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La tragedia dei migranti: l’ONU invita tutti i Paesi a essere meno egoisti

Da Repubblica ed. di Genova
Alessandra Ballerini

20 giugno 2021

Manco dall’Isola, ma soprattutto l’isola manca a me da molti mesi. Sono preoccupata ed emozionata. L’isola ospita alcuni dei miei amici più cari, le mie speranze e una parte delle mie paure.

Nell’isola approdano creature in cerca di asilo e protezione, come è loro inviolabile diritto.

Gommone carico di migranti
Nell’Isola, instancabilmente, donne e uomini giusti accolgono sul molo con tè caldo, sorrisi, acqua e coperte, gli scampati alla furia del mare e degli uomini, e danno pietosa sepoltura ai corpi approdati senza vita, restituendo a loro ma soprattutto a noi, una qualche tardiva dignità.

Mentre il fondale accoglie altre migliaia di sommersi senza nome né lapide. Solo nel mese di maggio a seguito di sei naufragi sono annegate, prive di soccorso, almeno 640 persone, mentre 10.500 venivano respinte nei primi cinque mesi dell’anno dalla guardia costiera libica, con la complicità italiana, verso i tragicamente noti orrori dei lager libici, per subire nuove torture o essere uccisi.

E proprio oggi L’Unhcr rende pubblico il rapporto annuale Global Trends che, nell’esortare i governi ad essere meno egoisti e a rispettare i diritti umani, informa tutti noi che è salito a 82,4 milioni il numero delle persone costrette a fuggire da guerre, persecuzioni, disastri ambientali (e di questi il 42% minorenni) e che un milione di neonati, nell’ultimo anno, sono venuti al mondo da profughi, con un destino già segnato.

Nell’isola, una gabbia a cielo aperto rinchiude e non accoglie quasi un migliaio di profughi scampati ad ogni orrore tranne che alla feroce ottusità di alcune norme e ordini illegittimi.

Oggi a fronte di una capienza di 228 persone erano 952 i migranti trattenuti (e tra loro 230 minori e 45 donne) assiepati sotto il sole cocente, in condizioni igieniche indecenti, circondati e sorvegliati da ogni tipo di divisa.
Qui dentro uomini, donne e minori spesso non accompagnati, stanno in allarmata attesa di conoscere quale sarà il loro destino: respinti o salvati a seconda di una serie di regole e decisioni discrezionali, imperscrutabili e repentine.

Davanti all’isola una nave delle vacanze viene trasformata in una prigione galleggiante per sottoporre i profughi, qui trasferiti con la medesima discrezionale casualità, ad una quarantena sanitaria.

L’isola accoglie, imprigiona, respinge

Qui le parole: asilo, umanità, accoglienza, libertà, disperazione, legalità hanno un senso assoluto e profondo.
Qui, in frontiera, bisogna scegliere, con un’urgente determinazione, da che parte stare. Ognuno col suo ruolo, la sua divisa, le sue abitudini e educazione può assumersi l’inebriante responsabilità di essere “partigiano”, obbedire al dovere di solidarietà e agli altri precetti costituzionali, senza farsi confondere da indolenza, viltà o comodità.

Sull’Isola ognuno può trovare (o perdere) la forza di disobbedire a regole, abitudini e ordini configgenti con tali precetti.

L’isola impone scelte. Anche per questo forse è sempre più difficile trovare parlamentari che abbiano voglia di visitarne le gabbie e conoscere i suoi abitanti e le sue contraddizioni. Oggi come, la scorsa volta, sono qui con il senatore De Falco che, così come gli altri miei compagni di viaggio Paola, Carmelo e Stefano, sa bene cosa vuol dire scegliere e parteggiare.

L’Isola, come direbbe Alda Merini “è la terra che ti salva dalla morte dell’acqua”. E dall’indifferenza.
Alessandra Ballerini

BREAKING NEWS/Etiopia: tigrini riconquistano la loro capitale Makallé

Africa ExPress
28 giugno 2021

Dopo una feroce battaglia, le truppe del Tigray People’s Liberation Front hanno ripreso il controllo della loro capitale Makallé. La offensiva della resistenza all’invasione dei governativi non ha sorpreso gli osservatori giacché gli irregolari recentemente avevano intensificato le loro azioni di guerriglia.

Negli ultimi giorni le truppe di Addis Abeba erano apparse piuttosto irrequiete e nervose e avevano messo in atto violente azioni che sembravano di rappresaglia, come il bombardamento indiscriminato contro civili al mercato di Togoga o l’attacco a un team medico di MSF che stava portando aiuti alla popolazione colpita oltre che dalla guerra anche dalla carestia.

Militari del TPLF

La conferma ad Africa ExPress è arrivata da un gruppo di giornalisti appena usciti dall’Etiopia. Notizie non confermate parlano anche di diserzioni di massa in seno alle truppe governative.

Forse anche per questo motivo oggi pomeriggio il governo ha dichiarato un cessate il fuoco immediato e unilaterale. il tutto il Tigray dopo quasi otto mesi di conflitto e mentre centinaia di migliaia di persone affrontano la peggiore arestia del mondo in un decennio. .

La dichiarazione riportata dai media statali è arrivata poco dopo che l’amministrazione provvisoria del Tigray, nominata dal governo federale, è fuggita dalla capitale regionale, Mekele. Ufficialmente la dichiarazione di cessate il fuoco  è stato posto per motivi umanitari ma la decisione sembra propio dovuta alla necessità di nascondere la debacle militare.

Il cessate il fuoco “consentirà ai contadini di coltivare la loro terra, aiutando i gruppi a operare senza alcun movimento militare e ad impegnarsi con i resti (dell’ex partito al governo Tigray) in cerca di pace”, afferma la dichiarazione dell’Etiopia. aggiungendo un particolare bellicoso: “Continuano gli sforzi per assicurare alla giustizia gli ex leader tigrini”. In altri termini tregua sì, ma la guerra continua.

Africa ExPress 
twitter #africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Etiopia, il regime mobilita la piazza contro le sanzioni decise da Washington

 

Continua la tragedia del Tigray: uccisi tre cooperanti sanitari di MSF

Africa ExPress
27 giugno 2021

La vettura di Medici Senza Frontiere è stata attaccata a Abiy Addi, nel centro del Tigray, Etiopia. I tre corpi senza vita del team della ONG sono stati trovati venerdì a pochi metri dalla loro macchina. Maria Hernandez, spagnola, di 35 anni, coordinatrice delle emergenze, il suo assistente, Yohannes Halefom Reda e il loro autista, Tedros Gebremariam Gebremichael, entrambi trentunenni, etiopici stavano andando a portare aiuti alla popolazione. MSF aveva perso i contatti con il suo team giovedì pomeriggio.

Dall’inizio del conflitto, il 4 novembre 2020, sono morti 12 operatori umanitari, ma migliaia di civili  sono stati uccisi in questi sette mesi dai contendenti: truppe governative etiopiche con l’appoggio di quelle eritree – che utilizzano anche militari somali – e amhara da un lato e tigrini del TPLF dall’altro.

MSF in Tigray

L’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e Janez Lenarčič, commissario per la gestione delle crisi dell’UE, hanno condannato l’atroce uccisione dei tre cooperanti di MSF mentre erano sul campo a portare aiuti.

I due alti esponenti dell’UE hanno biasimato le autorità per aver persino negato l’accesso delle ambulanze per soccorrere i feriti dopo aver sganciato da un aereo una bomba sul mercato di Togoga. L’attacco è costato la vita a decine e decine di persone.

Nel Tigray si continua a morire, anche di fame. Seconde le stime degli Stati Uniti, la carestia ha già raggiunto 900 mila persone nella regione nel nord dell’Etiopia. Samantha Power, capo dell’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ha detto che altri milioni di persone sono a rischio di grave penuria alimentare.

Truppe dell’esercito di Addis Ababa, insieme a quelle dei loro alleati continuano a bloccare molti convogli delle ONG. Inoltre, secondo testimonianze di residenti raccolte da autorevoli fonti, sin dall’inizio delle ostilità, i militari etiopici e eritrei presenti nella regione, vietano agli agricoltori di curare i propri campi, di seminare. Anzi sono arrivati persino a portare via il raccolto o di bruciarlo. “La fame è diventata un’arma da guerra”, ha sottolineato la Power.

Naturalmente Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e premio Nobel per la Pace 2019, nega la carestia in atto. In un’intervista esclusiva rilasciata alla BBC giorni fa, Abiy ha affermato: “Non c’è fame nel Tigray”. La Power gli ha risposte per le rime sul suo account twitter il 25 giugno: “E’ falso”.

Carestia in Tigray

Alcuni media internazionali e anche Africa ExPress hanno ricevuto notizia che il TPLF (Tigray People’s Liberation Front) e il suo braccio armato, Tigray Defense Forces (TDF), avrebbero lanciato diverse offensive e riconquistato alcune città. Finora non è stato possibile verificare tali affermazioni da fonti indipendenti.

Intanto le autorità somale hanno finalmente ammesso ufficialmente la presenza delle loro truppe nel Tigray, dove, in base a un recente rapporto dell’ONU, avrebbero persino partecipato alla carneficina di Aksum, che si è consumata alla fine di novembre dello scorso anno. Informazioni davvero imbarazzanti per Mogadiscio se dovessero essere confermate.

Secondo diverse fonti, in base a un accordo siglato alla fine del 2018 tra il presidente somalo, Mohamed Farmajo e il suo omologo, il dittatore di Asmara, Isaias Afewerki, sarebbero stati inviati in Eritrea per corsi di addestramento tra 3.000 e 7.000 soldati. Un’operazione segretissima, gestita dai servizi.

Già all’inizio di novembre Wandimo Asmamo, ex generale delle forze armate etiopiche, originario del Tigray, si era lamentato della collaborazione tra Etiopia, Somalia e Eritrea in questo conflitto. L’alleanza stretta tra Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, i presidenti Isaias Afeworki (Eritrea) e Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo (Somalia) nuoce gravemente alla popolazione del Tigray: “Stanno davvero effettuando una pulizia etnica”, ha dichiarato Wandimo in un’intervista ad un canale televisivo.

Ora, dopo aver negato l’evidenza per mesi, il primo ministro somalo ha nominato una commissione d’inchiesta presieduta dal ministro della Difesa, coadiuvato da quello degli Interni, l’ambasciatore somalo in Etiopia e il capo di Stato maggiore delle forze armate di Mogadiscio. La composizione della commissione è stata fortemente criticata dagli oppositori.

Africa ExPress
@africexp© RIPRODUZIONE RISERVATA

Etiopia, il regime mobilita la piazza contro le sanzioni decise da Washington

Mozambico, guerriglieri jihadisti abbattono elicottero MI-17 dell’esercito vicino a base della Total

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 26 giugno 2021

Un elicottero MI-17 di fabbricazione russa delle Forze armate mozambicane (FADM) è stato abbattuto dai jihadisti di Al Sunnah wa-Jammà. Secondo fonti Intelyse la distruzione del grosso elicottero militare è avvenuta nel pomeriggio del 23 giugno, notizia però smentita da fonti militari mozambicane. In un rapporto ai media il ministero della Difesa ha affermato che il MI-17, per un guasto meccanico, ha fatto un atterraggio di emergenza.

MI-17 in volo
Tre MI-17 in volo

Il MI-17 abbattuto a fucilate

L’abbattimento è avvenuto quando gli insorti hanno tentato di infiltrarsi nella penisola di Afungi, dove la multinazionale Total ha un progetto da 16,7 mld di euro. Secondo Interlyse l’elicottero sarebbe stato abbattuto da spari con armi leggere. Ci sono situazioni tese sia ad Afungi che a Mueda, 180 km a sud-ovest, sede del quartier generale delle Forze di difesa e sicurezza (FDS).

Il progetto LNG di Total, dopo essere rimasto fermo diversi mesi per problemi di sicurezza era stato riaperto nella penisola di Afungi. Pochi giorni dopo, il 23 aprile, c’è stato l’attacco jihadista e l’occupazione di Palma, città dei giacimenti di gas, una decina di chilometri da Afungi.

Cosa è il MI-17

Elicottero da trasporto merci e truppe, il MI-17 deriva dal MI-8 dell’ex URSS; ha un costo che varia tra 13,7 e 15,4 milioni di euro. Può trasportare fino a 30 militari e ha un’autonomia di 450km a una velocità di 250km/h. Già durante l’attacco a Palma, tre elicotteri delle FADM si erano alzati in volo ma uno era stato colpito. I tre aeromobili erano tornati alla base lasciando la difesa aerea e il salvataggio dei civili ai mezzi aerei dei mercenari di Dyck Advisory Group (DAG).

MI-17 LNG Total
Progetto LNG-Total nella penisola di Afungi

Decisione storica SADC

Nello stesso giorno dell’abbattimento dell’elicottero, a Maputo si concludeva il vertice straordinario dei 16 membri della Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe (SADC). Con una decisione storica: l’aiuto militare contro i terroristi “al-Shabaab” affiliati allo Stato Islamico che operano a Cabo Delgado. Si parla di oltre 2.000 uomini “boots on the ground”, sul campo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin
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Bambini armati tra i jihadisti che hanno assediato e ucciso a Palma, Mozambico

Anche terroristi sudafricani tra gli islamici dell’attacco a Palma, Mozambico

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“Turisti per caso” o spie russe nel nord del Ciad in vacanza vicino a una base francese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 giugno 2021

Dieci cittadini russi, tra cui due donne, e una lituana, sono stati fermati il 13 giugno nell’area di Faya-Largeau, nella regione di Bourkou, nel nord del Ciad, considerata una delle zone off limits, dove è vietato l’accesso, vista la sua vicinanza con la Libia e con una base militare strategica costruita dei francesi per respingere gruppi armati terroristi che spesso sconfinano nel Paese.

I componenti della comitiva, che hanno detto di essere “semplici turisti”, sarebbero arrivati nella ex colonia francese via Camerun attorno il 25 maggio, avrebbero poi percorso con dei fuoristrada tutto il territorio ciadiano fino a raggiungere il Sahara in direzione Libia.

Turisti russi in Ciad

“I turisti per caso” sono poi stati portati nella capitale N’Djamena in una residenza protetta. E’ stata aperta un’inchiesta e computer portatili, smartphone e altri apparecchi elettronici sono stati confiscati, malgrado le ripetute affermazioni della comitiva di di essere arrivati in Ciad perché è una tappa importante del loro giro del mondo via terra.

Alexeï Karmerzanov, organizzatore del tour e che vive a Mosca, sostiene si tratti di un malinteso. “In Ciad ci sono molti siti straordinari che vale la pena di visitare, come le montagne del Tibesti, l’altopiano dell’Ennedi, i laghi di Ounianga (una serie di 18 laghi situati nel deserto del Sahara, nel nord-est del Ciad, che occupano un bacino situato tra il Tibesti ad ovest e l’Ennedi ad est. Dal 2012 sono iscritti nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO n.d.r.) E non siamo assolutamente briganti come ci ha descritto la stampa. Abbiamo le carte in regola e come è necessario e dovuto ci siamo registrati sempre in ogni villaggio e in ogni città attraversata. Sembra un problema di comunicazione e di coordinamento dei servizi ciadiani. Non abbiamo materiale vietato, hanno esaminato tutto”.

Laghi Ounianga in Ciad

Ora i “turisti” sono liberi di lasciare il Paese. Dovrebbero partire oggi, dopo essersi sottoposti al test anti-covid. All’inizio della settimana il ministro degli Esteri di N’Djamena si è scusato per i disagi creati. Ma i servizi del Ciad non sono proprio convinti della versione fornita dalla comitiva e del loro operatore turistico. Secondo alcune indiscrezioni raccolte da Radio France International sarebbero stati inviati in missione di ricognizione, in una zona altamente militarizzata.

Qualcun altro, invece, ritiene che il fermo dei turisti russi faccia parte del contesto di rivalità franco-russo, vista la massiccia presenza dei mercenari di Mosca in Libia e Centrafrica.

Proprio pochi giorni fa, alla quasi unanimità, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha ampiamente criticato la presenza dei contractor di Mosca nella Repubblica Centrafricana, in particolare il loro ruolo nel conflitto interno e quello nella gestione del Paese.

Questa volta i diplomatici russi hanno risposto con qualche difficoltà e imbarazzo alle domande e accuse, in particolare a quelle degli ambasciatori di Parigi e Washington.

Il rappresentante diplomatico francese ha chiesto senza mezzi termini: “A chi devono rispondere del loro operato i mercenari del Gruppo Wagner”? Mentre il suo omologo statunitense ha affermato che l’organizzazione sarebbe direttamente riconducibile al ministero della Difesa russo.

Pochi mesi fa un gruppo di lavoro di esperti indipendenti dell’ONU aveva lanciato gravi accuse contro i contractor presenti in Centrafrica, accusandoli di violazioni dei diritti umani.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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E’ una lunga (rin) corsa a ostacoli verso Tokyo quella dei rifugiati africani in Kenya

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
24 Giugno 2021

Sono 24 gli atleti del Continente nero che sfuggiti alla fame, alla guerra, alle persecuzioni hanno trovato “ospitalità” sulle colline di Ngong, lungo la Rift Valley, a sudovest di Nairobi.

Qui si allenano, nonostante le difficoltà legate alla pandemia da Covid, e cullano il sogno di competere nei XXXII GIOCHI OLIMPICI in programma dal 23 luglio all’8 agosto in Giappone. Corrono, corrono sulle colline, anche se sanno che pochi saranno gli “eletti” per Tokyo. Provengono dal Sudan del Sud, dall’Etiopia, dalla Somalia, dalla Repubblica democratica del Congo…

Atleti, rifugiati, si allenano in Kenya per le Olimpiadi

Come Anjelina Nadai Lohalith, 28 anni, specialista dei 1500 metri. O come l’altra mezzofondista Rose Nathike Lokonyen, 26 anni. Entrambe hanno storie drammaticamente simili. Entrambe rappresentano la Squadra degli Olimpici Rifugiati nelle competizioni internazionali.

“Nel 2001, avevo appena 8 anni, scappai con uno zio e altre persone, dal mio villaggio nel Sud del Sudan – ha raccontato a Worldathletics.org – Nella notte erano arrivati dei soldati che sparavano e uccidevano. Ci nascondemmo a lungo nel bush, non avevamo nulla. Non potevamo tornare indietro perché avevano minato i campi. Ci salvarono dopo mesi le Nazioni Unite, che ci trasportarono a Kakuma, dove ci stabilimmo nel 2002″.

Kakuma con quasi 200 mila ospiti è il più grande campo di rifugiati nel mondo assieme a quello, pure immenso di Dadaab, col confine con la Somalia.

“Speravo che i miei genitori mi raggiungessero subito dopo. Li rivedo adesso dopo 20 anni. E -continua Anjelina – Sanno che ho un figlio, che ho studiato, che ho imparato l’inglese andando a scuola e leggendo tanto, ma ignorano che ho sfondato nell’Atletica e girato per tanti Paesi. Grazie a Tegla Loroupe”.

“Anche io a 8 anni dovetti fuggire con la mia famiglia dal villaggio natale in Sud Sudan e trovare accoglienza a Kakuma, Nel 2015 ho cominciato a praticare l’atletica. Grazie al Centro di allenamento e addestramento di Ngong messo in piedi da Tegla Laroupe”.

Tegla Laroupe, 48 anni, kenyana, non ha bisogno di presentazione come atleta: è la ex detentrice del record mondiale della maratona e tre volte dominatrice della mezza maratona, prima africana a vincere la Maratona di New York. Insomma, un mito!

Tegla Laroupe

Non è da meno, però, la sua la sua “mission” nella società civile: premiata come donna dell’anno nel 2016 dall’Onu, ha deciso di servirsi della sua celebrità per difendere la causa dei rifugiati attraverso lo sport e attraverso la sua Peace Foundation.

Laroupe era andata nel 2015 al Kakuma Camp come membro della Fondazione per selezionare potenziali atleti in grado di partecipare alle Olimpiadi del 2016 a Rio, in Brasile. E a quei Giochi fu proprio Rose la portabandiera del primo team olimpico dei rifugiati. Quasi certamente lo sarà anche stavolta, a Tokyo. Ancora più immensa è la gioia di Anjelina, selezionata per la seconda volta (dopo Rio) fra i pochi runners che sicuramente potranno competere in Giappone.

“E pensare che nel 2015 non sapevo niente di sport né di Tegla. Sapevo solo correre…dovunque andassi correvo…Ero un’atleta nata, ma non ne ero consapevole – è il ricordo di Anjelina – Grazie allo sport ho girato il mondo, ho intessuto nuove amicizie”.

“L’attività sportiva ha dato speranza a me e ai rifugiati del mondo intero – ha sottolineato Rose -. Ha dimostrato che noi siamo esseri umani come tutti gli altri e possiamo competere con tutti e come tutti”.

“Lo sport unisce, non ha colori politici – è il commento di Tegla Laroupe – Troppo spesso sui rifugiati circolano pregiudizi. Invece da loro, dalle loro esperienze, dalla loro capacità di reagire, c’è da imparare tanto”. Anche se si arriva ultimi. Come era successo ad Anjelina, ai Giochi di Rio de Janeiro. Mai come in queste occasioni, però, l’importante è partecipare, non vincere.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Tigray: carneficina al mercato bombardato, 80 vittime, bloccati i soccorsi

Africa ExPress
23 giugno 2021

C’era molta gente ieri al mercato di Togoga, una cittadina nel Tigray, non lontana dal capoluogo Makallé, quando verso le 13.00, durante un raid dell’aeronautica militare è stata sganciata una bomba. E’ stato un massacro. Almeno 80 tra morti e feriti e il bilancio è ancora provvisorio. Getnet Adane, portavoce militare del governo etiopico non ha né confermato, ma nemmeno negato il bombardamento.

Tanti morti. Troppi. Una testimone oculare ha riferito che l’aeroplano è piombato sul mercato all’improvviso: “Non ci siamo accorti e non abbiamo fatto in tempo a scappare – ha riferito una donna ai reporter di Reuters -. Siamo tutti corsi fuori dal mercato, ma dopo un po’ abbiamo dovuto e voluto rientrare per cercare di assistere i feriti. Anche mio marito e mia figlia di due anni sono stati colpiti”.

Donne al mercato di Togoga, Tigray (Etiopia)

Un medico dell’ospedale di Makallé ha raccontato che gli operatori sanitari una volta arrivati sul luogo del disastro hanno potuto contare oltre ottanta vittime. Ma il bilancio dei morti e feriti è ancora provvisorio.

Forse molte persone avrebbero potuto essere salvate, invece le truppe di terra dell’esercito di Addis Ababa presenti a Togoga, non hanno permesso il trasferimento dei feriti nel nosocomio del capoluogo. Solamente 8 persone hanno raggiunto il pronto soccorso di Makallè, tra questi anche 3 bambini. L’ autista di un’ambulanza ha riferito di aver provato ben 4 volte a raggiungere Togoga, i soldati lo hanno bloccato ogni volta e così è accaduto a tutti gli altri mezzi di soccorso.

Brutalità senza fine. Un bimbo di appena 6 mesi, con gravi ferite all’addome, è stato bloccato nell’ambulanza per oltre 2 ore. E’ poi morto durante il tragitto, forse si sarebbe potuto salvare se fosse stato curato in tempo. “Ci è stato vietato di prestare soccorso. Hanno detto che se avessimo aiutato i feriti, avremmo dato una mano al nemico, cioè al Tigray People’s Liberation Front“, ha spiegato un operatore sanitario. Il TPLF era al potere nel Tigray fino all’inizio del conflitto. E’ stato poi spodestato dal governo di Addis Ababa nel novembre 2020.

Ambulanze in attesa di poter entrare a Togoga, Tigray, Etiopia

In sette mesi di guerra oltre due milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case e 60 mila e più si sono rifugiati nel vicino Sudan. In questo periodo entrambi i contendenti hanno ucciso migliaia di persone.: truppe governative etiopiche con l’appoggio di quelle eritree – che utilizzano anche militari somali – e amhara da un lato e tigrini del TPLF dall’altro.

Ora si teme una carestia su ampia scala. All’inizio del mese le organizzazioni umanitarie hanno fatto sapere che 350 mila persone ne sono già colpite e, secondo recenti informazione dell’ONU, quasi il 90 percento della popolazione del Tigray necessita di aiuti umanitari. “E’ il dato più alto a livello mondiale”, ha specificato Marc Lowcock, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e Coordinatore dei soccorsi di emergenza, dopo la pubblicazione dell’ultima analisi di Integrated Food Security Phase Classification (Classificazione della fase di sicurezza alimentare integrata).

Le ONG hanno ancora difficoltà di portare gli aiuti in determinate zone, perchè respinti dai militari. Il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, Premio Nobel per la Pace 2019, al poter dal 2018, ha dichiarato qualche giorno fa di aver praticamente sconfitto i ribelli. Dal canto loro, i leader del TPLF hanno invece affermato il contrario e di aver riconquistato ampie zone del Tigray.

Africa ExPress
@africexp
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Prime atroci testimonianze dal Tigray: omicidi e mattanze contro i civili

Etiopia, il regime mobilita la piazza contro le sanzioni decise da Washington

 

Il genocidio Herero: l’accordo Namibia-Germania è fiasco o buon risultato?

Speciale per Africa ExPress
Marcello Ricoveri*
Windhoek, giugno 2021

Prima di tutto un breve excursus storico. Gli Ovaherero, come si definiscono nella loro lingua, appaiono in Namibia intorno al 1600, probabilmente provenienti dalle zone miste Bantu-Nilotiche dell’Africa centro-orientale, forse imparentati con i Kikuyu del Kenia e forse con altri gruppi dell’Africa Centrale. Si stabiliscono nella Namibia Settentrionale ove vivono principalmente di pastorizia.

La struttura sociale Herero è clanica e patrilineare, la proprietà della terra è comune al clan. Gli Herero, come molti altre etnie dedite all’allevamento, sono guerrieri e all’inizio della colonizzazione germanica molti clan Herero si alleano con alcuni gruppi Nama, anche per evitare le continue razzie di quest’ultimi, e questo li mette in urto con l’esercito Tedesco di occupazione che, risalendo dalla costa, sta invadendo le più fertili terre del Centro-Nord del paese.

Genocidio in Namibia

Da questo momento i rapporti Herero-Germanici non possono che deteriorarsi: la crescente presenza di missionari ed agricoltori tedeschi rende la pastorizia estensiva sempre più complicata. Si moltiplicano gli incidenti, si deteriorano le relazioni fra capiclan ed autorità coloniali, fino a quando si arriva nella regione Otjozondjupa, rinominata Waterberg, allo scontro aperto culminato nella famosa battaglia di Hamakari (11 agosto 1904) che vede la definitiva sconfitta degli Herero e l’inizio di quello che viene definito il genocidio degli Herero. Gli storici documentano che tra i caduti in battaglia e coloro che, fuggendo nel deserto del Kalahari, morirono di stenti, nonché i prigionieri nei campi di concentramento, circa l’80 per cento dell’etnia fu sterminato. La persecuzione continuò anche successivamente in virtù dell’ordine del generale Von Trotha dell’ottobre del 1904 che dichiarava “all’interno del territorio Tedesco ogni herero, armato o non, con o senza bestiame sarà ucciso. Nè donne o bambini saranno autorizzati ad entrare nel nostro territorio, saranno respinti o fucilati….Ritengo che il popolo Herero debba essere sterminato…”

Con queste premesse si comprende come la sensibilità namibiana sull’argomento sia ancor oggi al calor bianco e che il negoziato namibiano-tedesco sul riconoscimento del genocidio da parte tedesca prima, e sul discorso delle riparazioni poi, si sia protratto per lunghi anni. Oggi finalmente pare che si sia raggiunto un risultato che il governo Geingob giudica il migliore possibile, ma che le minoranze Herero e Nama considerano un insulto alla memoria dei caduti ed uno “schiaffo” agli attuali eredi.

Hage Geingob, presidente della Namibia

In pratica, a fronte di una richiesta del Governo namibiano di 1.100 miliardi di $nam ed un’offerta tedesca di 4 miliardi di $nam si è giunti al compromesso di 18 miliardi di $nam spalmati su trent’anni. Una caratteristica fondamentale dello stanziamento previsto è che si strutturerà in specifici progetti mirati a favore delle comunità Herero, ovviamente realizzati dai tedeschi.

I settori interessati sono: l’acquisto di terre, impianti di energie rinnovabili, l’addestramento professionale, l’infrastruttura e viabilità rurale e progetti mirati alla riconciliazione tra le due comunità. Nel commentare l’accordo raggiunto il Vice Presidente Nangolo Mbumba ha rilevato che, nonostante l’ammontare definitivo non sia pienamente soddisfacente, il riconoscimento del genocidio da parte delle autorità tedesche, e l’impegno di rivedere negli anni l’impatto dei progetti per garantirne gli scopi primari di riconciliazione e ricostruzione, nonché dell’obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle comunità Herero interessate, sono risultati da non sottovalutare. Di diverso parere sono sia i membri dell’opposizione, Herero e non, che altri membri di spicco delle comunità Herero e Nama, che considerano l’accordo un fallimento del governo e paventano un futuro negativo per i negoziati namibiani in campo internazionale, dato questo precedente.

In realtà è pensabile che le comunità di cui sopra si attendessero un diluvio di risorse sparso a pioggia, che avrebbe gratificato soprattutto le classi dirigenti di questo Paese. Cosa che la Germania si è ben guardata dal fare, anche considerando il livello preoccupante e crescente di corruzione che oggi si rileva in Namibia. D’altronde è anche vero che – come rileva il leader del PDP (opposizione) Veenani, discendente di Herero uccisi durante il genocidio, l’ammontare globale concordato non è neppure pari allo stanziamento tedesco di Aiuto allo Sviluppo concesso dall’indipendenza della Namibia fino ad oggi, esattamente trentun’anni .

Sarà interessante seguire in futuro sia l’attuazione dei vari progetti da parte tedesca sia le reazioni da parte Herero sulla politica interna del Paese. Il governo a stragrande maggioranza Ovambo, non potrà non tenerne conto e questo potrebbe preludere ad interessanti sviluppi nella politica interna di questo paese.

Marcello Ricoveri
sheba_98@fastmail.fm
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*Marcello Ricoveri ha rappresentato l’Italia come ambasciatore in Uganda (accreditato anche in Ruanda, anche durante il genocidio, e Burundi), Etiopia, Nigeria (con competenze sul Benin) e prima ancora come primo consigliere della nostra legazione a Pretoria con competenze anche sulla Namibia. Vive a Windhoek.  A Roma, per 7 anni circa, si è occupato di Cooperazione allo sviluppo, di Unione Africana, di ECOWAS e di G8 per l’Africa. Grazie alla sua esperienza conosce molto bene l’intero continente e continua ad essere un attento e un acuto osservatore delle dinamiche socio-politiche del sud del mondo.

L’Africa depredata e in ginocchio: la vera decolonizzazione è ancora lontana

Supporto diretto della NATO alla missione multinazionale in Mali e nel Sahel

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
22 giugno 2021

La NATO interverrà in Sahel a fianco delle forze armate francesi e dei partner militari europei e africani. Il 9 giugno, alla vigilia del summit dei capi di Stato che ha sancito il nuovo corso dell’alleanza in funzione anti-Russia e anti-Cina, in Lussemburgo la NATO Support and Procurement Agency (NSPO) ha firmato un accordo tecnico con il ministero delle forze armate francesi per la fornitura di una serie di servizi in Mali a supporto della task force “anti-terrorismo” Takuba.

“A seguito della richiesta della Francia, l’Agenzia NSPA darà il proprio supporto ad un accampamento a Menaka, nel Mali orientale, con una capacità di circa 500 persone”, riporta una nota della NATO Support and Procurement Agency. “L’aiuto che sarà fornito include cibo e servizi di base (tra questi, in particolare, lavanderia e sanificazione), attività ingegneristiche, la manutenzione dell’infrastruttura, la fornitura di carburante e il trasporto aereo e terrestre nella regione. A questo scopo, NSPA invierà proprio personale nel campo di Menaka a partire dalla fine dell’estate per gestire il sito e fornire il supporto logistico alle operazioni”.

Alla firma del memorandum presso la sede centrale dell’agenzia NATO di Capellen, erano presenti il general manager di NSPA, Peter Dohmen, e il responsabile per gli Affari internazionali del ministero della difesa francese, Laurent Marboeuf. “La cooperazione tra Takuba e l’agenzia NATO è una prova della reciproca fiducia e confidenza”, ha dichiarato Laurent Marboeuf. “Questa è la prima volta che la Francia, in qualità di leader di una coalizione, richiede un sostegno esterno. Ed è anche la prima volta che la NATO Support and Procurement Agency fornisce il proprio sostegno a una coalizione No-NATO. Non abbiamo dubbi che si tratta di un progetto vincente”.

La Task Force Takuba (Spada in lingua tuareg) è una missione multinazionale interforze con il mandato ufficiale di addestrare e assistere le forze armate del Mali nella lotta contro i gruppi armati jihadisti che operano nella regione del Sahel. Sotto comando francese, Takuba vede operare congiuntamente i militari di diversi paesi europei (oltre alla Francia, Belgio, Danimarca, Estonia, Romania, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Italia), in coordinamento con altri attori internazionali, in particolare US Africom, il comando delle forze armate statunitensi per il continente africano e MINUSMA, la missione delle Nazioni Unite di “stabilizzazione” del Mali.

“Essa si inserisce nel nuovo quadro politico, strategico e operativo ribattezzato Coalizione per il Sahel, che riunisce la forza dell’Opération Barkhane a guida francese e la Force Conjointe du G5 Sahel, al fine di coordinare meglio la loro azione concentrando gli sforzi militari nelle tre aree di confine (Mali, Burkina Faso e Niger)”, è riportato nel dossier del Servizio Studi Difesa dello Stato Maggiore italiano, predisposto in vista del voto parlamentare che lo scorso anno ha autorizzato la partecipazione italiana alla forza multinazionale. La Task Force Takuba è stata lanciata ufficialmente dal presidente francese Emmanuel Macron nel gennaio del 2020 in occasione del vertice G5 Sahel di Pau, con lo scopo di rafforzare lo sforzo addestrativo, operativo e logistico a favore degli alleati in Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania, Niger) nel “contrasto del terrorismo, delle attività criminali transfrontaliere e dei traffici di esseri umani”.

La richiesta di collaborazione fatta dal governo di Parigi alla NATO risponde al processo di progressiva riduzione della presenza militare francese nella conflittuale regione sub-sahariana per mere ragioni finanziarie, e di maggiore condivisione in termini di risorse economiche e militari con i più stretti alleati europei. L’Italia, in particolare, ha deciso di schierare in Mali entro la fine del 2021 duecento soldati dei reparti d’élite (paracadutisti, marines, ecc.), venti mezzi terrestri e otto elicotteri. Sino ad oggi la presenza militare francese in quest’area vede 5.100 militari, 3 droni, 7 cacciabombardieri, 22 elicotteri, 10 aerei di trasporto, 290 blindati pesanti, 240 blindati leggeri e 380 mezzi logistici.

Dal punto di vista operativo le forze armate utilizzano basi permanenti a Gao (Mali) e Niamey (Niger) e a N’Djamena (Ciad) e basi avanzate temporanee a Kidal, Timbuctu, Tessalit, Ménaka (Mali), Aguelal (Niger), Faya-Largeau e Abéché (Ciad). Inoltre la Marina militare francese utilizza come punti d’attracco e supporto navale i porti di Dakar (Senegal), Abidjan (Costa d’Avorio) e Douala (Camerun). Il recente golpe a Bamako dei militari fedeli al colonnello Assimi Goïta ha contribuito ad accelerare il parziale “sganciamento” del governo Macron dal Mali; in attesa di conoscere le sorti del processo di transizione nel paese, le truppe francesi continueranno ad operare contro i jihadisti pur “sospendendo, temporaneamente, le operazioni militari congiunte con le forze maliane, nonché le missioni di consulenza a loro sostegno”, come ha spiegato con una nota lo Stato maggiore francese.

LA NATO Support and Procurement Agency, oltre che in Lussemburgo, ha propri hub operativi in Francia, Ungheria ed Italia (Taranto) e centri di pronto intervento in Kosovo e Afghanistan. Impiega attualmente 1.550 persone e ha a disposizione oltre 2.500 contractor per le maggiori missioni NATO a livello internazionale. L’agenzia è il principale fornitore di servizi logistici dell’Alleanza Atlantica e delle nazioni partner. “NSPA si concentra principalmente nel supportare le operazioni e le esercitazioni NATO e nel gestire il ciclo vitale dei sistemi d’arma e il grande oleodotto dell’Europa che rifornisce di carburante le unità alleate”, spiega l’ufficio stampa dell’agenzia. “Questo aiuto è garantito – in tempi di pace, crisi e conflitto, ovunque sia richiesto – agli alleati NATO, alle autorità militari NATO e dei paesi partner, sia in forma individuale che collettiva”.

Nello specifico NSPA acquista e distribuisce alle truppe armi e mezzi da guerra (elicotteri, radar, missili, veicoli blindati, sistemi si pronto allarme e sorveglianza aerea, ecc.), carburante, equipaggiamento e attrezzature per attività portuali ed aeroportuali, forniture sanitarie e alimentari, ecc..

Attualmente coordina importanti progetti di ricerca e realizzazione di sistemi bellici di rilevanza strategica per l’Alleanza: il sistema “futuro” di controllo e sorveglianza (AFSC); il Multinational Multi-Role Tanker Transport (MRTT); le Precision Guided Munitions and Land Battle Decisive Munitions; un nuovo Veicolo da Combattimento Terrestre; l’Alliance Ground Surveillance (AGS), il sistema di sorveglianza terrestre mediante l’utilizzo di droni, la cui base operativa è stata realizzata nello scalo aereo siciliano di Sigonella.

La gestione, il trasferimento e l’installazione di attrezzature per accampamenti e basi militari di pronto intervento è affidata di norma dall’agenzia NSPA al Centro operativo meridionale (SOC) di Taranto; pertanto è più che presumibile che sarà proprio l’infrastruttura pugliese ad essere chiamata per la prima missione NATO in Sahel.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Polveriera Sahel: nuovo attacco in Costa d’Avorio, sequestrati 2 cinesi in Niger

Mali: Parigi sospende tutte le attività militari congiunte nella lotta al terrorismo

Camerun: esplode nel silenzio generale la violenza nelle zone anglofone

Speciale Per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 giugno 2021

Le poche notizie che giungono dalla due regioni anglofone (Nord-Ovest e Sud-Ovest) del Camerun sembrano dei veri e proprio bollettini da guerra.

In meno di una settimana sono stati uccisi almeno 10 militari dell’esercito di Yaoundé nelle due regioni. Secondo il governo, i soldati sarebbero morti in diversi attacchi perpetrati dai separatisti anglofoni dell’AMF, Ambazonian Military Force.

E venerdì scorso, 6 funzionari del governo sono stati fermati nel villaggio di Massolè, nella regione del Sud-Ovest. Uno di loro è stato ucciso, come è stato confermato da Lawrence Nwafua, prefetto di Ndian, mentre altri 5 sono stati presi in ostaggio dai secessionisti.

Il conflitto nelle due zone anglofone del Camerun inizia alla fine del 2016, dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Da allora ci sono continui scontri tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Miliziano armati dell’AMF posano per una foto durante una perlustrazione della giungla nel sud-ovest del Camerun (foto Courtesy FP Insider)

Solamente in 2 delle 10 province del Camerun si parla inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra Francia e Gran Bretagna, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese, molto più ampia, aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Il conflitto ha causato 3.500 vittime, oltre 775.000 hanno lasciato le loro case (712.000 sono sfollati, altri 66.000 hanno chiesto asilo nella vicina Nigeria). Secondo OCHA (acronimo inglese per Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), attualmente 1,6 milioni di persone necessitano assistenza umanitaria urgente.

Apah Julet, che è stata ferita dai soldati militari del Camerun nel 2016, Ha una grande cicatrice sulla gamba sinistra e piange assieme ad altre donne del suo villaggio di Bombe, che hanno perso mariti, figli e fratelli il 12 febbraio. Tengono in mano le loro foto e protestano per avere giustizia. (Courtesy FP Insider)

Le autorità di Washington sono seriamente preoccupate per il prolungarsi del conflitto interno in Camerun e per questo motivo il segretario di Stato, Antony Blinken, all’inizio del mese ha annunciato restrizioni di visto per le persone direttamente coinvolte, senza specificare nomi e cognomi.

Paul Biya, dittatore del Camerun

Blinken ha chiesto a entrambe le parti – governo e secessionisti – di continuare i negoziati per una risoluzione pacifica e il rispetto per i diritti umani. Sia i separatisti che i militari sono accusati di gravi reati e violenze nelle due province.

I dialoghi di pace, lanciati nel 2019 da Paul Biya, 88enne presidente, al potere dal 1986, non hanno portato i risultati previsti e la ricostruzione delle regioni, promessa dal capo di Stato a fine 2019 avanzano lentamente, non solo a causa della pandemia.

Un prigioniero di guerra nasconde il suo viso in una cella di fortuna nel villaggio di Aqua. È accusato di essere un informatore del governo del Camerun. (Courtesy FP Insider)

A fine maggio il primo ministro, Joseph Dion Ngute, ha incontrato il direttore generale dell’ African Development Bank (AfDB), Serge N’Guessan, che ha promesso di aiutare il Paese nell’attuare riforme e progetti di sviluppo nelle aree toccate dal conflitto.

Cornelia I. Toelgyes
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