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Due indagati per l’omicidio dell’ambasciatore Italiano in Congo

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Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
10 giugno 2021

Il vice responsabile del Programma Alimentare Mondiale, agenzia dell’ONU, nel Congo orientale, Rocco Leone, ha ricevuto un avviso di garanzia assieme al suo security officer congolese, di cui si conosce solo il nome, Mansour. I due sono indagati in relazione all’omicidio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio e della sua guardia del corpo, il carabiniere Vittorio Iacovacci. L’iscrizione nel registro degli indagati è avvenuta nelle scorse settimane dopo che gli inquirenti hanno interrogato il funzionario italiano. Coordinano le indagini il procuratore di Roma, Michele Prestipino, e il pubblico ministero, Sergio Colaiocco.

I due italiani, assieme all’autista del PAM, Mustapha Milambo, sono stato uccisi il 22 febbraio scorso in un agguato a pochi chilometri da Goma, importante centro del Paese africano, dove c’è la più importante base militare della Monusco, la missione dell’Onu incaricata di stabilizzare la vecchia colonia belga. Stavano percorrendo una strada che da Goma porta a Rutshuru, lambendo i margini del Parco del Virunga, un’oasi naturale dove imperversano bande armate di tagliagole e formazioni di guerriglieri congolesi e ruandesi.

Scontro a fuoco

Il gruppo partito in convoglio da Goma, verso le 10, era stato bloccato da sette uomini che avevano sparato in aria. I colpi avevano allertato un gruppo di ranger incaricati di proteggere alcuni contadini. Gli aggressori, catturati i viaggiatori, si sono allontanati nel bosco ma fatti pochi metri sono stati intercettati dalle guardie del parco.

Alla vista dei ranger, conosciuti per essere ben addestrati, gli aggressori sono fuggiti, ma prima hanno sparato deliberatamente all’ambasciatore Attanasio, ferendolo (sarebbe morto poche ore dopo all’ospedale della Monusco a Goma) e alla sua guardia del corpo, ammazzandolo sul colpo.

Questa è la ricostruzione dell’agguato contenuta in un rapporto dei ranger di cui il Africa ExPress e Il Fatto Quotidiano hanno potuto leggere le parti più rilevanti.

Organizzazione abborracciata

Il documento inoltre racconta come l’agguato sia stato pianificato in modo approssimativo e eseguito in maniera abborracciata e smentisce la teoria secondo cui Attanasio sarebbe stato l’obiettivo di un’operazione accuratamente studiata.

Inoltre, secondo un’indagine di due giornalisti della Reuters, Hereward Holland e Djaffar Al Katanty, gli aggressori non hanno mai mostrato di essere consapevoli dell’identità dell’ambasciatore Attanasio. Il Congo orientale è in preda alla violenza almeno da ultimi decenni.

Le varie milizie rivali combattono le truppe governative e si combattono tra loro per il controllo della terra e delle risorse. Tuttavia, gli attacchi ai convogli di aiuti sono stati relativamente rari.

Vettura sulla quale viaggiava l’ambasciatore italiano ucciso in Congo-K

Viaggio a Bukavu

Secondo altre informazioni riservate, l’ambasciatore italiano e la sua guardia del corpo sono arrivati da Kinshasa a Goma con un aereo delle Nazioni Unite intorno alle 11 del mattino. Lì hanno trovato Rocco Leone e poi tutti assieme sono partiti su due fuoristrada del PAM verso Bukavu, all’estremità meridionale del lago Kivu.

Hanno passato la notte a Minova e la mattina successiva hanno ripreso il viaggio per Bukavu dove sono arrivati la sera. La strada con un asfalto approssimativo è pessima piena di buche e avvallamenti e la velocità che si può tenere è molto bassa. Il viaggio è un incubo.

Il gruppo a Bukavu è stato ospitato dal missionario Giovanni Magnaguagno, che è anche rappresentante consolare italiano nel sud Kivu.

Mustapha Milambo, autista del PAM

Domenica mattina sono rientrati a Goma, questa volta però con il motoscafo messo a disposizione dell’ambasciatore Attanasio dal console belga a Goma, Robert Levy. Poche ore di navigazione e poi tutti sono andati prima al ristorante italiano Mediterraneo e poi a dormire al Kivu Lodge, hotel sulle rive del lago che prima aveva un nome italiano: Stella Mattutina.

La mattina di lunedì 22 febbraio i due italiani, accompagnati dal viceresponsabile del PAM, Rocco Leone, e dai loro autisti, tra cui Mustapha Milango, hanno trovato la morte sulla strada per Rutshuru.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Uganda: arresti, omicidi, sparizioni prima, durante e dopo le elezioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 giugno 2021

Già durante la campagna elettorale sono stati arrestati arbitrariamente membri e supporter dei partiti dell’opposizione. Molti di loro sono ancora dietro le sbarre, senza alcun processo. La denuncia è stata fatta da Amnesty international proprio il giorno delle celebrazioni per il nuovo insediamento di Yoweri Museveni. Ma ora le accuse sono state rafforzate dal maggiore oppositore del neo rieletto presidente.

Il 12 maggio scorso il 76enne presidente ugandese, Yoweri Museveni, al potere dal lontano 1986, ha prestato giuramento per il suo sesto mandato.

Le elezioni si sono svolte il 14 gennaio e, secondo la Commissione elettorale il presidente uscente si é aggiudicato il 58,64 per cento delle preferenze, mentre il maggiore leader dell’opposizione, il cantante Bobi Wine, al secolo Kyagulanyi Ssentamu, ha raccolto solamente il 34,83 per cento dei consensi.

I risultati elettorali erano stati fortemente contestati dall’opposizione e Bobi Wine, già all’indomani del voto, aveva denunciato brogli.

Il direttore regionale di Amnesty, responsabile per l’Africa dell’est e australe, Deprose Muchena, aveva specificato che molti tra gli arrestati hanno denunciato maltrattamenti e torture. Altri sono detenuti in totale isolamento, altri ancora, sono stati portati davanti a tribunali militari, malgrado siano civili. Situazioni che calpestano le leggi internazionali sui diritti umani, cui anche l’Uganda è firmataria.

Insomma l’organizzazione accusa le forze dell’ordine ugandesi di omicidi extragiudiziali, pestaggi, sparizioni, detenzioni arbitrarie e violazioni dei diritti umani prima, durante e anche dopo le elezioni.

 

Bobi Wine, candidato alle presidenziali

Pochi giorni prima del giuramento di Museveni, la polizia ha arrestato un centinaio di attivisti, sospettati di voler interrompere la cerimonia. Alcuni sono stati poi rilasciati, altri sono stati portati in tribunale, mentre altri ancora sono tutt’ora in galera. Basti pensare che lo stesso Wine è stato piantonato in casa per diversi mesi e anche ora, che è libero di muoversi, è costantemente seguito dagli agenti.

Operazioni di polizia hanno portato all’arresto di giovani militanti in tutto il Paese. E Luke Owoyesigire, vice-portavoce della polizia metropolitana di Kampala ha detto che gli agenti continueranno a svolgere il loro lavoro. Non appena abbiamo sentore di sabotaggi, fermiamo le persone coinvolte. “Coloro che non sono direttamente responsabili, li lasciamo andare, mentre agli altri proponiamo di collaborare con il governo”, ha aggiunto Owoyesigire.

Molti familiari non hanno più notizie dei propri cari da mesi e hanno riferito che chi è sospettato non può comunicare con i congiunti e i propri avvocati, non ha nemmeno diritto a ricevere cure mediche.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda

L’esercito ugandese ha negato la responsabilità di qualsiasi abuso e anche Museveni ha difeso i suoi uomini, dicendo che nessuno è implicato in questa storia di detenzioni arbitrarie. Eppure il presidente ha ammesso che i servizi di sicurezza hanno trattenuto un duecento persone, perchè coinvolte in “schemi criminali, gestite dall’opposizione, istigati da parassiti locali e finanziati da stranieri”.

Le evidenti e crescenti prove di abusi sistematici dei diritti umani nel Paese, hanno irritato Washington e altri Paesi. All’inizio del mese Antony Blinken, segretatio di Stato USA, ha annunciato restrizioni di visto per i responsabili. Basti pensare che l’ambasciatrice USA, accreditata a Kampala, Natalie E. Brown, a gennaio non ha potuto incontrare Bobi Wine. Una volta arrivata davanti al cancello della sua abitazione, la donna è stata bloccata dalle forze di sicurezza che le hanno intimato di andarsene. Allora le autorità ugandesi avevano accusato gli Stati Uniti di interferenze post elettorali.

Va precisato che dal suo arrivo a Kampala, la Brown ha criticato più volte il comportamento del potere nei confronti degli avversari politici durante la campagna elettorale e non ha nemmeno apprezzato gli arresti domiciliari ai quali era sottoposto Wine in quel periodo.

L’Uganda è destinataria di aiuti finanziari importanti; solo Washington versa ogni anno un miliardo di dollari, mentre la Gran Bretagna 174.500 milioni di euro e anche altri Stati occidentali supportano l’economia del Paese.

Pochi giorni fa il presidente ha preso nuove misure restrittive, volte a contenere i contagi da Covid-19: scuole chiuse per sei settimane, vietati gli spostamenti da un distretto all’altro, salvo le vetture per  soccorsi, turismo e quelli commerciali; coprifuoco dalle 21.00 alle 05.30, sospesi assembramenti, tranne quelli per funerali o matrimoni. I negozi possono rimanere aperti, ma devono rispettare le misure di sicurezza. Nelle ultime due settimane l’Uganda ha visto una crescita esponenziale dei contagi: e nelle terapie intensive i posti sono esauriti. Le vaccinazioni procedono a rilento. Finora 750mila persone hanno ricevuto una sola dose, mentre 35mila hanno fatto anche il richiamo. Niente, per un Paese che conta 45 milioni di abitanti.

Lunedì l’ “Entebbe Referral Hospital” ha bloccato i ricoveri a causa della pandemia. “Per il momento, ha detto il direttore sanitario, Moses Muwanga, restano aperti gli ambulatori. Dobbiamo riorganizzare i reparti per poter accogliere un maggior numero di pazienti affetti da coronavirus e contemporaneamente proteggere gli altri ricoverati, specie la madri nel reparto di ostetricia”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Violenze pre elettorali in Uganda: arrestato e torturato deputato ma il presidente nega

Violenze pre elettorali in Uganda: arrestato e torturato deputato ma il presidente nega

A difesa della Total contro jihadisti arrivano nel nord Mozambico i soldati ruandesi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 giugno 2021

Il rapimento del giornalista ruandese Cassien Ntamuhanga potrebbe essere il sigillo dell’accordo tra il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, e l’omologo ruandese, Paul Kagame. Il patto che conferma i militari ruandesi a Cabo Delgado contro i jihadisti di Al Sunnah wa-Jammà, affiliati allo Stato islamico dell’Africa centrale (ISCAP).

Ntamuhanga, secondo il Centro per la democrazia e sviluppo (CDD) è stato consegnato alle autorità ruandesi, dopo essere stato rapito dalla polizia mozambicana. Tutto fatto fuori dalla legalità.

militari ruandesi Nyusi e Kagame
Da sinistra: Filipe Nyusi, presidente del Mozambico. e Paul Kagame, presidente del Ruanda

Ntamuhanga rapito e consegnato ai ruandesi?

“Abbiamo informazioni che Cassien Ntamuhanga è stato consegnato dalle autorità mozambicane all’ambasciata del Ruanda a Maputo” – ha dichiarato a RFI Adriano Nuvunga, direttore del CDD -. “È stato portato alla 18a stazione di polizia di Inhaca, dove non si trova più. Stiamo facendo delle indagini per accertarlo. Questo sarebbe illegale”. Dopo il sequestro del giornalista ruandese, la polizia mozambicana (PRM) e il Servizio nazionale di investigazione criminale (Sernic) ne avevano smentito arresto, scomparsa o rapimento.

Meglio i militari ruandesi che quelli sudafricani

È il risultato della triangolazione Parigi-Kigali-Maputo nel mese di maggio tra Nyusi e Kagame con la mediazione del presidente francese Emmanuel Macron. Secondo l’analista britannico Joseph Hanlon, per il presidente mozambicano, le truppe ruandesi sono preferibili ai soldati sudafricani.

Non dimentichiamo che Maputo ha rifiutato la condivisione dei file sulla sicurezza a Cabo Delgado con Pretoria. I militari ruandesi vanno bene anche alla Francia e a Total che devono difendere un investimento da 20 mld di dollari. I militari ruandesi sono ben addestrati ed esperti in teatri internazionali africani e molto più efficaci dell’esercito o della polizia del Mozambico.

Nyusi non vuole un sostegno imposto

Il leader mozambicano, nella visita a Kigali, il 28 maggio, si è detto favorevole al sostegno del Ruanda contro il terrorismo a Cabo Delgado. Scrive il quotidiano ruandese The New Times: “Abbiamo mandato il messaggio a nostro fratello Paul Kagame che siamo aperti al suo sostegno – ha detto Filipe Nyusi – . Ma non vorremmo che il sostegno fosse imposto ai mozambicani” .

militari ruandesi
Militare ruandese in Centrafrica

Per il Mozambico l’opzione Ruanda pare sia la migliore, come lo è soprattutto per la Francia e per Total. Ma molti osservatori non sono sicuri che possa risolvere il problema sociale della popolazione di Cabo Delgado. Un’area dimenticata dal governo centrale dove gli attacchi jihadisti hanno prodotto tra 2.500 e 3.000 morti e tra 800 mila e un milione di sfollati.

Accordo Maputo-Kigali pericoloso per rifugiati ruandesi

Ma per i rifugiati politici ruandesi di Maputo, nemici di Kagame, l’intervento militare del Ruanda nel nord del Mozambico può essere un pericolo mortale. In molti sospettano che il rapimento e la consegna di Cassien Ntamuhanga all’ambasciata del Ruanda a Maputo sia solo l’inizio del peggiore degli incubi. Questo scavalcando tutti gli accordi internazionali a protezione dei rifugiati.

Sandro Pintus
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Mistero su giornalista oppositore ruandese rapito in Mozambico

Ruanda: muore in prigione in circostanze sospette stella del gospel

Ruanda, il dilemma di Kagame a 25 anni dal genocidio: crescita o democrazia?

Ruanda, il dilemma di Kagame a 25 anni dal genocidio: crescita o democrazia?

Libia, il grande affare per l’Italia che non si cura del rispetto dei diritti umani

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Giugno 2021

“L’Italia rimane al fianco della Libia e sostiene il Paese in questa transizione complessa”. Queste parole del presidente Draghi danno il senso della visita romana del premier libico

Roma sta cercando di accreditarsi come partner privilegiato di Tripoli. Il governo Draghi si propone quale protagonista della ricostruzione dell’ex colonia. Nei giorni scorsi il primo ministro libico è volato a Roma, con una delegazione di ben sette ministri, per partecipare al Business Forum indetto dal Ministero per gli Affari Esteri “La nuova Libia si presenta alle imprese italiane”, con la presenza di alcune delle più importanti società, che intendono fare affari con Tripoli, fra cui ENI, Fincantieri e Leonardo, fra le principali industrie della difesa.

Il premier libico, Abdellhamid Deibah. a sinistra, e il presidente del Consiglio, Mario Draghi, a destra

A testimonianza degli sforzi di Roma per recuperare terreno nei confronti della Turchia e di altri Paesi, il 28 maggio, Di Maio è volato a Tripoli per discutere con Abdellhamid Deibah del contrasto all’immigrazione e del ruolo delle imprese italiane nella ricostruzione della Libia. Da evidenziare che pur in piena pandemia l’interscambio con il Paese africano nel 2020, ha rappresentato un valore di 2,5 miliardi di euro e l’Italia è il principale partner economico.

Il premier libico ha chiesto l’aiuto italiano per ricostruire ospedali, scuole e le infrastrutture petrolifere. Il Libia vuole tornare ad estrarre 3-4 milioni di barili giornalieri. Draghi ha subito accolto la richiesta, “l’Italia si impegnerà nella costruzione di ospedali, nell’invio di personale sanitario e anche nel ricevere e curare varie decine di bambini malati di cancro.” Il Presidente del Consiglio ha fatto presente la possibilità di avviare una collaborazione anche nelle energie rinnovabili; nonché la riapertura della strada costiera che attraversa la Libia da ovest a est. Interventi che, tuttavia, potranno essere realizzati solo se ci saranno le condizioni di sicurezza e se verranno ritirati i mercenari stranieri, presenti a migliaia.

Sul capitolo più spinoso, quello dei migranti, Draghi ha chiesto maggiori controlli alle frontiere meridionali della Libia, non a caso l’Italia sta realizzando una base militare in Niger, la seconda in Africa dopo quella a Gibuti, per il contrasto all’immigrazione clandestina e per la lotta al terrorismo. Il Niger, infatti costituisce un’ importante porta di ingresso dei migranti diretti verso il Mediterraneo. “L’Italia – ha affermato Draghi – intende continuare a finanziare i rimpatri volontari assistiti e le evacuazioni umanitarie dalla Libia. Ritengo che sia un dovere morale, ma credo che sia anche nell’interesse della Libia assicurare il pieno rispetto dei diritti dei rifugiati e dei migranti”.

Il Premier libico ha anche incontrato il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, che ha specificato: “La collaborazione tra Italia e Libia ha un’importanza strategica per entrambi i nostri Paesi in quanto condividono gran parte le minacce che emergono dallo scenario geopolitico relativo all’area del Mediterraneo” . Guefini ha confermato, quindi, l’intenzione  di portare avanti gli impegni assunti in ogni campo e di costruire con le forze armate libiche relazioni privilegiate, improntate alla massima trasparenza e alla convinta volontà di lavorare assieme per la stabilità e la sicurezza.

L’obiettivo prioritario vede dunque l’Italia protagonista anche sul versante marittimo: “Siamo tra i principali fautori del lancio dell’operazione IRINI, che sta contribuendo alla applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, con risultati che recentemente sono stati riconosciuti dalle Nazioni Unite”, ha affermato Guerini, e auspicando di poter a breve “riprendere l’addestramento della guardia costiera che ha una funzione essenziale per la salvaguardia della vita in mare ed il controllo delle acque libiche.”

Ma la realtà è ben diversa, la guardia costiera ha riportato migliaia di migranti naufraghi nei lager libici e sottoposti a ogni tipo di brutalità; del resto nel Paese nord-africano i diritti umani non sono rispettati. L’Italia ha delegato per tanto il “lavoro sporco” ai libici, per cui il richiamo al rispetto delle libertà fondamentali sembra privo di significato.

Migranti in Libia

“Dal 2020, si legge in un comunicato del ministero della Difesa italiano, la collaborazione bilaterale nel campo della difesa ha compiuto un significativo passo in avanti con la definizione di un piano di cooperazione che abbraccia vari settori, per i quali il ministro Guerini ha confermato la volontà di rafforzare ulteriormente la collaborazione in tempi brevi: dalla formazione, attraverso la frequenza da parte di personale libico di corsi in Italia e in Libia, alle attività di sminamento umanitario, che vedono l’Italia addestrare e accompagnare il personale del Paese nord-africano impegnato nelle operazioni di sminamento nei quartieri periferici di Tripoli, alla collaborazione con la marina libica nello sviluppo della sorveglianza marittima e nello scambio di informazioni, anche nell’ottica di prevenire possibili incidenti in mare, alla sanità militare.”

Ancora una volta l’Italia, ossessionata dall'”invasione di migranti” rafforza la cooperazione militare con un Paese, la Libia, che non rispetta i diritti umani e che si trova in stato di tensione, visto che è in vigore un fragile cessate il fuoco.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Islamisti in Nigeria: “Abbiamo ucciso il leader dei Boko Haram su ordine dell’ISIS

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 giugno 2021

“Abbiamo catturato Abubakar Shekau, il leader di Boko Haram, su ordine dell’ISIS e lui si suicidato  il 19 maggio scorso”, ha rivendicato  il capo di dell’Islamic State West Africa Province (ISWAP), Abu Musab Albarnawi, al secolo Habib Yusuf, in un messaggio vocale in lingua hausa.

Ahmad Salkida, giornalista nigeriano ben informato sui fatti della ex colonia britannica, in particolare sui terroristi, in un suo articolo per il giornale online HumAngle, ha rivelato di aver potuto ascoltare l’intera registrazione, nella quale Shekau viene descritto come leader disobbediente e corrotto.

Il leader di Boko Haram Aboubakar Shekau

E Salkida prosegue, citando le parole di Abu Musab Albarnawi: “E’ stato catturato nella maniera più umiliante. Era uno che ha commesso atti di terrorismo inimmaginabili. Quante persone ha distrutto, quante ne ha ucciso, quante ne ha terrorizzate? Ma Allah lo ha lasciato solo. Quando è arrivato il suo momento, Allah ha inviato soldati coraggiosi, che hanno ricevuto ordini precisi da Amirul Muminin (letteralmente tradotto capo dei fedeli).”

ISWAP, una fazione rivale di Boko Haram, si è staccata dallo storico raggruppamento nel 2016 proprio  perché  in disaccordo con Shekau per l’eccesiva violenza, in particolare nei confronti dei musulmani nelle aree sotto il suo controllo.
E proprio per questo motivo ISWAP ha ricevuto l’ordine da ISIS di entrare in azione. I fatti si sono poi svolti come Africa ExPress ha già spiegato in un suo articolo.

Il leader di Boko Haram, una volta catturato nella sua roccaforte, la foresta di Sambisa, pur di non arrendersi, si è suicidato, facendo esplodere la casa dove si trovava.

Foresta di Sambisa, roccaforte di Boko Haram

Nella sua registrazione Abu Musab ha precisato che allo stato attuale la situazione non è ancora sotto il totale controllo di ISWAP, in quanto centinaia di combattenti seguaci di Shekau della fazione Bakura non sono passati dalla loro parte.

Questo raggruppamento è per lo più composto da miliziani di etnia Buduma (Ciad, Camerun e Niger, che abitano in molte delle isole del Lago Ciad). La fazione è soprattutto attiva sulle sponde del Lago Ciad, in particolare dalla parte del Niger, nella regione di Diffa.

E’ comunque significativo, come hanno fatto notare molti esperti e osservatori, che non siano state le forze armate nigeriane ad essere riuscite a uccidere l’uomo più pericoloso e più ricercato in tutto il Paese. E’ altrettanto rilevante, se non di più, che l’esercito nigeriano sembra non essere in grado trarre profitto dalla morte dell’uomo che è stato il suo nemico numero uno negli ultimi dieci anni.

Abubakar Shekau nasce a Shekau, un villaggio dello Yobe State. Negli anni Novanta si trasferisce a Maiduguri, capoluogo del Borno State per studiare teologia e religioni locali; in questa città incontra Ustaz Mohammed Yusuf, una guida spirituale e fondatore nel 2002 di Boko Haram che tradotto dalla lingua hausa significa: “l’educazione occidentale è peccato”. Ben presto il giovane diventa il braccio destro di Yusuf, nonchè il suo più stretto e fedele collaboratore; iniziano i primi attentati a basi militari e posti di polizia. Nel 2009 le forze dell’ordine nigeriane attaccano una delle basi della setta: catturano e uccidono il fondatore e altri 700 adepti. In un primo momento anche il braccio destro viene dato per morto, ma qualche mese dopo appare in un video e fa sapere al mondo di essere il nuovo capo di Boko Haram.

Dalla salita al potere di Shekau nel 2009 a oggi si stima che siano state uccise oltre 36mila persone e, secondo l’ultimo rapporto dell’UNHCR, più di 3.2 milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case, 2,9 milioni tra questi sono sfollati.

Cornelia Isabel Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Mistero sul leader dei Boko Haram in Nigeria: ucciso o ferito da un gruppo rivale

I Boko Haram nigeriani scendono in Libia per dar manforte ai miliziani dell’ISIS

Nigeria: si intensifica il terrorismo nonostante tutte le promesse fatte da Buhari

 

L’Italia vende minisommergibili al Qatar: per destabilizzare ancor più il Golfo

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Giugno 2021

Due minisommergibili per la Marina da guerra del Qatar per le attività di vigilanza ed attacco navale nel Golfo Persico. E’ l’ultimo affare del complesso militare-industriale italiano con le forze armate del petro-emirato arabo, potente partner strategico dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America. “Dall’analisi delle autorizzazioni governative all’export di armi made in Italy si evince che nel 2019 l’azienda M23 Srl si è aggiudicata la licenza per 2 midget submarines del valore di 190 milioni di euro: sono mini-sommergibili che potrebbero essere impiegati anche per incursioni e attacchi alle navi mercantili e alle petroliere”, denuncia Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Pace e Disarmo.

La società M23 Srl con sede centrale a Ciserano (Bergamo) è una new entry dell’inossidabile mercato bellico: operativa dal giugno 2018, ha come oggetto sociale la “progettazione, costruzione e vendita di veicoli subacquei ed in particolare di sottomarini, apparati di propulsione e scafi”. M23 ha una ventina di dipendenti ed è finanziariamente legata ad altre due aziende con sede legale a Bergamo, la SPH Srl (società di consulting industriale) e la GSE Trieste Srl (settore cantieristico navale).

M23 sottomarino

Presidente di M23 è Bruno Peracchi, direttori generali Guido Santi, Carlo Gelfo e Toufic Abi Fadel, quest’ultimo ex manager della Qatar Development Bank e della Qatar First Bank LLC, oggi a capo dell’ufficio legale di Barzan Holdings, la cassaforte finanziaria da cui il ministero della Difesa del Qatar attinge i finanziamenti per la ricerca, lo sviluppo, la produzione e la compravendita di nuovi sistemi d’arma e per rafforzare le capacità militari delle forze armate nazionali. Per la cronaca, il 24 gennaio 2020 l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono e il presidente di Barzan Holding Nasser Al Naimi hanno sottoscritto un accordo di cooperazione in vista della progettazione e costruzione di nuove infrastrutture ed imbarcazioni della Marina militare dell’emirato e della fornitura di unità da guerra di superficie e sottomarini da realizzare negli stabilimenti del Muggiano, La Spezia.

La presenza nel board di M23 Srl del qatarino Toufic Abi Fadel è consequenziale all’investimento nell’azienda bergamasca da parte della Al Shamal 3 LLC, società registrata presso la Camera di commercio dell’emirato il 2 aprile 2019, con capitale sociale di appena 100.0000 qatari real (circa 22.500 euro) e sede presso gli uffici di Doha della nota holding internazionale di consulenza aziendale PricewaterhouseCoopers. Contestualmente all’ingresso di Al Shamal 3 LLC nella società bergamasca si è realizzato pure il trasferimento del ramo d’azienda relativo alla progettazione e costruzione di minisommergibili dalla GSE Trieste ad M23. Ambedue le operazioni sono state autorizzate “con prescrizioni” dal Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2020, nell’esercizio dei poteri speciali previsti dal cosiddetto golden power con i quali l’esecutivo detta specifiche condizioni all’acquisito di partecipazioni in società strategiche per il Paese (settore della difesa e della sicurezza, energia,  trasporti, comunicazioni, ecc.). A presentare il decreto in Consiglio, l’allora  Presidente Giuseppe Conte e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, ancora oggi in carica.

Nel caso specifico della commessa al Qatar, i cantieri della M23 Srl si starebbero occupando della realizzazione di due “sommergibile tascabili”, le cui caratteristiche tecniche sono top secret. Ad oggi si conosce solo il codice con cui sono stati classificati (Midget autonomus submarine P/N M232017023); presumibilmente si tratta di unità lunghe 23 metri, adatte a contenere un equipaggio estremamente ridotto di 2-3 persone.

L’analista militare H.I. Sutton, fondatore del sito specializzato Covert Shores, ha dedicato ai due minisommergibili made in Italy un lungo articolo dal titolo “Italy’s Secretive Submarine Deal With Qatar: New Intelligence”. Sutton ritiene che le due unità destinate al “programma di modernizzazione e potenziamento della flotta del Qatar” corrispondano al modello raffigurato in una slide proiettata nel corso di un’audizione della Commissione Difesa della Camera dei deputati sui sistemi di difesa e ricerca tecnologica, tenutasi lo scorso 17 maggio (l’audizione è visibile in https://webtv.camera.it/evento/18152).

A presentare le slide è stato il presidente e amministratore delegato della C.A.B.I. Cattaneo S.p.A, Alberto Villa, che ha riferito in particolare l’avvio di una collaborazione con una società terza per la realizzazione di “due sottomarini nani, costruiti per un cliente straniero”. “L’aspetto del sommergibile, con scafo levigato, idrovolanti a spalla e niente vela sembra confermare ciò che gli osservatori sospettano, cioè che si tratti del modello realizzato da M23 Srl”, scrive H.I. Sutton. “Quest’ultima è una società spin-off del comparto militare che, con i cantieri navali GSE Trieste, costruttori di sottomarini, condivide uno stabilimento a Ciserano, Bergamo a un centinaio di chilometri di distanza dall’hub industriale di Milano dove ha sede la  C.A.B.I. Cattaneo. Il sottomarino che compare nella presentazione dell’amministratore delegato di C.A.B.I. somiglia tantissimo all’unica linea di GSE Trieste, progettata nel 2017”.

Stando ancora all’analista militare, i due minisommergibili destinati al Qatar saranno armati ognuno con due siluri e avranno “una notevole capacità operativa per le Forze speciali”. “La GSE Triste sta per Giunio Santi Engineering, in ricordo del suo omonimo fondatore, ingegnere navale”, aggiunge Sutton. “In passato la GSE Srl era denominata Maritalia. La storia dei progetti dell’ingegnere Santi è ricca di ingenuità. Negli anni ’80 egli stava realizzando un sistema di propulsione per mini-sottomarini sotto il marchio di Maritalia. Il più conosciuto di questi sub era il 3GST9, lungo appena 9.5 metri e molto simile all’aspetto di un pesce, il quale catturò l’attenzione generale come possibile mezzo di trasporto per le forze speciali. Nel 2000 la società di Giulio Santi prese il nome di GSE Trieste è si dedicò prioritariamente alla costruzione di mini-sub di lusso per clienti privati, anche se è stato progettato un modello a scopi militari, il Button 5.60 Dry Combat Submersible che fu testato dalla US Navy”.

Molto più nota è invece la storia industriale-militare della C.A.B.I. Cattaneo di Milano, una delle principali società produttrici al mondo di veicoli subacquei, motori navali e attrezzature pesanti per il trasporto dei team delle forze speciali. Tra i sistemi bellici prodotti dall’azienda lombarda compaiono tra gli altri pure i MAS (motoscafi armati siluranti) utilizzati dalla Regia Marina durante la prima guerra mondiale e i cosiddetti “maiali” impiegati dalle unità speciali d’assalto comandate da Julio Valerio Borghese nel corso della seconda guerra mondiale.

Con i nuovi mini-sub venduti dall’Italia, il Qatar diventa il primo Stato arabo del Golfo Persico e il primo membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo a disporre di una componente subacquea convenzionale. Un elemento che contribuirà a ipermilitarizzare e destabilizzare ulteriormente l’intera area mediorientale.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Photocredit: Naval News

Italia e Qatar ancora più legati: ora c’è anche l’addestramento alla cyber war

Italia e Qatar ancora più legati: ora c’è anche l’addestramento alla cyber war

Marco Zennaro e l’intricata vicenda che lo tiene in carcere in Sudan

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
4 giugno 2121

Assume contorni surreali la vicenda di Marco Zennaro, l’imprenditore veneto trattenuto da oltre due mesi in una cella di sicurezza della polizia di Khartoum, in Sudan, perché avrebbe messo in atto una truffa ai danni di due società locali. Spunta una terza denuncia che lo tiene ancora inchiodato in carcere. Una storia piuttosto complicata.

Zennaro da anni va avanti e indietro con il Sudan e fa affari. Vende materiale elettrico e ha rifornito soprattutto l’ENEL locale, la NEC (National Electricity Corporation, che ora ha cambiato nome e si chiama SEDEC, Sudanese Electricity Distribution Company). Viaggia spesso con il padre con cui però a un certo punto litiga, tanto da interrompere ogni rapporto interpersonale.

Alcuni mesi fa firma con la società Gelabi & Sons un contratto per una fornitura di trasformatori per il valore di 1.156.000 euro. Quando il materiale arriva a Khartoum i tecnici locali denunciano che non risponde alle specifiche indicate nell’ordine. La fattura è stata pagata e i sudanesi chiedono la restituzione di quanto versato.

Comincia un contenzioso. Secondo la ricostruzione di Africa ExPress, Zennaro conferma la bontà di quanto da lui spedito in Sudan e sostiene che addirittura le qualità sono molto migliori di quelle richieste dai sudanesi.

Marco Zennaro, imprenditore veneto imprigionato in Sudan

Per un po’ di giorni la disputa va avanti con i sudanesi che gli fanno sapere che non intendono accettare una fornitura che ritengono scadente e comunque non conforme alle specifiche pattuite. Ribadiscono che vogliono indietro i soldi versati. In Sudan non è facile trovare la valuta “pesante” necessaria per portare a termine operazioni commerciali di questo genere con l’estero.

La Gelabi & Sons, per racimolare il denaro necessario, ha chiesto prestiti a compagnie private, la quali a loro volta reclamano il denaro. La Gelabi & Sons si trova quindi in serie difficoltà. Se a sua volta non piazza i trasformatori inadeguati alla NEC (ma non può farlo perché le specifiche sono diverse da quelle richieste), non può onorare i suoi debiti con i creditori.

Una ghiotta occasione

Poiché la situazione non si sblocca i suoi dirigenti fanno a Zennaro una proposta “Vieni a Khartoum che risolviamo la questione. Meglio: concludiamo l’affare e poi per te c’è un altro ordine che vale due o tre volte il primo. Finalizzeremo anche questo secondo”.

L’occasione è ghiotta e Zennaro non intende lasciarsela sfuggire di mano. Così il 1° aprile vola in Sudan e comincia una serrata trattativa sia con la Gelabi & Sons sia con i suoi creditori. Raggiunge un mezzo accordo con la società, cui restituisce 400 mila euro, ma non soddisfa per niente i creditori, che lo denunciano alla polizia.

Quando sta per ripartire, all’aeroporto viene arrestato e portato alla stazione di pubblica sicurezza di Khartoum Nord, uno dei tre abitati in cui è divisa la capitale sudanese.  Passare anche pochi giorni in una cella sudanese non è piacevole per nessuno, ma diventa un’occasione per riappacificarsi con un padre con cui non si va d’accordo.

Così Marco telefona a papà Cristiano che il 3 maggio si precipita dal figlio. Scende all’Hotel Acropol il cui proprietario, George Pagulatos – un signore greco che vive da decine d’anni a Khartoum, parla perfettamente italiano, conosce a menadito il Sudan e i suoi usi e costumi ed è amico di Africa ExPress –  lo accoglie con grande attenzione e affetto.

Un albergatore attento

I funzionari dell’ambasciata italiana, e in particolare l’ambasciatore Gianluigi Vassallo, si danno da fare per farlo uscire da quella cella e ci riescono. Il 30 maggio Zennaro non fa in tempo a mettere un piede fuori dalla stazione di polizia che però viene nuovamente arrestato, questa volta dagli agenti della caserma di Khartoum Centro.

Eseguono un mandato di cattura per  una denuncia della Sheikh Eldin brothers, un’altra società che lamenta di aver pagato una commessa di trasformatori per 700 mila euro, ma di aver ricevuto a Khartoum, anche in questo caso, un materiale inutilizzabile perché non rispecchia le specifiche richieste nell’ordine.

Arriva l’inviato della Farnesina

Per risolvere la questione e dipanare l’intricata matassa la Farnesina da Roma manda un funzionario di alto grado, il direttore della divisione per gli italiani all’estero, Luigi Vignali che viene ricevuto anche dalla ministra degli Esteri, Mariam Sadiq Al Mahdi, che però lo informa di una terza causa pendente contro Zennaro intentata dalla Sheikh Eldin brothers.

Il 2 giugno i funzionari dell’ambasciata riescono a far trasferire Marco Zennaro, dalla cella della stazione di polizia di Khartoum centro al carcere di Omdurman (il terzo agglomerato della capitale sudanese).

Africa Express ha tentato di parlare con Marco Zennaro, con il padre Cristiano raggiungendoli al telefono cellulare in Sudan, e con il ministro Luigi Vignali. Nessuno di loro ha voluto rilasciare dichiarazioni.

Purtroppo sembra che i due Zennaro, figlio e padre, nonostante dovrebbero conoscere il Sudan approfonditamente, sbagliano a litigare con tutti e, soprattutto a millantare un credito che non hanno. Secondo fonti sudanesi contattate da Africa ExPress, padre e figlio avrebbero assicurato di stare tranquilli, che l’Italia è pronta a pagare i danni provocati alle due società in cambio di  un salvacondotto che gli permetta di lasciare l Paese.

La cosa non è stata gradita dalle autorità italiane che pure stanno facendo di tutto per tirare fuori di galera Zennaro. Gli inquirenti del Paese africano stanno valutando se sia il caso di trasferire l’italiano agli arresti domiciliari in attesa che le vicenda si concluda. Come? “Restituendo il denaro che ci ha fraudolentemente sottratto”, insistono a Khartoum.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Mali: Parigi sospende tutte le attività militari congiunte nella lotta al terrorismo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Toelgyes
3 giugno 2021

La Francia ha sospeso momentaneamente le attività militari congiunte con il Mali. La notizia è stata resa nota ieri dal ministero della Difesa francese e la decisione è strettamente legata al golpe del 24 maggio e alle trasformazioni politiche che ne sono conseguite. Parigi non ha ancora chiuso tutte le porte; infatti il governo di Macron si riserva la possibilità di rivalutare la situazione nei prossimi giorni.

Domenica scorsa la CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), durante un summit straordinario che si è svolto a Accra, la capitale del Ghana, ha sospeso il Mali da tutte le funzioni all’interno dell’istituzione economica, in risposta al doppio golpe e hanno chiesto al neo presidente, Assimi Goïta, l’uomo forte del Mali, di nominare quanto prima un primo ministro civile.

Militari francesi dell’Operazione Barkhane nel Sahel

Dopo la CEDEAO, anche l’Unione Africana ha adottato le stesse misure. Per ora non sono state prese decisioni di sanzioni nei confronti dei nuovi leader del Paese, in attesa che venga nominato il nuovo premier. “I militari devono tornare nelle caserme”, hanno detto in molti, parole già ripetute dopo il primo putch dell’agosto scorso.

Secondo Parigi, le due istituzioni africane hanno già stabilito regole chiare per quanto concerne Bamako, e ora spetta alle autorità del Paese a rispondere prontamente. E nell’attesa, la Francia ha deciso di sospendere provvisoriamente le attività militari congiunte e altresì le missioni di consulenza nazionale a loro beneficio. “Rivaluteremo le nostre decisioni in base alle risposte delle autorità maliane”.

Emmanuel Macron, presidente della Francia

E’ evidente che con queste dichiarazioni il governo francese esige e pretende una transizione inclusiva, che dovrà concludersi entro 9 mesi. Parigi ha detto chiaramente che non resterà nel Paese qualora l’islamismo dovesse prevalere sulla democrazia e vuole assolutamente che il Mali mantenga i suoi principi repubblicani.

Secondo informazioni e opinioni raccolte da Serge Daniel – giornalista beninois molto ben informato, da anni residente nella ex colonia francese – le autorità di Bamako cercheranno di adoperarsi e di fare il possibile affinché le misure cautelative di sospensione vengano tolte.

Emmanuel Macron aveva spiegato durante un’intervista a Journal du Dimanche che l’esercito francese non può combattere il terrorismo da solo nel Sahel. La presenza degli uomini d’oltralpe è legata a istituzioni stabili e legittime.

Il presidente Bah N’Daw e il primo ministro Moctar Ouane hanno rassegnato le dimissioni dieci giorni fa, due giorni dopo il loro arresto. Goïta li aveva rimossi dai loro incarichi lo scorso 24 maggio, perchè avevano formato un nuovo governo senza consultarsi con lui, che allora copriva l’incarico di vice-presidente. Solo qualche giorno dopo il putch, la Corte costituzionale ha conferito al colonello la carica di presidente e Capo dello Stato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Colpo di Stato militare in Mali: arrestati il presidente Keita e il primo ministro Cissé

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti

Scontri al confine tra Ciad e Centrafrica: chiesto all’ONU di aprire un’inchiesta

Africa ExPress
2 giugno 202

Al confine tra Ciad e Repubblica Centrafricana si è consumato un fine settimana di fuoco nel vero senso della parola. Cosa è successo realmente, è ancora poco chiaro e tutto da ricostruire. Sta di fatto che ci sono stati morti tra le truppe ciadiane e qualcuno vocifera anche tra i mercenari russi che combattono accanto ai soldati di Bangui.

Dopo l’incidente di domenica mattina, i ciadiani sono furiosi e accusano i loro vicini di aggressione, di crimini di guerra. Il governo di Bangui ha cercato di trovare una soluzione politica e per non gettare acqua sul fuoco, Touadéra ha inviato ieri una delegazione a N’Djamena, capeggiata dalla ministra degli Esteri, Sylvie Baïpo Temon, accompagnata dai colleghi della Difesa e Sicurezza. I politici di Bangui sono stati ricevuti dal capo di Stato, nonchè leader del Consiglio militare, Mahamat Idriss Deby, figlio del defunto presidente ciadiano.

Tensione al confine tra Centrafrica e Ciad

La delegazione centrafricana ha presentato le scuse ufficiali alle autorità del Paese confinante. I due Stati hanno chiesto che venga aperta un’inchiesta internazionale, imparziale, indipendente da parte dell’ONU e altri organi regionali.

Alcuni osservatori hanno fatto sapere che in un primo momento le autorità di N’Djamena non hanno voluto ricevere la delegazione di Bangui. Solo grazie all’intervento e alla mediazione di alcuni Stati amici, il governo ciadiano ha accettato di sedersi al tavolo delle trattative.

L’incidente sarebbe accaduto vicino al villaggio di Mbere, nel sud del Ciad, alla frontiera con il CAR. Le truppe centrafricane, secondo il ministro degli Esteri ciadiano, Cherif Mahamat Zene, avrebbero assalito la postazione militare di Sourou, uccidendo un soldato, ferendone cinque e poi ne avrebbero sequestrati altri cinque, che sono poi stati ammazzati a Mbang, località nella parte centrafricana.

In passato Bangui ha spesso incolpato i suoi vicini di appoggiare gruppi ribelli dal Ciad e all’inizio del conflitto
interno, il governo di N’Djamena aveva partecipato alla missione ONU, MINUSMA, con 850 soldati. Le unità ciadiane avevano poi dovuto lasciare il Paese, perché accusate di aver usato la popolazione come scudi umani durante i combattimenti.

Quest’area di confine fa comunque gola a molti per le sue immense ricchezze del sottosuolo. E’ inoltre la roccaforte del raggruppamento armato 3R, uno dei gruppi che costituiscono il CPC (Coalition pour le Changement), coalizione che a gennaio ha cercato di rovesciare il governo di Faustin-Archange Touadéra, rieletto presidente alla fine dello scorso dicembre per un secondo mandato.

Secondo Thierry Vircoulon, coordinatore per l’Africa centrale e australe di IFRI (acronimo francese per: Istituto Francese per le Relazioni Internazionali), la tensione è arrivata alle stelle nell’ultimo fine settimana quando le forze armate di Bangui, con il sostegno dei mercenari Wagner, hanno dato la caccia ai  ribelli. Il governo vuole assolutamente riprendere il controllo di questi territori strategici, attualmente ancora in mano ai gruppi armati.

E RFI (Radio France International) ha citato il Norwegian Center for Global Analyses; in una nota confidenziale del 31 maggio avrebbe spiegato che l’intervento delle forze armate centrafricane potrebbe aver avuto anche un altro obiettivo: riprendere il controllo delle vie della transumanza, attualmente nelle mani del gruppo armato 3R, che impone pedaggi ai pastori seminomadi. La ONG ha sottolineato che la gestione di questi corridoi da parte del governo dipende anche dalla volontà del gruppo Wagner e da quante truppe il governo ruandese è disposto a dispiegare. Secondo un accordo bilaterale di difesa, da metà dicembre 2020 il Ruanda ha inviato altri militari in Centrafrica, oltre a quelli già presenti nel contingente dell’ONU (MINUSMA).

Sempre secondo le analisi delle ONG, un terzo obiettivo di Bangui sarebbe quello di riprendersi le miniere aurifere del nord-ovest, fino a poco tempo fa in mano ai ribelli, che finanziavano le lotta armata anche grazie a queste entrate.

Solo pochi giorni fa il presidente francese Emmanule Macron ha affermato durante un’intervista a Journal du Dimanche (JDD), che i sentimenti anti-francesi, che attualmente prevalgono in Centrafrica, sarebbero opera di strumentalizzazione da parte del gruppo Wagner: “I discorsi anti-francesi permettono di legittimare  una presenza di mercenari predatori russi ai massimi vertici dello Stato, con il presidente che oggi è ostaggio del gruppo Wagner”. Poi Macron ha aggiunto: “Il gruppo Wagner si sta impadronendo delle miniere e del sistema politico”.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Il governo di Bangui non ha replicato, una fonte vicina al Palazzo ha però specificato: “Non trattiamo con il gruppo Wagner, bensì con il ministero della Difesa di Mosca, nell’ambito di un trattato bilaterale trasparente e controllato dal Consiglio di Sicurezza”.

Mentre una fonte diplomatica ha informato che Macron e il suo omologo centrafricano si sarebbero sentiti telefonicamente recentemente. In tale occasione il presidente francese avrebbe comunicato a Touadéra che gli aiuti finanziari per il 2020 non sarebbero stati versati e quelli per il 2021 sospesi.

Africa ExPress
@africexp
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Mistero su giornalista oppositore ruandese rapito in Mozambico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 2 giugno 2021

Cassien Ntamuhanga, giornalista ruandese oppositore verso il suo governo, è stato rapito da otto persone in Mozambico. I suoi rapitori lo hanno portato via dopo essersi identificati come agenti della Polizia mozambicana (PRM).

L’Associazione dei rifugiati ruandesi in Mozambico ha presentato la denuncia della scomparsa di Ntamuhanga all’Alto commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) a Maputo. Cleophas Habiyareme, portavoce dell’associazione, ha fatto importanti dichiarazioni all’agenzia di stampa portoghese Lusa. L’uomo ha riferito che nel gruppo di agenti c’era anche una persona “che parlava la stessa lingua di Ntamuhanga”.

Cassien Ntamuhanga e Paul Kagame
Da sin: Cassien Ntamuhanga, giornalista rapito, e il presidente del Ruanda, Paul Kagame

Ma la PRM ha smentito qualsiasi arresto. Non solo, ha chiarito che non c’è traccia di alcuna denuncia per la scomparsa o il rapimento di uno straniero. Anche il Servizio nazionale di investigazione criminale (Sernic) smentisce con una dichiarazione rilasciata all’agenzia Lusa. “Non c’è traccia di alcuna operazione di detenzione di cittadini ruandesi, né abbiamo registrato alcuna denuncia”,  ha detto il portavoce, Hilario Lole.

È successo lo scorso 23 maggio nell’isola di Inhaca, di fronte alla capitale, Maputo, dove si arriva dopo 2 ore e 40 di traghetto. Da come si sono svolti i fatti pare un vero e proprio sequestro. Cassien era a Inhaca come rifugiato politico e nell’isola aveva aperto un’attività commerciale.

L’arresto e l’evasione dal carcere in Ruanda

Cassien Ntamuhanga, 39 anni, è anche attivista per i diritti umani e nella capitale ruandese, Kigali, era direttore della stazione radio cristiana Amazing Grace. Nel 2015 è stato condannato a 25 anni di prigione per cospirazione contro lo Stato, complicità con il terrorismo e omicidio. Una sentenza contestata dalle organizzazioni per i diritti umani.

Ntamuhanga classifica RSF 2021
Mappa RSF sullla libertà di stampa 2021: Ruanda al 156° posto su 180 Paesi

Nel 2017 è riuscito a evadere dalla prigione e, arrivato in Mozambico, gli è stato concesso asilo come rifugiato politico. Il giornalista ha sempre dichiarato di essere vittima di persecuzione politica come altri cittadini ruandesi critici verso il regime del presidente, Paul Kagame.

RSF: Ruanda 156° nella classifica sulla libertà di stampa

Il Ruanda fa parte dei 21 Paesi africani che Reporters sans Frontieres (RSF) colora in rosso, classificati ”situazione difficile”. Come il Mozambico. Il piccolo Stato centrafricano lo troviamo al 156° della graduatoria del 2021 dei 180 Paesi esaminati. Tra il Kazakistan e l’Uzbekistan.

Una strana coincidenza la sparizione di Ntamuhanga

Nella seconda metà di maggio c’è stata una triangolazione Parigi-Maputo-Kigali riguardo la situazione di Cabo Delgado, nord Mozambico, sotto attacco jihadista dal 2017. Nell’area, a Palma, sede dell’ultimo assedio jihadista,  la multinazionale petrolifera francese Total ha un progetto da 20 mild di USD che ora è fermo,
Da tempo si parla di un possibile intervento militare francese ma anche di un intervento della fanteria ruandese. Alla fine di maggio, a Kigali, sull’argomento ci sono stati colloqui tra Filipe Nyusi, presidente mozambicano, e Paul Kagame, il suo omologo ruandese.

Il Centro per la democrazia e lo sviluppo (CDD) di Maputo twitta che il regime di Kagame può essere coinvolto nel rapimento del giornalista. Ma c’è chi ipotizza un accordo tra Kigali e Maputo per restituire il dissidente al presidente ruandese. “L’estradizione di sospetti tra Ruanda e Mozambico è una questione di diritto o consenso basato su relazioni amichevoli tra i due paesi”,  scrive la BBC. E al momento i rapporti sembrano ottimi.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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