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Società civile mozambicana blocca estradizione dell’ex ministro corrotto Manuel Chang dal Sudafrica a Maputo

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 agosto 2021

L’ex ministro delle Finanze mozambicano, Manuel Chang, aveva le valige pronte a tornare a Maputo quando è arrivata la doccia ghiacciata. L’Alta Corte sudafricana ha accettato il ricorso contro l’estradizione presentato dal Forum per il monitoraggio del bilancio (FMO), un ombrello che raccoglie varie ong mozambicane. La più alta istituzione giuridica del Sudafrica ha ordinato al ministro della Giustizia, Ronald Lamola, di non estradare Chang. Fino alla decisione del giudice.

Manuel Chang in tribunale in Sudafrica
Manuel Chang in tribunale in Sudafrica

Adriano Nuvunga, direttore del Centro per la democrazia e lo sviluppo (CDD) e presidente del FMO lo aveva annunciato all’agenzia di stampa portoghese LUSA. “Il FMO intenterà una causa contro questa decisione, che per noi è il trionfo dell’impunità. È un processo che rappresenta la vittoria del traffico illecito di capitali. Protesteremo finché Manuel Chang in Mozambico non affronterà realmente la giustizia”. E per il momento c’è riuscito.

L’ex ministro era già sotto la custodia dell’Interpol che lo avrebbe portato nella capitale mozambicana, Maputo. Per l’estradizione mancavano solo tre documenti: il mandato d’arresto da Maputo, l’accusa giudiziaria contro contro l’imputato e la revoca della sua immunità. E il 25 sarebbe tornato a casa per essere giudicato dal Tribunale mozambicano dove sono sotto processo già 19 imputati.

Società civile mozambicana chiede “vero” processo in USA

Il FMO vuole che Chang sia estradato in USA perché crede che la giustizia mozambicana possa insabbiare il caso del “Debito occulto”. La giustizia americana sarebbe invece in grado di scavare a fondo. Potrebbe scoperchiare il pentolone che vede coinvolti nomi eccellenti delle istituzioni e del FRELIMO, partito al potere dal 1975, anno dell’indipendenza.

Un giurista sudafricano critico sul processo a Maputo

Critico sul processo anche il giurista sudafricano André Thomashausen. “Al momento nessuno può stabilire chi è stato veramente l’iniziatore, il motivatore, di contrarre questi debiti – ha dichiarato alla LUSA -. Anche chi ha dato le istruzioni sull’uso di questi fondi, e una gran parte di quella somma, almeno 700 milioni di euro, rimane poco chiara. Non ci sono davvero prove su ciò che è stato fatto con quel denaro”.

Thomashausen fa accuse pesantissime al partito al governo del Mozambico da 46 anni. “Il Frelimo, a differenza di altri movimenti di liberazione in Africa australe, ha purtroppo una tradizione: risolvere questioni troppo delicate per mezzo di assassinii. Nel corso della storia del Frelimo abbiamo avuto regolarmente assassinii politici”. E ha ricordato il giornalista Carlos Cardoso, assassinato quando “stava per rivelare un altro grande scandalo finanziario che beneficiava il partito al potere”.

Gli USA accusano Manuel Chang di aver portato avanti una frode da 2 miliardi di dollari  (1,9 miliardi di euro) e uno schema di riciclaggio di denaro. “Ha approfittato del sistema finanziario degli Stati Uniti e ha frodato gli investitori statunitensi. – si legge nel comunicato del Dipartimento di Giustizia americano -. È a causa del presunto coinvolgimento di Chang in questi crimini finanziari che gli Stati Uniti hanno chiesto l’arresto e l’estradizione del signor Chang”.

Motovedette nel porto di Maputo
Motovedette nel porto di Maputo acquistate con parte dei €1,9 miliardi del “Debito occulto” in cui è coinvolto Manuel Chang

Manuel Chang è una delle figure chiave dello scandalo del “Debito occulto”. Fondi per 1,9 miliardi di euro ottenuti in modo illecito senza interpellare il parlamento mozambicano. Erano stati erogati tra il 2013 e il 2015 dal Credit Suisse e la banca russa VTB. I fondi sono stati utilizzati per l’acquisto di 39 imbarcazioni da pesca, 15 erano motovedette per la marina militare mozambicana.

Ma quali sono le accuse dalle quali deve difendersi Manuel Chang a Maputo? Abuso di posizione; violazione delle leggi di bilancio; frode con inganno; appropriazione indebita; corruzione passiva a fini illeciti; riciclaggio di denaro; e associazione criminale. In pochi credono che ne esca colpevole.

L’ex ministro mozambicano era stato arrestato nel dicembre 2018 all’aeroporto di Johannesburg su richiesta degli USA e ne era stata immediatamente chiesta l’estradizione. Pochi giorni dopo è arrivata la richiesta di estradizione del Mozambico. Un tira e molla durato 32 mesi che pareva aver dato ragione a Washington. Poi la decisione del ministro della Giustizia sudafricano Ronald Lamola per l’estradizione di Chang a Maputo, ora bloccata.

Sandro Pintus
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https://www.africa-express.info/2021/08/26/mozambico-sottratti-2-milioni-di-euro-figlio-di-ex-presidente-a-processo/

https://www.africa-express.info/2019/01/08/mozambico-arrestato-da-usa-ex-ministro-manuel-chang/

ONG contro industria del gas in Mozambico: impoverisce la gente e militarizza Cabo Delgado

Ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld): Sudafrica blocca estradizione a Maputo

Sudafrica, USA insistono: “Ex ministro mozambicano deve essere processato prima da noi”

Sudafrica: salvo ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld) non sarà estradato in USA

Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

Guerra e repressione interna: il Ghana ordina 11 blindati al gruppo Iveco

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Agosto 2021

Ottimi affari in Africa per l’Iveco Defence Vehicles di Bolzano grazie alla consolidata partnership con le aziende leader del complesso militare-industriale israeliano. Nelle settimane scorse è stato firmato un contratto tra il governo del Ghana e l’Elbit Systems Ltd di Haifa per la fornitura di 11 veicoli blindati VBTP-MR Guaranì 6×6 che saranno prodotti nello stabilimento di Sete Lagoas (Minas Gerais, Brasile) di proprietà della società italiana.

11 veicoli blindati VBTP-MR Guaranì 6×6 per il Ghana

Il blindato da trasporto truppe VBTP-MR Guaranì è stato sviluppato a seguito di un progetto di cooperazione sottoscritto dal gruppo Iveco e dall’Esercito brasiliano finalizzato alla consegna di oltre 2.000 veicoli da guerra, valore 2,5 miliardi di euro.

Un veicolo da 18 tonnellate

Con sei ruote motrici, il blindato, che pesa 18 tonnellate, può trasportare sino a undici militari (un capocarro, un addetto alla torretta armata, il conduttore e una squadra di otto fucilieri) e viene impiegato per le operazioni di combattimento anfibio. È lungo 7 metri, largo 2,7 metri e alto 2,3 metri ed il motore Iveco-FPT consente il raggiungimento di una velocità massima di 100 km/h.

Secondo l’azienda produttrice la corazzatura del Guaranì fornisce protezione contro il fuoco delle armi di piccolo calibro e le schegge dei proiettili di artiglieria, mentre lo scafo fornisce protezione contro le mine antiuomo. Il blindato può essere trasportato dai grandi aerei cargo C-130 Hercules e C-390 e l’armamento principale è costituito da mitragliatrici di diverso calibro o da un cannone da 30 mm.

Nel caso dei blindati Iveco che saranno consegnati all’esercito del Ghana, essi saranno dotati di stazioni di armi telecomandate REMAX per mitragliatrici da 7,62 e 12,7 mm (prodotti dalla società brasiliana Ares Aeroespacial e Defesa) e probabilmente monteranno anche cannoni statunitensi Mk44 “Bushmaster II”.

Un parestito da 86,1 milioni

L’acquisizione dei blindati per il trasporto truppe fu approvata dal parlamento del Ghana nell’ottobre del 2020 grazie alla stipula di un prestito di 86,1 milioni di dollari con l’Israel Discount Bank, assicurato dalla Israeli Foreign Trade Risks Insurance Corporation. Oltre a finanziare la commessa degli 11 veicoli 6×6 di Iveco Defence, il prestito sarà utilizzato per l’acquisto di 9 mezzi da combattimento per la fanteria 8×8 Sentinel prodotti da Elbit Land Systems, una controllata dell’israeliana Elbit Systems, dotati di torrette UT30 da 30 mm telecomandate.

In occasione del voto parlamentare, il presidente della Commissione finanze Mark Assibey Yeboah spiegò che l’esercito del Ghana aveva la necessità di dotarsi di nuovi blindati “per poter contrastare i potenziali impatti del terrorismo, il traffico di esseri umani e altre minacce alla sicurezza al confine settentrionale con il Burkina Faso”.

Mark Assibey Yeboah aggiunse che i mezzi da guerra dovranno supportare le operazioni interne delle forze di polizia, consentendo altresì l’insediamento di due nuovi reggimenti blindati nei distretti di Sunyani e Tamale. I sistemi d’arma italo-brasiliani avranno dunque un dual use: contro le potenziali minacce dei gruppi islamico-radicali e per reprimere eventuali manifestazioni di piazza anti-governative.

Attualmente l’arsenale di mezzi blindati pesanti in mano all’esercito ghanese comprende pure due “EE-9 Cascavels” di produzione brasiliana, 24 “Ratel” con cannoni da 90 mm e 15 da 20mm (produzione sudafricana), 55 “Piranhas” (produzione svizzera).

Accordo con la Germania

Secondo il blog specializzato africanmilitary.com, negli stessi mesi in cui è stato perfezionato l’accordo con Elbyt Systems e Iveco Defence, il ministro della difesa del Ghana ha sottoscritto una lettera d’intenti con l’azienda indonesiana “PT Pindad” per l’acquisto di altri mezzi militari pesanti; inoltre è stato deciso l’acquisto di un imprecisato numero di blindati di produzione turca (Cobra I e Cobra II), anch’essi armati con cannoni e mitragliatrici di vario calibro.

Nell’ottobre 2020, le autorità di Accra hanno pure ottenuto dalla Germania 7 veicoli pesanti per l’Unità di pronto intervento del Ghana Immigration Service, grazie ad un accordo con la Polizia federale tedesca per “rafforzare le agenzie nazionali preposte al controllo delle frontiere”.

La tortuosa esportazione di mezzi da guerra Iveco al cliente africano – via Brasile e grazie al contributo di un partner industriale d’Israele – è del tutto simile a quanto si è registrato lo scorso anno con la commessa di 28 blindati medi VBTP-MSR 6×6 Guaraní alle forze armate delle Filippine (valore 47 milioni di dollari). Anche allora il contratto fu stipulato tra il governo locale e l’israeliana Elbit Systems e i mezzi sono stati progettati e realizzati in Brasile negli stabilimenti di Sete Lagoas.

Azienda leader nella produzione di veicoli blindati, motori, componentistica per automezzi delle forze armate, di polizia e della protezione civile, l’Iveco Defence Vehicle (anche Iveco D.V.) è controllata dalla holding industriale e finanziaria italo-statunitense CNH Industrial con sede legale ad Amsterdam, costituita a fine 2012 in seguito alla fusione tra CNH Global e il gruppo Fiat di Torino. Oltre agli stabilimenti di Bolzano, Iveco D.V. ha sedi secondarie a Piacenza e Vittorio Veneto e, come abbiano visto, in Brasile. Il complesso di Minas Gerais è operativo dal 2013 e ha una capacità produttiva di 200 blindati all’anno.

Antonio Mazzeo
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Business delle armi in azione: Tunisi ordina camion IVECO (degli Agnelli) per l’esercito

Mozambico, sottratti quasi 2 miliardi di euro: figlio di ex presidente a processo

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
26 agosto 2021

Ndambi Guebuza, figlio dell’ex presidente mozambicano Armando Guebuza, insieme ad altri 18 imputati, è accusato di ricatto, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro. Sono tra gli attori di quello che è chiamato “Debito occulto”, contratto tra il 2013 e il 2014, uno scandalo finanziario da 2 miliardi di dollari (1,9 miliardi di euro) che ha fatto crollare l’economia mozambicana e impoverito circa due milioni di cittadini.

Ex presidente Armando Guebuza e il figlio Ndambi
L’ex presidente Armando Guebuza e il figlio Ndambi

Il maggiore scandalo della storia del Mozambico

Si tratta del più grande scandalo per corruzione dell’ex colonia portoghese dal 1975, anno dell’indipendenza. A causa di questo pastrocchio l’Unione Europea, il Fondo Mondiale Internazionale (FMI) e altri donatori hanno tagliato i finanziamenti al Mozambico.

Tra gli altri 18 imputati ci sono vari personaggi che hanno avuto cariche politiche di alto livello istituzionale. Uno di questi è Gregorio Leao, che durante la presidenza di Guebuza era a capo del Servizio di Sicurezza e Intelligence (SISE). Antonio do Rosario, direttore della Intelligence economica del SISE e presidente della Proindicus, Mozambique Tuna Company (Ematum) e Mozambique Asset Management (MAM). Queste tre sono le aziende statali coinvolte dello scandalo. I prestiti sono stati possibili solo grazie alle garanzie fornite illegalmenteè e sono stati erogati dal Credit Suisse e dalla banca russa VTB attraverso la holding Privinvest di Abu Dhabi.

Il giudice del Tribunale di Maputo, Efigenio Baptista, al processo sul “Debito occulto” riprende uno degli imputati

Il giurista e accademico sudafricano André Thomashausen, oggi in pensione, all’agenzia portoghese LUSA ha indicato l’imputato Antonio do Rosario, come una personalità chiave. Ha detto che come ex capo del’Intelligence economica SISE “È difficile prevedere cosa può condividere e cosa non condividerà”.

Il giudice si infuria con gli avvocati di Guebuza e do Rosario e li multa

La prima udienza non è stata certo tranquilla. Gli avvocati di Ndambi Guebuza e Antonio do Rosario hanno più volte chiesto di annullare le dichiarazioni rilasciate dal presidente Filipe Nyusi e di farlo testimoniare in aula. Hanno anche fatto domanda per la libertà provvisoria dei loro clienti. Le richieste sono state rifiutate ma i legali non si sono arresi, a questo punto  il giudice, Efigenio Baptista, dopo i vari interventi dei legali si è infuriato.

Secondo Baptista i due avvocati “hanno un atteggiamento ‘manifestamente riprovevole’ delle procedure legali” – si legge sul giornale Carta de Moçambique in un articolo di Paul Fauvet/AIM. Lo scopo è “per raggiungere un obiettivo illegale, cioè impedire la scoperta della verità, per offuscare l’azione della giustizia, o per prolungare il processo, senza alcun serio motivo”. Il giudice ha deciso di multare Alexandre Chivale, avvocato di António do Rosario, per un importo di 5 mesi di salario medio, equivalente a circa €300.

ex presidente Pescherecci della Ematum ancorati al porto di Maputo
Pescherecci della Ematum ancorati al porto di Maputo

Una flotta da pesca all’ancora costata 1,9 mld

Ufficialmente la cifra di 1,9 miliardi di euro era stata utilizzata per l’ammodernamento della flotta di pesca al tonno. Dall’azienda francese Constructions Mécaniques, in gravi difficoltà finanziarie, sono state acquistate 39 imbarcazioni. Ventiquattro erano percherecci, mai utilizzati, e 15 erano navi militari. Una bella boccata d’ossigeno per i francesi e un ottimo affare per corrotti: dei 1,9 miliardi sono spariti nel nulla circa 700 mila euro.

Il processo è iniziato lunedì 23, nella capitale Maputo, in una grande tenda nel cortile del carcere di massima sicurezza. Le aule del tribunale erano inadeguate ad accogliere tutti gli attori. Oltre ai 19 imputati e alle decine di avvocati, il tendone deve accogliere anche 70 testimoni, 250 giornalisti ed operatori dei media dai cinque continenti.

Coinvolte le più alte cariche dello Stato

Un processo che somiglia a un labirinto e vede chiamate in causa le più alte cariche dello Stato. In primis l’ex presidente Armando Guebuza e l’allora ministro della Difesa Filipe Nyusi, oggi presidente della Repubblica. Intanto mentre a Maputo si celebra il processo, a Londra, il legale della Privinvest accusa Nyusi: era “il principale motore” del “debito occulto”.

Sandro Pintus
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Arrestato da USA ex ministro mozambicano accusato di frode da 1,9 miliardi di euro

ONG contro industria del gas in Mozambico: impoverisce la gente e militarizza Cabo Delgado

Ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld): Sudafrica blocca estradizione a Maputo

Sudafrica, USA insistono: “Ex ministro mozambicano deve essere processato prima da noi”

Sudafrica: salvo ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld) non sarà estradato in USA

Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

 

Tanzania: uomo armato davanti ambasciata francese uccide 4 persone

Africa ExPress
25 agosto 2021

Con i suoi pantaloni lunghi scuri, la camicia a quadretti e il kufi bianco sul capo, poteva sembrare una persona qualunque, non fosse per il fucile in mano e la piccola mitraglietta appesa al collo. Quell’uomo in breve tempo  ha ucciso tre militari tanzaniani e una guardia giurata davanti all’edificio dell’ambasciata francese di Dar es Salaam, la più grande città della Tanzania e maggiore polo economico del Paese.

Sei altre persone sono state ferite, mentre l’aggressore è stato infine ammazzato. I motivi del folle gesto sono ancora tutti da chiarire, come la dinamica dei fatti e perché avesse scelto proprio la rappresentanza diplomatica di Parigi uccidere ben 4 persone.

Lo stringer di Africa ExPress in Tanzania ci ha riferito che, secondo alcuni amici e conoscenti dell’aggressore, l’uomo sarebbe ritornato recentemente dall’Egitto e da allora parlava solamente di jihad, la guerra santa contro gli infedeli.

Africa ExPress
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Il nuovo presidente dello Zambia promette: nessun cittadino dovrà andare a letto affamato

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 agosto 2021

Il neo eletto presidente dello Zambia, Hakainde Hichilema, chiamato anche HH o, più affettuosamente “Bally”, termine che possiamo tradurre con “babbo”, ha prestato solenne giuramento ieri mattina al Heroes Stadium di Lusaka. Già dalla sera precedente migliaia di supporter con magliette rosse-giallo e guanti bianchi, i colori del raggruppamento politico di Hichilema, United Party for National Development, hanno atteso davanti allo stadio per garantirsi un posto per poter assistere di persona al grande evento.

 

Hakainde Hichilema, presidente dello Zambia

Il presidente uscente, Edgar Lungu, che ha portato il Paese sull’orlo del fallimento, già qualche giorno fa aveva dichiarato il 24 agosto, data dell’insediamento ufficiale del suo rivale, come festa nazionale per permettere agli zambiani di poter seguire la cerimonia.

Non solo zambiani, ma anche capi di Stato e politici dell’opposizione dei Paesi confinanti, nonché altre autorità e presidenti del continente africano hanno partecipato con entusiasmo al giuramento del neo-eletto leader, che ha vinto le elezioni dello scorso 12 agosto con 2.810.777 preferenze contro  1.814.201 di quelle del presidente uscente Edgar Lungu. La partecipazione al voto ha superato il 70 per cento.

“Io, Hakainde Hichilema, giuro che eseguirò fedelmente e diligentemente i miei doveri” ha dichiarato solennemente, con la Bibbia in mano, il neo presidente . E nel suo primo discorso da capo di Stato ha voluto puntualizzare: “Nessun zambiano dovrà andare a dormire stomaco vuoto”. Bally ha inoltre promesso che il suo governo si concentrerà sul rilancio dell’economia e creerà nuovi posti di lavoro per i giovani – molti di loro sono attualmente disoccupati – e zero tolleranza nei confronti della galoppante corruzione.

Hakainde Hichilema, neo eletto presidente dello Zambia

La campagna elettorale è stata violenta e repressiva. Lungu aveva sguinzagliato l’esercito nelle strade e piazze della capitale e in altre città del Paese per sedare scontri tra i supporter del partito al potere Patriotic Front (PF) e quelli del movimento politico all’opposizione United Party for National Development (UPND). Durante la giornata del voto le autorità di Lusaka avevano persino interrotto whatsapp e altri social network.

Una volta reso noto il risultato elettorale, Lungu non ha voluto accettare la sua totale disfatta, dichiarando che le elezioni non si sarebbero svolte in modo libero e regolare, per poi fare marcia indietro e congratularsi con il suo rivale Hakainde Hichilema.

Nel suo rapporto di fine giugno, Amnesty International ha criticato pesantemente il regime di Lungu e del suo partito. “Questi ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da gravi violazioni dei diritti umani, una forte repressione nei confronti di qualsiasi dissenso”, ha precisato Deprose Muchena, direttore della ONG per il sud e l’est Africa. Il raggruppamento politico PF aveva conquistato il potere con le elezioni del 2011, vinte da Michael Sata, poi morto nel 2014 mentre era ancora in carica.

Sata è stato spesso criticato per essere troppo autoritario, ma nulla in confronto al suo successore. Durante la presidenza di Lungu, oppositori, giornalisti, attivisti, tutti coloro che avevano osato criticare l’operato del governo sono stati intimiditi e perseguitati, era vietata qualsiasi forma di protesta. Censura, eccessivo uso della forza della polizia, arresti arbitrari avevano creato un clima di paura e impunità.

L’ex presidente dello Zambia, Edgard Lungu

Il neo capo dello Stato, oggi 59enne, ha tentato la scalata alla presidenza del suo Paese per la prima volta nel 2006. Nessuno può dire che HH manchi di coraggio e costanza.  E’ stato arrestato svariate volte per il suo impegno imperterrito contro il potere.

Nel 2017, pochi mesi dopo le elezioni del 2016, dopo aver perso di poco contro Lungu, accusato allora di brogli elettorali, fu fermato dalle forze dell’ordine perché non avrebbe dato la precedenza al convoglio del neo-eletto Lungu. Ma poi l’ accusa divenne più pesante: alto tradimento, incriminazione poi caduta, ma intanto HH ha dovuto scontare 4 mesi di custodia cautelare. Ora finalmente l’eterno oppositore ce l’ha fatta.

Hichilema nasce il 16 giugno 1962 a Monze, che dista 180 chilometri da Lusaka, da una famiglia modesta. Grazie a una borsa di studio riesce a studiare all’università della capitale, dove si laurea in economia e commercio nel 1986.

Dopo un master in Business Administration a Birmingham (Gran Bretagna), riesce a sfondare nel mondo della finanza. Miliardario, padre di famiglia esemplare, è seguace della Chiesa Avventista del Settimo Giorno.

Ora vedremo se il nuovo presidente saprà rispettare le sue promesse elettorali. I suoi concittadini gli hanno creduto, votandolo. Lo Zambia, secondo produttore di rame a livello mondiale, è fortemente indebitato ed è il primo Paese a aver dichiarato default nell’era covid alla fine dello scorso anno. Era in difficoltà economiche ben prima della pandemia soprattutto per il calo del prezzo delle materie prime, la situazione è poi precipitata a causa del coronavirus.

Sono soprattutto i giovani a aver posto fiducia nel nuovo leader, speranzosi di vedere una nuova era: la fine del crescente autoritarismo e migliori prospettive economiche.

La vittoria di Hichilema ha ridato speranza a molti altri leader politici di minoranza nel continente africano. Lo ha detto Tindu Lissu, oppositore del potere in Tanzania, che nel 2017 era fuggito dal suo Paese dopo un tentato assassinio che l’aveva ridotto in fin di vita con una decina di pallottole nel corpo. Aveva riproposto la sua candidatura alla presidenza alle ultime elezioni. Certamente tenterà di seguire l’esempio del nuovo presidente zambiano.

Cornelia Isabel Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Zambia, arrestato leader opposizione non dà precedenza ad auto del presidente

Troppi debiti con tutto il mondo, lo Zambia rischia il collasso

Morto il presidente dello Zambia lo sostituisce ad interim un bianco

Tensione tra Marocco e Algeria: Rabat rompe i rapporti diplomatici

Speciale per Senza Bavaglio
Mohammed Alguzo
24 agosto 2021

L’Algeria ha deciso di troncare completamente le sue relazioni con il Marocco, sullo sfondo delle tensioni in corso sulla questione del Sahara Occidentale che il regno ha annesso nel novembre 1975 in concomitanza con il ritiro della Spagna, potenza coloniale, e altre questioni come il processo di pace che il Marocco ha firmato con Israele.

Il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune a sinistra e il re del Marocco, Muhammad VI

Da parte sua il regno rimprovera all’Algeria di essere connivente con il traffico di droga verso il Marocco e, soprattutto di ospitare le basi dei guerriglieri del Fronte Polisario (Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro)  che, dal ritiro dell’esercito spagnolo dai territori delle colonie Seguia El Hambra e Rio de Oro, appunto, lotta per l’autodeterminazione delle autoctone popolazioni sahrawi.  chiede la loro indipendenza.

Occorre notare che le rivalità tra Marocco e Algeria sono storiche e non frutto del momento, in quanto i rapporti tra i due Paesi sono da sempre caratterizzati da instabilità e sfiducia.

Secondo il Marocco la sua vicina Algeria finanzia e arma il separatista Fronte Polisario e gli  garantisce la copertura politica internazionale. Ma non solo: la politica di Algeri è volta a minare in continuazione la stabilità e l’integrità del Marocco.

Mohammed Alguzo
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Sahara Occidentale: dai micidiali campi minati simbolo di morte a un bosco di alberi

 

 

Afghanistan: tutta colpa di Biden… E le bugie NATO e Italia?

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
23 agosto 2021

No, non mi piace proprio il facile tiro al bersaglio contro il presidente Joe Biden, ritenuto da tutti i commentatori internazionali e dagli uomini di governo dei Paesi NATO, l’unico (ir)responsabile della disfatta occidentale in Afghanistan. Mi sembra infatti che in ambito alleato, vertici militari in testa, abbiano trovato il capro espiatorio su cui focalizzare lo sconcerto generale per la ingloriosa fuga dal teatro afgano e la rioccupazione talebana.

Joe Biden, presidente degli Stati Uniti d’America

Un utile idiota (sono “utili” alla narrazione comune le sue stesse idiote dichiarazioni pubbliche per giustificare la debacle USA) che consentono di occultare le altrettanto gravissime (ir)responsabilità dell’Alleanza Atlantica che esce del tutto sconfitta dalla ventennale disavventura in Medio Oriente ben più dell’amministrazione Biden.

Sostegno al Pentagono

Anche se pochi, molto pochi, lo vogliono ricordare, è la NATO che ha gestito in prima persona le missioni di “esportazione della democrazia” e “pacificazione” dell’Afghanistan.

Sono stati gli alleati NATO ad assicurare il pieno sostegno al Pentagono in tutte le operazioni di guerra (anche con l’ausilio dei famigerati droni), mettendogli a disposizione le maggiori installazioni militari in Europa (Ramstein in Germania, Moròn e Rota in Spagna, Aviano e Sigonella in Italia), le stesse oggi utilizzate per “l’ospitalità transitoria” dei cittadini afgani evacuati dalle forze armate statunitensi con la neo-operazione Allies refugee, avviata senza alcun confronto con le organizzazioni internazionali preposte alla protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Una riunione della NATO

Ed è stato in abito NATO che è stata decisa unanimemente la disastrosa exit strategy dal conflitto afgano, oggi ipocritamente attribuita solo a Washington.

Le prove più evidenti delle gravi responsabilità e della totale incapacità del Comando generale della North Atlantic Treaty Organisazion a interpretare politicamente e militarmente quanto stava accadendo in queste settimane nel Paese sono contenute nei suoi più recenti documenti pubblici.

Ore 16.33 del 3 agosto 2021. Da Bruxelles viene emessa una nota stampa che annuncia che “la NATO sta aumentando le consegne di equipaggiamento militare all’Afghanistan mentre l’Alleanza ritira le sue forze dal Paese”. “Quest’anno – prosegue la nota – la NATO ha già donato beni e attrezzature del valore di circa 72 milioni di dollari alle Forze militari nazionali e di sicurezza dell’Afghanistan; esse vanno dalle forniture mediche ai simulatori da combattimento high-tech, alle apparecchiature ospedaliere per i raggi X e a quelle utilizzate per disinnescare le bombe, ai camion antincendio e ai giubbotti antiproiettili”.

Ultima consegna di armi il 2 agosto

L’ultima consegna di materiali alle forze armate afgane, aggiunge il Comando NATO, è stata effettuata il 2 agosto 2021, cioè 13 giorni prima dalla resa di Kabul.

“L’equipaggiamento è stato finanziato grazie all’Afghan National Army Trust Fund predisposto dalla NATO”, si legge ancora nel comunicato. “Al maggio 2021, il totale dei contribuiti elargiti con il Trust Fund a partire del 2007 ammonta a circa 3,5 miliardi di dollari, dei quali 440 milioni corrispondono a beni e attrezzature”.

Tragicamente patetici, specie alla luce di quanto accaduto in queste ultime due settimane, i commenti finali della nota NATO del 3 agosto: “La situazione della sicurezza in Afghanistan resta profondamente impegnativa, così questi beni arrivano in un momento importante – spiega il portavoce della NATO, Dylan White -. Mentre ritiriamo le nostre forze dal Paese, continueremo a sostenere l’Afghanistan, anche con l’equipaggiamento necessario ad aiutare nel miglior modo le forze armate afghane alla propria difesa, ha aggiunto Dylan White.

Il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha ribadito la continuazione del sostegno dell’Alleanza a favore dell’Afghanistan nel corso di un colloquio telefonico con il Presidente Ashraf Ghani lo scorso 27 luglio, spiegando che esso includerà finanziamenti, la presenza di civili e l’addestramento fuori dal paese”. Come dire che nel quartier generale interalleato di Mons e a Kabul – perlomeno sino alla fine di luglio – nessuno aveva la pur minima accortezza di quanto stesse accadendo in Afghanistan.

Non fanno certamente una migliore figura l’Italia e il suo ministro della difesa Lorenzo Guerini (Pd). Quest’ultimo, il 24 giugno 2021, aveva presentato in Senato un report ultratranquillizzante sulla conclusione della missione italiana in Afghanistan.

Guerini a Herat

Utile ripercorrerne alcuni passaggi chiave. Guerini aveva effettuato un paio di settimane prima una visita a Herat, sede del comando d’area NATO a guida italiana, per presenziare all’ammaina bandiera e all’avvio del ritiro del contingente nazionale. “La decisione di concludere la Resolute Support Mission, assunta dal Consiglio Atlantico a Bruxelles lo scorso 15 aprile, non è stata di certo facile, ma ora l’impegno prioritario è garantire il rientro ordinato e sicuro del nostro contingente in patria”, spiegava il ministro.

“Le operazioni stanno procedendo secondo i piani stabiliti, con il rientro del personale e l’afflusso dei materiali dall’Afghanistan verso l’Italia – aggiungeva Guerini -. Insieme agli alleati ci siamo posti anche l’obiettivo di continuare a supportare le istituzioni repubblicane e il popolo afgano, nelle forme e nelle modalità che saranno definite sia in ambito NATO che in una possibile dimensione bilaterale. L’obiettivo dell’impegno alleato nel post-missione sarà quello di preservare al meglio quanto sino a ora conseguito, continuando a contribuire allo sviluppo delle istituzione afgane di difesa e sicurezza affinché il Paese non diventi nuovamente un paradiso sicuro per il terrorismo”.

Tre le componenti elencate da Lorenzo Guerini che avrebbero dovuto caratterizzare il “nuovo concetto di supporto dell’Afghanistan” da parte NATO: la costituzione dell’Ufficio del Rappresentante Civile NATO (incarico assegnato all’Ambasciatore italiano Stefano Pontecorvo); il “sostegno alla funzionalità dell’ospedale e dell’aeroporto di Kabul, la cui sicurezza è prerequisito essenziale per mantenere la presenza della componente diplomatica”; la “formazione, intesa come addestramento e sviluppo capacitivo, fuori dal Paese delle Forze afgane di difesa e sicurezza, con particolare attenzione alle forze speciali, che si sono dimostrate fondamentali per il contrasto ai Talebani e alle formazioni terroristiche”.

I talebani pattugliano le vie di Kabul, Afghanistan

 

“Siamo di fronte a una fase nuova, in cui tutti gli alleati, anche se con diverse sfumature, stanno dando segnali convergenti circa la volontà di proseguire il loro impegno, con modalità coerenti con il nuovo scenario”, aggiungeva Lorenzo Guerini in Senato.

“Essenziale, da parte dei paesi framework NATO, focalizzare l’azione sul piano politico–diplomatico e della cooperazione civile, per sostenere il governo repubblicano e la popolazione afgana. Spetta invece alla forze di sicurezza locali – alle quali era rivolto l’addestramento, la  consulenza e l’assistenza della RSM – il compito di prendere in mano la sicurezza del Paese. Si tratta di 186 mila militari e di 121 mila appartenenti alle forze di sicurezza del Ministero dell’Interno, che sono stati, in larga parte, addestrati ed equipaggiati dalle forze NATO e che, già in questi momenti, stanno mettendo a frutto efficacemente ciò che hanno appreso”.

Freddo cinismo

“Le missioni iniziano, si sviluppano, si adattano al mutamento degli scenari e – l’Afghanistan ne è stata una plastica dimostrazione -, si concludono o, meglio, come in questo caso, evolvono, individuando forme diverse di supporto”, spiegava in fine il ministro italiano con freddo cinismo.

“E’ però essenziale che l’impegno della Comunità Internazionale e il suo focus sull’Afghanistan non vengano mai meno e, oggi in particolare, si concentrino sulla necessità di riprendere i negoziati di pace intra-afgani”.

A oggi, nessuna forza politica e nessun parlamentare ha sentito il dovere di chiedere a Lorenzo Guerini e al governo Draghi una spiegazione per queste false e ipocrite dichiarazioni. Meglio sparare su Joe Biden e così ci salviamo la faccia tutti, ma soprattutto salviamo la faccia e il futuro della NATO…

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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“Fanno politica”: Kampala vieta ogni attività alle ONG e ne sospende 54

Africa ExPress
23 agosto 2021

L’Uganda ha sospeso 54 organizzazione non governative. Lo ha annunciato venerdì scorso Steve Okello, presidente di ONG Board, addetto alla supervisione di tutte le associazioni benefiche del Paese e che dipende direttamente dal ministero degli Interni

Le associazioni colpite dall’ordinanza con effetto immediato, sono attive in campo politico, religioso e ambientale. Secondo ONG Board, alcune di loro avrebbero esercitato la loro attività senza essere registrate, altri con permessi di lavoro scaduti o non avrebbero presentato rapporti e bilanci annuali.

Il regolamento impone tra l’altro, di non occuparsi di politica e, secondo Okello, molti gruppi non avrebbero rispettato questa norma fondamentale.

Nicholas Opiyo, Chapter Four, ONG Uganda

Chapter Four

Anche Chapter Four, tra le più grandi organizzazioni che si occupano della difesa dei diritti civili in Uganda, è tra le 54 sospese dal governo. Nicholas Opiyo, direttore esecutivo di Chapter Four, ha confermato di aver ricevuto il decreto di interdizione che ritiene un atto gravissimo. “Per quanto ci riguarda, abbiamo depositato l’11 gennaio i rapporti annuali del 2016, 2017, 2018 e 2019. Respingiamo le accuse di condotta illegale”, ha affermato su Twitter Opiyo.

Il direttore esecutivo di Chapter Four è stato arrestato nel dicembre 2020, poco prima delle presidenziali, con l’accusa di riciclaggio di denaro. E’ stato sbattuto in una prigione di massima sicurezza, poi liberato dopo una settimana dietro il pagamento di una cauzione. Diversi Paesi, tra questi gli USA e anche l’UE avevano espresso il loro dissenso per l’incarcerazione di Opiyo.

Tra le ONG bannate c’è  Charity Ahimbisibwe –  dirige la Coalizione dei Cittadini per la Democrazia Elettorale (CCEDU) – che ha espresso preoccupazione per le norme messe in atto dal governo ugandese. La Charity ha ammesso che il suo permesso era scaduto, ma aveva chiesto da tempo un rinnovo, mai arrivato a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia, che ha impedito ai funzionari governativi di far fronte a tutte le incombenze. “Comprendiamo perfettamente le difficoltà attuali e come associazione che rispetta le leggi, bloccheremo le nostre attività, non operiamo senza licenza”, ha detto il responsabile della ONG.

Proteste europee

La rappresentanza dell’UE nel Paese ha espresso perplessità in un suo post su Twitter: “La società civile è un partner chiave che dà un contributo importante allo sviluppo dell’Uganda” e ha aggiunto di attendere con impazienza una soluzione a questo riguardo.

Anche la Commissione Internazionale dei Giuristi (divisione Africa), ha detto di essere particolarmente preoccupata per la sospensione di Chapter Four.

Alcune associazioni sospese da Kampala avevano svolto il ruolo di osservatori durante l’ultima controversa tornata elettorale dello scorso gennaio. Un’attività che non è stata gradita dal governo e dopo le elezioni le forze dell’ordine hanno perquisito diverse sedi delle ONG, portando anche all’arresto di diversi dirigenti.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda

Denuncia di brogli

Le presidenziali di quest’anno sono state vinte nuovamente da Yoweri Museveni – al suo sesto mandato – e al potere dal 1986. La campagna elettorale è stata violenta, con arresti arbitrari di membri e supporter dei partiti dell’opposizione. I risultati elettorali sono stati fortemente contestati da diversi raggruppamenti politici non al potere e Bobi Wine, maggiore oppositore di Museveni, già all’indomani del voto aveva denunciato brogli.

Il direttore regionale di Amnesty, responsabile per l’Africa dell’est e australe, Deprose Muchena, aveva specificato che molti tra gli arrestati hanno denunciato maltrattamenti e torture. Altri sono detenuti in totale isolamento, altri ancora, sono stati portati davanti a tribunali militari, malgrado siano civili. Situazioni che calpestano le leggi internazionali sui diritti umani, di  cui anche l’Uganda è firmataria.

Africa ExPress
@africexpress
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Violenze pre elettorali in Uganda: arrestato e torturato deputato ma il presidente nega

Uganda: arresti, omicidi, sparizioni prima, durante e dopo le elezioni

Sahel: gli occidentali rischiano nuove sconfitte, i jihadisti inneggiano ai talebani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21agosto 2021

Il fallimento USA in Afghanistan rimbomba anche nel Sahel, dove l’interventismo occidentale non riesce a contrastare l’insurrezione jihadista.

E Iyad Ag Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, nato come contrabbandiere di sigarette e di cocaina, fondatore e capo del gruppo Ansar Dine, che in italiano vuol dire più o meno “Ausiliari della religione” (islamica), non ha nemmeno atteso la presa di Kabul da parte dei talebani per congratularsi con loro.

Il 10 agosto Ag Ghali, che non è più intervenuto pubblicamente dal 2019, in un messaggio audio ha reso omaggio all’ “Emirato Islamico dell’Afghanistan” per il ritiro degli invasori di Washington e dei loro alleati e ha aggiunto: “E’ il risultato di due decenni di pazienza”. Nel marzo 2017 Iyad è stato  promotore del raggruppamento terrorista composto dall’unione di cinque sigle, il “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”.

Non è dunque un caso se l’offensiva dei talebani fa eco anche nell’Africa sahariana. Gli integralisti islamici dell’Afghanistan, come i terroristi del Sahel, fanno parte della stessa nebulosa. Secondo Yvan Guichaoua, ricercatore della Scuola di Studi Internazionali di Kent a Bruxelles, il loro modo di agire sarebbe comune, tipico della matrice di al-Qaeda.

Gli stessi maliani vivono da decenni sotto la minaccia dei terroristi –  affiliati a al-Qaeda o allo stato islamico (ISIS) –  malgrado l’intervento della Francia, prima con l’Opération Serval poi Barkhane e delle truppe dell’ONU – MINUSMA –  chiamati in Mali dal governo di Bamako e presenti dal 2013.

Iyad Ag-Ghali

Anche se l’opinione pubblica è ormai contraria alla presenza dei francesi in Mali, molti hanno paura del vuoto che può causare la loro possibile assenza.

Cheick Oumar Konaré, celebre avvocato di Bamako, in un suo intervento all’emittente Africable del 15 agosto scorso, ha espresso tutta la sua preoccupazione con queste parole: “Come gli americani sono fuggiti dall’Afghanistan, un giorno anche i francesi e le forze di pace presenti in Mali fuggiranno e ci lasceranno soli, faccia a faccia con l’orco terrorista”.

E intanto Mali, Niger, Burkina Faso sono sempre in preda agli attacchi dei terroristi, che si susseguono senza sosta. L’ultimo risale a ieri pomeriggio nell’ovest del Niger, nel Tilaberi, regione dei tre confini – o triborder area – , che unisce Niger, Burkina Faso e Mali. La zona è da anni teatro di sanguinose aggressioni da parte di gruppi armati legati allo stato islamico (ISIS) o a al-Qaeda.

NIGER

Ieri, durante la preghiera della sera sono state ammazzate 17 persone, altre 5 sono state ferite nel villaggio di Theim. Diversi centri, distanti solo una manciata di chilometri, sono stati attaccati durante la primavera scorsa da presunti jihadisti. Da allora 11 mila residenti sono scappati dalle loro case, terrorizzati di vivere nella paura continua di essere uccisi, depredati dal loro bestiame, di vedere le proprie case ridotte in un cumulo di cenere.

In un solo mese hanno perso la vita 98 civili e 19 gendarmi. Il 16 agosto un’ altra terribile carneficina si è consumata a Banibangou; uno gruppo di ribelli islamisti ha ammazzato 37 contadini mentre stavano lavorando nei campi. Secondo un bilancio ufficiale, i terroristi non hanno nemmeno risparmiato donne e minori. Tra i morti si contano anche 4 ragazze e ben 13 giovani non ancora maggiorenni.

Gruppi terroristi nel Sahel

BURKINA FASO

Risale a soli pochi giorni fa l’ultima strage compiuta nel nord del Burkina Faso. Secondo il più recente bilancio le vittime sarebbero 80, tra questi 65 civili e 15 agenti di polizia che scortavano un convoglio da Dori verso Abinda. Un percorso di un centinaio di chilometri. Vista la situazione di totale insicurezza che domina questa regione, i viaggiatori – commercianti e residenti – si aggregano ai convogli delle forze di sicurezza per spostarsi nei due sensi.

E’ successo così anche il 18 agosto. Parecchie persone si sono unite alla carovana di veicoli, scortata appunto da gendarmi e volontari. Verso le 14.00 la sfilata di mezzi è stata attaccata in località di Boukouma da un gruppo di uomini armati che hanno aperto il fuoco indiscriminatamente contro civili, volontari e polizia. Secondo fonti della sicurezza burkinabé, 58 terroristi sarebbero stati poi neutralizzati dagli agenti e dai volontari. Altri sono stati feriti.

MALI

Due giorni fa militari delle forze armate maliane sono caduti in una imboscata tra le località di Nokara e Boni, situate  al centro del Paese. Un’autobomba è esplosa al passaggio dei soldati e, immediatamente dopo, i presunti terroristi hanno aperto il fuoco sul convoglio militare. Secondo Serge Daniel, giornalista beninois residente in Mali ed esperto di terrorismo, nel suo articolo su Radio France Internationale ha sottolineato che le forze armate maliane avrebbero risposto al fuoco nemico.

Malgrado ciò, secondo un primo bilancio – ancora provvisorio – sarebbero morti 15 uomini dei servizi di sicurezza, mentre non si conosce il numero delle vittime dalla parte dei presunti terroristi.

Secondo alcuni analisti, i miliziani vicini a Amadou Koufa  – fondatore nel 2015 del gruppo terrorista Front de libération du Macina – vogliono a tutti costi controllare il settore strategico di Boni nella regione centro-meridionale di Mopti. Il governo di Bamako, per prevenire e impedire gli attacchi di FLM, ha installato una base militare poco distante dalle colline vicino alla città.

Ciononostante i residenti vengono colpiti ugualmente dai jihadisti, che li accusano di passare informazioni all’esercito. Difficilmente i contadini riescono a coltivare grandi appezzamenti di terreno. I terroristi temono che un raccolto abbondante possa dare troppa autonomia alla popolazione civile.

Cornelia I. Tolgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Mattanze a gogo in Niger, Mali e Burkina Faso e ora arriva lo spettro della fame

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Benvenuti nell’inferno del carcere di Kinshasa: morti oltre 150 detenuti in 6 mesi

Africa ExPress
20 agosto 2021

In solo sei mesi sono morti almeno 150 detenuti nella più grande prigione della Repubblica Democratica del Congo.

Il penitenziario “Makala” si trova a Kinshasa, la capitale della ex colonia belga, costruito per una capacità massima di 1.500 detenuti, attualmente ne ospita oltre 9.000. Una prigione sovraffollata, la cui costruzione risale agli anni ’50.

Congo-K, prigione Makala a Kinshasa

Se la situazione è invivibile per la popolazione carceraria maschile, figuriamoci per quella fermminile. La gravissima condizione dei detenuti è stata denunciata in un rapporto da Association congolaise pour l’accès à la justice (ACAJ), nel quale evidenzia la totale mancanza di rispetto per le persone vulnerabili e fragili, in particolare la condizione delle prigioniere e dei loro figlioletti che si trovano in carcere con le mamme. Secondo l’associazione, attualmente ci sono 186 donne nel carcere e 4 neonati, costretti a vivere in celle fatiscenti, vecchie, dove i servizi igienici-sanitari sono praticamente inesistenti.

Il dispensario del carcere non è in grado di far fronte ai bisogni dei detenuti che necessitano di cure mediche, anche se, rispetto a un anno fa, secondo ACAJ, la situazione è leggermente migliorata, altrettanto l’approvvigionamento di viveri, fino a poco fa quasi inesistente per mancati stanziamenti di fondi da parte del governo centrale.

Malgrado le migliorie apportate, sono morti almeno 150 carcerati nei primi sei mesi del 2021. Un numero ben più alto rispetto allo scorso anno e dovuto, secondo la ONG, all’inadeguatezza del servizio medico-sanitario della prigione, alla promiscuità e alle celle obsolete. Urge, dunque, costruire quanto prima nuovi penitenziari che corrispondano agli standard internazionali.

Intanto la sicurezza continua essere precaria in molte zone del Paese e per questo motivo pochi giorni fa Felix Tshisekedi, presidente del Congo-K, ha dato il via alle forze speciali USA di combattere accanto ai militari congolesi (FARDC) contro il gruppo terrorista Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

Una delle entrate del parco nazionale Virunga, in Congo-K

Secondo fonti della Chiesa cattolica congolese, ADF (che gli USA hanno classificato come gruppo terrorista) avrebbe ammazzato oltre 6.000 civili dal 2013 a oggi, mentre Kivu Security Tracker (KST) ha aggiunto che nella sola area di Beni (Nord-Kivu) avrebbero perso la vita 1.200 persone dal 2017 in poi.

I militari americani saranno soprattutto presenti nei parchi nazionali Garamba e Virunga, dove i miliziani di ADF sono particolarmente attivi. Il Virunga, area nella quale ha perso la vita anche il nostro ambasciatore Luca Attanasio, la sua guardia del corpo, Vittorio Iacovacci e l’autista congolese di PAM (Programma Alimentare Mondiale), Mustapha Milambo, è una zona a altissimo rischio.

Africa-ExPress
@africexp
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Ruanda, trucidati dai terroristi otto civili nel parco dei vulcani dove abitano i gorilla

Due indagati per l’omicidio dell’ambasciatore Italiano in Congo