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Canguro africano entra nella storia sportiva del Burkina Faso: bronzo nel salto triplo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
6 agosto 2021

Un bronzo che vale più dell’oro. E’ entrato nella storia del Burkina Faso senza essere salito sul podio più alto all’Olympic Stadium di Tokyo. Che salto, Hugues Fabrice Zango, 28 anni, ingegnere dell’elettricità prestato alla Francia. Che salto triplo! Un volo di 17,47 metri che ha dato la prima medaglia olimpica di sempre al suo Paese. Esattamente 37 anni e un giorno dopo un evento storico incancellabile. Era il 4 agosto 1984, infatti, quando l’Alto Volta volle liberarsi del suo nome coloniale per rinominarsi Burkina Faso, ovvero La Terra degli uomini incorruttibili.

Hugues Fabrice Zango, Burkina Faso, Medaglia bronzo nel salto triplo

Il terzo posto ottenuto nel salto triplo giovedì 5 agosto alle Olimpiadi ha anche segnato la definitiva consacrazione di questo improbabile “canguro africano” nello sport e nella vita.

Da Koudougou a Bethune, a Tokyo. Dalla città natale di 160 mila abitanti (distante 75 km da Ouagadougou,  capitale di uno degli stati più poveri del mondo) allo storico centro del nord della Francia e, da qui, ai XXXII Giochi Olimpici in Giappone come capo delegazione di… ben 7 atleti burkinabè.

Dall’altopiano agricolo Mossi al Passo di Calais, per completare gli studi universitari nel prestigioso ateneo di Artois , dove – come lo ha definito La voi du nord – “è diventato il più famoso dottorando della facoltà di scienze”.

Intervistato da Olympics.com, Zango ha così ricostruito la sua parabola: “Cominciai con il taekwondo, ma presto lo mollai e presi a praticare l’atletica, per puro caso. In Burkina Faso gli sport più seguiti sono calcio e ciclismo, raramente sentite parlare di atletica. Nel 2011 fui selezionato per una competizione scolastica. Un allenatore dello stadio “4 agosto”, l’unico con una pista in tutto lo Stato, capì che sarei potuto diventare un buon saltatore. Presi ad allenarmi con lui nel 2011 fino al 2015. Nel 2016 mi trasferii in Francia”.

Zango, figlio di buona famiglia (papà Jacques è ispettore delle Finanze e la mamma insegnante) in realtà non pensava a un futuro nell’Atletica: gli interessava lo studio. Soprannominato Jiren, per la sua calma e potenza (dal personaggio manga Dragon Ball), Zango ha la testa sulle spalle. Arrivò in Francia per un PHD in Ingegneria elettrica, che – ricorda Jeune Afrique – concluderà nel 2022.

“Gli studi sono fondamentali soprattutto in uno sport individuale in cui non corrono tanti soldi come nel football – è il pensiero di Zango – Il giorno in cui concludi la carriera, se non hai un piano alternativo finisci per trovarti in una situazione critica”.

Eppure giunto in Francia è stato spinto a iscriversi nella società sportiva locale (Artois Athletisme) è finito sotto la tutela di Teddy Tamgho, ex grandissimo triplista francese (campione del mondo nel 2013, a Mosca), forse uno dei migliori allenatori al mondo nel salto triplo. Guidato da Tamgho, (quasi coetaneo: è maggiore di soli 3 anni), l’ingegnere burkinabè è stato come colpito da scosse irrefrenabili.

Ha spiccato salti sempre più lunghi, ha preso il volo: secondo nel 2016 a Durban nei campionati africani, oro nei giochi francofoni l’anno dopo, poi campione d’Africa, medaglia di bronzo ai mondiali di Doha e, soprattutto, nel gennaio scorso ha saltato 18.07 metri al coperto a Aubiere (Francia): è il primo atleta a raggiungere questo limite, nuovo record del mondo! Ironia della sorte: superando di 3 centimetri il record del suo maestro

Eppure, sommerso da complimenti e congratulazioni, a cominciare da quelle del presidente Roch Marc Christian Marcorè, Zango Jiren non si scompone. “Speravo di vincere – ha commentato – ma va bene lo stesso. Una grande festa mi aspetta a casa!”

E il pensiero ritorna agli studi – lo attende la dissertazione dal titolo – udite udite – “una macchina elettrica performante con rotore esterno e convertitore integrato per l’applicazione in ambienti estremi”. Boh! … E’ più entusiasmante vederlo saltare!

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

La Tunisia affonda, mentre Ahmed vola sulle onde della piscina di Tokyo

Un campione d’oro etiopico “pane e salame” batte gli ugandesi sui 10 mila metri olimpici

La Tunisia affonda, mentre Ahmed vola sulle onde della piscina di Tokyo

 

Le donne ugandesi scalano l’Olimpo: primo oro femminile (3 mila siepi)

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
5 agosto 2021

Dall’Equatore all’Olimpo. Per mettersi al collo la prima medaglia femminile della storia di tutti gli sport ugandesi.

“Avevo sempre immaginato di fare il medico, o di stare davanti a una lavagna a insegnare. E invece..”. Così parlava nel 2013 Pereuth Chemuthai. Aveva 14 anni, frequentava le scuole medie a Kapchorwa, una cittadina di circa 12 mila abitanti nella regione orientale dell’Uganda. E invece quell’anno la sua vita svoltò al punto che, mercoledì 4 agosto, Pereuth è stata la prima donna ugandese a scalare …l’Olimpo.

Ha conquistato, con forza e astuzia, la medaglia d’oro dei 3 mila siepi nello stadio nazionale di Tokyo. Fino a ieri, a salire sul podio più alto di un’Olimpiadi erano stati due uomini: John Akii-Bua nei 400 metri ostacoli (1972, Monaco) e Stephen Kiprotich nella maratona (2012, Londra).

Pereuth Chemuthai, primo oro olimpico femminile per l’Uganda

Mai nessuna atleta di Kampala era arrivata così in alto. E pensare che tutto era cominciato per caso, nel 2013, appunto. Pereuth, nata il 10 giugno 1999, era andata ad assistere ai campionati distrettuali di atletica a Bukwo, (città dell’Uganda orientale), dove frequentava la Chemron School: “Mi piacque subito ciò che vedevo. Correre era bellissimo. Mi venne voglia di provare”. Pochi giorni dopo prese parte a una gara con atleti più grandi ed esperti di lei. “Mi resi conto di poter competere con alcuni di loro che correvano per professione”. Due anni dopo divenne una “stella” nel distretto di Bukwo e iniziò a fare incetta di medaglie: Ai Giochi giovanili del Commonwelth vinse le medaglie d’argento nei 1500 metri piani e nei siepi. Nel 2016 andò a Giochi di Rio, ma fu eliminata alle qualificazioni. “Ero inesperta, ma nella mia testa però restò l’idea di migliorare il mio record”.

E infatti al ritorno vinse il campionato di cross country in Uganda e ottenne il record nazionale sui 3 mila siepi (9”07”94”). “Affrontare gli ostacoli di questa gara non è certo molto più difficile che superare quelli che trovo a Kololo”, (un quartiere di Kampala, ndr), fu il suo commento.

Nel 2019 ai campionati mondiali di Doha in Qatar si classificò al quinto posto, ma – pronosticò il suo allenatore olandese giramondo (ha vagato per 93 Paesi), Addy Ruiter, parlando con il Daily Monitor – “a Tokyo vedrete cosa combinerà nella gara della sua vita”.

Emmanuel Kipkurui Korir,, oro per il Kenya negli 800 metri

E così è stato. Ha lasciato scappare l’americana Courtney Frerichs, 28 anni, la ha ripresa, superata di oltre 3 secondi, ha abbassato il record nazionale ugandese con 9’01”45, e si è lasciata alle spalle anche la detentrice del record mondiale, la keniana Beatrice Chepkoech, giunta appena settima. Il Kenya si è dovuto accontentare della medaglia di bronzo con Kyieng Hyvin, 29 anni, seguita dall’etiope Abebe Mekides, 20.

Dai corridori maschi di Nairobi, però, sono giunti due squilli di tromba nella stessa giornata: oro e argento sugli 800 metri. Sono sfrecciati sul traguardo, quasi spalla a spalla, Emmanuel Kipkurui Korir, 26 anni, detto il Texano (vive e si allena a El Paso) e Ferguson Cheruiyot Rotich, 31 anni. Korir all’arrivo ha dispiegato le braccia come le ali, quasi a confermare il perpetuarsi di un dominio sulla specialità: è la quarta olimpiade consecutiva che vede un keniano trionfare sugli 800 metri.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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La Tunisia affonda, mentre Ahmed vola sulle onde della piscina di Tokyo

Orrore in Etiopia: il massacro si vede nel fiume con la corrente piena di cadaveri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 agosto 2021

Sono cinquanta, forse anche molti di più i corpi senza vita che galleggiano nel fiume Gash-Setit, che in Etiopia prende il nome di Tekeze. I cadaveri finora recuperati avevano ferite di arma da fuoco, altri, invece tagli profondi di machete.

Il fiume è il confine tra i territori controllati dalle forze del Tigray e quelli dagli Amhara, alleati delle truppe di Addis Ababa nel conflitto che si consuma nel nord del Paese dall’inizio di novembre. Un settore del corso d’acqua segna il confine naturale più occidentale tra Eritrea e Etiopia, mentre in un altro punto quello tra Etiopia e Sudan.

Morti ripescati nel fiume, Ethiopia

 

Un medico, scappato da Humera, che si trova in una situazione strategica – Eritrea da un lato e il Sudan dall’altro – ha detto di aver seppellito dieci salme nell’ultima settimana in territorio sudanese. Alcuni pescatori hanno riferito che sono già stati ritrovati altri 28 corpi. Il medico ha precisato di aver potuto identificare diversi tigrini di Humera, grazie all’aiuto di alcuni rifugiati.

Cadaveri buttati nel fiume, altri, invece uccisi con pallottole mentre tentavano di mettersi al sicuro. Ora i loro poveri resti sono cibo per i coccodrilli, che abbondano in queste acque; ci ricordano i migliaia di tutsi gettati nel fiume Nyabarongo, rinominato Akagera, nel 1994.

Altri testimoni hanno fatto sapere che la situazione nell’ovest del Tigray sta peggiorando di giorno in giorno. Gli Amhara e i fano (gruppo giovanile armato Amhara), attaccano continuamente la popolazione civile. Inoltre molti rifugiati hanno confermato che chi tenta di attraversare il fiume per raggiungere il Sudan viene spesso aggredito da soldati e milizie, che senza esitazione impugnano il fucile per uccidere i fuggiaschi.

Samatha Power, amministratrice dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) ha visitato in questi giorni campi per profughi in Sudan che ospitano migliaia di tigrini. Sul suo account twitter il capo di USAID ha raccontato dell’incontro con i fuggiaschi, delle loro sofferenze, ha parlato con donne che hanno perso i loro cari, uccisi barbaramente mentre i nemici bruciavano i loro villaggi. Scappate con i figli sopravvissuti, la loro unica ricchezza.

La Power ha poi specificato che il governo di Washington chiede a tutte le parti coinvolte nel conflitto nel Tigray un immediato cessate il fuoco. Nel dettaglio gli USA pretendono che il TPLF (Tigray People’s Liberation Front), ritiri le sue truppe, altrettanto quelle dell’Amhara devono allontanarsi dall’ovest del Tigray e i militari di Asmara devono lasciare immediatamente l’Etiopia e tornare in Eritrea.

Intanto la situazione umanitaria è a dir poco catastrofica. Il governo di Addis Ababa ha intimato a due ONG, Medici senza Frontiere e Norwegian Refugee Council di sospendere qualsiasi attività. MSF non potrà operare per almeno tre mesi nelle regioni del Tigray, Amhara, Gambella e Somali. Le ONG sono accusate di essere pericolose. Fa davvero riflettere, visto che dall’inizio del sanguinoso conflitto sono stati uccisi almeno 10 operatori umanitari, tra questi 3 di MFS, ammazzati brutalmente alla fine di giugno.

Redwan Hussein, portavoce di Emergency task force del governo etiopico accusa le due organizzazioni di aver svolto un ruolo estremamente negativo nei nove mesi di guerra e di aver appoggiato il TPLF, anzi, di aver persino procurato armi ai ribelli.

Il nuovo sottosegretario generale di OCHA (acronimo per Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), Martin Griffiths, che succede al battagliero Mark Lowcock, ha dichiarato che le accuse rivolte da Addis Ababa alle due associazioni umanitarie sono estremamente pericolose. Ha chiesto, inoltre, un immediato e libero accesso ai convogli umanitari, aiuti che devono arrivare quanto prima alle popolazioni in difficoltà, in particolare ai residenti delle zone rurali dove ormai centinaia di migliaia di persone sono già colpite da carestia. “Almeno 100 camion devono poter arrivare giornalmente nel Tigray”.

La guerra ha colpito tutti, soprattutto i civili. A tutt’oggi, nel solo Tigray, sono 5,2 milioni di persone in stato di necessità, ossia il 90 per cento della popolazione di questa regione.

Griffit è stato in Etiopia in questi giorni e ha anche visitato le zone travolte dalla guerra. Intanto Tigray Defence Forces (TDF) si sta spingendo sia da ovest che da sud nella regione Amhara e ha costretto oltre 200 mila persone a fuggire dalle proprie case, altre 54 mila, invece nell’Afra, dove TDF è entrata da dalla parte orientale.

La proposta di far passare i TIR attraverso il Sudan è stata respinta da Addis Ababa. Anzi, Mitiku Kassa, Commissario di National Disaster Risk Management, ha puntualizzato che il governo federale e quello regionale Afar provvedono già ai bisogni della popolazione del Tigray. “Le pressioni fatte da occidentali e dalle loro istituzioni per aprire un corridoio umanitario nell’ovest della regione passando dal Sudan è fuori discussione”, ha aggiunto.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e premio Nobel per la Pace 2019

Anche se Abiy Ahmed, il primo ministro etiopico aveva dichiarato a fine novembre che la guerra era terminata, questa continua il suo corso, forse anche perchè il premier non aveva messo in conto preparazione e capacità tattica dei leader del TPLF, che, fino al suo arrivo erano i quadri delle forze armate etiopiche. Inoltre, la difesa di Addis Ababa dispone di poco più di 150 mila uomini, un numero esiguo per coprire un territorio di più di un milione di chilometri quadrati, dove a tutt’oggi permangono tutta una serie di aree di conflitto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Etiopia: Abiy vince le elezioni (secondo gli USA truccate) e i tigrini vincono la guerra

Continua la tragedia del Tigray: uccisi tre cooperanti sanitari di MSF

 

 

Il Marocco vuole dialogo con l’Algeria (dal 1994 interrotto) e rafforza il blocco di Ceuta

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 agosto 2021

Durante il suo discorso alla nazione del 31 luglio scorso, in occasione del 22esimo anniversario dell’ascesa al trono, Mohammed VI, re del Marocco, si è rivolto anche alla vicina Algeria.

Oltre a rilanciare la proposta della riapertura delle frontiere tra i due Paesi, il re ha chiesto al presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, una maggiore collaborazione per potenziare i rapporti tra i due Paesi.

Mohammad VI, re del Marocco

Le frontiere tra Marocco e Algeria sono chiuse dal lontano 1994 per la questione del Sahara occidentale e il Fronte Polisario (Frente Popular de la Liberciòn de Saguia-El Hamra y Rio de Oro), sostenuto da Algeri.

I territori sono abitati prevalentemente dalla popolazione saharawi, già in lotta in passato per l’indipendenza dalla Spagna, che ha posto fine all’occupazione del Sahara spagnolo nel 1975. Dopo la decolonizzazione di Madrid, Marocco e Mauritania rivendicano diritti sui territori, ma nel 1979 (dopo 4 anni di guerra) Nouakchott rinuncia alle sue pretese e firma un accordo di pace con il Fronte, che però continua le sue battaglie contro il Maroccoper l’indipendenza. E nel 1980 Rabat inizia la costruzione di un muro lungo 2.700 chilometri, che divide il regno dal popolo saharawi.

Dopo quasi 30 anni dalla proclamazione del cessate il fuoco, firmato nel 1991 sotto l’egida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, le tensioni tra Rabat e il Fronte Polisario, non sono mai terminate definitivamente, malgrado la presenza della missione dell’ONU MINURSO, che avrebbe dovuto anche organizzare il referendum, che finora non si è mai svolto.

Divergenze per la questione del Sahara occidentale a parte, le tensioni tra Rabat e Algeri si sono inasprite maggiormente a metà luglio durante una riunione virtuale dei Paesi non allineati.

In tale occasione, Omar Hilale, ambasciatore marocchino accreditato all’ONU, si è espresso favorevolmente sul diritto all’autodeterminazione del popolo della Cabilia. Posizione ritenuta inammissibile da Algeri, che ha immediatamente richiamato il suo rappresentato diplomatico da Rabat per consultazioni.

La Cabilia è una regione situata nella parte settentrionale dell’Algeria, abitata da popolazioni berbere che qualcuno sostiene sino discendenti dei cartaginesi. Il governo centrale si è sempre opposto alle richieste di indipendenza, tant’è vero che da maggio di quest’anno ha inserito il Movimento per l’Autodeterminazione della Cabilia (MAK) nella lista delle organizzazioni terroriste.

E’ la prima volta che un diplomatico marocchino si esprime in favore dei separatisti della Cabilia, evidente reazione per il sostegno di Algeri nei confronti del popolo saharawi.

Dopo le tensioni tra Madrid e Rabat della primavera scorsa, procedono i lavori per rinforzare le barriere delle due enclave spagnole – Ceuta e Melilla – su territorio marocchino. Già lo scorso anno la Spagna aveva annunciato che costruirà il muro anti-migranti più alto del mondo.

I rapporti tra i due Paesi erano arrivati a un punto critico in primavera, perché in quei giorni il leader del Fronte Polisario, Brahim Gali, era stato ricoverato in un ospedale spagnolo a metà aprile,  affetto da Covid-19. Il gesto ospitale di Madrid non era stato apprezzato dal governo marocchino.

E sembra che proprio per questo motivo la polizia marocchina avesse allentato i controlli a Fnideq, città del Marocco più vicina a Ceuta, come rappresaglia nei confronti della Spagna giacchè ritenevano le cure prestate al leader del Polisario come una provocazione.

A maggio, ma anche nei mesi seguenti sono così potuti entrare migliaia di migranti a Ceuta e centinaia a Melilla mettendo in grave difficoltà i relativi centri di accoglienza. Allora il premier spagnolo, Pedro Sanchez, aveva ricordato a Rabat che i legami di amicizia con Madrid si basano anche sul rispetto reciproco delle frontiere.

Il braccio di ferro è continuato per diverso tempo, ma ora il Marocco sta rinforzando la barriera di Ceuta con elementi dissuasivi per impedire ai migranti di penetrare nel territorio spagnolo. Ciò indica che Rabat è nuovamente disposto a collaborare con Madrid e l’Unione Europea. Infatti, quest’ultima finanzia la formazione degli agenti della gendarmeria del regno, nonchè il loro equipaggiamento.

La Spagna esercita la sua sovranità su Ceuta dal 1580, mentre su Melilla già dal 1496. L’ONU non classifica Ceuta e Melilla come territori occupati.

Il Marocco ha sempre reclamato la restituzione delle due città, ma nel 2015, l’allora primo ministro del regno, Abdelilah Benkirane, ha fatto marcia indietro, affermando che non era ancora arrivato il momento, ritenendo la Spagna un partner economico importante per il Paese. Secondo alcuni osservatori il cambiamento di rotta di Rabat è legato al fatto di non essere in grado di combattere simultaneamente su due fronti: il primo a sud contro il Polisario e l’Algeria, il secondo a nord contro la Spagna.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Incontri e scontri a Ginevra: referendum ancora lontano per il popolo saharawi

Marocco: oltre mille disperati assaltano il confine con Ceuta, enclave dell’Europa in Africa

Sahara Occidentale: dai micidiali campi minati simbolo di morte a un bosco di alberi

Un funzionario saudita rivela la brutalità del regime e del principe Mohammed bin Salman

dal Washington Post
Ruth Marcus

1° agosto 2

Dopo l’omicidio e lo smembramento dell’editorialista del Washington Post Jamal Khashoggi, nessuno può essere sorpreso dalla brutalità del regime dell’Arabia Saudita nel perseguitare coloro che percepisce come suoi nemici politici. Ma è ancora possibile essere scioccati, da ciò che David Ignatius riferisce nel racconto straziante di Salem Almuzaini.In documenti depositati in un tribunale canadese, l’ex funzionario saudita descrive le estese torture che dice di aver subito per mano di operatori del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (all’articolo indicato con le iniziali, MBS, ndr): frustate sui piedi e sui genitali, elettrocuzione e percosse con una barra di ferro.

Almuzaini è stato sequestrato a Dubai nel 2017; è scomparso l’anno scorso. Ma le sue parole risuonano attraverso il tempo. Come scrive Ignatius, “La descrizione agghiacciante, che ricorda le memorie di sofferenza dei prigionieri politici in Iran, Cile, Sudafrica e Unione Sovietica, offre il più ampio resoconto personale fino ad oggi della presunta condotta brutale del regime saudita”.

Avendo avuto l’onore di editare questo pezzo, posso dire che: non è una lettura piacevole, ma è avvincente e importante. Questo è il motivo per cui ho pensato che fosse necessario pubblicare l’articolo quasi al doppio della nostra lunghezza normale, e farlo tradurre in arabo in modo che quelli della regione possano leggere il resoconto di Almuzaini e giudicare il regime di conseguenza. La foto di Almuzaini che abbraccia i suoi figli vi spezzerà il cuore; come ha fatto con il mio.

Ruth Marcus

E questo lo straziante racconto delle torture
Altroché rinascimento del mondo arabo

Salem Almuzaini era un alto funzionario del governo saudita. Poi è stato sequestrato – e, dice, torturato – dalle forze di sicurezza saudite che un tempo aveva aiutato.

Tenuto prigioniero da agenti sauditi, Salem Almuzaini, un tempo funzionario del regime, è stato picchiato ripetutamente sulle piante dei piedi, sulla schiena e sui genitali, secondo uno straziante resoconto delle sue torture e della sua prigionia presentato in un tribunale canadese. Dice di essere stato frustato, affamato, picchiato con barre di ferro e fulminato con l’elettricità; descrive anche di aver ricevuto l’ordine di strisciare a quattro zampe e abbaiare come un cane. Accompagnano il suo rapporto le foto grafiche delle estese cicatrici di Almuzaini per le ferite che ha detto gli state inflitte da agenti del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, una persona che in Italia Matteo Renzi come il fautore del rinascimento del regno saudita.

Leggi questo pezzo in arabo.

Per gentile concessione del Washington Post
David Ignatius
28 luglio 2021

Come indicato nelle carte del tribunale, Almuzaini è stato sequestrato a Dubai il 26 settembre 2017 da funzionari della sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e inviato nel regno; è scomparso il 24 agosto 2020, dopo aver visitato un alto funzionario della sicurezza statale saudita, e da allora non è stato più visto. La sua descrizione del suo trattamento negli anni successivi – in due prigioni saudite e all’hotel Ritz-Carlton di Riyadh, dove sospetti oppositori del regime sono stati detenuti nel 2017 – offre una visione orribile delle lunghezze cui il regime sotto il principe ereditario, noto come MBS, è andato per punire i suoi supposti nemici.

Il suo racconto, tradotto dall’arabo e depositato in giugno in un tribunale dell’Ontario, secondo la sua famiglia è stato inviato via SMS al cellulare di sua moglie, Hissah, nel settembre 2019, assieme alle istruzioni che lei avrebbe dovuto seguire se lui fosse scomparso di nuovo. L’agghiacciante descrizione, che ricorda le memorie di sofferenza dei prigionieri politici in Iran, Cile, Sudafrica e Unione Sovietica, offre un ampio resoconto personale della presunta condotta brutale del regime saudita.

“I giorni passavano, e io continuavo a temere di sentire le chiavi e l’apertura della porta”, scrive Almuzaini a un certo punto. “Non sapevo cosa mi aspettava, se la tortura o l’eliminazione”. Descrive come un interrogatore gli ordinò di baciargli la scarpa, poi gli colpì la testa. “La triste ironia è che non c’era un’altra agenzia che avevo aiutato più della Mabahith e degli Affari Speciali, e ora ero sotto il loro arresto e soggetto alla loro tortura”, scrive Almuzaini della polizia segreta saudita.

Salem Almuzaini con i suoi figli prima della sua scomparsa. (Famiglia Aljabri)

Il grado di tortura psicologica e il tentativo di disumanizzazione che Almuzaini descrive è orribile quanto l’abuso fisico. A un certo punto, il suo interrogatore gli disse di raggiungere una scatola e scegliere una frusta per il suo prossimo pestaggio; quando lui esitò, l’interrogatore ne scelse una e la usò per frustare Almuzaini mentre urinava. Almuzaini ha ricevuto l’ordine di non dire il suo nome e di riferirsi a se stesso come “9”. In un altro momento, gli è stato ordinato di mangiare la sua cena dal pavimento, come un cane.

“Ero assalito da preoccupazioni da tutte le parti”, racconta Almuzaini. “Ero preoccupato per mia madre, mia moglie, i figli, le sorelle, lo zio, le aziende, i dipendenti, il mio futuro, il dolore nel mio corpo, l’umiliazione e la paura. In realtà, i sentimenti non possono descriverlo. Dirò solo che l’ingiustizia e la repressione dell’umanità erano intense. Mi sentivo debole e impotente”.

L’ambasciata saudita a Washington, informata delle accuse di tortura di Almuzaini e sua moglie, ha rifiutato di commentare, così come l’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti.

Almuzaini, diplomato all’accademia di polizia saudita, è entrato nel ministero dell’Interno e ha supervisionato i progetti delle linee aeree per Mohammed bin Nayef (indicato in seguito con le iniziali MBN, ndr), che era allora responsabile dei progetti antiterrorismo del ministero e poi ministro dell’Interno e principe della corona. Secondo il racconto di Almuzaini, quando MBN decise di creare una compagnia aerea privata chiamata Alpha Star Aviation Services, chiese ad Almuzaini di gestirla. Più tardi, quando MBN formò la sua compagnia aerea privata commerciale, Sky Prime Aviation, chiese ad Almuzaini di supervisionarla a Dubai.

Salem Almuzaini, left, with Sulaiman Al-Hamdan, Saudi Transportation Minister in 2016.
Salem Almuzaini, a sinistra, con Sulaiman Al-Hamdan, ministro saudita dei trasporti nel 2016. (Famiglia Aljabri)

Gli avvocati di Saad Aljabri, un ex funzionario dell’intelligence saudita, hanno sostenuto in documenti legali che queste operazioni aeree sono state inizialmente create per proteggere le operazioni di intelligence segrete saudite e statunitensi contro i gruppi terroristici.

Il presunto crimine di Almuzaini, a giudicare dalle domande che dice gli sono state poste dai suoi torturatori, è stato quello di aver aiutato in un complotto per sottrarre denaro alle due compagnie aeree – qualcosa che dice di aver negato durante le sessioni di tortura. Aljabri ha analogamente negato qualsiasi coinvolgimento nell’uso improprio dei fondi. Le compagnie controllate dal governo saudita hanno fatto causa ad Aljabri in Canada, dove ora vive, per recuperare il denaro che sostengono abbia rubato.

Ma il vero reato di Almuzaini, come sottolineato nei documenti del tribunale, potrebbe essere stato quello di aver sposato Hissah, la figlia di Aljabri. MBS, un rivale di MBN, sta perseguendo Aljabri dal 2017, quando ha deposto MBN come principe ereditario e Aljabri è fuggito dall’Arabia Saudita. Da allora, MBS ha cercato di costringerlo a tornare nel regno.

La moglie di Almuzaini ha descritto un momento raccapricciante che suo marito le aveva confidato. “Ha detto che una volta, prima di essere colpito cento volte senza pausa, gli è stato detto ‘questo è per conto di Saad Aljabri’, e ‘questo è ciò che ottieni per aver sposato sua figlia’”, ha scritto. “A volte, gli interrogatori dicevano a Salem, mentre lo picchiavano, che ‘stiamo aggiungendo ulteriori frustate e percosse perché tuo suocero non è qui, quindi puoi prendere la sua parte'”.

L’affidavit di Almuzaini è stato depositato per sostenere l’affermazione di Aljabri che, come sostengono i suoi avvocati in un recente documento depositato in tribunale, MBS ha “cercato di consolidare il suo potere perseguitando i suoi rivali percepiti sotto la maschera di una campagna ‘anti-corruzione'” e che i pagamenti ad Aljabri “erano pienamente autorizzati e approvati” da MBN e altre autorità saudite.

Il presunto trattamento di Almuzaini è solo un esempio dell’apparente ossessione di MBS per la famiglia di Aljabri. Il principe ereditario ha bloccato due dei figli allora adolescenti di Aljabri, Omar e Sarah, dal lasciare il paese nel 2017, quando ha iniziato il suo putsch interno per consolidare il potere e li ha usati come apparentemente ostaggi per cercare di costringere il padre a tornare nel regno. Omar e Sarah sono ora imprigionati. Ho descritto la loro situazione sul Washington Post nel giugno 2020, ed è stata presentata in un recente rapporto di Human Rights Watch. Anche gli amici, i parenti e i soci d’affari di Aljabri sono stati arrestati.

Dopo che Jamal Khashoggi è stato assassinato a Istanbul nell’ottobre 2018 su quello che la CIA dice che erano gli ordini di MBS, Almuzaini ha avuto un chiaro ricordo. Ha detto a sua moglie che le persone che lo stavano interrogando includevano Maher Mutreb, pubblicamente identificato come il leader della squadra di sicari di Istanbul, e sette dei suoi altri membri, secondo l’affidavit di sua moglie. Tra coloro che erano presenti durante la sua tortura c’era lo stretto assistente di MBS, Saud al-Qahtani, secondo l’affidavit.

In una bizzarra ironia, due aerei di proprietà di Sky Prime, la compagnia aerea che Almuzaini ha aiutato a gestire per MBN, sono stati utilizzati per trasportare a Istanbul la squadra di sicari che ha ucciso Khashoggi, dopo che MBS si era appropriato della compagnia, secondo i documenti del tribunale depositati dagli avvocati di Aljabri.

Salem Almuzaini, right, with Mohammed bin Rashid, ruler of Dubai, in 2015.
Almuzaini, a destra, con Mohammed bin Rashid, sovrano di Dubai, nel 2015. (Famiglia Aljabri)

Quando Almuzaini è stato tenuto al Ritz-Carlton per circa sei settimane a partire dalla fine del 2017, la tortura si è fermata, secondo l’affidavit di sua moglie. L’estorsione riguardava ora l’ottenimento di denaro – come nel caso di circa 400 altri sauditi di spicco, tra cui principi e finanzieri globali, che sono stati radunati al Ritz-Carlton nel novembre 2017 e costretti dagli agenti di MBS a consegnare i beni.

“Prenderemo tutti i vostri soldi”, scrive Almuzaini che gli fu detto al Ritz-Carlton. “Non riconosciamo i contratti e nessuna delle vostre sciocchezze. Restituiremo i soldi allo Stato”. Alla fine accettò di firmare oltre 400 milioni di riyal sauditi, circa 106 milioni di dollari al cambio attuale.

Almuzaini scrisse a sua moglie: “Non era sufficiente che mi torturassero e imprigionassero, ma dovevano anche prendere i miei soldi. Perché stava succedendo tutto questo? Perché tutta questa ingiustizia? Non avevo fatto nulla di male o commesso alcun peccato…. Avevo offerto i miei servizi e realizzato molte cose per la nazione. Avevo aiutato a tenerla al sicuro”.
Concludendo il suo racconto bruciante, Almuzaini dice dei suoi rapitori: “In tutta onestà, le uniche parole che ho per descriverli sono ipocriti che hanno corrotto la terra”.

David Ignatius

Una scelta oltre l’ideologia: israeliana di destra dona rene a bimbo palestinese

Africa ExPress
1° agosto 2021

Idit Harel Segal è una cinquantenne israeliana, sposata e madre di tre figli. Un giorno ha annunciato di punto in bianco ai suoi familiari di voler donare un rene per salvare una vita.

Il nonno di Segal era sopravvissuto all’olocausto, le aveva raccomandato di vivere una vita intensa e, secondo la donna, questi insegnamenti sono stati fondamentali, hanno maturato in lei la volontà di sottrarre alla morte un essere umano.

Idit Harel Segal, israeliana, ha donato un suo rene a un bimbo palestinese

La maggior parte dei suoi cari non ha accettato di buon grado questa sua decisione. Il marito, preoccupato, ha cercato in tutti modi di dissuadere la coniuge. Mentre il padre di Segal è andato su tutte le furie, è rimasto pietrificato, allibito nel sentire che la figlia volesse donare un rene semplicemente per fare una buona azione. Era preoccupato per lei, paura che potesse morire; ha detto persino al genero che dovrebbe divorziare, perché ritiene inammissibile che una moglie possa fare scelte del genere.

Solamente i tre figli di 25, 15 e 10 anni hanno appoggiato la decisione della madre. In particolare la femminuccia, la più piccola, la vede come una fata, una super-eroina; la mamma le aveva spiegato che sono rare le donne pronte a sottomettersi all’ espianto di un rene.

“Credo sia così perché viviamo ancora in una società patriarcale, gli uomini trattano le donne e il loro corpo in modo troppo protettivo, come una loro proprietà”, ha sottolineato Segal.

Dopo aver affrontato le prime resistenze, la generosità della donna si è dovuta scontrare con un “nuovo ostacolo”. Il primo paziente in lista per il trapianto di un rene era un bimbo di 3 anni della striscia di Gaza. Bilal (nome di fantasia) colpito da una patologia renale congenita, era costretto a dialisi sin dalla nascita. Il papà è autista di taxi, mentre la mamma è diplomata in diritto. Il piccolo ha un fratello di 7 anni e, purtroppo, nessuno dei congiunti prossimi è risultato essere idoneo come donatore. Purché il figlio venisse inserito nella lista dei trapianti, il padre ha promesso di dare un suo rene a un’israeliana.

La famiglia di Segal e lei stessa sono ideologicamente conservatori, inoltre, tre suoi congiunti prossimi sono stati ammazzati da terroristi palestinesi. I nonni paterni sono stati uccisi durante un attacco nel 1948 a Gerusalemme, quando suo padre aveva solo un anno. Nel 2002, durante la seconda intifada, ha perso la vita anche uno zio.

Ospedale Beilinson, Petah Tikva, Israele

Malgrado tutto, Segal non ha cambiato opinione, è rimasta ferma nella sua decisione di donare il suo rene al primo paziente in lista di attesa per un trapianto. Senza se e ma si è sottoposta all’intervento per poter dare una nuova vita a Bilal. “Dal mio punto di vista il mio gesto è stato personale, non politico”.

“Ho passato momenti indimenticabili con il bambino e la sua famiglia al centro medico Beilinson di Petah Tikva. Mentre ero nella camera d’ospedale insieme a Bilal e la sua mamma, ho potuto accarezzare il piccolo. Gli ho cantato anche una ninna nanna in ebraico e poco dopo sia lui che la mamma si sono addormentati”, ha raccontato Segal.

E infine ha aggiunto: “Sono felice della scelta che ho fatto, anche se questa non ha per nulla influenzato le mie ideologie politiche. Ora tutta la famiglia si è riconciliata con me. Sono contenti che io stia bene, anche se non hanno compreso il mio gesto”.

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Lotta feroce tra islamisti del West Africa Province e quelli del Greater Sahara

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
31 luglio 2021

L’ultimo fatto d’arme che modifica la situazione geopolitica nella regione del Lago Ciad è la morte di Abubakar Shekau, capo di Boko Haram, definito dallo Stato Islamico (ISIS), che ne ha ordinato l’esecuzione, “leader disobbediente e corrotto”. L’eliminazione fisica di Shekau è stata affidata allo Stato Islamico West Africa Province (ISWAP), gruppo rivale di Boko Haram dal quale si è staccato nel 2016.

Sahel Abubakar Shekau
Abubakar Shekau in un video di propaganda: “Ho un accordo per vendere esseri umani. Me lo ha ordinato Dio”

Shekau, condannato a causa dell’eccessiva violenza usata contro i musulmani nelle aree sotto il suo controllo, piuttosto che cadere nelle mani dell’ISWAP ha preferito farsi esplodere durante l’assedio della sua base.

I vantaggi di ISWAP dopo la morte di Abubakar Shekau

La morte di Abubakar Shekau porta parecchi vantaggi a ISWAP. Prima di tutto le basi di Boko Haram nella Sambisa Forest, nord-est della Nigeria, e un grande quantitativo di armi accumulato da Shekau. Il successo dell’operazione e l’eliminazione di un capo “disobbediente e corrotto” offre di certo maggiore visibilità al movimento e al suo leader, Abu Musab al-Barnawi.

Probabilmente sposta anche miliziani di Boko Haram che, in disaccordo con Shekau, preferiranno entrare in ISWAP. Inoltre ISWAP ha preso il controllo delle strategiche colline di Gwoza tra Camerun e Nigeria. Questo permetterebbe al gruppo jihadista di conquistare altri spazi e reclutare nuovi miliziani.

La crescita violenta dello Stato Islamico del Grande Sahara

Mentre ISWAP si allarga, le ambizioni dello Stato Islamico del Grande Sahara (ISGS) crescono. Il movimento jihadista, tra Mali, Burkina Faso e Niger, è diventato molto più aggressivo. Secondo i dati dell’Africa Center for Strategic Studies il 2020 è stato l’anno più devastante per la violenza islamista nel Sahel. È aumentata del 60 per cento rispetto al 2019 con 4.250 morti e oltre la metà di questi decessi sono responsabilità di ISGS. Tra Mali, Burkina Faso e Niger, quasi il 50 per cento dei civili sono vittime di estorsione e ISGS, dieci volte più attivo degli altri gruppi islamisti militanti, è ormai quello dominante.

La causa di questa espansione è lo sfruttamento delle comunità che estraggono l’oro artigianalmente e il controllo delle rotte commerciali del contrabbando nella costa occidentale. L’ultimo grande massacro jihadista, attribuito a ISGS, è quello del 5 giugno a Solhan, in Burkina Faso: almeno 160 civili morti.

Sahel ISGS 2020 - ACLED
Mappa degli attacchi ISGS nel 2020 (Courtesy ACLED)

Per la Francia alti costi e pochi risultati

Neanche i 5.100 militari francesi, con l’operazione Barkhane, in sette anni sono riusciti a fermare il terrorismo jihadista dell’area. L’intervento militare francese, nel 2020, è costato un miliardo di euro senza grossi risultati. E 55 morti. Difficile da accettare per l’opinione pubblica francese. Il presidente francese, Emmanuel Macron, quindi ha deciso chiudere la missione. Continua invece la missione Barkhane della task force europea Takuba, supportata ora anche dalla logistica NATO.

È sempre esistita rivalità tra ISWAP di Abu Musab al-Barnawi e ISGS di Adnan Abu Walid al-Sahrawi. Formalmente sono parte di ISIS ma nella pratica utilizzano modalità diverse sia per gli attacchi che per l’organizzazione delle aree che controllano. ISWAP ha soprattutto obiettivi militari, africani e stranieri. Nelle aree occupate raccoglie consenso mettendo a confronto i suoi servizi sociali alla popolazione con quelli carenti degli Stati oggetto di terrorismo. L’ISGS ha dimostrato che l’obiettivo prioritario sono gli attacchi ai civili e lo sfruttamento massiccio della popolazione.

ISIS, nel 2019, ha deciso una ristrutturazione organizzativa in Africa: lo Stato Islamico del Grande Sahara è stato incorporato nello Stato Islamico West Africa Province. È diventata un’unica gang africana di tagliagole che porta dolore e morte con differenti procedure.

Sandro Pintus
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I Boko Haram nigeriani scendono in Libia per dar manforte ai miliziani dell’ISIS

 

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Colpo di Stato militare in Mali: arrestati il presidente Keita e il primo ministro Cissé

Pagato il riscatto, Rossella Urru è libera ma ancora nella capitale degli islamici

Supporto diretto della NATO alla missione multinazionale in Mali e nel Sahel

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Un campione d’oro etiopico “pane e salame” batte gli ugandesi sui 10 mila metri olimpici

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
31 luglio 2021

Fate largo, l’Africa scende in pista. Nella prima finale di atletica leggera a Tokyo 2020 – i 10 mila metri piani – il podio si è tutto colorato di un nero smagliante. Nella serata calda e umida di ieri venerdì 30 luglio (primo pomeriggio in Italia) la medaglia d’oro è andata all’etiope Selemon Barega, 21 anni; quella d’argento all’ugandese Joshua Kiprui Cheptegei, 24 anni, e quella di bronzo all’altro ugandese. Jacob Kiplimo, 20 anni.

In sintesi: uno sbarbato di Gurage (zona agricola a sud di Addis Abeba), figlio di contadini, 3 sorelle e 4 fratelli, ha messo ko due supermen ugandesi. Cheptegei, così, per dire, nel 2019 è stato campione mondiale del 10 mila metri, di cui detiene il record del mondo (26”11”00”); Kiplimo, a sua volta, è stato campione mondiale della mezza maratona nel 2020….

Barega, Cheptegei, Kiplimo

 

Comprensibile quindi la reazione di Cheptegei, arciconvinto come era di mettere le mani sull’oro. “Ho due sentimenti – ha ammesso lo sconfitto, che si è visto sfuggire la vittoria per essersi svegliato un po’ tardi nell’inseguire l’etiope -. Uno è che sono molto felice di aver vinto una medaglia d’argento. Questo è davvero speciale per me come detentore del record mondiale e come campione del mondo. L’altro lato di me non è soddisfatto del risultato, perché sono venuto qui aspettandomi di vincere l’oro, ma non si sa mai come vanno le cose e devi solo essere grato e riconoscente a Dio che hai avuto la possibilità di essere sul podio”.

Barega, invece, è più felice che mai: “Ho conquistato la medaglia d’oro perché non ho partecipato ad altre competizioni e sono stato in grado di concentrarmi sul raggiungimento di questo obiettivo. In ogni caso è frutto di duro lavoro. Lo sport è la mia vita e ad esso do tutto. Ora sono disposto a correre anche nella finale dei 5.000 metri”. Fino a pochi anni fa Barega sapeva poco o niente di atletica e dei suoi illustri predecessori, Haile Gebrselassie e Kenenisa Bekele. Il primo vinse i 10mila nel 1996 e nel 2000, il secondo nel 2004 e nel 2008. “Ho cominciato a conoscerli solo nel 2015 quando andai a vivere e ad allenarmi nella capitale. I miei genitori volevano che studiassi, in casa non c’erano né radio né tv. Visti però i miei continui successi nella corsa – ha raccontato Barega a Wordathletics.org – sono stato iscritto al Southern Police club, che mi ha consentito di allenarmi e di guadagnare qualcosa e alla fine di entrare nel national team. Solo quando ho preso a conquistare medaglie, i miei hanno cambiato idea”.

Selemon Barega

A 16 anni Barega stupì il mondo dell’atletica fermando il cronometro sui 5 mila metri a 13:21.21” alla sua prima uscita internazionale in Polonia. Poi arrivarono il quinto posto ai Campionati del mondo nel 2017 e l’argento nel 2019 a Doha. E con i primi guadagni Barega ha acquistato l’auto e la casa e ha chiesto a due fratelli e una sorella di andare a vivere con lui. La sorella cura la casa e l’alimentazione. Gli prepara una piatto particolare: il kocho, fatto di pane sottile di ensete (pianta endemica etiopica) riempito di carne trita. Un campione acqua e sapone, nutrito a pane e salame, diremmo noi. Che però è riuscito ad afferrare l’oro nei 10 mila metri, distanza mai affrontata prima nella sua giovane carriera.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Guinea Equatoriale: Parigi condanna il figlio del dittatore e lui sequestra 6 francesi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 luglio 2021

La Guinea Equatoriale ha sequestrato un elicottero leggero delle forze armate francesi, atterrato all’aeroporto di Bata, la seconda città del Paese, con a bordo sei militari d’Oltralpe. Un atterraggio d’emergenza, perchè l’aeromobile era a corto di carburante mentre era in volo da Duala (Camerun) verso Libreville (Gabon).

Guinea Equatoriale, aeroporto di Bata

Le autorità equatoguineane hanno immediatamente accusato Parigi di aver tentato di compromettere la personalità dello Stato. Pascal Ianni, portavoce del capo di Stato maggiore di Parigi, ha chiarito subito la questione: “Accuse totalmente infondate. L’elicottero era in missione logistica. Non è armato e tanto meno gli occupanti. Dovevano semplicemente fare rifornimento. D’altronde non è la prima volta che accade e sempre abbiamo problemi con le autorità di Malabo. Sono certo che la questione si risolverà presto”.

Ieri  però “l’incidente di percorso” ha preso una svolta diversa. L’accanimento e le accuse rivolte alla Francia sono certamente da collegarsi alla sentenza della Corte di Cassazione di Parigi, che proprio mercoledì scorso ha respinto il ricorso di Teodorin Nguema Obiang Mangue , vice presidente della Guinea Equatoriale, nonchè figlio del capo di Stato, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, sanguinario dittatore al potere dal 1979.

Nell’ottobre del 2017 la 34esima camera del Tribunale Penale di Parigi aveva condannato il rampollo della famiglia Obiang a 3 anni di carcere con la condizionale, ad un’ammenda di 30 milioni di euro e al sequestro di ogni sua proprietà su territorio francese, perchè ritenuto colpevole di “Bien Mal Acquis” e di riciclaggio di beni, appropriazione indebita, abuso di fiducia e corruzione.

Teodorino, figlio del presidente della Guinea Equatoriale

Ora la Guinea Equatoriale potrebbe essere il primo Paese beneficiario del nuovo meccanismo di restituzione di appropriazione indebita di beni. Una nuova legge, approvata dal parlamento francese recentemente,  permette di riconsegnare alle popolazioni defraudate i beni confiscati. Il patrimonio di Teodorin, stimato a 150 milioni di euro, potrebbe essere venduto all’asta e il ricavato essere utilizzato per progetti di sviluppo nella ex colonia spagnola.

Il vicepresidente equatoguineano ha ancora un’ultima chance: potrebbe incaricare i suoi avvocati di ricorrere alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Le ultime settimane non sono state le migliori per il rampollo di casa Obiang. Anche Londra si è accanita contro il vice-presidente, ha congelato tutti i suoi beni nel Regno Unito e gli ha vietato di mettere piede nel Paese.

Per tutta risposta la Guinea Equatoriale ha deciso di chiudere quanto prima la sua rappresentanza diplomatica di Londra. Lo ha confermato il ministro degli Esteri di Malabo, Simeon Oyono Esono, in un suo intervento alla TV di Stato. “Il mio Paese non accetta interferenze che violano i principi del diritto internazionale”, ha precisato Esono.

Amante di macchine di lusso e case da mille e una notte, il “principe” è conosciuto in mezzo mondo per il suo sfarzoso stile di vita; è in grado di spendere mille volte il suo stipendio ufficiale, mentre la maggior parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà. E nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, la Guinea Equatoriale occupa il 136esimo posto, pur essendo il Paese un importante produttore di petrolio.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Corte francese condanna a 3 anni il rampollo del dittatore della Guinea Equatoriale

Guinea Equatoriale: esplode arsenale a Bata, oltre cento morti e 600 feriti

Il figlio e vice del tiranno che opprime la Guinea Equatoriale in visita dal Papa

La grande sete dell’Iran: il regime lascia a secco il sud e scoppiano le proteste

Speciale Per Africa ExPress
Francesca Canino
28 luglio 2021

“Siamo un gruppo di cittadini iraniani e chiediamo aiuto per ciò che sta avvenendo nel nostro Paese, dove è difficile protestare e far giungere le notizie nel mondo. Gravissimi danni ambientali sono stati commessi in Iran, specialmente nel settore idrico. Molte zone ricche di corsi d’acqua risalenti a diverse migliaia di anni fa, che hanno determinato lo sviluppo della regione e creato l’habitat per tutti i tipi di animali locali e migratori, sono state completamente prosciugate negli ultimi quarant’anni a causa di progetti non rispettosi dell’ambiente. Un esempio della cattiva gestione delle acque si trova nel sud dell’Iran, nella provincia del Khuzestan. La popolazione di questa regione ha dovuto affrontare la perdita di tanti animali acquatici, uccelli e altre specie e ha iniziato manifestazioni pacifiche. Immediatamente interrotte”.

Nei giorni scorsi abbiamo ricevuto questo appello da un gruppo di cittadini iraniani. Il documento continua: “Il regime di Teheran ha imposto una dura repressione, uccidendo otto giovani, ferendone altri e imprigionando molte persone, giovani e anziani. Per questi motivi è stato lanciato l’hashtag ‘#Khuzestan’ per informare e sensibilizzare gli amanti della natura e i sostenitori dei diritti civili. Il Khuzestan è una provincia ricchissima di storia e risorse: nella città di Shush, che sorge sulle rovine dell’antica città di Susa, capitale del regno di Elam, si trovano i resti di un villaggio residenziale risalente al 7000 a.C. inoltre, più della metà del petrolio iraniano si trova solo in questa provincia. È una terra fertilissima perché un terzo dei fiumi iraniani scorre in questa provincia. È il centro di produzione di riso, datteri e colture estive. Ha una posizione geografica particolare che porta al mare da un lato e alle montagne dall’altro. Condivide un confine con due Paesi e presenta molti vantaggi nel transito delle merci. Ci chiediamo come sia possibile che un terzo dell’acqua dell’Iran si trova in questa provincia e i residenti non possono usarla, mentre le temperature si assestano sui 50 C°. Siamo tutti cittadini della terra che le acque tengono insieme, aiutateci, grazie”.

I firmatari di questo appello parlano di popolazione ormai allo stremo per la mancanza di acqua da diverse settimane nella zona meridionale del Paese. Sono scoppiate, così, delle proteste, specialmente nel Khuzestan, che hanno scatenato le violente reazioni del regime, secondo il quale la causa della carenza idrica deve essere attribuita alla grave siccità e alle elevate temperature dell’ultimo periodo. I manifestanti sostengono, invece, che il problema idrico è stato determinato dalle autorità governative, che hanno deviato i corsi d’acqua verso le zone desertiche, hanno realizzato dighe sui fiumi più importanti e quindi provocato la grave siccità nel sud.

In seguito alle manifestazioni pacifiche che si sono susseguite nel mese di luglio, la polizia ha usato violenza nei confronti dei partecipanti, i quali hanno urlato slogan contro l’ayatollah Ali Khamenei e inneggiato alla fine della Repubblica Islamica. Molti attivisti sono stati arrestati, altri feriti e pare che vi siano stati anche dei morti. Come sempre accade a queste latitudini, è stata interrotta tante volte la connessione Internet per evitare la divulgazione delle notizie.

Senza acqua non si vive, interesserà ciò alla guida suprema dell’Iran o lascerà morire di sete gli Iraniani del sud?

Francesca Canino
francescacanino7@gmail.com
@CaninoFrancesca