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Confusione in Mali: presidente e primo ministro arrestati

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Africa ExPress
Bamako, 24 maggio 2021

Un colpo di Stato indolore si è concluso a Bamako. L’esercito ha arrestato il primo ministro, il presidente del governo di coalizione che poco prima avevano annunciato un rimpasto del governo: due alti ufficiali, i colonnelli, Sadio Camara (ministro della Difesa) e Modibo (della Sicurezza) erano stati silurati. Una decisione che non è piaciuta ai militari.

A Bamako situazione è calma ma la confusione è totale. Il presidente, Bah N’Dawe, e il primo ministro, Moctar Ouane e il nuovo ministro della Difesa, Souleymane Doucoure,  sono stati arrestati e portati nella base base di Kati, roccaforte militare alle porte di Bamako.

L’annuncio della formazione di un nuovo governo è stato dato con un comunicato Radio/TV dalla presidenza del governo di transizione.

La nuova equipe è formata da diversi partiti politici, come spiega lo stringer di Africa ExPress, Serge Daniel, giornalista ben informato. Ci sono personaggi vicini al primo ministro e al principale partito, Movimento 5 giugno, che ha maggiormente contribuito alla caduta del vecchio regime, il cui leader era il presidente Ibrahim Boubacar Keïta, spodestato con un golpe militare lo scorso anno.

Comunque i posti chiave della nuova compagine governativa sono stati riservati ai militari: il pilota dell’aviazione, il generale Souleymane Doucouré, ex capo di Stato maggiore dell’aviazione e fino ad ora, segretario generale del dicastero della Difesa, del quale è stato nominato ministro oggi, per poche ore soltanto; mentre il generale Mamadou Lamine Ballo, è stato messo à a capo del ministero della Sicurezza e della Protezione civile.

Il nuovo esecutivo sarà composto da 25 ministri, non tutti però sono stati sostituiti. Parecchi tra loro hanno mantenuto la loro posizione attuale o hanno semplicemente cambiato dicastero. Tra i new entries figura anche Boubacar Sidiki Samake, ex procuratore del pool anti-terrorista, che guiderà il ministero di Giustizia.

Il Movimento 5 giugno – Raggruppamento delle Forze Patriotiche (M5-RFP) –  ha espresso malcontento per la formazione del nuovo esecutivo, speravano in una transizione più inclusiva, e avevano chiesto le dimissioni del primo ministro Moctar Ouane, richiesta rimasta inascoltata dal presidente Bah N’Daw, presidente del governo di transizione.

Africa ExPress
@africexp
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Mozambico: intervento militare contro i jihadisti. Il Sudafrica insiste sulla SADC

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 maggio 2021

La Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC) ha già un piano per liberare dai jihadisti Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico. Ad aprile gli esperti militari SADC lo hanno preparato: quasi tremila militari armati con elicotteri da combattimento e navi da guerra. Lo conferma il quotidiano sudafricano Daily Maverick. E il Sudafrica è il primo sostenitore dell’intervento militare anti-jihadista a Cabo Delgado. Pretoria ha preso una posizione netta: farà pressione sulla SADC per un’azione urgente.

Non permettere che l’insurrezione sfugga di mano

“È la forza di riserva SADC che vogliamo entri in gioco – conferma a Reuters Naledi Pandor, ministra sudafricana per le Relazioni internazionali e la cooperazione -. I nostri colleghi nigeriani, ci hanno pregato di non permettere che l’insurrezione ci sfugga di mano. Se dovesse diventare incontrollabile sarebbe molto difficile da bloccare. Ecco perché crediamo che sia necessario agire urgentemente”.

SADC naledi pandor
Naledi Pandor, ministra sudafricana per le Relazioni internazionali e la cooperazione

Il prossimo vertice SADC è previsto dal 25 al 28 maggio, a Gaborone, capitale del Botswana. Secondo Pandor la Comunità dovrà determinare natura e condizioni del sostegno esterno, come quello dell’Unione Europea e/o del Portogallo.

La SADC, da 2008, ha previsto una brigata di riserva, parte di un patto di difesa regionale. La brigata permette l’intervento militare per prevenire la diffusione di un conflitto come quello presente a Cabo Delgado.

Il Sudafrica è già stato minacciato dall’ISIS nel caso dovesse intervenire militarmente a Cabo Delgado. Durante l’assedio di Palma, iniziato il 23 aprile, è stata confermata anche la presenza di sudafricani tra i jihadisti. La cittadina più a nord di Cabo Delgado è rimasta sotto attacco per una decina di giorni.

Posizione ambigua di Nyusi

Il problema è però la posizione del presidente mozambicano Filipe Nyusi. Nonostante abbia chiesto l’aiuto SADC, non si riesce a capire perché non voglia i militari sudafricani a Cabo Delgado. Al Sudafrica, disposto a intervenire indipendentemente dalla SADC, ha rifiutato di condividere i suoi dati di intellegence.

Il leader mozambicano preferisce utilizzare mercenari, tra questi i russi del Wagner Group, che hanno fallito, o i sudafricani di Dyck Advisory Group (DAG) presenti a Palma. I mercenari DAG sono stati accusati da Amnesty International di violazione dei diritti umani per aver sparato dagli elicotteri anche contro civili. E con DAG ha accusato anche le Forze armate mozambicane (FADM) e i jihadisti di Al Sunnah wa-Jammà. I terroristi, dall’ottobre 2017, terrorizzano il nord.  Nyusi, in caso di intervento SADC, vuole che le operazioni siano controllate dalle FADM.

SADC sfollati Cabo Delgado
Famiglia di sfollati a Cabo Delgado (Courtesy MSF)

Gli sfollati sono 1,2 milioni

Intanto continua ad aumentare il numero degli sfollati a causa degli attacchi jihadisti. Se ne sono aggiunti altri 54 mila fuggiti dal 23 marzo dal distretto di Palma. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO) più di 1,2 milioni di persone hanno bisogno di assistenza sanitaria urgente a Cabo Delgado. La causa è l’insurrezione di Al Sunnah wa-Jammà, organizzazione affiliata allo Stato islamico dell’Africa centrale (ISCAP).

Pesanti sospetti sul FRELIMO

Daily Maverick ipotizza pesanti sospetti riguardo al presidente mozambicano, Nyusi. “Potrebbe anche voler evitare che le truppe regionali apprendano troppo sul traffico di droga e di risorse naturali a Cabo Delgado – scrive – . Situazioni nelle quali si presume che le élite del FRELIMO (il suo partito, al potere dal 1975 ndr) abbiano un interesse”. Total, che a Palma ha fermato i cantieri, dice che riprenderà i lavori quando non ci sarà più la guerra a Cabo Delgado.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Amnesty: Mozambico, nell’attacco jihadista a Palma salvati solo i bianchi

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Si sveglia ancora un vulcano in Congo-K: gente in fuga, Goma rischia come Pompei

Speciale Per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 maggio 2021

“Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna (si seppe poi in seguito che era il Vesuvio) “, scrisse Plinio il Giovane a Tacito nel 79 d.C. Oggi, nel 2021, invece della nube, nella serata del 22 maggio si è elevata una luce rossastra dal cratere del vulcano Nyiragongo, che sovrasta  Goma, capoluogo del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo.

Ieri notte l’odore di zolfo contenuto nella lava che sta colando dal Nyiragongo, era insopportabile.

Il capoluogo della già travagliata provincia del Nord-Kivu, è in pericolo, la colata si sta dirigendo verso l’aeroporto della città, e la gente sta scappando verso Sake, all’estremità nord-occidentale del lago Kivu.

Alle 23.00 il governatore militare della provincia ha ordinato l’evacuazione della città. L’allerta è diventata rossa. La lava ha iniziato a scendere, inizialmente solo dal fianco est, verso il vicino Ruanda, ma lo stringer di Africa ExPress ha confermato poco fa che anche il cratere principale ha iniziato a eruttare lava. “Tutta la bellezza di Goma, i recenti investimenti stanno per essere distrutti”, ha raccontato.

La corrente elettrica è stata interrotta, mentre gli appelli della protezione civile si fanno più insistenti e la popolazione è invitata a lasciare la città. La gente è nel panico. Intanto gli agenti di sicurezza hanno sparato tiri di avvertimento vicino alla prigione. Chissà se è previsto un piano di evacuazione per i detenuti.

L’ultima eruzione del vulcano risale al 2002. Allora ufficialmente le vittime furono 250, probabilmente molte di più, e il 20 per cento della città di Goma semi distrutta. Il vulcanologo, Dario Tedesco, dell’università Luigi Vanvitelli (Caserta), che aveva condotto una ricerca dopo il disastro di allora, aveva avvertito che la prossimo eruzione sarebbe potuta essere peggiore del precedente. Secondo Tedesco, il Nyiragongo, che supera i 3.000 metri, è attualmente il vulcano più pericoloso al mondo.

L’Istituto di vulcanologia di Goma aveva notato una maggiore attività vulcanica tra il 25 aprile e il 10 maggio. Lo hanno reso noto nell’ultimo bollettino, nel quale gli esperti classificano il grado di allerta come “gialla”.

Situazione dopo la colata di lava della notte scorsa (Nord-Kivu, Goma)

Ieri sera alle 24.30 ora italiana, la lava stava scendendo a una velocità che varia da 60 a 650 chilometri orari con una temperatura di 1.200 °C, mentre questa mattina le autorità hanno fatto sapere che la colata incandescente ha perso di intensità. Finora non si registrano morti direttamente legati dell’eruzione, alcune persone sono però rimaste vittime in incidenti durante la grande fuga.

Durante la notte sono state rilevate diverse scosse sismiche che hanno ridotto notevolmente l’attività eruttiva.
Fortunatamente il bilancio provvisorio dell’eruzione è stato meno pesante del previsto: 1500 case distrutte in tre villaggi limitrofi a nord di Goma. 5000 sfollati in Rwanda, 17000 a sud di Goma, verso Sake. L’aeroporto è stato chiuso e gli aerei portati altrove. Molte famiglie stanno cercando figli e altri congiunti; si sono persi durante i momenti di panico generale.

Saccheggi in alcuni negozi e case. E’ possibile che alcuni detenuti siano riusciti a fuggire dalla prigione. Finora non sono stati comunque registrati problemi rilevanti riguardanti la sicurezza pubblica.

E sempre Nord-Kivu sono stati freddati pochi mesi fa il nostro ambasciatore Luca Attanasio, la sua guardia del corpo, Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Mialmbo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliaisabeltoelgyes@gmail.com
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I migranti annegano al largo della Tunisia accanto a imponenti esercitazioni navali

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
22 Maggio 2021

Le unità navali di Stati Uniti, Italia e altri undici paesi europei ed africani si esercitano alla guerra aeronavale nel Mediterraneo centrale mentre a poche miglia lontano centinaia di migranti affogano nel tentativo di raggiungere le coste siciliane.

Lunedì 17 maggio, dopo una cerimonia ufficiale al Centro nazionale di cartografia di El Aouina, Tunisia, ha preso il via dalla base navale di La Goulette l’esercitazione Phoenix Express 2021 sotto la direzione di U.S. Africom (il comando delle forze armate statunitensi per le operazioni nel continente africano) e del comando delle forze navali Usa in Europa e Africa di stanza a Napoli. I war games nelle acque del Canale di Sicilia si concluderanno venerdì 28 maggio e vedono la partecipazione di unità aeronavali di Stati Uniti d’America, Tunisia, Algeria, Belgio, Egitto, Francia, Grecia, Libia, Malta, Mauritania, Marocco, Spagna e Italia.

Phoenix Express 2021

L’edizione 2021 di Phoenix Express è la più imponente della sua lunga storia (16 le attività navali di questa tipologia già effettuate negli anni). “L’esercitazione navale in nord Africa è pianificata per rafforzare la cooperazione regionale, la capacità di risposta, lo scambio di informazioni e l’interoperabilità tra i suoi partecipanti in questa regione critica”, spiega l’ammiraglio Robert P. Burke, comandante di U.S. Naval Forces Europe-Africa. “Il Mediterraneo è la linfa vitale del commercio mondiale e la sicurezza regionale e la stabilità sono cruciali per la prosperità  globale”.

Tra gli obiettivi prioritari dell’esercitazione pure quello di migliorare la collaborazione e il coordinamento degli alleati statunitensi nel Mediterraneo nelle attività di contrasto ai flussi migratori sulla rotta Africa-Europa. “Una parte di Phoenix Express 2021 è focalizzata alla sfida delle forze navali nordafricane, europee e USA contro le migrazioni irregolari e i traffici illegali di beni e materiali”, ha dichiarato Harry Knight, l’ufficiale di US Navy a capo dell’esercitazione.

Peccato che proprio il giorno successivo all’avvio dei giochi di guerra in acque tunisine, martedì 18 maggio, si è verificata una delle peggiori tragedie in mare del 2021, il naufragio di un’imbarcazione e la morte di oltre 50 migranti a poche miglia di distanza dalla città tunisina di Sfax. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della Difesa di Tunisi, Mohamed Zekri, 33 persone sono state soccorse in mare dai lavoratori di una piattaforma petrolifera off-shore, mentre sarebbe stata del tutto inutile la ricerca dei dispersi da parte di alcune unità della marina tunisine “prontamente” inviate nell’area del naufragio.

Naufragio a largo della Tunisia

L’OIM, l’organizzazione internazionale delle migrazioni, ha accertato che i 33 sopravvissuti sono tutti di nazionalità bengalese, mentre nell’imbarcazione – presumibilmente partita da Zuwara (Libia occidentale) – erano stipati perlomeno 90 migranti, anch’essi provenienti dal Bangladesh e da alcuni paesi africani. Sempre l’OIM ricorda che dall’inizio dell’anno sono stati già cinque i naufragi con morti a largo della Tunisia. Il 17 maggio, cioè proprio il giorno in cui ha preso il via Phoenix Express 2021, le motovedette tunisine avevano soccorso vicino Djerba un’imbarcazione con a bordo 113 migranti provenienti da Bangladesh, Sudan, Eritrea ed Egitto, molti dei quali minori di età. Anche in questo caso i migranti sarebbero partiti dal porto libico di Zuwara.

In questi giorni sono in aumento le segnalazioni da parte delle organizzazioni non governative internazionali di imbarcazioni in avaria nel Mediterraneo centrale. Centinaia e centinaia di migranti in fuga dagli innumerevoli conflitti africani e mediorientali volutamente ignorati o “non intercettati” dagli aerei-spia, dai droni e dai satelliti di Frontex, o dai radar delle innumerevoli unità da guerra USA, NATO e nordafricane in addestramento bellico. Sono donne, uomini e bambini condannati a restare senza nome, invisibili, vittime innocenti della cinica guerra alle migrazioni.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Bin Salman, l’amico saudita di Renzi: un mix di modernismo e dispotismo

Per gentile concessione della rivista Middle East Eye
pubblichiamo un’analisi del professor Mohammed H. Fadel
sulle riforme del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman,
che Matteo Renzi aveva paragonato a un principe rinascimentale.
Secondo l’accademico le sue riforme, invece, sono una miscela incoerente
di modernismo  e dispotismo
rivolte a mantenere una struttura di potere autoritaria e antistorica

Middle East Eye
Mohammad H. Fadel*
Toronto, maggio 2021

Alla fine del mese scorso, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha rilasciato un’ampia intervista di 90 minuti sul canale statale Rotana con il conduttore Abdullah al-Mudaifer. Il principe ereditario ha fornito resoconti dettagliati dei suoi risultati finora e di ciò che resta da fare. Particolarmente impressionanti sono state le sue affermazioni sul miglioramento dell’efficienza dei ministeri e delle agenzie del governo saudita.

Nessuna persona ragionevole non sarebbe d’accordo con la premessa che lo stato saudita ha bisogno di riforme amministrative radicali per permettergli di eseguire in modo efficiente la politica del governo. Il principe Mohammed ha anche parlato della politica religiosa nelle riforme che prevede, riaffermando la struttura di base del regno che si basa sul Corano e la sunnah del profeta Muhammad, come legge fondamentale del regno.

Nel corso della spiegazione della futura politica religiosa del Paese, tuttavia, il principe ereditario ha detto due cose che probabilmente hanno sorpreso l’establishment religioso saudita.

In primo luogo, ha affermato che il sistema costituzionale saudita, pur essendo legato alla sunnah del Profeta, riconosce come costituzionalmente vincolanti solo quei testi di hadiths (rapporti) che sono considerati mutawatir. Un hadith del Profeta è considerato mutawatir solo se è stato riportato da un numero così grande di trasmettitori attraverso le generazioni che è inconcepibile che sia stato fabbricato. In altre parole, l’hadith deve essere stato trasmesso sulla stessa scala del Corano, la cui trasmissione, tutti sono d’accordo, soddisfa questo requisito rigoroso. Altrimenti, nel caso di hadith che non raggiungono questo livello di certezza, il governo li applicherà solo nella misura in cui sono coerenti con il benessere del popolo dell’Arabia Saudita.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman

La seconda dichiarazione che ha sicuramente sollevato le ire dell’establishment religioso è stato il disconoscimento da parte del principe Mohammed di qualsiasi fedeltà al wahhabismo. Senza denunciare il wahhabismo in quanto tale, il principe ereditario ha affermato che è contrario al monoteismo islamico, che non riconosce alcun intermediario tra le persone e Dio. Dotare le opinioni di una persona particolare di uno status speciale è sbagliato. Si è spinto fino a dire che se il fondatore del wahhabismo fosse vivo oggi, sarebbe stato il primo a rifiutare l’idea che le sue idee debbano essere accettate indiscutibilmente.

La centralità dell’intenzione

Entrambe le proposizioni – mentre potrebbero sembrare piuttosto limitate dalla prospettiva di qualcuno che non ha familiarità con le dottrine della giurisprudenza e della teologia islamica – sono potenzialmente abbastanza rivoluzionarie. Allo stesso tempo, potrebbero non significare molto.

Quando il principe ereditario spiega di essere vincolato solo da quegli hadith la cui trasmissione è stata diffusa come il Corano, sta essenzialmente parlando di un insieme nullo: nessun hadith individuale è stato trasmesso così ampiamente da essere paragonabile al Corano. Per questa ragione, i giuristi hanno distinto tra due tipi di testi trasmessi in massa: quello la cui formulazione (lafz) è stata trasmessa in massa e quello il cui significato (ma’na) è stato ampiamente trasmesso.

Per fare un semplice esempio, ad ogni musulmano viene insegnato l’hadith: “Le azioni sono giudicate solo dalle loro intenzioni”. Questo non è un hadith trasmesso in massa in termini di formulazione. Fu trasmesso da un solo compagno, e poi da una sola persona della generazione successiva. È diventato diffuso o famoso solo nella terza generazione e in seguito.

Ma questo si riferisce solo alla sua particolare formulazione. Innumerevoli hadith e versetti del Corano confermano la centralità dell’intenzione nell’etica musulmana. Di conseguenza, i giuristi dicono che questo particolare hadith, per quanto riguarda la sua formulazione, è un hadith solitario, e quindi si può dare solo una probabile attribuzione al Profeta, mentre il suo significato – essendo ampiamente corroborato attraverso decine di altri testi – è certo.

Senza chiarire se lo stato saudita pretende di essere vincolato solo da testi hadith la cui formulazione, al contrario del significato, è trasmessa in massa, il principe ereditario potrebbe intendere che la sunnah ha effettivamente perso qualsiasi ruolo nell’ordine costituzionale saudita, o che solo quei principi fondamentali della sunnah, il cui significato è certamente incontrovertibile sono costituzionalmente vincolanti.

Il problema del wahhabismo

Questo porta alla prossima ambiguità nella sua risposta sulla relazione dello stato saudita con il wahhabismo. Il wahhabismo non era, in primo luogo, un movimento giuridico, ma piuttosto un movimento teologico dedicato a quello che intendeva essere un monoteismo puro e senza compromessi.

Tra le sue conseguenze più distruttive c’era la tendenza a trasformare ogni disaccordo, per quanto apparentemente piccolo, in una questione di fede e di miscredenza. Questo perché i wahhabiti credevano che non dare il giusto peso ai testi religiosi – come loro li intendevano – equivalesse a rifiutare la sovranità divina e fosse equivalente alla miscredenza.

Su questa base, i wahhabiti hanno colpito con un anatema la grande maggioranza del mondo musulmano. Essi adottarono anche una rigorosa dottrina di “lealtà e disconoscimento” (al-walāʾ wa’l-barāʾ), i cui seguaci non solo avevano il dovere affermativo di mostrare disprezzo verso i miscredenti (ora definiti per includere gran parte del mondo musulmano) ma avevano anche lo stesso dovere verso i musulmani che non riuscivano a mostrare sufficiente intolleranza verso la miscredenza.

È stata l’intolleranza rigorosa e di principio del movimento Wahhabi che ha creato molto scompiglio nel mondo musulmano. Se il governo saudita vuole veramente voltare pagina rispetto al wahhabismo, deve essere più schietto nel prendere le distanze da una dottrina che rende inconcepibile persino il pluralismo intra-musulmano, per non parlare del pluralismo interreligioso.

Mentre la dichiarazione del principe ereditario che disconosce il wahhabismo, se attuata, è senza dubbio benvenuta, molti vorrebbero vedere una rinuncia molto più completa a quelle dottrine che rendono impossibile la coesistenza con l'”altro”, sia musulmano che non musulmano.

Una visione moderna

Infine, c’è non poca ironia nel fatto che il principe ereditario abbia tracciato un programma religioso che cerca di limitare l’adesione dogmatica ad ogni relazione profetica a favore dell’interesse pubblico, e di promuovere lo spazio per i diritti personali e la tolleranza. I modernisti musulmani hanno articolato questa visione per più di un secolo, con una differenza fondamentale: insieme alla richiesta di una potatura di ciò che costituisce la “religione”, hanno anche chiesto una maggiore partecipazione pubblica al governo attraverso la democrazia.

Gli Stati arabi dispotici sono stati disposti ad accettare le loro argomentazioni religiose, mentre rifiutano assiduamente di attuare le loro richieste di democratizzazione. Infatti, molti degli studiosi più interessati al tipo di riforme religiose cui fa riferimento il principe ereditario, sono in prigione o accusati di sostenere il terrorismo, proprio perché insistono anche sul programma politico del modernismo musulmano.

In questo senso, l’approccio del principe Mohammed al governo non è diverso da quello di altri leader arabi moderni: cercare riforme sociali senza dare spazio alla partecipazione pubblica al governo.

Ciò di cui non sembra rendersi conto è che il suo sogno di uno stato saudita moderno ed efficiente che porti il suo popolo alla prosperità può essere realizzato solo attraverso la partecipazione attiva dei cittadini. Anche se riconosce che la “Visione 2030” può avere successo solo se i cittadini sauditi abbracciano il piano, non riesce a riconoscere il ruolo cruciale che le istituzioni democratiche svolgono nel produrre il tipo di consenso sociale necessario per attuare una visione trasformativa.

Il tipo di pensiero indipendente che il principe ereditario sta chiedendo in materia di religione – e che i modernisti musulmani, come Rashid Rida, sono stati i primi a chiedere e che hanno visto nel regno un luogo dove un tale rinnovamento potrebbe avere luogo – è incompatibile con lo stile dispotico di governo del principe ereditario.

In definitiva, potremo prendere sul serio questi appelli solo quando il principe Mohammed riconoscerà il diritto dei musulmani a governarsi politicamente.

Mohammad H. Fadel

*Mohammad H Fadel è professore di diritto all’Università di Toronto. Ha pubblicato numerosi articoli sulla storia giuridica islamica, la teologia e l’Islam e il liberalismo.

L’articolo originale si può leggere qui:

https://www.middleeasteye.net/opinion/saudi-arabia-mbs-religious-reform-incoherent-modernism

 

Mistero sul leader dei Boko Haram in Nigeria: ucciso o ferito da un gruppo rivale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 maggio 2021

Abubakar Shekau, l’uomo più pericoloso e più ricercato in tutta la Nigeria, secondo alcune agenzie di stampa sarebbe morto. Secondo altre, invece, sarebbe gravemente ferito.

Al momento attuale il condizionale è ancora d’obbligo. Un déjà vu.  Il leader dello storico gruppo terrorista-jihadista Boko Haram è stato dato per morto già diverse volte negli ultimi anni, ma poi è sempre riapparso più vivo che mai in qualche video.

Abubakar Shekau, leader di Boko Haram

Fonti dell’intelligence nigeriana hanno fatto sapere a diverse testate che il terrorista avrebbe tentato il suicidio per evitare di essere catturato dall’ISWAP, (acronimo per Islamic State West Africa Province), una fazione rivale che si è staccata dallo storico raggruppamento nel 2016. Lo scontro sarebbe avvenuto nel Borno State, nel nord-est del Paese, dove ISWAP è attualmente molto attivo.

Shekau e il suo gruppo sono i maggiori responsabile dell’insicurezza che ha travolto la Nigeria dall’inizio dell’insurrezione jihadista nel 2009. Il capo indiscusso di Boko Haram aveva conquistato i titoli dei maggiori quotidiani del mondo 2014, quando i suoi miliziani sequestrarono oltre 300 studentesse di Chibok, molte delle quali non sono mai tornate a casa. Allora fu lanciato l’hashtag #Bring BackOurGirls,

Ieri, dopo una serie di combattimenti con miliziani di ISWAP nelle foresta di Sambisa, roccaforte di Boco Haram, lo storico gruppo è stato circondato dai “cugini” che avrebbero chiesto a Shekau di arrendersi. Per evitare di essere catturato, in base a quanto riportato ai reporter da un agente dei servizi, Shekau si sarebbe sparato nel torace, ferendosi gravemente a una spalla. Alcuni dei suoi uomini sarebbero riusciti a scappare insieme al loro leader verso una destinazione sconosciuta.

Un’altra fonte dell’intelligence, invece, sostiene che Shekau avrebbe fatto esplodere la casa nella quale era trattenuto con alcuni suoi uomini e avrebbe riportato ferite davvero serie.

L’esercito nigeriano a caccia di terroristi

Finora le autorità nigeriane non hanno rilasciato alcun commento. HumAngle, un giornale online molto ben informato – Ahmad Salkida, considerato il giornalista meglio preparato sulle questioni dei terroristi nigeriani, ha ritwittato l’articolo – sostiene che il leader storico sia morto. In base alle informazioni ricevute, le guardie del corpo di Shekau sarebbero state sopraffatte dai “cugini”. Il leader sarebbe stato poi costretto a partecipare a una lunghissima riunione con gli esponenti di ISWAP, che avrebbero preteso una dichiarazione ufficiale da lui.

Le fonti di HumAngle hanno contatti diretti con il gruppo terrorista e hanno rivelato che Shekau per motivi di sicurezza sotto gli abiti portava sempre un giubbotto esplosivo per un eventuale suicidio. Lo avrebbe fatto detonare durante la riunione di ieri. Tutte le persone che si trovavano con lui nella stanza in quel momento sarebbero morte, compresi due comandanti dell’ISWAP di cui non si conoscono i nomi.

Abubakar Shekau nasce a Shekau, un villaggio dello Yobe State. Negli anni Novanta si trasferisce a Maiduguri, capoluogo del Borno State per studiare teologia e religioni locali; in questa città incontra Ustaz Mohammed Yusuf, una guida spirituale e fondatore nel 2002 di Boko Haram che tradotto dalla lingua hausa significa: “l’educazione occidentale è peccato”. Ben presto il giovane diventa il braccio destro di Yusuf, nonchè il suo più stretto e fedele collaboratore; iniziano i primi attentati a basi militari e posti di polizia. Nel 2009 le forze dell’ordine nigeriane attaccano una delle basi della setta: catturano e uccidono il fondatore e altri 700 adepti. In un primo momento anche il braccio destro viene dato per morto, ma qualche mese dopo appare in un video e fa sapere al mondo di essere il nuovo capo di Boko Haram.

Dalla salita al potere di Shekau nel 2009 a oggi si stima che siano state uccise oltre 36mila persone e, secondo l’ultimo rapporto dell’UNHCR, più di 3.2 milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case, 2,9 milioni tra questi sono sfollati.

Cornelia I. Toelgyes
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Costa d’Avorio: il lavoro minorile nascosto nelle nostre tavolette di cioccolato

Africa ExPress
20 maggio 2021

“Lavoro qui in Costa d’Avorio da due anni, sono arrivato dal Burkina Faso quando ne avevo 13. Il mio papà mi ha portato nella piantagione di cacao di mio zio vicino a Soubré” (nella parte sud-occidentale del Paese n.d.r.), ha raccontato il ragazzino, che ora si trova in un centro di assistenza a Soubré, ai reporter di Reuters.

Cacao

I poliziotti avevano trovato l’adolescente in una delle tante aziende agricole che coltivano il cacao, mentre spaccava i baccelli con un machete per togliere le fave, tra 20 e 30 in ogni cabossa (nome del frutto dell’albero del cacao).

Una decina di giorni fa gli investigatori ivoriani hanno individuato 68 minori, per lo più burkinabé in alcune piantagioni. La ex colonia francese è il primo produttore di cacao a livello mondiale e ha bisogno di molta mano d’opera e, secondo dati recenti, si stima che nel settore siano attivi quasi un milione di minorenni. Da anni la Costa d’Avorio subisce pressioni anche dall’Unione Europea per questo discutibile comportamento.

L’ultima operazione di polizia che ha individuato i 68 giovanissimi, è la prima dopo anni; la retata precedente risale al lontano 2014. Le autorità incaricate dei controlli hanno giustificato la lunga interruzione per mancanza di fondi destinati a questo tipo di indagini.

Lavoro minorile nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio

Grazie all’ultimo raid sono state identificate 24 persone, responsabili di traffico di minori e portati subito in tribunale, che ha condannato 5 di loro a 20 anni di galera, 17 a 5 anni, mentre solo due sono stati prosciolti dalle accuse.

Brahima Coulibaly, membro del comitato nazionale di monitoraggio sul lavoro minorile, ha spiegato ai reporter di Reuters che finalmente le indagini stanno andando avanti. Dal 2012 al 2020 sono stati avviati 600 procedimenti giudiziari contro i trafficanti di bambini, la metà di questi nel 2020.

Tra coloro che dovranno scontare una pena di 20 anni c’è anche lo zio del ragazzino burkinabè che aveva affermato di essere stato portato dal padre nella piantagione del parente.

Africa ExPress
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Terroristi islamici all’attacco in Costa d’Avorio contro postazioni militari: 6 morti

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Atrocità, stupri, saccheggi: ex bambino soldato ugandese, condannato a 25 anni

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Maggio 2021

La Corte Penale Internazionale (CPI) ha condannato a 25 anni di carcere Dominic Ongwen, uno dei principali comandanti del Lord’s Resistance Army (LRA), guerriglia che ha terrorizzato per molti anni l’Uganda .”La sentenza – ha commentato Human Right Watch – segna una tappa importante nella ricerca di giustizia per le vittime dei gravi crimini internazionali commessi da questo famigerato gruppo armato nel nord dell’Uganda”. La condanna dimostra che anche se a distanza di tanti anni, la giustizia non si ferma.

Dominic Ongwen, ex bambino soldato LRA condannato a 25 anni di prigione

La storia di Ongwen è emblematica, lui stesso fu rapito dai guerriglieri e obbligato a diventarne membro quando aveva appena  dieci anni, mentre andava a scuola, così come è accaduto a tanti altri piccoli, ma poi è stato trasformato da vittima  a carnefice e ha “fatto carriera”.

Ongwen si è macchiato di ogni tipo di atrocità. E’ stato ritenuto colpevole di ben 61 reati, commessi in Uganda nel periodo 2002-2005, anno in cui è stato arrestato, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, fra cui attacchi alla popolazione civile, omicidio, tortura, persecuzione, matrimonio forzato, gravidanza forzata, schiavitù sessuale, riduzione in schiavitù, stupro, saccheggio, distruzione di proprietà e reclutamento e utilizzo di minori di 15 anni per partecipare alle ostilità.

Il fatto che fosse stato rapito da piccolo, gli ha consentito una condanna più lieve rispetto all’ergastolo. La Corte, infatti, non può procedere per i crimini commessi dai minori di 18 anni e, quindi, Ongwen è stato giudicato soltanto per le barbarie compiute da adulto

Il Tribunale ha anche respinto l’applicazione delle tradizionali misure di riconciliazione ugandesi al posto della reclusione. Il processo, però, non è chiuso, rimangono da quantificare  gli indennizzi per le vittime dei crimini, un aspetto di particolare rilevanza per fare piena giustizia.

Il LRA ha rapito decine di migliaia di piccoli e li ha costretti a diventare soldati, braccianti e schiavi del sesso, costretti a uccidere i bambini che cercavano di scappare a quest’inferno. All’inizio degli anni 2000, quando LRA era particolarmente attivo, molte migliaia di fanciulli fuggivano dalle campagne, ogni giorno, per cercare riparo in città, per evitare di essere rapiti ed essere costretti  a combattere con i guerriglieri.

Questo processo, il primo di un leader dell’LRA, è stato anche il primo in cui un tribunale internazionale ha considerato la gravidanza forzata come un crimine autonomo, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. È stata anche la prima volta che il matrimonio forzato, dichiarato  “un altro atto disumano” che costituisce un crimine contro l’umanità, è stato perseguito dinanzi alla Corte.

La condanna di Ongwen costituisce  un’importante pietra miliare in una lunga ricerca di riconoscimento internazionale, giustizia e risarcimenti per i sopravvissuti a crimini sessuali e di genere durante la guerra.I giudici hanno anche indicato che “l’essenza del crimine di gravidanza forzata, sta nel porre illegalmente la vittima in una posizione in cui non può scegliere se continuare la gravidanza”.

Con particolare riferimento alle sette donne rapite, facenti parte della famiglia di Ongwen, la Corte ha riconosciuto i danni che queste donne hanno subito a causa di matrimoni forzati, torture, stupri, schiavitù sessuale, schiavitù e gravidanza forzata.Per loro, tuttavia, sarà molto difficile il reinserimento nell’ambito  familiare  e comunitario: le aspettano stigma, esclusione, depressione, paura e traumi.La condizione di queste povere donne è quindi particolarmente problematica, in quanto la liberazione dall’incubo difficilmente le darà la possibilità di un riscatto.

Più di 4.000 vittime hanno partecipato al processo e tale  partecipazione delle vittime, peculiarità della CPI, che consente di esprimere il pensiero di chi ha sofferto e di accrescere la risonanza dei processi nelle comunità colpite. Durante il procedimento, le proiezioni audio e video di parti del dibattimento in molte delle comunità colpite, le trasmissioni radiofoniche dedicate, finanziate anche grazie dal Governo danese,  ne hanno permesso la massima  diffusione, inoltre i leader delle comunità hanno potuto partecipare di persona all’Aia, città in cui si è svolto il processo.

Joseph Kony, Leader di LRA

L’arresto di Joseph Kony, fondatore e capo dell’LRA, è ora particolarmente importante, visto che sfugge al giudizio della CPI che ne ha disposto l’arresto da più di 15 anni. I suoi guerriglieri continuano a compiere atrocità, sia pure in misura più limitata rispetto al passato. La Corte non ha, purtroppo, una sua forza di polizia e si deve basare unicamente sulla cooperazione dei governi  per gli  arresti. Kony  sembra essere in una zona al confine tra il Sudan e il Sud Sudan, ma nessuno dei due Paesi è un membro della CPI e, quindi non hanno l’obbligo  di cooperare, pur potendo sempre  arrestarlo.

Anche altri governi regionali, l’Unione Africana e le Nazioni Unite, gli Stati Uniti e gli Stati europei dovrebbero attivarsi per portare Kony in tribunale. L’amministrazione Biden ha stabilito una ricompensa di 5 milioni di dollari per chiunque fornisca informazioni che portino al suo arresto.

Vanno giudicati, infine anche gli abusi commessi dalle forze ugandesi durante il conflitto, al fine di fare piena giustizia

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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La caccia a Joseph Kony è finita: USA e Uganda ritirano le truppe dal Centrafrica

 

 

 

Rappresaglia del Marocco contro la Spagna: migliaia di migranti all’assalto di Ceuta

Africa ExPress
18 maggio 2021

Sono arrivati in migliaia in un solo giorno, oltre 5.000 migranti hanno preso d’assalto Ceuta lunedì scorso, tra questi anche mille minori.

Grazie alla bassa marea, i migranti, uomini, donne e bambini hanno raggiunto l’enclave spagnola dal Marocco a nuoto, altri addirittura a piedi con l’aiuto di boe gonfiabili, altri con piccoli cannotti. Un portavoce della guardia civil spagnola ha confermato che in alcuni punti si poteva praticamente arrivare a Ceuta camminando.

I primi sono arrivati in mattinata, partiti durante la notte dalle vicine spiagge marocchine, il flusso non si è arrestato per tutta la giornata. I migranti tentano spesso di raggiungere l’Europa, passando per le enclave di Ceuta e Melilla, mai in modo così massiccio.

Qualche settimana fa un centinaio di marocchini sono arrivati a nuoto in territorio spagnolo, la maggior parte di loro sono poi stati espulsi, rimandati in patria.

Attualmente le relazioni tra Rabat e Madrid sono piuttosto tese, in quanto il leader del Fronte Polisario del Sahara occidentale, Brahim Gali, è stato ricoverato in un ospedale spagnolo a metà aprile, perché affetto da Covid-19, gesto che non è stato apprezzato dal governo marocchino.

Sembra infatti che la polizia marocchina abbia allentato i controlli a Fnideq, città del Marocco più vicina a Ceuta, come rappresaglia nei confronti della Spagna giacchè ritengono le cure prestate al leader del Polisario come una provocazione.

L’enclave spagnola si trova ora in grande difficoltà logistica, le strutture per l’accoglienza non sono assolutamente sufficienti, possono ospitare al massimo 200 persone. La Spagna vorrebbe rispedire al mittente quanto prima le persone arrivate, operazione che presenta qualche difficoltà viste le attuali tensioni tra i due Paesi, causate dal conflitto nel Sahara occidentale. Rabat insiste, vuole un totale riconoscimento della propria sovranità sui territori, mentre dal canto suo Madrid è favorevole a trattative con il Fronte Polisario.

Dopo quasi 30 anni dalla proclamazione del cessate il fuoco, firmato nel 1991 sotto l’egida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, le tensioni si sono riaccese lo scorso novembre, quando le autorità marocchine hanno deciso di intervenire nella zona cuscinetto di Guerguerat, villaggio sud-ovest del Sahara occidentale.

Aggiornamento:

Sono oltre 6.000 le persone – tra loro anche 1.500 minori – che hanno raggiunto l’enclave spagnola dal Marocco. Sono per lo più cittadini del Paese nordafricano.
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La crisi migratoria nell’enclave si fa sempre più seria e, durante un intervento in TV, il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, ha ricordato a Rabat che i legami di amicizia con Madrid si basano anche sul rispetto reciproco delle frontiere.

Sanchez ha poi promesso che cercherà di risolvere con determinazione e fermezza la grave crisi.
E ha aggiunto: “L’integrità territoriale della Spagna e delle sue frontiere, che sono anche quelle esterne dell’Unione Europea, nonché la sicurezza e la tranquillità dei nostri compatrioti saranno difesi dal nostro governo in ogni momento e useremo qualsiasi mezzo necessario”.

Il premier spagnolo ha rinunciato al viaggio a Parigi per partecipare alle conferenza sull’Africa e ha schierato l’esercito a Ceuta. In queste ore sono attesi rinforzi di agenti di polizia e uomini della guardia civil.
Dal canto suo Rabat ha convocato con urgenza la sua ambasciatrice accreditata a Madrid.

Africa ExPress
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Marocco: oltre mille disperati assaltano il confine con Ceuta, enclave dell’Europa in Africa

Incontri e scontri a Ginevra: referendum ancora lontano per il popolo saharawi

L’imperatore Tito a Milano: un maratoneta keniota trionfa per la seconda volta

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
17 maggio 2021

“Aveva un bell’aspetto, pieno di dignità e di grazia; una forza straordinaria sebbene non fosse molto alto e avesse il ventre grosso…”: Così dice Svetonio di Titus-Tito, l’imperatore romano.

Non fosse per l’altezza e il… ventre, lo stesso si potrebbe dire di un altro Titus, proclamato imperatore di Milano dopo la maratona di domenica scorsa. Titus Ekiru, 29 anni, corridore di lunghe distanze. Il sesto uomo al mondo a coprire i classici 42.195 metri sotto le 2 ore e 3 minuti.

Titus Ekiru vincitore della maratona di Milano 2021

La dinastia non è di quella dei Flavi, ma – se è consentito insistere nelle enfatizzazioni – quella di chi è abituato a correre fin da bambino, magari scalzo, nella Rift Valley, in Kenya. “La mia famiglia non aveva i soldi per pagarmi la retta scolastica – aveva dichiarato tempo fa Titus – così cominciai a correre. E ora sono in grado di aiutare la mia famiglia”.

Alla “Generali Milano Marathon 2021 special Edition”, Titus Ekiru, domenica mattina 16 maggio (partenza alle 6,30), ha scritto una pagina di storia nella corsa più lunga, affascinante, crudele: si è imposto nella prova maschile in 02:02’57”. Il tempo da battere era di 2h 4’46” stabilito sempre a Milano dallo stesso Titus nel 2019. Meglio di lui al mondo hanno fatto solamente il connazionale Eliud Kipchoge, 37 anni, (recordman con 2h01’39”), e gli etiopi Kenenisa Bekele, 39, Birhanu Legese Gurmesa, 26, e Mosinet Geremew, 29.

“Ringrazio Dio per il risultato ottenuto, ero sicuro della mia condizione ma il tempo fresco mi ha aiutato tantissimo”, ha dichiarato Titus, dopo aver tagliato il traguardo con un salto felino, alle spalle del Castello Sforzesco, partenza e traguardo della Maratona milanese. Quel Castello domenica è stato avvolto dalla bandiera del Kenya: alle spalle di Titus, infatti, si sono piazzati altri 2 keniani, Reuben Kiprop Kipyego, 24 anni, e Barnabas Kiptum, 35. Tutti e tre – secondo gli esperti – sono stati in qualche modo favoriti dalle scarpe supertecnolgiche, quelle col tacco di ultima generazione sempre più utilizzate dai runners di livello mondiale.

Anche in campo femminile, il risultato è stato strepitoso. Ha vinto Gebrekidan Hiwot Gebremaryam, etiope, classe 1995, col tempo di 2h19’35”: il migliore di sempre tra quelli realizzati a maggio, fanno notare gli statistici. Il record precedente era di 2h23’10”. Dietro di lei, guarda caso, ancora due keniane, Racheal Jemutai Mutgaa,ed Eunice Chebet Chumba.

1. classificata femminile, l’etiope Gebrekidan Hiwot Gebremaryam

Particolarmente soddisfatto l’imperatore Titus, ormai giunto alla conquista della quinta maratona (Siviglia, Honolulu, Messico, Milano). “Credo di poter migliorare la mia prestazione – ha commentato – è solo questione di tempo ma vedrete che arriverò anche io alle 2:01:00. Chi può dirlo? Ora torno a casa (dove lo aspettano la moglie e il figlioletto, ndr) e dopo un periodo di relax studierò il da farsi con il mio coach”.

Ne ha fatta di strada Titus, specialmente negli ultimi 4 anni, nonostante abbia dovuto ingoiare qualche boccone amaro in patria. Era stato selezionato, in un primo momento, per le Olimpiadi di Tokyo, dopo aver conquistato, primo keniano nella storia, la mezza maratona agli African Games; poi è stato escluso dalla nazionale, scaricato.

Fu una cocente delusione, ma come ha ricordato il suo agente, il bresciano Piergiuseppe Picotti, della scuderia Rosa&Associati, che a Eldoret, nella Rift Valley cura e prepara decine di corridori africani, Titus non mollò e chiese di andare in giro per il mondo a correre. Anche perché, come si dice ,Titus “tiene famiglia”. E le vittorie in giro per il mondo e intorno al Castello Sforzesco gli hanno consentito di costruirsi la casa a Kapsabet, nella contea di Nandi, e “di mandare i miei fratelli a studiare”.

Costantino Muskau
muskost@gmail.com
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Miracoli del Kenya a Milano nella maratona numero 19