Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
28 luglio 2021
Sono arrivati in sella alle loro moto domenica pomeriggio, verso le 15.00 a Wiye, nel distretto di in Banibangou, Niger, che dista pochi chilometri dal Mali e hanno iniziato a sparare. Il gruppo di uomini armati ha ucciso 14 persone, 9 tra loro sono stati ammazzati mentre lavoravano nei campi.
Finora nessun gruppo terrorista attivo nella zona delle tre frontiere (Mali, Niger, Burkina Faso) ha rivendicato la mattanza. Nell’area ogni zolla di terra, ogni granello di sabbia del deserto è intriso di sangue per le insistenti e continue aggressioni dei terroristi.
Quattordici civili uccisi in Niger
A metà giugno è stato attaccato un altro villaggio, Tondikiwindi, che si trova nello stesso distretto. Allora le vittime, tutte civili, sono state 19. Per non parlare della carneficina dello scorso gennaio a Tchoma Bangou e Zaroumadareye, costata la vita a oltre cento residenti.
Questi attacchi si sono tutti consumati nella regione di Tillaberi, la più instabile del Paese, spesso teatro di aggressioni di gruppi terroristi. Da tempo è vietato circolare con la moto in quell’area, proprio per evitare incursioni con le due ruote.
Attualmente nella regione delle tre frontiere, Force G5 Sahel – contingente tutto africano composto da militari di Ciad, Niger, Mali, Mauritania e Burkina Faso, lanciato a Bamako durante un vertice dei 5 Paesi nel luglio 2017 – ha dispiegato 1.200 militari ciadiani. Le truppe di N’Djamena sono le meglio addestrate in tutto il Sahel.
E, secondo l’ONU, le aggressioni nella zona delle tre frontiere sono in continua crescita. Le vittima delle incursioni dei terroristi sono soprattutto i civili, già duramente provati per mancanza di servizi essenziali come assistenza sanitaria e scuole. Le violenze continue costringono le persone a lasciare le proprie case, gli sfollati aumentano di giorno in giorno. L’Ufficio per gli Affari Umanitari (OCHA) ha lanciato l’allarme che fra qualche mese 2,3 milioni di nigerini dovranno fare i conti con insicurezza alimentare grave – 600 mila in più del previsto – a causa dei cambiamenti climatici (siccità e inondazioni) e della mancanza di protezione e sicurezza.
Niger: insicurezza alimentare
Per contrastare il terrorismo nell’area, poche settimane fa è stato inaugurato un nuovo campo di addestramento per le forze speciali nigerine. Il centro si trova a Tillia, nella regione di Tahoua, nel sud-ovest del Paese, poco distante dalla frontiera con il Mali ed è stato cofinanziato dall’ambasciata tedesca di Niamey.
Proprio nella zona di Tillia, a fine marzo si è consumato il peggior attacco terrorista contro i civili in Niger. Allora i morti sono stati 137.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
27 luglio 2021
La Tunisia affonda mentre il suo campione vola sulle onde della piscina del Tokyo Acquatics Centre. Una medaglia d’oro storica oscurata dalla crisi politica e sociale.
“Il vessillo nazionale sventolerà sempre così in alto grazie alla determinazione della gioventù tunisina”: queste le parole alate con cui il presidente della Repubblica Tunisina, Kaïs Saïed, il 25 luglio scorso, si era congratulato per telefono con Ahmed Ayoub Hafnaoui, fresco vincitore dei 400 metri stile libero alle Olimpiadi di Tokio. Era anche il giorno delle celebrazioni del 64° anniversario della proclamazione della Repubblica. Ebbene poche ore dopo, il Capo dello Stato non ha esitato a sospendere il Parlamento per un mese, licenziare il premier e a prendere in mano il potere dell’esecutivo.
Ahmed Ayoub Hafnaoui, medaglia d’oro 400 m stile libero
“Un colpo di Stato” è stata l’immediata accusa da parte del governo rimosso e dei tantissimi giovani scesi in piazza in diverse parti del Paese, per protestare e denunciare la grave situazione economica e sanitaria. Proprio quei giovani la cui determinazione Saied ha esaltato nella figura di Ahmed Ayoub Hafnaoui, un carneade diciottenne che ha stupito il mondo intero.
Ahmed Ayoub Hafnaoui, chi era costui? Se lo sono chiesto spettatori (pochi dal vivo), appassionati di nuoto (tanti nel mondo e davanti alla tv) e gli altri 7 finalisti. Compreso il secondo classificato l’australiano Jack McLoughlin (“Non mi aspettavo di essere battuto da uno sconosciuto”) e dal nostro Gabriele Dotti, giunto appena sesto (“E’ un ragazzo del 2002 che non avevo mai visto né sentito. Comunque, ha vinto e quindi complimenti”).
In effetti il primo a sorprendersi è stato proprio lui, Ahmed Ayoub Hafnaoui, nato il 4 dicembre 2002 a Metlaoui (cittadina di circa 40 mila abitanti nel centro della Tunisia), giovanottone di 190 cm per 84 chili. “Non mi aspettavo certo di vincere. Quando ho toccato la piastra e sono uscito dall’acqua non ci credevo neppure io”, ha commentato fuori di sé dalla gioia. E lo era a tal punto che sul podio si è presentato in maglietta e pantaloncini e non con la tuta ufficiale.
Aveva ragione a non credere a un simile exploit, a uno dei più inattesi colpi di scena dei 32esimi Giochi Olimpici. Si era qualificato per la finale prendendo l’ultimo posto disponibile, ha segnato un tempo molto alto (3’43’26, che non è nemmeno il record nazionale tunisino), in passato di lui si registra solo un ottavo posto ai Giochi giovanili 2018 a Buenos Aires e un 10° ai Mondiali Juniores 2019. Eppure ha ottenuto la quinta medaglia d’oro nella storia della squadra dalla mezzaluna e stella rosse e la seconda in piscina dopo il “mitico” Oussama Mellouli, oggi 37 anni.
Mellouli è il primo grande nuotatore della Tunisia, una nazione dove fra gli 11 milioni e 600 mila abitanti i nuotatori non sono certo un grande numero.
Conquistò il primo oro olimpico del Paese nello sport: i 1500 stile libero maschile nel 2008. Mellouli sarebbe dovuto scendere in acque libere a Tokio per la 10km, ma all’ultimo momento ha rinunciato in polemica con la Federazione del suo Paese.
Dopo l’imprevedibile successo, è scattata la caccia alla ricostruzione biografica di Ayoub. E si è scoperto che ha iniziato a nuotare a 6 anni, è entrato in nazionale a 12, grazie agli stimoli di suo padre, ex giocatore della nazionale tunisina di basket e al suo allenatore (altro illustre sconosciuto) che gli ha insegnato a prepararsi duramente. Il giovanotto ora andrà negli Usa per la preparazione collegiale anche se non sa ancora che carriera scolastica intraprenderà.
Kaïs Saïed. presidente della Tunisia
Su Instagram appare solo una sua foto: seduto sul blocchetto di partenza, costume nero, occhialino sulla fronte e lo sguardo di profilo. E una scritta: «Casa è dove c’è la piscina”. Ha quasi 70 mila followers. Ha dedicato la vittoria ai genitori, all’allenatore e al suo Paese. “Avevo le lacrime agli occhi quando ho visto la bandiera tunisina e ho ascoltato l’inno, ne sono orgoglioso, dedico questo successo al mio Paese e alla mia gente”.
Tutto bello e commovente, anche se un po’ scontato. Peccato però che al suo Paese natio, Metlaoui, ci abbiano pensato i suoi concittadini a rovinare la festa. La popolazione è scesa in piazza per andare incontro al presidente della Repubblica Kaïs Saïed al grido: Vattene, fuori di qua, non ti vogliamo!
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
26 luglio 2021
L’Organizzazione Medici senza frontiere getta la spugna e interrompe temporaneamente gran parte delle proprie attività nella Repubblica Centrafricana, per il susseguirsi, dallo scorso dicembre, di attacchi e violenze in gran parte del Paese.
Lo ha annunciato pochi giorni fa il capo missione di MSF nella ex colonia francese, Rhian Gastineau. “Siamo molto preoccupati per i ripetuti attacchi a pazienti, operatori sanitari e strutture mediche. La popolazione sta pagando un tributo altissimo a causa delle recrudescenza del conflitto”.
MSF in Centrafrica
Chi è ammalato molto spesso rinuncia a consultare un medico; la gente è terrorizzata, ha paura di uscire di casa, specie nelle zone rurali. Anche molti operatori sanitari, presi dal panico a cause delle aggressioni, hanno preferito lasciare il proprio posto di lavoro; ospedali, centri sanitari, malati e il personale medico e paramedico sono sovente oggetto di aggressioni da parte di gruppi armati.
Tutto il Paese, persino zone che in passato erano considerate sicure, sono ormai in preda ai vari gruppi armati e non solo. Anche i mercenari russi, già accusati di gravi violazioni dei diritti umani, sono ora nuovamente al centro di un’indagine da parte di MINUSCA (la Missione ONU in Centrafrica) per l’uccisione di 13 civili nella sotto-prefettura di Bossangoa.
I giovani brutalmente ammazzati stavano estraendo oro in un sito minerario a Bongboto, a pochi chilometri da Bossangoa. Secondo Bangui, l’attacco sarebbe stato perpetrato da miliziani della coalizione Coalition des patriotes pour le changement. Fonti locali, invece, puntano il dito sui mercenari russi al servizio del Cremlino.
Pochi giorni prima dei fatti di Bossangoa, gli irregolari avevano lanciato un ultimatum ai giovani minatori di un’altra città al centro del Paese, Bria, ricca di miniere di diamanti. Il leader del contingente Wagner della zona, noto con il nome di Alex, aveva vietato a chiunque di avvicinarsi ai giacimenti controllati dai russi e minacciato di aprire il fuoco contro chiunque fosse avvistato nelle vicinanze delle zone di estrazione.
Durante una riunione del 17 luglio, organizzata con i giovani della città di Bria, Alex avrebbe detto: “In quest’area solo noi possiamo garantire la sicurezza alla popolazione, non i caschi blu dell’ONU”.
Il Paese in ginocchio da anni di guerra civile, è molto ricco di giacimenti minerari, che fanno gola a molti governi stranieri, in particolare alla Russia, che da tempo ha rafforzato la sua presenza nella ex colonia francese.
Alla fine del 2017 il presidente centrafricano Faustin Archange Touadéra si era recato in Russia, dove aveva incontrato il ministro degli esteri di Putin, Sergueï Lavrov. Da allora i due governi hanno iniziato una stretta collaborazione: Mosca gode di licenze per lo sfruttamento minerario, in cambio mette a disposizione equipaggiamento industriale, materiale per l’agricoltura e altro.
Armi russe per il Centrafrica
Insieme alle armi, da Mosca sono arrivati militari, ma soprattutto mercenari del gruppo Wagner, contractor al servizio del governo di Putin, sono uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate russe e ex sovietiche.
La collaborazione fra Cremlino e Centrafrica va oltre: il consigliere per la sicurezza del presidente Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della protezione personale del capo di Stato, inoltre una quarantina di uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.
Il governo russo ha sempre negato e continua a smentire qualsiasi collegamento con i contractor. Eppure è risaputo che il gruppo Wagner è molto vicino allo zar indiscusso di Mosca. In pratica i contractor forniscono addestramento sulle armi, aiutano i servizi di polizia e di intelligence civile, oltre a essere direttamente coinvolti in combattimenti.
L’ex primo ministro Firmin Ngrebada è stato per anni l’uomo di fiducia di Mosca a Bangui. Il rapporto tra Ngrebada e la Russia risale a marzo del 2013, agli inizi del conflitto interno centrafricano, quando l’ex premier (a quel tempo era membro del gabinetto presidenziale di François Bozizé), si era rifugiato per diversi giorni nell’ambasciata russa. Probabilmente in segno di riconoscenza o per altro, era riuscito a organizzare gli incontri tra il suo presidente e i massimi esponenti di Mosca.
Ma ora l’ex premier è caduto in disgrazia dietro forti pressioni della Francia, che a giugno ha anche sospeso i fondi destinati alla sua ex colonia. Il presidente Faustin-Archange Touadéra ha ceduto alle richieste di Parigi, costringendo Ngrebada a rassegnare le dimissioni e stavolta nemmeno Mosca ha potuto “salvare la pelle” al suo uomo di fiducia in Centrafrica.
Il nuovo premier è Henri-Marie Dondra, che, secondo quanto riportato dal giornale online The Africa Report, sarebbe considerato più vicino a Touadéra, in quanto Ngrebada avrebbe avanzato ambizioni politiche personali.
La nomina di Dondra non sarebbe stata casuale, precisa The African Report. Come ex ministro delle Finanze ha stretti contatti con istituzioni finanziarie internazionali, in particolare con il Fondo Monetario Internazionale. Dietro le quinte si mormora che il nuovo premier sia stato appoggiato molto discretamente da Christine Lagarde, ex presidente di FMI, oggi a capo della Banca Centrale Europea. Il nuovo premier gode anche del sostegno di Parigi, dove vive la sua famiglia.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
24 Luglio 202
Ieri il parlamento della Sierra Leone ha abolito all’unanimità la pena di morte. Era nell’aria da tempo. Già all’inizio di maggio il governo di Freetown aveva deciso di sottoporre la proposta di legge all’Assemblea nazionale.
Ora manca solamente la firma del presidente Julius Maada Bio, affinchè la pena capitale venga depennata definitivamente dalla Costituzione.
Parlamento della Sierra Leone
Quando in maggio, Umaru Napoleon Koroma, vice ministro della Giustizia, aveva annunciato l’intenzione in tal senso del governo (comunicata immediatamente al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU) aveva commentato così l’importante provvedimento di Freetown : “Ora anche ai sierraleonesi sarà garantito il rispetto dei diritti umani fondamentali”.
La Sierra Leone si aggiunge così agli altri 22 Paesi africani che hanno soppresso la pena di morte. La Costituzione del Paese, in vigore dal 1° ottobre 1991, prevedeva l’applicazione delle esecuzioni capitali per i seguenti reati: furto aggravato, tradimento, assassinio, ammutinamento.
Secondo il rapporto di Amnesty 2020 nel Paese sono state pronunciate 39 condanne a morte, quasi il doppio dell’anno precedente. Allora erano state 21. Comunque l’ultima esecuzione capitale risale al 1998. Allora furono giustiziati 24 ufficiali perchè ritenuti colpevoli di un tentato colpo di Stato.
Oggi i prigionieri sui quale pende una condanna a morte in realtà scontano l’ergastolo, ma vivono in un braccio speciale, separati dagli altri detenuti. Una norma ritenuta incivile dagli attivisti per i diritti umani. Ora bisognerà riprendere i processi per chiarire e definire le sentenze già pronunciate.
Abolizione pena di morte in Malawi
Malgrado le sue ricchezze del sottosuolo, la Sierra Leone è ancora oggi uno tra i Paesi più poveri al mondo e la piaga della corruzione, presente su tutti livelli, impedisce investimenti e sviluppo, inoltre, la già debole economia soffre ancora oggi della terribile guerra civile (1991-2002), costata la vita a oltre 120 mila persone.
Nel 2004, la Commissione verità e riconciliazione, istituita dopo il conflitto interno, aveva accertato che la guerra civile aveva portato alla degradazione della vita e della dignità umana e che i governi successivi avevano abusato della pena capitale per sbarazzarsi degli oppositori politici. In ultima analisi la Commissione aveva vivamente raccomandato alle autorità di rinunciare alle esecuzioni per dare il buon esempio.
Con l’aumento esponenziale di violenze commesse da bande criminali, negli anni successivi la moratoria sulla pena di morte aveva perso di efficacia, visto che l’opinione pubblica insisteva nel chiedere condanne sempre più dure. A quel punto la giustizia ha fatto ricorso alle sentenze delle pene capitali per tentare di contenere la ferocia delle gang.
Le autorità malgasce sostengono di aver sventato un attentato al presidente del Madagascar, Andry Rajoelina. In base a quanto affermato dal procuratore generale malgascio, Berthine Razafiarivony, martedì sono state arrestate sei persone, tra questi anche due francesi. Un’ inchiesta è in corso da diverso tempo, specie dopo un altro fallito attentato contro il capo della polizia, Richard Ravalomanana.
Le persone finite in galera sono tutte accusate di attentato alla sicurezza della personalità dello Stato. I due francesi sono ex ufficiali dell’esercito d’Oltralpe, che hanno frequentato l’accademia militare di Saint-Cyr (la più importante, dove vengono formati i quadri dell’esercito n.d.r.) e sono Philippe François e il franco-malgascio Paul Rafanoharana. Anche le mogli di entrambi sono attualmente in stato di fermo e due fratelli della consorte di Rafanoharana.
Andry Rajoelina, presidente del Madagascar
Philippe François vive nello Stato insulare dal 2020 e era il direttore di un fondo d’investimento, nonchè consigliere di investitori stranieri. E’ stato arrestato all’aeroporto della capitale mentre stava per imbarcarsi per la Francia. Rafanoharana era il consigliere speciale di monsignor Odon, arcivescovo di Antananarivo. Recentemente il nome del secondo era stato fatto più volte come potenziale futuro primo ministro del Paese. Conosceva bene Rajoelina, in quanto era stato il suo consulente diplomatico fino al 2011. L’attuale presidente ha vinto le elezioni nel 2019, ma aveva già ricoperto l’incarico capo di Stato dal 2009 al 2014, in seguito a un golpe militare.
Tra gli altri arrestati figura un terzo personaggio con doppia nazionalità, mentre gli altri tre sono tutti malgasci.
La pandemia ha messo in ginocchio l’economia del Paese. Le immunizzazioni procedono a rilento per mancanza di vaccini. Un prossimo lotto di 250 mila dosi di Covishield/AstraZeneca prodotto in India, dovrebbe arrivare a agosto. In un primo momento tale vaccino non era stato riconosciuto come sufficientemente sicuro da alcuni Paesi dell’ Unione Europea. Per cui, chi era stato immunizzato con quell’antidoto, per l’Europa risultava non vaccinato. Ora 15 Stati dell’UE, tra questi anche la Francia, hanno fatto marcia indietro e accettano anche viaggiatori ai quali è stato somministrato il Covishield.
Carestia nel sud del Madagascar
Intanto il sud del Madagascar è colpito da mesi da gravi problemi alimentari. Dopo due anni di estrema siccità, dovuta ai cambiamenti climatici, 400 mila persone sono a rischio carestia. E, in base a quanto riferito da David Beasley, direttore del Programma Alimentare Mondiale (PAM) nel Paese, il numero degli abitanti colpiti da fame estrema, potrebbe aumentare in breve tempo senza gli interventi necessari.
“Sono vittime dei cambiamenti climatici, la popolazione non ne ha nessuna colpa e stavolta non c’entrano nemmeno guerre e/o terrorismo”, ha specificato il direttore di PAM. Già nel mese di maggio l’ONU aveva lanciato l’allarme di una possibile carestia nel sud del Madagascar.
Questo è il terzo e ultimo di una serie di articoli che spiegano
perché una guerra fratricida e insensata ha interrotto il sogno del premier Meles Zenawi
che aveva cercato di costruire un’Etiopia plurale e democratica
Speciale Per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
20 luglio 2021
Meles sogna un’Etiopia democratica e avanzata ma si scontra con la realtà africana piena di contraddizioni, ambizioni personali, incoerenze e appetiti nascosti. Su due cose riesce a tenere inchiodato il Paese: l’abolizione di fatto della pena di morte (Mengistu viene condannato in contumacia all’ergastolo) e la lotta alla corruzione, contenuta a un livello basso, rispetto agli altri Paesi del continente.
Il mandato di cattura contro Al Bashir
Nel 2008, pochi giorni dopo che l’ONU ha lanciato il mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità verso il dittatore sudanese Omar Al Bashir, per la sua guerra in Darfur, fa una dichiarazione a suo favore. Gli telefono: “Ma come? Mi avevi assicurato che gente come lui deve essere finalmente condannata! Hai cambiato idea?”
Meles Zenawi fotografato il 25 aprile 2005 assieme all’ambasciatore italiano, Guido Walter Latella, all’aeroporto di Adua, subito dopo l’arrivo del cargo che ha trasportato da Roma l’obelisco appena restituito dall’Italia all’Etiopia (foto Massimo Alberizzi/per Africa Express)
“Per forza – risponde giustificandosi -. Non posso condividere la decisione della Corte Penale Internazionale e neanche dire che le Nazioni Unite hanno ragione, altrimenti Bashir mi organizza una guerriglia ai confini e devo fronteggiare un’altra minaccia. Troppo pericoloso per l’Etiopia”.
Un anno prima, alle mie rimostranze sulla rete (assai scadente) dei cellulari affidata ai cinesi: “Lo so non funzionano. Non immaginavo, altrimenti avrei rifiutato il loro aiuto nonostante ci abbiano dato un sacco di soldi”.
Un sospetto 99 per cento
Nel 2010 nuove elezioni che vince con un sospetto 99 per cento dei voti: troppi. Forse Meles è già malato e si moltiplicano le voci che voglia “lasciare”. Sceglie come vice Haile Mariam Desalegn, esponente di un’etnia minore, i Wolaytta, e non copto ma protestante, con studi in Finlandia.
La coalizione di partiti al potere l’ Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front ideata durante la guerra partigiana contro il dittatore Mangistu Hailé Mariam, assieme a Sabat Nega (ideologo del Tigray People’s Liberation Front) e Seyum Mesfin (suo ministro degli Esteri) sta realizzando quello che è il progetto di un’Etiopia unita nelle diversità. Certo i tigrini continuano a occupare un ruolo rilevante nella società. Soprattutto hanno in mano l’economia della nazione. Ma il loro potere già stato eroso lentamente ma inesorabilmente.
Rapida crescita economica
Infatti Meles cerca di concedere un po’ di spazio anche agli altri gruppi etnici, agli oromo, prima etnia del Paese, e agli amhara che avevano espresso la classe dirigente del Paese per decenni. Li piazza in alcuni punti chiave dell’amministrazione e concede loro alcuni ministeri. Agli Oromo tocca la presidenza della repubblica cui la Costituzione etiopica però riserva per un ruolo poco più che onorario.
L’oromo Georghis Wolde Mariam, presidente dell’Etiopia nel 2005 (foto Alberizzi/Africa Express)
All’inizio degli anni 2000 Meles aveva dovuto fronteggiare la guerra di una fazione interna al TPLF che lo accusava di voler dividere il potere con le altre etnie e di essere troppo accondiscendente con i loro desideri. “Non posso e non voglio costruire l’Etiopia soltanto attorno ai tigrini. La democrazia vuol dire anche distribuzione del potere e delle ricchezze tra tutti i cittadini. Sono questi i miei obbiettivi”, mi aveva confessato.
Con il “se” non si fa la storia, lo so, ma mi piacerebbe tanto sapere cosa sarebbe oggi dell’Etiopia e della terribile guerra in cui è sprofondata, se Meles Zenawi non fosse morto di tumore in un ospedale belga il 20 agosto 2012. Sapevo che era ricoverato, ma il suo staff mi aveva assicurato non più di due giorni prima che stava migliorando e se la sarebbe cavata. Invece il destino ha deciso diversamente.
Nonostante le contraddizioni della sua politica, l’Etiopia sotto il governo di Meles ha conosciuto una rapida crescita economica. La sua morte ha sicuramente fatto felice il suo amico di infanzia poi diventato il suo più feroce nemico: il dittatore dell’Eritrea. Isaias Afeworki.
Pugno di ferro
I detrattori di Meles, con cui ho parlato spesso, sostenevano che il contegno liberale e democratico che aveva con me era solamente un atteggiamento di facciata. In realtà – secondo loro – il Meles Zenawi primo ministro esercitava il potere con il pugno di ferro.
Io però la penso diversamente e per questo cito alcuni elementi importanti della sua politica: appena preso il potere con la cacciata di Mengistu, aveva cominciato a smobilitare l’esercito (solo la guerra scatenata dagli eritrei nel 1998 l’aveva costretto a invertire la rotta), liberalizzato la stampa, permesso la costituzione di partiti politici e promulgato una Costituzione che contempla un’organizzazione parlamentare e non presidenziale dello Stato.
Non era autoritario
E infine, l’organizzazione che aveva dato alla politica del Paese non era assolutamente autoritaria. Se fosse stata altrimenti, il primo ministro attuale, Abyi Ahmed non avrebbe potuto conquistare il potere pacificamente e con mezzi democratici; e non avrebbe mai potuto scatenare la guerra contro i tigrini come ha fatto ora. Addirittura tentando di mettere in atto un genocidio. Ma non solo. Qualunque dittatore in Africa non avrebbe aperto l’esercito ad alti ufficiali che non fossero del suo stesso gruppo etnico o addirittura suoi parenti. Avrebbe puntato sulla fedeltà e non sulla competenza e professionalità.
Atteggiamenti apertamente liberali e in linea con quello che lui pensava per costruire un’Etiopia pluralista e democratica. Ho letto critiche pesanti sul suo conto, frutto della campagna di disinformazione lanciata dai suoi avversari, primo fra tutti il despota eritreo, Isaias Afeworki.
Il tentativo di Meles di coniugare democrazia, pace e sviluppo si è scontrato con la dura e triste realtà della società tribale africana. Lo stesso è accaduto in Ruanda dove Paul Kagame, preso il potere dopo il genocidio, ha tentato un passaggio democratico ma è tornato velocemente sui suoi passi, quando sono riemersi rigurgiti di fanatica intolleranza razziale. Ha ridotto gli spazi democratici ma ha assicurato al suo Paese una crescita che non ha uguali nel continente,
Mi vengono in mente le parole del presidente ugandese Yoweri Museveni che avevo intervistato alla fine degli anni ’80, quando in Sudafrica era ancora in vigore la sciagurata segregazione razziale. Mi aveva accolto nel suo ufficio con un certo malcelato disprezzo apostrofandomi e rimproverandomi più o meno così (e lasciandomi impietrito): “Voi giornalisti occidentali parlate solo del Sudafrica e dell’apartheid. Non vi rendete conto che il razzismo violento e profondo esiste anche nel resto dell’Africa dove i neri emarginano, combattono e uccidono altri neri. Il razzismo non è un fatto solo di colore della pelle. E’ una questione di conoscenza e coscienza del valore della vita e dell’individuo”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 21 luglio 2021
Con la “ristrutturazione organizzativa” che vede Stato Islamico Greater Sahara (ISGS) incorporato a Stato Islamico Central Africa Province (ISWAP), ISIS ha fatto un altro salto in Africa. Ha annunciato la nascita dello Stato Islamico Central Africa Province (ISCAP) nella Repubblica Democratica del Congo. Anche se molti mettono in discussione la reale capacità operativa di ISCAP.
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Da ISCAP ai jihadisti di Cabo Delgado il passo è breve
Nonostante la scoperta di giacimenti di rubini e gas a Cabo Delgado, nord Mozambico, la popolazione, a maggioranza musulmana, non ha ricevuto benefici. Una circostanza che, unita alla corruzione ad alti livelli, ha creato ulteriori tensioni tra governo centrale e comunità locali che si sono sentite sempre più abbandonate.
Rabbia, povertà e ingiustizia sono diventati humus per i movimenti jihadisti, i gruppi di Alhu Sunnah wa-Jammà, chiamati semplicemente Shebab (gioventù in arabo) dalla popolazione. Le loro azioni violente, dall’ottobre 2017 a oggi, hanno seminato terrore. Agiscono soprattutto con attacchi indiscriminati ai civili, distruzione di villaggi e città, dove sono stati sgozzati anche donne e bambini.
Propaganda ISIS a Cabo Delgado
Nel 2019 gli Shebab si sono affiliati a ISCAP e hanno girato un video propagandistico durante uno degli assalti alla città di Mocimboa da Praia. A marzo 2020 hanno occupato Quissanga con la bandiera di Daesh e girato un altro filmato. Nelle immagini si invitano la popolazione a unirsi sotto la bandiera dello Stato Islamico per un governo di Allah. Nel marzo scorso è stata assediata Palma, città del gas, con un cantiere da $20 miliardi del colosso francese Total, ora fermo. Non è mai stato rivelato il numero dei morti ma, per la prima volta, sono stati uccisi anche dei bianchi di aziende che lavorano in appalto per Total.
Alhu Sunnah wa-Jammà, fino ad oggi è responsabile di almeno 2.500 morti e oltre 730.000 sfollati. Una guerra e una crisi umanitaria che il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, non riesce a fermare. Ma oltre al terrorismo jihadista, Nyusi ha un altro grosso problema: il comportamento dei suoi militari a Cabo Delgado.
Dal 15 luglio, contro il terrorismo jihadista, sono attesi circa 3.000 militari della Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC) con elicotteri, navi, droni e un sommergibile. Anche l’Unione Europea ha deliberato l’invio di personale per la formazione delle Forze armate mozambicane (FADM).
Questa mattina, durante il rito del Aïd el-Adha, commemorazione del sacrificio di Abramo, due persone hanno tentato di uccidere il presidente di transizione, Assimi Goïta, nella grande moschea di Bamako, la capitale del Mali.
Il presidente golpista era seduto accanto al primo ministro, Choguel Maïga, mentre l’imam si stava dirigendo verso l’uscita per sgozzare il montone, quando due giovani si sono alzati per dirigersi in direzione del presidente. Secondo alcuni testimoni, uno aveva in mano un pugnale, mentre il secondo una pistola.
Grande moschea di Bamako, Mali
Il primo ha tentato di sferrare una pugnalata al presidente, che si è subito alzato per difendersi. Immediatamente raggiunto dalle forze di sicurezza è stato portato fuori dalla moschea, per essere poi accompagnato al quartier generale di Kati, che dista una quindicina di chilometri da Bamako.
“Goïta è sano e salvo, ma un’altra persona è rimasta ferita”, ha confermato ai reporter di Agence France Presse (AFP) Latus Tourè, rettore della grande moschea.
I due giovani attentatori sono stati arrestati. Secondo il racconto di alcuni fedeli presenti al momento dell’agguato, uno di loro portava un turbante. Finora non sono trapelate le motivazioni e/o gli eventuali mandanti dei due. Le indagini sono incorso a 360 gradi, non si esclude nessuna pista.
Assimi Goïta, l’uomo forte del Mali
Nel pomeriggio si è poi schiantato un aereo da caccia, un mirage 2000, francese. Secondo quanto è stato riportato in un comunicato dalle forze armate di Parigi, l’aereo sarebbe precipitato al suolo a causa di un’avaria in un’area disabitata di Hombori, nella regione di Mopti, nel centro del Paese.
I due membri dell’equipaggio, il pilota e un ufficiale esperto in sistemi di armi, che è rimasto leggermente ferito, sono riusciti a catapultarsi dal jet.
Paul Biya, l’88enne presidente del Camerun, al potere dal 1982, è stato nuovamente contestato davanti al lussuosissimo hotel Intercontinental, nel Quartier des Nations, nella periferia nord di Ginevra, in Svizzera.
“Biya assassino, la Svizzera è sua complice” e ancora “Biya uccide il proprio popolo, ma viene qui a farsi curare”, hanno gridato a gran voce un centinaio di manifestanti camerunensi della diaspora davanti all’albergo a cinque stelle che ospita Biya da quasi una settimana.
Manifestazione diaspora camerunense a Ginevra
All’inizio della settimana scorsa le autorità ginevrine avevano autorizzato la manifestazione. Qualche giorno dopo è stata invece interdetta da quelle cantonali, per paura che sfociasse in violenze, come era successo due anni fa. Allora, durante una protesta simile, le guardie del corpo del presidente avevano ferito un giornalista svizzero mentre stava riprendendo la scena. Sabato mattina la polizia ha raccomandato ai residenti del quartiere di non uscire di casa e di tenere le finestre chiuse.
Una volta ricevuto il divieto a manifestare, i dissidenti hanno depositato ricorso al tribunale amministrativo senza successo. E, anche senza autorizzazione, simpatizzanti e membri di una coalizione di 10 organizzazioni dell’opposizione, chiamata Diaspora résistante camerounaise, sabato pomeriggio non hanno esitato a presentarsi davanti al lussuoso albergo ginevrino.
Imanifestanti hanno tentato a più riprese di forzare il cordone della polizia. Verso le 17.30 gli agenti hanno risposto con cannoni d’acqua e gas lacrimogeni. Alcuni camerunensi sono stati fermati dalla polizia elvetica già prima della manifestazione di sabato. Undici sono stati sanzionati con pene pecuniarie, mentre a uno tra questi è stata inflitta una condanna detentiva di 180 giorni, ma tutti hanno potuto godere della sospensione condizionale della pena.
Già giorni prima dell’arrivo di Biya, la diaspora aveva chiesto alle autorità di Berna di negare l’autorizzazione al capo di Stato camerunense di entrare nel Paese e di congelare i suoi beni. La petizione presentata dalla coalizione è stata bocciata dal Gran Consiglio del canton Ginevra.
L’opposizione accusa il presidente anche di brogli elettorali, di sottrazione indebita di fondi pubblici e di violazioni dei diritti umani.
Biya considera la Svizzera come la sua seconda casa, la cifra giornaliera per ospitare lui e il suo staff all’Intercontinental si aggira sui 40.000 dollari. Ovviamente a spese delle casse dello Stato, mentre la maggior parte della popolazione camerunense vive in miseria.
I dimostranti accusano il governo elvetico di proteggere un dittatore che si è macchiato del sangue nei confronti della minoranza anglofona nelle due province del Nord-Ovest e Sud-Ovest del Camerun, dove si consuma un sanguinoso conflitto dalla fine del 2016. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.
Paul Biya, presidente del Camerun
Le iniziali proteste del 2016 sono poi sfociate in scontri continui tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.
La pace è ancora lontana, finora Il conflitto ha causato 3.500 vittime, oltre 775.000 hanno lasciato le loro case (712.000 sono sfollati, altri 66.000 hanno chiesto asilo nella vicina Nigeria). Secondo OCHA (acronimo inglese per Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), attualmente 1,6 milioni di persone necessitano assistenza umanitaria urgente.
Solo ieri sono stati ammazzati cinque poliziotti, caduti in un’imboscata sulla strada che porta da Bameda a Bali Nyonga, nella regione del Nord-Ovest. Pochi giorni prima, altri due agenti sono stati uccisi e poi decapitati a Babadjou, località nella stessa regione.
Questo è il secondo di tre articoli che spiegano
perché l’Etiopia, con la guerra scatenata dal premier Abyi Ahmed,
è finita nella violenza insensata e razziale
Speciale Per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
18 luglio 2021
Nel maggio 1998 il sogno di Meles viene interrotto bruscamente. Gli eritrei scatenano la guerra per rivendicare un piccolo e insignificante villaggio, Badme. Un lembo di terra, una pietraia infuocata dal sole. Una guerra sciagurata voluta dal presidente eritreo, Isaias Afeworki, guerrafondaio incallito.
Meles, colto di sorpresa, (tra l’altro era già a buon punto con la smobilitazione dell’esercito), arretra; ma esattamente dopo due anni, nel maggio 2000, lancia una controffensiva devastante. Le sue truppe arrivano alle porte di Asmara. E si fermano e si ritirano solo grazie alle pressioni della comunità internazionale. Segue un armistizio che pone fine alle ostilità.
Asmara accentua la repressione
Ad Asmara il dittatore eritreo accentua la repressione e il 18 settembre 2011, mentre il mondo sconvolto è ancora attonito per l’attentato alle due torri, caccia in galera un bel po’ di ministri, giornalisti, intellettuali e critici del suo regime.
Meles, sebbene amareggiato e turbato oltreché deluso da una guerra che lo vede sì vincitore ma che avrebbe volentieri evitato, ricomincia il cammino verso la costruzione del suo Paese per realizzare il suo sogno: la costruzione di un’Etiopia moderna e democratica. Ora teme oltre che i nemici interni anche quelli fuori dal Paese. Stringe ancor più i legami con gli Stati Uniti. Ci vediamo un paio di volte l’anno e credo che con me si sfoghi.
Lo sfogo al concerto per Bob Marley
Nel 2004 in Ruanda, durante le manifestazioni per il decennale del genocidio allo stadio di Kigali, siede nella tribuna d’onore assieme ad altri presidenti e primi ministri. Mi vede mentre sono sul campo di calcio assieme agli altri giornalisti. Violando protocollo ed etichetta si alza in piedi e si sbraccia come un forsennato per salutarmi.
Nel febbraio 2005 assiste al megaconcerto per celebrare il sessantesimo anniversario della nascita del re del reggae, Bob Marley, morto di cancro nel 1981, all’apice della sua carriera. Mi vede tra il pubblico e mi chiama per presentarmi la moglie Azieb e i figli e confessa. “Vorrei ritirarmi. Vedi, mi piacerebbe avere una vita normale con concerti, visite ad amici, vacanze”.
Meles Zenawi assiste con i figli al concerto in onore di Bob Marley nel 2005
E assieme a Rita Marley, la vedova di Bob: “Vogliamo che in Africa non parlino più mitra e cannoni, ma chitarre e tamburi”. Buoni propositi, ma difficili da realizzare in un contesto africano dove le aspirazioni comuni non esistono e prevalgono le smanie di potere condite da tribalismi che nascondono solo ambizioni personali.
Elezioni truccate
Il cammino verso la democratizzazione e lo sviluppo del Paese si interrompe brutalmente pochi mesi dopo, quando vengono indette le elezioni generali. Meles è convinto di vincerle, ma durante lo spoglio perde il sindaco di Addis Abeba e si delinea la sua sconfitta.
Si imbrogliano così le carte e il risultato finale si ribalta. La polizia mitraglia la folla che protesta. I morti sono almeno 200. Qualche tempo dopo ne parliamo. Sembra veramente turbato: “Non ho dato io l’ordine di sparare”, si difende.
Durante un nostro incontro alla domanda seccata sul perché tanti giornalisti cacciati in galera, dopo aver chiesto alla fedele segretaria Aster (che parla perfettamente italiano) di tradurmi alcune parti di articoli di giornale, risponde: “Hai visto? Questi non scrivono né storie, né commenti, ma incitano all’odio etnico. Non posso permetterglielo, altrimenti mi “salta” il Paese”.
Odio etnico
Sapeva che le rivalità e gli antagonismi etnici potevano rappresentare il punto debole del suo progetto e mi aveva confessato la sua pena e il suo tormento: “Vorrei concedere più democrazia e più libertà, ma rischio che tutto naufraghi in un’ondata di violenza. Il nostro nemico non è l’Eritrea – aveva sottolineato – ma sono le rivalità etniche. Per costruire la nostra Etiopia dobbiamo combatterle e vincerle”. La storia ha dimostrato il questi mesi che non aveva torto.
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