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Rapimento per riscatto? L’ambasciatore in Congo ammazzato deliberatamente

Reuters
GOMA, 26 maggio 2021

Intorno alle 10 del mattino del 22 febbraio, sette uomini, alcuni armati, hanno bloccato una strada del Congo orientale e costretto due auto del Programma Alimentare Mondiale (PAM o in inglese WFP) delle Nazioni Unite a fermarsi. Diversi minuti di pesanti spari hanno allertato un gruppo di ranger che sorvegliavano i lavoratori sul pendio boscoso sovrastante.

Gli aggressori si sono allontanati con i loro prigionieri e hanno camminato su per il pendio dirigendosi verso i ranger, ben noti come i combattenti meglio addestrati del Paese.

Congo-K, Parco nazionale Virunga. A sinistra l’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, a sinistra, la sua guardia del corpo, Vittorio Iacovacci
Vettura sulla quale viaggiava l’ambasciatore italiano ucciso in Congo-K

Quando il gruppo era a circa 100 metri di distanza, i ranger hanno sparato dei colpi di avvertimento, scatenando una schermaglia di tre minuti. Gli aggressori sono fuggiti, lasciando l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, ferito a morte e la sua guardia del corpo senza vita.

Questo racconto del rapimento, corroborato da tre funzionari delle Nazioni Unite e da una fonte giudiziaria italiana – tutti a conoscenza delle indagini sull’attacco – appare in un rapporto sull’incidente dei Ranger del Parco Nazionale di Virunga, di cui Reuters ha preso visione.

Il rapporto, per la prima volta, dipinge un quadro di un atto mal pianificato e maldestramente eseguito, e smentisce l’assunto di alcuni funzionari e media perché Attanasio sembra essere stato l’obiettivo di un’operazione accuratamente orchestrata.

Secondo due delle fonti delle Nazioni Unite vicine alle indagini, gli aggressori non hanno mai mostrato di essere consapevoli dell’identità o dello status diplomatico dell’ambasciatore Attanasio. Il Congo orientale è in preda alla violenza almeno da ultimi decenni. Le varie milizie rivali combattono le truppe governative e si combattono tra loro per il controllo della terra e delle risorse. Tuttavia gli attacchi ai convogli di aiuti sono stati relativamente rari.

Il PAM ha spiegato che l’attività criminale combinata con l’instabilità politica ha avuto un impatto sulla sua capacità di fornire assistenza nel Congo orientale negli ultimi dieci anni.

Si aspetta che tutte le parti rispettino i principi umanitari “che sono centrali per stabilire e mantenere l’accesso degli aiuti alle persone colpite”, ha commentato il WFP in una dichiarazione inviata per e-mail a Reuters.

L’anno scorso nel Congo Orientale sono stati rapiti 42 operatori umanitari un aumento del 35 per cento rispetto al 2019. Ora il Paese è il secondo più pericoloso al mondo per gli operatori umanitari, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per la sicurezza delle ONG. “I rapimenti si possono risolvere con un riscatto che va da un minimo di 100 dollari, fino a diverse migliaia. Penso che questo sia il motivo per cui ora c’è una recrudescenza dei sequestri”, ha detto Pierre Boisselet di KST, un’organizzazione che monitoria i disordini nella regione.

In un’area inondata di armi, la morte di Attanasio sembra essere un’immagine perfetta che mostra come gli operatori umanitari stiano diventando merce di scambio per profitti notevoli, insieme a oro, carbone e stagno. “Data la dimensione del gruppo e il modo in cui è stato effettuato l’attacco, è probabile che il rapimento fosse vero movente e non un attacco deliberato contro l’ambasciatore italiano”, c’è scritto in un rapporto sull’incidente stilato dalla società di valutazione del rischio Intelligence Fusion.

L’aiuto può essere la chiave

Il procuratore militare del Nord Kivu, la provincia dove è avvenuto l’attacco, ha rifiutato di commentare i dettagli di un’indagine in corso. Il governo non ha risposto a una richiesta di commento. I ranger hanno detto che non erano autorizzati a commentare un’indagine in corso. Anche  il ministero degli Esteri italiano ha rifiutato di fornire un aggiornamento sull’omicidio.

L’attacco al  convoglio di aiuti si è verificato in un Paese dove la gente dipende fortemente dal supporto umanitario. Secondo le Nazioni Unite, i conflitti, le malattie, il sottosviluppo e i disastri naturali fanno sì che 5,2 milioni di persone siano sfollate in Congo e che 19,6 milioni abbiano bisogno di assistenza e protezione umanitaria nel 2021.

Intorno alle 09:00 di quella mattina di febbraio, due 4×4 bianche con il marchio del WFP hanno lasciato la capitale regionale Goma sulla strada N2 a nord-est verso Rutshuru, a circa due ore di distanza, trasportando l’ambasciatore, la sua guardia del corpo e cinque membri dello staff del WFP, ha raccontato un dipendente del  WFP.

Secondo una mappatura del Dipartimento per la Sicurezza dell’ONU, il convoglio viaggiava su un’importante arteria e su quella strada non è richiesto alle agenzie dell’ONU l’uso di scorte armate. I veicoli si sono arrampicati sulla collina fuori dalla città, costeggiando le pendici orientali del Monte Nyiragongo e il confine del Parco Nazionale Virunga, dove si sono stabilite diverse milizie rivali.

Dall’invasione del Congo orientale (regione ricca di minerali) da parte dei ribelli sostenuti dal Ruanda nel 1996, la lotta per la terra per le comunità è diventata uno stile di vita. Sono nati almeno 120 gruppi armati che si dividono, si alleano, si riseparano in un mosaico in un mosaico continuo.  L’anno scorso la violenza è aumentata, e i morti ammazzati  da parte di gruppi armati sono aumentati del 142 per cento.

Nel frattempo nel settore di Nyiragongo, l’area dove il convoglio del PAM è stato fermato, secondo i dati raccolti dal Kivu Security Tracker, il numero di persone rapite per riscatto è più che raddoppiato salendo a 28 sequestri nell’ultimo anno.

Secondo Onesphore Sematumba, un ricercatore dell’International Crisis Group, l‘impennata di rapimenti è stata provocata anche dall’aumento del mobile banking utilizzato per pagare rapidamente e facilmente i riscatti: “Prima era molto rischioso – ha spiegato – La gente doveva consegnare i soldi come in un film. Ora mandano semplicemente il denaro all’istante per telefono”.

Nell’erba lunga

Secondo una mappa della zona inclusa nel rapporto dei ranger e secondo due persone che hanno visitato il luogo, gli aggressori hanno organizzato la loro trappola vicino al villaggio di Kibumba, in un avvallamento della strada a circa un chilometro dalla fitta foresta che avrebbe offerto loro un buon rifugio e copertura. Un chilometro più avanti, il fitto sottobosco raggiunge la strada. Il convoglio è stato bloccato a soli 250 metri da un posto di blocco presidiato da un battaglione dell’esercito congolese.

Tre diverse fonti delle Nazioni Unite hanno spiegato che gli assalitori, armati con quattro kalashnikov e due machete, hanno ordinato ai sette uomini di uscire dalle auto .”Datemi i soldi!”, hanno gridato in francese, mentre strappavano i telefoni cellulari del gruppo e disarmavano la guardia del corpo italiana di Attanasio, il trentenne Vittorio Iacovacci, ha detto un analista della sicurezza delle Nazioni Unite che ha intervistato i sopravvissuti, ma ha voluto restare anonimo.

Ha poi continuato spiegando che uno degli aggressori ha sparato una raffica di colpi di avvertimento, ha perso il controllo dell’arma e ha colpito l’autista del PAM Mustapha Milambo al collo, uccidendolo. I rapitori hanno continuato a sparare in aria mentre portavano gli altri prigionieri lontano dalla strada. Reuters non ha potuto confermare il resoconto in modo indipendente.

Mustapha Milambo, autista del PAM

A questo punto il gruppo ha tagliato attraverso il campo di lava verso la foresta, ma è passato in un terreno relativamente aperto, restando esposti. Sulla collina, otto ranger hanno sentito i colpo e si sono avvicinanti. Secondo il rapporto dei ranger la sparatoria che ne è seguita con il gruppo di assalitori è durata circa tre minuti. Poi silenzio.

Nella mischia, Iacovacci ha cercato di portare l’ambasciatore fuori dalla linea di fuoco, ha raccontato una fonte giudiziaria italiana del ministero degli Esteri. E l’analista dell’Onu, assieme a una seconda fonte sempre delle Nazioni Unite, ha spiegato che a corto di munizioni e con almeno un compagno ferito, gli attaccanti alla fine sono fuggiti. Prima di allontanarsi Iacovacci e l’ambasciatore sono stati uccisi deliberatamente, ha detto un sopravvissuto ai ranger. Iacovacci è morto sul posto. Alcuni minuti dopo sono arrivati tre ranger che hanno ordinato a tutti di alzare le mani.

Fotografie condivise sui social media hanno mostrato un Attanasio dal volto cinereo che, poco più tardi,  veniva portato via dalla scena tra le braccia dell’ufficiale della sicurezza del PAM Mansour Rwagaza.

È stato trasferito in una base delle Nazioni Unite alla periferia di Goma, e da lì in un ospedale delle Nazioni Unite in città, dove è stato dichiarato morto, diventando il primo ambasciatore italiano ad essere ucciso in missione.

Poco dopo l’attacco, la presidenza del Congo ha dichiarato che “inconfutabili elementi preliminari confermano la tesi di un attacco terroristico delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda”, un gruppo ribelle attivo nella zona.

Dal canto loro i dirigenti dell’ FDLR hanno smentito di non essere coinvolti in quello che hanno definito un “vile assassinio”.

Servizio di Hereward Holland e Djaffar Al Katanty; ulteriori rapporti di Aaron Ross a Dakar, Giulia Paravicini ad Addis Abeba e Crispian Balmer a Roma. Edito da  Mike Collett-White e per la versione italiana da Africa Express.

Etiopia, il regime mobilita la piazza contro le sanzioni decise da Washington

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 maggio 2021

“Non toccate l’Etiopia” è lo slogano che sabato ha risuonato nelle piazze e nelle strade della capitale Addis Ababa durante una manifestazione per protestare contro le sanzioni USA. Ovviamente i partecipanti alla protesta erano tutti simpatizzanti del governo di Abiy Ahmed, Premio Nobel per la Pace 2019.

Alla dimostrazione c’erano anche alti funzionari governativi. Uno di loro ha affermato che non desiderano interferenze. “Soluzioni africane per problemi africani”. Peccato che abbia dimenticato che Abiy non ha nemmeno accettato la mediazione dell’Unione Africana. Tre ex presidenti, Ellen Johnson-Sirleaf ( Liberia), Joaquim Chissano (Mozambico) e Kgalema Motlanthe (Sudafrica), inviati speciali dell’allora presidente di turno dell’UA, Cyril Ramaphosa, sono stati liquidati dal primo ministro con un nulla di fatto alla fine di novembre.

Manifestazione anti USA a Addis Ababa, Tigray

Migliaia di etiopi hanno voluto dimostrare il loro disappunto all’amministrazione di Joe Biden per le misure adottate nei confronti delle autorità etiopiche per le continue e insistenti violazioni dei diritti umani nel Tigray, la regione più a nord del Paese, dove si sta consumando un sanguinoso conflitto dal 4 novembre scorso.

Washington ha imposto restrizioni di visto a alti funzionari etiopici e eritrei; sanzioni finanziarie sono in arrivo, in particolare nel settore della sicurezza nonché nel sostegno economico.
Malgrado le misure già prese e le altre annunciate dell’amministrazione di Biden, gli orrori si susseguono nel Tigray e i racconti che arrivano a contagocce in occidente sono a dir poco allucinanti.

Radio France International (RFI), in un suo reportage di oggi, ha documentato il massacro di Goda, commesso da soldati eritrei, alleati del governo etiopico in questo conflitto. La carneficina risale al dicembre scorso, ma solo ora sono emersi alcuni dettagli.

Hagos, un uomo di 66 anni anni, ha raccontato ai reporter: “Hanno dapprima saccheggiato la mia casa, poi hanno portato via i miei figli, ammazzati nella fabbrica di bibite insieme a altri, in tutto 19 giovani. Hanno distrutto lo stabilimento, che un tempo impiegava 300 persone. Per due settimane ci hanno vietato di sotterrare i corpi dei nostri cari. Poi li abbiamo seppelliti là, le salme erano in fase di decomposizione avanzata. Non potrò mai dimenticare, mai perdonare. Non guardo nemmeno più in direzione dell’ Eritrea”.

Nessuno degli abitanti crede che venga fatta giustizia, eppure qualcuno ha la remota speranza che il sito, un giorno, diventi un memorial.

Dopo un dettagliato reportage della CNN, invece, sono stati liberati centinaia di uomini, arrestati all’inizio della settimana scorsa a Shire, nel nord del Tigray, da militari eritrei e etiopici.

Alcuni testimoni hanno raccontato che durante la razzia dei soldati, gli uomini sono stati picchiati, maltrattati. Un operatore umanitario ha specificato ai reporter americani che gli arrestati sono stati accusati dalle truppe di essere membri del TPLF (acronimo inglese per “Fronte Popolare di Liberazione del Tigray). Sono persino entrati nelle tende di alcuni sfollati urlando: “Vediamo se ora gli americani vi salveranno”.

“Impossibile capire chi appartiene al partito TPLF e chi no, hanno detto gli uomini: si è trattato di un raid indiscriminato, hanno rastrellato tutti i maschi che hanno trovato.
Siamo terrorizzati, appena vediamo qualcuno che indossa un’uniforme scappiamo”, ha raccontato un testimone.

La CNN ha poi inviato il suo rapporto martedì scorso al senatore Chris Coons, che è stato in Etiopia lo scorso marzo come inviato speciale del presidente Joe Biden. Coons ha riferito il fatto durante un’udienza alla Commissione esteri del Senato.

Abiy Ahmed, primo ministro etiope

Venerdì mattina un portavoce del Dipartimento di Stato ha accolto favorevolmente il rilascio di queste persone. Contemporaneamente ha ricordato alle autorità di Addis Ababa che è suo dovere proteggere i civili, secondo gli accordi umanitari internazionali. Per l’ennesima volta ha poi sottolineato che Asmara deve ritirare le proprie truppe dall’Etiopia. E infine ha aggiunto: “Le atrocità commesse sono inaccettabili”.

Babar Baloch, un portavoce dell’UNHCR ha fatto sapere venerdì scorso che altri prigionieri dovrebbero essere rilasciati nei prossimi giorni.
Yemane Ghebremeskel, ministro dell’informazione del regime di Asmara nega ovviamente tutte le accuse, compreso il rapporto della CNN.

Il conflitto è arrivato al settimo mese. In questo periodo sono state uccise migliaia di persone da tutte le parti in causa: truppe governative etiopiche con l’appoggio di quelle eritree e amhara da un lato e quelle del TPLF dall’altro.

Il Tigray è allo stremo. E per sopravvivere, molti minori sono costretti a chiedere l’elemosina lungo le strade della regione. La maggior parte dei negozi sono chiusi, è sempre più difficile reperire il cibo e giornalmente aumentano i morti di fame, come ha evidenziato anche Paolo Lambruschi su Avvenire.

Secondo le ultime informazione dell’ONU, quasi il 90 percento della popolazione del Tigray necessita di aiuti umanitari. Oltre all’organizzazione ONU sono attive altre 32 ONG, rispetto alle 17 che vi operavano prima della guerra. Gli operatori che cercano di portare aiuti sono 1.850, ma non bastano. I bisogni aumentano di giorno in giorno e i fondi disponibili non sono sufficienti.

 

Bimbi chiedono elemosina sulle strade del Tigray

La carestia è alle porte. Molti contadini sono stati uccisi, altri sono sfollati. Il bestiame dei pochi rimasti è stato abbattuto o requisito, gli attrezzi agricoli distrutti. Il prossimo raccolto si annuncia catastrofico.

I casi di malnutrizione riscontrati nei bambini sotto i 5 anni sono in continuo aumento. Basti pensare che lo scorso febbraio ne erano stati identificati 184 mila. Secondo gli operatori umanitari solo un arresto immediato del conflitto potrebbe non peggiorare la già grave situazione.

E poche ore fa la redazione di Africa ExPress è stata informata della morte di Negasi Kidane, responsabile dell’ufficio del CISP (acronimo per Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) a Adigrat. Negasi è stato casualmente coinvolto in un conflitto a fuoco mentre si recava al municipio per richiedere un’autorizzazione per viaggiare.

Nel Tigray si muore così, senza preavviso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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La carneficina in Tigray: una suora conferma atrocità e stupri

Etiopia: Abiy rifiuta la mediazione dell’Unione Africana e continua la guerra

Tempi duri per i terroristi in Mali: arrivano droni israeliani per le truppe ONU

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Maggio 2021

In Mali dove si susseguono i golpe dell’esercito, Germania e Nazioni Unite scelgono di potenziare i dispositivi di guerra affidandosi alle aziende leader del complesso militare-industriale israeliano.

Alla vigilia del putsch che ha condotto alle dimissioni forzate del presidente Bak N’Daw e del primo ministro Moctar Ouane, la commissione bilancio del Bundestag ha approvato un fondo per dotare i reparti tedeschi in missione in Mali di un quarto drone d’intelligence “Heron 1”, prodotto dall’holding missilistica e aerospaziale israeliana IAI (Israel Aerospace Industries). Il Bundestag ha autorizzato contestualmente anche la proroga e l’espansione del contratto per l’impiego dei droni nell’ambito della missione ONU “MINUSMA” (Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali).

Le forze armate tedesche schiereranno in Mali altri due sistemi di controllo terrestre dei velivoli a pilotaggio remoto affinché gli “Heron 1” possano operare continuamente senza riduzioni delle attività in caso di riparazioni o interventi di manutenzione. La Germania utilizza i droni nel Paese sub-sahariano dall’estate del 2016, cioè da quando i reparti dell’esercito hanno assunto la responsabilità delle unità d’intelligence di MINUSMA sostituendo i Paesi Bassi. Gli “Heron 1” decollano dalla base di Gao, nel nord del Mali, la stessa in cui opera il distaccamento dei militari italiani assegnato alla missione “anti-terrorismo” Takuba sotto comando francese.

Potenziare l’intelligence

Lo scorso anno, a seguito del deterioramento del conflitto nel Paese africano, le Nazioni Unite avevano richiesto alla Germania di potenziare e “flessibilizzare” le operazioni d’intelligence e ricognizione aerea a favore dei contingenti di MINUSMA. Nel luglio 2020 il ministero della Difesa aveva sottoscritto un nuovo contratto con la società Defense & Space Airborne Solutions, rappresentante in Europa del gruppo IAI, per estendere l’uso degli “Heron 1” sino al luglio 2021 ed eventualmente anche sino al luglio 2022.

“Dal loro schieramento in Mali, il programma di utilizzo dei velivoli a controllo remoto ha registrato oltre 11.500 ore di volo in oltre 1200 voli operativi”, ha dichiarato il comando dello squadrone tedesco che opera con la missione delle Nazioni Unite. “Grazie alle efficienti tecnologie dei sensori, gli Heron trasmettono immagini precise e video in tempo reale alla stazione di controllo terrestre da migliaia di metri d’altezza. Ciò ci consente di identificare immediatamente le anormalità nel terreno e di trasmetterle via radio. Il riconoscimento del materiale è effettuato in Germania e i risultati vengono poi ritrasmessi al Paese africano”.

Droni Heron

Con i nuovi finanziamenti, il ministero della Difesa tedesco affiderà alla società Airbus Defense & Space Airborne Solutions tutte le attività di manutenzione e riparazione degli “Heron 1” e delle stazioni di controllo terrestre sino all’aprile  2024. I droni di produzione israeliana hanno un’ampia autonomia a media altitudine e sono in grado di sorvolare i teatri operativi per lunghi periodi di tempo e in tutte le condizioni atmosferiche. Secondo quanto riportato nella scheda tecnica di Airbus Defence, i compiti degli “Heron 1” includono “il rilevamento in volo di trappole esplosive, l’accompagnamento di convogli e pattuglie, l’assistenza alle truppe in situazioni di combattimento, la ricognizione e la sorveglianza delle rotte, la definizione dei profili di movimento e il monitoraggio a lungo termine, il supporto alla valutazione delle situazioni e la protezione dei mezzi e degli accampamenti militari”.

Doni armati con missili

Gli “Heron 1” a disposizione delle forze armate tedesche dovrebbero essere sostituiti entro il 2025 da un nuovo e più potente modello a pilotaggio remoto, anch’esso prodotto da  IAI – Israel Aerospace Industries, l’“Heron TP”. Il Bundestag ha già approvato un fondo di 650 milioni di dollari per prendere in leasing cinque velivoli di questa tipologia e dal gennaio 2019 i piloti tedeschi si addestrano alla loro guida nella base aerea israeliana di Tel Nof, nei pressi di Tel Aviv. Secondo quanto rivelato da Defence News, gli “Heron TP” destinati all’esercito tedesco potranno essere armati con missili aria-superficie “Brimstone” prodotti dal consorzio missilistico europeo MBDA (controllato al 25% dall’holding Leonardo-Finmeccanica).

Gli “Heron 1” impiegati per MINUSMA non sono gli unici sistemi d’arma di origine israeliana presenti nello scenario di guerra in Mali. Nel novembre 2020 il sito specializzato Africa Intelligence ha reso  noto che il gruppo aerospaziale IAI (attraverso la controllata Advanced Technology Systems con sede in Belgio) ha firmato un contratto con l’ONU per assicurare per cinque anni la protezione esterna delle basi utilizzate dalle forze di polizia e dai reparti militari assegnati alla Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali.

Accordo con l’ONU

Sempre secondo Africa Intelligence, il contratto per la protezione delle installazioni militari è stato preceduto nel mese di giugno da un accordo delle Nazioni Unite con altre due importanti aziende militari israeliane, Elbit Systems e MER Group, per la fornitura di sofisticati sistemi di individuazione ed identificazione delle “minacce”, video-camere, apparecchiature di telerilevamento e droni, più relativi servizi di manutenzione e formazione del personale MINUSMA.

La missione internazionale in Mali ha preso il via a seguito della Risoluzione n. 2100 del 25 aprile 2013 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Alla forza MINUSMA contribuiscono con proprie unità militari e di polizia 57 Paesi, schierati in particolare a Kidal, Gao, Tomboctu, Mopti e Bamako. Alla data del 20 ottobre 2020 erano presenti in Mali 1.421 civili, 25 “esperti”, 1.695 poliziotti, 443 ufficiali, 12.956 membri di forze armate e 176 “volontari UN”, più 7 velivoli aerei (con e senza pilota) e 24 elicotteri. A MINUSMA l’Italia, assegna annualmente sette ufficiali dell’Esercito, impiegati quale personale di staff nel Quartier generale di Bamako.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti

Colpo di Stato militare in Mali: arrestati il presidente Keita e il primo ministro Cissé

Mozambico, film NYTimes: militari non hanno affrontato jihadisti né difeso civili

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 maggio 2021

Il New York Times, con un servizio filmato, riaccende i riflettori sull’assedio di Palma del 23 marzo scorso. E il governo mozambicano e le sue Forze armate non ci fanno certo una bella figura.

jihadisti
Jihadisti durante uno degli attacchi a Cabo Delgado (Courtesy New York Times)

Dov’era il governo mozambicano?

In un video di 13 minuti, postato nell’edizione online il 26 maggio, fa un’analisi precisa dell’attacco jihadista che il NYT chiama “Al-Shebab”. “Mentre i miliziani hanno attaccato una città chiave in Mozambico, dov’era il governo?” – chiede il quotidiano newyorkese.

“Un eccellente video documentario” – commenta nella sua newsletter l’analista britannico Joseph Hanlon della Open University (Regno Unito) – . “Lo fa con interviste ai sopravvissuti, video, immagini satellitari e dati di tracciamento delle navi. Questo per mostrare come il governo, con le Forze di difesa del Mozambico (FDS), non è riuscito a proteggere i civili. Ha lasciato che migliaia di persone si dovessero arrangiare da sole in quella situazione”.

(Video courtesy New York Times)

I tre elicotteri e 750 militari fermi

Qualche chilometro a est della città di Palma, nel complesso Total della penisola di Afungi, c’erano 750 militari addestrati delle FDS a difesa del cantiere. A un centinaio di chilometri dalla città assediata invece c’è la base aerea mozambicana dell’esercito con tre elicotteri armati da 30 posti ciascuno.

I velivoli, durante l’attacco, si sono alzati in volo verso Palma ma uno di questi è stato colpito. Tutti e tre sono tornati alle base e non hanno partecipato alla battaglia per la liberazione della città assediata. Non c’è stata nessuna difesa dei civili da parte dei militari FDS che erano a protezione del complesso di Afungi.

Per proteggere i civili si sono mossi gli elicotteri dei mercenari sudafricani di Dyck Advisory Group (DAG) che sono riusciti a evacuare 24 persone. I mercenari di DAG sono stati gli unici in grado di fare operazioni di salvataggio nonostante la latitanza del governo mozambicano. Ma sono stati anche accusati da Amnesty International (insieme alle Forze armate mozambicane e ai jihadisti) di crimini di guerra a Cabo Delgado.

Un assedio senza difesa militare

“A Palma c’erano pochi militari” – ha raccontato Ricardo Elias Dario, uno dei sopravvissuti intervistati – . “Pochi di loro hanno avuto il coraggio di combattere gli invasori. Alcuni sono perfino scappati prima di iniziare a combattere”.

NYT Ocean Eagle 43
Ocean Eagle 43 vista da satellite (Courtesy New York Times)

Uno dei pochi interventi del governo mozambicano a Palma è stato l’utilizzo dell’Ocean Eagle 43, un pattugliatore trimarano per salvare il personale di Total. Il trimarano ha poi guidato, verso il porto di Pemba, il convoglio di navi e barche private che avevano migliaia di sfollati a bordo.

La popolazione non ha fiducia

“Il governo ha cercato di mantenere l’illusione che Cabo Delgado era sicuro per tenere gli investitori” – afferma il NYT. “Durante l’attacco a Palma un basso numero di persone è stato portato in salvo. Il 95 per cento della popolazione è rimasto senza aiuto. Il ministro della Difesa mozambicano non ha risposto alle nostre domande sulle operazioni a Palma. Il presidente Nyusi, dopo l’attacco ha sminuito la gravità dell’attacco”. La popolazione continua ad arrangiarsi da sola e a fuggire. “Non riesce ad avere fiducia che il governo la possa salvare”. – conclude il New York Times.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mozambico: intervento militare contro i jihadisti. Il Sudafrica insiste sulla SADC

Amnesty: Mozambico, nell’attacco jihadista a Palma salvati solo i bianchi

 

 

ESCLUSIVA/Jihadisti attaccano (con morti) in Mozambico, coinvolta azienda italiana

Militari, jihadisti e mercenari accusati di crimini di guerra in Mozambico

Bambini armati tra i jihadisti che hanno assediato e ucciso a Palma, Mozambico

La mattanza in Mozambico, Total chiude, blitz sudafricano per salvare i suoi cittadini

Mozambico, decine ammazzati dai jihadisti Disperata corsa per salvare gli ostaggi

Mozambico, jihadisti occupano porto di Mocimboa vicino a giacimenti di gas

Il capo dei golpisti prende il potere in Mali e silura i vecchi leader

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 maggio 2021

L’uomo forte del Mali, il colonnello Assimi Goïta, si è autoproclamato presidente del governo di transizione fino a nuovo avviso. Il suo consulente legale, Youssouf Coulibaly, ha però sottolineato che sono in corso trattative per la formazione di un nuovo governo.

Ma oggi la Corte Costituzionale del Mali ha ritenuto legittimo il ruolo di presidente di transizione di Goïta, in conseguenza delle dimissioni di Bah N’Daw. Da oggi dunque il colonnello porterà il titolo di “presidente di transizione e capo dello Stato”.

Mercoledì il presidente Bah N’Daw e il primo ministro Moctar Ouane hanno rassegnato le dimissioni e sono stati liberati nella notte tra mercoledì e giovedì. La notizia è stata condivisa sull’account twitter di Serge Daniel, giornalista ben informato e sempre in prima linea su quanto accade in Mali e nel Sahel.

Assimi Goïta, l’uomo forte del Mali

I due uomini erano stati arrestati il 24 maggio scorso  in seguito al nuovo golpe perpetrato dalla giunta militare, che nell’agosto scorso aveva deposto anche Ibrahim Boubakar Keïta.

Secondo un’indiscrezione anonima filtrata attraverso un membro della delegazione composta da esponenti della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), Unione Africana (UA) e della Missione dell’ONU in Mali (MINUSMA), le dimissioni sarebbero state siglate ben prima del loro arrivo a Keta, la base militare che dista una quindicina di chilometri dalla capitale Bamako.

Finora la situazione è poco chiara, non si conoscono nemmeno le condizioni sulle dimissioni “imposte”, dopo aver formato un nuovo governo martedì scorso senza essersi consultati con Goïta, allora vice-presidente del governo di transizione. Una riforma che causato il golpe, l’arresto del presidente, del premier e di altre personalità di spicco, tra questi ci sarebbe anche il ministro della Difesa da loro appena nominato, il generale Souleymane Doucouré.

Per il momento Goïta tiene in mano le redini del Paese e lo ha dimostrato anche ieri, “decapitando” il gabinetto del presidente dimissionario, Bah N’Daw. Il segretario generale del Palazzo, il consigliere diplomatico della presidenza sarebbero tra coloro che sono stati silurati.

Oggi il colonnello ha convocato esponenti dei partiti politici e della società civile maliana per spiegare la nuova situazione. Ma è molto probabile che Goïta, fautore di ben due golpe in 9 mesi, sia alla ricerca di nuovi sostenitori e appoggi.

Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Il 26 maggio si è riunito a porte chiuse il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, chiedendo l’immediata liberazione del presidente e del primo ministro del Mali e ha sottolineato il proprio sostegno alla transizione guidata da civili. Ha invitato inoltre la giunta militare di ripristinare quanto prima un governo provvisorio in grado di traghettare il Paese alle elezioni nel giro di 18 mesi, come stabilito nella “Carta di transizione”, siglata nel settembre scorso.

Finora non sono state varate sanzioni. Ma il Consiglio di Sicurezza ha esortato tutte le parti coinvolte a mettere in atto quanto prima l’Accordo di pace e riconciliazione per il Mali, siglato nel lontano 2015. I diplomatici sono inoltre molto preoccupati per l’impatto che il golpe potrebbe avere nella lotta contro il terrorismo.

Il Consiglio ha pertanto espresso il suo pieno appoggio alla CEDEAO, mediatore della crisi in Mali. I 15 Stati membri dell’organizzazione regionale si riuniranno domenica prossima a Accra, Ghana, in una riunione straordinaria sul golpe.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Mali: i golpisti rimuovono presidente e primo ministro, ancora in manette

Confusione in Mali: presidente e primo ministro arrestati

Colpo di Stato militare in Mali: arrestati il presidente Keita e il primo ministro Cissé

I golpisti in Mali assicurano: “Restituiremo il potere ai civili”

“Il crollo”: colonialismo e corruzione, un capolavoro dello scrittore nigeriano Chinua Achebe

“Fra gli Ibo c’è un proverbio, un uomo che non sa dire dove la pioggia lo ha colpito
non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato. Lo scrittore deve dire alla gente dove la pioggia lo ha colpito”.
(Da The role of a Writer in a New Nation)
Albert Chinualumogu Achebe, soprannominato Chinua (Ogidi, 16 novembre1930 – Boston, 22 marzo 2013), è stato uno scrittore, saggista, critico letterario e poeta nigeriano. Viene considerato il padre della letteratura africana moderna in lingua inglese. Il suo capolavoro, Il crollo (Things Fall Apart, 1958) è una pietra miliare del genere; viene studiato nelle scuole di numerosi paesi africani ed è stato tradotto in oltre 50 lingue. Gran parte dell’opera di Achebe è incentrata sulla denuncia della catastrofe culturale portata in Nigeria prima dal colonialismo e poi dai regimi corrotti succedutisi dopo l’indipendenza.

Speciale per Africa ExPress
Francesca Sauchella Doti
Maggio 2021

Nell’autunno del 1974 Chinua Achebe si stava dirigendo verso l’area parcheggio del Dipartimento di Inglese dell’Università di Massachusetts. Era una frizzante giornata autunnale, resa vibrante dai passi baldanzosi degli studenti che procedevano spediti in tutte le direzioni, guidati dall’entusiasmo della loro giovane età…

Chinua Achebe, scrittore nigeriano (Ogidi, 16 novembre 1930 – Boston, 22 marzo 2013)

Un anziano professore condivide con Achebe il senso di ammirazione per gli studenti che sempre più giovani intraprendono i propri studi universitari. Rimane tuttavia ancora più sorpreso dallo scoprire che il suo interlocutore è in realtà un professore di Letteratura Africana presso l’Università del Massachusetts. “Non avrei mai immaginato un’Africa capace di esprimersi nella Letteratura” è stato il suo commento all’autore del romanzo “Things fall apart” (1958) definito recentemente da Barack Obama “un vero classico della letteratura mondiale…Un capolavoro che ha ispirato generazioni di scrittori in Nigeria, in Africa, e nel mondo”.

Achebe nella sua carriera letteraria ha ripetutamente accusato Joseph Conrad di aver contributo a cristallizzare nella sua opera magna, “Cuore di Tenebra”, l’immagine di un’Africa in cui la terra si presenta indelebilmente imperscrutabile e misteriosa. “Unearthly” è l’aggettivo usato per descriverla. Ma ancora più dannosa è stata la presentazione degli uomini del continente africano apostrofati ruvidamente come non “umani”.

L’inappellabile colpa di Conrad, secondo Achebe, è quella di aver posto l’Africa in una posizione antitetica rispetto alla cultura occidentale che all’epoca appariva l’unica in grado di dare voce, nell’espressione più alta della letteratura, ai sentimenti ed ai pensieri della sua civiltà. La tenebrosa descrizione delle urla frenetiche, del convulso applaudire e dell’inspiegabile battere dei piedi per terra al passaggio della nave a vapore sul fiume Congo rende immortale nel lettore l’immagine di un mondo la cui espressione risulta incomprensibile alla civiltà occidentale. Un’espressione primordiale e primitiva che sfugge all’intelligibilità del linguaggio umano.

Nel suo romanzo “Things fall apart”, lo scrittore nigeriano intende restituire dignità alla sua gente ed alle sue tradizioni. Okonkwo diventa l’eroe tragico di una società e di una cultura che viene travolta dalla civiltà occidentale, ma che tuttavia riesce ad esprimere con toni letterari eccelsi le sue tradizioni ed i suoi valori.

La “deumanizzazione” così efficacemente e forse involontariamente portata avanti da Conrad nel suo romanzo viene ribaltata dall’”umanizzazione” del guerriero Okonkwo che non viene celebrato da Achebe come eroe di un mondo in rovina, ma consacrato nelle pagine della letteratura come un uomo che presagisce la fine della sua civiltà e della sua identità ed è impotentemente travolto dagli eventi.

Il titolo “Things fall apart” suona all’orecchio attento del lettore come la flebile voce del protagonista che ammette rassegnato la fine del suo mondo e della sua civiltà. Conservare la forza espressiva del titolo rappresenta ancora oggi una sfida ardua per qualsiasi traduttore…

Francesca Sauchella Doti
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Il risveglio del vulcano in Congo-K: Goma evacuata e 600 mila persone in fuga

Africa ExPress
27 maggio 2021

Il vulcano Nyiragongo può eruttare ancora e rovesciare un lago di lava su Goma che minaccia di essere travolta. La popolazione è in fuga dopo che il governatore militare Constant Ndima del Nord-Kivu ha stabilito questa mattina l’immediata evacuazione di 10 quartieri della città. I video che pubblichiamo sono stati girati dallo stringer di Africa Express. Mostrano bene il caos che provocato da intasamento di vie e strade e anche al porto della città dove salpano i battelli per Cyangugu, all’estremità supposta del lago Kivu rispetto a Goma.

L’ordine di evacuazione riguarda seicentomila residenti. E, in un comunicato trasmesso attraverso le emittenti locali, il governatore ha spiegato che la situazione è assai critica:  l’attività sismica e la deformazione del suolo indicano presenza di magma sotto la zona urbana di Goma e si sta espandendo, sempre muovendosi  in profondità, in direzione del lago Kivu. E ha aggiunto: “Non si può escludere una fuoriuscita di lava sulla superficie terrestre o sotto il bacino. Potrebbe succedere anche fra poco, senza alcun preavviso”.

L’evacuazione è obbligatoria e i rischi sono amplificati per l’interazione della lava con l’acqua e dalla presenza di pericolose sacche di gas sotto il letto del lago Kivu.

Secondo un esperto consultato da Africa ExPress, che conosce bene la zona, una nuova eruzione del vulcano, oltre ai danni connessi, potenzialmente potrebbe innescare un evento catastrofico se la lava venisse a contatto con i 60 miliardi di metri cubi di gas metano presenti sotto il fondo del lago Kivu. Ricordando che sul bacino si affacciano, oltre alle congolesi città di Goma e di Bukau, anche, sulla sponda ruandese, Cyangugu, che si sta avviando ad essere la seconda città dell’ex colonia tedesca.

Inoltre, esiste la remota possibilità, che nel gergo dei specialisti viene chiamata “eruzione di tipo limnico“, di un raro disastro naturale che consiste nel rilascio improvviso di anidride carbonica (CO2), dalla profondità del lago Kivu, con conseguente disciogliendo nelle acque e soffocamento di flora e fauna.

L’ultima eruzione del vulcano Nyiragongo  pochi giorni fa ha causato la morte di 2 persone e distrutto un centinaio di abitazioni. Altri sono morti in vari incidenti durante la grande fuga. La gente, malgrado le continue scosse sismiche, era ritornata nei propri quartieri e le attività commerciali stavano iniziando a riaprire, seppur con qualche difficoltà.

Africa ExPress
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L’Algeria continua a espellere i migranti e li abbandona in mezzo al deserto

Africa ExPress
maggio 2021

Dal 1° di giugno l’Algeria riaprirà parzialmente le proprie frontiere dopo una chiusura di 14 mesi a causa della pandemia. Chi vuole entrare nel Paese dovrà attenersi però a regole severe e chi vuole uscire, dovrà richiedere l’autorizzazione e giustificare la propria partenza.

Malgrado la chiusura quasi ermetica durante questo lungo periodo, il governo algerino ha spalancato regolarmente i suoi confini verso il deserto per espellere i migranti, lasciandoli alla porta d’entrata del Niger.

Migranti abbandonati in mezzo al deserto

E’ una storia che ormai si ripete da anni. Il ministro degli Interni nigerino, Alkache Alhada, ha detto che è previsto un incontro con la controparte algerina per discutere dell’espulsione sistematica dei migranti verso il Niger. Gli espulsi vengono lasciati nel deserto, in mezzo al nulla e devono poi percorrere una quindicina di chilometri a piedi per raggiungere il confine.

Diverse ONG, tra questi anche Medici Senza Frontiere (MSF) denunciano da anni trattamenti disumani di Algeri nei confronti dei migranti. E, secondo le testimonianze raccolte, le persone senza documenti validi, vengono dapprima arrestate durante razzie della polizia, sia per strada che nelle loro abitazioni, spesso con l’ uso della forza. I malcapitati vengono poi portati in centri di espulsione per giorni, settimane, a volte anche mesi. Infine i poliziotti costringono migranti a salire su pullman o camion per poi depositarli al cosiddetto “punto zero”, nel deserto, in mezzo al nulla.

Secondo testimonianze raccolte da diverse fonti, una volta fatti scendere dai mezzi di trasporto algerini, alcune persone si sono perse, per poi essere ritrovate morte in mezzo al deserto, giacchè di altre non si hanno mai più avuto notizie.

In base a un censimento effettuato da MSF,  nel 2020 sono arrivate 23.175 persone nel villaggio di Assamaka, Niger, principale valico di frontiera con l’Algeria. Mentre l’anno precedente le espulsioni sono state quasi 30.000. I numeri del 2020 restano comunque molto elevati, malgrado la pandemia in atto.

Il team di MSF ha raccolto centinaia di testimonianze da persone espulse dall’Algeria. Oltre 900 sono state vittime di violenze, 21 hanno subito persino torture e quasi 2.000 sono poi stati curati per problemi mentali. Molti migranti (uomini, donne, anziani, bambini), sono rimasti per anni nel che si affaccia sul Mediterraneo prima di essere arrestati e espulsi. Altri, provenienti non solo da Paesi africani, ma anche dall’Asia, si trovavano nel Paese solo di passaggio con lo scopo di raggiungere l’Europa.

Nel novembre 2015, durante “Vertice di Malta”, al quale hanno partecipato leader europei e africani, si sono stabiliti alcuni punti chiave nel tentativo di arginare il grande flusso migratorio definito “illegale”.

L’accordo stipulato allora prevede inoltre una più stretta collaborazione per migliorare la cooperazione in materia di rimpatrio, riammissione e reinserimento; migliorare la cooperazione sulla migrazione legale e la mobilità; affrontare le cause profonde della migrazione massiccia e dello spostamento obbligato; prevenire e combattere l’esodo, il traffico dei migranti e la tratta di esseri umani.

Ed è proprio sulla base di questo trattato che le persone continuano a essere arrestate arbitrariamente, maltrattate, inviate verso un Paese dove rischiano di essere perseguitate.

Africa ExPress
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L’incubo dei migranti tra rimpatri e respingimenti

Algeri rispedisce nel deserto senza assistenza i migranti che arrivano sulla sua costa

 

Mali: i golpisti rimuovono presidente e primo ministro, ancora in manette

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 maggio 2021

Assimi Goïta, vice-presidente del governo di transizione in Mali, nonchè a capo della giunta militare che aveva deposto Ibrahim Boubakar Keïta lo scorso agosto, ha ammesso senza battere ciglio di aver rimosso il presidente, Bah N’Daw e il primo ministro Moctar Ouane dai loro incarichi istituzionali.

Il vice-presidente ha mosso accuse severe nei confronti di Bah N’Daw e Moctar Ouane, incolpandoli di aver formato un nuovo governo senza essersi consultati con lui. Attualmente il presidente e il primo ministro sono in stato di arresto al campo di Kati, base militare a una quindicina di chilometri da Bamako, la capitale del Paese, la stessa dove fu condotto anche Keïta dopo il putch della scorsa estate.

Assimi Goïta, capo della giunta militare, Mali

Bah N’Daw – un ex generale in pensione, che aveva occupato lo scranno di ministro della Difesa nell’esecutivo di Keïta – era stato imposto dalla CEDEAO (Comunità Economica dell’Africa Occidentale) come presidente del governo di transizione.

Da giorni in tutto il Paese sono in atto scioperi che hanno paralizzato i settori economici e amministrativi. L’appello di incrociare le braccia è stato indetto da Union Nationale des Travailleurs du Mali (UNTM), sindacato dei funzionari e dipendenti del settore privato, dopo il fallimento dei negoziati con il governo sugli stipendi, premi e indennità. E Goïta punta il dito sul premier per non aver saputo risolvere nemmeno questa crisi.

Ciò che ha certamente fatto precipitare la situazione dopo la formazione del nuovo esecutivo  è l’estromissione dalla compagine del governo di due importanti figure, i colonnelli Sadio Camara, ministro della Difesa, e Modibo Koné, capo del dicastero della Sicurezza, uomini di fiducia del vice-presidente.

Bah N’Daw, presidente del governo di transizione in Mali

Durante un comunicato alle emittenti di Stato, letto da un collaboratore in uniforme, Goïta ha specificato che la transizione proseguirà il suo iter e le elezioni si terranno, come previsto, nel 2022, data richiesta dalla comunità internazionale dopo il golpe dello scorso anno. I militari, invece, avrebbero voluto restare al potere per almeno tre anni.

Nella giornata di oggi non sono mancate le reazioni di Parigi. Emmanul Macron ritiene inaccettabile “un colpo di Stato” in mezzo a “un colpo di Stato” e il suo ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, ha chiesto l’immediata liberazione del presidente e del primo ministro, La Francia ritiene che sia necessario convocare quanto prima una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Anche l’Unione Europea ha fermamente condannato i fatti di ieri: “E’ un colpo di Stato inaccettabile”. E anche Felix Tshisekedi Tshilombo, capo di Stato della Repubblica Democratica del Congo e presidente di turno dell’Unione Africana, già ieri sera ha richiesto che venissero liberati subito i due leader del governo di transizione del Mali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Confusione in Mali: presidente e primo ministro arrestati

Colpo di Stato a Bamako e i misteri che circondano la missione dei militari italiani

Mali: Bah N’Daw, ex ministro della Difesa, nuovo presidente del governo di transizione

Colpo di Stato a Bamako e i misteri che circondano la missione dei militari italiani

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
25 maggio 2021

Chissà cosa racconterà il governo Draghi in Parlamento per giustificare l’ennesima debacle della diplomazia politico-militare italiana in terra africana: due missioni ufficiali di altissimo livello in poco meno di 40 giorni a Bamako (la prima con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, poi quella del ministro della Difesa Lorenzo Guerini) e l’avvio in gran segreto dell’operazione Takuba con i reparti d’élite delle forze armate italiane a fianco delle truppe francesi e dei generali golpisti in Mali. Sì, perché, ancora una volta (vedi Corno d’Africa e poi in Libia), riusciamo sempre a metterci nei guai o dalla parte sbagliata.

Golpe Mali

Nel Paese del Sahel dove si assiste all’ennesimo confuso rovesciamento istituzionale da parte di una fazione delle forze armate, l’Italia ha apertamente flirtato con gli ex golpisti oggi spodestati, il presidente della giunta militare di transizione Bah N’Daw (ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare ed ex ministro della Difesa, oggi agli arresti) e il vicepresidente colonnello Assimi Goita, a capo dei militari che il 18 agosto 2020 hanno deposto l’allora presidente Ibrahim Boubacar Keïta, sciolto il Parlamento e rinviato sine die l’organizzazione di nuove elezioni.

Con Bah N’Daw e Assimi Goita, Luigi Maio si era incontrato a Bamako l’8 e 9 aprile scorsi in vista del “rafforzamento della collaborazione in materia migratoria e di sicurezza” tra Italia e Mali, come riporta il comunicato stampa emesso dalla Farnesina. In quell’occasione il pentastellato si era pure intrattenuto a colloquio con il primo ministro Moctar Ouane, anch’egli arrestato nel corso del nuovo putsch militare, il ministro degli Esteri Zeini Moulaye e il ministro dei Maliani all’estero e dell’integrazione africana, Alhamdou Ag Ilyene. “Partner strategico dell’Italia su molti dossier prioritari come la Libia, la gestione dei flussi migratori e la stabilità del Sahel, la missione in Mali del ministro Di Maio si colloca nel quadro della priorità che tutta l’Africa riveste per il nostro Paese, come dimostrato anche dall’attenzione speciale che sarà dedicata al Continente africano dalla Presidenza Italiana del G20”, concludeva la nota degli Esteri.

Lo scorso 20 maggio è stato invece il ministro Guerini a recarsi in visita in Mali, in compagnia del Capo di Stato maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli e  del Comandante del C.O.I. (Comando Operativo di Vertice Interforze), generale Luciano Portolano. A Bamako la delegazione italiana ha incontrato ancora una volta il vicepresidente-colonnello Assimi Goïta e l’allora segretario generale della Difesa, generale Souleymane Doucoure, poi ministro per un giorno prima di essere arrestato anch’egli nel golpe del 24 maggio e successivamente condotto nella base militare di Kati, nei pressi della capitale, la stessa da cui era partita la sollevazione militare del 18 agosto 2020 contro il presidente Ibrahim Boubacar Keïta.

“L’Italia intende rafforzare la sua presenza in Sahel, un’area infestata da gruppi terroristici, che si sostengono economicamente attraverso la gestione di traffici illeciti di ogni genere: droga, armi, esseri umani, diretti soprattutto verso l’Europa”, aveva dichiarato il ministro Guerini a conclusione della missione in Mali. “Un’azione sinergica della Coalizione per il Sahel, dell’UE e dei Paesi, europei e non, impegnati in questa regione è quanto mai indispensabile per raggiungere quegli obiettivi di sicurezza necessari alla tutela dei nostri comuni interessi (…) L’Unione Europea è uno dei principali promotori della stabilità e della sicurezza dell’intero Sahel, ma il suo impegno può e deve fare un salto di qualità, integrando lo sforzo nel settore della sicurezza con le proprie capacità di supporto economico e sociale. La nostra strategia per questa parte del Continente Africano si sta sviluppando all’interno di un immaginario triangolo, i cui vertici congiungono quadranti tra loro distanti ma interconnessi: a sud-ovest c’è il Golfo di Guinea, a sud-est il Corno d’Africa, e al vertice nord, sulle sponde del Mediterraneo, la Libia”.

Proprio nell’ottica dell’accresciuta attenzione politico-militare italiana per tutta la regione del nord Africa e della fascia sub-sahariana, il ministro Guerini e i generali Vecciarelli e  Portolano avevano concluso la loro missione in Mali con una sosta a Gao per un faccia a faccia con le prime unità delle forze armate italiane impegnate sul campo con la task force internazionale Takuba a “supporto delle forze di sicurezza locali nel contrasto ai crescenti fenomeni di matrice jihadista nella zona a cavallo tra i confini di Niger, Mali e Burkina Faso”. Ad accogliere la delegazione italiana il comandante dell’operazione, il generale francese Philippe Landicheff.

La partecipazione delle nostre forze armate alla task force è stata decisa e finanziata dal Parlamento il 16 luglio 2020 ma ha preso il via solo nei primi giorni di marzo 2021. Ad oggi sono top secret le attività militari e le regole d’ingaggio autorizzate; le uniche informazioni ufficiali sono quelle contenute nella scheda predisposta dal Servizio Studi del Dipartimento Difesa alla vigilia del voto parlamentare. “La missione si inserisce nel nuovo quadro politico, strategico e operativo ribattezzato Coalizione per il Sahel, che riunisce sotto comando congiunto la forza dell’Opération Barkhane a guida francese e la Force Conjointe du G5 Sahel, al fine di coordinare meglio la loro azione concentrando gli sforzi militari nelle tre aree di confine (Mali, Burkina Faso e Niger)”, riporta il Servizio Studi.

Lanciata ufficialmente dal presidente francese Emmanuel Macron nel gennaio del 2020 in occasione del vertice G5 Sahel di Pau, la Task Force Takuba (Spada in lingua tuareg), oltre a Francia e Italia vede la presenza militare di Belgio, Danimarca, Estonia, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna e Svezia.

Lo schieramento militare italiano in Mali dovrebbe essere completato entro la fine del 2021: è previsto un numero massimo di duecento soldati, venti mezzi terrestri e otto elicotteri. Null’altro è specificato relativamente ai reparti e ai sistemi d’arma che saranno impiegati e sulla loro destinazione operativa finale, anche se è più che probabile che tra i veicoli terrestri ci saranno i blindati multiruolo leggeri VTLM Lince prodotti da Iveco Defence di Bolzano e i fuoristrada Flyer 4×4, mentre la componente aerea dovrebbe includere invece gli elicotteri NH-90 in funzione di evacuazione medica e assalto dall’aria e A-129D “Mangusta” per il combattimento aria-terra.

“L’Italia invia dunque in Mali alcuni dei suoi assetti più pregiati, visto che gran parte del personale impiegato proverrà dai reparti delle forze speciali delle nostre forze armate, uomini addestratissimi e rigidamente selezionati”, spiega l’ufficiale dell’Esercito italiano Matteo Mazziotti di Celso, collaboratore di Geopolitica.info. “Gli otto aeromobili che l’Italia metterà a disposizione delle forze francesi, tra l’altro, rappresenteranno un vero e proprio gioiello nelle mani di Parigi, un aumento pari a quasi la metà della flotta di elicotteri su cui può contare Barkhane”.

“Le forze speciali della Task Force sono quotidianamente impegnate in attività di addestramento e assistenza delle forze locali”, aggiunge Mazziotti di Celso. “L’addestramento si sostanzia nella condotta di poligoni e di esercitazioni sull’impiego degli strumenti di primo soccorso, sull’impiego dei principali veicoli militari e sulle tecniche di movimento sul terreno. Le truppe della Task Force, tuttavia, non si limitano alla fornitura di assistenza e di addestramento. La missione creata dai francesi, infatti, è quella di consigliare, assistere ed accompagnare in combattimento le forze armate maliane.

Proprio quest’ultimo compito rappresenta l’attività più rischiosa per le forze speciali di Takuba. Le forze che Roma ha inviato e invierà in Mali proverranno prevalentemente dai reparti speciali dell’Esercito (9° col Moschin, 4° reggimento alpini paracadutisti, 185° reggimento RAO), della Marina Militare (GOI), dell’Aeronautica (17° stormo incursori) e, forse, anche dei carabinieri (i paracadutisti del Tuscania)…”.

Una vera e propria missione di guerra dunque, la cui estrema pericolosità è rilevata dallo stesso analista. “A giudicare dall’elevato livello della minaccia – Parigi ha subito 55 morti dal 2013, anno in cui ha avuto inizio l’operazione Serval, mentre la Task Force Takuba, in circa un anno di operazioni, è stata impegnata in almeno venti scontri a fuoco – i militari italiani inviati in Mali potrebbero trovarsi coinvolti in violenti combattimenti con le forze jihadiste”, ricorda Mazziotti di Celso. “L’impiego dei nostri nella condotta di operazioni ad alto rischio potrebbe segnare un notevole cambio di passo per le  forze del nostro Paese, che da anni si dedicano a tutt’altro tipo di operazioni (…) La rimodulazione attualmente in atto della nostra presenza militare in Africa, specialmente nel Sahel, si inserisce infatti a pieno titolo in quello che sembra essere sempre di più il nuovo focus di Roma verso la regione del Mediterraneo Allargato, l’area dove si giocano le partite geopolitiche più importanti per il nostro paese”.

Nessuna parola per chiarire l’identità degli “interessi italiani” da difendere con le nuove e pericolose operazioni militari in terre africane. Basta però dare un’occhiata al quadrante geostrategico per rendersi conto che il bottino conteso riguarda innanzitutto le immense risorse energetiche del continente –  petrolio e gas – ma anche (in Sahel) l’uranio per le centrali e le testate nucleari. Per comprendere le cause e le finalità degli innumerevoli golpe, delle guerre fratricide, delle stragi di civili e delle missioni di “pace” internazionali in questa martoriata regione del pianeta non bisogna purtroppo fare grandi sforzi di analisi…

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

 

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

 

Confusione in Mali: presidente e primo ministro arrestati