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La caduta di Netanyahu potrebbe ridare fiato ai moderati arabi e israeliani

Francesco Aloisi de Larderel
20 giugno 2021

Le informazioni sulla recente crisi israelo-palestinese che sono arrivate all’opinione pubblica internazionale hanno per lo più ricalcato temi già visti tante volte, dando una fallace sensazione di “déjà vu”. Da un lato la tradizionale riaffermazione del diritto dello Stato di Israele alla sua esistenza, e dall’altro quella del diritto dei Palestinesi a vivere nella loro terra. Da un lato la pioggia di missili da Gaza su Israele, dall’altro la pioggia di bombe da Israele su Gaza.

Ma in realtà ci sono questa volta delle novità che tendono ad aggravare ulteriormente un conflitto già drammatico e modificarne la natura.

Provocazioni israeliane

La crisi è partita da una serie di provocazioni delle autorità israeliane verso i palestinesi dei Territori Occupati e di Gerusalemme: l’esproprio di case palestinesi nel quartiere di Sheik Jarrah, le inedite misure restrittive alla Porta di Damasco in occasione della festa musulmana dell’Aïd, la mano libera lasciata a incursioni di bande di estremisti ebraici, le violenti azioni repressive della polizia israeliana sulla spianata delle Moschee ed il triplice ingresso della stessa polizia nella Moschea di el Aksa, con l’impiego di “stun bombs”. Queste provocazioni miravano a rendere impossibile (almeno per il momento) la formazione da parte di Yair Lapid di un Governo alternativo a quello di Benyamin Netanyahu, che avrebbe dovuto contare sulla partecipazione ed i voti di un piccolo partito arabo, il RAAB. Ma all’opinione pubblica internazionale sono sostanzialmente arrivate solo le solite e retoriche rivendicazioni di principio, i missili e le bombe.

In realtà la crisi ha prodotto gravi danni su di un altro fronte di cui meno si è parlato: oltre ai palestinesi dei Territori Occupati, si sono per la prima volta ribellati i cittadini israeliani di origine araba (circa due milioni) e si è creata, questa volta all’interno di Israele stesso una situazione di grave guerra civile. Gruppi di cittadini arabi inferociti hanno aggredito passanti israeliani, mentre gruppi di estremisti israeliani hanno fatto lo stesso a passanti israeliani di etnia araba. Sono state bruciate delle abitazioni, delle Moschee e delle Sinagoghe. Su qualche giornale ho visto la parola pogrom, probabilmente per il momento esagerata. E’ la prima volta che succede, almeno su questa scala, e pone nuovi problemi, sempre più difficili da affrontare.

Questa tragica novità accelera infatti l’emersione del problema della forma e del futuro dello Stato israeliano. Diventata intenzionalmente impossibile la soluzione dei due Stati (tenuta in piedi ipocritamente per non dover affrontare la realtà), rimane solamente la soluzione del singolo Stato. Israele era infatti stato però dichiarato “Stato Nazionale degli Ebrei” con un voto della Knesset del 19 luglio 2018. Fin dall’inizio si disse che tale Stato poteva essere ebraico, o poteva essere democratico, ma non entrambi. Ecco che la nuova crisi ha ora dato sostanza concreta a questa fondamentale contraddizione.

Diritti dei due popoli

Lo scontro tra israeliani e palestinesi non sembra quindi avere più carattere territoriale, ma riguardare i diritti – politici, economici e sociali – delle due conviventi comunità, e dover essere risolto da esse stesse. Ma occorre tener conto che le due comunità sono, esse stesse, profondamente cambiate durante gli ultimi decenni.

Tra gli israeliani il ricambio generazionale ha portato al potere nuove classi di età che hanno dimenticato i valori dei padri e dei nonni, fondatori di Israele. Inoltre la forte immigrazione dalla Russia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha visto l’arrivo di nuovi israeliani con lo scarso senso della democrazia ed i pregiudizi razziali prevalenti nelle regioni di provenienza.

Benjamin Netanyahu, ex primo ministro israeliano

Senza contare che i prolifici ortodossi religiosi (haredim) stanno modificano le dinamiche demografiche all’interno della comunità ebraica. Tutte novità che negli ultimi vent’anni Benjamin Netanyahu, e altre parti politiche, hanno sfruttato in maniera populista e senza scrupoli per radicalizzare il conflitto politico e dipingere tutti gli arabi come terroristi.

OLP e Hamas

Ma anche i palestinesi sono cambiati, e non solo per un analogo ricambio generazionale. Soprattutto per il prevalere di Hamas sull’OLP, che pur non ha potuto essere validato politicamente, per il ripetuto rinvio delle elezioni. Ciò significa il passaggio dal nazionalismo laico dell’OLP a quello confessionale di Hamas, che è una costola dei Fratelli Musulmani, o della Jihad Islamica.

Come sopra accennato, per i palestinesi lo scontro è oggi in larga parte sui diritti, e leggo che le loro reazioni sarebbero state influenzate, e rafforzate, anche dall’esempio del movimento americano “Black Lives Matter”.

Ormai il problema non è limitato ai palestinesi dei Territori Occupati, ma a tutti i palestinesi soggetti ad Israele: quelli che sono cittadini dello Stato ebraico, quelli di Gerusalemme e dei Territori occupati, quelli di Gaza. Su questa situazione si innesta l’approvazione da parte della Knesset del nuovo Governo – negoziato dal moderato Yair Lapid ma guidato nella sua prima fase dal nazionalista Naftali Bennet – che segna, apparentemente, la fine dell’era Netanyahu.

Si tratta di un Governo doppiamente debole, sia per la sua esilissima maggioranza parlamentare, che per la estrema etereogenità della sua composizione, che va dai nazionalisti più estremi, ai centristi laici, e contiene anche la rappresentanza di un partito arabo, RAAB, vicini ai Fratelli Musulmani. Ci sono quindi molti dubbi sulla possibile durata di siffatta alleanza la quale, non potendo affrontare problemi troppo spinosi, finirebbe per concentrarsi su questioni meno controverse, quali la lotta alla pandemia ed il rilancio dell’economia.

Contrario ai due Stati

Ma proprio perché non sembra trattarsi di un governo “di parte” esso potrebbe avviarsi verso percorsi meno ideologizzati. Il nuovo Primo Ministro, Naftali Bennet – che pure è stato uno dei leaders dei coloni in Cisgiordania, e contrarissimo alla soluzione dei due Stati – ha affermato “Questo Governo lavorerà per tutta la collettività israeliana – religiosa, secolare, ultra ortodossa, araba – senza eccezione e in maniera unitaria. Lavoreremo insieme in uno spirito di partenariato, ed ho fiducia che avremo successo” .

In concreto il partito arabo RAAB ha avuto assicurazioni di importanti stanziamenti per ridurre le differenze di sviluppo tra le varie comunità nei prossimi anni, fermare le demolizioni di costruzioni prive di permessi nelle zone a popolazione araba, ottenere il riconoscimento di tre insediamenti beduini nel deserto del Negev, migliorare il trasporto pubblico, e migliorare la tutela dell’ordine pubblico nelle comunità arabe, affette da problemi di commercio di droga e di violenza.

Se veramente questo Governo avesse la forza politica necessaria per avviarsi su questa strada, si tratterebbe di “confidence building measures” che potrebbero dare un contributo sostanziale a diminuire l’odio e la paura in entrambe le comunità che costituiscono la popolazione di Israele. Una linea del genere potrebbe effettivamente contare sulle componenti più moderate che pur esistono nella popolazione ebraica ed araba di Israele nonché, ed è importante, dell’opinione della comunità ebraica americana, che sembra evolversi in senso più moderato e liberale. È inoltre sintomatico che il Presidente Biden abbia fatto una telefonata di felicitazioni a Naftali Bennet solamente tre ore dopo il suo insediamento: quando invece il Presidente Biden si insediò a Washington, lasciò passare tre settimane prima di chiamare Benjamin Netanyahu.

Alleanza fragile

Ma è vero anche che la estrema fragilità dell’alleanza guidata da Naftali Bennet la rende molto vulnerabile a provocazioni provenienti da elementi più estremisti, sia israeliani che arabi.

Naftali Bennet, nuovo primo ministro israeliano

Senza contare che sulla nuova crisi israelo-palestinese si innestano una serie di pericolosi attori esterni: la Turchia che mira a contrastare all’Arabia Saudita la leadership della comunità islamica internazionale e a ricreare la grande sfera di influenza dell’Impero Ottomano, la Russia che mira ad allargare a sua presenza nei “mari caldi” non solo mediterranei, ma anche del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, la Cina che, attraverso il nuovo accordo ventennale con l’Iran potrebbe voler prolungare l’influenza della sua Via delle Seta nel ventre molle del corridoio sciita attraverso l’Iraq, la Siria ed il Libano, attualmente in saldo al miglior offerente.

Con tutti questi limiti la nuova coalizione, ed il nuovo Governo israeliano. rimangono una novità molto importante.

Francesco Aloisi de Larderel

Francesco Aloisi de Larderel, diplomatico di carriera (che ha lasciato nel 2004)
ha ricoperto incarichi in Canadà, Svizzera e Cuba e più recentemente in Egitto,
dove è stato ambasciatore dal 1996 al 2001.
E’ stato Vice Direttore Generale degli Affari Economici e vice Sherpa ai vertici dei Sette di Parigi,
Londra, Houston e Monaco di Baviera.
Ha lavorato a lungo alla Cooperazione allo Sviluppo,
dove ha ricoperto la carica di Direttore Generale dal 1993 al 1996.
E’ stato anche Direttore Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale dal 2001 al 2004.
Dal 2004 è membro del Centro Studi Diplomatici.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Centrafrica: mercenari russi accusati di gravi violazioni dei diritti umani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 giugno 2021

Nella Repubblica Centrafricana le accuse di violazione dei diritti umani rivolte ai mercenari russi del gruppo Wagner, continuano senza sosta.

Settimana scorsa i soldati di ventura hanno arrestato persino il capo della polizia di Bria, capoluogo della prefettura Haute-Kotto, trattenendolo per diversi giorni in una cella del commissariato retto da lui.

Mercenari del gruppo Wagner

La colpa del comandate? Ha accompagnato un residente nell’ospedale di Bria perchè, dopo essere stato fermato dai mercenari insieme a un gruppo di persone, è stato torturato più degli altri e le sue condizioni di salute erano più che precarie.

I contractor al servizio di Putin lo hanno sbattuto in galera perché aveva agito di iniziativa propria senza consultarsi con loro.

La popolazione della zona è terrorizzata. “Se hanno fatto questo contro il commissario, chi ci protegge ora? Nemmeno il nostro governo è in grado di insorgere contro queste prepotenze, siamo diventati orfani nel nostro stesso Paese”, ha raccontato un residente ai reporter di HumAngle.

Ma le atrocità non finiscono qui. In base alle testimonianze raccolte dall’emittente televisiva americana CNN, a Bambari, il 15 febbraio scorso, i contrator al servizio di Mosca, insieme alle forze armate centrafricane (FACA), avrebbero ucciso tra 12 e 20 civili che si erano rifugiati in una moschea.

I militari centrafricani insieme ai russi erano a caccia di miliziani di Séléka (gruppo armato cui aderiscono per lo più musulmani) nella zona di Bambari. Supportati da un elicottero da combattimento moscovita (all’inizio di quest’anno ne sono arrivati diversi a Bangui), sia i mercenari che le truppe di FACA avrebbero sparato indiscriminatamente contro tutti. Molti tra questi si trovavano appunto nella moschea di Taqwa. I più hanno confermato che non c’erano miliziani Séléka, o forse due, ma comunque erano disarmati.

Malgrado il clima di terrore, una decina di testimoni hanno confermato alla CNN e a The Sentry (un gruppo investigativo indipendente, fondato tra l’altro da George Clooney e John Prendergast) le continue violazioni dei diritti umani perpetrate dai mercenari del gruppo Wagner in Centrafrica. The Sentry,  segue e traccia il flusso di denaro collegato alle atrocità e uccisioni di massa.

Un gruppo di lavoro di esperti indipendenti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha recentemente stilato un rapporto approfondito sulle gravi violazioni, compreso esecuzioni sommarie, dei contractor russi e di siriani. Infatti sembra che un numero imprecisato di mercenari siriani, che hanno combattuto a fianco dei russi in Libia, siano stati mandati in Centrafrica.

Sorcha MacLeod, professore di Diritto all’università di Copenhagen, componente del gruppo di lavoro di esperti indipendenti dell’ONU, ha detto ai reporter della CNN, “Abbiamo conferme da molte fonti diverse: qui vengono commesse atrocità incredibili e la popolazione è terrorizzata”.

Ovviamente Mosca ha negato qualsiasi coinvolgimento, specificando che i contractor presenti in Centrafrica sarebbero disarmati e non avrebbero mai partecipato ai combattimenti. Stessa risposta è stata data dalle autorità di Bangui, che ha comunque aggiunto che avrebbe aperto un’inchiesta.

Grazie a un documento ottenuto da MINUSCA (Missione ONU in Centrafrica), Sentry ha potuto appurare che attualmente sono presenti 2.300 mercenari nel Paese, compreso il contingente siriano. MINUSCA si trova nella ex colonia francese dal 2014 con 11.650 soldati e 2.080 agenti di polizia. Vista la grave situazione precaria che vige tutt’ora in loco, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con risoluzione numero 2566 (2021) del 12 marzo scorso, ha decretato di inviare altri 2.750 militari e 950 poliziotti per incrementare il contingente.

caschi blu di MINUSCA

Sempre grazie a un altro documento ottenuto da MINUSCA, i mercenari russi utilizzano anche qui mine anti-uomo, le stesse che avevano messo in campo in Libia. Inoltre dispongono di mezzi corazzati, elicotteri da combattimento tipo Mi-8 e Mi-24 e droni.

Nel frattempo nella martoriata Repubblica Centrafricana si continua a morire. Nuovi scontri tra agricoltori e pastori semi-nomadi di etnia fulani del Ciad hanno causato la morte di 14 persone. Conflitti tra contadini e allevatori sono frequenti nelle zone confinanti con il Ciad, specie durante il periodo della transumanza.

Sotto il cielo di Bangui carico di nuvole troneggiano ancora i cartelloni che inneggiano all’alleanza con la Francia. Foto esclusiva di Africa ExPress

Il Centrafrica è al centro delle tensioni tra Russia e Francia, che ha congelato qualsiasi sostegno finanziario e ha interrotto la cooperazione militare con la sua ex colonia. Parigi accusa Bangui di essere complice di una campagna anti-francese orchestrata da Mosca.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Scontri al confine tra Ciad e Centrafrica: chiesto all’ONU di aprire un’inchiesta

Centrafrica: mercenari russi cacciano i concessionari cinesi da miniera d’oro

Massacri, omicidi e violenze dei mercenari russi in Centrafrica: l’ONU indaga

Vaccini e brevetti: scoppia in Madagascar la proxy war tra le multinazionali del farmaco

Africa ExPress
18 giugno 2021

Una provy war, una guerra per procura, sembra essere scoppiata in Madagascar tra le grandi multinazionali del farmaco. Nell’isola, dove si è appena conclusa la prima campagna di vaccinazioni anti-covid, ieri è stato annunciato che 135 mila dosi, delle 250 mila ottenute, sono state inoculate. Il vaccino utilizzato si chiama Covishield, ha la stessa formula di AstraZeneca (AZ), ma viene prodotto in India dalla Serum Institute of India (SII), una fabbrica che ha una stretta collaborazione con la società farmaceutica anglo-svedese.

Secondo il giornale indiano The Economic Times, AZ e SII all’inizio dell’anno avevano firmato un accordo per la produzione di un miliardo di dosi del vaccino Oxford quello ammasso dall’EMA e distribuito anche in Italia. L’annuncio dell’accordo era stato dato dal giornale The Economic Times (AstraZeneca & Serum Institute of India sign licensing deal for 1 billion doses of Oxford vaccine).

Anche l’Hindustan Times il 31 dicembre scorso, nell’articolo India will have Covid-19 vaccine within days, aveva dato la notizia che il vaccino AstreZenica sarebbe stato prodotto su licenza in India. Ma secondo le normative europee, il Covishield non è ritenuto sufficientemente sicuro, per cui chi è stato immunizzato con quell’antidoto, per l’Europa risulta non vaccinato e quindi è soggetto alle stesse restrizioni di chi è no vax. Basta dare un’occhiata al sito del ministero dell’Europa e degli Affari Esteri francese “Covid – consigli per gli stranieri in Francia”.

Giovanni di Girolamo, ambasciatore dell’Unione Europea in Madagascar

La guerra si inserisce nella battaglia scoppiata in seguito alla richiesta giunta da più parti (comprese diverse NGO) di sospendere i brevetti sui vaccini, per permettere ai Paesi in via di sviluppo, come India e Sudafrica che hanno la capacità tecnologiche, di produrre i farmaci a basso costo. L’Europa che in un primo tempo sembrava favorevole, si è ritirata su una posizione attendista appena il presidente americano Joe Biden ha espresso la disponibilità degli Stati Uniti a concedere la pausa.

Non è semplice comprendere le mosse della politica, dell’opportunità e dell’economia. Sotto la voce “vaccini ammessi”, la Francia non ha incluso il Covishield, che comunque è un prodotto europeo sebbene fabbricato in India. Parigi permette l’entrata sul suo territorio solamente a coloro che sono stati immunizzati con i vaccini autorizzati da EMA (European Medicines Agency), vale a dire: Pfizer (Comirnaty), Moderna, e Johnson & Johnson (Janssen), americani, e AstraZeneca (Vaxzevria), anglo-europeo.

Africa Express ha chiesto ad AstraZeneca un commento sulla questione. Ma l’azienda non ha risposto alla richiesta inviata via e-mail secondo le indicazioni di chi ha risposto al telefono.

Molti malgasci hanno atteso l’ultimo momento per il primo round dell’immunizzazione per paura degli effetti collaterali. Inoltre nessuno sull’isola parla più dell’intruglio, fortemente voluto e lanciato lo scorso anno dal presidente, Andry Rajoelina, per contrastare la pandemia.

La bibita, a base di artemisia (artemisia annua), era subito stata declassata dall’Organizzazione Internazionale della Sanità, che aveva raccomandato di non utilizzare farmaci di automedicazione, gli OTC (dall’inglese Over the Counter n.d.r.) come prevenzione contro il coronavirus.

All’inizio di maggio sono stati inviati in Madagascar 250 mila dosi di Covishield/AstraZeneca nell’ambito dell’iniziativa mondiale COVAX, il programma internazionale che ha come obiettivo l’accesso equo ai vaccini anti covid-19. La spedizione fa parte del primo lotto. Nelle prossime settimane è previsto l’arrivo di altre fiale per poter immunizzare quanto prima il 20 per cento della popolazione.

Il “prezioso” carico di Covishield è stato consegnato l’8 maggio all’aeroporto di Ivato–Antananarivo, al ministro della Sanità Pubblica malgascia, Hanitrala Jean Louis Rakotovao, in presenza di membri del “meccanismo COVAX”, cioè i rappresentanti di UNICEF, OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), GAVI (organizzazione internazionale per i vaccini), CEPI (acronimo inglese per The Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), nonchè gli ambasciatori di USA, dell’Unione Europea e della Gran Bretagna, che hanno finanziato la produzione, il trasporto e la distribuzione del vaccino.

In conclusione, ora il governo di Antananarivo chiede delucidazioni all’OMS, come è stato comunicato anche dalla stampa locale proprio questa mattina.

Dunque, malgrado gli sforzi messi in campo e i finanziamenti elargiti, i malgasci vaccinati con Covishield per entrare in Francia devono sottoporsi a diversi tamponi, nonchè all’obbligo di quarantena, in quanto il farmaco non figura nella lista stilata da EMA. Vittime della guerra dei brevetti?

Africa ExPress
@africexp
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Il presidente del Madagascar:”Le nostre piante guariranno il mondo dal Covid-19″

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Contro il Covid-19 l’Africa vuole l’intruglio miracoloso del Madagascar

 

Mozambico, scandalo a luci rosse, detenute costrette dai secondini a prostituirsi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 giugno 2021

Dai clienti la “merce” veniva ordinata come “colombine” e “conigliette”, questo succede all’interno del penitenziario femminile di Ndlavela, a Maputo, capitale del Mozambico. Dietro le sbarre hanno creato un vero e proprio business del sesso ai danni delle detenute. Si tratta di donne che vengono obbligate a vendere il proprio corpo per tariffe tra 50 e 500 USD a prestazione fuori dal carcere. Dentro e fuori dalle mura della prigione i secondini hanno il controllo del mercato del sesso e decidono quale detenuta vendere. A seconda delle esigenze dei clienti.

Carcere femminile Ndlavela
Vista aerea del carcere femminile di Ndlavela (Courtesy GoogleMaps)

L’indagine del CIP

La denuncia dello sfruttamento sessuale è stata presentata dal Centro di integrità pubblica (CIP) di Maputo. Una ventina di pagine con testimonianze dirette e un video. Borges Nhamirre, coordinatore dell’indagine, ha affermato che lo sfruttamento sessuale delle detenute di Ndlavela dura da 10 anni. Questa rete di prostituzione clandestina colpisce soprattutto le detenute più fragili, in particolare quelle che non hanno l’appoggio della famiglia.

I clienti sono esterni e non hanno la possibilità di scegliere le donne. Cosa non facile per i ricercatori infiltrati nel business che volevano incontrare e intervistare le vittime. Le maggiori richieste sono: detenute dalla pelle più chiara, magre, alte e giovani. Le donne vengono portate fuori dal carcere in auto e sono controllate dalle guardie per evitare che scappino dal “posto di lavoro”. Tutto con la complicità di una pensione vicina al carcere che affitta le camere.

Testimonianze agghiaccianti

Marta è una delle detenute più giovani, le più richieste. Sono quelle che portano maggiori guadagni nelle tasche degli sfruttatori: “Mi fanno avere anche tre rapporti al giorno con uomini diversi e questo succede per due, tre giorni a settimana” ha raccontato al CIP. “Mi posso riposare solo quando ho il ciclo mensile. La notte posso solo piangere”. Ha tentato il suicidio e spesso pensa di riprovarci. Ma si ferma perché pensa alla figlia di 7 anni e alla mamma che si occupa della piccola.

Detenuta del carcere femminile di Ndlavela sfruttata sessualmente (Courtesy CIP)

Mariana è stata tenuta sotto pressione per due mesi finché è stata costretta a cedere. La prima volta che è uscita a prostituirsi, è stata obbligata a fare sesso con due uomini. “Mi hanno fatto uscire fingendo di andare all’ospedale. Mi hanno fatto incontrare due uomini che mi hanno portato in una casa in città. Di me hanno fatto tutto quello che volevano – ha raccontato con gli occhi pieni di lacrime -. È stato il giorno peggiore della mia vita”.

La psicologa Andrea Serra: “In questi casi c’è molta paura di denunciare. Le vittime si trovano di fronte a intimidazioni, manipolazioni e anche una minaccia alla loro integrità fisica. Hanno paura che se denunciano, la loro vita sarà messa in pericolo”. Il rapporto dice che le detenute che si rifiutano di prostituirsi vengono picchiate e non ricevono il cibo a sufficienza. Le detenute, oltre che essere sfruttate sono molestate e abusate sessualmente anche dalle guardie.

Una rete ben organizzata

Secondo Conceição Osorio, dell’ong Donne e legge in Africa australe (WLSA), in questo schema di prostituzione non sono coinvolti solo i secondini. Per Osorio si tratta di una rete di un sistema ben organizzato dove esiste impunità. “Conosco la prigione, è difficile passarci senza che diversi occhi non siano all’erta”.

Il CIP chiede la creazione di una commissione d’inchiesta indipendente che integri diversi organi e istituzioni dello Stato. Tra questi il Parlamento, la Procura e le organizzazioni per i diritti umani, affinché si indaghi nelle carceri femminili di tutto il Paese.

ordinanza min giustizia carcere Ndlavela
L’ordinanza del ministero di Giustizia per lo scandalo del carcere femminile di Ndlavela

La pubblicazione del dossier ha fatto tremare le poltrone del Potere. Il giorno dopo la presentazione del documento, la ministra mozambicana della Giustizia, Helena Kida, è piombata nel carcere dello scandalo per una riunione con la direzione. Poco dopo la ministra ha firmato un’ordinanza con due punti. Il primo è la sospensione, con effetto immediato, di tutta la direzione del penitenziario femminile di Ndlavela. Il secondo è la creazione di una commissione ministeriale di inchiesta composta da quattro organizzazioni della società civile.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mistero su giornalista oppositore ruandese rapito in Mozambico

A difesa della Total contro jihadisti arrivano nel nord Mozambico i soldati ruandesi

Amnesty: Mozambico, nell’attacco jihadista a Palma salvati solo i bianchi

Bambini armati tra i jihadisti che hanno assediato e ucciso a Palma, Mozambico

Anche terroristi sudafricani tra gli islamici dell’attacco a Palma, Mozambico

Yemen: la paura non frena i migranti. Fame e speranza sono più forti della guerra

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 giugno 2021

Nello stretto di Bab el-Mandeb, che in italiano significa “porta del lamento funebre”, all’inizio della settimana alcuni pescatori yemeniti hanno trovato i corpi di 25 persone, migranti, per lo più etiopi.

Secondo quanto riporta Jalil Ahmed Ali, funzionario della provincia di Lahij (Yemen), precisando di aver appreso dettagli da fonti di trafficanti di esseri umani, i 25 rifugiati facevano parte di un gruppo di 160-200 persone, la cui imbarcazione si sarebbe capovolta; nessuna notizia, finora, sulla sorte degli altri occupanti della barca.

 

Yemen: ritrovati i corpi di 25 migranti

Lo stretto congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden e ai due lati delle sue sponde troviamo Gibuti, sulla costa africana e lo Yemen nella Penisola Arabica. Il tratto d’acqua è spesso teatro di naufragi, dovuti soprattutto al sovraccarico dei natanti.

Uno dei pescatori ha riferito che i resti dei naufraghi sono affiorati a 16 chilometri dalla costa nelle acque nei pressi di Ras al-Ara, zona soprannominata “l’inferno dei migranti”. L’Organizzazione Internazionale per i Migranti (OIM) ha confermato l’incidente, le indagini sulla dinamica del naufragio sono in corso.

Pur di fuggire a fame, povertà e guerra gli etiopi continuano a affrontare il terribile viaggio, quasi 2.000 chilometri, per raggiungere le tanto sognate destinazioni, l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti, con la speranza di trovare un lavoro per poter aiutare la famiglia rimasta a casa. Ndi Paesi arabi sono destinati a svolgere i lavori più umili, maltrattati, sfruttati;  le donne sono trattate come schiave dai padroni, che non di rado abusano anche sessualmente delle ragazze e spesso vengono rispediti a casa, perché ritenuti migranti illegali. Con l’arrivo della pandemia, molti sono rimasti anche senza lavoro, anche i ricchi Paesi del Golfo hanno risentito della crisi economica globale.

Lago Assal

Prima di raggiungere Obock, sulla costa meridionale del Gibuti, da dove partono molte imbarcazioni cariche di migranti alla volta dello Yemen, i giovani devono attraversare lande deserte e impervie, caldissime e non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, nella regione abitata degli Afar, che si trova a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta il punto più basso del continente africano. Muoiono di stenti, fame e sete. Altri annegano durante la traversata
.
Si stima che attualmente i migranti intrappolati nello Yemen siano ben oltre 30 mila, per lo più etiopi. Scappati dall’Etiopia in guerra sono finiti dalla padella alla brace. Per realizzare “un sogno”, ora si trovano in un altro Paese in guerra, dove 13 milioni di persone dipendono da aiuti umanitari.

Le angherie nei confronti dei migranti negli ultimi mesi si sono moltiplicate, eppure lo Yemen è il solo Paese della penisola arabica che ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. Ma è risaputo che quando si diventa un rifugiato, si dipende dalla benevolenza delle Istituzioni .

A Sana’a, sotto controllo dei ribelli huti, molti etiopi vengono arrestati se trovati per strada. Per la loro liberazione devono versare 230 euro, più del doppio se vengono acciuffati fuori dalla città. Chi non è in grado di pagare, viene costretto a arruolarsi e spedito al fronte a combattere.

Il World Food Programme, nel suo rapporto di fine maggio, ha specificato che oltre 50 mila yemeniti vivono già in condizione di pre-carestia. I bambini al di sotto dei 5 anni sono particolarmente esposti alla gravissima crisi in atto e molti muoiono per malattie che in un altro Paese sarebbero facilmente curabili, come diarrea, malattie respiratorie e malnutrizione grave.

Nelle ultime settimane i casi covid sono in forte aumento. Manca tutto, anche le bombole di ossigeno. E intanto la guerra continua il suo corso, senza guardare in faccia a bambini, malati, alla popolazione civile, ai migranti.

Il conflitto interno è iniziato nel 2015 e vede contrapposte due fazioni: da un lato gli huti, un movimento religioso e politico sciita, che aveva appoggiato l’ex presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ, ucciso nel dicembre 2018, dall’altro le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dagli huti con un colpo di Stato nel gennaio 2015. Da marzo 2015, con l’intervento della coalizione saudita che sostiene Mansur Hadi, sono morte ben oltre 100.000 persone, i feriti non si contano nemmeno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Migranti in fuga dall’Africa: tragedie e disperazione

Yemen: bombe italiane lanciate dai sauditi provocano ondata di migranti

Arabia Saudita, i lager infernali dove sono detenuti i migranti etiopi

Il Marocco ritira le truppe dallo Yemen e richiama ambasciatore in Arabia Saudita

Caso Zennaro: Marco è fuori dal carcere ma i suoi guai non sono ancora finiti

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
15 giugno 2021

Marco Zennaro, l’imprenditore veneziano in carcere dal primo aprile a Khartoum, in Sudan ha lasciato l’altro ieri la cella di sicurezza alla centrale di polizia della capitale africana. Secondo fonti vicine alla locale procura, è arrivato il versamento di 800 mila euro necessario a sbloccare la situazione. Si tratta della cauzione – certo stratosferica – imposta della procura, che comunque corrisponde alla somma chiesta dalla società Sheikh Eldin brothers che li aveva pagati per una partita di trasformatori elettrici commissionati alla compagnia di Marco Zennaro, consegnati sì in Sudan, ma – secondo le accuse – con specifiche tecniche diverse da quelle richieste. Sheikh Eldin Brothers chiede la restituzione di quel denaro e oggi si è tenuta un’altra udienza al tribunale di Khaurtoum.

Marco Zennaro

In realtà la commessa della società era di circa 700 mila euro ma la cauzione è stata di 100 mila in più perché contempla anche il trasporto delle apparecchiature e le spese legali. Tra l’altro, Zennaro ha già pagato 400 mila euro a un’altra compagnia, la Gelabi & Sons, con la quale ha raggiunto un accordo impegnandosi a versare altri 800 mila. Una restituzione-saldo alla commessa del valore totale di 1.156.000 euro, già pagata dalla Gelabi, anche in questo caso, per una partita di trasformatori ritenuti non conformi. Appena il materiale verrà rispedito in Italia, la somma pattuita verrà restituita.

La vicenda di Marco Zennaro si è tinta di giallo quando nelle scorse settimane uno dei figli di Gelabi, il titolare della società Gelabi & Sons, è stato trovato morto nel Nilo. Proprio nella capitale sudanese il ramo azzurro proveniente dell’Etiopia confluisce con quello bianco che arriva dell’Uganda.

La versione ufficiale parla di annegamento dell’uomo che per godere un momento di refrigerio e sottrarsi alla calura infernale della capitale sudanese (dove la temperatura in questo periodo raggiunge anche i 40 gradi all’ombra di giorno e scende solo a 34 di notte) si è tuffato nel fiume.

Ovviamente le autorità hanno avvalorato l’ipotesi dell’incidente, ma fonti sudanesi, contattate da Africa ExPress, parlano di un omicidio perpetrato per vendetta. In Sudan imperversano milizie di tutti i tipi che scorrazzano a piacimento nella capitale  e in altri centri importanti. Sono dediti ad affari di ogni tipo e, insomma, costituiscono una sorta di mafia. Infatti, gestiscono i loro affari non sempre limpidamente. Parecchi omicidi sono stati attribuiti a loro.

Perché avrebbero ucciso uno dei figli di Gelabi? Secondo alcuni difensori dei diritti umani che vivono a Khartoum semplicemente perché sarebbero stati esclusi dall’affare dei trasformatori.

Comunque, se la famiglia di Zennaro ha risolto i problemi con la Gelabi & Sons, restano ancora in piedi quelli che riguardano la società Sheikh Eldin brothers che, come scritto sopra, lamenta di aver pagato una fattura di 700 mila euro per dei trasformatori che, secondo loro, non rispetterebbero le caratteristiche richieste.

Marco quindi è uscito di galera ma è costretto a vivere all’Hotel Acropol di George Pagulatos, e questa è sicuramente una grande conquista, ma anche se gli è stato restituito il passaporto non può usarlo. Sulla sua testa, infatti pende il divieto di uscire dal Paese. Meglio che rispetti quell’ordine.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Marocco: l’America mostra i muscoli con una maxi-esercitazione militare

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
14 giugno 2021

“La più grande esercitazione militare mai condotta dagli Stati Uniti d’America nel continente africano”. Sono le parole del generale Andrew Rohling, comandante delle forze armate USA per il Sud Europa e l’Africa e descrivono African Lion 2021, la maxi-attività interforze che ha preso il via in Marocco lunedì 7 giugno e che si concluderà venerdì 18.

Con oltre 7.800 militari, 21 cacciabombardieri, 46 aerei da trasporto, 100 mezzi pesanti terrestri e diverse unità navali di nove paesi (oltre a Stati Uniti e Marocco, Senegal, Tunisia, Italia, Regno Unito, Paesi Bassi, Brasile e Canada), il contributo diretto della NATO e 21 “osservatori internazionali” (Unione africana, Burkina Faso, Ciad, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Gabon, Gibuti, Giordania, Kenia, Libia, Malta, Mauritania, Norvegia, Polonia, Portogallo e Qatar), African Lion è stata lanciata nel corso di una cerimonia ufficiale nella base aerea di Agadir.

African Lion 2021 è un’esercitazione annuale congiunta e multinazionale diretta dal Comando di US Africom ed è un esempio eccellente dell’impegno a lungo termine degli Stati Uniti d’America in Africa, un continente che è ritenuto d’importanza  strategica”, ha commentato il generale Stephen Townsend, alla guida del Comando delle forze armate USA per le operazioni nel continente. “Essa è strettamente legata alla serie di esercitazioni denominate Defender del Comando statunitense in Europa per contrastare i pericoli alla sicurezza in Nord Africa e Sud Europa e per accrescere l’interoperabilità tra le forze armate USA, quelle africane e i partner internazionali per difendere l’area dall’aggressione militare nemica”.

“Questa esercitazione si basa tutta sulla prontezza operativa, nostra e dei nostri partner”, ha aggiunto il generale Townsend. “Essa fornisce l’opportunità per un apprendimento condiviso degli Stati Uniti e degli alleati africani, rafforzando gli sforzi collettivi in vista di una maggiore sicurezza e stabilità in tutta la regione”. Sempre secondo il Comando generale di US Africom, African Lion 21 prevede una serie di esercitazioni aeree con azioni di bombardamento di obiettivi, intercettazioni e rifornimento aereo in volo, più alcune attività navali tra Usa e Marocco a largo delle coste dell’Atlantico.

“Sono in corso anche delle esercitazioni minori con i velivoli a disposizione dell’Air Force Global Strike Command (caccia F-16 Fighting Falcon, gli aerei da trasporto C-130J Super Hercules e quelli per il rifornimento  KC-135 Stratotanker), più diverse attività di lancio di paracadutisti”, riporta US Africom. Più dettagliato il programma dei war games fornito dalle forze armate del Marocco all’agenzia di stampa nazionale MAP. “Gli obiettivi di African Lion 2021 sono numerosi: il potenziamento delle capacità di manovra delle unità partecipanti e di pianificazione e conduzione di operazioni congiunte nell’ambito di una coalizione; il perfezionamento di tattiche, tecniche e procedure; lo sviluppo di strategie di cyber difesa; l’addestramento della componente aerea nella conduzione dell’attacco, del supporto e del rifornimento; il consolidamento nell’area della sicurezza marittima; la conduzione di esercitazioni in mare nel campo delle tattiche navali e della guerra convenzionale”, riporta l’agenzia MAP. “Essa include, in aggiunta all’addestramento e alle simulazioni delle attività di comando nella lotta alle organizzazioni terroristiche, attività terrestri, aeree, marittime e di decontaminazione nucleare, radiologica, biologica e chimica”. Prevista infine un intervento cimic (civile-militare) con la realizzazione di un presidio ospedaliero ad Amlen (Tafraout) a favore delle popolazioni locali con medici e infermieri delle forze armate marocchine e di US Army.

Vastissima l’area geografica interessata dall’esercitazione multinazionale: essa interessa quasi tutto il Marocco, dalla base aerea di Kenitra nel nord del paese, alla regione centrale di Agadir e Ben Guérir e in quella desertica di Tafraout, sino alle province meridionali di Tiznit e Tan Tan e nel grande poligono militare di Grier Labouihi. Attività tattico-militari sono state pianificate anche in Senegal e in Tunisia.

Una parte rilevante di Africa Lion si sta svolgendo anche nell’ex Sahara Spagnolo, la vasta aerea occupata nel 1976 dalle forze armate del Marocco, in spregio al diritto internazionale. Nello specifico si tratta dell’area di Mahbès, molto vicina al “muro” ipermilitarizzato realizzato al confine con l’Algeria, a una quarantina di chilometri in linea aerea dalla regione desertica di Tindouf dove sono presenti i campi profughi amministrati dal Fronte Polisario in lotta per l’indipendenza del popolo sahrawi. A Mahbes, in particolare, le forze armate statunitensi stanno testando nelle esercitazioni a fuoco il sistema di lancio missilistico multiplo HIMRAS che ha un raggio operativo di 300 chilometri. Mahbes è anche il teatro dei lanci dei parà e delle truppe d’assalto statunitensi e marocchine.

Il primo ministro del regno nordafricano Saad Eddine Othmani ha dichiarato che l’inclusione della regione sahariana in African Lion 2021 “sancisce il riconoscimento statunitense della sovranità del Marocco nel Sahara occidentale”. Per la cronaca era stato il presidente repubblicano Donald Trump a dichiararsi favorevole all’annessione marocchina della ex colonia spagnola, qualche settimana prima di lasciare la Casa Bianca.

In un’intervista a The Arab Weekly l’analista Mohamed el-Tayyar ha spiegato che la scelta di svolgere l’esercitazione a Mahbas al confine con l’Algeria e anche nella città costiera di Dakhla, anch’essa nel Sahara occidentale, “è una chiara indicazione che gli Stati Uniti continueranno a sostenere il Marocco nella sua lotta contro coloro che si oppongono all’integrità territoriale”. Sempre secondo Mohamed el-Tayyar, African Lion “invia un messaggio chiaro ai suoi vicini, specialmente Algeria e Spagna, enfatizzando la forza e la resilienza della cooperazione strategica tra Marocco e Stati Uniti”.

War games dunque che contribuiscono ad accrescere notevolmente e irresponsabilmente la conflittualità in nord Africa. Non è un caso, infatti, che per la prima volta nella storia di African Lion, le forze armate spagnole abbiano deciso di non parteciparvi neanche come osservatori. Oltre alla crisi diplomatica a seguito dei respingimenti armati dei migranti africani che tentano di attraversare i confini con l’enclave spagnola di Ceuta, Rabat è ai ferri corti con Madrid per la decisione di quest’ultima di accogliere il leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali, ricoverato d’urgenza per Covid-19 in un ospedale iberico.

In direzione del tutto opposta il governo di Mario Draghi e del ministro della difesa Lorenzo Guerini. L’Italia partecipa infatti ad Africa Lion con un proprio contingente di truppe terrestri e ha avuto un ruolo logistico strategico nella preparazione dell’esercitazione e del trasferimento delle truppe e dei mezzi da guerra statunitensi in Marocco. Il 26 maggio è salpata infatti dal porto di Livorno in direzione Agadir un’unità cargo con a bordo carri armati e attrezzature militari provenienti dall’hub di US Army di Camp Darby, alle porte di Pisa. Cinque giorni prima era stato invece un aereo militare C130 dell’aeronautica marocchina a decollare dalla base di Aviano (Pordenone) per trasportare altre attrezzature USA per le esercitazioni. Sempre da Aviano sono decollati anche i cacciabombardieri F-16 di US Air Force impegnati nelle azioni di fuoco aereo in Marocco.

La prima esercitazione annuale African Lion risale al 2002 e vide la partecipazione di un contingente dei Marines statunitensi e delle forze armate marocchine; l’anno successivo è stata estesa ad altri partner del continente africano. Lo scorso anno era stata programmata dal 23 marzo al 3 aprile, ma a seguito della pandemia da coronavirus era stata annullata una ventina di giorni prima del suo inizio. Era prevista allora la partecipazione di 5.000 militari di Stati Uniti, Marocco, Tunisia, Senegal e Spagna. Quest’anno l’inattesa escalation ma soprattutto la definitiva rottura con le forze armate iberiche.

Antonio Mazzeo
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Per schiacciare il Tigray in arrivo armi anche chimiche alle truppe etiopiche

Africa ExPress
13 giugno 2021

Negli ultimi giorni le forze armate etiopiche (Ethiopian National Defense Force, ENDF) hanno trasportato altra artiglieria pesante nel Tigray. Addis Ababa si prepara alla battaglia finale di questa guerra le cui vittime sono soprattutto civili.

Secondo fonti diverse il 6 giugno scorso sono arrivate armi chimiche, anche bombe al fosforo all’aeroporto di Makallé. Si parla di 40-42 tonnellate.

Pericolo carestia in Tigray, Etiopia

D’altronde era stato già denunciato l’uso di armi chimiche in un dettagliato articolo nel The Telegraph a fine maggio, la notizia era stata prontamente negata dal governo di Addis Ababa. “L’Etiopia non ha mai usato e non userà mai armi messe al bando, in quanto prendiamo molto sul serio il nostro impegno nell’ambito della Convenzione sulle armi chimiche”. Intanto l’ONU ha chiesto l’apertura di un’inchiesta dettagliata sul loro eventuale uso nel conflitto in Tigray.

Il fosforo bianco non è compreso nella Convenzione sulle armi chimiche, ma, secondo il diritto internazionale, è vietato l’utilizzo contro obiettivi civili.

L’allarme carestia nella regione cresce di giorno in giorno, e secondo fonti ONU, nel Tigray ne sono già colpite 350 mila persone. “E’ il dato più alto a livello mondiale”, ha specificato Marc Lowcock, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e Coordinatore dei soccorsi di emergenza, dopo la pubblicazione dell’ultima analisi di Integrated Food Security Phase Classification (Classificazione della fase di sicurezza alimentare integrata).

Secondo le ultime informazione dell’ONU, quasi il 90 percento della popolazione del Tigray necessita di aiuti umanitari. Oltre alle agenzie delle Nazioni Unite, nel Paese sono attive altre 32 ONG, rispetto alle 17 che vi operavano prima della guerra. Gli operatori che cercano di portare aiuto sono 1.850, ma non bastano. I bisogni aumentano di giorno in giorno e i fondi disponibili non sono sufficienti.

Demeke Mekonnen, vice-primo ministro etiopico e capo del dicastero per gli Affari Esteri, in un lungo discorso video ha denunciato non meglio specificati membri della comunità internazionale di seguire una campagna contro l’Etiopia. E, secondo il ministro, le accuse avanzate da Lowcock in un’intervista a Reuters di “utilizzare la fame come arma da guerra” è nient’altro che una menzogna. Mekonnen ha inoltre sottolineato che il suo governo ha prove inconfutabili che alcuni attori, con il pretesto di portare aiuti umanitari, hanno cercato di contrabbandare da consegnare ai combattenti (lui li chiama “terroristi”) del TPLF”.

Già qualche giorno fa il governo etiopico ha detto di essere vittima di pressioni ingiustificate da parte di governi occidentali. Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e diverse ambasciate europee hanno chiesto ripetutamente il libero accesso agli operatori umanitari e un cessate il fuoco per portare aiuti alle popolazioni, ed evitare  i temuti effetti della carestia. Ma Addis Ababa respinge le accuse e rifiuta qualsiasi dialogo con il TPLF, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray).

Già all’inizio del mese la portavoce del primo ministro, Billene Seyoum, aveva accennato al contrabbando di armi tramite convogli umanitari. E ha aggiunto che laddove ci sono combattimenti in corso, per questioni di sicurezza, “Dobbiamo limitare l’accesso agli operatori per proteggerli”.

Intanto la guerra continua e con essa la disperazione della gente. Il conflitto è arrivato al settimo mese. In questo periodo sono state uccise migliaia di persone da tutte le parti in causa: truppe governative etiopiche con l’appoggio di quelle eritree – che utilizzano anche militari somali – e amhara da un lato e quelle del TPLF dall’altro.

Basti pensare che in tutta la regione gran parte degli ospedali è stato saccheggiato, il 30 per cento ha subito gravi danni e solo il 16 per cento sarebbero funzionanti.

Anche il sistema bancario è in tilt. Molti istituti sono chiusi perchè danneggiati o addirittura distrutti. I bancomat fuori uso. Un testimone sentito dalle agenzie ha racconto: “Oggi ho aspettato cinque ore. Ma sono stato fortunato. Ho potuto pagare una fattura, anche se in ritardo, e ritirare un po’ di contante. Altre volte sono dovuto andare via senza aver concluso nulla, perchè non c’era più cash disponibile”.

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Prime atroci testimonianze dal Tigray: omicidi e mattanze contro i civili

Etiopia, il regime mobilita la piazza contro le sanzioni decise da Washington

Sudafrica espelle diplomatici del Lesotho per commercio illegale di alcolici

Africa ExPress
12 giugno 2021

Alcuni diplomatici del piccolo regno del Lesotho, un’enclave nel Sudafrica, accreditati a Pretoria, sono stati espulsi senza mezzi termini, perchè accusati di aver abusato dei propri privilegi, vendendo alcolici illegalmente.

Il ministero degli affari Esteri di Lesotho ha reso noto che i diplomatici sono state dichiarate persone non graae e Pretoria ha concesso loro 72 ore per lasciare il Paese con le proprie famiglie.

Secondo quanto riportano dai media sudafricani, gli alti funzionari di Maseru, a corto di soldi, avrebbero importato in Sudafrica alcolici esente tasse, rivendendo poi le bottiglie a bar e ristoranti.

Il governo dell’enclave, profondamente dispiaciuto e imbarazzo, ha garantito che sarebbero scattate immediatamente misure disciplinari contro i 12 accusati.

Lo scandalo, che non ha coinvolto solamente diplomatici del piccolo regno, è scoppiato in aprile, quando l’Agenzia delle Entrate del Sudafrica (SARS) ha scoperto il losco traffico, che ha privato il fisco di ingenti entrate. Già nel 2020 erano stati espulsi funzionari di altre ambasciate del Burundi, Ruanda, Ghana, Guinea e Malawi per gli stessi motivi.

Durante il lockdown, imposto da Pretoria lo scorso anno per arginare l’espandersi della pandemia, la vendita di alcolici era tassativamente vietata.

Nello stesso periodo anche il governo di Maseru ne aveva interdetto la vendita. Ma perfino l’allora ministro della Polizia e della Sicurezza del regno, Lehlohonolo Moramotse, aveva infranto tale norma. Moramotse era stato arrestato perché ripreso dalle telecamere a circuito chiuso mentre era intento a comprare alcolici.

Il regno del Lesotho (che in bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu), è una monarchia parlamentare. I rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il Paese conta poco più di due milioni di abitanti e il 40 per cento della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. La maggior parte è cristiana, il 15 per cento animista, mentre solo il 5 per cento è musulmana. Economicamente è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo; la sua economia dipende quasi esclusivamente dal Sudafrica.

Il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti del pianeta: un abitante su tre (compresi donne e bambini) ne è affetto.

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Lesotho: vince di misura il partito d’opposizione che guadagna 48 seggi su 80

Sudafrica: lockdown vieta trasporto alcolici birrificio dovrà eliminare milioni di bottiglie

Polveriera Sahel: nuovo attacco in Costa d’Avorio, sequestrati 2 cinesi in Niger

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 giugno 2021

Non si arrestano gli attacchi, anche se sporadici, dei terroristi del Sahel in Costa d’Avorio. L’ultimo risale a lunedì scorso, a Tougbo, nel nord-est del Paese, non lontano dalla frontiera con il Burkina Faso.

Un militare ivoriano è stato brutalmente ammazzato, ha fatto sapere Lassina Doumbia, capo di Stato maggiore delle forze armate ivoriane.

Solo due mesi fa, una altra aggressione, sempre perpetrata dai gruppi attivi nel Sahel. Allora avevano attaccato la base militare di Kafolo che si trova nella medesima regione. La stessa postazione aveva già subito un’aggressione nel giugno dello scorso anno.

Parco Nazionale Comoé, Burkina Faso

I terroristi attivi nel Burkina Faso, secondo alcuni esperti, potrebbero essere interessati a penetrare nel parco nazionale Comoé, nella zona nord-occidentale della Costa d’Avorio, confinante con il Ghana e Burkina Faso per trasformare la riserva in una sorta di “zona grigia” per organizzare più facilmente altri nuovi attacchi.

Le attività dei gruppi armati proseguono pure in Niger, dove tra sabato e domenica notte sono stati sequestrati due cittadini cinesi, tecnici della società Comeren, che gestisce miniere aurifere nell’ovest del Paese. Il fatto è accaduto nei pressi del villaggio di Mbanga, sul fiume Sirba – un affluente del Niger – zona ricca di oro, poco lontana dal confine con il Burkina Faso. In quell’area gli attacchi dei terroristi sono frequenti, ma è la prima volta che vengono presi di mira cittadini cinesi.

Al loro arrivo a Niamey, gli agenti della sicurezza avevano messo in guardia i tecnici di Pechino sui pericoli del luogo, considerata a alto rischio, dove nessuna vettura non autorizzata può circolare.

I cinesi presenti nella miniera al momento dell’aggressione erano tre. Il terzo cinese è riuscito a scappare e a nascondersi nei cespugli. E’ stato ritrovato poi sano e salvo da una pattuglia delle forze speciali. Finora il sequestro non è stato rivendicato da nessuno dei gruppi terroristi attivi nel Sahel.

I due asiatici si aggiungono al giornalista francese, Olivier Dubois, sequestrato l’8 aprile scorso a Gao in Mali, dove avrebbe dovuto intervistare un esponente Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani, raggruppamento terrorista molto attivo nel Sahel e che già in passato ha perpetrato sequestri eccellenti. Il leader di questa formazione è Iyad Ag Ghali, è una vecchia figura indipendentista touareg, contrabbandiere di sigarette e di cocaina, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica).

Intanto nelle mani dei terroristi ci sono ancora altri ostaggi occidentali: l’operatore umanitario statunitense Jeffery Woodke, in Niger dal 1992, rapito nell’ottobre 2016, e un tedesco, Joerg Lange, impiegato di una ONG tedesca, sequestrato nel 2018 a Inates, nella parte occidentale della ex colonia francese. Nell’ottobre 2019, l’ex presidente nigerino Mahamadou Issoufou, aveva spiegato che erano vivi.

Non si hanno, invece, più notizie anche del medico australiano Ken Elliott rapito insieme alla moglie Jocelyn a Djibo, Burkina Faso, nel 2016. La consorte è stata liberata pochi giorni dopo, l’ultraottantenne dottore invece, è ancora nelle mani dei miliziani di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che, dopo il rilascio della donna hanno rivendicato la propria responsabilità.
E infine manca all’appello anche Gloria Cecilia Narvaez Argoti, una suora colombiana, portata via con la forza nel febbraio 2017 in Mali.

L’8 giugno scorso, giorno dell’insediamento del nuovo presidente del Mali, il colonnello golpista 38enne Assimi Goïta, si sono tenute contemporaneamente manifestazioni a Parigi e Bamako per la liberazione del giornalista francese.

Goïta, al suo secondo putsch in 9 mesi, poche ore dopo il giuramento ha nominato il primo ministro, Choguel Kokalla Maïga, un civile, come richiesto dall’Unione Africana a dalla CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale).

Il nuovo premier, leader di Mouvement 5 Juin – Rassemblement des forces patriotiques, raggruppamento che lo scorso anno aveva mobilitato le contestazioni nelle piazze contro l’ex presidente Ibrahim Boubacar Keïta, ha promesso di formare il nuovo governo entro domenica prossima.

Pochi giorni dopo il secondo golpe, il presidente francese Emmanuel Macron aveva sospeso tutte le attività congiunte dei militari francesi con la controparte maliana. Proprio poche ore fa Parigi ha annunciato la fine dell’Opération Barkhane in tutto il Sahel, dove è presente con 5.100 uomini. “E’ arrivato il momento di una trasformazione radicale della presenza militare francese in tutta la regione e avviare un’alleanza antijihadista internazionale”.

La lotta contro i jihadisti continua con forze speciali in collaborazione con l’ Operazione Takuba, dove sono presenti francesi, forze africane (Force G5Sahel), europee e internazionali. Consultazioni in tal senso saranno avviate entro la fine del mese con i partner europei, gli Stati Uniti e G5 Sahel, è stato precisato durante la conferenza stampa odierna.

Il Burkina Faso è ancora sotto choc: è nemmeno passata una settimana dal terribile assalto di Solhan, nel nord, in prossimità di Mali e Niger, la cosiddetta zona dei “tre confini”. Durante l’attacco sono stati massacrati almeno 160 civili, tra questi anche 20 bambini. Si tratta della peggiore aggressione nel Paese dal 2015.

Nell’area di Solhan si trovano importanti giacimenti auriferi, molto ambiti dai gruppi armati, che, grazie al contrabbando del prezioso metallo, finanziano gran parte delle loro attività. Questa zona del Burkina Faso è fuori dal controllo delle autorità, anche se, durante una recente visita il ministro della Difesa di Ouagadougou, Chériff Moumina Sy, ha affermato il contrario.

Ieri, il capo di Stato burkinabé, Roch Marc Christian Kaboré, ha incontrato a Ouagadougou il suo omologo ghanese, nonché presidente di turno della CEDEAO, Nana Akufo-Addo. Durante una breve conferenza stampa congiunta, Kaboré ha rilanciato la necessità per gli africani di essere uniti nella lotta contro il terrorismo che sta destabilizzando l’Africa occidentale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Burkina Faso: ammazzato il grande Imam di Djibo, schierato contro i terroristi

 

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