Continua la tragedia del Tigray: uccisi tre cooperanti sanitari di MSF

Africa ExPress
27 giugno 2021

La vettura di Medici Senza Frontiere è stata attaccata a Abiy Addi, nel centro del Tigray, Etiopia. I tre corpi senza vita del team della ONG sono stati trovati venerdì a pochi metri dalla loro macchina. Maria Hernandez, spagnola, di 35 anni, coordinatrice delle emergenze, il suo assistente, Yohannes Halefom Reda e il loro autista, Tedros Gebremariam Gebremichael, entrambi trentunenni, etiopici stavano andando a portare aiuti alla popolazione. MSF aveva perso i contatti con il suo team giovedì pomeriggio.

Dall’inizio del conflitto, il 4 novembre 2020, sono morti 12 operatori umanitari, ma migliaia di civili  sono stati uccisi in questi sette mesi dai contendenti: truppe governative etiopiche con l’appoggio di quelle eritree – che utilizzano anche militari somali – e amhara da un lato e tigrini del TPLF dall’altro.

MSF in Tigray

L’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e Janez Lenarčič, commissario per la gestione delle crisi dell’UE, hanno condannato l’atroce uccisione dei tre cooperanti di MSF mentre erano sul campo a portare aiuti.

I due alti esponenti dell’UE hanno biasimato le autorità per aver persino negato l’accesso delle ambulanze per soccorrere i feriti dopo aver sganciato da un aereo una bomba sul mercato di Togoga. L’attacco è costato la vita a decine e decine di persone.

Nel Tigray si continua a morire, anche di fame. Seconde le stime degli Stati Uniti, la carestia ha già raggiunto 900 mila persone nella regione nel nord dell’Etiopia. Samantha Power, capo dell’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ha detto che altri milioni di persone sono a rischio di grave penuria alimentare.

Truppe dell’esercito di Addis Ababa, insieme a quelle dei loro alleati continuano a bloccare molti convogli delle ONG. Inoltre, secondo testimonianze di residenti raccolte da autorevoli fonti, sin dall’inizio delle ostilità, i militari etiopici e eritrei presenti nella regione, vietano agli agricoltori di curare i propri campi, di seminare. Anzi sono arrivati persino a portare via il raccolto o di bruciarlo. “La fame è diventata un’arma da guerra”, ha sottolineato la Power.

Naturalmente Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e premio Nobel per la Pace 2019, nega la carestia in atto. In un’intervista esclusiva rilasciata alla BBC giorni fa, Abiy ha affermato: “Non c’è fame nel Tigray”. La Power gli ha risposte per le rime sul suo account twitter il 25 giugno: “E’ falso”.

Carestia in Tigray

Alcuni media internazionali e anche Africa ExPress hanno ricevuto notizia che il TPLF (Tigray People’s Liberation Front) e il suo braccio armato, Tigray Defense Forces (TDF), avrebbero lanciato diverse offensive e riconquistato alcune città. Finora non è stato possibile verificare tali affermazioni da fonti indipendenti.

Intanto le autorità somale hanno finalmente ammesso ufficialmente la presenza delle loro truppe nel Tigray, dove, in base a un recente rapporto dell’ONU, avrebbero persino partecipato alla carneficina di Aksum, che si è consumata alla fine di novembre dello scorso anno. Informazioni davvero imbarazzanti per Mogadiscio se dovessero essere confermate.

Secondo diverse fonti, in base a un accordo siglato alla fine del 2018 tra il presidente somalo, Mohamed Farmajo e il suo omologo, il dittatore di Asmara, Isaias Afewerki, sarebbero stati inviati in Eritrea per corsi di addestramento tra 3.000 e 7.000 soldati. Un’operazione segretissima, gestita dai servizi.

Già all’inizio di novembre Wandimo Asmamo, ex generale delle forze armate etiopiche, originario del Tigray, si era lamentato della collaborazione tra Etiopia, Somalia e Eritrea in questo conflitto. L’alleanza stretta tra Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, i presidenti Isaias Afeworki (Eritrea) e Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo (Somalia) nuoce gravemente alla popolazione del Tigray: “Stanno davvero effettuando una pulizia etnica”, ha dichiarato Wandimo in un’intervista ad un canale televisivo.

Ora, dopo aver negato l’evidenza per mesi, il primo ministro somalo ha nominato una commissione d’inchiesta presieduta dal ministro della Difesa, coadiuvato da quello degli Interni, l’ambasciatore somalo in Etiopia e il capo di Stato maggiore delle forze armate di Mogadiscio. La composizione della commissione è stata fortemente criticata dagli oppositori.

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