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La terza ondata di covid-19 e mancanza di vaccini mettono in ginocchio l’Africa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 luglio 2021

La mancanza di vaccini in Africa è inaccettabile“, ha affermato il numero due della Banca Mondiale, Axel van Trotsenburg, a Abidjan (Costa d’Avorio), dove giovedì scorso si è svolto un vertice dell’Agenzia internazionale per lo sviluppo (Ida) della Banca Mondiale in presenza di una quindicina di capi di Stato.

“E’ davvero intollerabile, ha sottolineato van Trotsenburg, che finora sia stato vaccinato solamente l’1 % della popolazione del continente (1,5 per cento secondo l’OMS n.d.r.) Dobbiamo fare di più, molto di più”.
Durante il vertice – IDA20 – si è discusso sulla ricostituzione dei fondi e delle risorse dell’Agenzia per rilanciare l’economia dei Paesi africani fortemente in crisi a causa della pandemia.

Mancano i vaccini nel continente africano

Intanto diversi Paesi del continente sono già stati colpiti da una nuova ondata di covid-19. E, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nell’ultima settimana le morti causate dal virus sono aumentate del 43 per cento, ossia 6.273 contro le 4.384 della scorsa settimana. Attualmente i Paesi maggiormente colpiti sono Namibia, Sudafrica, Tunisia, Uganda e Zambia, dove è stato registrato l’83 per cento dei decessi totali in Africa.

Namibia:

Da metà giugno il governo ha messo in atto diverse restrizioni volte a arginare il propagarsi della pandemia. Due settimane fa è stato anche prolungato di un’ora il coprifuoco, che ora è fissato cioè dalle 21.00 alle 04.00, Mentre sono rimasti invariati gli altri provvedimenti, come gli spostamenti non indispensabili da una provincia all’altra, la vendita di alcolici è autorizzata solamente da lunedì a giovedì dalle 09.00 alle 18.00 e sono vietati assembramenti pubblici oltre dieci persone.

L’aeroporto internazionale Hosea Kutako di Windhoek è operativo, i viaggiatori non residenti devono presentare un tampone PCR eseguito non oltre 7 giorni prima del loro arrivo nel Paese, e, naturalmente resta in atto l’obbligo di portare le mascherine nei luoghi pubblici

Gli unici valichi di frontiera aperti ai turisti sono Katima Mulilo, Ariamsvlei e Noordoewer e, via mare, Walvis Bay Harbor.
Due giorni fa le autorità di Windhoeck hanno annunciato che le misure messe in campo resteranno in vigore fino al 30 di luglio.

Ruanda:

Il governo ha annunciato proprio questa settimana un nuovo lockdown di due settimana nella capitale Kigali e in altri 8 distretti. Resteranno aperti solamente negozi di generi alimentari e di prima necessità, servizi sanitari e banche.

Tutti gli impiegati pubblici svolgeranno le loro mansioni da casa, eccetto coloro che operano in settori che richiedono la presenza sul posto di lavoro. Mentre restano chiuse le scuole di ogni ordine e grado. Il coprifuoco, in vigore dalle 18.00 alle 04.00, è esteso su tutto il territorio nazionale.

L’aeroporto internazionale della capitale resta aperto e le attività turistiche potranno continuare in osservanza delle norme sanitarie vigenti. I viaggiatori verso mete internazionali dovranno presentare un test covid negativo effettuato entro 72 ore. Le misure restrittive si sono rese necessarie dopo una nuova impennate di contagi.

Senegal:

La ex colonia francese ha registrato un nuovo picco di contagi tre giorni fa; il tasso di positività è schizzato al 25 per cento con 733 nuovi casi. Finora il consiglio dei ministri non ha voluto imporre nuove restrizioni.

Il presidente, Macky Sall ha chiesto la collaborazione dei leader religiosi per far rispettare l’uso delle mascherine, limitazione degli assembramenti. Sall ha anche sottolineato la necessità di procedere quanto prima con la campagna vaccinale.

Le persone immunizzate sono solamente 591.000, su una popolazione di 16 milioni. Molti sono diffidenti nei confronti del vaccino, comunque va sottolineato che le dosi a disposizione scarseggiano in parecchi centri vaccinali. Il sindacato dei medici ha già allertato il governo di un eventuale rischio di sovraffollamento delle strutture sanitarie in vista di una recrudescenza della pandemia e ha chiesto alle autorità di vietare ogni tipo di assembramento, sia religioso, culturale o politico.

L’epicentro della nuova ondata di covid-19 è Dakar, dove si sono verificati oltre la metà dei nuovi contagi. La situazione potrebbe facilmente degenerare nei prossimi giorni, in vista del Tabaski, la festa del sacrificio, particolarmente sentita e celebrata in Senegal. Il Tabaski è occasione di assembramenti e di viaggi attraverso tutto il Paese per raggiungere parenti e amici. A marzo il governo aveva tolto tutte le restrizioni, come coprifuoco e quant’altro, dopo imponenti manifestazioni in strade e piazze.

Qualora i contagi dovessero proseguire l’attuale trend, le autorità non escludono di dover ricorrere a un nuovo lockdown, coprifuoco, chiusura delle frontiere, divieto di spostamenti all’interno del Paese e altro. Lo ha annunciato Sall proprio ieri sera.

Sudafrica:

Domenica scorsa il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha esteso le misure anti-covid 19 per altre due settimane. Le restrizioni messe in campo comprendono anche il divieto di assembramenti, la vendita di alcolici e un coprifuoco dalle 21.00 alle 04.00.

Per stessa ammissione del capo di Stato, gli ospedali e tutto il sistema sanitario del Paese sono tutt’ora sotto forte pressione. Dall’inizio del mese i casi di covid-19 sono in forte aumento, fino a 26mila al giorno.

Le immunizzazioni procedono a rilento, finora sono state vaccinate 4,2 milioni di persone su una popolazione di 60 milioni. Il governo spera di poter raggiungere l’obiettivo di 300 mila somministrazioni giornaliere entro la fine di agosto.

E come la pandemia non bastasse, il Paese dell’Africa australe è stato investito anche da un’ondata di disordini, scoppiati inizialmente per l’arresto per corruzione dell’ex presidente Jacob Zuma. Presto i disordini sono sfociati in vere e proprie proteste e rivolte contro la fame, che hanno portato a saccheggi e distruzione di supermercati e negozi.

Durante le insurrezioni, dovute anche alle disuguaglianze che persistono a tutt’oggi in gran parte del Sudafrica, malgrado l’abolizione da oltre un trentennio della supremazia della minoranza bianca, sono morte oltre 200 persone. La polizia ha arrestato 2.500 cittadini, sospettati di essere coinvolti in gravi atti di violenza.

Ora, secondo le autorità di Pretoria, sembra essere tornata la calma nella maggior parte delle aree coinvolte, ma i costi dei danni provocati sono enormi.

Coronavirus variante delta

Tunisia:

Dall’inizio del mese i casi di covid-19 sono cresciuti in modo esponenziale, mettendo gravemente in ginocchio il sistema sanitario tunisino. I morti sono in continuo aumento, basti pensare che nella sola giornata di giovedì sono deceduti 147 pazienti, nei giorni precedenti si è arrivati anche a 170, secondo quanto riferito da Yves Souteyrand, rappresentante dell’OMS nel Paese, che ha precisato: “1.000 decessi in una settimana sono parecchi per un Paese di 12 milioni di abitanti”.

Finora è stato vaccinato solamente il 6 per cento della popolazione, e anche al presidente, Kaïs Saïed è stata inoculata la prima dose solamente pochi giorni fa. Il governo ha persino sguinzagliato l’esercito in alcune regioni per accelerare le immunizzazioni. Servirà forse a poco in quanto le dosi a disposizione non sono sufficienti, come del resto nella maggior parte degli Stati del continente.

Marocco e Francia hanno promesso l’invio di un milione di vaccini. Il ministero degli Esteri di Rabat ha annunciato che il regno sosterrà Tunisi anche con aiuti sanitari, che comprendono mille respiratori, due generatori di ossigeno e due unità di rianimazione complete e autonome per un totale di 100 posti letto.

Anche le associazioni della diaspora all’estero si sono mobilitate con raccolte di fondi grazie agli appelli lanciati via Facebook e altri social network.

La variante delta è responsabile in misura del 50 per cento dei nuovi casi registrati quotidianamente, tra 8.000 e 9.000. Di fronte a una tale emergenza gli ospedali non riescono a rispondere in modo adeguato e il personale sanitario si vede spesso nell’impossibilità di isolare tutti i pazienti affetti da covid-19 dagli altri malati.

Uganda:

Il ministro dell’Informazione ugandese, Chris Baryomunsi, ha accusato l’Occidente per la sua incapacità di fornire vaccini ai Paesi del continente africano, che necessita cento milioni di dosi con la massima urgenza per contrastare la terza ondata di covid-19.

“Finora l’Uganda ha immunizzato oltre un milione di persone, purtroppo non riusciamo ad ottenere altre fiale, pur avendo il denaro per poterle pagare”, e, senza mezzi termini il ministro ha detto ai reporter del The Guardian: “L’Occidente ha concentrato l’attenzione per lo più sulle proprie popolazioni e a questo punto sembra evidente che mostri poco interesse nei confronti degli africani”.

Già da metà giugno l’Uganda ha introdotto misure severe per contrastare i contagi da covid-19. Il presidente Yowreri Museveni, rieletto all’inizio dell’anno per un sesto mandato, ha detto che la variante indiana, più aggressiva delle precedenti, ha investito anche il suo Paese.

Grazie alle nuove norme anti-covid, i contagi hanno registrato una flessione negli ultimi giorni, passando da 1.700 e più al giorno a 500. A tutt’oggi il nuovo lockdown è ancora in atto, compreso il coprifuoco dalle 21.00 alle 05.30.

I trasgressori alle restrizioni anti-covid emanate dal governo sono puniti severamente e rischiano anche 2 mesi di prigione se colti in fragranza di reato.

Zambia:

Anche lo Zambia è stato investito pesantemente dalla terza ondata della pandemia. Il 16 giugno scorso, il presidente Edgar Chagwa Lungu, ha imposte rigide norme per contenere il propagarsi del virus. Scuole chiuse, eccetto superiori e università che possono proseguire le lezioni ma non presenza. Ristoranti e bar sono operativi solo per l’asporto. Sospesi festeggiamenti per matrimoni, il divieto è stato esteso a altre celebrazioni e ai funerali non possono assistere più di 50 persone. Conferenze, work-shop e altri meeting in presenza sono proibiti fino a nuovo avviso. Anche le funzioni religiose hanno subito limitazioni.

Il dettaglio delle attuali restrizioni sono state pubblicate nuovamente ieri sull’account facebook del ministero della Sanità zambiano. Nel post si legge che il 15 luglio le misure restrittive sono state riconvalidate fino a prossimo avviso. Tuttavia negli ultimi giorni si sono registrati leggeri miglioramenti rispetto al picco dei contagi di fine giugno e inizio luglio.

Zimbabwe:

All’inizio della settimana il presidente, Emmerson Mnangagwa, ha esteso il lockdown, in vigore dalla fine di giugno, per altre due settimane. Il capo di Stato spera che nel frattempo possano essere immunizzate un altro milione di persone (finora solo al 9 per cento è stata inoculata una dose e al 3,4 anche la seconda, su una popolazione di 15 milioni), dopo l’arrivo di altrettanti vaccini.

Malgrado le attuali restrizioni, i contagi stanno ancora aumentando a un ritmo allarmante, dovuto alla variante delta. E, se fino a poco tempo fa la pandemia aveva colpito per lo più i residenti delle città, ora ha raggiunto anche le aree rurali, dove l’assistenza sanitaria è insufficiente e inadeguata per curare i malati di covid-19. Mancano le bombole di ossigeno, materiale protettivo per medici e paramedici, e, soprattutto, reparti di isolamento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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L’ex presidente sudafricano Zuma cede: si è costituito ed è dietro le sbarre

 

FOCUS 1/Tigray, la guerra ha distrutto il sogno di Meles Zenawi, visionario africano

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
16 luglio 2021

La guerra scatenata dal primo ministro etiopico Abyi Ahmed contro il Tigray, non ha causato solo centinaia di vittime, devastato la parte più prospera dell’Etiopia, prodotto un esodo biblico di profughi, ha anche distrutto il sogno di uno dei pochi statisti africani mai stati al potere, Meles Zenawi.

Tigrino, nato ad Adua, Meles aveva guidato la rivolta del TPLF (Tigray People’s Liberation Front) negli anni ’70 e ’80, quando l’ho conosciuto. Il gruppo, che si collocava su posizioni filo albanesi (cioè vetero-marxiste), nel 1991 aveva sconfitto, il dittatore militar comunista Mengistu Haile Mariam, grazie all’aiuto dei ribelli eritrei, con cui aveva stabilito una solida alleanza, e al sostegno degli Stati Uniti.

TPLF e EPLF vecchi rancori

Già allora, comunque, sebbene alleati, i due fronti combattenti (TPLF e EPLF, Eritrean People’s Liberation Front) mostravano forti differenze ideologiche. In un documento tigrino di quegli anni dal titolo “Le nostre differenze con il EPLF” il movimento etiopico sosteneva che il diritto alla secessione doveva essere garantito nel futuro del Paese.

In Etiopia in giorno di festa i vecchi ascari amano ancora indossare la loro ex uniforme (Foto Alberizzi/per Africa Express)

Gli eritrei, che pure volevano la loro secessione, non intendevano per nulla concederla agli altri. Un atteggiamento piuttosto curioso che però spiega assai bene l’attitudine egemonica mostrata dalla dirigenza eritrea.

Regime feudale

Quando Meles Zenawi sale al potere nel 1991, prima come presidente transitorio e poi come primo ministro, sogna di trasformare l’Etiopia, che veniva dal regime feudale dei vecchi imperatori e poi da un durissimo sistema militar comunista, in un Paese democratico e moderno. Dopo i primi anni, spesi a organizzare la struttura burocratico-amministrativa devastata da quasi vent’anni di malgoverno e vessazioni del dittatore Mengistu Hailé Mariam, aveva cercato di applicare il suo sogno democratico.

Ho conosciuto molto bene Meles. Molto diverso dal suo ex amico d’infanzia, il dittatore eritreo, Isayas Afeworki (ho conosciuto anche lui), era riuscito a trasformarsi da capo guerrigliero ad abile statista, uno dei leader più stimati del continente.

Dignitari etiopici (foto Massimo Alberizzi/per Africa Express)

Ogni volta che passavo per Addis Abeba bastava che gli telefonassi il giorno prima e mi riceveva per una chiacchierata. Non necessariamente un’intervista. Parlavamo di tutto. Una volta mi chiese di passare dal suo ufficio alle 6:30 del mattino costringendomi a una difficile levataccia. Oltre ad essere simpatico con doti di profonda empatia, era molto alla mano.

Seduto al posto della segretaria

Quando l’ho visto la prima volta da vincitore nel suo ufficio ad Addis Abeba, subito dopo la cacciata di Mengistu nel maggio 1991, non l’ho trovato seduto su un trono, né dietro un’enorme massiccia scrivania, come avrebbe fatto qualunque dittatore africano tronfio del posto conquistato formalmente “in nome del popolo e della democrazia”, sostanzialmente per conto di se stesso e del suo interesse. Mi stava invece aspettando al lavoro seduto al posto della sua segretaria.

“Ti ho lasciato filo albanese e ti ritrovo filo americano”, lo salutai scherzosamente e lui mi rispose con una grossa risata senza spiegarmi questa metamorfosi politico filosofica. Negli anni ’80 l’Albania era l’unico Paese europeo che, chiuso e impenetrabile, diceva di applicare i rigidi precetti maoisti. I cinesi attraccavano alla base marittima  di Valona, sul mar Adriatico.

Molti ad Addeis Abeba sfoggiano orgoglio i colori nazionali

Più volte in quegli anni mi ha parlato di programmi, di ricostruzione, democrazia reale, lotta alla povertà, sviluppo, cooperazione regionale. “Devo stare attento a non trasformare il mio Paese in una dittatura”, mi aveva confessato più volte preoccupato. Aveva messo anche in discussione – con un atteggiamento eretico – l’articolo 1 dello statuto dell’Unione Africana che fissa come un dogma l’intangibilità delle frontiere del continente. “Perché costringere due popolazioni che non hanno nulla in comune, nessun interesse, a vivere assieme? – riaveva spiegato -. Lo stravagante di questa difesa dei confini sta nel fatto che chi accusa le nazioni coloniali di aver cacciato le frontiere con il righello poi non vuole assolutamente rivedere queste scelte”.

Due anni dopo in Etiopia sarebbe stata varata una delle Costituzioni più moderne del mondo, l’unica parlamentare e non presidenziale di tutta l’Africa, che prevede, seppure con una procedura complicata, il diritto delle varie entità alla secessione.

Nel 1991 l’Etiopia è il primo Paese a riconoscere l’indipendenza dell’Eritrea e Meles si congratula con il leader, fino ad allora amico e fratello d’armi, Isaias Afeworki. Un mossa che molti etiopi (compresi parecchi tigrini) non gli hanno mai perdonato. Per parecchio tempo numerose auto in circolazione ostentavano un adesivo verde su cui era scritto “Ethiopia Tikdem”, cioè “Etiopia Unita”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
(1 – continua)
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Sahel: la Francia riduce le truppe mentre la base operativa europea sarà in Niger

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 luglio 2021

A margine della conferenza G5 Sahel, che comprende i Paesi maggiormente colpiti e esposti alla minaccia terrorista: Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha annunciato ufficialmente il ritiro parziale dell’Opération Barkhane.

Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 dovrebbero chiudere le basi di Kidal, Tessalit e Timbuktu, nel nord del Mali. Il contingente francese, che ora conta 5.100 uomini in tutto il Sahel, dovrebbe essere ridotto del 40 per cento. Dunque la Francia sarà presente solo con 2.500, al massimo 3.000 unità.

Vertice G5 Sahel: Emmanuel Macron, presidente della Francia, a destra e a sinistra il suo omologo nigerino, Mohamed Bazoum

Macron vorrebbe concentrare le forze nella cosiddetta zona delle tre frontiere (Mali, Niger, Burkina Faso) per cercare di fermare l’espansione dei jihadisti verso il golfo di Guinea.

Se da un lato Opération Barkhane è praticamente terminata, la task force Sabre (forze speciali francesi) continuerà a dare la caccia ai terroristi. Per altro anche il nuovo contingente europeo Takuba, (Spada in lingua tuareg), missione multinazionale interforze con il mandato ufficiale di addestrare e assistere le forze armate del Mali nella lotta contro i gruppi armati jihadisti attivi nel Sahel è ormai operativo.

Sotto comando francese, Takuba vede operare congiuntamente i militari di diversi Paesi europei (oltre alla Francia, Belgio, Danimarca, Estonia, Romania, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Italia), in coordinamento con altri attori internazionali, in particolare US Africom, il comando delle forze armate statunitensi per il continente africano e MINUSMA, la missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione del Mali.

A Parigi era presente fisicamente solo Mohamed Bazoum, il neo-eletto presidente del Niger, mentre i suoi omologhi del Ciad, Mali, Burkina Faso e Mauritania hanno partecipato al vertice G5 Sahel in videoconferenza. Durante il meeting Macron ha annunciato che la centrale del commando di Takuba sarà Niamey, la capitale del Niger, Paese che è ora uno dei più fedeli alleati della Francia e sarà il nuovo centro nella lotta contro il terrorismo nel Sahel. Dunque non più N’Djamena, la capitale del Ciad, dove ha sede il quartier generale di Barkhane.

Ora sarà soprattutto la Force G5 Sahel, contingente tutto africano composto da militari di Ciad, Niger, Mali, Mauritania e Burkina Faso, lanciato a Bamako durante un vertice dei 5 Paesi nel luglio 2017, a doversi concentrare nella lotta contro il terrorismo. Un compito arduo, in una vastissima regione desertica, ampiamente abbandonata dai poteri centrali. Infatti, molti osservatori ritengono che una armata interafricana così fatta non sia comunque in grado di affrontare da sola una tale sfida.

Ora nella lotta contro i terroristi spunta anche un nuovo attore: la Costa d’Avorio. Già qualche mese fa, il suo ministro della Difesa aveva incontrato le autorità militari e dei servizi di Burkina Faso e Mali. Secondo informazioni ottenute dal mensile “La Lettre Confidentielle du Mali” (LLCM), diretto dal giornalista Serge Daniel, autorevole e apprezzato giornalista beninois che vive in Mali, collaboratore di importanti testate e anche di Africa-ExPress, le autorità dei tre Paesi sono convinti che i jihadisti abbiano formato basi lungo la frontiera tra Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio.

Se in Niger, Mali e Burkina Faso operano soprattutto terroristi del gruppo Stato islamico nel Gran Sahara, nelle zone di frontiera tra Mali, Burkina e Costa d’Avorio sono invece più attivi i raggruppamenti affiliati al leader jihadista maliano Iyad Ag Ghali. Iyad è una vecchia figura indipendentista tuareg. Nato come contrabbandiere di sigarette e di cocaina, fonda e diventa capo di  Ansar Dine, che in italiano vuol dire più o meno “Ausiliari della religione” (islamica). Nel marzo 2017 è promotore del  raggruppamento terrorista composto dall’unione di cinque sigle, il  “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”.

Iyad Ag Ghali

E, sempre in base a documenti consultati da LLCM, i gruppi di uomini armati fedeli a Iyad Ag Ghali, nelle zone frontaliere (Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio) si mescolerebbero tra la popolazione, trovando così facilmente nuove leve tra i molti giovani disoccupati e delusi perché senza un futuro.

Ora i tre Paesi (Costa d’Avorio, Burkina Faso, Mali) ritengono necessario coordinare le loro azioni di interventi per contrastare i gruppi armati che, secondo quanto si evince dai documenti, i terroristi avrebbero preparato progetti da effettuare a medio-lungo termine. Abidjan si pone così a capo delle operazioni militari comuni denominate secondo un codice segreto (ma di cui Africa ExPress è venuto a conoscenza) Tourbillon vert (Vortice verde).

Cornelia I. Toelgyes
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Colpo di Stato militare in Mali: arrestati il presidente Keita e il primo ministro Cissé

Pagato il riscatto, Rossella Urru è libera ma ancora nella capitale degli islamici

Supporto diretto della NATO alla missione multinazionale in Mali e nel Sahel

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Intrigo internazionale: ex spia saudita rifugiata in Canada getta nel panico gli USA

Africa ExPress
14 luglio 2021

L’ex alto funzionario dei servizi segreti sauditi, Saad al-Jabri, attualmente in esilio in Canada, è stato citato da società saudite sia a Washington che a Toronto con l’accusa di malversazione di denaro pubblico per oltre 3,5 miliardi di dollari. Secondo Saad al-Jabri l’azione giudiziaria è una ritorsione per le sue affermazioni contro l’attuale erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, colui che il politico italiano Matteo Renzi, definisce come l’artefice del “rinascimento”del regno wahabita.

Ovviamente il principe ereditario nega di aver inviato i suoi squadroni della morte, “Tiger Squad”, in Canada. Gli inquirenti canadesi invece raccontano di aver bloccato i fedelissimi del principe ereditario all’aeroporto internazionale Macdonald-Cartier di Ottawa e di averli immediatamente espulsi. secondo diverse testimonianze alcuni di loro avrebbero persino partecipato all’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, ammazzato e fatto a pezzi nel consolato del regno mediorientale a Istanbul, in Turchia. Secondo la versione online del quotidiano canadese The Globe and Mail, i mercenari del principe avrebbero richiesto il visto nel maggio 2018, sei mesi prima della loro ” missione” in Canada.

 

L’ex spia saudita, Saad al-Jabri

Intanto i due figli della ex spia sono stati arrestati in Arabia Saudita per costringerlo al ritorno in patria.

Al-Jabri ha un curriculum di tutto rispetto (parla cinque lingue e ha in tasca una laurea in informatica con un dottorato in intelligenza artificiale dell’Università di Edimburgo in Scozia) ed è stato l’uomo di fiducia dell’ex principe ereditario, Mohammed bin Nayef, ora agli arresti domiciliari, dopo che nel 2017, per intrighi di palazzo, gli è stato revocato l’incarico e il titolo di erede al trono. Forse il più importante dei suoi incarichi era quello di tenere i collegamenti tra servizi segreti sauditi e la CIA e organizzare operazioni coperte degli americani nel teatro mediorientale.

Ma ora Washington teme che al-Jabri durante le udienze racconti quel che sa e sveli informazioni riservate, anzi riservatissime, delle quali è venuto a conoscenza durante le sue operazioni segrete. E, in una nota depositata ad aprile in un tribunale del Massachussets, il dipartimento di Giustizia di Washington  spiega l’intenzione di al-Jabri di rivelare informazioni riguardanti presunte attività di sicurezza nazionale.

In un’altra nota, inviata un mese più tardi allo stesso tribunale, il dipartimento di Giustizia chiede tempo, in quanto, materie inerenti alla sicurezza nazionale sono delicate e complesse e richiedono un attento esame di alti funzionari. Secondo alcuni esperti, Washington potrebbe anche invocare il “privilegio del segreto di Stato”, che permette di disobbedire alle richieste della Corte di rivelare determinate informazioni.

Nel marzo scorso, un tribunale dell’Ontario, Canada aveva già ordinato di congelare nel mondo intero i beni dell’ex spia. Ora la holding saudita chiede che vengano bloccate anche le sue proprietà immobiliari a Boston per un valore di 29 milioni di dollari.

La società saudita che ha chiesto il congelamento dei beni di al-Jabri, è la Sakab Saudi Holding, è di proprietà dello Stato. La compagnia, fondata nel 2008 da Mohammed bin Nayef, aveva il compito di coprire le spese per operazioni di sicurezza clandestine con gli USA. Ora, per provare l’innocenza dell’accusato, la Corte dovrà controllare le finanze della società e come siano stati utilizzati i fondi per finanziare programmi sensibili compiuti in collaborazione con gli USA, più precisamente con la CIA, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale USA, e il dipartimento della Difesa.

I legali di al-Jabri negano qualsiasi appropriazione indebita del loro assistito e affermano che è stato incastrato nelle rivalità di palazzo, cioè tra Mohammed bin Salman e Mohammed bin Nayef, che non è stato più visto in pubblico dal momento del suo arresto nel marzo 2020.

Se da un lato il dipartimento di Giustizia di Washington non intende rivelare i segreti di Stato al tribunale di Massachusetts, resta aperta la questione in Canada, dove gli USA non hanno nessuna influenza diretta.

Africa ExPress
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Sudafrica: dopo l’arresto di Zuma, violenze e disordini, centri vaccinali distrutti

Africa ExPress
13 luglio 2021

La condanna e l’incarcerazione dell’ex presidente del Sudafrica, hanno scatenato l’ira dei suoi sostenitori che da diversi giorni hanno invaso strade e piazze della provincia KwaZulu-Natal, regione d’origine di Jacob Zuma.

Ben presto i disordini si sono trasformate in vere e proprie proteste e rivolte contro la fame e si sono estese anche nella provincia di Gauteng, il cui capoluogo è Johannesburg, la più grande città del Paese.

Sudafrica: gravi violenze e disordini

La folla inferocita ha incendiato edifici e saccheggiato negozi e supermercati, specie nei quartieri più poveri delle grandi città. Da sabato sono morte almeno 6 persone, altre sono state ferite, mentre oltre 500 sono state arrestate.

Ieri sera il presidente Cyril Ramaphosa ha sguinzagliato anche l’esercito contro i manifestanti, promettendo di riportare calma e ordine nelle città colpite. In un suo discorso alla nazione, trasmesso dalla TV di Stato, Ramaphosa ha precisato: “Sono i peggiori disordini dal 1990. Tolleranza zero contro opportunisti, istigatori del caos. Cause politiche, tantomeno frustrazioni e rabbia non possono giustificare tali violenze”.

Carcasse di auto bruciate, vetri rotti, sono le immagini devastanti riprese a Johannesburg nel pomeriggio di ieri. Già domenica i rivoltosi marciavano nel centro della megalopoli armati di bastoni, rami e altro.

Distrutti anche diversi centri vaccinali, che non hanno così potuto continuare la loro attività, proprio ora che il Sudafrica è colpito da una nuova ondata della pandemia. Nelle ultime due settimane sono morte 4.200 pazienti di covid-19, registrando 20 mila nuovo casi al giorno, metà dei quali nella provincia di Gauteng.

Africa ExPress
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L’ex presidente sudafricano Zuma cede: si è costituito ed è dietro le sbarre

Contro il terrorismo jihadista arrivate truppe ruandesi nel nord Mozambico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
12 luglio 2021

I primi militari ruandesi sono arrivati a Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico il 9 luglio. Raggiungeranno le 1.000 unità “boots on the ground”, cioè sul campo, e saranno dispiegati a Mueda e nella penisola di Afungi. La loro missione è neutralizzare i gruppi jihadisti di Alhu Sunna wa-Jamma e ripristinare la sicurezza e il controllo dello Stato mozambicano a Cabo Delgado.

Partenza militari ruandesi
Partenza dei militari ruandesi da Kigali, Ruanda

Mueda è sede del Comando operazionale del Nord con alcune posizioni delle Forza di Difesa e Sicurezza (FDS). Afungi è l’area dove il colosso petrolifero francese Total vorrebbe estrarre gas naturale (LNG). Gli impianti hanno comportato un investimento di 20 miliardi di dollari, il più corposo di una compagnia straniera in Africa. Durante l’attacco jihadista a Palma dello scorso 23 marzo, per la seconda volta la Total ha fermato i lavori dei cantieri, questa volta a tempo indeterminato.

Da Ruanda e SADC 4.000 militari a Cabo Delgado

Il contingente ruandese sarà composto da 700 uomini e donne delle Forze di Difesa del Ruanda (RDF) e 300 della Polizia Nazionale del Ruanda (RNP). Secondo un comunicato del governo di Kigali, le truppe ruandesi lavoreranno a stretto contatto con le Forze Armate del Mozambico (FADM). E con i militari della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) in settori di responsabilità designati.

poliziotti ruandesi
Poliziotti ruandesi, in partenza per il Mozambico

“Il dispiegamento si basa sulle buone relazioni bilaterali tra la Repubblica del Ruanda e la Repubblica del Mozambico secondo accordi del 2018 – c’è scritto nel comunicato – . Si fonda sull’impegno del Ruanda a implementare la dottrina della Responsabilità di Progetto (R2P) e sui Principi di Kigali sulla protezione dei civili”.

Il portavoce militare della Difesa, colonnello Ronald Rwivanga, ha affermato che non c’è una data di ritorno del contingente in Ruanda. “Abbiamo una missione da svolgere e quando sarà compiuta torneremo a casa”.  ha dichiarato l’ufficiale. L’arrivo in Mozambico delle truppe della SADC, invece, è previsto dal 15 luglio. Secondo un documento riservato si tratta 2.916 uomini con elicotteri, droni, pattugliatori marittimi e un sommergibile.

Le critiche dei media mozambicani sull’opacità delle truppe straniere

I media mozambicani sono molto critici riguardo alla militarizzazione straniera di Cabo Delgado e all’opacità dell’intervento militare del Ruanda e della SADC. Non si conosce il costo dell’operazione né la durata dell’intervento e le mansioni delle truppe straniere. Probabilmente non convince troppo nemmeno le FDS. Il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, il 9 luglio a Mueda, quando ha annunciato l’arrivo dei militari ruandesi ha specificato: “Lavoreranno con noi. Non sono loro che comanderanno”.

Truppe ruandesi
Truppe ruandesi in partenza per il Mozambico

La questione della sicurezza dei rifugiati politici ruandesi in Mozambico

C’è poi la questione degli oppositori politici ruandesi rifugiati in Mozambico. Il 23 maggio il giornalista ruandese Cassien Ntamuhanga è stato arrestato senza motivo dalla polizia mozambicana a Maputo e consegnato all’ambasciata del Ruanda. Atto che viola la normativa internazionale sulla protezione dei rifugiati politici. Nella comunità ruandese c’è fermento e paura che tocchi loro la stessa sorte. Molti si chiedono se ciò è parte del prezzo che Maputo deve pagare a Kigali.

USA, Portogallo e UE nel training dei militari mozambicani

Di fatto la situazione di Cabo Delgado è diventata drammatica e Maputo, non si è dimostrata in grado di gestirla. Nemmeno con l’aiuto dei mercenari russi del Wagner Group e i sudafricani di Dyck Advisory Group. Dall’ottobre 2017, inizio del terrorismo jihadista nella provincia dell’estremo nord, ci sono stati tra 2.500 e 3.000 morti e tra 730 mila e 1 milione di sfollati. Nei mesi scorsi, sia Stati Uniti che Portogallo hanno mandato personale per l’addestramento delle truppe mozambicane. Ora anche l’Unione Europea ha deciso di partecipare al training dei militari dell’ex colonia portoghese.

Sandro Pintus
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Mistero su giornalista oppositore ruandese rapito in Mozambico

A difesa della Total contro jihadisti arrivano nel nord Mozambico i soldati ruandesi

Ruanda: muore in prigione in circostanze sospette stella del gospel

Ruanda, il dilemma di Kagame a 25 anni dal genocidio: crescita o democrazia?

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Etiopia: Abiy vince le elezioni (secondo gli USA truccate) e i tigrini vincono la guerra

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 luglio 2021

I risultati della tornata elettorale che si è tenuta in Etiopia il 21 giugno scorso, sono stati resi noti oggi. Prosperity Party, il raggruppamento politico del primo ministro Abiy Ahmed, si è aggiudicato la vittoria con 410 su 436 seggi al parlamento, garantendo così un nuovo mandato al premier attuale. Alcuni posti resteranno vuoti, in quanto in diverse circoscrizioni, come nel Tigray, i cittadini non hanno potuto recarsi alle urne per conflitti in atto.

Abiy Ahmed, primo ministro etiopico

Le elezioni sono state posticipate ben due volte a causa della pandemia. Secondo il premier sono state elezioni libere e eque, non così per gli Stati Uniti, che hanno aspramente criticato la tornata elettorale, in particolare per i conflitti e l’insicurezza in alcune regioni e, non per ultimo, per l’arresto di diversi oppositori politici.

Intanto la guerra nel Tigray continua. Le forze speciali Amhara hanno attaccato i residenti di Humera e Alamata.

Humera si trova in un’area strategica,‘Eritrea da un lato e il Sudan dall’altro. Sin dall’inizio del conflitto molti abitanti sono scappati, perchè attaccati a nord dalle truppe di Asmara e da sud dagli amhara. Attualmente i militari di Tigray Defence Forces (TDF)hanno riconquistato gran parte della regione, ma si stanno muovendo soprattutto dalla loro roccaforte che si trova al centro, verso l’ovest e il sud, lasciando così scoperta la zona di Humera.

Secondo diverse fonti, le milizie amhara sarebbero andate di casa in casa, chiedendo alla popolazione di lasciare le proprie abitazioni e di scappare in Eritrea, visto che la frontiera con il Sudan è attualmente chiusa. E’ stato intimato loro di non recarsi in altre zone del Tigray e tantomeno nella regione Amhara.

I residenti hanno chiesto aiuto alla Croce Rossa e ad altre organizzazioni internazionali. La situazione peggiora di ora in ora e gli abitanti temono ripercussioni, violenze, uccisioni.

Simili richieste d’aiuto giungono anche da Alamata e zone limitrofe. Venerdì sono stati fucilati in pubblico 9 giovani, con l’accusa di appoggiare il TPLF. Molti altri sono stati arrestati e gran parte della popolazione è stata costretta a lasciare le proprie abitazioni nel giro di pochi minuti. Gli amhara non gli hanno permesso di portarsi via nemmeno un pezzo di pane.

Alamata si trova a sud di Mekellé, il capoluogo del Tigray. Secondo OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari) la strada dal capoluogo verso Alamata è libera, ma le forze speciali amhara controllano ancora vaste zone.

La popolazione del Tigray è in condizioni disperate gli aiuti umanitari tardano a arrivare. Una guerra civile che in otto mesi ha messo in ginocchio tutti gli abitanti della regione. Migliaia di persone sono state uccise dai contendenti: truppe governative etiopiche con l’appoggio di quelle eritree – che utilizzano anche militari somali – e amhara da un lato e tigrini di TDF dall’altro. Gli sfollati superano 1,7 milioni e oltre 60 mila hanno cercato protezione nel vicino Sudan. Inoltre 5,5 milioni di civili hanno bisogno di urgenti aiuti umanitari mentre, secondo ONU, in 400 mila sono già stati colpiti dalla carestia, 900 mila sono invece le stime di USAID, l’Agenzia del governo americano per lo Sviluppo.

Sfollati nel Tigray, Etiopia

Una settimana fa il TPLF (Tigray People’s Liberation Front) ha chiesto il ritiro immediato delle truppe eritree e quelle amhara prima di iniziare qualsiasi dialogo circa il cessate il fuoco con il governo centrale, misura presa unilateralmente una settimana fa da Addis Ababa e, per ora, in vigore fino al 2 settembre 2021.

Intanto il numero dei prigionieri di guerra etiopici è salito a 8 mila, lo ha confermato Fesseha Tessema, un consigliere del TPLF, secondo cui è stata chiesta assistenza al Comitato della Croce Rossa Internazionale e a altre organizzazioni umanitarie per poter fornire cibo a tutti quanti.

Dal canto suo Addis Ababa, specie all’inizio del conflitto, ha messo dietro le sbarre centinaia, forse anche più, soldati di etnia tigrina dell’esercito regolare. Allora si temevano possibili ammutinamenti. E potrebbero essere proprio i negoziati per il rilascio dei soldati di guerra le basi di colloqui preliminari per arrivare a un cessate il fuoco concreto.

Mercoledì scorso il segretario di Stato di Washington, Antony Blinken, ha sentito telefonicamente Abiy, e gli ha chiesto nuovamente il ritiro immediato delle forze eritree e amhara, accesso umanitario totale, nonchè l’avvio di un negoziato di pace permanente. Blinken ha sottolineato che alla dichiarazione unilaterale del cessate il fuoco devono seguire misure concrete sul campo per porre un punto finale al conflitto e alle atrocità.

Purtroppo l’ONG Medici senza Frontiere sospenderà temporaneamente la propria attività in diverse zone del Tigray dopo l’uccisione di tre loro collaboratori, Maria Hernandez, spagnola, di 35 anni, coordinatrice delle emergenze, il suo assistente, Yohannes Halefom Reda e il loro autista, Tedros Gebremariam Gebremichael, entrambi trentunenni, etiopi. Finora i responsabili di questo massacro non sono ancora stati identificati. Teresa Sancristoval, direttrice delle operazioni di MSF ha chiesto alle autorità competenti che venga aperta un’indagine per chiarire la dinamica di questo terribile fatto.

Cornelia I. Toelgyes
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BREAKING NEWS/Etiopia: tigrini riconquistano la loro capitale Makallé

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Etiopia, il regime mobilita la piazza contro le sanzioni decise da Washington

 

 

L’ex presidente sudafricano Zuma cede: si è costituito ed è dietro le sbarre

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
10 luglio 2021

“Possiamo confermare che l’ex presidente Jacob Zuma è stato ammesso in questa struttura nelle prime ore della mattina in conformità con l’ordine della Corte costituzionale”. Comincia con queste parole il comunicato del ministro della Giustizia sudafricano, Ronald Ramola.

Il viaggio verso la prigione è iniziato mercoledì alle 23:30. Un convoglio di auto nere ha portato l’ex presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, dalla sua residenza di Nkandla all’Estcourt Correctional Centre. Circa tre ore di viaggio a ovest del compound del politico. Qui, Zuma, 79 anni, ha passato la sua prima notte dietro le sbarre.

Jacob Zuma in prigione
L’ex presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, nel momento nel quale gli vengono prese le impronte digitali all’Estcourt Correctional Centre

Il braccio di ferro

Un braccio di ferro tra la Corte costituzionale, l’organo di giustizia più alto, e l’ex presidente che ha tentato di guadagnare tempo fino all’ultimo minuto. Deve scontare 15 mesi di reclusione per oltraggio alla Corte perché come imputato per un processo di corruzione non si è mai presentato in aula.

Attorno alla residenza dell’ex presidente, da domenica, centinaia di sostenitori con cartelli e magliette con scritto “giù le mani da Jacob Zuma”. Facevano da scudo umano contro un eventuale intervento delle forze dell’ordine pesantemente armate che avrebbero potuto arrestare il politico. C’è stata una trattativa tra Zuma e i rappresentanti del ministero di Giustizia finché l’ex presidente ha ceduto.

Ha vinto lo Stato di diritto

Dura la reazione del Congress of the People (COPE), l’ala dissidente dall’African National Congress (ANC), partito al potere dalla fine dell’apartheid. Dennis Bloem, portavoce COPE: “L’incarcerazione dell’ex presidente Jacob Zuma manda un messaggio forte. Nessuno è al di sopra della legge, nemmeno il presidente del Paese. Questa è sicuramente una vittoria per la nostra Costituzione e il nostro sistema giudiziario. Zuma e i suoi sostenitori pensavano di poter minare e ignorare lo stato di diritto”.

Un “carcere di lusso”

L’Estcourt Correctional Centre è un centro di detenzione inaugurato circa due anni fa. Costato 387 milioni di euro  è composto da due sezioni che possono ospitare 512 detenuti ciascuna, un lusso rispetto alla maggioranza delle carceri sudafricane affollate. Il penitenziario ha anche un ospedale, un centro di formazione, un’officina di manutenzione, la logistica e altre strutture di supporto.

Jacob Zuma dovrà passare due settimane in isolamento a causa delle norme anti-covid. Secondo la direzione sarà un detenuto come gli altri, con la tuta arancione dei reclusi. Potrà guardare la TV e avrà diritto a quattro visite al mese ma non potrà avere un telefono cellulare, vietato ai detenuti.

L’ex presidente, dopo aver scontato un quarto della sua detenzione, avrà diritto alla libertà condizionata. In pratica il detenuto Jacob Zuma, dopo meno di quattro mesi potrà tornare a casa per scontare la pena.

Sandro Pintus
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Marocco: italiana con doppia nazionalità condannata per offesa all’Islam

Africa ExPress
9 luglio 2021

Una giovane italo-marocchina è stata condannata a tre anni e mezzo di galera e a una multa di quasi 5 mila euro per offesa pubblica all’Islam.

La sentenza è stata pronunciata il 28 giugno scorso dal tribunale di primo grado di Marrakech. La famiglia ha fatto ricorso in appello, la cui udienza che, secondo quanto appreso da Africa ExPress, si svolgerà a fine luglio. La data precisa non è ancora stata comunicata.

Prigione di Marrakech, Marocco

La 23enne ragazza è nata in Italia, a Vimercate e cresciuta in Brianza, dove i genitori si erano trasferiti all’epoca. Oggi studia giurisprudenza all’università di Marsiglia e a metà giugno si è imbarcata su un volo con destinazione Marocco, Marrakech, dove attualmente risiede il padre. Appena sbarcata a Rabat, è stata fermata dalla polizia di frontiera, in quanto su di lei pendeva un mandato di arresto dopo una denuncia presentata da un’associazione religiosa di Marrakech.

Solo in un secondo tempo è stata trasferita nella città di residenza del padre. Due anni fa, nel 2019, la giovane avrebbe pubblicato sulla sua pagina Facebook un post in lingua araba un estratto del Corano “Kautar”, ribattezzandolo “versetto del whiskey“.

La ragazza nega il fatto e afferma che qualcun altro avrebbe condiviso il link sulla sua bacheca. Dunque non è lei l’autrice della parodia. La studentessa non ha, inoltre, una buona padronanza dell’arabo, importanti dettagli che la Corte non ha preso in considerazione.

La rappresentanza diplomatica in Marocco segue da vicino la vicenda. Funzionari consolari visitano spesso la nostra  connazionale: le portano cibo e generi di conforto e sono in contatto continuo con i suoi  legali. D’altro canto il nostro ambasciatore, Armando Barucco, conosce bene l’Africa essendo stato capo della legazione italiana in Sudan e ha ricoperto un incarico in Somalia durante la missione (e la guerra) dell’UNOSOM nel 1993, quando l’ambasciatore era Enrico Augelli.

Finora il governo di Rabat non ha rilasciato commenti su questa faccenda; intanto l’Association marocaine des droits humains (AMDH), sede di Marrakech, si chiede come mai si sia arrivati a un processo in così breve tempo e perchè non siano state fatte indagini più approfondite.

L’articolo 267-5 del codice penale del Paese prevede una condanna da 6 mesi a 2 anni di prigione per chiunque offenda la religione islamica. La pena può arrivare fino a 5 anni di galera, se l’infrazione viene commessa in pubblico, anche via social network.

Lo stesso testo di legge punisce anche l’offesa alla monarchia o/e l’incitamento a minare l’integrità territoriale. I difensori dei diritti umani hanno denunciato più volte la formulazione degli articoli in questione, in quanto non specificano concretamente quali fatti potrebbero costituire un’offesa.

Africa ExPress
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Marocco, il bacio di una coppietta postato su Facebook porta due ragazzini in carcere

 

Sud Sudan: oggi 10 anni di indipendenza ma la pace è ancora lontana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 luglio 2021

Anche quest’anno sono state annullate le celebrazioni del 9 luglio, anniversario dell’indipendenza del più giovane Stato della Terra, il Sud Sudan. Durante una seduta straordinaria del Consiglio dei ministri, che si è tenuto a Juba mercoledì scorso, presieduto dal capo di Stato, Salva Kiir, è stato deliberato di annullare qualsiasi avvenimento pubblico già messo in calendario. Troppo pericoloso vista l’espandersi della pandemia. Ma alcune fonti hanno mormorato che le cause sono ben altre: la grave crisi economica che sta attraversando il Paese non permette sperperi di nessun genere, il governo non può spendere soldi per festeggiamenti, nemmeno per quello del decimo anno dall’indipendenza dal Sudan.

Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir

E’ il sesto anno consecutivo che non si festeggia più il giorno dell’indipendenza in Sud Sudan. Prima a causa della guerra civile, e dallo scorso anno per covid-19. Kiir ha chiesto espressamente alla popolazione di restare nelle proprie case e di ascoltare il suo discorso, che sarà trasmesso in diretta dalla TV di Stato.

Il consiglio delle Chiese sud sudanesi, in un suo comunicato di mercoledì scorso ha detto a chiare lettere: “C’è ben poco da festeggiare. Ora auguriamo alla popolazione che il prossimo decennio sia costellato di pace, gioia, giustizia, libertà e prosperità”.

La guerra civile, scoppiata nel 2013, è costata la vita a quasi 400 mila persone. Ancora oggi i rifugiati nei Paesi limitrofi sono oltre 2,2 milioni, mentre gli sfollati sono 1,47 milioni e nel Paese 1,9 milioni di bambini e donne soffrono di malnutrizione grave.

Corre l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annuncia i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede sono a favore della secessione; i sud sudanesi scelgono l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – viene festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace, l’indipendenza viene proclamata il 9 luglio 2011.

 

Sud Sudan: 9 luglio. giorno dell’indipendenza dal Sudan

Speranze e aspettative erano tante, infinite. Oggi quasi tutte sepolte. Le sofferenze della gente sono state e sono tutt’ora inimmaginabili. A nulla sono valsi infiniti trattati di pace, siglati e risiglati. Gli scontri tra etnie sono stati violenti e accesi.

Nicholas Haysom, nuovo responsabile dell’ONU in Sud Sudan, ha spiegato, durante il suo intervento al Consiglio di Sicurezza il mese scorso, che l’80 per cento dei civili uccisi quest’anno è il risultato di scontri e violenze tra le varie comunità. E ancora oggi gli operatori umanitari sono tra quelli maggiormente esposti, basti pensare che recentemente sono stati brutalmente ammazzati quattro di loro e milioni di dollari di aiuti sono stati distrutti.

Haysom ha chiesto al governo interventi immediati, di implementare quanto prima il processo di pace e, di indire al più presto nuove elezioni. La prossima tornata elettorale è prevista per il 2023, ma già da tempo molti esponenti della società civile  hanno chiesto ai due leader del Paese, il presidente Dinka Salva Kiir e il vicepresidente Nuer Riek Machar, di rassegnare le dimissioni e uscire dalla scena politica.

Cornelia I. Toelgyes
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Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace

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