Da lunedì prossimo l’ufficio consolare etiopico a Roma resterà chiuso fino a prossimo avviso. Africa ExPress ha ricevuto una nota in tal senso ieri sera.
Persone informate sui fatti hanno precisato che il 21 agosto 17 persone, tra impiegati e funzionari, compreso il numero due dell’ambasciata, arrivato solo pochi mesi fa, lasceranno l’Italia, perchè richiamati in patria.
Per il momento resteranno a Roma solamente l’attuale ambasciatrice, Demitu Hambisa, un autista e un impiegato.
D’altronde questi provvedimenti sono stati annunciati in un articolo dell’8 luglio scorso di Addis Standard.
Già allora il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed aveva dichiarato di voler ridurre le missioni all’estero.
Fonti della Farnesina, contattate da Africa ExPress, hanno spiegato di non essere state informate sulla riduzione del personale della rappresentanza diplomatica etiopica a Roma.
Non è dato sapere se qualcuno del personale accreditato abbia chiesto asilo politico nel nostro Paese.
Riceviamo e condividiamo volentieri l’accorato appello da padre Zanotelli, missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Carmine Pacente
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
Il padre combinano Alex Zanotelli
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi Paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. E così i governi europei sono tentati a bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per fermare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: “Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).
Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?
Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
11 agosto 2021
L’Etiopia chiude o riduce all’osso il personale, che richiama in patria, di alcune delle sue ambasciate all’estero (una trentina). Ma molti dei diplomatici, dei quadri e degli impiegati sono tigrini e non hanno alcuna intenzione di rientrare. C’è il rischio di finire in prigione o addirittura passati per le armi. Un’ipotesi più che possibile. Come sostengono alcune informazioni non confermate giunte ad Africa ExPress. Secondo alcuni twitt, molti soldati originari del Tigray che facevano parte delle forze armate etiopiche, ENDF (Ethiopian National Defense Force), sono stati arrestati all’inizio del conflitto. Non si esclude che molti di loro siano stati fucilati.
Se le informazioni contenute nei twitt sono esatte, si tratta di un massacro ben pianificato. I soldati ammazzati sarebbero almeno 1200. Presi di mira e uccisi per la loro appartenenza etnica. Un eccidio che sicuramente attirerà l’attenzione della Corte Penale Internazionale, il cui compito è di occuparsi di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Una bel grattacapo per il comitato che si occupa dell’attribuzione del premio Nobel per la pace, nel 2019 troppo frettolosamente assegnato al primo ministro etiopico Abyi Ahmed, l’uomo che non ha esitato a scatenare la guerra civile nel suo Paese.
La rappresentanza diplomatica a Washington è stata chiusa de facto dopo le tensioni che si sono create con gli USA. La scorsa settimana il segretario di Stato, Anthony Blinken, ha discusso a lungo con il premier sudanese, Abdalla Hamdok, la situazione del conflitto in Tigray, l’espansione della guerra nelle regioni Amhara e Afar e la vicenda delle truppe eritree che stavano per rientrare in Etiopia (ammesso che si siano mai ritirate). Blinken aveva chiesto espressamente a Hamdok di tentare una mediazione.
Asilo politico
Non si esclude che funzionari e personale diplomatico (specie chi è originario del Tigray) della ambasciata negli Stati Uniti possano chiedere asilo politico negli USA. Lo stringer di Africa ExPress in Kenya ha accertato che una simile situazione sembra essere presente anche nella sede diplomatica di Narobi. Finora tali notizie non hanno trovato conferma nei siti istituzionali.
Come era ben prevedibile, l’Etiopia ha rifiutato la mediazione del Sudan per risolvere la crisi nel Tigray. Già all’inizio del conflitto Abiy Ahmed, primo ministro etiopico al potere dal 2018, aveva detto a chiare lettere agli inviati dell’Unione Africana, Ellen Johnson-Sirleaf ( Liberia), Joaquim Chissano (Mozambico) e Kgalema Motlanthe (Sudafrica) – tutti ex presidenti – di non gradire una conciliazione da esterni. Anzi, dopo un breve colloquio, non ha nemmeno permesso agli intermediari di visitare la martoriata regione del Tigray.
Contenzioso con Khartoum
Ora Abiy non ha accettato nemmeno l’intervento di Abdalla Hamdok, tra l’altro presidente di turno di IGAD (“Autorità intergovernativa per lo sviluppo”), un’organizzazione internazionale politico-commerciale, i cui membri sono: Kenya, Ethiopia, Uganda, Gibuti, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Eritrea (attualmente non partecipa alle riunioni). Eppure con il Sudan le questioni da risolvere sono parecchie, come i molti rifugiati etiopici ora ospitati dal governo di Khartoum, la disputa per la piana di al-Fashqa, fertile territorio di 12 mila chilometri quadrati, coltivato per lo più da contadini etiopici, ma rivendicato dal Khartoum. E infine resta ancora irrisolto il problema del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), fortemente contestato da Egitto e Sudan.
Eppure nel giugno 2019 Abiy è stato uno dei mediatori durante la crisi in Sudan, ma oggi nega categoricamente questo ruolo a Hamdok che, per tutta risposta, ha richiamato Gamal al-Sheikh, ambasciatore sudanese accreditato a Addis Ababa.
Lalibela
Le truppe del Tigray poco a poco hanno riconquistato gran parte della loro regione, spingendosi anche nelle zone amhara e afar. Hanno persino conquistato la città amhara di Lalibela, seconda per importanza archeologica solo a Axum. Lalibela è famosa per le per le chiese monolitiche scavate nella roccia e è stata proclamata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.
Guerra fuori dal Tigray
Questi nuovi combattimenti al di fuori del Tigray hanno costretto oltre 200 mila persone a lasciare le proprie case. L’UNICEF, preoccupata per l’espandersi del conflitto, ha denunciato che il 5 agosto, durante attacchi a famiglie sfollate che si erano rifugiate in una struttura sanitaria e in una scuola nella regione di Afar, sono state uccise 200 persone, tra questi oltre 100 bambini .
Abiy chiede ai giovani etiopici di arruolarsi
Le atrocità commesse in questo conflitto non si contano più e nel suo ultimo rapporto anche Amnesty International conferma stupri e violenze commessi nel Tigray dalle truppe etiopiche e alleati come arma da guerra.
Intanto Abiy è alla ricerca di nuove leve per continuare la guerra nelle regioni del nord del Paese e il governo ha fatto un appello ai giovani perché si arruolino nelle forze armate e nelle forze speciali. L’appello del premier giunge sei settimane dopo che ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nel Tigray, subito dopo la riconquista di Makallè da parte delle forze del TPLF (Tigray People’s Liberation Front).
Tentare di vincere la guerra arruolando migliaia di giovani senza un addestramento specifico non sarà semplice, in quanto la morfologia del terreno in Tigray è estremamente complessa: bisogna conoscere il terreno per affrontare seriamente il nemico.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
10 agosto 2021
Come se non bastasse una nuova ondata di covid-19 che sta mettendo in ginocchio la Guinea, ora è arrivato anche un nuovo virus, la febbre emorragica di Marburg, malattia virale altamente contagiosa, molto simile all’ebola, e, come quest’ultima, appartiene alla famiglia dei filoviridae.
Virus filiforme di Marburg
Le autorità sanitarie di Conacry hanno confermato un caso nella prefettura di Guéckédou, nel sud del Paese. Si tratta di un uomo che ha presentato i primi sintomi il 25 luglio, poi deceduto il 2 agosto in un ospedale a Koundou e le analisi del sangue hanno convalidato la diagnosi clinica.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è preoccupata che il virus possa espandersi a livello locale e nazionale, ma non ritiene che vi sia una minaccia a livello globale. La stessa regione è stata dichiarata ebola-free solo due mesi fa, dopo che si era riacceso un nuovo focolaio all’inizio dell’anno a Nzerekoré, a 80 chilometri dal confine con Sierra Leone e Liberia.
Finora non è stato rilevato nessun altro caso del virus di Marburg: le 155 persone entrate in contatto con il paziente vengono monitorate quotidianamente dal giorno del suo decesso.
Sul suo account twitter, il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha sottolineato che è necessario mettere subito in campo tutti gli sforzi possibili per prevenire ulteriori contagi e proteggere la popolazione.
Intanto una decina di esperti dell’OMS – epidemiologi e socio-antropologi – sono già stati inviati sul campo in appoggio alle equipe nazionali. Anche i controlli alle frontiere con i Paesi confinanti, in particolare con Sierra Leone e Liberia, sono stati intensificati. Finora tre familiari dell’uomo deceduto per il virus Marburg e un operatore sanitario sono stati identificati come persone a alto rischio. Intanto si cerca di identificare la fonte che ha trasmesso l’infezione al paziente.
Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS
Le ricerche effettuate negli anni hanno escluso che gli esseri umani siano parte del ciclo naturale del virus di Marburg. In sintesi, il contagio avverrebbe per contatto casuale con altri animali infetti. Tuttavia, fino a oggi non è stato identificato l’animale che possa essere serbatoio naturale della malattia, nonostante siano stati analizzati più di 3000 vertebrati e oltre 30 mila artropodi (insetti, zecche, ragni, acari, ecc) E ciò rende molto più difficile l’attuazione di misure preventive.
Nel caso del paziente della Guinea non si esclude che la trasmissione sia avvenuta tramite i pipistrelli della frutta, considerati una prelibatezza in Guinea. Vengono venduti in chioschetti nei villaggi, che servono anche alcolici. Generalmente si cucinano in una minestra molto speziata, ma le loro carni vengono anche apprezzate affumicate o arrosto.
Il contagio del microrganismo killer avviene poi per trasmissione diretta da persona a persona, per contatto con i fluidi corporali, il sangue, l’urina, il vomito ma anche le secrezioni respiratorie. Il virus di Marburg non si trasmette durante il periodo di incubazione, che dura da 3 a 9 giorni. Il momento in cui il paziente è più contagioso è invece quello della fase acuta della malattia, soprattutto durante le manifestazioni emorragiche.
La malattia si manifesta in modo improvviso e rapido con forte mal di testa, dolori muscolari e un acuto stato di malessere, febbre alta. Al quinto sesto giorno possono insorgere emorragie da diverse parti del corpo, che spesso portano a esito fatale. Il virus può colpire persone di tutte le età, anche se meno frequente nei bambini. Il tasso di mortalità varia dal 24 all’88 per cento. Finora non esistono vaccini e antivirali validi per combattere questa infezione.
Il virus di Marburg viene descritto per la prima volta nel 1967, in occasione di una epidemia apparsa a Francoforte e a Belgrado (ex Yugoslavia) con l’arrivo di scimmie dall’Uganda, destinati a diversi laboratori. Allora alcuni ricercatori ne furono contagiati.
Il virus è poi riapparso nel 1975 in Sudafrica, nel 1980 e nel 1987 in Kenya, con pochissimi casi, subito isolati. Epidemie più violente sono poi state registrate nella Repubblica Democratica del Congo tra il 1988 e il 2000 e nel 2004 in Angola, con più di un centinaio di morti.
Misure anti-covid in Guinea
Negli ultimi giorni è stato rilevato anche un notevole aumento di casi di coronavirus. Le autorità del Paese hanno nuovamente adottato misure volte a arginare la pandemia. Il coprifuoco ora inizia due ore prima, dalle 22.00 alle 04.00, obbligo di portare la mascherina, vietati gli assembramenti oltre 50 persone anche durante matrimoni, battesimi e funerali. E’ inoltre vietato il trasferimento di persone decedute per covid.
Secondo l’ultimo aggiornamento risalente a una settimana fa, i pazienti in isolamento sono passati da 100 a oltre mille, mentre quelli in rianimazione da 20 a 146. La copertura vaccinale è ancora molto bassa. Solo il 4 per cento della popolazione è stata immunizzata.
Speciale Per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
9 luglio 2021
Continua la mattanza dei jihadisti nel Sahel. Domenica sono state barbaramente ammazzate oltre cinquanta civili in quattro località nel nord del Mali, al confine con il Niger. Il bilancio è provvisorio perché secondo fonti locali sentite da Africa Express il numero dei morti dovrebbe essere, purtroppo, almeno doppio.
Karou, Ouatagouna, Dirga e Déoutéguef sono stati teatro di una terribile carneficina. Anche se finora l’attacco non è stato ancora rivendicato, si suppone sia opera dei miliziani del gruppo Stato Islamico nel Grande Sahara, branca dell’ISIS particolarmente attiva e il forte espansione in questa zona del Sahel.
Nuovo attacco dei terroristi nel nord del Mali
Come al solito, i terroristi sono arrivati in sella alle loro moto, qualcuno anche a piedi, e sono andati di villaggio in villaggio, sparando all’impazzata contro i residenti, non risparmiando nemmeno donne e bambini.
Molte case sono state saccheggiate, altre bruciate e il bestiame è stato portato via. In uno dei villaggi è stato ammazzato l’insegnante del luogo insieme a tutta la sua famiglia. Secondo quanto riporta Radio France International, il massacro sarebbe stata un’azione punitiva, i terroristi accusano la popolazione di aver rivelato informazioni preziose alle forze di difesa maliane.
Un gruppo di soldati è stato inviato nella zona per prestare soccorso ai residenti sopravvissuti. Una ONG locale ha inoltre fatto sapere che da diversi giorno le comunicazioni funzionano molto male. In questa regione come in altre aree del nord del Mali sono praticamente bloccate a causa di un attacco contro le infrastrutture telefoniche. Sembra che anche in questo caso ci sia lo zampino dei terroristi.
Alioune Tine, un esperto indipendente dei diritti umani dell’ONU, ha visitato recentemente il Mali per una decina di giorni. Alla fine della sua visita ha denunciato un deterioramento grave e continuativo della sicurezza, che, secondo l’esperto, ha raggiunto una soglia davvero critica. Ha persino parlato di un totale fallimento delle istituzioni dello Stato.
Solo nei primi sei mesi del 2021 sono state commesse 258 violazioni dei diritti umani da parte di gruppi armati e di milizie freelance. Tali barbarie rappresentano l’88 per cento di quelle effettuate in tutto il 2020.
In un altro comunicato l’ONU ha aggiunto che dal 1° aprile al 30 giugno MINUSMA (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations unies pour la stabilisation au Mali) ha individuato almeno 43 esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, perpetrate dalle forze di sicurezza maliane, il cui compito sarebbe quello di proteggere la popolazione.
Un cittadino elvetico è stato rapito insieme ad un’altra persona sabato pomeriggio nell’Ogun state, nel sud-ovest della Nigeria, ma è stato reso noto solamente ieri. Lo svizzero aveva visitato insieme a un piccolo gruppo di persone la Olabel Farms, una fattoria dove se alleva bestiame. Il sequestro è avvenuto nonostante la sua fosse scortata dalla polizia.
Un portavoce delle forze dell’Ordine ha riferito alla Agence France Presse (AFP), che i due rapiti sarebbero stati intercettati lungo la strada tra Ibese e Itori. “Due banditi sono stati uccisi, ma gli altri sono riusciti a scappare assieme agli ostaggi”.
L’ambasciata elvetica in Nigeria è in stretto contatto con le autorità di Abuja per seguire il caso. Finora solamente i giornali online locali nigeriani hanno rivelato il nome dello svizzero rapito. Si tratterebbe di un certo Andred Beita e del suo autista, identificato solamente come Ifeanyi.
Il fatto sarebbe avvenuto, in base a quanto riportato da “Indipendent”, nelle vicinanze della Olabel Farms e un suo impiegato, Michael Kujore, sarebbe morto a causa delle gravi ferite riportate dopo essere stato colpito da una pallottola, mentre un altro membro dello staff, Ishaya Ibrahim, colpito anche lui, sarebbe in cura nell’ospedale di Ilaro.
In Nigeria i rapimenti di cittadini stranieri e non solo sono frequenti. Generalmente vengono rilasciati dopo breve tempo dietro il pagamento di un lauto riscatto. La ex colonia britannica è considerato un Paese ad alto rischio, dove i sequestri si stanno moltiplicando in modo preoccupante. La mancanza di lavoro, la povertà, ma soprattutto la galoppante corruzione, che impedisce una concreta pianificazione per sviluppo e crescita economica delle comunità, sono certamente alla base di questi atti criminali.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
8 agosto 2021
Un bis tutto d’oro nella maratona maschile per il Kenya.
Una doppietta, oro e argento, nella maratona femminile per il Kenya.
Eliud Kipchoge, 36 anni, soprannominato il filosofo, dopo la vittoria alle olimpiadi di Rio nel 2016, la notte scorsa si è confermato re dei 42,195 km a Tokyo, anzi a Sapporo, in 2h08’38. Con il distacco più ampio della storia olimpica: il secondo e il terzo Abdi Negeeye e Bashir Adi, olandese e belga di origini somale, sono arrivati distaccati di oltre 1 minuto.
Eliud Kipchoge, Kenya, oro olimpico nella maratona maschile
Sempre a Sapporo, venerdì 6 agosto, le maratonete keniane hanno confermato la superiorità e imbattibilità del loro Paese afferrando l’oro con Peres Jepchirchir, 28 anni, (in 22h 27’20”) e l’argento con Brigid Kosgei. 27 anni. A Rio nel 2016 la bandiera multicolore con lo scudo Masai aveva avvolto le spalle di Jemima Sumgong, allora 31 anni.
Eliud Kipchoge, già recordman del mondo nella maratona (vedi Africa Express del 17 ottobre 2019), con il secondo titolo olimpico consecutivo si conferma il più grande maratoneta della storia. Aveva cominciato a correre (12 km al giorno) fin da bambino per frequentare le elementari. Oggi percorre in allenamento 200-230 km la settimana.
“Volevo entrare nel tertiary college a Eldoret e diplomarmi in Risorse umane”, aveva spiegato. Obiettivo raggiunto. Manager e re della maratona.
Anche nella maratona femminile il Kenya è stato sugli scudi. La favorita era Brigid Kosgei, 27 anni, la più veloce che esista al momento, dato che detiene il record mondiale (2h14’04”). La connazionale Jepchirchir, però, la ha battuta nettamente, giungendo al traguardo con una potente falcata, espressione di una esuberanza che 42 km e 195 metri non sembrava avesse domato.
La Jepchirchir, due volte campionessa del mondo, è stata scoperta dall’italiano Gianni Demadonna, che la ha lanciata in Europa a partire dal 2014. Nata a Kapsabet, nella Rift Valley, ha cominciato a correre a 13 anni. Nell’ottobre 2017 è diventata mamma di una bambina, Natalia, ma dopo13 mesi era già in pista.
le due keniote Peres Jepchirchir e Brigid Kes, oro e argento nella maratona
Tra tanto oro e argento nella maratona, una medaglia particolare la merita Gabriyesos Tachlowini, 23 anni, anche se è giunto sedicesimo. Ha corso per la Squadra Olimpica Rifugiati Cio. Nato in Eritrea, a 12 anni è sbarcato in Israele, (dopo un viaggio avventuroso a piedi attraverso Sudan ed Egitto), come minore non accompagnato. A Tel Aviv ha mostrato fin da subito capacità atletiche notevoli, tanto che è entrato a far parte del Emer Hefer Club , poi, nel 2018, del Programma di supporto agli atleti rifugiati del Comitato olimpico internazionale. Nel marzo 2021 si è qualificato ai Giochi di Tokyo dove non ha certo sfigurato. Il suo credo è sempre stato: <Voglio mostrare agli altri che tutto è possibile e non ci si deve arrendere mai>.
Negli ultimi giorni di Tokyo, dunque l’atletica africana non ha finito di stupire. Con il Kenya, certo, ma anche con figure come Gabriyesos e con un’altra rifugiata, Sifan Hassan, 28 anni, protagonista di un’Olimpiade memorabile.
Sifan Hassan, campionessa olimpica olandese
Cercava il triplete, l’impossibile, tre medaglie d’oro correndo tre specialità massacranti in pochi giorni: i 5000 metri, i 1500, i 10 mila. Per questo l’avevano chiamata la folle. Una follia atletica che già era emersa nel 2019 ai campionati mondiali di Doha, dove, prima atleta al mondo, vinse i 10 mila e i 1500.
A Tokyo ci è andata vicino: nel penultimo giorno dei Giochi, sabato 7 agosto, ha conquistato i 10 mila metri; il giorno prima, 6 agosto, si è dovuta “accontentare” del bronzo nei 1500 metri; il 2 agosto, lunedì, prima medaglia pregiata nei 5 km. Due ori e un bronzo. Quasi una leggenda. Cominciata nel 2008, quando Sifan Hassan aveva 15 anni. La mamma la portò via da Adama, nel cuore dell’Etiopia, destinata a diventare cuore di tenebra. La caricò su un aereo e le disse: “Corri figlia mia, corri, va via di qua, chiedi asilo politico in Olanda”. La ragazzina l’anno successivo ottenne lo status di rifugiata.
E cominciò a studiare per diventare infermiera, ma soprattutto a correre, prendendo alla lettera il consiglio della mamma. Nel 2011 entrò a far parte del club Av Lionitas, di Leeuwarden, nord Olanda. Nel 2013 divenne cittadina olandese. Proprio quell’anno dichiarò che lei “correva per rilassarsi”. Nonostante gli allenamenti bestiali e le fatiche cui si sopponeva e si sottopone. Come si è visto al termine dei 10 mila metri: accasciatasi al suolo, in lacrime, cercava aria e invocava acqua. Fino a quando è intervenuto un medico a soccorrerla.
Gabriyesos Tachlowini, team olimpico dei rifugiati
Il giorno prima, venerdì 6 agosto, nei 5 mila metri, l’Uganda ha fatto bis con l’oro. Joshua Cheptegei, 24 anni, agente scelto del dipartimento di polizia, ex studente di Lingua e Letteratura all’università avventista di Bugema, si è preso una bella rivincita. Ha dominato la gara lasciandosi alle spalle il somalo Mohammed Ahmed, 30 anni, che corre per il Canada, ma vive negli States (dove si è laureato in Scienze Politiche). Più distanziato, terzo, è stato l’infermiere Paul Chelimo, 30 anni, keniano divenuto cittadino degli Usa (vive in Colorado).
A Joshua bruciava la sconfitta sui 10 mila metri, subita – lui che detiene il record mondiale sulla distanza – il 30 luglio – dal ventenne etiope Selemon Barega. Disfatta resa più amara dal ricordo di quanto avvenuto nel 2017 ai campionati mondiale di Londra: sempre secondo. Nel 2019, però, ai Campionati Mondiali di Doha, si era ripreso con la medaglia d’oro sui 10 mila,
E ora si è rifatto, finalmente, alle Olimpiadi sui 5 mila metri, a quasi un anno di distanza dal suo primato mondiale (14 agosto 2020, a Monaco). La soddisfazione è doppia, perché nessun ugandese nelle olimpiadi aveva trionfato in questa specialità. “Ero venuto qui per diventare campione olimpico. Sui 10 mila avevo fatto un errore e mi sono dovuto accontentare dell’argento – ha commentato al traguardo – sapevo che ce l’avrei fatta, sapevo di avere la forza mentale per vincere, dato che sono detentore di due record mondiali. Ora il sogno si è realizzato”.
Joshua è nato a Kapchorwa, a 1800 metri d’altezza nell’Uganda orientale ed è allenato dall’olandese Addy Ruiter, lo stesso che cura Pereuth Chemutai, vincitrice dei 3 mila siepi e della prima medaglia aurea femminile ugandese. E non è un caso che il coach sia lo stesso: Addy
Ruiter proprio intorno a Kapchorwa ha creato un programma di preparazione per <runners>. Joshua, a sua volta, nel 2016 ha dato vita al “Cheptegei Christmas Run” in Uganda, divenuto un appuntamento annuale per ragazzi sotto i 16 anni.
Infine, mentre cala il sipario su questi surreali giochi olimpici dell’era Covid, un pensiero doveroso va al Botswana: alla sua ottava olimpiade ha guadagnato la seconda medaglia. Il bronzo nella staffetta 4×400 conquistato da Isaac Makwala, 34 anni, Baboloki Tirelo Tebe, 24, Zibbane Ngozi, 28, Bayapo Nadori, 22. Un bronzo che risplende quanto un diamante delle sue ricche miniere.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
Agosto 2021
Grandi affari per il complesso militare-industriale turco nel continente africano. Il management di Katmerciler, società di produzione di veicoli da trasporto civili e da guerra con sede a Izmir, ha reso noto di aver sottoscritto un accordo con il ministero della Difesa del Kenya per la fornitura di non meno di 120 blindati tattici 4×4 “Hizir” per un importo di 91,4 milioni di dollari. Secondo il vicepresidente del gruppo turco, Furkan Katmerci, la consegna dei blindati prenderà il via il prossimo anno e si completerà entro il 2023.
“Il contratto con l’esercito keniota giunge dopo due anni di trattative – ha aggiunto Furkan Katmer -. Siamo inoltre convinti che le nostre esportazioni continueranno a crescere via via che i nostri veicoli verranno utilizzati in Africa e la loro visibilità aumenterà”. Le autorità militari del Kenya avevano manifestato il loro interesse per l’acquisto dei blindati all’inizio del 2020 e l’accordo sarebbe stato raggiunto il 12 gennaio scorso in occasione di un incontro con i rappresentanti di Katmerciler.
Blindato turco Hizir
Il blindato “Hizir” è stato acquistato recentemente anche dalle forze armate del regime di Erdogan. Il veicolo ha una lunghezza di 5,5 metri ed è largo 2,5 metri. Ha un peso massimo di 16 tonnellate comprensivo della speciale blindatura per la protezione da eventuali esplosioni di ordigni a distanza ravvicinata. Dotato di motori diesel “Cummins”, può raggiungere una velocità di 110 km all’ora con un’autonomia di 700 chilometri.
Secondo la società produttrice, l’“Hizir” può trasportare sino a 9 persone ed è “stato ottimizzato per alte performance in situazioni di combattimento a fuoco in regioni rurali e urbane, con un ottimo livello di protezione anti-mine”. Il blindato è stato configurato in più modelli, sia come veicolo da comando e controllo e per le operazioni in ambito CBRN (chimico-biologico-nucleare), per il trasporto di differenti sistemi d’arma e munizioni, ambulanza, veicolo per il controllo delle frontiere e riconoscimento, ecc..
L’“Hizir” è dotato di torretta SARP “Aselsan”, anch’essa di produzione turca. A secondo delle operazioni militari prefissate, la torretta può essere equipaggiata con una mitragliatrice pesante calibro 12.7 mm, con una mitragliatrice calibro 7.62 o con un lanciagranate automatico da 40 mm.
La torretta è dotata di “elevate capacità ed opzioni per il fuoco in movimento, l’osservazione diurna e notturna, il tracciamento automatico del tiro, un laser telemetro per un’accurata balistica”. Secondo il sito sudafricano specializzato in temi militari, Defenceweb.co.za, il nuovo blindato acquistato dall’esercito del Kenya sarà utilizzato per sostituire i vecchi veicoli da combattimento e “mitigare le carenze in termini di protezione delle forze, potenza di fuoco e mobilità”. Sempre secondo Defenceweb, l’esercito di Nairobi ha perduto diversi blindati nei mesi scorsi in alcune azioni contro al Shabaab in Somalia.
Appare evidente dunque che gli 4×4 “Hizir” turchi saranno destinati prioritariamente contro le milizie operative in Corno d’Africa.
Secondo quanto riferito dal gruppo Katmerciler, negli ultimi due anni sono stati conclusi altri importanti accordi di tipo militare nel continente africano. Nel giugno 2019, in particolare, è stato sottoscritto un contratto di 2,2 milioni di dollari per la fornitura di “cannoni ad acqua” ad un Paese la cui identità è stata mantenuta top secret.
Nel 2020 Katmerciler ha consegnato invece 15 blindati “Hizir” all’esercito dell’Uganda (valore della commessa 20,7 milioni di dollari). In un articolo pubblicato l’11 agosto 2020 dall’autorevole rivista britannica di intelligence e difesa Janes erano state mostrate alcune foto con le operazioni d’imbarco dei blindati avvenute un mese prima nel porto di Mersin (Anatolia meridionale).
“L’unità navale che ha effettuato il carico può essere identificata nel cargo ro-ro Jolly Cobalto (IMO: 9668960) che ha lasciato il porto turco il 18 luglio”, riportava Janes. “Essa si è poi fermata a Jedda in Arabia Saudita, una destinazione improbabile per i blindati turchi dipinti di verde, per poi raggiungere Gibuti, dove vengono di norma sbarcati i mezzi militari destinati all’Etiopia”. Al tempo della pubblicazione dell’articolo i vertici di Katmerciler avevano mantenuto il massimo riserbo sul Paese destinatario dei mezzi da guerra per poi riferire che si trattava dell’Uganda. Per la cronaca la nave cargo Jolly Cobalto batte bandiera italiana ed è di proprietà della società Ignazio Messina & C. S.p.A. di Genova.
Fondata nel 1985, la Katmerciler è una delle principali società turche produttrici di veicoli e camion ad uso militare e civile. Oltre ai blindati “Hizir” i mezzi del comparto “difesa” comprendono i blindati per il trasporto di personale 4×4 “Khan”, i veicoli per pattugliamento e centro comando “Nefer”, i veicoli anti-sommossa “Toma”, una particolare ambulanza realizzata a partire dal modello Ford F550, il veicolo armato “Ates” per il controllo delle frontiere e quello “Kirac” utilizzato per le investigazioni criminali.
Sempre in ambito militare l’industria di Izmir offre inoltre trattori ed escavatori blindati, tanker per il trasporto e il rifornimento di gasolio e acqua, bulldozer a controllo remoto, sistemi automatizzati e robot per il combattimento e scudi per i reparti specializzati anti-sommossa.
Secondo i dati forniti da Katmerciler, nel 2020 sono stati esportati all’estero poco meno di 1.000 veicoli con relativo supporto tecnico-logistico. Tra i maggiori partner internazionali del gruppo turco compaiono i colossi industriali Ford, Hyundai, Isuzu, MAN, Mercedes, Mitsubishi, Renault, Scania, Volvo e l’italiana Iveco.
Speciale per Africa Express Cornelia I. Toelgyes
7 agosto 2021
Il governo di Khartoum ha approvato l’adesione allo Statuto di Roma, del 1998, che ha istituito la Corte Penale Internazionale (CPI). È un passo importante per la normalizzazione dei rapporti con le istituzioni internazionali e la salvaguardia della pace interna.
La decisione per essere operativa sarà sottoposta ad una riunione congiunta tra l’esecutivo ed il Consiglio sovrano (TMC), composto da 11 membri, il cui presidente è Abdelfattah El Burhan, de facto capo dello Stato. Mentre il suo vice è Mohamed Hamdan Daglo, meglio conosciuto come Hemetti. E’ anche a capo delle forze paramilitari di Rapid Support Forces (ex janjaweed).
Omar al-Bashir, ex dittatore del Sudan
L’adesione permetterà alla CPI di processare l’ex dittatore Omar al-Bashir ed i suoi più stretti collaboratori per i crimini compiuti durante la guerra nella regione occidentale del Darfur. Il vecchio tiranno era salito al potere con un colpo di Stato del 1989, quando, come colonnello dell’esercito sudanese, aveva guidato un gruppo di ufficiali in un incruento golpe che aveva rovesciato il governo civile del primo ministro Sadiq al-Mahdi.
Nell’aprile 2019 al Bashir a sua volta è stato destituito dopo le proteste che avevano infiammato le strade e le piazze di tutto il Paese dal precedente 18 dicembre 2018, scoppiate all’annuncio dell’aumento di tre volte del prezzo del pane.
Dall’estate del 2019 Abdallah Hamdok è il premier ministro nominato sulla base dell’accordo politico siglato tra i militari e i civili (Alleanza Freedom and Change), che dopo la deliberazione del 3 agosto scorso, durante la riunione del consiglio dei ministri, ha spiegato: “Vogliamo che sia resa giustizia alle vittime dei crimini commessi sotto il regime Omar al Bashir”.
Nel giugno 2019 Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, è stato uno dei mediatori durante la crisi in Sudan. Oggi il Premio Nobel per la Pace 2019 rifiuta la mediazione di Khartoum per risolvere il grave conflitto nel Tigray.
Nel marzo 2009 la CPI aveva spiccato un mandato d’arresto nei confronti del vecchio despota per crimini contro l’umanità (compresi gli stupri di massa) e genocidio proprio per le violenze commesse in Darfur. Malgrado ciò, mentre era al potere, è riuscito a spostarsi dal Paese senza che nessuno lo consegnasse alla giustizia. Questo perchè il CPI non ha una forza di polizia propria, ma delega gli Stati membri il compito di fermare le persone sospette o colpite da un mandato di cattura.
Durante il sanguinoso conflitto n Darfur sono state uccise oltre 300.000 persone, altre 2.5 milioni hanno lasciato le loro case, per non parlare delle violenze che hanno dovuto subire le donne di quella regione, in particolare dai sanguinari janjaweed, diavoli a cavallo” (come li chiamava la popolazione): bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.
Già nel dicembre del 2019 il procuratore generale del Sudan, Tagelsir el-Heber, aveva aperto un’inchiesta sui crimini commessi nel Darfur da una cinquantina di vecchi dirigenti del regime.
Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e numero due della Giunta Militare di Transizione
E due giorni fa il tribunale di El Obeid, capoluogo del Nord-Kordofan, presieduto da Ahmed Hassan El Rahamae, ha condannato sei membri RSF alla pena capitale, per aver ucciso sei persone, compresi alcuni studenti di una scuola secondaria, durante una manifestazione svoltasi il 29 luglio di due anni fa nella città.
Lo scorso luglio è stata emessa una seconda sentenza di morte nei confronti di un membro di RSF, per aver ammazzato un manifestatante in un’altra protesta. Hemetti, capo di RSF, ha fatto sapere che le sue truppe hanno appena completato il secondo corso di addestramento tenuto da esperti dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani (OHCHR).
Luanda ha deciso di schierare 20 ufficiali e un aereo da trasporto nell’area rovente di Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico. Sono otto ufficiali delle Forze armate angolane (FAA) per il comando delle forze in stato di allerta e due nella struttura di cooperazione regionale. A integrazione della missione anche un cargo russo Ilyushin IL76 con dieci membri di equipaggio.
Aereo cargo angolano Ilyushin IL76
Soldati angolani solo nella logistica
La missione angolana a Cabo Delgado durerà 3 mesi e il governo di Luanda ha anticipato €485 mila, la metà del budget previsto. “Il 6 agosto i nostri militari andranno in missione insieme ad altre forze regionali” – ha dichiarato il generale Francisco Furtado. “Ma i nostri soldati non saranno impegnati nel teatro operativo e non ci sarà personale russo, nemmeno per la manutenzione dell’IL76” – riferisce il giornale Angola Online.
Chi sono gli altri militari africani in Mozambico
Al momento in cui scriviamo in Mozambico ci sono, o stanno per arrivare, circa 2.800 soldati africani. Il Ruanda è stato il primo Paese africano a mandare 1.000 soldati per arginare il terrorismo jihadista. I militari ruandesi sono arrivati nella provincia ricca di idrocarburi e rubini il 9 luglio. Non hanno una data di fine mandato, questione criticata dai media mozambicani sull’opacità dell’operazione. Lasceranno il Mozambico “a lavoro finito”. Non fa parte dei 16 Paesi SADC ma il presidente mozambicano Filipe Nyusi e l’omologo ruandese Paul Kagame hanno siglato un accordo bilaterale per l’intervento armato.
Anche il Botswana, da luglio, è presente a Cabo Delgado con un contingente di 296 soldati e mezzi blindati, per partecipare alla forza d’intervento SADC. Lo Zimbabwe ha promesso di inviare 300 istruttori per l’addestramento delle forze mozambicane mentre la Tanzania ha garantito la sua presenza. Il budget dell’intervento militare SADC in Mozambico è di quasi €11 milioni.
Primi successi dei militari mozambicani e ruandesi
Intanto l’intervento congiunto delle Forze armate mozambicane (FADM) e dei militari ruandesi sta dando i risultati previsti. Secondo fonti dell’agenzia portoghese Lusa, hanno riconquistato varie aree del distretto di Mocimboa da Praia, quartier generale jihadista. Tra queste Awasse e Diaca liberando un nodo stradale chiave. Fonti del ministero della Difesa mozambicana hanno confermato la cattura di materiale bellico e l’uccisione di diversi membri dei gruppi armati. Le operazioni hanno avuto l’appoggio dell’aviazione.
Dall’ottobre 2017, inizio del terrorismo jihadista a Cabo Delgado, secondo i dati ACLED ci sono stati oltre 3.200 morti, maggior parte civili. Le agenzia ONU riferiscono che gli sfollati superano gli 800 mila, in maggioranza donne e bambini.
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