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Si ribellano i contadini in Iran: “Distrutto il territorio, il regime ci toglie l’acqua e il Covid ci impedisce di protestare”

Speciale Per Africa ExPress
Francesca Canino
19 agosto 2021

La grave crisi idrica che ha colpito l’Iran negli ultimi mesi è solo la punta dell’iceberg della drammatica situazione socio-politica del paese. Le scelte sbagliate effettuate nel corso degli anni dalle autorità di Teheran hanno suscitato le proteste dei cittadini, che nello scorso mese di luglio sono scesi in piazza al grido di “Abbiamo sete”.

La protesta sorta nella provincia meridionale del Khuzestan, ricca in passato di acqua e petrolio, si è rapidamente diffusa nel resto del Paese, a rischio siccità da nord a sud. Secondo il regime, le cause della mancanza di acqua sono da attribuire alle scarse precipitazioni e alle elevate temperature dell’ultimo periodo; secondo i manifestanti, invece, la carenza idrica è dovuta alla costruzione di numerose dighe, le quali hanno sostituito i canali sotterranei e sottratto alle province l’importante risorsa.

La siccità e la gestione poco oculata delle risorse naturali iraniane hanno indotto la popolazione del Khuzestan a reclamare il proprio diritto all’acqua, visto che un terzo delle risorse idriche del Paese si trova proprio in questa provincia. La grande quantità di acqua, infatti, ha contribuito a renderla una terra fertile e centro di produzione di diverse colture tipiche.

La regione ospita anche la maggior parte dei giacimenti petroliferi dell’Iran, ma nonostante si produca ricchezza, gli abitanti non ne traggono alcun beneficio e subiscono le conseguenze dell’inquinamento e della mancanza di acqua che ha alterato i cicli produttivi. Migliaia di contadini del Khuzestan hanno visto diminuire i loro raccolti e, di conseguenza, le già risicate entrate economiche.

Una bomba sociale se si considera che l’Iran è sotto embargo e che il Governo non ha finora mostrato la volontà di porre rimedi concreti alla crisi in atto. La risposta del regime iraniano alle proteste scoppiate in Khuzestan è stata l’interruzione di internet per evitare la diffusione delle notizie e impedire alla popolazione di organizzarsi. Numerose sono state inoltre le condanne degli attivisti per i diritti umani.

Stravolto dalla crisi idrica e schiacciato dall’embargo, l’Iran è oggi sotto pressione anche per aver affrontato la pandemia con molta leggerezza. La campagna di vaccinazione è andata avanti lentamente e dopo le proteste scoppiate per preservare l’ambiente e l’economia del Paese, le autorità governative hanno interrotto le vaccinazioni che avrebbero consentito ai cittadini di manifestare con maggiore sicurezza.

Secondo fonti interne, il regime non avrebbe voluto mettere in atto misure per contrastare la pandemia, favorendo la diffusione del Covid-19 e causando migliaia di morti. Avrebbe, invece, occultato i dati epidemiologici e vietato l’importazione dei vaccini Pfizer e Astrazeneca destinati alla popolazione, ma non quelli riservati alle autorità, creando una situazione sanitaria molto pericolosa, funzionale al Governo che può così controllare le rivolte popolari.

Sembra che le vittime siano quattro volte superiori ai numeri ufficiali diffusi dalle autorità iraniane e che il personale sanitario sia ormai stremato e privo dei mezzi necessari per affrontare i rischi del virus. Per questi motivi, alcuni iraniani che vivono all’estero si sono appellati all’Organizzazione Mondiale della Sanità perché sanzioni il governo di Teheran.

Francesca Canino
francescacanino7@gmail.com
@CaninoFrancesca
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

“Arrivano i nostri” anche in Mozambico: i marines addestrano le forze armate

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
19 agosto 2021

L’amministrazione Biden è sempre più attratta dal sanguinoso conflitto o meglio, dalle immense risorse energetiche del Mozambico.

L’ambasciata degli Stati Uniti d’America a Maputo ha reso noto che le forze armate USA hanno deciso di estendere e potenziare le attività di formazione del personale miliare mozambicano. “Lo scorso 9 agosto, i governi di Stati Uniti e Mozambico hanno lanciato un secondo programma di addestramento e interscambio congiunto (Joint Combined Exchange Training – JCET) –  riporta il comunicato dell’ufficio diplomatico -. Le forze speciali operative USA addestreranno più di 100 commando e ranger mozambicani per potenziarne le capacità nei campi di battaglia. Inoltre le esercitazioni in ambito JCE del Dipartimento della Difesa rafforzeranno le crescenti relazioni tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica del Mozambico. Il governo USA fornirà pure equipaggiamento medico e per le telecomunicazioni alle unità che saranno addestrate”.

Addestramento USA in Mozambico

Secondo quanto riferito dall’ambasciatore USA in Mozambico, Dennis W. Hearne, il programma di formazione sarà raddoppiato di dimensione in meno di quattro mesi. “Ciò è una prova di come gli Stati Uniti d’America siano impegnati nello sviluppo delle capacità delle forze armate mozambicane – ha enfatizzato Hearne -. In ogni ambito delle nostra assistenza alla sicurezza, daremo priorità al rispetto dei diritti umani e alla protezione dei civili”.

A pianificare e condurre il programma di cooperazione militare USA in Mozambico è stato chiamato direttamente il Dipartimento della Difesa. Washington aveva lanciato lo scorso 15 marzo una prima fase del Joint Combined Exchange Training – JCET, inviando in Mozambico una dozzina di Berretti Verdi agli ordini del colonnello Richard Schmidt del Comando per le operazioni speciali in Africa (SOCAFRICA).

Le esercitazioni “anti-terrorismo” si sono concluse a fine maggio, mentre a giugno gli “addestratori” USA hanno svolto alcuni corsi di formazione al soccorso dei feriti in combattimento con il personale sanitario militare mozambicano. “In qualità di uno dei maggiori donatori internazionali del Mozambico – ha precisato l’ambasciata a Maputo – il governo USA lavora in stretta collaborazione con il governo della Repubblica, fornendo più di 500 milioni di dollari all’anno in assistenza per migliorare la qualità della salute e dell’istruzione, promuovere la prosperità economica e la sicurezza, assistere nella protezione ambientale e supportare tutto lo sviluppo della nazione. Inoltre gli Stati Uniti hanno assicurato più di 38 milioni di dollari in risposta alla pandemia da COVID-19 e a luglio hanno donato 302.400 vaccini Johnson & Johnson al Mozambico”.

L’avvio nel marzo 2021 delle attività addestrative a favore delle forze armate mozambicane ha coinciso temporalmente con la decisione dell’amministrazione Biden d’inserire il gruppo insorgente denominato Ansar al-Sunnah nella speciale lista USA delle organizzazioni terroristiche internazionali, con la designazione di “ISIS-Mozambico”. “Gli Stati Uniti d’America sono impegnati nel contrastare i metodi di finanziamento dell’ISIS-Mozambico, di JNIM (Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin) e di al-Shabaab, limitando la loro capacità nel condurre ulteriori attacchi contro i civili e supportando i nostri partner nei loro sforzi contro il terrorismo – affermò al tempo il segretario di Stato, Antony J. Blinken -. Indirizzarci contro la minaccia terroristica che attraversa il continente richiederà di lavorare a stretto contatto con i nostri partner per ridurre le capacità operative dei gruppi terroristici e opporci al loro controllo e influenza in Africa occidentale, orientale e meridionale”. Considerazioni che alla luce di quanto accaduto in queste settimane in Afghanistan (vedi la precipitosa fuga dei militari USA e NATO) spiegano bene il rinnovato interesse politico-militare di Washington per il continente nero.

Tra fine luglio e la prima settimana di agosto unità della marina militare del Mozambico sono state impegnate a fianco degli Stati Uniti d’America e di altri 13 Paesi africani e asiatici in una vasta esercitazione aeronavale (Cutlass Express 2021) svoltasi in Africa orientale (Kenya, Gibuti), in Madagascar e nell’oceano indiano. Sotto la conduzione del comando navale NAVEUR-NAVAF e della Sesta Flotta USA di stanza a Napoli e la supervisione del Comando di US Africom, Cutlass Express ha avuto come obiettivo chiave il “rafforzamento delle capacità e dell’interoperabilità delle unità navali dei paesi partecipanti”.

Cutlass Express 2021

Negli stessi giorni che è stata formalizzata dall’ambasciata USA la seconda tranche di aiuti e attività addestrative “anti-terrorismo”, alcune testate specializzate nel settore difesa hanno reso nota la consegna alle forze armate mozambicane di 12 blindati pesanti per il trasporto truppe di produzione sudafricana. Secondo Defenceweb si tratterebbe dei “Marauder” 4×4 del gruppo industriale Paramount.

Sempre secondo il sito sudafricano, il Mozambico avrebbe acquistato nel 2021 anche quattro elicotteri multiruolo “Gazelle” prodotti dall‘holding francese Aerospatiale Helicopter Corporation e una quindicina di piloti mozambicani si sarebbero addestrati alla loro conduzione presso la scuola di formazione di Paramount che sorge nell’aeroporto internazionale di Polokwane, nel Sudafrica orientale.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Costa d’Avorio: confermato caso di ebola, al via alle vaccinazioni

Africa ExPress
18 agosto 2021

Vaccinare e rintracciare subito chi è entrato in contatto con la giovane, ammalata di ebola e arrivata dalla Guinea in Costa d’Avorio. E’ questa parola d’ordine lanciata dal governo. Durante un suo intervento alla televisione  TV di Stato domenica sera, il ministro della salute ivoriano, Pierre Dimba, ha denunciato la presenza della febbre emorragica a Abidjan, il primo caso dopo 25 anni,.

Ebola in Costa d’Avorio

La diagnosi è stata confermata dall’Istituto Pasteur, dopo aver analizzato il sangue della ragazza, che attualmente è ricoverata al centro ospedaliero universitario CHU Coody di Abidjan, ex capitale e più grande città del Paese.

Secondo un comunicato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la diciottenne sarebbe arrivata dalla Guinea in pullman il 12 agosto scorso. Sul mezzo di trasporto viaggiavano altre 32 persone, che sono state rintracciate. Mentre le autorità di Conakry hanno difficoltà a mettersi in contatto con i familiari della paziente, perché i loro cellulari risulterebbero spenti.

Ora le prime dosi del vaccino sono state somministrate ieri al personale del pronto soccorso che ha prestato le prime cure alla ragazza. E Serge Eholié, responsabile del reparto di malattie infettive del nosocomio di Abidjan, ha raccontato che finora sono state immunizzate 200 persone. Spera che entro mercoledì possano essere somministrati altri 2.000 vaccini.

Il governo di Conakry ha già provveduto a inviare 5.000 dosi a Abidjan. La Guinea ha ancora scorte nei propri magazzini, in quanto è stata dichiarata “ebola free” soltanto il 19 giugno, dopo un nuovo focolaio che si era riacceso all’inizio dell’anno a Nzerekoré, a 80 chilometri dal confine con Sierra Leone e Liberia.

Intanto solo pochi giorni fa, sempre in Guinea, è morto un uomo di febbre emorragica di Marburg, malattia virale altamente contagiosa, molto simile all’ebola, che, come quest’ultima, appartiene alla famiglia dei filoviridae. Al momento attuale non si hanno notizie di nuove infezioni.

Campagna vaccinazione contro ebola a Abidjan, Costa d’Avorio

In base alle prime indicazioni, sembra che il caso della ragazza non sia collegato al recente focolaio di ebola in Guinea; l’OMS ha dichiarato che solo ulteriori indagini sulla determinazione della sequenza del genoma potranno rivelare un eventuale collegamento.

Matshidiso Moeti, direttore regionale di OMS per l’Africa, è comunque preoccupato, in quanto il virus killer ha fatto il suo ingresso in una metropoli africana che conta oltre 4 milioni di abitanti.

Da ieri è iniziata una grande campagna di informazione sul micidiale virus, migliaia di cartelli sono stati affissi  un po’ ovunque, sono stati attivati anche parecchi numeri verdi per dare risposte alla popolazione.

Intanto non si arresta nemmeno la pandemia. Nella giornata di ieri in Costa d’Avorio sono stati registrati altri 78 nuovi casi di covid e due decessi.  Infine, per non farsi mancare nulla, sono stati identificati anche alcuni casi di influenza aviaria a Mondoukou, nel dipartimento Grand-Bassam (nel sud-est del Paese), in un allevamento di pollame.

Africa ExPress
@africexp
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Guerra a ebola in Guinea e Congo-K: assieme all’OMS anche OIM e MSF

 

 

 

 

Caldo sì, ma non africano in Europa: in Kenya e Tanzania cade la neve

Africa ExPress
Nairobi, 17 agosto 2021

Mentre impazziscono le temperature nel sud dell’Europa – in questi giorni in più parti sono stati superati i 40° – in alcune aree del Kenya e della Tanzania è caduta la neve. Un abbondante nevischio ha fatto letteralmente impazzire il traffico nella zona del lago Victoria in Tanzania, ovviamente per la gioia dei bambini e dei giovani. La persona che parla nel video qui sotto ripete più volte barafu baranarani, che, tradotto dallo swahili significa: “Ghiaccio sulla strada”. Insomma un fenomeno davvero raro in quell’area. Il clima sta davvero impazzendo.

Un amico che vive a Zanzibar – isola della Tanzania con una status di semi autonomia, situata nell’Oceano indiano – raggiunto telefonicamente da Africa-ExPress, ha spiegato: “Certo parlare di neve qui fa ridere, ma confesso che oggi fa quasi freddo”.

La neve ha fatto la sua apparizione anche sulle pendici del Monte Kenya, nel distretto di Kirinyaga. L’11 agosto sono caduti niente meno che 4 centimetri e per il prossimo 19 agosto è prevista una nuova piccola nevicata.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il Monte Kenya: ora le sue pendici sono innevate

Quel negozio di sci senza clienti. Nel bel mezzo del Sahara

Ong denuncia: Italia importa centinaia di trofei di caccia di animali africani protetti

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 agosto 2021

L’uccisione di Mopane, leone maschio alpha ammazzato in Zimbabwe lo scorso 5 agosto, riapre il dibattito sull’etica di questo tipo di caccia. Quanto è utile uccidere un maschio alpha per avere un trofeo? I sostenitori della caccia sostengono che l’obiettivo di questo sport – se “sport” si può chiamare – è la sostenibilità. Le entrate di questo tipo di caccia servono per mantenere questi habitat selvaggi. Gli ambientalisti affermano che la sua uccisione impoverisce un branco sano e crea grossi problemi e pericoli agli animali che rimangono senza leader.

trofei di caccia copertrina del report
Trofei di caccia, la copertrina del report HSI

Il rapporto di Humane Society International

Riguardo all’etica di questo tipo di caccia l’ong Humane Society International/Europe (HSI) ha pubblicato un rapporto-denuncia. Il titolo dello studio è “I numeri della caccia al trofeo: Il ruolo dell’Unione europea nella caccia al trofeo a livello mondiale”. È un appello all’Europa, e all’Italia, per vietare l’importazione e l’esportazione di trofei di caccia di specie protette a livello internazionale.

I numeri dei trofei di caccia africani in Europa e Italia

Secondo il rapporto, l’Unione Europea è il secondo importatore di trofei di caccia al mondo, dopo gli Stati Uniti. Tra i “Big Five” nel quinquennio 2014-2018 sono stati importati i trofei di 952 elefanti africani, di cui 65 in Italia. I leoni africani sono stati 889, di cui 22 in Italia (660 erano leoni allevati in cattività).

Trofei di caccia
Una pagina del report (Courtesy HSI)

I trofei di ippopotamo sono stati 794 (in Italia 145); quelli di leopardo africani 839 (29 in Italia). Sei i trofei di rinoceronti neri in pericolo di estinzione, (1 in Italia). Lo studio rivela anche che l’UE è il più grande importatore di trofei di ghepardi al mondo: 297 trofei (1 in Italia). L’altra fauna selvatica africana riguarda i trofei di 3.119 zebre di montagna di Hartmann, 1.751 babbuini neri e 415 gazzelle lichi rosse.

Nell’UE, Germania, Spagna, Danimarca, Austria, Svezia, Francia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia sono i principali stati membri dell’UE importatori di trofei. I primi paesi esportatori di trofei verso l’UE sono Namibia, Sud Africa, Canada, Russia, Argentina, Kirghizistan e Stati Uniti.

L’Italia introduca un divieto di importazione

Martina Pluda, direttrice per l’Italia di HSI: “I cacciatori di trofei dell’UE uccidono per divertimento molte migliaia di animali selvatici in tutto il mondo. Sono comprese le specie in via di estinzione o minacciate, e l’Italia è una destinazione importante per i trofei. Oltre alla crudeltà, è irresponsabile consentire alle élite ricche di sparare alle specie in pericolo per puro piacere”.

trofei di caccia
Puff e vaso per piante da zampe di elefante (Courtesy HSI)

“Impallinare, imbalsamare, imballare, farsi consegnare ed esporre a casa gli animali uccisi e loro parti del corpo, è ciò che motiva questi cacciatori – spiega Pluda -. Un divieto d’importazione dei trofei in più paesi dell’UE aiuterebbe efficacemente a fermare l’uccisione di questi animali. Chiediamo all’Italia di introdurre un divieto di importazione, esportazione e riesportazione di tutte le specie che vengono uccise per divertimento all’estero”.

La petizione contro la caccia di trofei

E Humane Society International/Europe lancia la campagna #NonNelMioMondo. Con questa petizione vuole chiedere all’Italia di mettere fine alle crudeli esportazioni e importazioni dei trofei di caccia e all’uccisione di animali protetti.

Sandro Pintus
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Dopo Cecil ammazzato anche Mopane, altro leone simbolo dello Zimbabwe

Bracconiere paga 50 mila dollari e ammazza Cecil il leone simbolo dello Zimbabwe

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Dopo Cecil ammazzato anche Mopane, altro leone simbolo dello Zimbabwe

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
16 agosto 2021

Si chiamava Mopane ed era un leone, maschio alfa, di 12 anni. È stato ferito a morte dalla freccia di un ricco cacciatore. È morto per diventare un trofeo di caccia. È successo lo scorso 5 agosto nel Hwange National Park, nord-ovest dello Zimbabwe. Lo ha denunciato via Facebook Drew Abrahamson, direttrice e fondatrice dell’ong sudafricana Captured in Africa Foundation. Il “tam tam” della rete è continuato con giornale online SA People NewsWorld Heritage Species e altre ong.

Il cacciatore che ha ucciso Mopane viene dalla Colombia

La notizia ha fatto il giro del mondo e del web suscitando quella rabbia e l’indignazione che ricordano l’uccisione del leone Cecil nel 2015. Sul sito Book Your Hunt (Prenota la tua Caccia) appare l’immagine di un leone venduto per $27.450 (€23.393) per una battuta di 12 giorni, tutto compreso. Nella pagine web la mappa dell’area di caccia, anche con l’arco, ai margini del Hwange National Park. Tutte informazioni che fanno pensare all’uccisione di Mopane. “Il prezzo della caccia non è ancora confermato, ma il cacciatore sì: è venuto dalla Colombia”, afferma Drew, contattata da Africa ExPress“.

L’uccisione di Mopane mette in pericolo i cuccioli

La morte del maschio alfa lascia un vuoto nel branco formato da due leonesse e sei leoncini di 16 e 18 mesi, un’età estremamente vulnerabile. Questo vuoto porterà a una feroce lotta tra leoni adulti per prendere il posto di Mopane. Una lotta che può durare settimane, o anche mesi, e mette a rischio la sopravvivenza dei cuccioli. Senza il maschio alpha le loro madri dovranno cacciare e difenderli allo stesso tempo lasciandoli indifesi. Infatti, i leoni di solito uccidono i piccoli del precedente maschio alpha per far tornare le femmine in calore e avere le proprie cucciolate.

La proposta di vendita del leone fatta sparire dai social

Secondo informazioni ottenute da Abrahamson, Mopane è stato attirato da esche all’esterno del parco prima di essere ucciso. Lo stesso sistema utilizzato per Cecil e nel 2019 per Sidhule, compagno di caccia di Mopane. Lo scorso dicembre Abrahamson, via FB, aveva catturato una schermata del messaggio su Intagram postato da Big Game Safaris International e poi cancellato.

Mopane in vendita
Su Istagram la proposta di vendita del leone Mopane (Courtesy Drew Abrahamson/Captured in Africa Foundation)

Con tanto di foto del leone, pubblicizzavano la possibilita di cacciarlo: “Il potente Mopane…Vuoi avere la possibilità di catturare un grande leone in libertà? Prenota la caccia con noi!”.  Abrahamson aveva postato lo screenshot avvisando che il grande leone era in pericolo. Purtroppo non è stato sufficiente per salvarlo.

Il ricco business dei “Big Five”

La caccia ai “Big Five”, i “Cinque Grandi” (elefante, leone, leopardo, rinoceronte e bufalo) e di altri animali servaggi africani, è un ricco business. Per cacciatori e agenzie di caccia è utile a proteggere la fauna africana. Secondo gli ambientalisti, invece, non aiuta la conservazione. È solo utile ad aumentare l’ego di facoltosi cacciatori e riempire le casse delle agenzie di caccia grossa.

Sandro Pintus
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Update/Kenya: colpi di mitra a Kuki Gallmann. La naturalista un mese in coma

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
15 agosto 2021

La naturalista e filantropa italiana, naturalizzata keniota, Kuki Gallmann, il 13 maggio scorso è stata attaccata a colpi d’arma da fuoco mentre si trovata nella sua riserva naturale a Laikipia in Kenya. A ferire la donna è stata una gang di pastori e banditi che da anni si muovono nell’area della sua stupenda tenuta che di estende per oltre 350 chilometri quadrati tra le pendici del Monte Kenya e la Rift Valley.

Kuki Gallman accanto al cadavere di un elefante appena abbattuto dai bracconieri

Colpita e gravemente ferita alle gambe Kuki è stata aviotrasportata immediatamente all’ospedale Aga Khan, un centro attrezzatissimo e di eccellenza di Nairobi. Operata urgentemente è successo qualcosa perché la donna è entrata in coma e lo è rimasta per oltre un mese. Secondo notizie giunte ad Africa Express dall’Aga Khan, ne è uscita solo da poco.

E’ la seconda volta che Kiki Galmann subisce un attentato. Il 23 aprile 2017 stata assalita per la prima volta ed è miracolosamente sopravvissuta a due ferite gravissime provocate da altrettanti proiettili che le avevano trafitto lo stomaco. Anche allora gli autori erano stati dei pastori, irritati dal fatto che il loro bestiame era stato allontanato dai ricchi pascoli di Laikipia, destinati invece alla fauna selvatica.

Colpita sotto il ginocchio

Ieri la direzione della Laikipia Nature Conservancy ha rilasciato un comunicato in cui riporta i fatti: “Il 13 maggio, la nostra direttrice Kuki Gallmann, è stata colpita da ladri di bestiame mentre guidava lungo il confine meridionale della tenuta. Le pallottole hanno attraversato la portiera dalla sua automobile e l’hanno raggiunta sotto il ginocchio. È stata immediatamente evacuata all’ospedale di Nairobi per essere sottoposta alle cure del caso. Malgrado l’intervento sia riuscito perfettamente, sono insorte complicazioni post-operatorie e a tutt’oggi è ancora ricoverata”.

“La sparatoria – prosegue il documento – sembra essere stata accidentale subito dopo che Kuki ha sorpreso un gruppo di 40 ladri di bestiame armati che stavano attraversando la riserva. Due ore dopo, i criminali hanno rubato 265 capi dalla vicina comunità Samburu. I malviventi hanno poi portato il bestiame dalla Rift Valley,  nella vicina contea di Baringo”.
Smentendo alcune dichiarazione della polizia che tenta di attribuire l’incidente a una responsabilità dell’ecologista, il comunicato spiega: “La famiglia non aveva ricevuto avvertimenti o intimidazioni. Ma la sparatoria di Kuki non è stato un incidente isolato.  Agricoltori e altri membri delle comunità vicine avevano subito già in precedenza  molti furti messi a segno da banditi armati. Negli ultimi cinque mesi  la situazione è peggiorata. Durante un’incursione di diverse centinaia di pastori armati  provenienti da Tiaty, nella contea di Baringo, e Nagum nel Laikipia Nord, sono stati portati via 15.000 capi di bestiame. Questi giovani hanno razziato più di 50 fattorie della comunità locale, ucciso oltre 10 persone nella zona, ferito un’altra decina”.
In seguito a questi episodi di violenza sono state chiuse le scuole e sospesi i programmi di aiuti.
Kuki ha dedicato tutta la sua vita al progetto Laikipia Nature Conservancy , anche grazie al sostegno della figlia Sveva e della sua famiglia. Oggi, purtroppo le risorse naturali sono diventate più scarse. Le cause sono molteplici: il degrado del territorio, la crescente crisi idrica, i cambiamenti climatici, nonché l’utilizzo dei pascoli a causa dell’incremento del bestiame – del 55 per cento  nell’ultimo decennio nella contea di Laikipia – hanno peggiorato la vita delle popolazioni locali.
Sveva e Kuki Gallmann
Secondo i dirigenti del Laikipia Nature Conservancy anche il  basso livello di istruzione e l’aumento delle armi in circolazione sono all’origine dell’escalation delle violenze e della conseguente insicurezza nella zona.
“Ora Kuki e la sua famiglia – chiede l’organizzazione – hanno bisogno di pace e privacy. L’anziana donna deve potersi concentrare sulla sua guarigione e riabilitazione”.  Tuttavia, Kuki spera che questo nuovo “incidente” abbia almeno sollevato l’attenzione sui gravi problemi  locali e che finalmente vengano messi in campo investimenti a lungo termine volti a risolvere l’instabilità attuale in quest’area del Kenya.

Una vita per la natura

Kuki Galmann (il suo nome da nubile è Maria Boccazzi, figlia di Cino, alpinista ed esploratore) è nata a Treviso ma già da bambina desiderava vedere, conoscere e “respirare” il continente nero. Nel suo libro di memorie, pubblicato nel 2000, “Sognavo l’Africa” (da cui è stato tratto il film omonimo e lei è interpretata da Kim Basinger) c’è raccontato tutto il suo spirito avventuroso. Nel 1972 con il marito Paolo e il giovane figlio Emanuele, si trasferisce in Kenya. E comincia a dedicarsi alla difesa della natura trovando un forte appoggio nei leader politici nazionali che nel Paese hanno sempre avuto un’attenzione particolare all’ecologia e alla protezione del patrimonio faunistico.

Purtroppo nel 1980 Paolo muore in un incidente stradale a tre anni più tardi anche Emanuele, diciassettenne, viene ucciso dal letale morso di un serpente.

Kuki Gallmann non solo è conosciutissima in Kenya, è anche amatissima perché tutti le riconoscono un amore e una dedizione per l’ambiente unica grande risorsa del Paese. Ma nella sua tenuta non si occupa solo di animali ma si prende cura anche della gente che ci abita mettendo a disposizione strutture sanitarie di base e organizzando scuole per i più piccoli. I pastori invece la detestano perché vedono in lei un ostacolo alla conquista nuovi territori da destinare al pascolo dei loro animali.

Subito dopo l’ultima aggressione – uno delle tante nella zona – Fred Matiang’i, il ministro degli interni del Kenya, ha ordinato a soldati e polizia di allontanare tutti i pastori da Laikipia: “Se non ve ne andate -ha promesso – sarete sloggiati con la forza.

Ad Africa Express cono già giunti diversi attestati di solidarietà

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
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Assalito in Kenya il santuario conservazionista di Kuki Gallmann ferita allo stomaco

Maggio 2007, Gino Strada sbarca in Sudan: “Così aiuterò l’Africa centrale”

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Khartoum, 4 maggio 2007

C’era la banda con i suonatori in livrea rossa, ieri all’ inaugurazione dell’ ospedale Salam (pace, in arabo) di Emergency, alla periferia di Khartoum, in Sudan. Perché il centro medico dell’organizzazione di Gino Strada non è un ospedale qualunque. E’ un istituto altamente specializzato di cardiochirurgia che ha fatto esclamare a Piero Abruzzese, primario di cardiochirurgia al Regina Margherita di Torino: “Il mio ospedale è bello, ma mi piacerebbe che fosse come questo, ancora più bello”. Ma soprattutto attrezzato, come in Africa (Sudafrica a parte) non si è mai visto.

Emergency – Centro Salam di Khartoum

Non si sta parlando solo di pulizia scandinava, aria condizionata ottenuta con tecniche di risparmio energetico, razionalità nella disposizione dei locali o possibilità di connettersi a internet in Wi-Fi. E’ la dotazione tecnica della struttura (realizzata tra l’ottobre del 2004 e gli inizi del 2007) a lasciare sorpresi: blocco chirurgico con 3 sale operatorie e terapia intensiva, sistemi di sterilizzazione, laboratori, apparecchi per ecografie, corsie con 48 posti letto. Ma anche: lavanderia, biblioteca, sala giochi per i bambini, di ricreazione per lo staff e perfino una foresteria.

Aereo privato per gli ammalati

Già perché nelle ambizioni di Gino Strada, che ha lasciato provvisoriamente l’Afghanistan, questo è un ospedale regionale aperto agli ammalati di tutta l’ Africa centrale. Come faranno ad arrivare qui? Nessun problema, c’è a disposizione un aereo privato, ovviamente gratuito.

Presente all’ inaugurazione anche la viceministro degli Esteri con delega per l’Africa, Patrizia Sentinelli, entusiasta della struttura, il rappresentante personale per l’ Africa di Prodi, Armando Sanguini, l’ ambasciatore Lorenzo Angeloni e il vicepresidente sudanese (e uomo forte del regime islamico) Ali Osman Taha.

Altissima specializzazione

Impressionato anche il decano della cardiochirurgia italiana Lucio Parenzan: “Questo di Gino è un nuovo modo di vedere i problemi sanitari dell’Africa”. Effettivamente la filosofia che sottende al progetto di Emergency è completamente nuova.

Emergency – Ospadale di cardiochirurgia SALAM

Finora sono stati offerti ospedali in cui si praticava medicina di base e, nelle zone di guerra, chirurgia d’ urgenza. Nel centro Salam, invece, la specializzazione è altissima e si curano solo malattie cardiache, in particolare malformazioni congenite e patologie valvolari causate dalla febbre reumatica che vanno a posto con una semplice (ma costosa) operazione.

Questo bellissimo centro è stato possibile grazie alle centinaia di donazioni (“Grandi, piccole e anonime” ci tiene a sottolineare il medico filantropo) ricevute da Emergency in pochi mesi, e al lavoro di medici, infermieri, specialisti e luminari.

Naturalmente qui le cure sono gratuite secondo il principio che il diritto alla salute dev’essere garantito a tutti, anche ai più poveri, “secondo la dichiarazione dei diritti dell’uomo”, ricorda Strada. “Il progetto Salam non è solo questo attrezzatissimo ospedale, ma anche un numero ancora imprecisato di cliniche che verranno messe in funzione all’interno del Sudan e dei Paesi limitrofi”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Photo Credit: Emergency

IL FONDATORE DI “EMERGENCY”
Il medico Gino Strada, 59 anni, è il fondatore di Emergency, associazione umanitaria che offre assistenza medico-chirurgica gratuita alle vittime civili delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà

L’ ASSOCIAZIONE
E’ presente in Cambogia, Iraq, Italia, Sierra Leone, Sri Lanka e Sudan. Dopo il caso Mastrogiacomo, gli ospedali di Emergency in Afghanistan sono stati chiusi: «Congelati», ha dichiarato lo stesso Gino Strada

L’ OSPEDALE
Ieri è stato inaugurato in Sudan, a Khartoum, il primo ospedale di cardiochirurgia

Asmara apre il fronte diplomatico, ma la guerra ancora non si ferma

Gino Strada con 4 volontari nell’inferno del Ruanda

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Ruanda genocidio 1994: Gino Strada era lì per dare una vita ai martoriati dalle mine

All’età di 73 anni è morto improvvisamente questa mattina Gino Strada,
il medico filantropo fondatore e soprattutto animatore di Emergency.
Stava bene ma soffriva di cuore. Profondamente costernata la redazione di Africa ExPress
è vicina alla famiglia e ai membri tutti dell’organizzazione.
Un abbraccio particolare alla figlia Cecilia e alla presidente di Emergency, Rossella Miccio.

Speciale Per Senza Bavaglio
Massimo A. Alberizzi
Milano, 13 agosto 2021

Ho incontrato Strada la prima volta nell’agosto 1994. Eravamo in Ruanda, a Kigali la capitale. Il genocidio non era ancora finito e lui aveva appena aperto un ospedale per curare i feriti. Soprattutto giovani cui le mine antiuomo avevano sbranato le gambe. Era la prima missione di Emergency, organizzazione che aveva appena fondato. Kigali era devastata e le strade erano punteggiate dai cadaveri. La puzza della loro putrefazione pungeva inesorabilmente le narici. Appena entrato nell’hôtel Mille Collines (quello immortalato nel film Hotel Ruanda) ero rimasto sconvolto dalla presenza di tre corpi senza vita che galleggiavano sull’acqua della piscina.

Bande armate circolavano ancora per le strade della capitale e conveniva muoversi con una scorta armata. Il pericolo era costante e si percepiva ovunque Reso ancora più evidente per la mancanza di cibo. Era difficile trovare da mangiare. I negozi erano stati sfigurati e saccheggiati. Nello studio di Gino (studio è una parola grossa) all’ospedale, però campeggiava un casco di banane che serviva da pranzo, colazione e cena per lui, per i suoi 4 collaboratori arrivati dall’Italia, che per altro a Kigali non aveva ambasciata, e per me che, insalutato ospite, trovavo ogni giorno una gentile accoglienza. Indefesso il medico filantropo operava in continuazione era sempre lì, al tavolo operatorio con gli strumenti in mano.

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Questo era il contesto nel quale si era trovato immerso, passando in poche ore dalla sua Milano, all’inferno di un genocidio “insensato”, come l’aveva giustamente definito lui.

Subito dopo quell’incontro abbiamo partecipato assieme a diverse puntate del Maurizio Costanzo show, denunciando le storture delle guerre e le giustificazioni ignobili che venivano date dal potere di qualunque genere. Poi l’ho sempre incontrato in contesti terribili, come la guerra tra Eritrea ed Etiopia del 2000.

Ci eravamo incrociati all’aeroporto di Francoforte, viaggiato assieme verso Asmara e l’avevo presentato alla mia collega del Los Angeles Times, Ann Simmons, che affascinata dai suoi racconti, aveva voluto rivederlo. L’avevamo intervistato assieme all’ospedale della capitale eritrea dove i feriti arrivavano a carrettate dal fronte.

Gino li curava ma non avrebbe dovuto parlare con i giornalisti e soprattutto negare le evidenze sotto i suoi occhi: che cioè, a giudicare dall’ingombrante ed esagerato numero di feriti,  il regime dittatoriale di Asmara stava perdendo la guerra. La sua bellicosa propaganda invece sosteneva il contrario.

L’articolo  di Ann con l’intervista a Gino Strada, pubblicato sul Los Angeles Times, fece il giro degli Stati Uniti e arrivò anche sul tavolo dell’allora presidente americano Bill Clinton, che parlò agli ambasciatori etiopico ed eritreo. Ma fu ripreso soprattutto dalla stampa, radio, televisioni, giornali locali americani. Lì Gino divenne un eroe ma la cosa non piacque alla dittatura di Asmara che lo chiamò a rapporto.

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Volevano espellerlo ma fu salvato dalla sua professionalità, dalla sua dedizione e dal suo altruismo. Il regime giudicò che non era il caso di cacciare il medico che salvava vite e recuperava quelle che erano state gravemente offese da ferite gravissime.

Più tardi con lui sono stato anche all’inaugurazione del meraviglioso ospedale soprattutto cardiologico a Khartoum, in Sudan, il Salam Centre for Cardiac Surgery. Un’opera straordinaria finanziata – come orgogliosamente amava ricordare – da donazioni private. Già perché il suo “attivismo umanitario”, rigorosamente laico e non religioso, catalizzava l’attenzione di finanziatori (spesso anche anonimi) che avevano capito che Emergency, a differenza di altre organizzazioni, utilizzava il denaro per portare aiuto ai più bisognosi del mondo e non per nutrire appararti burocratici che poco hanno a che fare con la genuina assistenza umanitaria.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
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BREAKING NEWS: E’ MORTO GINO STRADA

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BREAKING NEWS
Africa Express
Milano, 13 agosto 2021

Gino Strada, il fondatore e soprattutto l’animatore e l’anima di Emergency, è morto improvvisamente questa mattina. Profondamente costernata la redazione di Africa ExPress vicina alla famiglia e ai membri tutti dell’organizzazione. Un abbraccio particolare alla figlia Cecilia e alla presidente di Emergency, Rossella Miccio.

GINO STRADA

La redazione di Africa Express(che era particolarmente legata a Strada) pubblicherà tra poco un degno ricordo di questo medico filantropo che ha dedicato la sua vita a salvare le vite dei più disperati.

Africa ExPress
@africexp