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Cucchiarelli: “Ecco la verità su Ustica. DC9 abbattuto dalla sfiammata di un caccia”

Speciale per Africa Express, Senza Bavaglio e Critica Liberale
Monica Mistretta
Milano, 29 settembre 2020

A quarant’anni dalle stragi di Ustica e Bologna, la verità può attendere. La versione ufficiale degli eventi che riguardano la maledetta sera del 1980 in cui cadde il Dc9 Itavia con 81 persone a bordo, slitta senza fretta, decennio dopo decennio, facendosi strada tra le ipotesi più disparate, spesso glissando perfino sulle indagini della magistratura, sulle requisitorie, su documenti Nato, sulle testimonianze di chi ha avuto il coraggio di parlare. Anche la strage di Bologna non trova un punto fermo e imbocca una nuova pista: l’esplosione non di un solo ordigno, ma di due. Inutile seguire tutto, non serve: non ci crede più nessuno. E forse è quello che si voleva ottenere fin dall’inizio.

Paolo Cucchiarelli, però, non si arrende. La sua è una battaglia impeccabile: da una parte la Ragion di Stato (o degli Stati), dall’altra la verità obiettivo imprescindibile di ogni bravo e onesto giornalista. Così lui riprende i documenti, gli atti, le requisitorie, cerca testimoni diretti, riesce a fare un po’ ordine nel marasma. E siccome è un bravo e onesto giornalista, lo fa con un libro costato otto anni di lavoro, compresi due di stesura: ‘Ustica & Bologna’. Le prove raccolte, pubblicate puntigliosamente nelle oltre 400 pagine, inchiodano il lettore a una verità inedita. Nessuna bomba, nessun missile: è la sfiammata di un aereo da caccia sulla cabina di pilotaggio del Dc9 ad aver inferto il primo colpo mortale all’aereo, togliendo immediatamente la vita ai due piloti. Le fotografie dei vetri della cabina, dissolti e accartocciati dalle bruciature, ci sono, anche se nessuno le ha mai volute vedere: Cucchiarelli le pubblica. Ed è già sotto attacco: “I cretini di Stato sono al lavoro”, racconta sorridendo.

Partiamo dai tracciati degli aerei sui cieli di Ustica: perché a distanza di 40 anni non riusciamo a fare chiarezza su un elemento che invece dovrebbe essere immediatamente verificabile? Quanti aerei erano in volo quella sera?

Io ho semplicemente seguito le carte dell’inchiesta Priore. La più lunga e impegnativa indagine giudiziaria della storia della magistratura italiana. Il problema è che c’è chi ha mentito.  E nella inchiesta i dati sono frammisti, registrati e ammassati e spesso non “scelti”, immersi, quasi “affogati” in una mole di dati immensa . La Nato ha consegnato tracciati di aerei che non erano identificati. Esistono i documenti inviati dalla Nato al governo e alla magistratura italiana: basta consultarli. I dati ci sono tutti nella inchiesta giudiziaria,  nelle sentenze . Distinguiamo però tra fiction narrativa, spesso imperante, e inchiesta giudiziaria. Nell’ inchiesta giornalistica i dati certi e utili a spiegare sono solo stati “legati”, si sono enucleati i dati significativi e in grado di spiegare l’accaduto. Basta leggere. Tutti i dati citati sull’attacco al Dc9 come per Bologna sono tutti nelle due inchieste o chiuse o in corso. Nuova è la lettura degli elementi disponibili.

Nelle 2 immagini il relitto del DC 9 Itavia dopo il recupero in fondo al mare

Su questa vicenda è stato recentemente apposto un segreto. Cosa ne pensi?

Un mese fa il governo ha protratto il segreto sulle comunicazioni tra il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut, e la Centrale, un materiale che riguarda un periodo cronologicamente a cavallo di Ustica e Bologna. Il documento secretato era stato chiesto su input del senatore Carlo Giovanardi il quale sostiene che in quelle carte ci sarebbe la prova che l’Olp ha abbattuto il Dc9. Questo è semplicemente assurdo. Prima di parlare, bisognerebbe leggere i documenti ufficiali della magistratura: non intendo soltanto l’inchiesta Priore, ma anche le sentenze e la requisitoria del magistrato. Evidentemente, i cretini di Stato sono all’opera. E, naturalmente, non mi riferisco all’ex senatore ma a tutti coloro che commentano, giudicano, ironizzano, respingono a priori,  senza aver letto le oltre 600 pagine dell’inchiesta, aver visto le foto, le testimonianze di chi, come Marco Affatigato, è stato il primo ad essere chiamato in causa per Ustica e per Bologna; le sue spiegazioni del tutto nuove di chi si mosse e in chiave internazionale e con quale logica.

Quella sera accanto al Dc9 Itavia c’erano altri aerei… tre Mig e un aereo che si è fatto passare per un innocente volo di linea dell’ Air Malta.

Io li identifico come ‘aggressor’, non posso dimostrare che fossero Mig , ci sono, semmai, elementi di contorno che mi autorizzano a supporre che si tratti di Mig impegnati in un attacco non ortodosso che ha modalità mai utilizzate prima in tempo di pace. Il ruolo del finto Air Malta è invece per me certa, scandita lungo tutto il tragitto. Basta leggere. Questi aerei appartenevano a strutture riservate che quella sera mettono in atto un’azione di terrorismo o, meglio, un attacco non ortodosso secondo modalità non usuali, di cui non doveva restare traccia. Modalità che lasciano sgomenti. Sicuramente, un Mig viene visto da testimoni che osservano un aereo con la punta mozza e un pungiglione. Quindi, inequivocabilmente un Mig 21. Ci sono ipotesi, tracciati e testimoni: tutto è già nell’inchiesta Priore. Del finto Air Malta parlano tutti dopo la strage. La mole di documentazione disponibile, certa, riscontrata, ufficiale, giudiziaria è molto ampia. Bisognava solo capire cosa avesse fatto l’Air Malta o meglio l’Aggressor che si fa passare per un innocente aereo di linea maltese mentre il vero Air Malta civile è a oltre 100 miglia, sulle isole toscane: E questo è un dato certissimo.  Il problema almeno per Ustica è il traffico di nucleare, a Bologna si deve colpire la libertà non più ammessa dai nuovi circoli americani che esprimeranno la Presidenza Reagan che apparteneva al Lodo Moro, la scelta filo-araba e filo-palestinese di almeno una ampia parte del mondo politico e dei nostri servizi segreti all’epoca. Due schiaffoni tirati a mano piana sul volto dell’Italia.

Un altro magistrato che indagava su materiali nucleari, questa volta via nave, si mette in contatto – guarda caso – con Priore: è Francesco Neri che, agli inizi degli anni 90, mette le mani su un colossale traffico nucleare tra Paesi europei e mediorientali. Hai trovato legami?

I due magistrati furono sentiti insieme nella Commissione di inchiesta parlamentare sui rifiuti: l’audizione venne secretata, ovviamente. So che Priore quel giorno disse: “Il nucleare. Ora ho capito perché Ustica”.

Parliamo del Secret Team, la struttura legata alla Cia che, secondo il tuo libro, conduce l’operazione di terrorismo nei cieli di Ustica. Questa struttura operava nella Libia di Gheddafi, a sua volta alleato delle organizzazioni palestinesi. Come è possibile?

Il Secret Team operava in Libia per controllare Gheddafi: si trattava di ex Berretti Verdi, agenti della Cia sotto copertura e sotto protezione. Era la sezione oltranzista della Cia che si era “inabbissata” dopo il Watergate e le conseguenti norme di controllo sulle operazioini clandestine. E’ tutto disponibile e leggibile nelle inchieste condotte dal Senato Usa e in quelle della magistratura statunitense oltre che in una qualificata pubblicistica internazionale Gli americani hanno sempre fatto affari con Gheddafi, perfino durante il periodo delle cosiddette limitazioni delle esportazioni dal Paese nordafricano. Gli americani, o meglio, alcune lobby, hanno sempre operato liberamente, anche a dispetto o contro il governo americano, perché il soldo è più forte della legge e della politica. Io non mi invento nulla. Evidentemente, questa struttura operava molto bene in Italia, visto che compare anche nel caso Moro. Io trovo la presenza operativa di almeno tre strutture parallele : americane, francesi e israeliane e la presenza, in Ustica e in Bologna , di mercenari che sono collegati con Bob Denard, uno dei più controversi soldati di ventura dello scorso secolo. Ne parlano Marco Affatigato e il pentito di Ordine Nuovo, credibile per i magistrati italiani, Carlo Digilio.  Torniamo al Secret Team , una struttura che conduce affari, svolge operazioni di intelligence coperte e non autorizzabili dal governo Usa e ha una propria politica estera e una rete che interviene in molti Paesi chiave. Questo è ben noto nei documenti.

Gheddafi dal ’77 in poi, per potenziare la sua struttura militare, assolda due uomini d’affari che hanno base in Svizzera e nei Paesi del Sud America, sono entrambi veri e propri esperti di armi: uno è Edwin Wilson, l’altro è Frank Terpil, entrambi fanno parte del Secret Team. I due operavano sotto la copertura dei servizi segreti clandestini americani, guidati da Ted Shackley. Ho avuto la fortuna di parlare a telefono con Wilson, prima che morisse: mi disse che aveva operato molto in Italia, ma mai contro di noi. Questo significa che aveva la copertura di almeno una parte dei servizi segreti italiani. Del resto, chi opera in Libia, dipende dal capocentro della Cia a Roma: ovviamente, l’Italia è determinante. Questi signori non ragionano con il parametro ‘o con me o contro di me’: questo non è il modo di procedere dei servizi segreti. È un mondo pieno di sfumature, di contraddizioni apparenti, di ambiguità, di cose che stanno insieme anche se non dovrebbero. La storia degli americani , agenti Cia sotto copertura che addestrano i terroristi internazionali nei campi libici e riarmano (e controllano) Gheddafi è raccontata per la prima volta in Italia da questa inchiesta ma nel mondo è ben nota. Eppure l’Italia è la nazione più coinvolta e interessata a capire: solo in teoria però.

A questo punto apro una parentesi: su questi argomenti mi rifiuto di rispondere a cretini che non hanno letto il libro. E mi riferisco ai ‘cretini di Stato’, che fanno più danni dei segreti di Stato. È lo stesso Wilson che, sotto processo, si è difeso dicendo che lavorava sotto copertura per gli americani…. Aveva due incarichi: uno controllare il terrorista Carlos lo Sciacallo, legato ai palestinesi, l’altro controllare un eventuale riarmo atomico della Libia. Per il resto, Wilson e la sua rete ha carta bianca per fare tutti gli affari che vuole: operazioni di terrorismo, omicidi mirati, tutte le cose che il governo americano ufficialmente non poteva fare. Sempre guadagnandoci, naturalmente: io lo chiamo ‘Secret Team’, ma non per nulla i giornali americani lo definiscono ‘L’Impresa’.

Parliamo delle barre di uranio che scopre nel corso delle indagini il magistrato Priore.

Il problema è che la perizia fatta sul Dc9 esclude che l’aereo le abbia trasportate. Ma ci sono mille prove che fossero a bordo: ovviamente il materiale era schermato… o no? Lo racconta chi ha seguito quella operazione. Invece abbiamo un solido,diffuso, non scalfibile ma atteso silenzio.

Questo il libro scritto da Paolo Cucchiarelli per i tipi de “La nave di Teseo”, 24 euro

Quanto conta per una struttura come il Secret Team la vita di 81 persone a bordo di un aereo?

Niente. Meno di niente. Quell’uranio era determinante per l’avvio delle centrifughe del centro nucleare pakistano che avrebbe dovuto fornire l’atomica a tutti i paesi musulmani: è Gheddafi che finanzia questo programma in prima persona. La bomba islamica verrà realizzata. Ma si parlerà anche di bombe sporche con uranio arricchito nell’ogiva: in quel momento in Libia c’è una azienda tedesca che è in grado di fornire a Gheddafi un missile a più stadi forse rozzo ma efficace, capace di colpire Israele con testate sporche.  E’ tutto raccontato nel mio libro per la prima volta in dettaglio.

Qual è il legame più forte tra la strage di Ustica e quella di Bologna?

La presenza dei mercenari di Bob Denard, parte delle strutture francesi, l’altra costante di queste due stragi, insieme al Secret Team e alla presenza di israeliani. Dentro la vicenda Ustica scopro che un uomo di Bob Denard conserva barre di uranio in uno scantinato a Parigi. Lo stesso materiale di cui poi Priore trova la presenza a bordo del Dc9. Ma Bob Denard viene chiamato in causa per Bologna da Carlo Digilio, il più credibile pentito di Ordine Nuovo, quello che ha permesso l’inchiesta su Piazza Fontana.  E allora un ultimo interrogativo: perché Digilio è credibile su piazza Fontana, ma non su Bologna?

A tuo giudizio, che possibilità c’è, da in una scala da 0 a 100, che nei prossimi dieci anni in Italia esca finalmente la verità sulle stragi di Ustica e Bologna, dopo che è già stata procrastinata per 40 anni?

Zero. Non possiamo permettercelo. Perfino i presidenti delle associazioni dei familiari delle vittime delle due stragi sono stati in silenzio di fronte a questa inchiesta che pure dice qualcosa di nuovo sul perché e sul “chi”. Non interessa? Il silenzio dello Stato lo davo per scontato, quello di chi rappresenta il dolore delle vittime no.

Monica Mistretta
monica.mistretta@gmail.com
@monicamistretta

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Cucchiarelli: “Here is the Truth about Ustica. DC9 Shot Down by the Flames of a Fighter”

Special for Africa Express, Senza Bavaglio (Gagless) and Critica Liberale
Monica Mistretta
Milan, 29 September 2020

Forty years after the terrorist attack of Ustica and Bologna, the truth can wait. The official version of the events concerning the cursed evening of 1980 in which the DC9 Itavia fell with 81 people on board, sledding unhurriedly, decade after decade, making its way among the most disparate hypotheses, often glissing even on the investigations of the judiciary, on the indictments, on NATO documents, on the testimonies of those who had the courage to speak. Even the massacre of Bologna does not find a fixed point and takes a new track: the explosion of not one bomb, but two. It is useless to follow everything, it is useless: nobody believes it anymore. And maybe that’s what we wanted to achieve from the beginning.

Paolo Cucchiarelli, however, does not give up. His battle is an impeccable one: on the one hand the State Reason (or States), on the other hand the unavoidable objective truth of every good and honest journalist. So he takes back the documents, the deeds, the requisitions, he looks for direct witnesses, he manages to put the marasmus in order. And since he is a good and honest journalist, he does it with a book that cost eight years of work, including two years of writing: ‘Ustica & Bologna’. The collected evidence, published in over 400 pages, nails the reader to an unprecedented truth. No bomb, no missile: it is the flaming of a fighter plane on the cockpit of the DC9 that dealt the first fatal blow to the plane, immediately taking the lives of the two pilots. The photographs of the cabin windows, dissolved and crumpled by the burns, are there, even if nobody ever wanted to see them: Cucchiarelli publishes them. And he is already under attack: “The state idiots are at work,” he says smiling.

Let’s start from the airplane tracks on the skies of Ustica: why after 40 years we are not able to clarify an element that should be immediately verifiable? How many planes were in flight that night?

I simply followed the charts of the Prior investigation. The longest and most demanding judicial investigation in the history of the Italian judiciary. The problem is that some people lied.  And in the investigation the data are fragmented, recorded and piled up and often not “chosen”, immersed, almost “drowned” in an immense amount of data. NATO delivered aircraft tracks that were not identified. There are documents sent by NATO to the Italian government and judiciary: just consult them. The data are all there in the judicial investigation, in the sentences. We distinguish, however, between narrative fiction, often dominant, and judicial investigation. In the journalistic investigation the certain data useful to explain have only been “linked”, the significant data and able to explain what happened have been enucleated. It is enough to read. All the data cited on the attack on the DC9 as for Bologna are all in the two investigations or closed or in progress. New is the reading of the available elements.

In the 2 images the wreck of the DC 9 Itavia after recovery at the bottom of the sea

A secret has recently been put by the government on this matter. What do you think about it?

A month ago the government extended the secret on the communications between Colonel Stefano Giovannone, head of the Sismi in Beirut, and the Centrale, a material that concerns a period chronologically between Ustica and Bologna. The secret document had been asked on the input of Senator Carlo Giovanardi who claims that in those papers there would be proof that the PLO has shot down the DC9. This is simply absurd. Before speaking, we should read the official documents of the judiciary: I do not only mean the Prior inquiry, but also the sentences and the indictment of the magistrate. Evidently, the state idiots are at work. And, of course, I am not referring to the former Senator but to all those who comment, judge, ironize, reject a priori, without having read the over 600 pages of the investigation, seen the photos, the testimonies of those who, like Marco Affatigato, was the first to be sued for Ustica and Bologna; his completely new explanations of who moved and with what logic.

That evening next to the DC9 Itavia there were other planes… three Mig and a plane that passed itself off as an innocent Air Malta scheduled flight.

I identify them as ‘aggressors’, I cannot prove that they were Mig, there are, if anything, elements that authorize me to assume that they are Mig engaged in an unorthodox attack that has never been used before in peacetime. The role of the fake Air Malta is instead for me certain, marked all along the way. Enough reading. These aircrafts belonged to reserved structures that that night put in place an action of terrorism or, better, an unorthodox attack in unusual ways, of which there should be no trace. Modalities that leave one dismayed. Certainly, a Mig is seen by witnesses observing an airplane with a severed tip and a sting. So, unequivocally a Mig 21. There are hypotheses, traces and witnesses: everything is already in the Prior investigation. Everyone is talking about the fake Air Malta after the massacre. The amount of documentation available, certain, found, official, judicial is very large. It was only necessary to understand what Air Malta had done, or rather the Aggressor who passes himself off as an innocent Maltese airliner while the real civil Air Malta is more than 100 miles away, on the Tuscan islands: and this is a very certain fact.  The problem at least for Ustica is the nuclear traffic, in Bologna we must hit the freedom no longer allowed by the new American circles that will express the Reagan Presidency that belonged to the Lodo Moro, the pro-Arab and pro-Palestinian choice of at least a large part of the political world and our secret services at the time. Two slaps pulled by flat hand on the face of Italy.

Another magistrate who was investigating nuclear materials, this time by ship, gets in touch – by chance – with Prior: it is Francesco Neri who, at the beginning of the 90s, gets his hands on a colossal nuclear traffic between European and Middle Eastern countries. Have you found links?

The two magistrates were heard together in the Parliamentary Commission of Inquiry on waste: the hearing was secret, of course. I know that Prior that day said: “Nuclear power. Now I understand why Ustica”.

Let’s talk about the Secret Team, the structure linked to the CIA that, according to your book, leads the terrorist operation in the skies of Ustica. This structure operated in Gaddafi’s Libya, in turn an ally of Palestinian organizations. How is this possible?

The Secret Team operated in Libya to control Gaddafi: they were former Green Berets, CIA undercover and under protection. It was the extremist section of the CIA that had “sank” after the Watergate and the consequent control rules on clandestine operatives. Everything is available and readable in the investigations conducted by the U.S. Senate and in those of the U.S. judiciary as well as in qualified international publicity The Americans have always done business with Gaddafi, even during the period of so-called export restrictions from the North African country. The Americans, or rather, some lobbies, have always operated freely, even in spite of or against the American government, because money is stronger than law and politics. I do not invent anything. Evidently, this structure operated very well in Italy, since it also appears in the Moro case. I find the operational presence of at least three parallel structures: American, French and Israeli and the presence, in Ustica and Bologna, of mercenaries who are connected with Bob Denard, one of the most controversial soldiers of fortune of the last century. Marco Affatigato and the repentant of Ordine Nuovo, credible for the Italian magistrates, Carlo Digilio, talk about it. Let’s go back to the Secret Team , a structure that conducts business, carries out intelligence operations covered and not authorized by the U.S. government and has its own foreign policy and a network that intervenes in many key countries. This is well known in the documents.

Gaddafi from ’77 onwards, to strengthen his military structure, hires two businessmen based in Switzerland and South American countries, both are real experts in weapons: one is Edwin Wilson, the other is Frank Terpil, both are part of the Secret Team. The two operated under the cover of the American clandestine secret service, led by Ted Shackley. I was lucky enough to speak on the phone with Wilson, before he died: he told me that he had operated a lot in Italy, but never against us. This means that he had the coverage of at least part of the Italian secret services. After all, who operates in Libya, depends on the head of the CIA in Rome: obviously, Italy is decisive. These gentlemen do not reason with the parameter ‘either with me or against me’: this is not the way to proceed of the secret services. It is a world full of nuances, of apparent contradictions, of ambiguities, of things that stand together even if they shouldn’t. The story of the Americans, undercover CIA agents who train international terrorists in Libyan camps and rearm (and control) Gaddafi is told for the first time in Italy by this investigation but in the world it is well known. Yet Italy is the nation most involved and interested in understanding: only in theory however.

At this point I open a parenthesis: on these topics I refuse to answer to idiots who have not read the book. And I am referring to the ‘state idiots’, who do more damage than state secrets. It is the same Wilson who, under trial, defended himself by saying that he was working undercover for the Americans…. He had two assignments: one to control the terrorist Carlos the Jackal, linked to the Palestinians, and the other to control a possible atomic rearmament of Libya. For the rest, Wilson and his network has carte blanche to do all the business he wants: terrorist operations, targeted assassinations, all the things that the American government officially could not do. Always gaining, of course: I call it ‘Secret Team’, but not for nothing do American newspapers call it ‘The Enterprise’.

Let’s talk about the uranium rods that the magistrate Prior discovers in the course of the investigation.

The problem is that the report made on the DC9 excludes that the plane transported them. But there is a thousand evidences that they were on board: obviously the material was shielded… or not? It is told by the person who followed that operation. Instead we have a solid, diffused, non-scratchable but awaited silence.

How much does the life of 81 people on board a plane matter to a facility like the Secret Team?

Nothing. Less than nothing. That uranium was crucial for the start-up of the centrifuges of the Pakistani nuclear center that was supposed to supply the atomic bomb to all Muslim countries: it is Gaddafi who is financing this program himself. The Islamic bomb will be realized. But there will also be talk of dirty bombs with enriched uranium in the nosepiece: at that time in Libya there is a German company that is able to supply Gaddafi with a multi-stage missile, perhaps crude but effective, capable of hitting Israel with dirty warheads.  It’s all told in my book for the first time in detail.

What is the strongest link between the massacre of Ustica and that of Bologna?

The presence of Bob Denard’s mercenaries, part of the French structures, the other constant of these two massacres, together with the Secret Team and the presence of Israelis. Inside the Ustica affair I discover that one of Bob Denard’s men keeps uranium rods in a basement in Paris. The same material of which the Prior then finds the presence on board the DC9. But Bob Denard is sued for Bologna by Carlo Digilio, the most credible repentant of Ordine Nuovo, the one who allowed the investigation on Piazza Fontana.  And then one last question: why is Digilio credible on Piazza Fontana, but not on Bologna?

In your opinion, what possibility is there, on a scale from 0 to 100, that in the next ten years in Italy the truth about the massacres of Ustica and Bologna will finally come out, after it has already been procrastinated for 40 years?

Zero. We cannot afford it. Even the presidents of the associations of the families of the victims of the two massacres have been silent in front of this investigation that also says something new about why and “who”. Doesn’t that interest you? I took the silence of the State for granted, the silence of those who represent the pain of the victims does not.

Monica Mistretta
monica.mistretta@gmail.com
@monicamistretta

Mutande appese: protestano in Sudafrica donne violentate dal clero anglicano

Africa ExPress
28 settembre 2020

In occasione della “Giornata della donna 2020”, molte ragazze e signore, vittime di stupri e attiviste per i diritti delle donne, hanno appeso biancheria intima alla recinzione della residenza dell’arcivescovo anglicano di Città del Capo, Thabo Makgoba. L’azione poco ortodossa è stata messa in atto per sensibilizzare la Chiesa anglicana su violenze, stupri perpetrati da reverendi sudafricani e per aprire inchieste indipendenti su questi terribili crimini.

Biancheria intima appesa per protesta alla recinzione della casa dell’arcivescovo anglicano di Città del Capo

June Major, una donna sacerdote anglicana è tra le vittime e chiede giustizia da anni. Ha subito uno stupro nel lontano 2002 quando era ancora in seminario. Ha raccontato che il prete è entrato nella sua camera presso la famiglia che la ospitava durante quel periodo e l’ha violentata. “Ho cercato di porre resistenza, ma poi mi ha messo la mano sulla gola, non potevo più fare nulla, non ho urlato, per non spaventare i bambini che si trovavano nella casa”.

“Ero distrutta, disperata, volevo solo morire,Così ho chiamato un amico e gli ho raccontato il fatto. Qualche tempo dopo il prete è ritornato, voleva violentarmi nuovamente. Ha desistito solamente perchè ho fatto in tempo a dirgli che avevo informato del fatto un amico comune”, ha aggiunto la Major.

Un amico le aveva consigliato di non rendere pubblico lo stupro subìto, e il violentatore aveva promesso che non l’avrebbe più cercata. “Anch’io da parte mia non volevo ferire la Chiesa, un’istituzione alla quale ci tenevo molto. Ma il mio silenzio mi è costato caro. Di notte ero perseguitata da orribili incubi, non potevo stare in ambienti che potevano essere chiusi a chiave, ero terrorizzata quando qualcuno si avvicinava troppo a me, in particolare uomini. Non era più vita”, ha spiegato la donna.

Solo dopo aver conosciuto altre vittime di stupro ha reso pubblico la sua storia, sperando di poter aiutare in questo modo anche loro e di convincerle a non tacere più. Aveva posto le sue speranze nella Chiesa, sperava di ricevere risposte, che venisse aperta un’indagine. Ma il responso non è mai arrivato. Silenzio assoluto.

Così nel 2016 inizia il suo primo sciopero della fame. Il settimo giorno l’amministrazione del clero anglicano sudafricano fa sapere che si sarebbe interessata del suo caso. Peccato che di fatto i vertici ecclesiastici non si muovono.

June Major, prete anglicano

Bisogna aggiungere che poco dopo la sua prima azione di protesta la Major perde il suo lavoro come prete. Essendo rimasta senza entrate, decide di andare in Australia, ma per un nuovo impiego ha bisogno di referenze. L’amministrazione ecclesiastica, malgrado le promesse, non le fa pervenire quanto richiesto. A quel punto si sente vittima due volte e cita in giudizio i vertici per perdita di reddito. Il caso è ancora pendente in Tribunale.

Passa altro tempo. Quattro anni dopo, il 1°luglio di quest’anno, inizia un nuovo sciopero della fame.

Al sesto giorno della protesta, l’arcivescovo si è fatto vivo, ha parlato con la Major, le ha chiesto di inviare le sue richieste via email. Qualche giorno dopo il prelato di Città del Capo ha fatto sapere che aprirà un’indagine disciplinare e che contatterà il Pubblico ministero della città dove si è consumato lo stupro per riaprire il caso. In base a queste promesse la vittima ha interrotto il suo digiuno di protesta. Finalmente è stata ascoltata. Dopo 18 anni di silenzio.

Africa ExPress
@africexp

In Sudafrica, la figlia di Tutu sposa una donna: cacciata dalla Chiesa anglicana

 

 

 

 

 

 

 

Amnesty all’attacco: “Basta violenze contro i migranti nei lager in Libia”

Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 settembre 2020

“It’s so hard here” (è così difficile qui)! Con queste poche parole scritte a Africa ExPress proprio ieri sera da un migrante intrappolato in Libia, si riassumono tutti i rapporti e denunce rilasciati in questi ultimi anni sulle condizioni di vita (e di morte) di coloro che hanno lasciato la loro patria nel tentativo di raggiungere via mare l’Italia, la porta d’entrata dell’Europa.

Il recente rapporto di Amnesty International, intitolato “Tra la vita e la morte” conferma e documenta ancora una volta le incessanti violazioni dei diritti umani di decine di migliaia di persone detenute in putridi, disumani centri di detenzione per migranti.

Migranti in Libia

Racconti agghiaccianti che sembrano scene di uno dei peggior film del horror, eppure sono realtà quotidiane che i migranti sono costretti a subire, testimonianze contenute nel fascicolo dell’Organizzazione con base a Londra. Un girone dantesco  senza fine, di crudeltà per migranti e rifugiati, vittime di torture, sparizioni, sfruttamento di esseri umani, stupri, violenze sessuali di ogni genere, lavori forzati, riduzione in schiavitù. I responsabili di tali nefandezze non sono solamente loschi trafficanti di esseri umani, ma anche personale dell’apparato statale libico, in un clima di quasi totale impunità.

Diana Eltahawy, vice direttore regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord-Africa ha sottolineato: “E malgrado le evidenze, l’Unione Europea e i suoi Stati membri continuano portare avanti politiche che intrappolano decine di migliaia di uomini, donne e bambini in un circolo vizioso di crudeltà, dimostrando disprezzo per le loro vite e la loro dignità”. Infatti, il nuovo “Patto sull’immigrazione” stilato dalla Commissione Europea, prevede una ancora più stretta collaborazione con Paesi esterni all’UE.

Salvataggio migranti Guardia costiera libica

Anche l’Italia continua mantenere stretti rapporti con la Libia. Basti pensare che lo scorso 16 luglio il Parlamento ha prorogato sino alla fine del 2020 la partecipazione del contingente della Guardia di Finanza e dell’Arma dei Carabinieri alla Missione bilaterale di assistenza alla Guardia Costiera della Marina libica.

La decisione del Parlamento è stata aspramente criticata dalle organizzazioni per i diritti umani. Già allora Amnesty international Italia aveva dichiarato: “Il rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica ha tristemente riaffermato la complicità del governo italiano ad un sistema di torture e violazioni dei diritti umani. “Con l’obiettivo di ridurre il numero di rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo per tentare di raggiungere l’Europa, il nostro Paese continua a non farsi scrupolo di condannare queste persone a morire in mare o a soffrire trattamenti inumani a terra, una volta consegnati ai centri di detenzione libici”.

Infatti le peggiori previsioni si sono tristemente tradotte in realtà. Basti pensare che solo durante quest’ultima settimana si sono verificati cinque naufragi. Una strage dietro l’altra, costata la vita a almeno 200 persone, tra questi anche una famiglia ivoriana: Oumar di 36 anni, la moglie Fatim e i loro 4 figlioletti. Malgrado tutto, appena si presenta la possibilità, i migranti tentano di imbarcarsi: “Se resto qui (in Libia) muoio, se parto, forse sopravvivo”. Viene spontaneo ricordare Leopardi: “Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano. Perché apre delle possibilità, non certezze. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito”.

Alan Kurdi, Olbia

E, secondo quanto riportato da Safa Msehli,  portavoce di OIM (Organizzaione internazionale per le Migrazioni), nel 2020 la Guardia costiera libica ha “salvato” almeno 8.000 persone riportandole nel Paese nordafricano. E’ stato poi osservato che la maggior parte di loro è stata riportata nei campi di detenzione dove poi molti spariscono.

Attualmente non si registra nessuna nave di ONG in mare per prestare soccorso ai migranti. L’ultima, la Alan Kurdi dell’organizzazione tedesca Sea Eye è ancora nel porto di Olbia, dove ieri è terminato lo sbarco dei 125 migranti, tra questi 52 minori. Tutte le altre imbarcazioni sono costrette al fermo amministrativo imposto dal governo italiano. Insomma la parola d’ordine è: “vietato salvare vite”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Libia, ecco come si vive (e si muore) nei centri di detenzione libici

Aiuti militari italiani alla Libia, mentre i migranti continuano a marcire nei lager

 

 

Direttore Memoriale Auschwitz pronto a espiare pena al posto di ragazzo nigeriano

Africa ExPress
26 settembre 2020

Il direttore del Memoriale polacco di Auschwitz, Piotr Cywinski, si è offerto di scontare la pena di 10 anni  inflitta a un ragazzo nigeriano di soli 13 anni. Il giovanissimo avrebbe usato un “linguaggio scurrile” riferendosi a Allah.

L’agghiacciante condanna per blasfemia, emessa da un Tribunale della Sharia di Kanu, Nigeria, ha scosso il mondo intero.

Cywinski ha fatto sapere che lui e altre 119 persone del mondo intero sono disposte a espiare in una galera nigeriana, ciascuna per un mese, la pena inflitta al giovanissimo.

Il direttore del Memoriale polacco ha chiesto personalmente a Muhammadu Buhari, presidente del Paese, che abbraccia ugualmente la fede musulmana, originario dello Katsina state, tra i 12 stati della federazione nigeriana che hanno adottato la sharia, di concedere la grazia al ragazzo.

Cywinski ha precisato che: “Considerando l’età del ragazzo, indipendentemente di ciò che abbia detto, il giovanissimo non può essere ritenuto completamente responsabile e cosciente delle proprie parole.  Non può perdere la sua giovinezza, essere privato di tutte le opportunità, stigmatizzato sia fisicamente che dal punto di vista educativo per il resto della sua vita”.

“Visto che le parole pronunciate dal ragazzo equivalgono a 120 mesi di galera, se non è possibile cambiare la sentenza, per evitare il peggio, suggerisco che 120 adulti, volontari provenienti da tutto il mondo – e io sono tra questi – scontino la pena al posto suo”, ha proposto il direttore.

Generalmente il Memoriale di Auschwitz non si pronuncia in casi del genere. Finora Buhari non ha rilasciato un commento pubblico.

Il Memoriale polacco si trova proprio a Auschwitz-Birkenau, i campi di concentramento dove durante il nazismo i tedeschi uccisero sistematicamente 1,1 milione di persone. Oltre un milione erano ebrei.

La proposta di Cywinski giunge proprio alla vigilia di Yom Kippur, la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione.

Africa ExPress
@africexp

Ragazzino in galera per blasfemia in Nigeria: il Paese investito da onda di stupri

 

Ventisette anni fa per la prima volta rapito dai miliziani somali a Mogadiscio

Massimo A. Alberizzi
26 settembre 2020

Ventisette  anni fa – era il 26 settembre 1993 – in Somalia fui catturato, per la prima volta, dai miliziani somali.

Era stato abbattuto 😭 il primo elicottero 🚁 USA. Mi bloccarono in una strada e mi fecero scendere dalla mia automobile con il mio autista Ali.

Cercavano però un americano.

Erano gli unici somali che non parlavamo italiano e ci misi un po’ a far loro capire che non ero statunitense. Alla fine mi rilasciarono.

In basso il commento del quotidiano Qaran

Twenty-seven years ago – it was September 26, 1993 – in Somalia I was captured for the first time by Somali militiamen.

The first US helicopter had been shot down 😭 🚁 . They blocked me in a road and made me get out of my car with my driver Ali.

But they were looking for an American.

They were the only Somalis who did not speak Italian and it took me a while to make them understand that I was not American. In the end they released me.

This is the comment of the Qaran newspaper

Mozambico, picchiata, stuprata e ucciso il figlio della donna assassinata dai soldati

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
26 settembre 2020

Il soldato che ha girato il video agghiacciante dove si vede l’assassinio di una donna indifesa e che con le dita fa la “V” di “vittoria” è morto. Si chiamava Ramiro Moises Machatine. Era l’unico del gruppo di assassini che aveva mostrato il suo viso con quel gesto vile e inopportuno.

Il soldato Ramiro Moises Machatine delle Forze armate mozambicane (FADM)
Il soldato Ramiro Moises Machatine delle Forze armate mozambicane (FADM)

La donna barbaramente assassinata ha un nome

La vittima ammazzata barbaramente a Cabo Delgado dai militari delle Forze armate mozambicane (FADM) ha un nome: si chiamava Paulina Chitai. Aveva 48 anni e anche suo figlio, Moises Mtupa di 12, è stato ucciso il 15 settembre scorso. Era stata insultata, bastonata , stuprata e poi assassinata con 36 pallottole di Kalashnikov lungo la strada R368 a Cabo Delgado provincia al confine con la Tanzania.

Le indagini indipendenti di un blogger svelano particolari raccapriccianti

Le informazioni sono state divulgate da Fernando Gil nel suo blog “Moçambique para todos ”, datato nella grafica ma con informazioni da non sottovalutare. Materiale ripreso anche dai media mozambicani. Nel post ha scritto dei dettagli agghiaccianti sull’assassinio della donna e del bambino.

“Queste sono le mie indagini preliminari che le Forze di sicurezza (FDS) cercano di nascondere – scrive Gil -. Sostengono che tutto ciò che accade sul campo di battaglia è un segreto di Stato”. Racconta che Paulina, accompagnata dal figlio Moises stava raccogliendo legna da ardere quando ha incrociato i suoi aguzzini. Dopo aver massacrato di botte il ragazzino l’hanno gettato in un cespuglio dove è morto poco dopo. Hanno preso la donna e dopo vari interrogatori, in sette, l’hanno stuprata. Mentre scriviamo immaginiamo che la povera vittima fosse distrutta dal dolore per la morte del figlio e per gli abusi subiti ma è stata trascinata sulla strada R368 dai suoi torturatori. E lì brutalmente assassinata accusata di essere una jihadista di al-Shebab. È successo a 30 chilometri dalla postazione militare GOIA, base delle FDS mozambicane.

Protesta sui social contro l'uccisione di Paulina Chitai a Cabo Delgado
“Oggi siamo tutte donne di Cabo Delgado. Esigiamo la fine dei massacri. Ora!” Invito al forum sui social contro l’uccisione di Paulina Chitai

Unione Europea, società civile e ong chiedono inchiesta internazionale

Società civile mozambicana, Amnesty International e Human Right Watch chiedono un’inchiesta internazionale indipendente sull’orribile omicidio e sulla violazione dei diritti umani a Cabo Delgado. Sulla vicenda si muove anche l’Unione Europea. Jutta Urpilainen, commissaria per le Relazioni internazionali, ha chiesto al Mozambico un’indagine “trasparente ed efficace”. Invece il ministero della Difesa di Maputo afferma che il video è un montaggio “ad hoc” per portare discredito alle FADM.

Da Facebook la conferma che il giovane era arruolato nell’esercito

Ma Machatine è morto davvero? Era un terrorista o un militare delle FADM?
Il profilo Facebook di Ramiro Moises Machatine, ancora attivo mentre scriviamo, contiene ancora le sue foto. In una di queste imbraccia una mitragliatrice Kalashnikov MPK e una cartucciera di proiettili a tracolla. La conferma che il giovane era nelle Forze armate mozambicane (FADM) anche nei post su Facebook. Tra questi quello della zia.

Il post Facebook pubblicato dalla zia del soldato morto
Il post Facebook pubblicato dalla zia del soldato morto

Delfina Silva, sorella della madre di Machatine conferma il suo decesso. “…Dopo molto tempo in prima linea contro gli ‘insorti’, oggi 15 settembre, lui e altri colleghi sono stati colpiti mortalmente…”. E continua: “Mia sorella diceva: ho dato mio figlio per servire la patria e oggi ho ricevuto questa notizia. Non sono riuscita a proteggerlo”. “…Quante madri dovranno piangere ancora per i loro figli assassinati in questa maledetta guerra a Cabo Delgado. Riposa in pace Ramiro Moises Machatine”

L’uccisione di Machatine ordinata dallo Stato maggiore?

Senza dubbio il video girato dal giovane militare, oltre che atroce nella sua reale bestialità e violenza inutile e gratuita, è troppo imbarazzante per le FADM. Secondo Fernando Gil, lo Stato maggiore mozambicano avrebbe ordinato di far sparire il militare che ha girato il video. Questo quanto si legge nel suo blog: “…per cancellare le tracce che dimostrano che si tratta di forze governative, ha inviato i luogotenenti Mário Viramão ed Estevão Sixpenze sul luogo. Unica missione: eliminare il giovane Ramiro. È stato preso da una squadra delle Forze speciali e poche ore dopo è stato dichiarato morto”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Il video che mostra il barbaro omicidio di Paulina Chitai lo trovate in questo articolo di Sandro Pintus:

Cabo Delgado, soldati mozambicani freddano donna: dopo le bastonate, mitragliata 36 volte

 

 

Mozambico, governo nega rapporto di Amnesty: nessuna tortura a Cabo Delgado

Libertà di stampa: Mozambico scende al 104° posto nella classifica di RSF

Attacco alla democrazia a Maputo: a fuoco il giornale Canal de Moçambique

 

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Italia-Israele, affari e guerra: nuovo accordo di cooperazione industriale-militare

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo 
23 settembre 2020

Dodici elicotteri per l’addestramento dei piloti dell’aeronautica militare israeliana in cambio di una partita di missili aria-superficie per armare gli elicotteri da guerra dell’esercito italiano. E’ quanto previsto dal nuovo accordo di cooperazione industriale-militare tra Italia e Israele sottoscritto in video conferenza il 22 settembre dal Direttore generale del Ministero della difesa israeliano, generale Amir Eshel, e dal Direttore nazionale degli armamenti, generale, Nicolò Falsaperna.

Secondo quanto riferito dal quotidiano The Jerusalem Post, le autorità di Tel Aviv acquisteranno dalla holding Leonardo-Finmeccanica un “pacchetto addestrativo” che include 12 elicotteri ad ala rotante AW119Kx “Koala” e due simulatori per la Scuola di Volo dell’Aeronautica israeliana. Le forze armate italiane riceveranno dal colosso industriale Rafael Advanced Defense Systems lanciatori e missili “Spike” e simulatori avanzati “per un certo numero di elicotteri dell’esercito, in una partnership tra Leonardo ed Elbit Systems”.

Missili israeliani Spike

“L’accordo firmato è un’altra espressione delle strette relazioni economiche militari tra Israele e Italia – ha dichiarato il generale Eshel. Esso consente alle forze armate israeliane di completare la sostituzione dei vecchi velivoli da addestramento Sayfan – Bell 206, in servizio con l’Aeronautica Militare dagli anni ‘70”. Anche il ministro della difesa Benny Gantz ha espresso soddisfazione per l’agreement sottoscritto con Roma. “Il completamento di questo importante accordo di cooperazione è essenziale per la formazione dei piloti di elicotteri e riflette anche la grande importanza delle industrie della Difesa sia per la sicurezza di Israele che per la sua economia”, ha dichiarato Gantz.

I missili aria-superficie controcarro Spike di Rafael sarebbero destinati in buona parte al nuovo elicottero d’attacco AH-249 dell’Esercito. “Gli Spike consentono l’ingaggio di mezzi dotati di corazzature reattive, ovvero di sistemi attivi antimissile ma sono impiegabili in tutto lo spettro delle operazioni militari, in qualunque condizione metereologica, nonché in ambiente contaminato NBC (nucleare, batteriologico e chimico) o in presenza di disturbi elettromagnetici”, spiegano i manager dell’azienda israeliana.

L’Esercito italiano impiega questo genere di missili dal 2009, quando acquisì da Rafael 53 sistemi di lancio e 165 “Spike MR” con una spesa di 53,6 milioni di euro. Nel 2014 furono consegnati ai reparti di terra pure 20 lanciatori e 870 missili “Spike LR”, mentre nel 2017 altri due lanciatori “Spike MR/LR”. Nell’ambito del programma di ammodernamento ed approvvigionamento di nuovi sistemi d’arma era stato deciso l’acquisto di 126 lanciatori controcarro e 800 missili “Spike” prodotti da Rafael, con una spesa stimata in 105 milioni di euro.

L’accordo del 22 settembre 2020 ha ampliato di cinque unità la commessa di elicotteri AW-119Kx “Koala” che il Ministero della Difesa israeliano aveva assegnato a Leonardo-Finmeccanica il 14 febbraio 2019. Allora il valore del contratto per sette velivoli era stato stimato in 350 milioni di dollari, comprensivo della copertura ventennale del supporto logistico e manutentivo. L’Italia si era impegnata in contropartita ad acquistare un valore equivalente in tecnologia militare israeliana, in particolare le piattaforme CAEW (Coformal Airborne Early Warning) ed ELINT/SIGINT (Electronic Intelligence/Signal Intelligence) per l’Aeronautica Militare.

Un accordo miliardario di inter-scambio di tecnologie belliche tra i due Paesi era stato firmato nel 2011: Leonardo aveva fornito all’Aeronautica israeliana 30 velivoli da addestramento M-346, mentre la Difesa italiana aveva acquistato il satellite di osservazione OPSAT 3000 e due velivoli per la sorveglianza aerea e l’allarme preventivo G550 CAEW.

Recentemente i ministeri della Difesa di Italia e Israele hanno siglato pure un Implementing Agreement per lo sviluppo di studi ingegneristici sui blindati VBM 8×8 Freccia ed Eitan. Il Freccia è il nuovo veicolo da combattimento prodotto da Leonardo ed Iveco Defence Vehicles, già consegnato in 250 esemplari a due brigate meccanizzate. L’8×8 Eitan è invece un blindato per il trasporto truppe prodotto da, Israel Military Industries – IMI e Rafael Advanced Defence Systems che sarà consegnato alle forze israeliane entro la fine del 2021. L’Eitan sarà armato con un cannone automatico da 30 mm con un raggio di 2.500 metri, un cannone da 12.7 mm e un lanciatore di missili. Quest’ultimo veicolo è stato progettato a seguito delle “lezioni” apprese da Israele nel corso delle operazioni di guerra a Gaza nel 2014.

La cooperazione italo-israeliana potrebbe ampliarsi presto all’acquisizione di altri sistemi di guerra terrestri e alla realizzazione di due prototipi di veicolo, uno ruotato e uno cingolato, da acquistare congiuntamente. Lo Stato Maggiore dell’Esercito punta anche al potenziamento dei dispositivi di contrasto dei mini aeromobili a pilotaggio remoto mediante l’acquisizione del sistema Drone Dome, anch’esso progettato e prodotto da Rafael.

Antonio Mazzeo
amazzeo@gmail.com

I cianobatteri responsabili della strage di elefanti in Botswana e Zimbabwe

Africa ExPress
24 settembre 2020

Tossine di cianobatteri sono responsabili della moria di elefanti nel parco del Delta dell’Okavankgo in Botswana. Lo hanno fatto sapere le autorità durante una conferenza stampa tenutasi nella capitale Gabarone pochi giorni fa.

Ma già a fine luglio i responsabili avevano lasciato intendere che i misteriosi decessi potrebbero essere dovuti a tossine naturali. La strana malattia aveva colpito tutti gli elefanti: maschi, femmine, esemplari vecchi e di pochi mesi; il bracconaggio era stato escluso a priori, in quanto le carcasse dei pachidermi avevano ancora le zanne.

Misteriosa morte di elefanti in Botswana e Zimbabwe

Cyril Taole, vice-direttore del Dipartimento della fauna e dei parchi nazionali del Botswana ha detto che la carcasse ritrovate sono aumentate. “A tutt’oggi sono ben 330, e, quel che sappiamo finora, è che la strage di elefanti è stata causata da tossine prodotte da cianobatteri, ma il tipo di microrganismo non è stato ancora determinato”.

La presenza dei cianobatteri, detti anche impropriamente detti “alghe blu-verdi”, è favorita, nelle acque stagnanti e sulla terra ferma, dall’aumento delle temperature a livello mondiale. Taole ha detto che le indagini sono ancora in corso e un controllo sulle pozze d’acqua è già stato programmato.

Mmadi Reuben, veterinario capo dello stesso Dipartimento e presente alla conferenza stampa, ha confermato che dagli ultimi test effettuati sulle carcasse sono state effettivamente trovate tossine da cianobatteri. “Eppure – ha aggiunto Reuben – molte domande restano ancora aperte: il 70 per cento degli elefanti morti sono stati trovati nelle vicinanze di pozze d’acqua contenenti alghe, ma perché sono morti solo questi pachidermi e non altri animali?”

Il veterinario ha precisato che campioni d’acqua sono stati inviati in diversi laboratori (Botswana, Sudafrica e USA).

Recentemente sono state trovati anche una ventina di elefanti morti nel vicino Zimbabwe, anche in questo caso le autorità hanno escluso il bracconaggio e l’avvelenamento doloso. “Pensiamo che possa trattarsi di cianobatteri, ma finora non abbiamo conferme, siamo in attesa dei risultati inviati in un laboratorio in Gran Bretagna”, ha detto Chris Foggin, responsabile veterinario di Victoria Falls Wildlife Trust.

Nel 1990 la presenza dei pachidermi nel Paese era nettamente inferiore. Allora se ne contavano solamente poco più di 90.000 esemplari. Il presidente del Botswana, Mokgweetsi Masisi, in carica dal 1° aprile 2018, ha riaperto la caccia agli elefanti che 5 anni prima era stata vietata dal suo predecessore Ian Khama. Masisi è convinto che la proliferazione incontrollata dei giganti dell’Africa minacci i mezzi di sostentamento, cioè i raccolti agricoli, della popolazione in alcune zone rurali.

Nel 1965 una parte del territorio del Delta dell’Okavankgo stato dichiarato riserva naturale, col nome di Riserva faunistica Moremi (circa 3.000 chilometri quadrati), gestita dalla Fauna Conservation Society di Ngamiland.

Africa ExPress
@africexp

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

Eritrea: chiusa la scuola italiana di Asmara Arruolamenti forzati nonostante il virus

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 settembre 2020

La storica scuola italiana di Asmara, istituita nel 1903, ha chiuso temporaneamente i battenti. Lo si legge in un decreto firmato il 31 agosto 2020 dal chargé d’affaires dell’Ambasciata italiana in Eritrea. Il nuovo ambasciatore, Marco Mancini, è stato nominato solamente pochi giorni fa dal Consiglio dei ministri.

L’anno scorso l’istituto contava un migliaio di iscritti, solo il 10 per cento erano italiani.

I motivi della chiusura sono molteplici e la responsabilità è certamente da attribuire a entrambi i governi, l’inizio della crisi è cominciata già diversi anni fa. E è peggiorata con il taglio delle spese per le scuole italiane all’estero (DL 64/2017 e DM 2051/2018), impedendo così l’impiego di supplenti. In tal modo è stato necessario ricorrere al costante reclutamento di docenti locali; spesso le cattedre erano scoperte e questo ovviamente a scapito della qualità della formazione scolastica. Certamente l’Eritrea ha interpretato questo come un gesto di minor interesse da parte del nostro governo verso la scuola di Asmara.

Scuola Italiana, Asmara,Eritrea

La situazione è ulteriormente precipitata a marzo di quest’anno perchè la preside dell’istituto non avrebbe concordato la sospensione didattica, volta a evitare l’espandersi della pandemia, con le autorità locali competenti. A nulla è valso l’intervento del presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, presso il governo eritreo. Asmara non ha rinnovato la licenza con conseguente rescissione dell’accordo bilaterale del 2012 e ha posto i sigilli allo stabile.

Gli studenti di nazionalità italiana hanno poi potuto sostenere l’esame di maturità regolarmente, cosa che è stata negata agli studenti eritrei, che sono costretti a affrontare tale prova a Sawa, dove sono stati arruolati insieme ai loro connazionali.

Non si esclude che dietro tutto ciò ci sia anche la volontà di nazionalizzare la scuola, come è stato fatto lo scorso anno con altri istituti di proprietà della Chiesa cattolica nel Paese. In tale occasione la dittatura si era però appellata all’applicazione di una normativa del 1995 che limita le attività delle istituzioni religiose.

In passato gli studenti eritrei più meritevoli dell’istituto italiano di Asmara godevano di borse di studio elargite dal nostro governo con l’intento di contribuire alla formazione delle giovani eccellenze eritree. Da una decina di anni e forse più l’assegnazione di finanziamenti per motivi di studio in favore di studenti della nostra ex colonia è diventata sempre più rara, per sparire quasi del tutto. Il regime di Isaias è al quanto reticente nel concedere i visti per loro, dal momento che non possono lasciare il Paese prima di aver terminato l’addestramento militare di base che dura parecchi anni. Un intervento da parte del governo italiano sarebbe stato inutile, sarebbe stato visto come un’interferenza negli affari interni.

Campo di addestramento militare SAWA, Eritrea

All’inizio del mese sono stati postati foto e video sui social network che inquadrano giovani nella capitale Asmara mentre vengono caricati sui pullman senza mascherina, diretti al campo di addestramento Sawa, nell’ovest del Paese. Non è cambiato nulla dopo il trattato di pace del 2018 siglato con l’Etiopia, l’acerrimo nemico di sempre.

Come ogni anno, il regime costringe migliaia di giovani e giovanissimi a terminare l’ultimo anno delle scuole secondarie nel famigerato campo militare Sawa, dove ragazzi e ragazze, oltre allo studio, vengono sottoposti a duro addestramento militare in condizioni climatiche spesso proibitive.

Se in questo inferno la vita è dura per i ragazzi, possiamo solo immaginare cosa sia per le ragazze. E in questo periodo non vengono applicati provvedimenti volti a arginare la diffusione del virus: i dormitori sono strapieni, nessun distanziamento sociale e l’assistenza sanitaria è carente, come riporta l’Organizzazione Human Rigts Watch in un suo recente articolo.

L’impatto con Sawa è terribile per tutti; in Eritrea nessun giovane può sognare il proprio futuro, tutto è scritto dalla nascita. Gli studenti meritevoli, terminate le scuole secondarie, possono frequentare il college (università militare) nella struttura stessa e in seguito vengono mandati a lavorare per il governo in vari ministeri. Gli altri, invece, sono costretti a frequentare corsi professionali, il che significa, quasi sempre, servizio militare.

Christian Solidarity Worldwide (CSW), un’organizzazione per i diritti umani specializzata nella libertà di culto, ha fatto sapere che il regime eritreo ha rilasciato recentemente 27 eritrei cristiani pentecostali. Alcuni di loro giacevano nella prigione di Mai Serwa, non lontana dalla capitale Asmara, da 16 anni senza alcun processo.

Secondo alcune fonti di CSW, sembra che la liberazione dei 27 (19 uomini e 8 donne) sia in qualche modo connessa con Covid-19; fanno parte del primo gruppo di detenuti rilasciati su un totale di 54 che le autorità asmarine intendono scarcerare prossimamente. Un altro gruppo di 22 (sopratutto donne e minori) appartenenti alla chiesa metodista sarebbero stati liberati a luglio. Finora non sono stati resi noti i loro nomi.

Tuttavia, per evitare che lascino il Paese,  queste persone sono libere solo su cauzione; hanno dovuto dare in garanzia i documenti delle loro proprietà o quelle di un garante. Dal 2002 il governo riconosce solamente l’islam sunnita, la Chiesa ortodossa eritrea, la Chiesa cattolica romana e quella luterana.

Ancora oggi la dittatura detiene decine di migliaia dei suoi cittadini in più o meno 300 putride galere sparse su tutto il territorio nazionale. La maggior parte di questi sfortunati sono incarcerati perchè hanno osato criticare il regime; detenzioni extragiudiziali, sparizioni forzate continuano e spesso i familiari non hanno notizie dai loro congiunti per anni.

E se da un lato l’Eritrea sembra aver rilasciato alcuni detenuti per evitare l’espandersi della pandemia – i dati ufficiali non riportano decessi collegati a Covid-19, solo 364 contagiati, tra questi 305 guariti – il regime continua l’arruolamento forzato di giovani.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea violenta: l’inferno di Elsa, Lula & le altre a Sawa, il campo degli stupri

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo