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Amnesty: Mozambico, nell’attacco jihadista a Palma salvati solo i bianchi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 16 maggio 2021

“Abbandonare le persone durante un assalto armato semplicemente a causa del colore della loro pelle è razzismo. Viola l’obbligo di proteggere i civili ed è un atto inumano. Questo non può rimanere senza risposta”.

È la denuncia di Amnesty International nelle parole, pesanti come piombo, di Deprose Muchena, direttore regionale di Amnesty per l’Africa orientale e meridionale. L’accusa è riferita ciò che è successo durante l’attacco di Palma, nord di Cabo Delgado, il 24 marzo scorso. Un assedio del gruppo jihadista Al Sunnah wa-Jammà, affiliato allo Stato islamico dell’Africa Centrale (ISCAP), durato una decina di giorni.

Il report di Amnesty

Amnesty accusa i mercenari di Dyck Advisory Group (DAG) della decisione di salvare solo i bianchi durante l’assedio. La denuncia, piena di dettagli, è pubblicata in un report che accusa anche le Forza armate mozambicane (FADM) di aver permesso tutto ciò. I mercenari sudafricani di DAG operavano in appoggio aereo alle truppe FADM. I militari mozambicani hanno dovuto ritirarsi per mancanza di munizioni, lasciando i mercenari a proteggere la popolazione con la copertura aerea.

Le testimonianze dei sopravvissuti all’assedio

Secondo il rapporto dell’ong per i diritti umani, si stima che durante l’occupazione della città, 220 civili si erano rifugiati nell’hotel Amarula. Di questi, circa 200 erano cittadini neri e una ventina imprenditori bianchi. I piani di evacuazione prevedevano di portare in salvo prima donne, bambini e persone disabili ma non sono stati rispettati.

Sotto: due tweet di Christiaan Triebert e Haley Willis (ambedue al Visual Investigations del New York Times) che mostrano l’evacuazione da Palma

Nei giorni successivi gli elicotteri di DAG, con sei posti a disposizione a viaggio, hanno portato in salvo una ventina di persone. I voli poi stati interrotti per mancanza di carburante e perché è sopraggiunta la notte. Appaltatori bianchi e neri benestanti – tra i quali gli amministratori di Palma – hanno avuto la precedenza nell’essere portati in salvo per via aerea. I cittadini neri sono, invece, rimasti terra.

Dicevano di salvare solo i bianchi, li abbiamo sentiti

Amnesty ha intervistato 11 persone che hanno cercato rifugio nell’hotel Amarula, tra cui cinque sopravvissute all’attacco. Tutti hanno confermato che il direttore dell’hotel e gli operatori DAG, “hanno dato la priorità alla sicurezza degli appaltatori bianchi rispetto alla popolazione nera locale”.

“Li abbiamo sentiti parlare del piano di prendere tutti i bianchi e lasciare i neri a terra – ha accusato uno dei sopravvissuti -. Noi non volevamo che tutti i bianchi fossero salvati. Sapevamo che se tutti i bianchi se ne fossero andati, saremmo rimasti lì a morire”.

C’è poi lo scandalo del volo in un elicottero di soccorso del manager dell’hotel Amarula. Secondo diversi testimoni ha approfittato del caos per portare in salvo i suoi due cani lasciando a terra 4 persone.

Scarica barile tra ministero della Difesa e DAG

Davanti alle pesanti accuse di Amnesty, ministero della Difesa mozambicano e DAG fanno a scarica barile. “Siamo responsabili solo delle missioni di salvataggio che hanno visto impegnate le Forze di sicurezza nazionali condotte a Cabo Delgado. Non quelle di DAG”,  ha dichiarato il ministero della Difesa. “Accuse infondate”, ha replicato all’agenzia Afp il colonnello Lionel Dyck, fondatore della società sudafricana DAG.

Sandro Pintus
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Congo-K: 30 condanne a morte per disordini a fine Ramadan 2021 a Kinshasa

Africa ExPress
16 maggio 2021

All’alba di questa mattina il tribunale delle Grandi Istanze di Kinshasa–Gombe ha condannato 30 persone alla pena capitale, perchè ritenuti responsabili di associazione a delinquere, ribellione, lesioni volontarie e alcuni anche di tentato omicidio e altro.

Disordini davanti allo stadio di Kinshasa per fine Ramadan

La Corte penale non ha perso tempo, come d’altronde è stato preannunciato dallo stesso governo giovedì sera. Infatti, venerdì 14 maggio 2021 è stato subito aperto un procedimento penale contro 41 persone, tutti di fede musulmana. Oltre ai trenta condannati a morte, la corte ha emesso per un altro una sentenza di 5 anni di galera, mentre 5 persone sono state assolte. Il tribunale si è dichiarato invece incompetente per giudicare i 5 minori implicati nei disordini.

Tutti 41 hanno partecipato agli scontri che si sono verificati il 12 maggio 2021, davanti allo Stade des Martyres, il grande stadio della capitale, dove si sarebbe dovuta svolgere la preghiera per la fine del Ramadan.

Come concordato con il governatore il giorno precedente, 11 maggio, la preghiera di questo importante evento sarebbe dovuta essere diretta dal grande mufti Cheikh Adballah Mangala, rappresentante legale della comunità islamica nella Repubblica Democratica del Congo e un altro imam, Youssouf Djibondo, ma quest’ultimo contesta da mesi l’autorità del primo. Da tempo i due sono ai ferri corti e un procedimento legale a questo proposito è tutt’ora in corso. Dunque l’accordo preso davanti al governatore non è stato altro che un compromesso di facciata. Tant’è vero che la polizia è stata messa in stato di allerta e è prontamente intervenuta quando qualcuno ha tentato di aggredire Mangala.

La situazione è presto degenerata mercoledì e gli agenti hanno dovuto ricorrere all’uso di gas lacrimogeni e spari di avvertimento. Un poliziotto è stato ammazzato, linciato dalla folla e quaranta persone sono state ferite, per lo più poliziotti, 8 di loro sono in condizioni gravi.

Il procuratore è stato duro nella sua arringa durante l’udienza, trasmessa in diretta TV. Ha sostenuto che i colpevoli si sarebbero comportati come terroristi, attaccando le forze dell’ordine e infine ha aggiunto: “Hanno ferito la Repubblica e tutta la nazione è rimasta scioccata per questi atti ignobili in questo giorno sacro per il mondo musulmano”.

Gli avvocati hanno promesso di ricorrere in appello. Nel Congo-K la pena di morte non viene più applicata dal 2003. Quasi certamente la sentenza sarà commutata in ergastolo.

Questa volta la giustizia è stata davvero veloce. Non è altrettanto tempestiva per quanto riguarda gli assassini del nostro ambasciatore, Luca Attanasio, la sua guardia del corpo, Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Mialmbo uccisi in Congo-K lo scorso febbraio. Coloro che li hanno freddati sono ancora a piede libero.

Africa ExPress
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Morte dell’ambasciatore in Congo: tentato rapimento, esecuzione o fuoco amico

La carneficina in Tigray: una suora conferma atrocità e stupri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 maggio 2021

La carneficina nel Tigray non si ferma. I morti non si contano più e non si fa in tempo a seppellire i corpi, ormai ci pensano anche le iene a divorare i resti di chi ha perso la vita in questo conflitto.

Ci è voluto tutto il coraggio di una suora – che per sua sicurezza ha scelto l’anonimato – e il miracolo di un telefono funzionate, visto che le comunicazioni sono pressoché interrotte dall’inizio del conflitto, per raccontare alla giornalista del The Guardian, Tracy McVeigh, le atrocità che si consumano giornalmente nel Tigray.

Stupri in Tigray,Etiopia. La denuncia di una suora

La religiosa si occupa soprattutto degli sfollati, vive a Makallé, il capoluogo del Tigray e cerca di portare aiuti a coloro che si trovano in tende o in altri alloggi precari sia in città che nelle zone limitrofe.

“Tutti sono in condizioni precarie, dormono in 40-60 in una stanza e per 3-4mila persone ci sono solamente 4 bagni per gli uomini, altrettanti per le donne. Manca l’igiene anche per mancanza di acqua. Per non parlare di cibo e medicinali, che sono davvero una rarità in questi tempi”, racconta la suora.

E la sua conversazione con la giornalista continua: “Gli stupri sono all’ordine del giorno. Si consumano velocemente, in pubblico, anche di fronte ai familiari. Da quando mondo è mondo sono armi da guerra ripugnanti; ancora oggi i militari eritrei e etiopici non prendono nemmeno in considerazione l’età delle vittime, si inizia con le bambine di otto anni fino alle ultrasettantenni. Impossibile solo immaginare che un essere umano possa commettere tali crimini, mi chiedo spesso chi abbia formato, addestrato questi soldati. La popolazione civile paga il prezzo più alto di questa guerra, ovunque mi giri, vedo dolore: saccheggi, scontri, violenze omicidi, molestie, brutalità senza pari. Siamo isolati dal resto del mondo, soli e abbandonati”.

E infine la coraggiosa suora di Makallé lancia un appello al mondo intero: “Tutti dovrebbero alzarsi in piedi e condannare a gran voce ciò che sta accadendo nel Tigray. Basta uccidere civili, stuprare le donne”.

E’ davvero difficile documentare tutte le atrocità, gli abusi dei diritti umani, che vengono commessi da tutte le parti coinvolte in questo conflitto, giacché è diventato quasi impossibile monitorare la situazione umanitaria  dopo che internet è stato sospeso nuovamente da tre settimane.

Venerdì Josep Borrell, che ricopre la carica di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Janez Lenarčič, commissario europeo per la gestione delle crisi hanno denunciato il limitato accesso degli aiuti umanitari nel Tigray. Inoltre hanno chiesto l’immediato ritiro delle truppe eritree.

Nel loro comunicato congiunto hanno specificato che militari impediscono il trasporto di cibo e beni di prima necessità specie nelle zone rurali, dove la crisi umanitaria ha raggiunto livelli catastrofici. E, secondo l’ONU sono almeno 5,2 milioni di persone su una popolazione di 5,7, che nel Tigray necessitano assistenza alimentare con la massima urgenza.

Utilizzare gli aiuti umanitari come arma da guerra è una grave violazione del diritto umanitario internazionale – hanno sottolineato Borrell e Lenarčič nel loro comunicato congiunto – perchè in questo modo si mettono a rischio milioni di vite umane.

Pochi giorni fa The Telegraph è venuto in possesso di una lettera indirizzata al Sinodo della Chiesa ortodossa etiopica, nella quale viene denunciato il massacro di almeno 78 tra preti, monaci, diaconi, cantori negli ultimi 5 mesi. Sei sopravvissuti hanno confermato questo strazio al quotidiano britannico, carneficina commessa nel sud-est del Tigray da truppe etiopiche e eritree.

Abune Mathias, patriarca della Chiesa ortodossa etiopica

La notizia è trapelata dopo la video-denuncia del patriarca della Chiesa ortodossa etiopica Abune Mathias. Nel filmato, arrivato miracolosamente oltre il confine dell’Etiopia, l’alto prelato condanna aspramente questa guerra, anzi, secondo lui Addis Ababa sta commettendo un vero e proprio genocidio nel Tigray. Un conflitto che ha scatenato una crisi umanitaria che ha toccato livelli mostruosi, senza risparmiare sacerdoti, tanto meno luoghi di culto.

Chiese e moschee secolari sono state distrutte, come il monastero di Debre Damo del VI secolo, situato nelle montagne di Adigrat e la prima moschea africana, Al-Nejashi, vicino a Wukro, città che dista oltre 800 chilometri dalla capitale. Nel 2015 la Turkish Cooperation and Coordination Agency (TIKA) aveva iniziato il restauro della moschea, terminato nel 2018. Il sito è stato poi inserito nella lista delle maggiori destinazioni del turismo religioso.

All’inizio della settimana il vice-procuratore generale dell’Etiopia ha respinto tutte le accuse sul massacro di Aksum del novembre scorso. Parlando con i reporter, il magistrato ha detto che secondo gli accertamenti fatti, i morti sarebbero non più di 93, per la maggior parte soldati.

Ma i rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch testimoniano ben altro. Del resto la stessa Ethiopian Human Rights Commission aveva parlato di una carneficina; l’unica discordanze tra le ONG e l’organizzazione etiopica è il numero delle persone ammazzate. Amnesty e HRW richiamano la necessità improrogabile di un’indagine internazionale, indipendente sul massacro di Aksum.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Etiopia: bombardamenti in Tigray si inasprisce il conflitto con Addis Ababa

Prime atroci testimonianze dal Tigray: omicidi e mattanze contro i civili

Mozambico, alle Quirimbas marinai uccidono i jihadisti che li hanno rapiti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 14 maggio 2021

Qualche giorno fa, sparando in aria, un gruppo di sei jihadisti ha attaccato una delle piccole isole dell’arcipelago delle Quirimbas. L’isolotto si chiama Makolowe ed è una delle 50 isole del piccolo paradiso terrestre tropicale che fa parte del distretto di Mocomia a Cabo Delgado.

jihadisti alle Quirimbas
Mappa dell’arcipelago delle Quirimbas, Mozambico (Courtesy GoogleMaps)

Trenta ostaggi dei jihadisti

Fonti locali raccontano che i terroristi hanno preso in ostaggio un gruppo di 30 persone, sfollate dalla guerra. Tra questi c’erano anche dei pescatori e tre marinai, in attesa di essere trasportati verso la città di Pemba, capitale di Cabo Delgado.

Quattro terroristi del gruppo hanno obbligato la maggioranza degli ostaggi a salire su un’imbarcazione. Gli altri due hanno imposto ai tre marinai di salire sulla barca di alcuni pescatori carica di pesce e di proseguire verso Mocímboa da Praia. Mocímboa, dall’occupazione dello scorso agosto, è diventata quartier generale del gruppo jihadista Al Sunnah wa-Jammà, affiliato allo Stato islamico dell’Africa centrale (ISCAP).

Jihadisti scaraventati in mare

Un grosso sbaglio affidarsi a marinai esperti quello fatto dai jihadisti. Durante la traversata i marinai hanno portato la barca verso un banco di corallo facendola incagliare. Ai loro sequestratori hanno raccontato che la causa era la bassa marea e sarebbe stato difficile continuare. All’improvviso li hanno attaccati e scaraventati in mare aperto facendoli annegare. Poi, con l’imbarcazione, sono fuggiti verso Matemo, l’isola più vicina.

Le isole dell’arcipelago di Quirimbas sono un punto di transito per i profughi in fuga dagli attacchi terroristici del nord di Cabo Delgado. Dall’occupazione jihadista di Palma lo scorso 24 marzo la situazione degli sfollati è notevolmente peggiorata.

Cantiere del gas naturale è fermo

Nel frattempo, nella penisola di Afungi, i cantieri Total per l’estrazione del gas naturale (LNG-GNL) è tutto fermo finché non ci saranno le condizioni per continuare. La multinazionale francese, al momento dell’occupazione di Palma, ha evacuato il personale. ENI, che opera off-shore, ha confermato ad Africa ExPress che non ha avuto problemi in seguito all’attacco di Palma.

L’occupazione di Palma è stato il peggior attacco terroristico dove, per la prima volta, cittadini stranieri sono stati presi come bersaglio. Il governo mozambicano ha parlato di decine di morti ma non si conosce ancora il loro numero ufficiale. Con certezza si sa che sono stati ammazzati sette stranieri che cercavano di fuggire e disseppelliti 12 cadaveri di bianchi decapitati.

Dal mese di ottobre 2017, inizio degli attacchi jihadisti a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico si contano oltre 2.500 morti e più 700 mila sfollati.

Sandro Pintus
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ESCLUSIVA/Jihadisti attaccano (con morti) in Mozambico, coinvolta azienda italiana

Bambini armati tra i jihadisti che hanno assediato e ucciso a Palma, Mozambico

La mattanza in Mozambico, Total chiude, blitz sudafricano per salvare i suoi cittadini

Mozambico, decine ammazzati dai jihadisti Disperata corsa per salvare gli ostaggi

Mozambico, jihadisti occupano porto di Mocimboa vicino a giacimenti di gas

 

 

Cannonate italiane sparate dai libici contro il peschereccio italiano di Mazara del Vallo

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
13 maggio 2021

Motovedette italiane armate con cannoni italiani – utilizzati da militari libici formati e addestrati da personale italiano in Italia – che sparano e feriscono cittadini italiani.

E’ quanto accaduto il 6 maggio nelle acque del Mediterraneo, protagoniste le unità della cosiddetta Guardia costiera della Libia, vittime tre pescherecci della flotta siculo-tunisina di Mazara del Vallo. “Eravamo quasi a 50 miglia dalle coste libiche, al largo di Misurata e avevamo impiegato un’ora per recuperare le reti, quando verso le 10.15 ci ha chiamato la Marina Militare invitandoci ad invertire la rotta verso nord, senza spiegare cosa stava accadendo”, ha raccontato all’agenzia AGI il comandante del peschereccio “Aliseo”, Giuseppe Giacalone. “Verso le 13.15 una motovedetta libica ci ha affiancato. Ferma, ferma, ci urlavano e hanno cominciato a sparare con tre fucili”.

Peschereccio Aliseo Guardia costiera libica

Durante la sparatoria alcune schegge hanno colpito Giacalone ad un braccio. “Puntavano sull’uomo, volevano uccidere solo me”, ha aggiunto il comandante del peschereccio. “I libici mi guardavano fisso negli occhi e con le dita mi facevano segno che mi avrebbero tagliato la gola. Poi siamo stati costretti a fermarci e hanno prelevato me ed il nostromo, mentre tre militari libici sono saliti a bordo del peschereccio.

Uno di loro era stato addestrato a Messina e parlava italiano e anche la motovedetta libica è quella della Guardia di Finanza che gli avevamo dato noi. Questo militare ci ha detto che se non ci fermavamo, ci avrebbero lanciato delle bottigliette piene di benzina per utilizzarle come molotov”.

Le gravissime accuse di Giuseppe Giacalone sono state confermate dalla Marina italiana che ha pure rivelato l’identità della motovedetta impiegata per l’azione di fuoco, la “Ubari 660”. La foto scattata dai pescatori dell’”Aliseo” e pubblicata dal quotidiano Avvenire non lascia alcun dubbio: si tratta infatti della motovedetta consegnata dalla Guardia costiera italiana ai militari libici appena due anni e mezzo fa nella città di Messina. Un evento immortalato dalle cronache del quotidiano online libyaobserver.ly.

“I comandanti e i membri della Guardia costiera libica della base navale di Tripoli hanno ricevuto domenica 25 novembre 2018 il nuovo pattugliatore Ubari proveniente dal porto di Messina in Italia”, riporta la testata. “I membri della Guardia costiera erano stati in precedenza in Italia per un programma di addestramento di quattro settimane per prepararsi operativamente e tecnicamente all’uso dell’imbarcazione. In passato, la Marina militare libica ha pure ricevuto l’unità Fezzan come parte del sostegno e cooperazione della Guardia costiera italiana nella lotta alla migrazione illegale”.

Chi, come e quando ha deciso in Italia di dotare i libici di imbarcazioni veloci per sparare ai migranti in fuga dai conflitti africani e mediorientali e oggi perfino agli equipaggi dei pescherecci italiani nel Canale di Sicilia? La lettura dei documenti ufficiali e degli atti parlamentari rivelano che non c’è stato esecutivo a Roma – perlomeno negli ultimi 20 anni – a cui non è possibile non attribuire una responsabilità diretta o la copertura dei crimini commessi dalle autorità di Tripoli.

10 luglio 2018. Da meno di quaranta giorni è in carica l’inedito governo Lega-M5S (presidente del consiglio Giuseppe Conte, vicepresidente e ministro dell’interno Matteo Salvini, vicepresidente number two e ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio). Tra i primi atti viene approvato un decreto-legge recante disposizioni urgenti per la cessione di unità navali italiane a supporto della Guardia costiera del Ministero della difesa e degli organi per la sicurezza costiera del Ministero dell’interno libici. “Per incrementare la capacità operativa dei libici nelle attività di controllo e di sicurezza rivolte al contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani, nonché nelle attività di soccorso in mare – si legge all’art. 1 del decreto – è autorizzata la cessione a titolo gratuito al Governo dello Stato di Libia, con contestuale cancellazione dai registri inventariali e dai ruoli speciali del naviglio militare dello Stato, fino a un massimo di 10 unità navali CP, classe 500, in dotazione al Corpo delle capitanerie di porto – Guardia costiera e di 2 unità navali, classe Corrubia, in dotazione alla Guardia di finanza”.

Il nuovo governo giallo-verde autorizza anche una spesa complessiva di 1.150.000 euro per il “ripristino in efficienza e il trasferimento delle unità navali” alla Libia, a cui si aggiunge pure 1.370.000 euro per la manutenzione delle imbarcazioni e per lo svolgimento di “attività addestrativa e di formazione del personale della Guardia costiera del Ministero della difesa e degli organi per la sicurezza costiera del Ministero dell’interno libici”. Alla copertura finanziaria dell’operazione (complessivamente 2.520.000 euro per l’anno 2018) vengono destinati per metà i fondi assegnati al bilancio del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (ministro il pentastellato Danilo Toninelli) e del Ministero dell’economia e delle finanze (l’indipendente Giovanni Tria) e per il restante 50% gli accantonamenti relativi al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (Enzo Moavero Milanesi). Il decreto verrà convertito in legge il successivo 9 agosto con voto quasi unanime del Parlamento.

In vista del passaggio alle due Camere, il governo Conte1 ha predisposto alcuni documenti, la cui lettura ci consente oggi di avere altre importanti informazioni sulla dissennata decisione di cedere le unità navali ai militari libici e di addestrarli contestualmente alla guerra ai migranti e – oggi – ai pescatori. Innanzitutto il “quadro giuridico di riferimento” a cui attenersi, il famigerato Trattato di Amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria libica popolare socialista, firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 dall’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione Muammar El Gheddafi, successivamente deposto e assassinato dalla forza multinazionale a guida NATO.

L’esecutivo, nel sottolineare la rilevanza dell’art. 19 del Trattato – rimasto in vigore nonostante i sanguinosi, repentini e traballanti cambi di governo a Tripoli – spiega che esso è “volto a rafforzare la collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina, come già stabilito dall’accordo del 2000, in vigore dal 22 dicembre 2002” (a firmarlo il governo Amato2 con Ulivo-Pdci-Udeur, mentre a fine 2002 era premier per la seconda volta Silvio Berlusconi con una coalizione di centro-destra). “Per contrastare l’immigrazione clandestina, le Parti promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche”, riporta l’Accordo italo-libico del 2008.

“Il costo dell’operazione sarà per metà a carico dell’Italia e per l’altra metà verrà chiesto il contributo dell’Unione europea, sulla base di precedenti intese tra quest’ultima e la Libia”. Inoltre – ricorda ancora il governo Conte 1 – proprio alla vigilia della firma del patto Berlusconi-Gheddafi, il 29 dicembre 2007 era stato siglato un Protocollo tecnico-operativo che prevedeva un pattugliamento congiunto italo-libico nel Canale di Sicilia “con la cessione in uso di motovedette, nonché attività di addestramento, formazione, assistenza e manutenzione dei mezzi”.

“Tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 sono state cedute 4 unità navali”, aggiunge l’esecutivo giallo-verde. “Si ricorda che tali unità sono rimaste danneggiate nel corso della guerra civile libica e sono state riportate nuovamente in Italia per essere riparate, dopodiché sono state custodite dal Corpo della Guardia di Finanza nel comprensorio di Miseno per essere poi riconsegnate alla Libia nell’aprile 2017, mentre venivano avviate le attività di manutenzione per il ripristino di altre 6 unità”.

“Il Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato di Libia e la Repubblica italiana firmato dal Presidente del Consiglio Sarraj ed il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni a Roma il 2 febbraio 2017 interviene a definire i comuni impegni in vista della stabilizzazione del paese e del governo dei flussi di migranti clandestini e di contrasto ai traffici illeciti”, si legge sempre nella relazione presentata in Parlamento per l’approvazione del decreto-legge del 10 luglio 2018. “La deliberazione del Consiglio dei Ministri del 28 dicembre 2017, ha previsto, tra l’altro, la prosecuzione dell’impiego, per l’intero anno 2018, di personale del Corpo della Guardia di Finanza per la missione bilaterale di assistenza alla Guardia costiera della Marina militare libica (…) L’impegno preso dal nostro Paese prevede lo svolgimento di attività addestrativa del personale libico e di pattugliamento a bordo delle unità cedute, nonché la manutenzione ordinaria delle 4 unità navali cedute dal Governo italiano al Governo libico tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010. Il fabbisogno finanziario della missione è stimato in euro 1.605.544…”.

Nel documento di verifica delle spese previste per la cessione dei mezzi navali alla Libia, il governo Conte1 fornisce alcuni dati sulle caratteristiche tecnico-operative delle unità e sui programmi di formazione previsti per il personale della Guardia costiera di Tripoli.

“Le 10 motovedette classe 500 sono in vetroresina di 9,73 mt. e 7.500 kg e possono raggiungere una massima velocità di 35 nodi con un’autonomia di oltre 200 miglia con propulsione ad elica o ad idrogetto”, si riporta. “Le motovedette sono state costruite in più tranches presso i Cantieri Navali del Golfo di Gaeta, Cantieri Tencara di Venezia e Cantieri Stanisci di Taranto e sono entrate in servizio nel Corpo delle capitanerie di porto – Guardia costiera tra il 1997 ed il 2009”.

Identificate con codice da Cp 515 a 522 e Cp 526 e Cp 535, prima della loro consegna ai libici erano assegnate alle sedi di Siracusa, Gela, Vasto, Otranto, Monopoli, Barletta, Goro, Procida, Venezia e Fano. Le altre due unità da cedere alla Libia erano invece le guardiacoste da 26,8 metri e 92.120 kg della classe Corrubia, “la G 92 Alberti e la G 115 Zanotti, in dotazione alla Guardia di finanza, la prima entrata in servizio nel 1997 e assegnata a Venezia (prezzo storico pari a 3.969.546 euro) e la seconda in servizio dal 2000 a Vibo Valentia (4.004.302 euro)”.

Scuola nautica della Guardia di finanza di Gaeta

“In attesa che la componente manutentiva libica acquisisca le necessarie capacità tecniche, è stata prevista la fornitura di un supporto logistico fino al 31 dicembre 2018 da assicurarsi in territorio libico da parte di idoneo operatore economico e che in ragione del particolare contesto ambientale e della situazione geo-politica si stima la spesa di euro 500.000”, aggiunge il documento governativo.

Infine il capitolo sui corsi di formazione riservati al personale militare libico da svolgersi a Messina (strutture della Guardia Costiera) e Gaeta (Guardia di finanza). “L’ubicazione, la struttura e i servizi offerti delle suddette strutture determinano costi formativi e logistici sensibilmente diversi”, spiega il governo. “Relativamente alla formazione da rendersi a Messina si è previsto l’alloggiamento ed il vettovagliamento del personale presso strutture civili in quanto non è possibile accasermare il personale in base. Il costo è stato calcolato in 110 euro al giorno di pernottamento e 60 di vitto a favore di 20 frequentatori del corso della durata di 28 giorni”. A carico dei contribuenti italiani pure le spese di viaggio in aereo, del vestiario e dei dispositivi di protezione del personale libico, più relativi “costi di assicurazione sanitaria, visti e diaria”.

“Le attività programmate presso la Scuola nautica della Guardia di finanza di Gaeta saranno articolate su tre settimane, a favore di due equipaggi di 14 militari ciascuno più due tutor, con un costo giornaliero a persona stimato in 606 euro”, spiega ancora il governo italiano. Dulcis in fundo una nota sulle spese previste per ripristinarne la perfetta efficienza delle due unità veloci cedute dalla Finanza, 70.000 euro “per lavori di carenamento, smontaggio e sostituzione dell’armamento fisso di bordo (la mitragliera Astra cal. 20 mm in luogo del cannone Breda) e ulteriori 360.000 euro per la sostituzione di uno dei due motori principali del G.92 Alberti, attualmente inefficiente per grave avaria tecnica”. Ergo, le unità navali sono state cedute ai libici previa dotazione di più moderni sistemi d’armamento.

Come riferisce il giornalista e direttore di Altreconomia Duccio Facchini, l’equipaggiamento della Guardia costiera libica da parte italiana prosegue tranquillamente anche in questi mesi segnati dalla morte in mare di centinaia e centinai di migranti in fuga dalla Libia. Dalla fine del 2020 all’aprile 2021 solo la Guardia di finanza ha bandito gare d’appalto pro-Libia per oltre sette milioni di euro. “Uno risale a febbraio e riguarda la manutenzione di due motovedette a Catania: è richiesto un ricovero discreto per due mezzi navali di grandi dimensioni per nasconderli alla vista di persone estranee”, scrive Facchini. “Unico operatore invitato alla procedura negoziata è il cantiere navale Marina di Riposto – Porto dell’Etna, in provincia di Catania”.

Un’altra procedura negoziata d’urgenza “in relazione alla recrudescenza dei flussi migratori provenienti dalla Libia” è quella relativa al “servizio di rimorchio di tre unità navali in dotazione alla Guardia costiera libica”, affidata anch’essa a febbraio dal Centro navale della Guardia di finanza all’Impresa Fratelli Barretta di Brindisi. “A questi si aggiunge anche un recente affidamento della Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere in seno al ministero dell’Interno relativo a un training pratico a Gaeta per la conduzione della motovedetta P200 a favore di un equipaggio libico”, conclude il direttore di Altreconomia.

E sempre a proposito delle nuove motovedette destinate anch’esse alle guerra dei libici ai migranti e ai pescherecci, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno ha reso noto l’aggiudicazione in data 29 marzo 2021 dei “lavori aggiuntivi e connesse forniture relative all’imbarcazione P200”. L’appalto del valore di 20.377 euro è stato affidato con trattativa diretta al Cantiere Navale Vittoria SpA di Adria (Roma), lo stesso che per conto ancora della Polizia di Stato ha effettuato a fine 2018 i “servizi di rimessa in efficienza del pattugliatore da 22 metri, di proprietà libica, attualmente a secco presso il porto di Biserta (Tunisia), per un importo di 2.059.140 euro”.

Antonio Mazzeo
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Condannati a 5 anni di galera due transgender in Camerun

Africa ExPress
12 maggio 2021

Due transgender sono stati condannati a cinque anni di prigione in Camerun. Nel Paese i diritti LGBT (acronimo inglese per indicare le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender) non esistono. Loïc Djeukam, famoso influencer conosciuto con lo pseudonimo Shakiro e Roland Mouthé alias Patricia, sono in galera dallo scorso febbraio. Durante il processo che si è svolto ieri, entrambi i transgender sono stati dichirati colpevoli di tentata omosessualità, atti osceni in pubblico, errata identificazione e altro.

In base alle dichiarazioni degli avvocati difensori, le due persone condannate sarebbero state arrestate l’8 febbraio scorso a causa del loro abbigliamento. Gli attivisti dei diritti umani ritengono inoltre che siano stati condannati a causa della crescente criminalizzazione nei confronti di transgender e omosessuali in Camerun.

Ai due è stato inflitto il massimo della pena, oltre a un’ammenda di 200mila CFA( poco più di 300 euro). “E’ evidente che la loro condanna è una decisione politica”, ha dichiarato Alice Nkom, uno degli avvocati difensori che ha promesso di ricorrere in appello.

Il governo di Yaoundé non vuole assolutamente che l’omosessualità si diffonda nel Paese, giacchè il Camerun fa parte dei 30 Stati africani dove l’essere gay è considerato un reato. In molte di queste nazioni, i tribunali hanno già condannato persone a pene severissime per le loro preferenze sessuali.

Il mese scorso anche Human Rights Watch ha sostenuto che in Camerun sono in aumento gli interventi della polizia contro le minoranze sessuali. L’organizzazione sostiene inoltre che dal maggio dell’anno scorso sono state fermate almeno 53 persone.

E’ in atto una vera e propria persecuzione contro la comunità LGBT; chi è stato arrestato è anche stato sottoposto a esami anali forzati per confermare l’omosessualità e sono state effettuate vere e proprie retate in centri che garantiscono servizi sanitari a chi è stato contagiato dal virus dell’AIDS.

Africa ExPress
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Arrestato francese in Centrafrica. La polizia: “Nascondeva arsenale in casa”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 maggio 2021

Un cittadino francese, Juan Rémy Quignolot, nato il 17 gennaio 1966, è stato arrestato nella capitale della Repubblica Centrafricana lunedì scorso. Nella sua abitazione, a Bangui, la polizia ha trovato un vero e proprio arsenale: munizioni, armi, cellulari e altro materiale militare.

Polizia di Bangui (Centrafrica) trova arsenale in casa di un cittadino francese

Attualmente è detenuto in una camera di sicurezza presso Office Central de Répression du Banditisme (OCRB), un ufficio speciale  per la lotta contro la criminalità. L’arresto del francese è stato confermato dal procuratore generale di Bangui, Eric Didier Tambo. Tambo ha sottolineato che è stata trovata anche del denaro, sia banconote che circolano in Centrafrica e in Africa occidentale, che dollari e euro.

Il procuratore ha poi aggiunto: “Si tratta di un’operazione di polizia e ieri gli agenti ci hanno chiesto un permesso di perquisizione per l’abitazione dello straniero e, secondo le informazioni in nostro possesso, sembra che nel 2013 il francese sia stato uno degli istruttori della ex coalizione Séléka (gruppo armato formato prevalentemente da musulmani) e che abbia contatti stretti con altri due connazionali, Christophe Reinetau (nome in codice Alpha) e Bernard Cousin, entrambi indagati dalla giustizia centrafricana dal 2018.

Su Reinetau e Cousin pendono diversi capi d’accusa, tra questi terrorismo, delitti contro lo Stato e altri, per le violenze e i disordini scoppiati nella primavera 2018 a Bangui. Accuse lanciate dallo stesso presidente Faustin-Archange Touadéra in un’intervista del maggio 2018 a France 24, durante la quale ha sottolineato che i due francesi sono molti vicini al generale Force, uno dei leader del gruppo di autodifesa del PK5 (quartiere della capitale abitato per lo più da musulmani n.d.r.) e ai Séléka. Insomma, per il procuratore generale, Quignolot potrebbe essere fortemente implicato nella destabilizzazione del Paese.

Il francese arrestato si spacciava per giornalista; secondo alcune fonti umanitarie, avrebbe invece lavorato per diverse organizzazioni come guardia del corpo. Dal suo curriculum si evince che è stato arruolato per un breve periodo nelle forze armate d’Oltralpe.

Valery Zakharov, consigliere russo addetto alla sicurezza del presidente centrafricano, ha immediatamente condiviso sul suo account twitter l’arresto del francese, mentre il portavoce del governo, Ange-Maxime Kazagui, non è stato molto loquace con i reporter di Agence France Presse: “Un francese che dice di essere un giornalista è stato arrestato e nella sua abitazione sono state trovate molte armi”.

Valery Zakharov

I russi sono presenti in Centrafrica da oltre tre anni; gli uomini di fiducia del Cremlino sono di casa in Centrafrica e sono impegnati in vari settori: addestramento militare; assistenza e sostegno delle truppe delle Forze Armate Centrafricane (FACA) durante i loro spostamenti e interventi; controllo, sorveglianza dei siti minerari; protezione personale del presidente. Anche la stampa locale viene gestita in gran parte dagli uomini di Mosca.

Il consigliere per la sicurezza di Touadéra è il russo Valery Zakharov – identificato dai servizi ucraini (SBU), incaricati del contro-spionaggio, come un ex- appartenente al gruppo Wagner con matricola M-5658 – e da marzo 2018 quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

E proprio per la grande influenza dei russi nel Paese, un membro della società civile invita alla prudenza, in quanto le prove di colpevolezza raccolte nei confronti di Quignolot  potrebbero essere state manipolate. Secondo l’uomo, una cosa simile è accaduta recentemente a un ex militare francese. Qualcuno è riuscito a plagiare la fidanzata dell’ex militare per nascondere munizioni di guerra nella sua casa mentre era assente. Poco dopo, una volta rientrato, è stato arrestato dalla polizia. Ora quel francese sta marcendo nella galera di Ngaragba, la prigione maschile di Bangui in attesa del processo.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Da tempo è guerra fredda tra Russia e Francia nella Repubblica Centrafricana, specie dopo le accuse mosse da Parigi e pubblicate il 3 maggio da Radio France International su presunte violenze commesse dagli istruttori di Mosca mentre combattevano insieme alle forze di Bangui. Il governo ha garantito che avrebbe aperto un’inchiesta per far luce su questi “gravi crimini”.

Anche un team di esperti indipendenti dell’ONU ha presentato un fascicolo sui mercenari russi nella Repubblica Centrafricana e ha lanciato gravi accuse contro gli uomini di Wagner.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Pace lontana in Centrafrica: in troppi vogliono mettere la mani sulle sue risorse minerarie

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Vietata in Mali l’emancipazione dei discendenti degli schiavi: restino tali

Africa ExPress
10 maggio 2021

Un centinaio di persone sono state cacciate da Biramabougou, nella regione di Kayes (Mali), perchè si sono rifiutate di riconoscere lo status di schiavismo per discendenza, imposta dalle norme tradizionali che ancora vengono applicate nelle zone rurali.

Costretti a fuggire, gli ex schiavi hanno trovato rifugio a Bamako, in una zona  chiamata “Città dei bambini”. Tra le persone cacciate ci sono anche 18 donne e 53 minori. “Non mi sono mai allontanata dal mio villaggio –  ha raccontato un giovane – ma  ora sono stato obbligato ad andarmene e non vi potrò più fare ritorno . “Ci hanno cacciato, hanno detto che siamo i loro schiavi e dobbiamo rispettare usi e costumi”, ha aggiunto.

Ancora oggi, in alcuni villaggi della regione la società è suddivisa in caste. I discendenti degli schiavi oggi sono persone libere sulla carta e dunque rifiutano categoricamente di essere apostrofati come “schiavi”. La schiavitù è stata abolita nel 1905 nella ex colonia francese.

L’associazione Gambana, creata nel 2017, con il nome Raggruppamento maliano per la fraternità e il progresso, lotta contro le conseguenze dello schiavismo. Cercano di portare un messaggio chiaro: Tutti gli uomini sono uguali. Mady Sidibé, portavoce di Gambana, ha chiarito che per alcuni la voglia di emancipazione degli ex schiavi è vista piuttosto come una rivolta contro usi e costumi.

E Aguibou Bouaré, presidente del Consiglio nazionale per i diritti umani ha spiegato che molti ex schiavi vengono trattati malissimo, non possono recarsi al mercato o a pregare nelle moschee; ci sono ancora troppi abusi, violazioni e privazioni.

Eppure tempo fa il governo di transizione del Mali, dietro consiglio dell’Ufficio dell’ ONU per i Diritti Umani, aveva inviato un folto gruppo di assistenti legali nella regione di Kayes per informare e sensibilizzare la popolazione sullo “schiavismo per discendenza”. E alla luce dei fatti, il loro impegno e il loro intervento è stato ignorato da leader religiosi e capi locali.

Africa ExPress
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Niger, quando gli schiavi non vogliono essere liberati

 

A uno spagnolo il tour del Ruanda pronto a ospitare i mondiali nel 2025

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
10 maggio 2021

Il ciclismo africano è sulla buona strada. Sta per tagliare un traguardo che sembrava irraggiungibile. Per la prima volta dal 1900, il Continente nero ospiterà i Campionati mondiali di ciclismo su strada.

L’evento avverrà nel 2025, a Tangeri, in Marocco, o a Kigali, in Rwanda. La notizia è stata confermata proprio nella capitale del Paese delle mille colline (e purtroppo di uno dei più brutali ed efferati genocidi della storia) in occasione della 13a edizione del Tour du Rwanda, partito da Kigali il 2 maggio e conclusosi domenica 9 maggio.

L’entusiasmo della folla tour Ruanda 2021

Manca l’ufficializzazione, ma dalle parole del presidente dell’Unione ciclistica internazionale (Uci, l’organismo che governa il mondo delle due ruote), il francese David Lappartient, 47 anni, i dubbi sono pochi.

Lappartient era al via della gara ciclistica più lunga e prestigiosa dell’Africa assieme alla ministra dello Sport (sponsor della manifestazione), Aurore Mimosa Munyangaju e al presidente della Federazione Ciclistica ruandese (Ferwacy), Murenzi Abdallah.

Quest’ultimo è apparso molto ottimista sul fatto che il Ruanda possa accogliere l’importante manifestazione su due ruote nel 2025, che quest’anno si tiene in Belgio. “Il giro del Ruanda sta raggiungendo vette molto alte di partecipazione da parte delle squadre e del pubblico. Se si guarda all’amore che la gente dimostra per questo sport e allo sforzo organizzativo – ha riferito il The New Times citando Abdallah – penso che dovremmo spuntarla sul Marocco”. Intanto a giugno un team di ispettori dell’Uci visiterà il Paese per verificare se esistano le condizioni necessarie per diventare la sede di un evento sportivo mondiale così rilevante.

Del resto la passione del Ruanda per la bici e il ciclismo è smisurata. Il sito Girodiruota.com ricorda doverosamente come “nel 2016 molte personalità di spicco della cultura ruandese si chiesero se fosse il caso di compromettere le grandi ricchezze naturali della nazione riempiendola di gas di scarico delle auto”. La risposta, a sorpresa, fu NO anche da parte del governo, che elaborò un piano di investimenti per diminuire le auto scommettendo sulla bicicletta.

Introdusse un’esenzione fiscale del 25 per cento sull’importazione delle bici, agevolò chi decidesse di iniziare a produrre le due ruote in casa e vennero realizzate piste ciclabili che in Italia ci sogniamo. Questo non solo per amore dell’ecologia, ma anche perché in Ruanda, tra il 2010 e il 2016, il turismo era cresciuto di quasi il 150 per cento e la metà dei turisti avrebbe voluto girare sui pedali attraverso le lussureggianti alture verdeggianti e il parco dei gorilla dei cinque vulcani.

La Federazione Ciclistica Ruandese a sua volta ha dato vita a “The Africa Rising Cycling Center (ARCC)” che ha come obiettivo di diffondere la cultura ciclistica e allevare le nuove leve del pedale anche nelle vicine Etiopia ed Eritrea. Il Giro d’Italia appena partito (8 maggio da Torino) conferma i progressi del ciclismo africano. Per la prima volta vi prendono parte anche tre corridori eritrei: Natnael Berhane 30 anni, Amanuel Gebreigzabhier, 26, e Natnael Tesfatsion, 21.

Quest’ultimo è stato il vincitore del Tour du Ruanda 2020. Quest’anno la vittoria finale, ma anche dell’ultima tappa, è arrisa allo spagnolo Cristian Martin Rodriguez, 26 anni, del Team Total Direct Energie. Si tratta della prima volta di un iberico (e quindi di un europeo), a conquistare la maglia gialla del primato in classifica dal 2008, da quando, cioè, la gara da corsa regionale è entrata, 20 anni dopo la nascita, a far parte del calendario internazionale (sia pure non del massimo livello).

Cristian Martin Rodriguez,, vincitore del tour Ruanda 2021

A lasciare il segno nella competizione però sono stati gli atleti francesi, che non andavano a segno da 10 anni: sono stati i trionfatori in 5 tappe su 8 (ben tre Alain Boileau, una Valentin Ferron, una Pierre Rolland). Un po’ di gloria anche per l’unica squadra italiana presente, l’Androni Giocattoli – Sidermec: l’8 maggio, quasi in contemporanea con la cronometro di Torino che segnava l’esordio del giro d’Italia, a Kigali, sempre a cronometro, dominava il colombiano Jhonatan Valencia Restrepo, 26 anni. Restrepo ha fatto il bis dello scorso anno. Si vede che il Rwanda gli porta bene: è la sua quinta vittoria da queste parti eguagliando per numero di successi il professionista locale, Valens Ndayisenga e l’eritreo Eyob Metkel.

Il Tour du Ruanda 2021 si sarebbe dovuto svolgere in febbraio. A causa della pandemia da Covid 19, è stato posposto a maggio. E questo lo ha penalizzato. Non tanto per il pubblico, che ha seguito con la mascherina e con passione immutata anche se con certe restrizioni, soprattutto alla partenza e alla conclusione. E neppure per i ciclisti e i loro team che pure sono stati costretti a vivere in una bolla e a sottoporsi al test anticovid. E’ mancata la risonanza internazionale che avrebbe meritato, sia per la contemporaneità con diverse corse europee di primo piano, sia per il tipico vezzo eurocentrico di non andare al di là della propria… ruota. La conferma che l’Africa resta troppo spesso il continente dimenticato.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

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Decapitato il vertice del ciclismo in Ruanda travolto dagli scandali

Spumeggiante ed entusiasmante giro ciclistico del Ruanda a tutta birra!

Camerun: moto giganti salvano piccoli villaggi dall’isolamento

Africa ExPress
9 maggio 2021

Nell’ovest del Camerun moto giganti sfrecciano lungo le stradine bianche, strette, dissestate, piene di buche, polverosissime, senza problemi con otto, anche dieci persone a bordo, oppure stracarichi di merci.

Questi “jumbo” a due ruote hanno tolto dall’isolamento piccoli villaggi, dove gli abitanti vivono per lo più di agricoltura. Finalmente possono portare i loro prodotti ai mercati della città più vicina, a Bafoussam, nella regione dell’Ovest.

Camerun: moto giganti

I mostri della strada misurano fino 3 metri di lunghezza, certamente non sono il mezzo più comodo per viaggiare, eppure i residenti sono felici di averli a disposizione, giacché le strade sono impraticabili, inutilizzabili persino per i fuoristrada, figuriamoci per veicoli normali.

Senza le moto giganti tutti prodotti marcirebbero nei campi. “Ora banane, pomodori, mais, fagioli, tutti i nostri raccolti possono essere venduti, i benskineurs (moto-taxi) vengono a prendere la merce direttamente nelle nostre piantagioni”, ha precisato sorridendo un agricoltore.

E da quando esistono, tutti ci guadagnano. Dal costruttore-inventore di queste “bestie”, al conducente, e, naturalmente i contadini nonchè tutti residenti. Se l’autista di un moto-taxi normale guadagna 7 euro al giorno, il conducente di un “jumbo” percepisce più del doppio, dai 15 ai 22 euro.

L’ idea geniale di trasformare le normali motociclette in veri e propri “camion o minibus” a due ruote è venuta a due meccanici di Bafoussam. Modificano il telaio con supporti di ferro e aggiungono altri ammortizzatori. Insomma costruiscono moto su misura, da 4 fino a 10 posti.

“Certo, ci sono dei rischi da non sottovalutare per quanto riguarda il mantenimento dell’equilibrio, specie in caso di guasto o di perforazione di un pneumatico”, ha puntualizzato ai reporter di France 24 un insegnante del liceo tecnico di Bafoussam.

Pericoli a parte, questi “mostri della strada” sono la salvezza dei contadini, residenti e non per ultimo, al loro passaggio attirano lo sguardo ammirato dei passanti nei villaggi e nelle città.

Africa ExPress
@africexp
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Biciclette ambulanza in Uganda: ricoveri più veloci per donne, vecchi e bambini