Orrore in Etiopia: il massacro si vede nel fiume con la corrente piena di cadaveri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 agosto 2021

Sono cinquanta, forse anche molti di più i corpi senza vita che galleggiano nel fiume Gash-Setit, che in Etiopia prende il nome di Tekeze. I cadaveri finora recuperati avevano ferite di arma da fuoco, altri, invece tagli profondi di machete.

Il fiume è il confine tra i territori controllati dalle forze del Tigray e quelli dagli Amhara, alleati delle truppe di Addis Ababa nel conflitto che si consuma nel nord del Paese dall’inizio di novembre. Un settore del corso d’acqua segna il confine naturale più occidentale tra Eritrea e Etiopia, mentre in un altro punto quello tra Etiopia e Sudan.

Morti ripescati nel fiume, Ethiopia

 

Un medico, scappato da Humera, che si trova in una situazione strategica – Eritrea da un lato e il Sudan dall’altro – ha detto di aver seppellito dieci salme nell’ultima settimana in territorio sudanese. Alcuni pescatori hanno riferito che sono già stati ritrovati altri 28 corpi. Il medico ha precisato di aver potuto identificare diversi tigrini di Humera, grazie all’aiuto di alcuni rifugiati.

Cadaveri buttati nel fiume, altri, invece uccisi con pallottole mentre tentavano di mettersi al sicuro. Ora i loro poveri resti sono cibo per i coccodrilli, che abbondano in queste acque; ci ricordano i migliaia di tutsi gettati nel fiume Nyabarongo, rinominato Akagera, nel 1994.

Altri testimoni hanno fatto sapere che la situazione nell’ovest del Tigray sta peggiorando di giorno in giorno. Gli Amhara e i fano (gruppo giovanile armato Amhara), attaccano continuamente la popolazione civile. Inoltre molti rifugiati hanno confermato che chi tenta di attraversare il fiume per raggiungere il Sudan viene spesso aggredito da soldati e milizie, che senza esitazione impugnano il fucile per uccidere i fuggiaschi.

Samatha Power, amministratrice dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) ha visitato in questi giorni campi per profughi in Sudan che ospitano migliaia di tigrini. Sul suo account twitter il capo di USAID ha raccontato dell’incontro con i fuggiaschi, delle loro sofferenze, ha parlato con donne che hanno perso i loro cari, uccisi barbaramente mentre i nemici bruciavano i loro villaggi. Scappate con i figli sopravvissuti, la loro unica ricchezza.

La Power ha poi specificato che il governo di Washington chiede a tutte le parti coinvolte nel conflitto nel Tigray un immediato cessate il fuoco. Nel dettaglio gli USA pretendono che il TPLF (Tigray People’s Liberation Front), ritiri le sue truppe, altrettanto quelle dell’Amhara devono allontanarsi dall’ovest del Tigray e i militari di Asmara devono lasciare immediatamente l’Etiopia e tornare in Eritrea.

Intanto la situazione umanitaria è a dir poco catastrofica. Il governo di Addis Ababa ha intimato a due ONG, Medici senza Frontiere e Norwegian Refugee Council di sospendere qualsiasi attività. MSF non potrà operare per almeno tre mesi nelle regioni del Tigray, Amhara, Gambella e Somali. Le ONG sono accusate di essere pericolose. Fa davvero riflettere, visto che dall’inizio del sanguinoso conflitto sono stati uccisi almeno 10 operatori umanitari, tra questi 3 di MFS, ammazzati brutalmente alla fine di giugno.

Redwan Hussein, portavoce di Emergency task force del governo etiopico accusa le due organizzazioni di aver svolto un ruolo estremamente negativo nei nove mesi di guerra e di aver appoggiato il TPLF, anzi, di aver persino procurato armi ai ribelli.

Il nuovo sottosegretario generale di OCHA (acronimo per Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), Martin Griffiths, che succede al battagliero Mark Lowcock, ha dichiarato che le accuse rivolte da Addis Ababa alle due associazioni umanitarie sono estremamente pericolose. Ha chiesto, inoltre, un immediato e libero accesso ai convogli umanitari, aiuti che devono arrivare quanto prima alle popolazioni in difficoltà, in particolare ai residenti delle zone rurali dove ormai centinaia di migliaia di persone sono già colpite da carestia. “Almeno 100 camion devono poter arrivare giornalmente nel Tigray”.

La guerra ha colpito tutti, soprattutto i civili. A tutt’oggi, nel solo Tigray, sono 5,2 milioni di persone in stato di necessità, ossia il 90 per cento della popolazione di questa regione.

Griffit è stato in Etiopia in questi giorni e ha anche visitato le zone travolte dalla guerra. Intanto Tigray Defence Forces (TDF) si sta spingendo sia da ovest che da sud nella regione Amhara e ha costretto oltre 200 mila persone a fuggire dalle proprie case, altre 54 mila, invece nell’Afra, dove TDF è entrata da dalla parte orientale.

La proposta di far passare i TIR attraverso il Sudan è stata respinta da Addis Ababa. Anzi, Mitiku Kassa, Commissario di National Disaster Risk Management, ha puntualizzato che il governo federale e quello regionale Afar provvedono già ai bisogni della popolazione del Tigray. “Le pressioni fatte da occidentali e dalle loro istituzioni per aprire un corridoio umanitario nell’ovest della regione passando dal Sudan è fuori discussione”, ha aggiunto.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e premio Nobel per la Pace 2019

Anche se Abiy Ahmed, il primo ministro etiopico aveva dichiarato a fine novembre che la guerra era terminata, questa continua il suo corso, forse anche perchè il premier non aveva messo in conto preparazione e capacità tattica dei leader del TPLF, che, fino al suo arrivo erano i quadri delle forze armate etiopiche. Inoltre, la difesa di Addis Ababa dispone di poco più di 150 mila uomini, un numero esiguo per coprire un territorio di più di un milione di chilometri quadrati, dove a tutt’oggi permangono tutta una serie di aree di conflitto.

Cornelia I. Toelgyes
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Giornalista, vicedirettore di Africa Express, ha vissuti in diversi Paesi africani tra cui Nigeria, Angola, Etiopia, Kenya. Cresciuta in Svizzera, parla correntemente oltre all'italiano, inglese, francese e tedesco.