marathon
Shura Kitata non è proprio uno qualunque: due anni fa era giunto secondo a New York e a Londra. Ora con uno sprint mozzafiato ce l’ha fatta a tagliare per primo il traguardo davanti a Buckingham Palace. Lasciandosi dietro uno stuolo di etiopi: il quarto, Mosinet Geremew, 28 anni, il quinto, Mule Washium, 27, il sesto, Tamira Tolat, 29, davanti ad altri due del Kenya (Benson Kipruto e appunto Kipchoge). Insomma il solito derby africano stavolta dominato da Addis Abeba. Per Nairobi consolazione in campo femminile: Brigid Jepchirchir Kosgei, 26 anni, detentrice del record mondiale, ha replicato il successo dello scorso anno e al terzo posto è arrivata Ruth Chepngetich, 26.
“Sono ultrafelice della vittoria, considerato il valore dei miei avversari. La dedico al mio Paese e ai miei compagni – ha commentato a caldo Kitata – Porterò personalmente ad Addis Abeba la medaglia al mio allenatore, Haji Adilo, che non è potuto venire a Londra perché risultato positivo al Covid 19″. Come più umana è stata la maratona di Londra, dopo la cancellazione di quelle di Boston, Berlino, Chicago, e New York.
Sicuramente, a causa dell’emergenza sanitaria, è stata – come ha dichiarato Hugh Brusher, direttore di London Marathon – quella più surreale, più strana tra tutte quelle disputate. Niente pubblico, nessuna partenza da Greenwich, solo circuito cittadino, premi dimezzati, nessuna partecipazione dei 43 mila iscritti, (solo i top runners), nessun record spaziale. E gli atleti chiusi un una bolla di biosicurezza con rigide linee guida su test, viaggio, alloggio e competizione. Era persino vietato rispondere al telefono in camera. E per evitare ogni rischio di contagio il direttore Brasher aveva inviato da Londra un aereo privato a prendere Eliud e gli altri atleti.
Il Remote Life Support (R.L.S.) con attestato e brevetto da portafoglio, è un corso di primo soccorso, secondo le norme dell’International Wilderness Medicine Standards (IWMS-standard internazionali di medicina in ambienti selvaggi).
Remote Life Support
Intervento in ambienti remoti ed impervi, con ospedali lontani e scarsi mezzi di soccorso. Il corso aiuta ad imparare la gestione del primo soccorso in situazioni estreme con tecniche di contingenza ed evacuazione anche in maniera non convenzionale.
Si basa su due livelli e si tiene in un fine settimana: il 1° livello sabato 17 ottobre 2020 e il 2° livello domenica 18 ottobre 2020. Interessanti gli argomenti trattati. Alcuni di questi sono: preparazione zona atterraggio elicottero per evacuazione; colpo di calore e di sole; shock; agenti veleniferi inoculati da morsus/contatto; gestione traumi; barelle di fortuna; segnalazione terra-aria-acqua e molto altro.
È un corso aperto a tutti ma è destinato soprattutto agli operatori umanitari; guide alpine; guide m.m.; giornalisti; fuori area; soccorritori; militari e anche turisti. Si tiene in Via dei Boschi, 9, a Pero (MI).
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
4 ottobre 2020
Incatenati due a due, botte a pranzo e a cena, la toilette è il pavimento della cella, ecco la condizione dei migranti, per lo più etiopi, nelle putride galere in Arabia Saudita.
Nel rapporto di Amnesty international, pubblicato venerdì scorso, emergono dettagli sconvolgenti sulle condizioni carcerarie di migliaia di persone – uomini, donne e bambini – provenienti dall’Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa, che detiene il triste primato mondiale per numero di sfollati.
Molti migranti che si trovavano nello Yemen sono stati cacciati con la forza dalle autorità verso l’Arabia Saudita, perchè considerati untori del coronavirus. Secondo quanto riportato dall’Organizzazione Internazionale per i Migranti (OIM), attualmente almeno duemila etiopi sono ancora bloccati nel Paese in guerra senza cibo, acqua e assistenza sanitaria.
I poveri disgraziati avevano lasciato il loro Paese in cerca di lavoro, per migliorare le proprie condizioni di vita e quelle dei loro familiari, perchè stanchi di aspettare le promesse del governo di Addis Ababa.
Eppure un anno fa, il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, aveva annunciato di aver trovato un accordo con gli Emirati Arabi Uniti che sarebbero pronti ad accogliere 50.000 lavoratori etiopi già a breve, mentre sarebbero in atto trattative per il trasferimento di altre 200.000 persone nei prossimi anni. Il governo di Addis Ababa aveva aggiunto che dialoghi in tal senso erano in atto anche con il Giappone e alcuni Paesi dell’UE.
Marie Forestier, ricercatrice di Amnesty ha detto che le condizioni di vita delle persone sono davvero scioccanti. “Molti sono a rischio suicidio, non ce la fanno a sopportare tale situazione”.
In base alle testimonianze raccolte, l’Organizzazione per i diritti umani ha documentato la morte di almeno tre detenuti, ma probabilmente sono molti di più. Fame, sete e mancanza di assistenza sanitaria sono le cause principali dei decessi.
Migranti etiopi disperati nei centri di detenzione in Arabia Saudita
Donne incinte, neonati e bambini vivono nelle stesse condizioni e alcuni incarcerati hanno detto di essere stati informati anche della morte di alcuni piccoli.
Alcuni diplomatici del governo di Addis Ababa, in occasione di una recente visita nei centri di detenzione saudite, hanno vietato ai migranti di diffondere notizie e foto delle loro condizioni di vita nelle galere saudite.
Amnesty ha chiesto al governo etiopico di procedere con la massima urgenza ai rimpatri volontari e a quello saudita di migliorare le condizioni di vita dei detenuti. Tsion Teklu, sottosegretario del ministero degli Esteri etiopico ha detto a Agence France Presse (AFP) che quattromila migranti sono già stati evacuati a aprile e entro metà ottobre si prevede di riportare a casa altri duemila. “Il problema maggiore è il Covid-19. Mancano gli spazi per la quarantena una volta arrivati in patria”, ha aggiunto Teklu.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
3 ottobre 2020
David Shearer, rappresentante del segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite in Sud Sudan e a capo dei caschi blu nel Paese (UNMISS), qualche giorno fa ha fatto il punto della situazione in Sud Sudan, sui progressi e insuccessi del trattato di pace, siglato nel 2018.
Popolazione sud sudanese in ginocchio dopo anni di conflitti interni
Uno dei maggiori problemi ancora aperti resta l’unificazione degli eserciti, ribelli e regolari sono stati responsabili della morte di ben oltre 380 mila persone durante il conflitto interno iniziato nel 2013.
Quando finalmente le truppe sono state radunate per esercitazioni in comune, dopo poco hanno disertato per la mancanza di cibo e altri servizi essenziali. Shearer ha espresso grande preoccupazione, perchè potrebbero esplodere nuove violenze. “I ribelli sono stati illusi di essere inseriti nell’esercito regolare e ora sono ritornati nei loro villaggi senza nulla di fatto”, ha precisato il capo di UNMISS.
Shearer ha anche sottolineato che l’Assemblea nazionale non è ancora stata costituita, parecchie leggi non sono state adottate, la preparazione della nuova Costituzione è in una fase di stallo. Le elezioni previste per il 2022 potrebbero essere rinviate per i gravi ritardi accumulati. E ha inoltre rimproverato al governo di riunirsi troppo irregolarmente.
Il diplomatico si è anche soffermato sul problema delle finanze in quanto la Commissione per i diritti umani in Sud Sudan ha accusato politici di primo piano e alti funzionari di appropriazione indebita di fondi pubblici di decine di milioni di dollari dal 2016. Solo pochi giorni prima della pubblicazione del rapporto della Commissione, il presidente Salva Kiir aveva silurato il ministro delle Finanze, il capo dell’autorità tributaria e il direttore della compagnia petrolifera statale.
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan
E Yasmin Sooka, a capo della Commissione nel Sud Sudan, senza peli sulla lingua ha aggiunto: “E’ davvero incredibile che questi crimini siano stati commessi con l’aiuto di società e banche internazionali. Molte vite sono andate distrutte a causa della corruzione. E l’elite politica ha combattuto solo per ottenere il controllo delle risorse di petrolio e minerarie del Paese, defraudando la popolazione del proprio futuro”.
Intanto la situazione umanitaria è peggiorata dopo le recenti inondazioni, che ha messo in ginocchio oltre 600 mila persone. Il World Food Programme ha chiesto aiuto al resto del mondo per venire incontro alle popolazioni di questa nazione già così provata da anni di guerra civile.
Corre l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annuncia i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede sono a favore della secessione; i sud sudanesi scelgono l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – viene festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace, l’indipendenza viene proclamata il 9 luglio 2011.
Le speranze, la gioia della gente sono ben presto seppellite quando il presidente Salva Kiir Mayardit accusa il suo vice Riek Marchar di complottare contro di lui e aver tentato un colpo di Stato. Iniziano i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri risalgono al il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto raggiungono anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti non fanno che alimentare questo conflitto.
L’ennesimo trattato di pace viene firmato nell’estate del 2018, ma solo a febbraio di quest’anno è sciolto il vecchio governo. Kiir, il presidente, resta al suo posto, mentre Machar viene nuovamente insediato come primo vice-presidente. Durante la cerimonia tenutasi nella capitale Juba, Kiir dichiara ufficialmente conclusa la guerra, aggiungendo: ” “Dobbiamo perdonarci a vicenda e estendo questo appello alle popolazioni di etnia dinka e nuer”, i due gruppi etnici rivali.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
L’Organizzazione Mondiale della Sanità aprirà un’inchiesta sulle violazioni sessuali che avrebbero commesso operatori umanitari nella Repubblica Democratica del Congo. Le equipe erano impegnate nell’ambito di interventi nella lotta contro l’ebola.
Cinquantuno donne hanno affermato di essere state sfruttate o di avere subito abusi sessuali da uomini, per lo più stranieri, che si erano qualificati come operatori umanitari/sanitari a Beni nel Nord-Kivu, provincia fortemente colpita dalla 10ma epidemia di ebola tra il 2018 e giugno di quest’anno.
Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS
L’11ma epidemia è ancora in corso nella provincia dell’Equatoria, sulle sponde del fiume Congo. Mentre la 10ma, terminata il 25 giugno 2020, ha causato la morte di oltre 2.280 persone.
Oltre agli operatori umanitari/sanitari dell’OMS, le donne hanno accusato anche personale dell’Agenzia per le Migrazioni (OIM), di Medici senza Frontiere (MSF), Oxfam, World Vision, ALIMA (Alliance for International Medical Action), nonchè personale del ministero della Sanità congolese.
Le violenze sarebbero state perpetrate tra il 2018 e il 2020. L’agenzia di stampa New Humanitarian e la Fondazione Reuters hanno condotto indagini per oltre un anno. E, secondo quanto riferisce Reuters, le signore avrebbero lavorato come cuoche o donne per le pulizie con contratti a termine per stipendi che variavano tra $ 50 e $ 100 mensili, corrispondenti oltre al doppio della paga normale.
In un comunicato di martedì scorso, l’OMS ha fatto sapere che tutte le persone identificate implicate nel caso, dovranno rispondere personalmente dei gravi atti commessi, delle conseguenze, compreso il licenziamento immediato.
“Tradire le persone che seguiamo nelle comunità è un atto inconcepibile”, ha specificato l’OMS nel suo comunicato.
Il progetto si chiama “Cultura e pace mano nella mano verso lo sviluppo di Gorongosa”, finanziato dalla Commissione Europea, e gestito dall’ong Helpcode.
Una delle mascherine anti-covid creata dall’Atelier Gorongosa (Courtesy Helpcode)
È un programma che ha un “approccio integrato e multidimensionale nel quale sono previsti anche interventi di inclusione sociale con corsi di formazione professionale. L’obiettivo è dare opportunità di lavoro per avere una fonte di reddito” – si legge nelle pagine web di Helpcode.
L’Atelier Gorongosa – prende il nome dall’area centrale di un famoso parco mozambicano – ha già formato 30 persone di cui dieci sono donne. Hanno frequentato un corso di 122 ore di teoria e pratica sulle tecniche di taglio e cucito. A fine corso hanno ricevuto in dono una macchina per cucire e il materiale necessario per lavorare.
La cucitura di una delle mascherine anti-covid creata dall’Atelier Gorongosa (Courtesy Helpcode)
La pandemia di Covid-19 ha praticamente dato il via alla produzione di mascherine di protezione anti Coronavirus. Sono mascherine lavabili create con stoffe di capulana – panno tipico mozambicano con bellissimi disegni e colori – create con tessuti a stampa wax. Trecento di queste sono state donate alla Direzione distrettuale di salute e poi distribuite agli operatori degli ospedali e dei Centri di salute.
Le mascherine però si possono anche acquistare direttamente dal sito di Helpcode. È possibile scegliere un kit di 4 mascherine lavabili – due da adulto e due da bambino – oppure acquistane una singola. I colori e i disegni sono quelli dell’Africa. Helpcode garantisce che il ricavato della venidta delle mascherine serve a sostenere l’Atelier e i progetti a favore dei diritti dei bambini.
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