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Elezioni in Tanzania: denunce di brogli, disordini con morti a Zanzibar

Poche ore fa il Comitato elettorale di Zanzibar (Zanzibar Electoral Commission), (ZEC),
ha annunciato il nome del nuovo presidente della l’isola della Tanzania con una status di semi autonomia:
è Hussein Ali Mwinyi, che si è aggiudicato il 76,27 per cento di preferenze.

Mwinyi, fino a prima delle elezioni è stato il ministro della Difesa del governo tanzaniano uscente
e ha raccolto 380 mila voti, una sconfitta schiacciante per Seif Sharif Hamad,
leader storico dell’opposizione nell’arcipelago, il raggruppamento politico ACT-Wazalendo.

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 ottobre 2020

Mentre è ancora in svolgimento lo spoglio dei risultati elettorali in Tanzania, dove ieri quasi 29 milioni di cittadini sono stati chiamati alle urne per le presidenziali e legislative, Tundu Lissu, leader di Chadema, il maggior partito all’opposizione, ha annunciato stamattina che non accetterà il risultato di queste elezioni.

Tornata elettorale 2020 in Tanzania

Semistocles Kaijage, capo della Commissione elettorale del Paese, ha ovviamente negato tutte le accuse, ma Lissu non usa mezzi termini per denunciare brogli elettorali e afferma inoltre che sarebbe stato vietato l’accesso ai seggi ai propri delegati.

I raggruppamenti politici Chadema e ACT-Wazalendo (entrambi all’opposizione) hanno detto di essere in possesso di schede elettorali pre-compilate in favore del partito del presidente uscente, John Magafuli, che corre per il secondo mandato.

A Zanzibar, l’isola della Tanzania con una status di semi autonomia, i 556mila aventi diritto al voto, si sono espressi anche sul rinnovo del presidente e dei parlamentari dell’arcipelago.

Il clima è diventato incandescente martedì con l’arresto di Seif Sharif Hamad, candidato alla presidenza di Zanzibar di ACT-Wazalendo; il leader locale è stato liberato nel frattempo.

Tanzania, Zanzibar: interventi delle forze di sicurezza

Lo stringer di Africa ExPress a Zanzibar ha informato la redazione che già da domenica sera era in atto un pugno di ferro da parte delle forze di sicurezza. I militari sarebbero persino entrati nelle case di alcuni oppositori del regime, picchiando chiunque si trovasse all’interno, anche donne, vecchi, bambini.

Ieri mattina a Garagara, quartiere periferico del capoluogo Zanzibar, a qualche chilometro da Stone Town, la polizia ha disperso una manifestazione con gas lacrimogeni e armi da fuoco. Durante la tornata elettorale nell’arcipelago è rimasta uccisa una decina di persone e altre sono state ferite.

In tutte il Paese le elezioni si sono svolte senza distanziamento sociale, figuriamoci con l’obbligo di mascherine. Da tempo le autorità non diffondono più notizie sui casi Covid-19. Magufuli, un cristiano convinto, già mesi fa aveva detto che il virus si vince con le preghiere.

Il presidente uscente della Tanzania John Magufuli

Sono 15 i candidati per la poltrona più ambita del Paese. Tra questi, ovviamente Magufuli, che corre per il secondo mandato. Molto criticato e soprannominato “bulldozer”, durante la sua campagna elettorale ha promesso un maggiore impegno nella lotta contro la corruzione e la realizzazione di nuove infrastrutture e una crescita dell’8 percento, non curante delle previsioni della Banca mondiale, che pronostica solo il 2,5 percento per l’anno in corso.

Il principale antagonista del leader uscente nella corsa alla presidenza è Tundu Lissu, avvocato di 52 anni, rientrato nel Paese a luglio dopo tre anni di esilio. Nel 2017 era fuggito dopo un tentato assassinio che l’aveva ridotto in fin di vita con una decina di pallottole nel corpo. I diritti umani e lo sviluppo della popolazione sono stati alla base della sua campagna elettorale.

Nei giorni scorsi le autorità al potere avevano bloccato i maggiori social network. Pochi osservatori sono stati accreditati per queste elezioni; assenti, perchè non invitati come nelle tornate elettorali precedenti, anche quelli indipendenti, come i rappresentanti dell’Unione Europea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Tanzania: ferito gravemente leader dell’opposizione duro critico del presidente

Caos elezioni in Tanzania (annullate a Zanzibar): l’opposizione denuncia brogli

Una montagna di armi sofisticate: così Washington rafforza il Niger

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
28 ottobre 2020

Il Dipartimento di Stato e il Pentagono seguono con particolare attenzione le indagini della autorità del Niger sul sequestro del cittadino statunitense Philip Walton, avvenuto la notte del 26 ottobre a Massalata, nel Niger meridionale. Ad oggi non sono emersi elementi utili sull’identità dei sequestratori anche se gli inquirenti ritengono più probabile che si tratti di criminali comuni e non appartenenti a organizzazioni jihadiste.

Base aerea 201 USA Agadez, Niger

Negli ultimi mesi Washington ha ulteriormente rafforzato le proprie relazioni politico-militari con il governo di Niamey, concentrandosi in particolare sull’addestramento e la formazione delle forze armate nigerine e sull’invio di sempre più sofisticati sistemi di guerra. L’ultima consegna di equipaggiamento risale al 5 agosto scorso, quando i responsabili della Direzione alla cooperazione di US Africom (il Comando che sovrintende alle operazione delle forze armate degli Stati Uniti d’America nel continente africano) hanno donato all’esercito nigerino 22 veicoli blindati Osprea MK7 “Mamba” di produzione statunitense-sudafricana, 15 in versione da combattimento e il resto in versione comando e ambulanza. US Africom ha pure messo a disposizione due ambulanze “Toyota Land Cruiser” e quattro set di attrezzi e ricambi meccanici per veicoli blindati. Il valore dei mezzi è stato stimato in 8 milioni di dollari; i militari USA si incaricheranno inoltre della loro manutenzione e del supporto tecnico-logistico.

Consegne a go-go

“Come abbiamo avuto modo di vedere con i recenti attacchi mortali a danno della popolazione civile in Niger, lo stato della sicurezza continua ad essere preoccupante nel Sahel”, ha dichiarato il vicedirettore dell’Ufficio cooperazione di US Africom, Jer Donald Get. “La donazione di oggi è solo uno dei  modi con cui il nostro Comando supporta il Niger e gli altri partner della G5 Sahel Joint Force (Burkina Faso, Ciad, Mali e Mauritania) nella lotta contro il terrorismo, il crimine organizzato transnazionale e il traffico di persone nella regione del Sahel”.

Il 27 maggio 2020 il Comando di US Africom aveva consegnato alle forze armate del Niger 10 camion Mercedes “Atego” per il trasporto delle unità da combattimento su ogni tipo di terreno, più un sistema per l’immagazzinamento e la logistica di automezzi e materiali, per il valore complessivo di un milione e mezzo di dollari. Ancora più rilevante la tranche di “aiuti militari”statunitensi al Niger di fine 2019. Nel corso di una cerimonia ufficiale, il 5 dicembre, presenti l’ambasciatore USA a Niamey Eric Whitaker e il ministro della Difesa Issoufou Katambe, in mano dei nigerini sono finiti veicoli e sistemi d’arma per un valore di 21 milioni di dollari (ancora blindati Osprea “Mamba”, camion da trasporto, autocisterne per il trasporto di acqua e gasolio, 86 sistemi radio e di navigazione GPS, tende, container ed equipaggiamenti vari, ecc.).

Africom – Niger
donazioni militari USA alle forze armate del Niger

Gli Stati Uniti d’America considerano il Niger un partner strategico estremamente importante nello sforzo multi-nazionale per sconfiggere alcuni dei gruppi terroristici più spietati al mondo”, dichiarava l’ambasciatore Whitaker. “Le forze armate nigerine utilizzeranno queste attrezzature per le operazioni anti-terrorismo della G5 Sahel Joint Force e per garantire la sicurezza dei confini nazionali e dei propri cittadini”.

Centri sofisticati

Sempre nel corso del 2019, Washington ha fornito alle forze armate nigerine le risorse finanziarie (16,5 milioni di dollari) per realizzare un sofisticato centro per la gestione delle attività di comando, controllo e radio-telecomunicazione. A ciò si aggiunge il programma di assistenza, formazione e addestramento delle forze aeree avviato dagli USA a partire del 2013 e grazie al quale Niamey è entrata in possesso di quattro velivoli Cessna 208 “Caravan”, due configurati per le attività di intelligence, sorveglianza e riconoscimento e due per l’evacuazione medica (costo 45 milioni di dollari) e di due velivoli da trasporto C-130 “Hercules” con relative parti di ricambio (50 milioni di dollari). US Africom ha pure contribuito alla realizzazione e all’equipaggiamento di un hangar destinato ad ospitare i C-130, inaugurato il 22 gennaio 2020 nella grande base aerea 201 di Agadez.

“Noi abbiamo condiviso gli obiettivi della sicurezza nella regione del Sahel e questa cerimonia costituisce un ulteriore progresso della nostra collaborazione nel settore aereo con la fornitura delle infrastrutture di base per ospitare quei velivoli che vi consentiranno di accrescere la mobilità aerea e di supportare meglio le operazioni in quest’area geografica”, dichiarava al taglio del nastro dell’hangar il generale Steven de Milliano del Comando di US Africom.

La costruzione della grande infrastruttura militare di Agadez, nel cuore del Sahara, aveva preso inizio nel 2015 sempre grazie al supporto finanziario e tecnico-logistico degli Stati Uniti d’America. Dal novembre 2019 la Air Base 201 è utilizzata per i voli d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dei velivoli con e senza pilota USA e per le operazioni d’attacco in Libia e nell’Africa sub-sahariana dei droni MQ-9 “Reaper”.

La presenza di personale militare USA in Niger è stimata in 800 unità.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Niger, uccisi in un’imboscata tre militari americani. Ministro olandese si dimette

Niger, pronta una nuova base per i droni USA

 

Costretti a donazioni forzate gli eritrei in Olanda: Afeworki denunciato in Svezia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 ottobre 2020

Una nuova raccolta di fondi in Olanda mette nei guai il regime di Asmara. Da mesi l’ambasciata della ex colonia italiana accreditata all’Aja, bussa alle porte dei residenti eritrei nei Paesi Bassi, costringendoli a donazioni “volontarie” di almeno cento euro per la lotta contro il coronavirus.

Ora Stef Blok, ministro degli esteri olandese, ha chiesto spiegazioni alla dittatura. Il ministro ha sottolineato che è davvero preoccupante che i diplomatici eritrei chiedano nuovamente denaro ai loro concittadini residenti in Olanda. E infine ha aggiunto: “Non escludo eventuali provvedimenti contro queste azioni.

Stef Blok. ministro degli Esteri olandese

Già nel 2018, Halbe Zijlstra, l’allora ministro degli Esteri, aveva dichiarato il rappresentante diplomatico all’Aja, il chargé d’affaire di Asmara, Tekeste Ghebremedhin Zemuy, come persona non grata, in quanto il regime insisteva a pretendere denaro dai membri della diaspora eritrea nei Paesi Bassi. Blok ha invitato i destinatari delle incresciose richieste di inviare una segnalazione al Pubblico ministero, affinchè questi possa aprire un fascicolo.

Secondo una lista che è stata inviata a ARGOS, emittente radio olandese, il regime avrebbe già raccolto più o meno 155mila euro, provenienti in parte da supporter e organizzazioni simpatizzanti della dittatura eritrea, ma ci sono anche i nomi di persone fuggite dall’oppressione del governo di Isaias Afeworki. Infatti tra i destinatari ci sono molti profughi già in possesso di regolari documenti e altri ancora in attesa nei centri per rifugiati. Alcuni hanno confermato di aver ricevuto addirittura minacce: nel caso non avessero pagato, le famiglie rimaste in Eritrea non avrebbero più potuto godere dei buoni alimentari.

Isaias Afeworki, presidente dell’Eritrea

I guai di Isaias non finiscono in Olanda. L’Organizzazione Reporter sans Frontières (RSF) ha depositato una denuncia per crimini contro l’umanità presso la Procura svedese per crimini internazionali contro il presidente dell’Eritrea e altre 7 persone, per l’arresto extra-giudiziale del giornalista svedese-eritreo Dawit Isaak.

Dawit, imprigionato e in isolamento totale dal 2001 in una delle centinaia di galere sparse in tutto il Paese, è il giornalista detenuto più a lungo in tutto il mondo.

Dawit Isaak, giornalista eritreo-svedese in galera dal 2001

RSF ha denunciato non solo Isaias, presidente dell’Eritrea dal 1993, ma anche tre ministri – il capo del dicastero della Giustizia, dell’Informazione e degli Esteri, nonché altre quattro persone (funzionari amministrativi e ufficiali della Sicurezza).

Giornalista e poeta di origini eritree, con passaporto svedese in tasca, Dawitt era tornato in Asmara per fondare un giornale volto a lanciare nuove riforme, fortemente appoggiato dall’allora ministro della Pesca, Petros Solomon (già ministro  dell’Interno, poi degli Esteri) e dagli altri 14 “dissidenti” sprofondati anche loro nelle carceri del regime nel settembre 2001. L’arresto del giornalista coincide infatti con la richiesta dei “quindici” di pubblicare sui media locali l’applicazione della Costituzione, già pronta, ma chiusa in un cassetto dal 1996.

In questi 19 anni Dawit non ha mai avuto il permesso di incontrare i suoi avvocati, tanto meno i suoi familiari, rappresentanti dell’ONU o del governo svedese. Le ultime prove di esistenza in vita risalgono al 2005. Probabilmente è tenuto prigioniero nel centro di detenzione Eiraeiro, in mezzo al deserto della regione del Mar Rosso settentrionale, dove container surriscaldati dal sole vengono utilizzati come celle.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

DOSSIER/Inferno Eritrea, diciassette anni fa cominciava la più dura repressione del mondo

L’ambasciata eritrea maltratta i rifugiati: espulso dall’Olanda lo chargé d’affaire

Sequestrato cittadino americano in Niger, al confine con la Nigeria

Africa ExPress
27 ottobre 2020

Un cittadino statunitense è stato sequestrato in Niger nella notte tra lunedì e martedì. Il rapimento è avvenuto a Massalata, nel sud della ex colonia francese, al confine con la Nigeria, zona molto battuta da criminali, banditi e contrabbandieri, lontana però dal raggio d’azione dei jihadisti.

Ibrahim Abba Lelé, prefetto del dipartimento di Birni Nkonni ha precisato che la vittima, Philip Walton, che vive a Massalata da un paio d’anni con moglie e figlio, è stato portato via da un gruppo di 6 uomini armati di kalashnikov, che viaggiavano su 3 moto; sono poi fuggiti in direzione Nigeria.

Il padre di Philip vive a Birni Nkonni da quasi 30 anni e viene descritto dalle autorità locali come una specie di missionario. Il vecchio Walton ha riferito a una radio locale che il gruppo di uomini armati una volta entrati in casa, hanno rovistato tutto. “Cercavano denaro, ma non ce n’era abbastanza, solamente l’equivalente di una trentina di euro, allora hanno preso mio figlio”. Ha poi aggiunto: “Erano tutti armati e parlavano in lingua hausa condita di  qualche parola in inglese”.

Prima darsi alla fuga, il resto della famiglia è stato legato e proprio per questo motivo l’allarme è scattato solo dopo quattro ore.

Il portavoce del Dipartimento di Stato USA ha confermato il sequestro di un loro cittadino in Niger e ha detto che gli Stati Uniti stanno collaborando con le autorità locali che conducono le ricerche.

Truppe nigerine perlustrano la zona dopo il rapimento di Philip Walton

Gli USA dispongono di due basi nel nord del Niger, una a Agadez, l’altra a Dirkou e i loro droni stanno sorvolando tutto il Sahel in continuazione. Sono di supporto alle truppe francesi Barkhane, presenti in tutta l’area con 5.100 uomini.

Nel 2017 sono stati uccisi 4 soldati americani delle forze speciali e 5 militari nigerini in un’imboscata a a Tongo-Tongo, nel sud-ovest del Niger, al confine con il Mali. L’attacco è poi stato rivendicato dal gruppo terrorista Stato Islamico nel Grande Sahara. All’epoca Washington non aveva mai reso pubblico la presenza di truppe militari terrestri nella zona.

Africa ExPress
@cotoelgyes

Niger, uccisi in un’imboscata tre militari americani. Ministro olandese si dimette

Massacri jihadisti nel nord Mozambico: 350 mila profughi in fuga

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
25 ottobre 2020

“Trecentocinquantamila persone, compresi vecchi, donne e bambini, hanno dovuto abbandonare le propri­e case a causa del terrorismo a Cabo Delgado. Solo dall’ultimo settimana sono arrivate a Pemba (capitale della provincia ndr) 90 barche e 3.000 persone. Una situazione che negli ultimi mesi è andata peggiorando”. Sono le parole di Armindo Ngunga segretario di Stato della provincia, in una conferenza stampa con i giornalisti.

Assistenza a bambini profughi arrivati a Pemba
Assistenza a bambini profughi arrivati a Pemba

Secondo Ngunga, i luoghi considerati “sicuri” dalle incursioni jihadiste di Ahlu Sunnah wa’Jamaà sono l’area di Mueda e quella di Pemba. La prima, 100 km a ovest di Mocimboa da Praia – l’area degli scontri tra jihadisti e militari – la seconda 300 km a sud, via mare. Pemba attualmente ospita 90 mila rifugiati. Nei giorni scorsi, sulle barche lasciano le zone di guerra sono nati almeno tre bambini, uno dei quali è arrivato morto.

Il materiale arrivato ad Africa ExPress

Africa Express, da Cabo Delgado, ha ricevuto alcune immagini e un video girato dai volontari che accolgono i profughi in fuga dalle aree di conflitto. Soprattutto Fuggono da Quissanga, Macomia e Mocímboa da Praia. Al momento della breve foto-video documentazione oltre 2.000 profughi arrivati con barche di fortuna trasportando tutti ciò che erano riusciti a salvare.

Giro questo video affinché venga condiviso e per mostrare ciò che le nostre TV non ci fanno vedere. Tutte queste persone sono profughi. Dormono sulla spiaggia perché non sanno dove andare” – racconta il volontario che ha girato il video. “Avevano una quarantina di sacchi di zucchero che sono terminati. Manca cibo, al momento stiamo servendo solo acqua calda e un pezzetto di pane”

“Chiediamo almeno un pasto al giorno per i profughi”

“Stiamo chiedendo, a chi di dovere, di fargli avere almeno un pasto al giorno. Sabato sono arrivate 738 persone e da stamattina se ne sono aggiunte altre 1.800” – continua a commentare il volontario. “Tutte le barche che si vedono in fondo stanno facendo sbarcare i profughi”. Una nostra fonte ci conferma che gli sbarchi delle immagini sono avvenuti in una delle spiagge a nord di Pemba, Paquitequete. Secondo DW, tra il 16 e il 19 ottobre sono arrivate una quarantina di imbarcazioni sovraccariche di profughi indeboliti e affamati con molte donne incinte e ammalate. Ci sono state almeno tre parti durante il viaggio e uno dei bambini è nato morto.

Assistenza a bambini profughi Pemba
Assistenza a bambini profughi a Pemba

Sottovalutata la crisi di Cabo Delgado

Armindo Ngunga conferma che la crisi di Cabo Delgado è stata sottovalutata. “Sembrava un’azione che alla fine poteva essere superata in breve tempo. Ecco perché, a quel tempo, chiamavamo questi ragazzi malfattori ”. Intanto sono passati tre anni e 2.000 morti mentre le Forze armate mozambicane (FADM) non riescono a fermare i jihadisti nemmeno con l’aiuto dei mercenari.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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(con la collaborazione di Fatima Aly)

Ecco chi sono e cosa fanno i capi dei tagliagole nel nord Mozambico

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Giornalisti svelano i traffici dei jihadisti in Mozambico: traffico di organi e rubini

sandro_pintus_francobolloE’ la quarta puntata di questo reportage. La prima è stata pubblicata qui, la seconda qui e la terza qui.

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
25 ottobre 2020

Una delle piste seguite dal Centro de Jornalismo Investigativo del Mozambico (CJI Moz) è quella che porta all’arruolamento jihadista a Cabo Delgado. Il team di giornalisti, grazie alle sue fonti, ha scoperto che avveniva attraverso una madrassa – la scuola islamica. La promessa fatta ai giovani della era che, alla fine, avrebbero continuato a studiare l’Islam all’estero.

Il fallimento del SISE

Una pista tutta diversa da quella seguita dai Servizi di sicurezza mozambicani (SISE). Le indagini del SISE sul reclutamento dei terroristi erano dirette verso personaggi della Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO). L’ex movimento di guerriglia antigovernativa è oggi il maggior partito di opposizione in parlamento.

Le inchieste dei Servizi mozambicani sono andate avanti tra il 2014 e il 2017 senza successo. Poi è arrivato il primo attacco del 5 ottobre 2017 a Mocimboa da Praia. È stato l’inizio delle azioni terroristiche che oggi sono classificate di “estremismo islamista” del gruppo Ahlu Sunnah Wa-Jammá

Jihadisti mentre fanno uno dei loro proclami a Cabo Delgado
Jihadisti mentre fanno uno dei loro proclami a Cabo Delgado

Il reclutamento dei giovani addestrati a uccidere e dei “mercenari”

L’indagine del CJI afferma che il centro di reclutamento di Cabo Delgado è l’area di Mocimboa da Praia. Spiega che i giovani sono reclutati nelle moschee locali e vengono convinti che tutto ciò che faranno sarà per la volontà di Allah. I ragazzi del luogo pensano che, dopo la vittoria dei jihadisti, ci sarà il loro Stato islamico. In questo nuovo Stato l’élite al potere non si occuperà solo delle ricchezze ma dello sviluppo della regione. I reclutatori cercano anche gente che vuole soldi facili, una sorta di “mercenari”, e alcuni di questi erano commercianti al mercato Natite, a Pemba.

Ci sono poi i tanti, troppi, giovani disoccupati. Sono stati indotti a pensare che avrebbero avuto un lavoro invece sono stati costretti ad andare nella boscaglia dove vengono addestrati a uccidere. Il CJI ha scoperto che, se tentassero di fuggire, verrebbero uccisi insieme alle loro famiglie. Lo scorso aprile, cinquantadue ragazzi sono stati barbaramente assassinati perché hanno rifiutato l’arruolamento con i jihadisti.

Secondo il CJI ci sono poi quelli attivi in alcune aree, come Macomia, ascoltano e riferiscono ciò che dice il governo sul conflitto. C’è chi fotografa i soldati con lo smartphone e spedisce le immagini agli amici. Queste foto sono poi postate nel gruppo chiuso Facebook “Shakira Júnior Lecticia”, punto di riferimento dei jihadisti. Sembra che, in una situazione di pesante disoccupazione e abbandono del territorio, siano riusciti a coinvolgere una parte della popolazione giovane.

Villaggio distrutto nella provincia di Cabo Delgado, nord del Mozambico
Villaggio distrutto nella provincia di Cabo Delgado, nord del Mozambico

Il business di organi umani, pietre preziose e oro

Da quando sono iniziati gli attacchi ai villaggi, non si contano i massacri di uomini, donne e bambini smembrati e decapitati. Una guerra che aveva lo scopo di terrorizzare la popolazione. Ora si scoprono cose inquietanti e terribili: sono stati rimossi organi dai cadaveri. “Tutti sanno chi sono i terroristi” – ha raccontato una fonte al CJI. “Fanno la guerra per avere i nostri soldi, pietre preziose, oro. “Prendono parti del corpo umano, gole, ossa, genitali. Le vendono per avere soldi. Denaro che serve a sostenere la guerra in Mozambico e in altri paesi”. Un sospetto del quale nel nord del Mozambico si parla da anni.

(3/4 – continua)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Anche i famigerati janjawid arrivano all’assalto delle ricchezze del Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 ottobre 2020

Anche Ali Kushayb, ex comandante delle milizie janjawid che hanno sostenuto il governo sudanese contro i gruppi ribelli del Darfur, è approdato nella Repubblica Centrafricana come uno dei signori della guerra. Attualmente pende su di lui un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra. Era anche conosciuto come aqid al oqada (“colonnello dei colonnelli”) ed era attivo nella provincia del Wadi Salih, nel Darfur occidentale.

Signori della guerra, gruppi armati anti-balaka (vi aderiscono prevalentemente cristiani e animisti), ex Séléka (i membri sono per lo più musulmani), mercenari, governi stranieri, si contendono le risorse del Paese che ha dato i natali allo spietato “imperatore” centrafricano Jean-Bedel Bokassa.

Miliziani, anche stranieri pericolosi, saccheggiano villaggi, violentano le donne e cercano di appropriarsi delle ricchezze naturali della ex colonia francese. Nelle miniere abusive aurifere e di diamanti vengono assoldati soprattutto minori. I preziosi vengono poi esportati illegalmente e il ricavato, oltre a arricchire i signori della guerra, viene utilizzato per l’acquisto di armi e quant’altro.

Altre ostilità nascono perché varie fazioni armate vogliono imporre tasse ai fulani per la transumanza del bestiame.

MINUSCA, la Missione dell’Organizzazione delle Nazione Unite è presente nel Paese dal 2014; attualmente conta 13.432 uomini. MINUSCA è stata fortemente voluta dall’ex segretario generale dell’ONU, il sudcoreano Ban Ki-moon, con l’intento di proteggere la popolazione civile e di riportare lo Stato di diritto nel Paese.

Vladimir Putin – con i suoi militari, ma soprattutto con i mercenari del famigerato gruppo Wagner – ha rafforzato la presenza russa nella ex colonia francese.

Nel febbraio 2019 è stato firmato l’ennesimo trattato di pace. Ma la parola “pace” in questo Paese resta ancora sconosciuta.

La popolazione è allo stremo, anni di conflitti interni e la recente pandemia hanno messo in ginocchio oltre la metà dei civili, 2.6 milioni, su  una popolazione di 4,8 milioni, che hanno bisogno di aiuti umanitari. Almeno un milione e 200 mila bambini si trovano in uno stato di estrema necessità, tra questi  5.779 piccoli sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione grave. Il numero degli sfollati interni è sempre molto elevato, sono poco meno di 660.000, mentre oltre 629.000 hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016. E ora si avvicinano nuove elezioni, previste per la fine di quest’anno e, tra i candidati per la poltrona più ambita del Paese, spunta di nuovo Bozizé.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Centrafrica al Camerun: così i diamanti insanguinati finanziano la guerra civile

Centrafrica, le multinazionali e il saccheggio delle grandi foreste pluviali

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Scandali sessuali e caschi blu: si dimette il capo della missione dell’ONU in Centrafrica

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

I finanziamenti italiani e UE agli stupratori sudanesi: 25 eurodeputati scrivono a Roma

I janjawid in Sudan obbediscono all’Europa e terrorizzano i civili ai confini con l’Eritrea

Mattanza di alunni in una scuola nella parte anglofona del Camerun

Africa ExPress
25 ottobre 2020

Ieri mattina sono stati ammazzati brutalmente diversi allievi dell’età tra 12 e 14 anni in una scuola a Kumba, nella provincia del Sud-Ovest, una delle due regioni anglofone del Camerun.

Le notizie sono ancora frammentarie. Il primo ministro camerunense, Joseph Dion Nguete parla di 9 alunni trucidati da colpi di arma da fuoco. Parecchi altri sono rimasti gravemente feriti, alcuni dalle pallottole, altri mentre cercavano di mettersi in salvo saltando dalla finestra dell’aula ubicata al secondo piano. Teatro del massacro è stata una scuola privata al centro di Kumba, Mother Francisca International Bilingual Academy.

Massacro di allievi alla Mother Francisca International Bilingual Academy, Kumba, Camerun

Un testimone oculare ha raccontato che attorno all’ora di pranzo sono stati avvistati alcuni uomini armati mentre si dirigevano verso la scuola in sella alle loro moto. E il vice-prefetto della città, Ali Anougou, ha aggiunto che sono poi entrati in classe e hanno aperto il fuoco contro i giovanissimi.

Anche se finora nessuno ha rivendicato il massacro, le autorità accusano i secessionisti. Dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone alla fine del 2016, nelle due regione anglofone del Camerun, del nord-ovest e del sud-ovest, è in atto conflitto un tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Solamente in 2 delle 10 province del Camerun si parla inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra Francia e Gran Bretagna, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese, molto più ampia, aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Il conflitto ha causato 3.000 vittime, 600.000 hanno lasciato le loro case e tre dei quattro milioni di cittadini delle 2 province colpite, necessitano di assistenza umanitaria.

Con l’accanirsi degli scontri, l’80 per cento delle scuole sono chiuse, i minori sono le prime vittime di queste conflitto interno. Oltre agli istituti scolastici, anche gran parte dei presidi sanitari non sono più funzionanti.

Africa ExPress
@africexp

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda

 

Incurante della politica della dittatura di Erdogan, Roma fa affari con la Turchia

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
23 ottobre 2020

Tra ipocriti distinguo e qualche boccone amaro, il governo Conte punta a rafforzare le relazioni politico-militari con la Grande Turchia del sultano Erdogan, in guerra ormai con mezzo mondo.

Fuori dai riflettori dei network di comunicazione di massa, il 9 ottobre il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha incontrato a Roma l’omologo turco Hulusi Akar. “Un lungo e cordiale colloquio privato ha preceduto la bilaterale tra i due Ministri su diversi dossier tra i quali la Libia e il rafforzamento delle relazioni in ambito Difesa”, riporta l’ufficio stampa del Ministero. “Dialogo costruttivo e franco, sicuramente positivo per confermare lo stato delle eccellenti relazioni tra i nostri Paesi”, ha aggiunto Lorenzo Guerini. “La Turchia è un partner importante dell’Italia e un prezioso alleato NATO e nel corso della conversazione abbiamo constatato punti di condivisione negli scenari, Iraq e Afghanistan, che ci vedono congiuntamente impegnati”.

Lorenzo Guerini, ministro Difesa italiano con il suo omologo turco, Hulusi Akar

Al centro del vertice tra i due ministri anche la crisi nel Mediterraneo Orientale e i crescenti contrasti tra il regime di Erdogan e la Grecia per il controllo delle riserve energetiche (che si somma al rafforzamento della presenza militare di Ankara a Cipro) e, ovviamente, il conflitto libico che vede Italia e Turchia a fianco del Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Serray. “Abbiamo riflettuto sulla necessità di fare ogni sforzo per allentare le tensioni –  ha dichiarato Guerini -. L’azione dell’Italia si basa sul rispetto dei principi del Diritto Internazionale, sulla tutela degli interessi nazionali presenti nella regione, e comunque all’interno della prospettiva di un dialogo costruttivo tra gli attori coinvolti, funzionale a prevenire una escalation della tensione”.

Il ministro della Difesa Guerini ha confermato l’impegno dell’Italia a sostegno degli sforzi perché la Libia “sia unita e sovrana”. “Sul piano tecnico militare abbiamo discusso con Akar del possibile raccordo a sostegno alle Forze Armate e di Sicurezza libiche, con particolare riferimento alle attività di sminamento, alla formazione e addestramento ed allo sviluppo di capacità sanitarie militari”. La nota di Palazzo Baracchini si conclude sulla condivisione da parte dei due ministri di migliorare la cooperazione industriale “altro elemento importante delle relazioni bilaterali trai due Paesi”.

Secondo quanto pubblicato da Sicurezza Internazionale, il quotidiano online dell’Osservatorio della Libera Università LUISS di Roma, Lorenzo Guerini e Hulusi Akar si sarebbero soffermati pure sul sanguinoso conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, altro fronte militare che vede coinvolte le forze armate di Erdogan. “Per risolvere il problema, l’Armenia deve ritirarsi dai territori occupati il prima possibile e deve evacuare rapidamente i mercenari e i terroristi che ha portato lì – ha affermato Akar -. “Non possiamo pretendere che le forze azere interrompano le loro attività nella zona di conflitto finché continuerà l’occupazione armena”.

Le valutazioni del ministro turco non consentono di intravedere a breve spiragli di dialogo tra le parti e hanno certamente deluso le aspettative italiane, ma Roma non intende comunque alzare la voce contro Ankara anche perché i plurimiliardari interessi economico-industriali e militari non consentono battute di sosta o ombre nelle reciproche relazioni.

Lorenzo Guerini si era recato in Turchia lo scorso 7 luglio per una “bilaterale” con il ministro Akar, anche allora per discutere di Libia, Mediterraneo Orientale e rapporti Turchia-UE e Turchia-Nato. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu News (ripreso parzialmente in Italia solo da Sicurezza Internazionale), Guerini avrebbe ribadito la “profonda convinzione dell’importanza della solidarietà tra Stati membri dell’Alleanza Atlantica”, sottolineando come l’Italia “da sempre è stata contraria ad ogni atteggiamento centrifugo e anzi fautrice di una spinta ulteriore che ne rafforzi la coesione”. A tal proposito il ministro avrebbe chiesto alla Turchia un “approccio efficace e programmatico” per supportare il cosiddetto Fianco Sud della Nato, “area di crescente instabilità”.

Nel corso dell’incontro veniva affrontato anche il tema della missione militare “Irini” avviata dall’Unione Europea nelle acque del Mediterraneo per contrastare il flusso “illegale” di migranti. “Si tratta di un’operazione equidistante e bilanciata tra le parti in causa e rappresenta un contributo fondamentale da parte UE per la pacificazione in Libia e su cui non sono consentite provocazioni”, aveva spiegato Guerini. Nonostante le sottili divergenze, il ministro aveva comunque precisato all’agenzia Anadolu News che il meeting italo-turco era stato “molto positivo ed amichevole”. “Abbiamo scambiato la nostra visione e le nostre conoscenze –  aggiungeva Guerini, continuando -. “La nostra amicizia è profonda e radicata. Siamo stati d’accordo specialmente sul tema della Libia perché si produca una soluzione politica che conduca alla pace”. Anche per il ministro Hulusi Akar l’incontro era stato “sincero e costruttivo”. “Crediamo che l’effettiva cooperazione tra Italia e Turchia in tutte le aree, specialmente nel campo della difesa e della sicurezza, assicurerà benefici importantissimi non solo per i due paesi ma per l’intera regione mediterranea”, aveva dichiarato Akar.

Escalation militare turca in Libia, Siria, Iraq, Kurdistan, Corno d’Africa e Caucaso; pandemia da Covid-19 e il lungo lockdown non hanno assolutamente interrotto le comunicazioni diplomatiche e le collaborazioni economico-strategiche tra Roma e Ankara. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, nel corso di una lunga conversazione telefonica con l’omologo turco Mevlut Cavusoglu, il 22 Maggio 2020, oltre al tradizionale scambio di valutazioni sul conflitto libico, aveva affrontato la questione della ripresa dei flussi turistici tra i due Paesi e più in generale dei rapporti commerciali bilaterali. Il 10 giugno lo stesso Di Maio si era recato ad Ankara per incontrare Cavusoglu. In conferenza stampa i due ministri degli Esteri avevano esposto i risultati “positivi” raggiunti con il meeting. “La partnership strategica che lega Italia e Turchia è stata consolidata ulteriormente durante l’emergenza da coronavirus dati gli aiuti che la Turchia ha recato all’Italia ed è nostra intenzione di rafforzare i rapporti bilaterali in materia di difesa, turismo e energia”, aveva spiegato Mevlut Cavusoglu.

Altrettanto enfatiche le dichiarazioni di Luigi Di Maio che aveva rilevato come l’Italia sia “il secondo partner commerciale della Turchia in ambito europeo e il quinto su scala mondiale”, con un interscambio annuo pari a circa 18 miliardi di euro e investimenti principalmente rivolti al settore bancario, energetico, delle infrastrutture e della Difesa. Il rappresentante della Farnesina aveva poi assicurato l’impegno italiano a sostegno del dialogo tra Unione Europea e Turchia, sottolineando “l’importanza dell’accordo in materia di immigrazione siglato tra Ankara e Bruxelles, da cui ripartire per rilanciare il dialogo tra le due parti”.

Il 30 luglio, cinque giorni dopo una conversazione telefonica tra il presidente-despota Recep Tayyip Erdogan e il premier italiano Giuseppe Conte con oggetto ancora una volta Libia, Mediterraneo Orientale e relazioni Turchia-UE, Luigi Di Maio aveva approfondito in video-conferenza con il ministro del Commercio Ruhsar Pekcan i temi dell’importazione di acciaio turco da parte dell’Unione Europea e dell’unione doganale tra UE e Turchia. I due ministri avevano concordato il rafforzamento delle relazioni commerciali aeree, marittime e terrestri dopo le difficoltà riscontrate con la pandemia da Covid-19.

Due settimane più tardi la Farnesina aveva dato comunicazione dell’ennesimo colloquio telefonico tra Luigi Di Maio e Mevlut Cavusoglu sul conflitto libico e la crisi greco-turco-cipriota per lo sfruttamento degli idrocarburi nelle acque del Mediterraneo. “Il Ministro Di Maio ha ribadito la necessità che tutte le parti mantengano un approccio moderato e collaborativo, per ridurre le tensioni e risolvere le questioni pendenti”, aveva riportato  l’Ufficio stampa del Ministero.

Lorenzo Guerini, ministro Difesa italiano, a Cipro con il suo omologo Charalambos Petrides

L’ambiguità della linea diplomatica degli uomini di governo italiani si evidenzia soprattutto alla luce delle dichiarazioni del ministro Lorenzo Guerini, a conclusione della sua visita lampo a Nicosia (Cipro) l’8 ottobre scorso, il giorno prima cioè del vertice a Roma con l’omologo turco Hulusi Akar. Nel corso del meeting con il ministro della Difesa cipriota Charalambos Petrides, Guerini ha “confermato l’obiettivo di favorire la riduzione della tensione nell’area e di rilanciare il dialogo costruttivo con Ankara, senza scalfire la fermezza dei principi”, riporta il comunicato del Ministero della Difesa.

“Quello odierno è stato un confronto improntato ad un clima di collaborazione che ha toccato diversi temi, tra i quali il quadro di sicurezza regionale e la difesa europea, durante il quale i due Ministri hanno confermato la convergenza di vedute in merito alle principali tematiche di difesa e sicurezza –  prosegue la nota, aggiungendo – Guerini ha confermato l’impegno dell’Italia in termini di cooperazione bilaterale sia sul piano tecnico militare, che sul piano industriale. Ne sono un chiaro esempio l’esercitazione Eunomia 2020 e l’Iniziativa Quad, volta a tutelare i nostri comuni interessi nel Mediterraneo orientale”.

Eunomia 2020 è stata l’esercitazione aeronavale svoltasi a fine agosto, cui hanno partecipato Italia, Cipro, Francia e Grecia; l’Iniziativa Quad è il programma di cooperazione promosso da questi quattro Paesi per “tutelare la libertà di navigazione e incrementare l’interoperabilità tra le Marine partecipanti”. Il nuovo asse Roma-Parigi-Atene-Nicosia nel Mediterraneo orientale nasce apertamente in funzione anti-Turchia. Mero cinismo o schizofrenia la politica del colpo al cerchio e alla botte dell’esecutivo Conte-Pd-M5S? Di certo è che a Roma si continua a giocare col fuoco mentre gli incendi nel Mare Nostrum si propagano con rapidità inimmaginabile.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Seicentomila mascherine anti Covid-19 in cambio di armi: ecco il ricatto della Turchia

Guinea: tardano i risultati, morti, violenze e tensioni nella commissione elettorale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 ottobre 2020

In Guinea il clima postelettorale resta molto teso, in particolare nelle periferie di Conakry, la capitale della ex colonia francese. Anche questa mattina si sono verificati incidenti: case e negozi incendiati. Da lunedì scorso sono state uccise almeno 22 persone in tutto il Paese. Testimoni oculari di alcuni quartieri di Conakry hanno denunciato colpi di arma da fuoco già all’alba.

Ieri sera il ministro dell’Amministrazione territoriale ha annunciato di aver incaricato l’esercito per mantenere l’ordine.

Violenze post-elettorali in Guinea

La riunione di CENI(Commissione elettorale indipendente), in agenda per oggi, è saltata: due commissari, Diogo Baldé e Marie Hélène Sylla si sono ritirati per gravi anomalie nelle procedure di totalizzazione dei risultati.  Sylla ha sottolineato che la commissione non ha tenuto conto delle loro osservazioni, volte a garantire la massima trasparenza, attendibilità e onestà degli esiti elettorali.

A poco meno di una settimana dalle presidenziali, la CENI non ha ancora comunicato i risultati della tornata elettorale. Finora sono state rese note le cifre di 37 su 38 circoscrizioni; mancano quelle di Mamou (Moyenne-Guinée) che dista più o meno 250 chilometri dalla capitale e dall’estero, quelle del Gambia e della Repubblica Democratica del Congo.

Cellou Dalein Diallo, leader dell’opposizione a sinistra e Alpha Kondé, presidente della Guinea, a destra

Secondo il portavoce della commissione elettorale, Mamadi 3 Kaba, i lavori dovrebbero riprendere fra poco e subito dopo saranno resi pubblici gli ultimi risultati. “Per l’esito globale, vista la solennità di questa tappa, è possibile che dovremo attendere ancora un pochino”, ha aggiunto 3 Kappa.

Infine il Movimento FDNC (Front National pour la Défense de la Constitution) ha pubblicato proprio oggi un annuncio, chiedendo l’immediato allontanamento di Alpha Condé, l’ottantaduenne presidente uscente, che pur di poter partecipare a questa tornata elettorale, aveva chiamato i guineani alle urne a marzo per cambiare la Costituzione, che prevedeva solamente due mandati presidenziali consecutivi. In caso contrario, FDNC ha indetto manifestazioni in tutto il Paese a partire dal prossimo lunedì.

Internet funziona poco o niente da ieri sera.

Nel bel mezzo di questo caos post-elettorale, il maggiore leader dell’opposizione, Cellou Dalein Diallo, si è auto-proclamato vincitore già mercoledì scorso. UFDG (Union des forces démocratiques de Guinée), il partito di Diallo, dopo aver pubblicato i propri risultati, ha sostenuto di aver raccolto l’84 per cento dei voti. E ieri sera, durante un incontro a porte chiuse al ministero degli Esteri tra membri del governo e il corpo diplomatico accreditato a Conakry, il titolare del dicastero, Mamadi Touré, ha ricordato durante la riunione che gli osservatori della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale) avevano confermato il corretto svolgimento dello scrutinio. Infine non ha escluso guai giudiziari per Diallo, in quanto sarebbe lui il responsabile di tutti disordini in atto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Guinea: condannati gli oppositori al terzo mandato di Alpha Condé

Guinea: ieri la popolazione ha votato per il presidente e oggi si parla di brogli