Morto Melles, il capo guerrigliero che amava Bob Marley e credeva nella democrazia

Nonostante le contraddizioni della sua politica l’Etiopia sotto il suo governo ha conosciuto una rapida crescita economica

Meles Zenawi, primo ministro dell’Etiopia e uomo forte del Paese, è morto nella notte.
Gravemente ammalato era ricoverato da un paio di mesi in un ospedale belga.
Ultimamente sembrava che le sue condizioni fossero migliorate e si attendeva
un suo ritorno ad Addis Abeba. Aveva 57 anni.
Gli succede il suo vice Haile Mariam Desalegn. Meles Zenawi è spirato pochi giorni dopo
un altro leader etiopico: il patriarca Abuna Paulos, il papa del copti d’Abissinia.

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
21 agosto 2012

Meles Zenawi, primo ministro dell’Etiopia e uomo forte del Paese, è morto nella notte. Gravemente ammalato era ricoverato da un paio di mesi in un ospedale belga. Ultimamente sembrava che le sue condizioni fossero migliorate e si attendeva un suo ritorno ad Addis Abeba. Aveva 57 anni. Gli succede il suo vice Haile Mariam Desalegn. Meles Zenawi è spirato pochi giorni dopo un altro leader etiopico: il patriarca Abuna Paulos, il papa del copti d’Abissinia.

Avevo un buon rapporto con Meles che incontravo regolarmente a ogni visita nella capitale etiopica. Bastava una telefonata e trovava un’oretta per incontrarmi, magari a colazione (anche alle 6,30 del mattino). A differenza del suo vicino eritreo, Isayas Afeworki, era riuscito nella trasformazione da capo guerrigliero ad abile statista, uno dei leader più stimati del continente.

Il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, e, a destra, l’ex premier Melles Zenawi, morto nel 2012, durante un’intervista nel palazzo presidenziale ad Addis Abeba. Al cetro il consigliere diplomatico del Primo Ministro

Tigrino, aveva guidato la rivolta del TPLF ( Tigray People’s Liberation Front) negli anni ’70 e ’80, quando l’ho conosciuto. Il gruppo, che si collocava su posizioni filo albanesi (cioè vetero marxiste) nel 1991 aveva sconfitto, il dittatore militar comunista Mengistu Haile Mariam, grazie all’aiuto dei ribelli eritrei con cui aveva stabilito una solida alleanza e al sostegno degli Stati Uniti. Nei due anni di governo transitorio, Meles era stato scelto come presidente. Quando in quei giorni l’ho rivisto nell’ex reggia di Hailè Selassie, invece di trovarlo seduto dietro un’enorme e preziosa scrivania (cosa che fanno tutti i leader africani per mostrare agli interlocutori la loro importanza) si era sistemato al posto della segretaria. «Meles – gli dissi scherzando – ti ho lasciato filo albanese e ti ritrovo filoamericano! Cos’è successo?». Si mise a ridere di gusto. «Tutti maturano. Quella era un’utopia per una società ideale, che non esiste».

Parlò di programmi di ricostruzione, democrazia reale, lotta alla povertà, sviluppo, cooperazione regionale. «Devo stare attento a non trasformare il mio Paese in una dittatura», confessò preoccupato. Mise anche in discussione – con un atteggiamento eretico – l’articolo 1 dello statuto dell’Unione Africana che fissa come un dogma l’intangibilità delle frontiere africane. Due anni dopo sarebbe stata varata una delle costituzioni più moderne del mondo, l’unica parlamentare e non presidenziale di tutta l’Africa, che prevede, seppure con una procedura complicata, il diritto alla secessione. Nel 2003 l’Etiopia è il primo Paese a riconoscere l’indipendenza dell’Eritrea e si congratula con il leader fino ad allora amico e fratello d’armi, Isaias Afeworki.

Nel 1998 tutto cambia. L’Eritrea attacca l’Etiopia e Meles che aveva smobilitato gran parte del sue esercito è costretto a ricostruirlo indirizzando verso la difesa risorse che avrebbero dovuto essere impiegate per lo sviluppo. Nel 2000 contrattacca e caccia gli eritrei che avevano conquistato una parte del territorio etiopico. Subito dopo, però, rifiuta di ottemperare alla sentenza della corte de L’Aja e non ritira le sue truppe da Badme, un piccolo villaggio diventato simbolo della guerra tra i due Paesi, assegnato dai giudici al controllo di Asmara. Si giustificò così: «Anche se la consideriamo iniqua e ingiusta, abbiamo accettato la sentenza dell’arbitrato internazionale che assegna all’Eritrea Badme, ma non ce ne andremo finché non si stabiliranno relazioni chiare e stabili con Asmara». Nel 2004 lo incontro a Kigali, durante la commemorazione del genocidio in Ruanda. Allo stadio siede sul palco assieme a decine di presidenti, primi ministri, dignitari. Io sono nel campo di calcio assieme agli altri giornalisti. Mi vede e, violando l’etichetta, si sbraccia sorridente in un saluto cortese e gentile.

Nel febbraio 2005 assiste al megaconcerto per celebrare il sessantesimo anniversario della nascita del re del reggae, Bob Marley, morto di cancro nel 1981, all’apice della sua carriera. Mi presenta la moglie e i figli e confessa. «Vorrei ritirarmi. Vedi mi piacerebbe avere una vita normale con concerti, visite ad amici, vacanze». E assieme a Rita Marley, la vedova di Bob: «Vogliamo che in Africa non parlino più mitra e cannoni, ma chitarre e tamburi». Il cammino sulla democratizzazione e lo sviluppo del Paese si interrompe brutalmente pochi mesi dopo, quando vengono indette le elezioni generali. Meles è convinto di vincerle, ma durante lo spoglio perde il sindaco di Addis Abeba e si delinea la sua sconfitta. Si imbrogliano così le carte e il risultato finale si ribalta. Le polizia mitraglia la folla che protesta. I morti sono almeno 200. Ne parlammo e sembrava veramente sconvolto e pentito: «Non ho dato io l’ordine di sparare». Durante un nostro incontro alla domanda seccata sul perché tanti giornalisti cacciati in galera, ordinando alla fedele segretaria Aster (che parla perfettamente italiano) di tradurmi alcune parti degli articoli da loro pubblicati risponde: «Hai visto? Questi non scrivono né storie, né commenti, ma incitano all’odio etnico. Non posso permetterglielo, altrimenti mi “salta” il Paese».

Meles sogna un’Etiopia democratica e avanzata ma si scontra con la realtà africana: su due cose riesce a tenere inchiodato il Paese: l’abolizione di fatto della pena di morte (Mengistu viene condannato in contumacia all’ergastolo) e la lotta alla corruzione, contenuta a un livello basso, rispetto agli altri Paesi del continente. Nel 2008, pochi giorni dopo che l’ONU ha lanciato il mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità verso il presidente sudanese Omar Al Bashir, fa una dichiarazione a suo favore. Gli telefono: «Ma come? Mi avevi detto che gente come lui deve essere condannata!». «Non posso, altrimenti lui mi organizza una guerriglia ai confini e devo fronteggiare un’altra minaccia», si scusa. Un anno prima, alle mie rimostranze sulla rete (assai scadente) dei cellulari affidata ai cinesi: «Lo so non funzionano. Non immaginavo, altrimenti avrei rifiutato il loro aiuto nonostante ci abbiano dato un sacco di soldi».

Nel 2010 nuove elezioni che vince con un sospettoso 99 per cento dei voti: troppi. Forse è già malato e si moltiplicano le voci che voglia “lasciare” e nomina in suo vice Haile Mariam Desalegn, esponente di un’etnia minore, i Wolaytta, e non copto ma protestante, con studi in Finlandia. Nonostante le contraddizioni della sua politica l’Etiopia sotto il governo di Meles ha conosciuto una rapida crescita economica. Vedremo cosa accadrà con la sua morte. Una cosa è certa: il suo arcinemico Isaias Afeworli starà festeggiando.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi