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Nigeria: i rapitori chiedono cibo per oltre 100 studenti presi in ostaggio

Africa ExPress
7 luglio 2021

“Dateci cibo per gli oltre cento ragazzi che abbiamo rapito”. In Nigeria succede anche questo: sequestratori mal organizzati chiedono generi alimentari per poter nutrire oltre cento studenti presi in ostaggio all’inizio della settimana in un collegio nello stato di Kaduna, nel nord-ovest della ex colonia britannica.

Un gruppo di uomini armati ha assalito la Bethel Baptist High School all’alba di lunedì scorso, e, secondo quanto riportato dal vice-preside, Wakili Madugu, 121 sono ancora in mano ai loro aguzzini, mentre 28 sono stati liberati.

I rapitori si sarebbero messi in contatto con l’istituto, confermando di tenere ancora in ostaggio 121 studenti. Contemporaneamente avrebbero chiesto generi alimentari (riso, fagioli secchi, verdure fresche e quant’altro) per poter sfamare i giovanissimi. Il gruppo di uomini armati responsabile del sequestro, stanno inoltre facendo pressione sulle autorità per il pagamento di un riscatto per la liberazione degli alunni. E, secondo Madugu, è possibile che i criminali si siano nascosti insieme agli studenti in una vicina foresta. “Si sono messi in contatto con la scuola già 4 volte. Ci hanno telefonato sia lunedì che martedì”, ha aggiunto il vice-preside.

La notizia è stata riportata da diversi giornali nigeriani online. Intanto procedono le operazioni di ricerca e salvataggio dei ragazzi da parte delle forze dell’ordine e di sicurezza. I genitori sono furenti, oltre a essere giustamente preoccupati per la sorte dei propri figli. E ieri, i familiari non hanno gradito la presenza di rappresentanti del governo, che si sono recati al collegio per esprimere solidarietà ai congiunti degli studenti.

Il governo si rifiuta di trattare con i rapitori, ma già in passato, familiari hanno pagato di tasca propria il riscatto richiesto, pur di poter riabbracciare i proprio congiunti. In aprile sono stati rilasciati 5 alunni dietro un pagamento assai inusuale: i sequestratori hanno preteso vino, alcolici, cibo pronto e altri alimentari per la liberazione dei giovani.

Negli ultimi mesi sono stati presi in ostaggio oltre 1.000 studenti in Nigeria, la maggior parte sono poi stati rilasciati dietro il pagamento di un riscatto, mentre altri sono ancora in mano ai loro aguzzini.

Molte agenzie umanitarie sono estremamente preoccupate per i continui rapimenti di studenti nelle scuole del più popoloso Stato dell’Africa. E UNICEF ha specificato che oltre 1.200 istituti scolastici sono stati chiusi nel nord-ovest della Nigeria per la grave situazione di insicurezza. Sono tra 300 e 400 mila i giovani che non stanno più frequentando le lezioni. E, anche se molte scuole sono ancora aperte, i genitori lasciano i propri figli a casa per timore delle continue aggressioni.

Africa ExPress
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Amnesty accusa militari e governo nigeriano: ignorati avvisi sul rapimento delle ragazze

Amnesty accusa militari e governo nigeriano: ignorati avvisi sul rapimento delle ragazze

Sudafrica, l’ex presidente Jacob Zuma si barrica in casa per non finire in prigione

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 luglio 2021

Condannato a 15 mesi di prigione per oltraggio alla corte, l’ex presidente sudafricano Jacob Zuma ha fatto sapere che non ha intenzione di entrare nelle patrie galere. La condanna, emessa dalla giudice Sisi Khampepe della Corte costituzionale di Pietermaritzburg, è del 29 giugno. Il magistrato, mentre leggeva la sentenza ha dichiarato che la corte non aveva altra scelta.

Jacob Zuma
Jacob Zuma, ex presidente del Sudafrica

L’ex presidente in contumacia

Zuma, 79 anni, è stato condannato perché, a febbraio, non si è mai presentato a testimoniare davanti alla commissione che lo vede imputato per corruzione. È accusato di aver preso tangenti sulla fornitura di armi della società francese Thales al Sudafrica. Nel 1999, su un affare da $2 miliardi, l’ex presidente avrebbe preso tangenti per $34.000 all’anno per proteggere l’azienda. Il politico ha respinto le accuse definendole “caccia alle streghe politicamente motivate contro di me”.

Aveva cinque giorni di tempo per costituirsi, il termine ultimo era domenica 4 luglio. Tutto il Paese voleva vedere se la polizia sarebbe andata ad arrestarlo nel suo compound a Nkandla nel Kwazulu-Natal o se si sarebbe costituito. Ma Zuma, forte della folla di sostenitori accampati a Nkandla, ha dichiarato: “Oggi non ho bisogno di andare in prigione. Voglio vedere come la polizia riuscirà a passare”. I sostenitori, alcuni dei quali armati, con magliette e striscioni con scritto “Giù le mani da Jacob Zuma” gli facevano da scudo.

Zuma aggressivo e impugna la sentenza

Da Nkandla, Zuma ha aggredito verbalmente i giudici della Corte paragonandoli ai magistrati bianchi dei tempi dell’apartheid. Intanto i suoi avvocati prendono tempo impugnando la sentenza. Hanno chiesto che venga rivista dato che il caso è riferito a fatti risalenti a venti anni fa. Ma visto che la Corte costituzionale è l’organo di giustizia più alto sarà difficile che la annulli. Bisognerà attendere il 12 luglio.

C’è anche un altro problema. L’African National Congress (ANC), al potere dalla presidenza di Nelson Mandela, sulla “questione Zuma”, si potrebbe spaccare ulteriormente creando una crisi istituzionale.

Un tweet che mostra il compound di Jacob Zuma
Un tweet che mostra il compound Nkandla di Jacob Zuma

Un decennio di corruzione

Durante la sua presidenza dal 2009 al 2018 Jacob Zuma, 4° presidente del Sudafrica del dopo apartheid, ha collezionato 783 accuse. Vanno dalla corruzione al riciclaggio di denaro, dall’evasione fiscale ai traffici illeciti. Inoltre per il suo compound di Nkandla è stato condannato per frode. Ha utilizzato circa 13 milioni di euro di denaro pubblico per “mettere in sicurezza” la sua residenza di campagna. L’opposizione ne aveva più volte chiesto l’impeachment senza riuscirci fino a quando l’ANC lo ha costretto alle dimissioni.

Sandro Pintus
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Sudafrica, presidente Zuma condannato per frode, opposizione chiede impeachment

 

Jacob Zuma si dimette, Cyril Ramaphosa nuovo presidente del Sudafrica

L’Africa oggi, tra fallimento della democrazia e corruzione in crescita

E’ donna la nuova governatrice della Banca Centrale del Congo-K

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 luglio 2021

La nuova governatrice della Banca Centrale della Repubblica Democratica del Congo (BCC) è la signora Malangu Kabedi-Mbuyi; lo ha reso pubblico ieri il presidente della ex colonia belga, Felix Tshisekedi.

Sempre più donne africane conquistano incarichi prestigiosi, sia a livello internazionale che nei propri Paesi, come Ngozi Okonjo-Iweala, nigeriana, ora a capo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

 

Malangu Kabedi-Mbuyi, nuova governatrice BCC

La signora congolese, che vanta un curriculum di tutto rispetto, sostituirà Deogratias Mutombo, che è stato a capo dell’istituto dal 2013. Mutombo è consierato molto vicino all’ex presidente del Paese, Joseph Kabila, che nel maggio 2018 aveva rinnovato il mandato del governatore di altri 5 anni.

Silurato anche Albert Yuma, potente Presidente del consiglio d’amministrazione della Gécamines, società mineraria di Stato, nonché presidente del patronato congolese. Grazie a questi due importanti incarichi, ha occupato anche una poltrona al CDA della BCC, posto che ora dovrà lasciare.

E’ la prima volta che una donna sarà a capo della BCC, fondata proprio 70 anni con il compito di mantenere la stabilità monetaria del Paese e sarà così il 13esimo governatore del  più importante istituto finanziario della ex colonia belga.

La nuova governatrice ha studiato e vissuto a lungo negli Stati Uniti, è stata un alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Ultimamente è stata capo missione per FMI nel Burkina Faso. Il profilo della Kabedi-Mbuyi, molto apprezzato anche a livello internazionale, specie in prospettiva delle riforme che dovrà attuare. E, per la prima volta nella sua storia, la BCC avrà ben due vice-presidenti, in base alle riforme decise nel 2018.

BCC, Congo-K

I due vice-governatori fanno parte entrambi di “Union sacrée” , la nuova maggioranza nel governo Tshisekedi e sono: il senatore Dieudonné Fikiri, che deve gran parte della sua carriera proprio alla BCC, mentre l’altro è William Pambu, un membro di UDPS (Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale, il partito del capo di Stato). André Wameso, ambasciatore itinerante di Tshisekedi, sarà, invece, uno dei nuovi membri del CDA della Banca centrale.

L’istituto congolese è stato fondato nel 1961, ma è diventato pienamente operativo solamente con l’Ordinanza numero 188 del 20 giugno 1964. La sua sede principale è a Gombe, quartiere finanziario e diplomatico di Kinshasa.

Cornelia I. Toelgyes
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L’Organizzazione Mondiale del Commercio ha un nuovo capo: è una donna africana

Rapporto dell’ONU denuncia: oltre 20 mila bambini hanno subito violenze nel 2020

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
2 Luglio 2021

Quasi ventimila ragazzi hanno subito gravi violazioni dei diritti umani nel 2020. Lo afferma il rapporto del Segretario Generale ONU, Antonio Guterres, Children and armed conflict, nel quale viene dettagliatamente documentato che almeno settemila piccoli sono stati rapiti per combattere le guerre degli adulti (quasi duemila in Somalia soprattutto ad opera di Al Shabab ma anche da parte di esercito e polizia; circa ottocento in Myanmar, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) ed in Siria; duecento in Afghanistan ad opera dei talebani, ma anche da polizia e milizie pro-governative. Stupri e altre forme di violenza sessuale sono cresciuti del 70 per cento rispetto al 2019. Neanche la pandemia è riuscita, quindi, a fermare le violazioni sull’infanzia, la parte più debole e indifesa della società.

Oltre ottomila bambini sono stati uccisi o mutilati nel corso dei conflitti, in particolare in Afghanistan, Siria, Yemen e Somalia. Nel dossier dell’ONU vengono elencati anche gli attacchi a scuole, ospedali e al personale che vi opera. Aggressioni in costante crescita: quasi duecento nella RCD e oltre 150 in Afghanistan, causati anche dalle truppe regolari di Kabul.

Scuole chiuse a causa della pandemia, ma spesso riconvertite a scopo bellico, sia dalle guerriglie che da militari. Inoltre è stato verificato anche il diniego di accesso all’assistenza sanitaria. La violazione dei diritti fondamentali, non di rado ha portato a un aumento della mortalità, analfabetismo e migrazioni. In Africa i Paesi maggiormente colpiti sono stati: Mali, Sudan, Sud Sudan, Nigeria, RDC e Somalia, ma il fenomeno ha interessato anche Afghanistan, Yemen e Siria.

Cifre molto più elevate

Lo scorso anno il 60 per cento di tutte le violazioni nei confronti dei minori si sono consumate in Somalia, Congo-K, Afghanistan e Siria. Ma in tutto tali crimini sono stati commessi in 21 Paesi. Il prezioso lavoro di monitoraggio delle Nazioni Unite, tuttavia, rischia di evidenziare soltanto la punta dell’iceberg, in quanto le cifre reali sono presumibilmente molto più elevate. E’ evidente, infatti,  che è quasi impossibile accedere alle aree interessate da conflitti. Del resto, le intimidazione e le uccisioni di difensori dei diritti umani rendono problematico ogni verifica sul terreno.

Chi sono i responsabili di tanti crimini? I guerriglieri, secondo le Nazioni Unite, nel 64 per cento dei casi, mentre gli eserciti regolari nella misura del 20 per cento.

Bambini soldato

Va sottolineato che in questa lista nera dell”ONU si evidenziano anche responsabilità di forze armate e di sicurezza supportate dall’Italia, ad esempio in Somalia, dove le truppe di Mogadiscio hanno arruolato 62 bambini soldato e la polizia addirittura 101. Le violenze sessuali nell’ex colonia sono state commesse in 21 casi da militari e in 19 dai poliziotti.

Guterres ha detto di essere preoccupato per i crescenti casi di violenze sessuali commesse contro minori, in particolare per i casi attribuiti a Somali Federal Defence ed alla polizia.”. Anche in Afghanistan le forze dell’ordine hanno arruolato bambini. E anche in Mali l’esercito ha reclutato una ventina di minori. Sarebbe importante che nell’esaminare l’imminente provvedimento sulle missioni militari all’estero, governo e Parlamento, condizionino gli aiuti militari nel rispetto delle libertà fondamentali. Fino a oggi le continue denunce dell’ONU sono state, invece, completamente ignorate.

Ragazzini trattati come criminali

Molti Stati non tutelano affatto i minori, visto il crescente numero di ragazzini detenuti in quanto ritenuti appartenenti a gruppi armati: oltre tremila minorenni (più di millecento in Iraq, quasi quattrocento in Israele, oltre duecento in Somalia), sono vittime della violenza degli adulti e trattati come criminali, in violazione del diritto internazionale.

Per fortuna, grazie all’intervento dell”ONU, oltre tredicimila giovanissimi sono stati rilasciati da guerriglieri e eserciti. Questo è solo il primo passo, tuttavia, per il pieno reinserimento nella società in Paesi poveri e sconvolti da guerre endemiche, il percorso è difficilissimo, soprattutto per le ragazze.

Dal fascicolo si evince che il 98 per cento delle vittime di violenza sessuale e stupro sono ragazze e tale situazione potrebbe rappresentare solo una parte della realtà visto che, secondo gli analisti “le informazioni non rappresentano l’intera scala delle violazioni contro i minori, poiché la verifica dipende da molti fattori, incluso l’accesso”.

Le guerre degli adulti hanno defraudato dell’infanzia milioni di ragazzi e ragazze, un fattore devastante non solo per loro, ma anche per le comunità in cui vivono. “Non possiamo cancellare il passato, ma possiamo lavorare tutti insieme per ricostruire un futuro per questi bambini, il nostro futuro», così ha commentato Virginia Gamba, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i bambini e il conflitto armato.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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I bambini soldato protagonisti delle guerre in Africa: una giornata per ricordarli

Sfilano a Makallé centinaia di soldati etiopici catturati dai guerriglieri del Tigray

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 luglio 2021

Migliaia di prigionieri di guerra sono stati internati nei centri di detenzione di Makallé, capoluogo del Tigray, Etiopia, venerdì scorso. Alcuni soldati erano feriti, con bende intrise di sangue fresco, altri, affamati e esausti. Hanno marciato per giorni dai campi di battaglia, dove sono stati catturati dalle truppe del  Tigray People’s Liberation Front, partito al potere fino all’inizio della guerra, il 4 novembre 2020.

Prigionieri di guerra a Makallé, Tigray,Etiopia

Una guerra civile che in 8 mesi ha messo in ginocchio tutta la popolazione della regione. Migliaia di persone sono state uccise in questi otto mesi dai contendenti: truppe governative etiopiche con l’appoggio di quelle eritree – che utilizzano anche militari somali – e amhara da un lato e tigrini del TPLF dall’altro. Gli sfollati superano 1,7 milioni e oltre 60 mila hanno cercato protezione nel vicino Sudan. Inoltre  5,5 milioni di civili hanno bisogno di urgenti aiuti umanitari mentre, secondo ONU, in 400 mila sono già stati colpiti dalla carestia, 900 mila sono invece le stime di USAID, l’Agenzia del governo americano per lo Sviluppo.

Il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, al potere dall’aprile 2018 dopo le dimissioni del suo predecessore, Hailemariam Desalegn, era stato accolto benevolmente sia dal suo popolo, nonchè dalla comunità internazionale. E’ stato persino insignito del Premio Nobel per la Pace 2019, per aver teso la mano al regime di Asmara, l’ex acerrimo nemico storico, oggi il maggiore alleato di Addis Ababa nella guerra in Tigray.

Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed (e sinistra) brinda alla pace con il dittatore eritreo Isaias Afeworki

Dopo aver annunciato un cessate il fuoco unilaterale lunedì per questioni umanitarie, il premier ha dichiarato il giorno seguente che è assolutamente falsa la notizia che le sue truppe sono state sconfitte. Ma la parata di prigionieri di guerra a Makallé dimostra chiaramente il contrario.

Molti abitanti della capitale tigrina hanno seguito il lungo corteo dei detenuti. Una ragazzina di appena 14 anni ha commentato così indicando i prigionieri: “Tutti questi  hanno cercato di ammazzarci, ma le forze del TPLF hanno avuto pietà di loro. Sono fiera dei nostri soldati”.

Il portavoce del TPLF, Getachew Reda, aveva annunciato giorni fa, parlando via telefono satellitare con i reporter di Reuters: “Operazioni sono ancora in atto, i prigionieri di guerra aumentano di ora in ora”. Durante la comunicazione, si percepiva il crepitio dell’artiglieria leggera.

Un risvolto, a dir poco sbalorditivo di questo conflitto interno, che ha portato la popolazione allo stremo. Uccisioni, carestia, violenze e stupri utilizzati come vere e proprie armi da guerra da parte delle forze etiopiche e i loro alleati sono stati ampiamente documentati.

Debretsion Gebremichael, leader del TPLF, ha detto di essere in contatto con il Comitato Internazionale della Croce Rossa, e che presto saranno rilasciati i militari gerarchicamente di grado inferiore. Gli ufficiali, invece, saranno trattenuti. Secondo la Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, i prigionieri di guerra devono essere protetti, specialmente contro gli atti di violenza e d’intimidazione, contro gli insulti e la pubblica curiosità. Le misure di rappresaglia in loro confronto sono proibite.

Le organizzazioni internazionali sperano che, vista la grave situazione umanitaria, possano finalmente portare aiuti alla popolazione. Il ponte sul fiume Tekeze, distrutto qualche giorno fa dalle forze speciali amhara e dalle truppe eritree, fedeli alleati di Addis Ababa, ha impedito ai convogli di raggiungere Shire, nel centro del Tigray, dove si trovano tra 400 e 600 mila sfollati. La notizia è stata data dalla portavoce del World Food Programme, Claire Nevill. Un portavoce del governo etiopico ha confermato la distruzione delle vie d’accesso, attribuendo però la responsabilità alle forze del Tigray.

Debretsion ha assicurato che i leader del TPLF stanno cercando di fare il possibile affinché alimentari e beni di prima necessità possano raggiungere quanto prima la popolazione.

Mentre Reda, durante un colloquio telefonico di qualche giorno fa ha detto che le forze del Tigray potrebbero anche entrare in Eritrea se le truppe di Asmara dovessero continuare a attaccare la regione nel nord dell’Etiopia. Dalla fine di giugno sono in atto combattimenti tra i militari del TPLF e quelli eritrei nella parte nord-occidentale dell’Etiopia, in aree vicine alle città di Badme e Shiraro; lo dimostrano anche i documenti rilasciati dall’ONU.

Cornelia I. Toelgyes
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Non solo Tigray: troppe le guerre scatenate dal premio Nobel per la pace Abiy Ahmed

 

 

Terzo diamante più grande del mondo trovato in Botswana

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 3 luglio 2021

Il diamante è da 1.098 carati. È stato scoperto in Botswana, nella miniera di Jwaneng, 120 km a est della capitale Gaborone. Misura 73x52x27 millimetri e secondo analisi preliminari, nella graduatoria di questi preziosi cristalli, è il terzo al mondo per grandezza e qualità della gemma.

Il diamante da 1.098 carati estratto in Botswana
Il diamante da 1.098 carati estratto in Botswana

Sul podio, in classifica, al primo posto troviamo il diamante Cullinan (3.106ct), scoperto in Sudafrica nel 1905. Al secondo il Lesedi la Rona (1.009ct), estratto in Botswana nel 2015.

Il brillante è stato scoperto il 1° di giugno dalla Debswana Diamond Co, azienda in joint venture con la sudafricana De Beers Plc. L’annuncio del governo del Botswana è stato dato dal presidente, Mokgweetsi Masisi, via Twitter il 16 giugno. La Diamond Trading Co. Botswana non ha ancora fatto la valutazione della pietra preziosa ma è attesa entro qualche settimana. Il quel momento il diamante avrà anche un nome.

diamante Jwaneng mine
La miniera di diamanti Jwaneng, in Botswana (Courtesy DTCBotswana)

Non è ancora certo se il prezioso cristallo sarà venduto da De Beers o attraverso la Okavango Diamond Co, azienda di proprietà statale. Quest’ultima detiene, infatti, anche il diritto di acquisto pietre preziose estratte da Debswana.

Aperta nel 1982, su 54 ettari, la miniera di Jwaneng è considerata l’ottava al mondo per la sua capacità produttiva: 12 milioni di carati all’anno. L’ex protettorato britannico ha otto miniere di diamanti attive.

Orapa, aperta nel 1971, 118 ettari, è la più grande con una capacità estrattiva di 14 milioni di carati l’anno. L’ultima miniera aperta è la Ghaghoo, 10,3 ettari, è stata inaugurata nel 2013 e produce 600 mila carati/anno. Le otto miniere hanno una capacità produttiva annua di 44 milioni di carati.

Sandro Pintus
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Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

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Non solo Tigray: troppe le guerre scatenate dal premio Nobel per la pace Abiy Ahmed

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 luglio 2021

Addis Ababa nega fermamente di essere responsabile del blocco degli aiuti umanitari nel Tigray, regione nel nord dell’Etiopia, dove da quasi 8 mesi si consuma un violento conflitto.

In un comunicato di questa mattina il governo ha respinto nuovamente le accuse di usare la fame come arma da guerra, anzi, ha sottolineato di fare tutto il possibile per ricostruire quanto prima le infrastrutture distrutte e di voler ripristinare corrente elettrica, telecomunicazioni, internet e i servizi bancari.

E il vice-primo ministro, Demeke Mekonnen, continua a accusare il Tigray People’s Liberation Front partito al potere fino all’inizio della guerra in Tigray, di attaccare i servizi pubblici.

Giorni fa il TPLF ha riconquistato il capoluogo Makallé. per tutta risposta il governo centrale ha dichiarato un cessate il fuoco immediato e unilaterale in tutto il Tigray – ufficialmente per motivi umanitari – chiedendo ai ribelli di fare altrettanto.

Il conflitto in Tigray

Il portavoce del TPLF, Getachew Reda, parlando ieri via telefono satellitare con i reporter di Reuters, ha detto che operazioni sono ancora in atto, i prigionieri di guerra aumentano di ora in ora. E, durante la comunicazione, si percepiva il crepitio dell’artiglieria leggera.

“Con il cessate il fuoco, i contadini potranno coltivare la propria terra”, aveva aggiunto il portavoce del governo. Forse per evitare nuove accuse di usare la fame come arma da guerra, visto che sono già centinaia di migliaia di persone raggiunte dalla carestia. Secondo le stime degli Stati Uniti sarebbero 900 mila le persone nella regione nel nord dell’Etiopia, colpite dalla fame. Samantha Power, capo dell’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ha detto che altri milioni di persone sono a rischio di grave penuria alimentare.

Ma sono state proprio le truppe regolari, in particolare i loro alleati eritrei, a impedire agli agricoltori di coltivare le proprie terre. In base alle testimonianze dei residenti, sono arrivati persino a portare via il raccolto o di bruciarlo.

Abiy Ahmed ha chiamato le truppe di Asmara, l’ex acerrimo nemico storico, in territorio etiopico. E queste hanno  ammazzato i civili e saccheggiato i loro beni, come si usava in Europa nel Medioevo. L’Eritrea ha contribuito ampiamente a rendere ancora più devastante questo sanguinoso conflitto.

Intanto gli aiuti umanitari continuano a arrivare con il contagocce. Ieri è stato distrutto anche il ponte sul fiume Tekeze, sull’asse principale per i convogli di aiuti alimentari.  L’UNHCR ha fatto sapere che la situazione umanitaria nella regione resta preoccupante. Tommy Thompson, coordinatore per le emergenze del World Food Programme nel Tigray, tramite telefono satellitare ha detto che i combattimenti continuano in diverse “zone calde” e che 35 collaboratori sono stati bloccati durante le ostilità. “Siamo stati fermi solamente per 48 ore, poi abbiamo ripreso le attività nel nord-ovest questa mattina”.

Thompson spera che nei prossimi giorni si possa aprire un ponte aereo per accelerare la distribuzioni di alimentari alla popolazione stremata. “Molte persone sono morte, altre stanno morendo e tante altre moriranno se gli aiuti tarderanno a arrivare”.

E Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha precisato  che un cessate il fuoco credibile significa portare quanto prima gli aiuti necessari a milioni di bambini, donne e uomini. E ha aggiunto con netto riferimento al governo: “Durante una tregua non si distruggono infrastrutture critiche o si toglie la corrente”.

 

Il primo ministro Abiy Ahmed, al potere dal 2018 e insignito del Premio Nobel per la Pace 2019, non ha certamente guadagnato prestigio con la guerra in Tigray. E ricordiamo che il nord non è l’unica zona di conflitto in Etiopia. Basti pensare alle aggressioni in Oromia, specie nella parte occidentale, teatro da oltre tre anni di scontri tra le forze del governo federale e regionale e l’Oromo Liberation Army, gruppo armato staccatosi dal partito di opposizione politica, l‘Oromo Liberation Front, nel 2019.

O i continui scontri tra oromo, il maggiore gruppo etnico, e gli amhara, che rappresentano il secondo per numero. Un altro conflitto poco menzionato dalla stampa internazionale, si consuma da anni nella parte occidentale dell’Etiopia, nella regione di Benishangul-Gumuz, specie nella zona di Metekel, molto ambita dagli amhara per la terra fertile e i giacimenti di bauxite. Negli ultimi mesi sono morti non pochi civili e molti residenti sono stati costretti a lasciare le proprie case.

E ancora le dispute di confine tra Etiopia e Sudan per la fertile piana di al-Fashqa. L’area si estende su 12 mila chilometri quadrati e si trova tra due fiumi, da un lato confina con il nord della regione Amhara e il Tigray, dall’altra con lo stato sudanese Gedaref.

Il conflitto si è inasprito dallo scorso dicembre con l’infiammarsi della guerra in Tigray. Da allora sono in atto continui combattimenti tra le forze sudanesi e quelle di Addis Ababa, al cui fianco troviamo anche le milizie amhara e, naturalmente, anche le truppe eritree.

E infine, ma non per ultimo, non si attenuano le tensioni tra Etiopia con Sudan e Egitto per il Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) sul Nilo Azzurro.

Cornelia I. Toelgyes
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Etiopia, il regime mobilita la piazza contro le sanzioni decise da Washington

BREAKING NEWS/Etiopia: tigrini riconquistano la loro capitale Makallé

Etiopia: bombardamenti in Tigray si inasprisce il conflitto con Addis Ababa

Business delle armi in azione: Tunisi ordina camion IVECO (degli Agnelli) per l’esercito

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
30 giugno 2021

Camion militari made in Italy per le forze armate della Tunisia. Dopo sei anni di consultazioni, il governo di Tunisi ha autorizzato l’ordine di cinquecento veicoli 4×4 e 6×6 prodotti dal gruppo industriale Iveco. A rivelare la notizia il sito specializzato AfricaIntelligence.com. I camion destinati all’esercito saranno del tipo “Eurocargo” (4×4) e “Trakker” (6×6); in passato IVECO aveva già fornito alle forze speciali del paese nordafricano i vicoli tattici blindati multiruolo “Lince”.

IVECO mezzi logistici

Per la commessa del valore di 62,4 milioni di dollari il ministero della Difesa tunisino ha ottenuto un prestito dal gruppo bancario francese BNP Paribas, presente in Italia con BNL (Banca Nazionale del Lavoro). BNP Paribas è stato l’unico istituto di credito internazionale che ha risposto alla richiesta di finanziamento da parte della Tunisia. Secondo quanto dichiarato dal presidente della Commissione bilancio del parlamento, Haykel Mekki, il prestito “a condizioni vantaggiose” non meglio specificate dovrà essere onorato dallo stato tunisino entro dieci anni,.

L’interesse di Tunisi per i mezzi prodotti da IVECO era stato evidenziato dal giornalista Gianluca Celentano in un articolo apparso su Difesaonline il 14 maggio 2020. “È da ricordare il meeting di una delegazione militare tunisina, ricevuta dal generale Faraglia nell’ottobre 2019 presso la Scuola di Fanteria di Cesano, alla quale era stato illustrato il metodo italiano per le attività addestrative e formative”, riportava Celentano. “A tal proposito ci è giunta una notizia ufficiosa che rientra negli accordi di cooperazione tra Italia e Tunisia: l’indiscrezione fa riferimento alla modernizzazione dei mezzi tattico-logistici militari attraverso la sostituzione degli obsoleti M939, N49 e M35A2 di fabbricazione americana con 80 autocarri IVECO a cui potrebbero aggiungersi in opzione ulteriori lotti”.

Del tutto veritiere pure le indiscrezioni raccolte sulle tipologie dei veicoli sotto osservazione da parte dell’esercito tunisino: i “Trakker” 6×6 da 380 cavalli e gli “Eurocargo” 4×4, questi ultimi già acquistati dalle forze armate tedesche.

I camion saranno prodotti dalla divisione IVECO specializzata in mezzi militari (IVECO Defence Vehicle S.p.A.), società con sede principale a Bolzano e stabilimenti pure a Piacenza, Vittorio Veneto e Sete Lagoas in Brasile. Dal 2013 il gruppo IVECO è sotto il controllo dell’holding finanziaria italo-statunitense CNH Industrial N.V., a sua volta in mano a Exor N.V., la cassaforte della famiglia Agnelli con sede nei Paesi Bassi. IVECO Defence Vehicles produce carri armati, veicoli blindati, motori, componentistica per automezzi da difesa, automezzi per le forze di sicurezza e la protezione civile. Tra i sistemi bellici più noti ci sono i carri “Ariete” e “Centauro”, i blindati “Puma” e

“Lince”, i veicoli da combattimento della fanteria “Dardo” e diverse versioni di camion pesanti a quattro, sei e otto ruote motrici per il trasporto truppe e il supporto logistico alle unità. Recentemente sono stati prodotti camion “Trakker” dotati di “protezione balistica e anti-mine permanente”, mentre degli “Eurocargo” è stata fornita una versione “militarizzata” a trazione integrale da 15 tonnellate con motore sino a 300 cavalli. I mezzi di IVECO sono stati venduti alle forze armate italiane e di numerosi clienti internazionali: oltre a Germania e Tunisia, anche Argentina, Belgio, Brasile, Filippine, Francia, Germania, Giordania, Libano, Norvegia, Olanda, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Ucraina e USA.

Il gruppo industriale italiano vanta una consolidata relazione d’affari con la banca francese BNP Paribas. Dal 1997 opera CHN Industrial Capital Europe, joint venture tra CNH Industrial – IVECO e BNP Paribas Leasing Solutions per il finanziamento nel settore della produzione di beni, macchinari industriali, ecc.. Nel febbraio 2018, ancora IVECO e BNP Leasing Solutions hanno sottoscritto un accordo per la promozione dei veicoli a carburante alternativo (metano, gas naturale liquefatto, biometano) o alimentati da motori elettrici, attraverso finanziamenti agevolati a favore dei clienti privati della rete IVECO in Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito.

In Tunisia il gruppo industriale italiano è presente sin dai primi anni ’70. Nel 2018 il parco veicoli “civili” circolante nel paese nordafricano ha superato le 8.300 unità e attualmente IVECO conta su tre concessionari e dieci punti vendita. Il 28 maggio 2021, quasi in contemporanea all’accordo stipulato con le forze armate tunisine per la fornitura di 500 camion pesanti, IVECO – attraverso la propria concessionaria Italcar – ha lanciato una nuova partnership con Banque Zitouna, la maggiore “banca islamica tunisina” per consentire ai clienti locali di ottenere finanziamenti a tasso agevolato per l’acquisto di tutti i modelli di camion in vendita.

Banque Zitouna è stata fondata nel 2009 dal finanziere Mohamed Sakhr El Materi, genero dell’ex presidente della Repubblica Zine el-Abedine Ben Ali. Dopo essere finita sotto l’amministrazione provvisoria della Banca Centrale della Tunisia, nel 2018 lo Stato ha ceduto il 69,15% del suo capitale al gruppo Majda del Qatar. Nel luglio dell’anno successivo, i qatarini hanno acquisito il restante pacchetto azionario della “banca islamica” dalla società Triki.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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eSwatini: In bilico la monarchia assoluta: proteste per riforme democratiche

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2021

Manifestazioni violente stanno scuotendo il piccolo regno eSwatini, fino a pochi anni fa conosciuto con il nome di Swaziland. Ieri il potere ha imposto il coprifuoco dalle 18.00 alle 05.00 in risposta alle proteste.

In un comunicato ai propri concittadini, l’ambasciata USA di Mbabane ha fatto sapere che oggi, 30 giugno, gli uffici della rappresentanza diplomatica resteranno chiusi in seguito al protrarsi delle dimostrazioni e delle misure messe in atto dal governo del regno.

Secondo Amnesty International, i manifestanti chiedono riforme profonde, libertà di espressione, poter formare associazioni politiche e quant’altro: diritti fondamentali negati per oltre 35 anni, cioè dalla salita al trono dell’attuale re, Mswati III, ultimo monarca assoluto del continente africano.

La mobilitazione pro-democrazia ha riscosso successo in tutto il regno, la partecipazione della popolazione è stata massiccia. La risposta alle proteste è stata brutale, repressiva, le autorità hanno mobilitato l’esercito contro i manifestanti. I media locali e l’opposizione hanno riportato che lunedì sera militari e poliziotti hanno usato pallottole vere per disperdere i dimostranti.

Wandile Dludlu, segretario generale del Movimento Democratico Unito del Popolo (PUDEMO) stima che un manifestante è stato ucciso e oltre 200 persone siano state ferite, almeno 15 in modo grave. Alcuni media riportano che il re sia scappato nel vicino Sudafrica, altri affermano che sia rinchiuso nel suo palazzo per occuparsi degli affari correnti.

Swaziland, Mswati III, unico monarca assoluto in Africa

Le voci di una possibile fuga del monarca circolano da lunedì sera quando è stato riportato che il suo jet privato sia decollato dall’aeroporto di eSwatini. Themba Masuku,vice-primo ministro, con il ruolo di primo ministro facente funzione dal dicembre 2020, dopo la morte per covid-19 di Ambrose Dlamini, nega con fermezza la partenza del re, precisando: “Sua maestà è nel Paese e continua a lavorare con il governo, alla realizzazione degli obiettivi prefissati”.

Piccole proteste sono iniziate a maggio, dopo la morte Thabani Nkomonye, studente di diritto, trovato morto nella periferia di Manzini, la principale città dopo la capitale Mbabane.

Secondo il rapporto della polizia, il giovane avrebbe perso la vita in un incidente automobilistico. Gli studenti, non convinti della versione delle forze dell’ordine, invece sono certi di un loro coinvolgimento, hanno iniziato le dimostrazioni con lo slogan #JusticeforThabani, chiedendo la fine della repressione e della forza esagerata di agenti e soldati. Con il passare delle settimane le richieste si sono fatte più insistenti. Infine, lo scorso fine settimana la folla è uscita nelle strade e nelle piazze in tutto il regno con cartelloni e striscioni “Spazio per riforme democratiche”.

Mlungisi Makhanya, leader di PUDEMO, ha detto ai reporter della BBC che i giovani vogliono e chiedono con fermezza libertà politica, lavoro, e, soprattutto un primo ministro con poteri esecutivi, eletto democraticamente. Dunque chiedono la fine della monarchia assoluta. Ora il potere è in mano a una sola persona che governa esclusivamente con decreti legge. Non di rado, poi, il re viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria.

eSwatini conta solamente un milione e centotrenta mila abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni.

Cornelia I. Toelgyes
@cotoelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Swaziland vuol cambiare nome, una spesa eccessiva per un Paese così povero

Le ventisette mogli infelici del re “padre padrone” dello Swaziland

La tragedia dei migranti: l’ONU invita tutti i Paesi a essere meno egoisti

Da Repubblica ed. di Genova
Alessandra Ballerini

20 giugno 2021

Manco dall’Isola, ma soprattutto l’isola manca a me da molti mesi. Sono preoccupata ed emozionata. L’isola ospita alcuni dei miei amici più cari, le mie speranze e una parte delle mie paure.

Nell’isola approdano creature in cerca di asilo e protezione, come è loro inviolabile diritto.

Gommone carico di migranti
Nell’Isola, instancabilmente, donne e uomini giusti accolgono sul molo con tè caldo, sorrisi, acqua e coperte, gli scampati alla furia del mare e degli uomini, e danno pietosa sepoltura ai corpi approdati senza vita, restituendo a loro ma soprattutto a noi, una qualche tardiva dignità.

Mentre il fondale accoglie altre migliaia di sommersi senza nome né lapide. Solo nel mese di maggio a seguito di sei naufragi sono annegate, prive di soccorso, almeno 640 persone, mentre 10.500 venivano respinte nei primi cinque mesi dell’anno dalla guardia costiera libica, con la complicità italiana, verso i tragicamente noti orrori dei lager libici, per subire nuove torture o essere uccisi.

E proprio oggi L’Unhcr rende pubblico il rapporto annuale Global Trends che, nell’esortare i governi ad essere meno egoisti e a rispettare i diritti umani, informa tutti noi che è salito a 82,4 milioni il numero delle persone costrette a fuggire da guerre, persecuzioni, disastri ambientali (e di questi il 42% minorenni) e che un milione di neonati, nell’ultimo anno, sono venuti al mondo da profughi, con un destino già segnato.

Nell’isola, una gabbia a cielo aperto rinchiude e non accoglie quasi un migliaio di profughi scampati ad ogni orrore tranne che alla feroce ottusità di alcune norme e ordini illegittimi.

Oggi a fronte di una capienza di 228 persone erano 952 i migranti trattenuti (e tra loro 230 minori e 45 donne) assiepati sotto il sole cocente, in condizioni igieniche indecenti, circondati e sorvegliati da ogni tipo di divisa.
Qui dentro uomini, donne e minori spesso non accompagnati, stanno in allarmata attesa di conoscere quale sarà il loro destino: respinti o salvati a seconda di una serie di regole e decisioni discrezionali, imperscrutabili e repentine.

Davanti all’isola una nave delle vacanze viene trasformata in una prigione galleggiante per sottoporre i profughi, qui trasferiti con la medesima discrezionale casualità, ad una quarantena sanitaria.

L’isola accoglie, imprigiona, respinge

Qui le parole: asilo, umanità, accoglienza, libertà, disperazione, legalità hanno un senso assoluto e profondo.
Qui, in frontiera, bisogna scegliere, con un’urgente determinazione, da che parte stare. Ognuno col suo ruolo, la sua divisa, le sue abitudini e educazione può assumersi l’inebriante responsabilità di essere “partigiano”, obbedire al dovere di solidarietà e agli altri precetti costituzionali, senza farsi confondere da indolenza, viltà o comodità.

Sull’Isola ognuno può trovare (o perdere) la forza di disobbedire a regole, abitudini e ordini configgenti con tali precetti.

L’isola impone scelte. Anche per questo forse è sempre più difficile trovare parlamentari che abbiano voglia di visitarne le gabbie e conoscere i suoi abitanti e le sue contraddizioni. Oggi come, la scorsa volta, sono qui con il senatore De Falco che, così come gli altri miei compagni di viaggio Paola, Carmelo e Stefano, sa bene cosa vuol dire scegliere e parteggiare.

L’Isola, come direbbe Alda Merini “è la terra che ti salva dalla morte dell’acqua”. E dall’indifferenza.
Alessandra Ballerini