Speciale per Africa ExPress Chiara Zanini
Venezia, 1° settembre 2021
La Mostra del Cinema di Venezia inizia oggi, tra le restrizioni imposte per il secondo anno consecutivo dal Covid-19 e l’apprensione per i registi afghani che stanno cercando di lasciare il proprio Paese. I festival del cinema sono da sempre un’occasione per viaggiare attorno al mondo attraverso lo sguardo e la sensibilità degli autori e degli interpreti dei film presentati.
La Mostra, con le sue proiezioni, le masterclass e le conferenze stampa rimane in questo senso uno degli appuntamenti più importanti al mondo, anche se la possibilità di incontrare il cast dipende dalla volontà dei diversi governi di concedere il visto.
Amira, film di Mohamed Diab in concorso alla nostra del cinema di Venezia
Trattandosi spesso di opere che veicolano riflessioni politiche, questo non è affatto scontato, e la pandemia viene spesso usata come pretesto per negare le partenze. Un bel problema per chi ha scelto una professione per la quale fare networking è fondamentale.
Ecco i film africani da tenere d’occhio in questa edizione.
Nella sezione Orizzonti vedremo Amira, film coprodotto da più Paesi e diretto dal regista egiziano Mohamed Diab. Protagonista è una diciassettenne palestinese, concepita con il seme di un uomo, trafugato dal carcere in cui lui è prigioniero.
I due si sono visti poche volte e sempre in carcere, ma per la ragazza il padre è un eroe. Il fenomeno dei figli dei prigionieri palestinesi nati tramite al traffico clandestino dello sperma dalle carceri israeliane è diffuso. Dice il regista: “Nell’atto di dipanare l’identità della nostra eroina, il film solleva la questione se l’odio nasca spontaneo o venga coltivato”.
I film di Diab sono sempre dei successi. Il suo lungometraggio d’esordio Cairo 678 (Les Femmes du bus 678) è stato molto premiato e tratta il tema delle molestie sessuali al Cairo, ma già nel 2007 Diab aveva rappresentato l’Egitto agli Oscar con El Gezira, mentre con Clash ha restituito il clima della fine delle Rivoluzione del 2011, cui ha preso parte. Attualmente sta lavorando per una serie Marvel: è uno dei registi degli episodi di Moon Knight.
Vedremo inoltre un cortometraggio yemenita, diretto dalla regista Shaima Al Tamimi, dal titolo Don’t get too comfortable, anch’esso inserito nella sezione Orizzonti. Si tratta di una sorta di lettera che la Al Tamimi rivolge al nonno, interrogandosi sull’apolidia e in particolare sulla diaspora degli yemeniti.
Lo fa utilizzando foto d’archivio, filmati di repertorio, animazione con metodo parallax e video astratti. La regista ha dichiarato: “È importante che le nostre storie vengano raccontate, ed è ancora più importante che siamo noi [yemeniti] ad avere il controllo della nostra narrativa”.
Il regista egiziano Mohamed Diab
Sempre al Lido si tiene un workshop della durata di tre giorni, chiamato Final Cut in Venice, giunto alla sua nona edizione, che prevede dei premi in denaro. Questi premi dovranno essere utilizzati per la post-produzione, ossia il completamento di sei film provenienti dall’Africa e da Giordania, Iraq, Libano, Palestina e Siria. Produttori e registi presenteranno le copie – lavoro dei propri film a operatori, distributori, programmers e altri produttori internazionali allo scopo di facilitarne il percorso, ultimarli e promuovere eventuali partnership di coproduzione, e infine l’accesso al mercato.
I primi due giorni del workshop (5 e 6 settembre) i film selezionati verranno proiettati, mentre il 7 settembre una sessione di incontri one-to-one verrà organizzata tra i progetti selezionati e i professionisti accreditati. Tre sono i film di finzione scelti: Under the Fig Trees di Erige Sehiri (co-prodotto da Tunisia, Qatar, Svizzera e Francia), Mami Wata di C.J. “Fiery” Obasi (co-prodotto da Nigeria e Francia) e Hanging Gardens di Ahmed Yassin Al Daradji (co-prodotto da Iraq, Palestina e Regno Unito). E tre sono i documentari: The Mother of All Lies di Asmae El Moudir (co-prodotto da Marocco, Germania, Qatar), We, Students! di Rafiki Fariala (co-coprodotto da Repubblica Centrafricana, Francia, Repubblica Democratica del Congo e Italia) e The Nights Still Smell of Gunpowder di Inadelso Cossa (co-prodotto da Mozambico, Germania, Francia, Norvegia, Paesi Bassi e Portogallo).
Al presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Al Presidente del Consiglio Mario Draghi
Al Ministro degli esteri Luigi di Maio
Siamo giornalisti italiani. La maggior parte di noi ha seguito guerre e repressioni in tutto il mondo. Ci sentiamo ora in obbligo di rispondere all’appello disperato dei colleghi afghani con ToloNews, il cui link abbiamo messo in calce a questo messaggio.
Centocinquanta reporter afghani chiedono protezione e aiuto perché sono sicuri obiettivi dei talebani. Sono tanti i colleghi assassinati in Afghanistan, anche francesi e tedeschi, 15 afghani solo nell’ultimo anno e mezzo e tante giornaliste come Malalai Maiwand a Jalalabad.
Scrive il collega Ahmad Navid Kawosh: “I Paesi del mondo devono ascoltare la nostra voce e salvare le nostre vite e quelle delle nostre famiglie. I giornalisti afghani hanno lavorato instancabilmente negli ultimi due decenni per la libertà di parola nel Paese”. Facciamo nostre le parole del Capo dello Stato Mattarella, che richiama l’Europa a una solidarietà che accoglie.
Noi non possiamo rimanere a guardare senza tendere la mano.
Abbiamo apprezzato lo sforzo umanitario del nostro Governo che ha messo in salvo, con immenso sacrificio, migliaia di cittadini afghani. Ora però chiediamo un piano urgente di salvezza per i nostri colleghi che con le loro famiglie sono braccati dai talebani. Bisogna fare prestissimo, e tutti noi siamo pronti a collaborare
Carlo Verna, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Maria Grazia Mazzola, inviata speciale TG1 Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress, già inviato Corriere della Sera Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it Giampaolo Cadalanu, inviato in Afghanistan di Repubblica Francesca Mannocchi, giornalista freelance Pietro Suber, inviato in Afghanistan per Mediaset Andrea Nicastro, inviato in Afghanistan per il Corriere della Sera Barbara Schiavulli, freelance corrispondente dall’Afghanistan Lazzaro Pappagallo, giornalista Rai, Segretario di Stampa Romana
Maddalena Oliva, vicedirettrice de Il Fatto Quotidiano Marco Lillo, vicedirettore del Fatto Quotidiano e Direttore delle edizioni Paper First Fabio Cavalera, ex corrispondente da Pechino e da Londra del Corriere della Sera Remigio Benni, ex corrispondente Ansa da Nairobi e dal Cairo Alberto Negri, corrispondente di guerra ex Il Sole 24 Ore Nello Scavo, inviato di Avvenire Mariano Giustino, corrispondente dalla Turchia per Radio Radicale Enzo Nucci, corrispondente Rai da Nairobi Giovanni Porzio, già corrispondente di guerra di Panorama Gabriella Simoni, inviata di Mediaset Alessandro Mantovani, giornalista de Il Fatto Quotidiano Sara Mauri, giornalista freelance Simona Fossati, vicepresidente Fondo Pensione Complementare Giornalisti Stefano Pallotta, presidente Ordine dell’Abruzzo Sigfrido Ranucci, Conduttore Report Vicedirettore Rai3 Lucia Bocchi, consiglio Ordine Giornalisti Lombardia Roberto Monteforte, freelance ex L’Unità Solen De Luca, Today, approfondimento Esteri Tv2000 Alberto Spampinato, ex quirinalista ANSA, presidente di Ossigeno per l’Informazione Claudia Svampa, inviata ItaliaNotizie24 Cornelia Toelgyes, vicedirettrice di Africa ExPress Sandro Pintus, caporedattore Africa ExPress Monica Mistretta – reporter investigativo in Medio Oriente Annamena Mastroianni, giornalista su temi umanitari Alessandro Milan, giornalista Radio24 Laura Verlicchi, consiglio di disciplina nazionale Ordine dei Giornalisti Nicoletta Morabito, freelance direttivo Associazione Lombarda Giornalisti Dania Mondini, conduttrice tg1 Francesca Ambrosini, conduttrice Mediaset Marina Cocozza, giornalista Rai Anna Mazzone, Giornalista del Tg2 Rai Tiziano Soresina, giornalista Gazzetta Reggio Emilia Enzo Marzo, ex caporedattore Corriere della Sera Valerio Giacoia, giornalista freelance Fabio Gibellino, giornalista freelance Lorenzo Frigerio, coordinatore redazione LiberaInformazione Pierluigi Roeser Franz, Presidente Cronisti Romani Paolo Tripaldi, Sindacato Cronisti Italiani Michele Manzotti, giornalista de La Nazione Luisa Espanet, giornalista ex Mondadori, ex Condè Nast Carlo Picozza, giornalista di Repubblica, consigliere Ordine del Lazio Sabrina Galbussera, giornalista Eco Di Bergamo Vanna Palumbo, giornalista consigliere nazionale FNSI
La redazione di AntimafiaDuemila Antonio Moscatello, giornalista Askanews Roberto Ambrogi, Gruppo Romano Giornalisti Pensionati, Maria Teresa Cinanni, Uil Lazio Cristiano Fantauzzi, giornalista Adnkronos Rossana Livolsi, giornalista Rai Tg Lazio Giulia Delle Piane, Comunicazione di FIT-CISL Alessandro Guarasci, Radio Vaticana Francesca Filippi, giornalista Adnkronos Vittorio Nuti, giornalista Il Sole 24 Ore Marina Sbardella, ex conduttrice Rai Paolo Trombin, giornalista TG 5 Annamaria Esposito, giornalista Rainews 24
Il collega Lorenzo Cremonesi, veterano dell’Afghanistan, ci ha chiesto di togliere il suo nome dall’elenco dei firmatari. Naturalmente esaudiamo il suo desiderio. Ecco il suo messaggi e le motivazioni della sua richiesta:
Per la libertà si combatte e si muore si sacrificano i propri figli e così per i nostri valori fondamentali
Facciamo male a portare via le energie migliori del Paese. Li impoveriamo. Non abbiamo debiti loro li hanno loro nei nostri confronti. Quindi che restino a combattere come hanno saputo fare i talebani
Basta aiutare queste fughe vergognose
Per favore togliete il mio nome
Grazie Lorenzo Cremonesi
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
1° settembre 2021
Nel suo intervento al Consiglio di Sicurezza di giovedì scorso, Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU ha richiamato per l’ennesima volta l’attenzione sul conflitto che si consuma dal 4 novembre 2020 nel Tigray.
Guterres ha chiesto a tutte le parti coinvolte in questa guerra di deporre immediatamente le armi e di iniziare i negoziati per un cessate il fuoco. Ha inoltre invitato le forze straniere di ritirarsi senza indugio dall’Etiopia. Ha infine sottolineato che gli attori del conflitto dovrebbero riconoscere e ammettere che le loro controversie non possono essere risolte militarmente.
Consiglio di Sicurezza dell’ONU
“La guerra si è ormai diffusa anche oltre il Tigray e davanti ai nostri occhi si sta consumando una catastrofe umanitaria ”, ha infine aggiunto il capo del Palazzo di Vetro.
Secondo l’ultimo rapporto di OCHA (Ufficio dell’ONU per gli Affari Umanitari), dallo scorso 20 agosto non sono più arrivati aiuti alimentari nel Tigray. I magazzini sono completamente vuoti. Eppure stiamo assistendo a una crisi gravissima, dovuta alla guerra, ma anche a altri fenomeni che hanno contribuito a aggravare i problemi attuali, come la pandemia, l’infestazione di locuste, siccità, inondazioni, scontri etnici.
Insicurezza alimentare
L’insicurezza alimentare acuta ha colpito 5,5 milioni di persone nel Tigray e nelle regioni vicine (Afar e Amhara), tra questi 353 mila si trovano in situazione catastrofica che corrisponde alla fase 5 in base IPC (Integrated Food Security Phase Classification), il numero più elevato dalla carestia del 2011 in Somalia.
Durante l’assemblea del Consiglio di sicurezza è intervenuto anche l’ambasciatore del Kenya accreditato all’ONU, Martin Kimani, che ha parlato anche a nome di Niger, Tunisia e St. Vincent e Grenadine (nazione nel Sud dei Caraibi). Kimani ha tra l’altro evidenziato l’assoluta necessità di una mediazione, in particolare da parte dell’Unione Africana. Interventi però ripetutamente respinti da Abiy Ahmed, primo ministro etiopico.
Un nuovo allarme è stato lanciato solo pochi giorni fa da parte di Washington e Bruxelles per ulteriori rinforzi arrivati da Asmara, per dare man forte all’esercito di Addis Ababa che recentemente ha dovuto segnare una battuta d’arresto. Le truppe del Tigray hanno infatti riconquistato gran parte della loro regione, spingendosi anche fino a quelle dell’Amhara e dell’Afar. Eppure l’Eritrea solo qualche mese fa aveva assicurato che avrebbe abbandonando il campo.
Crisi umanitaria in Etiopia
E il 23 agosto scorso gli USA hanno imposto sanzioni a Filipos Woldeyohhannes, capo di stato maggiore delle forze di difesa eritree (EDF). L’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro accusa le truppe di Asmara di massacri, saccheggi, stupri, torture, esecuzioni e quant’altro, addebiti ovviamente respinti categoricamente dalla dittatura che governa il Paese rivierasco.
Assistenza economica
Gli USA hanno messo altresì in guardia l’Etiopia sulla sua futura ammissibilità all’African Growth and Opportunity Act (AGOA), un piano di collaborazione e assistenza economica e commerciale nei confronti dei Paesi dell’Africa sub sahariana.
Dopo le forti tensioni tra Sudan e Etiopia, il governo di Khartoum ha chiesto all’ONU il ritiro dei caschi blu di Addis Ababa nella zona di Abyei. ASFA, Forza di sicurezza ad interim delle Nazioni Unite per Abyei – un’area contesa tra la Repubblica del Sudan e la Repubblica del Sud Sudan – è presente nella zona dal 2011, missione alla quale partecipano solamente militari etiopici.
Abiy Ahmed. primo ministro dell’Etiopia
Intanto Abiy si è recato a Entebbe, Uganda, dove ha incontrato il presidente Yoweri Museveni e a Kigali, per colloqui con il capo di Stato ruandese, Paul Kagame. Sul suo account twitter Museveni ha sottolineato che i dialoghi con Abiy sono stati positivi. “Rafforzeremo la nostra collaborazione bilaterale regionale e internazionale di interesse comune”. Anche lo scambio di idee con Kagame è andato a buon fine. Non si esclude che militari ugandesi e ruandesi possano sostituire quelli etiopici nelle varie missioni di pace. Addis Ababa infatti necessita tutti suoi soldati per continuare la guerra nel Tigray.
Inflazione in crescita
Nel frattempo anche il Tigray People’s Liberation Front ha cercato nuove alleanze. Il leader di TPLF, Debretsion Gebremichael ha fatto sapere a metà agosto di aver stretto un accordo con l’Oromo Liberation Army (OLA). Il leader di Ola, Kumsa Diriba, ha detto che entrambi, (TPLF e OLA) sono pronti a collaborare per combattere lo stesso nemico: “La nostra cooperazione sarà soprattutto militare, anche se finora non combattiamo fianco a fianco”, ha precisato Kumsa.
OLA si è separato l’anno scorso dal partito d’opposizione Oromo Liberation Front. Gli oromo sono il maggiore gruppo etnico dell’Etiopia.
La guerra ha un peso non indifferente anche dal punto di vista economico che si ripercuote in tutto il Paese. L’inflazione cresce di giorno in giorno. L’accesso al credito diminuisce e cominciano a mancare alcuni alimenti nella grande distribuzione.
Casse prosciugate
Non c’è da meravigliarsi, il conflitto sta prosciugando le casse; in poco meno di 10 mesi è costato oltre un miliardo di dollari. E prima della pandemia e dell’entrata in guerra, l’economia dell’Etiopia era considerata una delle più emergenti della regione, con una crescita annua del 10 per cento fino al 2019.
Nel 2020 l’incremento è sceso al 6 per cento ed ora, nel 2021 è appena al 2 per cento. Si prevede che il debito pubblico raggiunga 60 miliardi di dollari, ossia il 70 per cento del PIL.
Secondo alcuni osservatori il decremento potrebbe essere anche maggiore, in quanto le spese militari potrebbero essere ben più alte del previsto e il governo potrebbe aver contratto altri debiti non dichiarati in passato.
Cacciato MSF
Intanto nel Tigray mancano ancora i servizi essenziali, anche le banche sono praticamente fuori servizio, altrettanto le telecomunicazioni, specie da quando i “ribelli” hanno riconquistato il capoluogo Makallé a giugno. Per non parlare delle scuole, oltre 7.000 edifici scolastici sono stati danneggiati, se non distrutti; attualmente 1.42 milioni di studenti non possono frequentare le lezioni.
Molte organizzazioni non governative, come Medici senza Frontiere sono stati cacciati dal Tigray dal governo di Addis Ababa, la Chiesa cattolica etiopica ha invece sospeso gli aiuti umanitari nella regione per la crescente insicurezza. Lo ha fatto sapere padre Gabriel Woldehanna, vice segretario generale della conferenza episcopale dell’Etiopia. L’organizzazione religiosa coordinava i supporti di Caritas e di altri partner internazionali.
Speciale per Africa ExPress Ambrogio Franceschi
Agosto 2021
“Il mare non è infinito, io vivo con un senso di colpa”. La storia di Ilaria sta in queste poche parole. Ventiquattro anni, di origini sarde ha vissuto fin da bambina nel cuore di Dakar dove il padre ha tutt’ora un’azienda che lavora il pesce e lo esporta surgelato in Italia Non ne aveva ancora 10 quando il mare è diventato il suo migliore amico, gli squaletti a riva dell’oceano i suoi compagni di giochi, come li chiama lei.
Rete per tonni,, delle dimensioni pari alla metà di un campo da calcio,
Surfare sulle onde e immergersi nei fondali da allora sarebbero stati il suo mondo.
Ilaria Congiu è cresciuta nei porti africani vedendo le piroghe che buttavano le reti all’alba, i pescatori che rientravano con il profumo dell’oceano sulla pelle: “La vita nel mare è diminuita – racconta con rassegnazione – non è più la stessa di un tempo” I fondali vengono ormai depredati da grandi multinazionali (soprattutto coreane e cinesi) che a partire dal 2008, hanno lasciato alle pesca artigianale solo gli scarti.
Ha lo sguardo triste quando ne parla, descrive le loro navi come grandi aziende galleggianti che non hanno il minimo scrupolo sulla misura dello sfruttamento. Arrivano, pescano, congelano a bordo ed esportano.
E chi come Ilaria ha il mare dentro non può stare a guardare. Ecco perché da Dakar è andata a Parigi per studiare giornalismo, specializzarsi in regia di documentari per poi mettere il suo sapere al servizio di una causa ambientale. Si chiama Breath (Souffle) il documentario cinematografico al quale sta lavorando e che uscirà nel 2023.
Ilaria Congiu: si chiama Breath il suo documntario che uscirà nel 2023
Abbiamo avuto il privilegio di leggerne la sinossi, in gergo il riassunto del suo racconto che partendo dal Senegal si sposta nel mar Mediterraneo. Un racconto che si snoda fra Senegal, Tunisia, Sicilia e Calabria per denunciare attraverso le immagini una piaga della quale si parla troppo poco.
“Non solo gli oceani – continua a spiegarci sconsolata – tra i mari più sofferenti al mondo c’è proprio il Mediterraneo, sovrasfruttato al 70 per cento. Per avere un’idea basti pensare che solo l’Italia ad aprile finisce le sue risorse di pesce disponibile, ed ogni anno questo giorno, il Fish dependance day anticipa sempre di più.
In sostanza il nostro continente – in termini ittici – non è più autosufficiente “Quello che mi chiedo ogni giorno – spiega ancora Ilaria- è se davvero stiamo uccidendo il mare”.
Prima di cominciare a girare Breath, Ilaria si è unita all’equipaggio della Sea Sheperd Italia, una ONLUS che con le sue navi pattuglia le coste per constatare le attività illegali che avvengono in mare.
“Con loro sono stata a bordo 3 mesi e – racconta – solo così ho capito davvero quello che già immaginavo. Una mattina mi hanno chiamata per mostrarmi una rete enorme, delle dimensioni pari alla metà di un campo da calcio, dove i tonni vengono imbrigliati per poi essere portati a Malta ed essere uccisi”.
È troppo grande perché si rendano conto dei confini entro i quali possono nuotare in libertà: alla fine migliaia e migliaia di esemplari continuano a girare su se stessi. “Sia ben chiaro – specifica Ilaria- non si tratta di pesca illegale. Ma è un approccio industriale, diverso a quello che ho sempre avuto sotto gli occhi fin da piccola, sono cresciuta a stretto contatto con i pescatori artigianali senegalesi che ancora legano dei vasetti ad un filo per attirare i polpi”.
Dopo questa esperienza di volontariato in mare il suo progetto ha preso definitivamente forma. All’inizio del documentario che è un lungo viaggio dentro la sua vita, incontrerà dopo anni Ibrahima che da sempre lavora con suo padre. Per lei quasi uno zio. Da lui saprà che il pesce senegalese in pratica non esistite più. Lui ormai riesce a sopravvivere solo grazie alle correnti che arrivano dalla Mauritania.
Ci vorranno quasi due anni per portare a termine il progetto di Breath. Ilaria non si ferma, è un fiume in piena. Ora è in Italia solo per un periodo ma il suo mare la chiama. A settembre dopo vari sopralluoghi tornerà a Dakar, dove tutto è cominciato, poi sarà la volta della Tunisia: qui la situazione politica e sanitaria ha però ritardato il lavoro.
Il suo cruccio restano gli oceani silenziosi e privi di vita ai quali vuole dare voce, lo sfruttamento alimentare di migliaia di specie che spesso – sottolinea – finiscono sulle nostre tavole dopo una lavorazione che ne ha alterato il colore. “L’ arancio del salmone ormai – dice -si sceglie sulle palette”.
Tutto questo vedremo in Breath il prima e il dopo, il mare che unisce ma separa i continenti, il confronto con il padre rimasto in Africa. Entreremo soprattutto nel cuore di una giovane donna che ci saluta così: “È come se vedessi il mare bruciare, quello che accade alle foreste accade anche agli oceani ma nessuno vuole vedere”.
I want to thank the doctors, soldiers, officials, women and men who in these dark days have saved thousands of Afghans, friends and collaborators of European nations and of those nations who were in Afghanistan. I thank the governments involved for the efforts done.
I’m doing this with few, deep, moderate words, in order for these words not to be an instrument of political propaganda but a sincere grief for those who have lost their lives trying to escape or in the exercise of their work or simply because they were bound by affective ties: children, wives, husbands and relatives.
Afghanistan
I do it in a composed way because, after the commendation to those who have saved so many human lives, we must be fully aware that the work is not finished, that in Afghanistan we have left many, too many, human beings whose life is in danger.
It’s because of this urgency that I appeal to you European Foreign Ministers and, above all, to you European people in order for a further evacuation plan to be immediately implemented. The clock hands run and mark seconds, eternal seconds for those who are afraid of dying from one moment to the next.
Europe cried for these families and their collaborators and carried out an uncoordinated evacuation. We can act together with France, Germany and all other EU countries.
The Italian President Mattarella, called for a united European intervention, searching for the best tools available.
Sergio Mattarella has been clear. He has said that what is happening in Kabul, like what happened with the war in Syria, “has made the EU’s low incidence capacity clear… it is instead essential to immediately ensure the real, effective, concrete instruments of foreign policy and common defense…”
The tools are there, also useful for overcoming the hypocritical position of those who despair but do not want Afghan refugees. And an adequate instrument exists indeed – the Temporary Protection Directive 2001/55/CE: it establishes a “group protection status”, available in situations of crisis generated by a massive flow of people fleeing a situation of great danger such as that which is currently underway in Afghanistan.
The Temporary Protection Directive also establishes an emergency mechanism to provide immediate and temporary protection to displaced persons from third countries in cases where it is impossible for them to return to their country of origin and also applies to situations of mass influx. All these criteria are perfectly applicable to what is happening in Afghanistan these days.
The directive does not require a unanimous vote of the Ministers of European countries.
The proposal regarding this comes from a letter sent to the President Ursula Von Der Leyen to the Vice President Joseph Borrel and to Yiva Johansson, EU Commissioner for Internal Affairs, first signed by the Vice President of the European Parliament Fabio Massimo Castaldo, shared by more than 70 transversal parliamentarians to the political forces and the national components which they belong.
The legislative instrument is here and I am sure there’s also the will to not leave women, men, young people, children, families of Afghan collaborators to a certainly unfortunate fate.
Ursula von der Leyen, president of the European Commission
The involvement and dialogue with our historical US and UK partners, is a must.
Europe could finally prove that it’s united, that it’s what we all dream of: a strong political Union determined to drive a mission of immense humanitarian value, also caused by our withdrawal.
I am aware that there has been work ongoing in a multilateral way and this is equally effective but what I most personally hope for (and I think I speak for many), is the strengthening of a real European action capable, in the face of inhuman pain, of firmly uniting the people of Europe.
It would be a unique opportunity for Europe: to become a united and strong entity, capable of imposing itself on a geopolitical level. Our nemesis and catharsis in the name of a common, profound sense of humanity, respect for civil rights, our history and our founding values.
Ringrazio i medici, i soldati, i funzionari, le donne e gli uomini che in questi giorni bui, hanno salvato migliaia di Afghani, amici e collaboratori delle Nazioni europee e di quelle presenti in Afghanistan. Ringrazio i governi coinvolti per gli sforzi compiuti.
Lo faccio con poche parole profonde, sobrie, affinché non possano essere strumento di propaganda politica ma un sincero cordoglio per chi ha perso la vita, tentando di fuggire o nell’esercizio del proprio lavoro o semplicemente perché era legato da vincoli affettivi: figli, mogli, mariti e congiunti.
Afghani in fuga
Lo faccio in modo composto perché, dopo gli elogi a chi ha salvato tante vite umane, dobbiamo avere la piena consapevolezza che il lavoro non è finito, che in Afghanistan abbiamo lasciato tanti, troppi, esseri umani in pericolo di vita.
E’ per questa urgenza che mi rivolgo a voi Ministri degli Esteri europei e prima ancora a voi Popoli europei affinché si attui immediatamente un ulteriore piano di evacuazione. Le lancette corrono e scandiscono secondi, eterni per chi teme di morire da un momento all’altro.
L’Europa ha pianto per queste famiglie e i propri collaboratori e ha effettuato un’evacuazione non coordinata. Possiamo agire insieme a Francia, Germania e a tutti gli altri Paesi EU.
Il Presidente italiano Mattarella, ha auspicato un intervento europeo unito, cercando i migliori strumenti disponibili.
Sergio Mattarella è netto. Dice che quanto sta avvenendo a Kabul, al pari di quanto è successo con la guerra in Siria, «ha reso evidente la scarsa capacità di incidenza dell’Ue… è invece indispensabile assicurare subito gli strumenti reali, efficaci, concreti di politica estera e di difesa comuni…”
Gli strumenti ci sono, utili anche a superare l’ipocrita posizione di chi si dispera ma non vuole profughi Afghani. Esiste infatti, la Direttiva sulla Protezione Temporanea 2001/55/CE, uno strumento adeguato: stabilisce uno “status di protezione di gruppo”, applicabile in situazioni di crisi derivanti da un massiccio afflusso di persone in fuga da una situazione di grande pericolo come quella attualmente in corso in Afghanistan.
La direttiva sulla protezione temporanea istituisce inoltre un meccanismo di emergenza per fornire protezione immediata e temporanea agli sfollati provenienti da Paesi terzi nei casi in cui sia impossibile tornare nel Paese di origine e si applica anche alle situazioni di afflusso massiccio. Sono tutti criteri perfettamente applicabili a quanto sta accadendo in Afghanistan in questi giorni.
La direttiva non necessita di un voto all’unanimità dei Ministri dei Paesi europei.
La proposta in merito arriva da una lettera spedita alla presidente Ursula Von Der Leyen, al vice presidente Joseph Borrel e a Yiva Johansson, Commissaria EU Affari Interni, a prima firma del vice Presidente del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo, condivisa da più di 70 parlamentari trasversali alle forze politiche e alle componenti nazionali di appartenenza.
Lo strumento legislativo c’è e sono certo anche la volontà di non abbandonare a un destino sicuramente infausto donne, uomini, giovani, bambini, famiglie di collaboratori afghani.
E’ d’obbligo il coinvolgimento e il dialogo con i nostri partner storici USA e UK che sono già in atto.
L’Europa potrebbe finalmente dimostrare di essere unita, di essere quello che tutti noi sogniamo: un’Unione politica forte e decisa nel compiere una missione di immenso valore umanitario, causato anche dal nostro ritiro.
Sono informato del fatto che si sta lavorando in modo multilaterale e ciò è altrettanto efficace ma ciò che più auspico personalmente (e credo di parlare per molti), è il rafforzamento di una vera e propria azione europea capace, davanti all’inumano dolore, di unire saldamente i Popoli europei.
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea
Sarebbe per l’Europa un’occasione unica: diventare un soggetto unito e forte, capace di imporsi a livello geopolitico. La nostra nemesi e catarsi in nome del nostro comune, profondo, senso di umanità, di rispetto dei diritti civili, della nostra Storia e dei nostri Valori fondanti.
Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
25 agosto 2021
Oltre 1.100 milioni di euro per le missioni militari all’estero 2021 e appena 135 milioni (+15 milioni rispetto al 2020) per la cooperazione allo sviluppo, con un rapporto spesa militare/cooperazione pari a 10 a 1. Sono i costi su cui il governo ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione al Parlamento, con pochissimi voti contrari, solo nel capitolo riguardante il sostegno alla Guardia Costiera libica.
Pur trattandosi di un provvedimento che riveste grande importanza per la politica estera e di difesa dell’Italia, la proroga che parte dal primo gennaio 2020 è stata deliberata dal Consiglio dei Ministri addirittura a giugno.
Missioni italiane all’estero
Le missioni sono una cinquantina, di ogni tipo: ONU, NATO, Unione Europea e bilaterale. La consistenza massima annuale è di oltre 9 mila soldati (+1.700 rispetto al 2020).Il costo delle missioni è a carico di un apposito fondo del Ministero dell’Economia e Finanze e non della Difesa, quindi, con scarsa trasparenza.
Sarebbe necessaria, invece, una suddivisione della spesa: quella di natura militare da attribuire al Ministero della Difesa e quelle per la cooperazione allo sviluppo alla Farnesina. L’attuale suddivisione alimenta, invece, la percezione che le spese militari italiane siano sottodimensionate rispetto a quanto spendono i Paesi della NATO e che, quindi, sia necessario aumentarle.
Visti i disastrosi riflessi economici che ha avuto il COVID 19, sarebbe stato logico aspettarsi un drastico taglio delle spese per le missioni all’estero, che, invece, sono rimaste costanti e in alcuni casi addirittura aumentate. Va ricordato che anni fa la spesa complessiva era di circa un miliardo di euro, quindi, notevolmente inferiore al livello attuale.
Ecco le principali missioni: Takuba nell’Africa sahariana (Mali, Burkina Faso, Niger) con 250 militari impiegati nella lotta contro il terrorismo, guidata da Parigi. Il presidente Macron ha annunciato la volontà di sospenderla alla luce della sua insostenibilità, per i costi umani ed economici.
Riguardo questa missione non si capiscono i vantaggi per l’Italia, se non quello di fare un favore alla Francia, in vista delle trattative sui fondi europei e per spingere sempre più a sud il contrasto all’immigrazione clandestina, vera ossessione europea.
Questa operazione può essere letta come un intervento neocoloniale di Parigi, che ha nel Sahara il proprio “cortile di casa”, inoltre l’argine al terrorismo può essere costituito dalla tutela dei diritti umani e dallo sviluppo e non dalla repressione su base etnica.
La missione europea in Somalia, per l’addestramento dell’esercito di Mogadiscio (EUTM Somalia) comandata da un generale italiano e con quasi 150 militari resta inalterata, anche se l’ONU denuncia, da anni, l’utilizzo in combattimento di minori e la distruzione di scuole e ospedali, nonché gravi violazioni dei diritti umani di cui è responsabile l’esercito somalo.
L’Italia, che deve farsi perdonare il periodo coloniale, dovrebbe condizionare gli aiuti al rispetto delle libertà fondamentali. Va sottolineato che l’Italia è stata ammessa nell’attuale Consiglio dei diritti umani Onu anche in virtù dell’impegno di contrastare il fenomeno dei bambini soldato. Si tratta di adottare, quindi, politiche coerenti con tale impegno.
A tale missione si affianca la missione bilaterale di assistenza e formazione offerta alla Polizia somala, ivi comprese le forze speciali di Mogadiscio, per tale compito sono dislocati 53 uomini con una spesa di 2,5 milioni di euro.
A Gibuti abbiamo l’unica base all’estero situata in un’area strategica e serve a supporto delle varie missioni operanti nella zona, con un costo di oltre 11 milioni e con oltre un centinaio di soldati. Era proprio necessaria?
Nel Mediterraneo centrale ed in Libia, per il contrasto all’immigrazione clandestina sono previste più missioni anche per il supporto l’assistenza alla Guardia Costiera. Nelle varie missioni nell’ex colonia italiana Libia e nel Mediterraneo sono impegnati oltre 1.500 militari, fra cui la missione europea EUNAVFOR MED Irini, a guida italiana, con 600 uomini ed alcuni aerei.
Militari italiani in Libia
Ma in Libia c’è una guerra. Ciononostante si persevera nel sostenere la Guardia Costiera libica, dotandola di mezzi navali e fornendo la formazione necessaria, in pratica esternalizzando il contrasto all’immigrazione clandestina. Per quest’ultima missione sono stanziati 10,5 milioni di euro e 49 militari.
Nel dibattito parlamentare sull’approvazione di questa missione sono da registrare alcune decine di voti contrari, proprio per la mancanza di tutele dei diritti umani.
Su questo aspetto i Governi Conte e Draghi sono assolutamente identici, l’Esecutivo non ha modificato il memorandum con la Libia e ha fatto finta di non sapere, come ha documentato Amnesty International, che per i migranti il salvataggio dal naufragio si trasforma in un ritorno a centri di detenzione in cui saranno sottoposti ad ogni sorta di brutalità.
Nei giorni scorsi la ministra dell’Interno, Lamorgese, è volata a Tripoli per discutere del contrasto al flusso dei profughi. La missione europea Irini non consente, peraltro, il blocco dei rifornimenti di armi indirizzati a tutti i contendenti, in quanto l’ispezione delle navi sospette può avvenire solo se la nave stessa accetta di essere ispezionata!
Nel golfo di Guinea l’Italia è presente con circa 400 soldati e con un onere di 23 milioni di euro per contrastare la pirateria e soprattutto per “proteggere gli assetti estrattivi ENI nelle acque internazionali”, come se le forze armate fossero una milizia privata.
Era previsto anche il sostegno alle forze di sicurezza afghane con ben 120 milioni di euro, il 10 per cento del totale della spesa per le missioni, assegno deciso senza porre alcuna condizione, nonostante le predette forze si siano macchiate, secondo l’ONU, di gravissime e numerose violazioni dei diritti umani, proprio quelli che erano alla base dell’intervento occidentale.
Secondo la missione Onu nel Paese (UNAMA) nel solo primo semestre 2021 le forze dell’esercito di Kabul sono state responsabili del 25 per cento delle uccisioni e dei ferimenti dei civili, (guerriglie e forze di sicurezza hanno ucciso complessivamente secondo UNAMA nei primi 6 mesi 2021 1.659 civili e ne hanno feriti 3.524, con un notevolissimo aumento rispetto al 2020).
L’esercito di Kabul, tuttavia si è sciolto come neve al sole davanti ai talebani. che hanno conquistato tutto il Paese. Per la missione appena conclusa dopo 20 anni. sono stati stanziati, per il 2021, 154 milioni di euro. Ad ogni modo nel dibattito parlamentare non è stato fatto un bilancio di questa missione nonostante la cinquantina di morti i circa settecento feriti ed un costo di molti miliardi di euro! E l’Afghanistan si conferma agli ultimi posti di tutte le classifiche socioeconomiche mondiali. Nonostante le enormi somme spese per la guerra.
In Medio Oriente è anche prevista la conferma alla lotta al Daesh con 900 militari e una spesa di 230 milioni e il rafforzamento della missione NATO di addestramento dell’esercito iracheno con 280 militari ed una spesa di 16 milioni di euro.
E’ previsto anche il rafforzamento del dispositivo militare NATO ai confini dell’Alleanza, vicino alla Russia, una misura che rischia di aumentare la tensione internazionale, funzionale all’ aumento della spesa militare dei Paesi dell’Unione Europea e al maggior acquisto di armi “made in USA”.
Speciale Per Africa ExPress Enzo Polverigiani
28 agosto 2021
A metà del 2013 già si parlava di forte riduzione e poi di conclusione dell’impegno Isaf in Afghanistan. La data di riferimento era fissata al 31 dicembre 2014. A Herat, nel Regional command West affidato agli italiani, le voci si concretizzavano con l’abbandono di basi e avamposti come Farah e Bala Baluk.
Anche gli americani, dal canto loro, si preparavano ad abbandonare la base aerea di Shindad, lasciando equipaggiamenti per milioni di dollari. “Ci costerebbe di più portarceli via – diceva un ufficiale – li lasceremo in dotazione all’esercito afghano”. S’è visto poi com’è andata.
Contingente italiano in Afghanistan
Del clima di parziale smobilitazione risentiva anche una delle strutture. In quegli anni rappresentava più di altre il supporto dell’Italia all’Afghanistan e in futuro, almeno secondo i piani, sarebbe stato il perno della nostra più contenuta presenza in un paese devastato e da reinventare.
Agire in ambito sociale
Il PRT, Provincial Reconstruction Team, fin dal 2005 aveva finanziato con oltre 40 milioni di euro – stanziati dalla Difesa – progetti e ricostruzioni nella provincia di Herat: una sessantina di scuole, strade e ospedali, carcere, aeroporto, restauro della Moschea blu.
Ma soprattutto aveva agito in ambito sociale, cercando di contrastare la soggezione forzata della donna afghana – di cui il burqa rappresentava il simbolo più radicale – con strutture dedicate, come il Business woman centre, il grande magazzino nel centro di Herat gestito solo da donne. Anche per questo la sede del PRT a Camp Vianini era stata colpita da un drammatico attentato dinamitardo, con cinque militari feriti.
Camp Arena
Nell’ufficio di Camp Arena, ultima sede del PRT, c’era il comandante, colonnello Vincenzo Grasso, dotato di humour ma anche rispettoso delle usanze locali. “Il nostro programma è più facile a dirsi che a farsi : sostenere il governo Karzai e rafforzare la fiducia della popolazione nella legalità e nell’autorità locale” spiegava.
“Personalmente – raccontava – tengo i contatti con il presidente della provincia di Herat, Waidi Fasullah, del quale sono amico, e insieme lavoriamo su educazione, sanità, opere idriche e anche fognature. L’acqua, come in tutto l’Afghanistan, è un’emergenza. Ma anche i servizi igienici, per esempio, sono quasi inesistenti. Gli afghani volevano i gabinetti fuori della scuola, e noi siamo riusciti a convincerli che bisognerebbe metterli dentro. Insomma, ci vuole pazienza. E le amicizie giuste sono indispensabili”.
Gioia negli occhi
E le donne, le violenze, il burqa? Il colonnello allargava le braccia: “Siamo lontani anni luce da una vera parità dei sessi. Il governo proclama che è ora di dare alle donne maggiori responsabilità, ma fra il dire e il fare…Facciamo il possibile anche sotto l’aspetto sociale, ma occorre tempo, e anche coraggio, per andare contro le tradizioni. La società afghana non vede di buon occhio l’imposizione dall’esterno di forme di emancipazione e democrazia. Tuttavia, qui a Herat ho visto la gioia negli occhi dei bambini di una scuola. Sono centinaia, nel cortile c’è anche la tenda dell’Unicef. Uno spettacolo che allarga il cuore e che fino all’altro ieri non era possibile. Un messaggio di speranza”.
Siamo andati a verificare questo messaggio con il colonnello, a bordo di gipponi Toyota bianchi, anonimi ma molto blindati. I più grintosi Lince darebbero ai civili “un segnale di occupazione” inopportuno. Finestrini serrati, i suv procedono veloci in fila indiana e impediscono con rapide manovre l’inserimento di altre auto nel convoglio.
Il centro di Herat è tutto un vociante e strombazzante bazar in movimento, spiccano turbanti scuri e shalwar, gli abiti tradizionali degli uomini e i burqa celesti o i meno estremi hijab bianchi – i veli – dei gruppi di donne con in braccio i bambini. Ecco le famigerate Corolla bianche, le auto preferite dai terroristi.
Scrutare il pericolo
“Ce ne saranno diecimila a Herat, quale sarà quella giusta?” ironizzava il caposcorta. Insomma, un fiume di veicoli di ogni tipo da scrutare con occhio allenato per individuare il più piccolo segnale di pericolo. Così erano costretti a muoversi, nelle città afghane, gli uomini dell’Isaf ormai a fine missione di pace: con i nervi tesi, le armi in pugno e il dito sul grilletto.
Ecco la scuola, in una stradina, con accanto il cantiere di una seconda palazzina finanziata dal PRT. E c’era tutto ciò che ci aveva promesso il colonnello. Le scolarette erano in divisa: abito nero e il viso, quasi sempre bellissimo, incorniciato dal velo bianco.
Si coprivano gli occhi scuri e ammiccanti, ma poi la curiosità era più forte e davano una sbirciata agli sconosciuti, per nascondersi subito dietro il velo con risatine soffocate. Anche le insegnanti, belle ragazze con un’ombra di trucco, erano velate come la direttrice Sina Shaidxar, che spiegava: “Questa è una scuola quasi interamente femminile, con migliaia di bambine. E una donna senza educazione non può essere mamma di figli che dovranno servire la patria. Intanto ringrazio l’Italia, ancora una volta, ma ora è fondamentale riuscire a essere autosufficienti. Anche se mi auguro che gli italiani, quando lasceranno la loro missione, continuino a collaborare con noi”.
Alla facoltà di giornalismo
All’Università della Repubblica islamica dell’Afghanistan, facoltà di giornalismo, le prime parole del preside Nimatullah Sarwari sono di circostanza, ma poi si riempiono di amarezza e sconforto. “Afghanistan e Italia hanno molti aspetti in comune. Noi con il PRT abbiamo un ottimo rapporto, che speriamo prosegua anche dopo. Ma la sicurezza e i diritti umani sono gravemente compromessi. Negli ultimi vent’ anni, nel mio Paese, sono stati uccisi ventisette giornalisti tra cui, nel 2001, la vostra Maria Grazia Cutuli. Eravamo certi che le autorità avrebbero investigato su queste morti, e invece è sempre buio fitto. La guerra non offre alcuna soluzione: non abbiamo bisogno di eserciti, ma di cultura, di istruzione, e i giornalisti possono fare molto. Dobbiamo motivarli, mandarli nei villaggi a diffondere notizie vere. Vorremmo che qualche nostro giornalista venisse in Italia, a imparare. Vedete questi ragazzi e ragazze? La loro sola ambizione è di lavorare, ma la situazione occupazionale non è buona. Qui purtroppo non c’è mercato”.
Maria Grazia Cutuli poco prima di essere uccisa in Afghanistan
Avevamo voglia di dirgli “anche noi, su questo punto, non siamo messi bene”, ma l’abbiamo lasciato concludere: “Questo è un paese colpito da una secolare fatwa, una maledizione, e frammentato in più parti tra le aree tribali incontrollabili, l’area di Kabul col governo Karzai a sovranità limitata, preda della corruzione più sfrenata, e il sud sempre in bilico politicamente e in mano ai contrabbandieri e ai signori della droga. Qualcuno ha paragonato la situazione afghana al tradizionale gioco del buzkashì, in cui i cavalieri si disputano selvaggiamente la carcassa di una capra senza testa: metafora perfetta dell’Afghanistan”.
Sprofondato nel Medioevo
Oggi il ministro Di Maio promette, nella retorica dell’ufficialità, di non abbandonare le donne e le ragazze afghane al loro destino. Ma già allora, a metà della missione Isaf, si era fatto poco o nulla: l’Afghanistan era ancora sprofondato nel Medioevo, a eccezione di qualche faticoso spiraglio di modernità. Perciò era diffuso il timore di un nuovo salto nel buio, di un giro di vite integralista, di un ritorno alla tradizione più ferocemente maschilista una volta partiti i soldati dell’Isaf e rientrati i talebani nel governo, come si prospettava. Anche per questo molte donne afghane non abbandonavano il burqa. Un po’ per fedeltà alle tradizioni, e molto per la paura del futuro.
Dunque, la strada verso i pieni diritti era ancora lunga, ma un messaggio di speranza ci veniva consegnato da Nahid Ahmad, fiera di non portare il velo come le colleghe. Bellissimi occhi scuri e bistrati, atteggiamento spigliato, minigonna altrettanto disinvolta, affermava con sicurezza: “Meno di dieci anni fa le donne in Afghanistan erano trattate come schiave. Non potevano studiare all’università, erano schiacciate sotto il tallone dello spietato fanatismo dei talebani. Venivano uccise dai loro stessi mariti e fratelli per un niente. In questi ultimi anni le donne hanno ottenuto più diritti, possono esprimersi quasi liberamente e possono essere parte attiva della comunità. Naturalmente accadono ancora cose orribili tra le mura domestiche, ma ora le donne afghane non sono più disposte a tornare indietro. Spero tanto che la politica non subisca un’involuzione autoritaria”.
Donne afghane
Un paradosso dalle alte mura era il carcere: per molte giovani donne rappresentava un mezzo per sfuggire ai maltrattamenti e alle violenze domestiche. Spose forzate ancora bambine, o scappate per evitare quel destino; costrette a nascondersi sotto il burqa per “non indurre in tentazione”; minacciate, seviziate, imprigionate soltanto per “aver pensato all’adulterio”, oppure, ed è sbalorditivo, per aver “subito uno stupro”. Ridotte schiave, vendute per acquistare cibo, le donne afghane, molto spesso, sono esasperate fino all’omicidio.
Carcere o scuola di formazione ?
Questo penitenziario-rifugio-albergo, allora diretto dal generale Sadegi, si trovava al centro di Herat, costruito su progetto del PRT con finanziamento della Difesa e dell’Unione Europea, e ospitava circa duecento donne e settanta bambini che vivevano con le madri. La maggior parte accusate di prostituzione, e anche di omicidio, sequestro e favoreggiamento, in questi casi complici di bande criminali. Ma perfino il generale, robusto, baffuto e paternalista, esprimeva le sue attenuanti generiche: “Per i talebani e gli integralisti islamici la donna non esiste”. C’era da crederci, se lo diceva lui.
Sembrava, più che un carcere, una scuola di formazione con sala internet, reparto di estetista, sartoria; solo l’ombra delle inferriate, disegnata sui tappeti consunti e sulla moquette strappata via, riportava alla realtà. Queste detenute anomale guarnivano camicie con i suzani, i ricami tagiki, imparavano a truccare occhi e bocche, navigavano in rete mentre i bambini, in un’altra sala, erano intenti ai loro giochi chiassosi e si raggruppavano, con curiosità, intorno ai visitatori.
Abiti e oggetti d’artigianato erano esposti in una stanza. Dai veli delle donne radunate in crocchi emergevano bei visi olivastri, grandi occhi sgranati, piercing tradizionali e complicati, pesanti orecchini d’argento “povero” con monete e conchiglie incastonate.
Più che guardare al passato, quelle donne e ragazze erano protese verso il futuro. Semplici frasi svelavano progetti, intenzioni, desideri profondi. Nasime, per esempio, raccontava di aver subito, nella sua casa, violenze continue da un marito sposato a forza, ma diceva che prima o poi sarebbe tornata al villaggio.
Non voleva andarsene all’estero? “No, perché questo è il mio Paese, ho ancora fiducia in un cambiamento”. Se si pensa a quello che sta accadendo in Afghanistan, sette anni dopo, quelle parole fanno ancora più male.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
28 agosto 2021
Non si ferma la forza distruttiva del gruppo armato Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.
Venerdì i ribelli si sono nuovamente scatenati, hanno attaccato il villaggio di Kasanzi, nel territorio di Beni (Nord Kivu), regione dove i miliziani di ADF sono particolarmente attivi. Senza pietà hanno ammazzato 19 civili. Alcune persone sono state bruciate vive, altre fatte a pezzi con coltelli e machete. Tredici case sono state incendiate, rase al suolo, altre saccheggiate, diversi residenti risultano ancora dispersi.
Nuovo attacco di ADF in Congo-K
Ieri sera il bilancio provvisorio era di “soli” cinque morti, poi questa mattina uomini della Croce Rossa, in cerca dei dispersi, hanno trovato altri 14 corpi martoriati in un bosco vicino al villaggio.
Meleki Mulala, portavoce dell’OrganizzazioneNouvelle Société Civile de Rwenzori, in un breve comunicato ha fatto notare l’assenza delle forze armate di Kinshasa (FARDC) in quest’area del territorio di Beni. Contattati questa mattina da France Presse, il commando regionale militare non ha voluto rilasciare commenti sull’accaduto.
Eppure le truppe vengono addestrate dalle forze speciali USA, arrivate a metà luglio dietro richiesta del governo congolese. Una cooperazione nel contesto di un partenariato “privilegiato” siglato da Washington e Kinshasa per contrastare il terrorismo e, non per ultimo, per riportare pace e sicurezza nell’est del Paese, fortemente auspicate dal presidente del Congo-K, Felix Tshisekedi.
Gli uomini delle forze speciali statunitensi, Mike Hammer, ambasciatore di Washington accreditato a Kinshasa e due senatori americani sono stati ricevuti proprio ieri dal governatore militare del Nord-Kivu, Constant Ndima, per fare il punto sulla situazione. Il senatore USA, John Tomoshochi Jelly, ha precisato durante l’incontro che i militari non daranno la caccia a ADF. “Questo è compito di FARDC con il sostegno di MONUSCO, missione dell’ONU nel Paese”, ha aggiunto Tomoshochi Jelly.
Attacco del gruppo armato ADF in Congo-K
Le forze speciali USA metteranno a disposizione dei militari congolesi la propria esperienza nella lotta contro il terrorismo. Nel programma saranno anche inclusi i ranger del parco nazionale Virunga, dove è stato brutalmente ammazzato l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, la sua guardia del corpo Vittorio Iacovacci e l’autista congolese di PAM (Programma Alimentare Mondiale) Mustapha Milambo, in quanto anche questa zona è ritenuta ad alto rischio.
Solo una ventina di giorni fa ADF ha perpetrato un doppio attacco: il primo a Mbigi e il secondo a Mapasana, due villaggi nelle vicinanze della città di Beni. Durante le aggressioni sono morte 16 persone, pure loro uccise con coltelli e machete. Tra le vittime anche due donne, prese in ostaggio nelle settimane precedenti dai ribelli. I loro corpi martoriati sono stati poi trovati sulla strada per Idohu, nella provincia di Ituri.
Le due province, Nord-Kivu e Ituri , dove vige lo stato d’emergenza dai primi di maggio, sono entrambe teatro di incessanti incursioni da parte di gruppi armati per il controllo di terre e siti minerari.
Solo pochi giorni fa l’Ufficio per gli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA) ha detto che la situazione sta deteriorando di giorno in giorno a causa dei continui attacchi dei gruppi armati nelle province nell’est del Congo-K. Nel suo comunicato del 23 agosto OCHA ha puntualizzato che 64 civili sono stati ammazzati, mentre oltre 700 mila persone hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della situazione di grave insicurezza.
Gli ultimi giorni per Africa ExPress cono stati particolarmente concitati
e turbati dagli sforzi che abbiamo fatto per tirar fuori dalle sabbie mobili afghane una famiglia locale
già in possesso dei permessi necessari
per salire su un aereo italiano. Non riuscivano a entrare in aeroporto. Impegnati nella ricerca di una soluzione hanno mobilitato tutti:
militari, Farnesina, giornalisti, ambasciate anche non italiane.
E il senatore Alberto Airola, che si è speso come un matto. Non ci siamo riusciti.
Ora speriamo di salvarli con le evacuazioni previste verso il Pakistan.
Speciale per Africa ExPress Annamena Mastroianni e Sara Mauri
28 agosto 2021
In questi giorni abbiamo provato a fare qualcosa di concreto per le persone che stanno fuggendo dall’Afghanistan. Insieme a Massimo Alberizzi, direttore di Senza Bavaglio e di Africa Express, abbiamo creato una chat tra italiani e afghani. Ci siamo sentiti giorno e notte, cercando contatti e tentando di costruire ponti laddove c’erano muri. Tra delusioni, timori e dolore, siamo stati accanto alle persone che andavano in aeroporto e poi tornavano a casa, a coloro che ce l’hanno fatta e a coloro che non ce l’hanno fatta. Abbiamo sperato, creduto e pregato insieme a loro. Abbiamo parlato con persone che speravano con il loro nome di essere nella lista. Abbiamo assistito ad aspettative deluse e prospettive distrutte, i muri di folla, gli spari. Lo abbiamo fatto tra impotenza e tristezza, tra rassegnazione e una grande, grandissima voglia di riuscire a farcela. Siamo Annamena Mastroianni e Sara Mauri, colleghe, giornaliste e ora anche sorelle. Sul campo. Questi sono i nostri due racconti. Soggettivi, perché le emozioni in certi casi (purtroppo) comandano la cronaca.
Afghanistan: famiglie in fuga
Annamena Mastroianni
Soprattutto nelle ultime ore, la “questione Afghana” non risulta più essere appunto “una questione” ma il centro di una messa in discussione di responsabilità mondiali. Responsabilità e irresponsabilità che negli ultimi giorni si sono ripiegate su se stesse.
Questi ultimi giorni sono stati capaci di paralizzare i pensieri e talvolta spezzare il respiro, giorni che ingoiati completamente dalla paura della notte abbiamo chiamato ‘giorni della speranza’.
Ore su ore che si sono attorcigliate e sciolte attraverso un senso di rabbia e impotenza incommensurabili. Tutto ha avuto inizio con la prepotenza con cui il cuore e il senso di giustizia ha voluto a tutti i costi tentare di salvare vite. Tutte le vite sono sacre ma ‘quelle’ vite andavano strappate ai brutali eventi a qualunque costo.
Un uomo Y. e una donna T. che da anni si sono spesi in difesa dei diritti umani e delle donne, come la partecipazione alla battaglia #whereismyname per l’inclusione dei nomi delle donne sui propri documenti.
Preoccupati per le famiglie
Quest’ultima, una lotta alla sensibilizzazione fortemente motivata da T. che ho avuto il piacere di intervistare attraverso il mio lavoro redazionale presso il giornale V-news.it. T. e Y. sono preoccupati per le rispettive famiglie bloccate a Kabul, terrorizzate ancor più perché i rapporti di parentela, con chi combatte l’assenza di diritti, potrebbe spingerli a essere segnalati prima e più di altri.
Durante questa lotta costante per salvarli, fatta di notti insonni, e-mail, telefonate, richieste e traduzioni supportate a qualunque ora del giorno e della notte da mio figlio Andrea, ho avuto anche il piacere di conoscere persone meravigliose come la collega giornalista Sara Mauri.
Il marine Rylee McCollum, uno dei marines uccisi all’aeroporto di Kabul nell’attentato del 26 agosto (foto per gentile concessione della famiglia McCollum)
Sara mi ha affiancata in questa tortuosa e disperata dichiarazione di speranza chiesta in ogni dove, che ha abbracciato colori, tessere e associazioni di diversa tipologia, ma unite dalla volontà di sottrarre esseri umani a un tragico destino.
Battaglia di civiltà
Durante questa battaglia di civiltà ho incrociato il cammino di un’altra anima luminosa, quella di un giovanissimo N. anche lui attivo costantemente per poter aiutare tutti loro in un primo tempo e poi, una volta saputo dell’inserimento in lista dei nominativi, anche della sua famiglia.
Queste mie righe siano l’urlo della speranza morta assieme all’attesa senza risposta alcuna, attaccati al cancello dell’aeroporto di Kabul, della famiglia di T.
Sia l’aceto della lontananza bevuto da N. distante dalla sua famiglia bloccata a Kabul, senza alcuna certezza di sopravvivere ai cambiamenti che non si possono contrastare. Sia la felicità non del tutto pienamente assaporata di sapere la famiglia di Y. in salvo, in Italia.
Soprattutto resti eterno il senso di inadeguatezza, impotenza, rabbia e la sofferenza di tutti i momenti in cui si voleva fare, ma non si riusciva, perché ci si sentiva pedine, per qualche ora cani sciolti e poi strattonati e ben legati all’albero degli impedimenti.
Spari addosso
Ancor più quando scrivevo e chiamavo senza sosta il console italiano Tommaso Claudi, e il capitano Alberto del Basso e in contemporanea avevo la responsabilità di dire a quelle famiglie “Restate anche con gli spari addosso oppure andate via”.
Perché prima e durante queste schegge di realtà che cerco di vomitare emotivamente, bloccata perché sofferente e preoccupata ancor più adesso, abbiamo creato una chat composta da italiani e afghani, abbiamo comunicato, pianto e tentennato giorno e notte, cercando contatti a tutti i livelli.
Questa altalena fatta di ansia e sensibilità concedeva rari momenti di speranze e altrettanti di delusioni, soprattutto mentre si monitorava gli afghani che si recavano in aeroporto con non poche difficoltà, gli stessi che tornavano a casa.
Uomini e donne che hanno vissuto con la certezza rimarcata de “I vostri nomi sono al gate”, ma poi sconfitti dal muro di folla che li respingeva a casa.
Paure alimentate soprattutto dopo l’attentato, dove hanno perso la vita in tanti, nell’attesa che qualcuno li andasse a prendere e li portasse in salvo, condannati alla pesantezza di una clessidra immaginaria fatta di fame, sete e terrore.
Perché sono solo una donna, una madre, una insegnante, una giornalista, non una soldatessa tra il muro di cinta e il fiumiciattolo che costeggia il gate Abbey!!
Queste mie parole facciano riflettere sul significato dell’essere non più spettatori di eventi ma nemmeno eroi, perché
il mondo non ha bisogno di eroi ma di una umanità consapevole e coraggiosa.
Terrorizzati sotto gli spari
Tutti dobbiamo cominciare a non fare a meno dell’indignazione quando si ingoiano certe immagini, quando si ascoltano dichiarazioni di morte, di arretramenti di azione, quando si pensa alla politica come parcheggio di ideologie e non come attuazione di intenti sociali e ideali umani.
Quegli uomini e quelle donne che conosco e tutti gli altri che erano comunque in aeroporto, in attesa di una persona che li andasse a prendere, terrorizzati sotto gli spari e le granate, erano lì, attaccate alla vita per sopravvivere, perché scappare rischiando di morire era meglio di restare inermi coscienti di morire e subire senza aver lottato, tentato.
Mi chiedo tutt’oggi: perché nessun protocollo per il trasporto e l’inserimento in aeroporto degli Afghani inseriti nelle liste e avvertiti telefonicamente dalla ambasciata? Perché non si è pensato di gestire la ‘questione’ afghana in modalità differenti?
Perché stiamo lasciando che un popolo si sgretoli, si faccia dimenticare, cancellare da chi si sente forte solo perché ha le armi a permetterne una autodeterminazione di forza?
Un grazie speciale a:
Mio figlio Andrea Zampella, instancabile guerriero di luce
Sara Mauri, sorella di lotta e di cuore
Sen. Cinzia Leone
Massimo Alberizzi
Sen. Alberto Airola
Michela Nacca presidente Associazione Maison Antigone
Isa Maggi di Stati Generali delle donne
Angelo Argento di Cultura Italiae
Lo staff di solidarietà Italiae
On. Alessandra Moretti
Sara Mauri
L’impotenza, la sensazione di non riuscire ad aiutare, la voglia di farcela. Questo è il resoconto delle ore che io e Annamena Mastroianni (Annamena più di me) abbiamo trascorso, chine sui telefoni per tutta la notte, aspettando una risposta, un messaggio, attendendo una notizia. Tra sere piene di speranza e la nostra felicità nel vedere persone iscritte alle liste italiane dei passeggeri in partenza dall’aeroporto di Kabul.
Famiglie intere che speravano di salvarsi, persone come noi. Anime in mezzo al caos di un aeroporto che è diventato un inferno.
Mi chiama una mia amica piangendo. La chiamerò A. per proteggere il suo nome. È una mia fonte, la conosco da tre anni. In passato, l’ho intervistata per Il Giornale e per Linkiesta. A. è un’attivista internazionale per i diritti umani, per i diritti delle donne in Afghanistan. Mi chiama chiedendo aiuto per salvare i suoi fratelli, per salvare sua madre.
Missione complicata
A. è stata una delle donne che hanno partecipato alla battaglia #whereismyname per l’inclusione dei nomi delle donne sui documenti afghani. La sua famiglia è in pericolo, i talebani ci metteranno poco a fare il collegamento tra lei e i suoi cari. “They know who they are”, “sanno chi sono”.
Aiutarli mi sembra una missione impossibile, sono solo una giornalista senza neanche più un giornale, ma ho qualche contatto. Scrivo a tutti, ci provo. Quelle persone vanno portate fuori in fretta.
Dopo tanti sforzi, A. mi dice che la sua famiglia è sulla lista delle persone che saranno evacuate dall’esercito italiano. Un miracolo. Ma non sono riusciti a mettersi in salvo. Sono tornati a casa, sono nascosti a Kabul.
Afghanistan: una mamma riuscita a entrare un aeroporto con la sua bambina
Annamena Mastroianni l’ho conosciuta così. Dopo aver saputo che anche lei, meglio di me, stava tentando il tutto e per tutto per salvare vite e per salvare la famiglia di A.
Smuovere montagne
Annamena ha smosso le montagne, combattuto giorni e notti. Ed è grazie ad Annamena che ho conosciuto N., studente modello, un ragazzo afghano che vive in Italia. N. è stato sveglio tutte le notti a tradurre i documenti quando anche la sua famiglia, composta da molti bambini e una sorellina affetta da sindrome di Down si trovava a Kabul e non era nella lista.
Il mio rimpianto più grande è quello di non aver conosciuto prima N. Magari ora la sua famiglia sarebbe in salvo. Magari avrei potuto fare qualcosa, qualcosa in più. I nomi dei membri dei suoi parenti sono stati inseriti sulla lista troppo tardi e questa cosa mi tormenta, mi uccide. L’immagine felice della sua sorellina mi strazia il cuore.
La notizia positiva, ciò che ora mi rincuora di più, è che la famiglia di Y. (con due bambini), aiutata da Annamena, ora è al sicuro ed è riuscita a prendere l’aereo per arrivare in Italia.
Coraggio dei militari
Le famiglie di A. e N., però, sono ancora là. E ora, dopo gli attentati dell’altra sera all’aeroporto di Kabul, proprio ad Abbey Gate, il punto esatto dove aspettavano le persone in attesa degli aiuti dell’esercito italiano, la situazione si è complicata ancora di più. Da lí è impossibile passare, i talebani hanno chiuso l’aeroporto e le persone sulle liste di evacuazione non riescono a passare.
Nonostante il coraggio dei nostri militari, l’impegno dei nostri politici, troppe persone stanno ancora tentando di portare in salvo i propri cari. Molte famiglie sono sulla lista italiana dei passeggeri, ma non riescono a raggiungere la salvezza.
La situazione è disperata, ma dobbiamo ancora crederci. Ora, l’unica speranza è di tentare la via per gli stati vicini. Ma la strada per Islamabad via Peshawar, in Pakistan, è lunga, incerta e piena di terrore.
Un grazie speciale a:
Annamena Mastroianni, ormai una sorella
Andrea Purgatori
Massimo Alberizzi
Sen. Alberto Airola
Daniele Nahum
(persone dal cuore d’oro)
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