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Camerun: moto giganti salvano piccoli villaggi dall’isolamento

Africa ExPress
9 maggio 2021

Nell’ovest del Camerun moto giganti sfrecciano lungo le stradine bianche, strette, dissestate, piene di buche, polverosissime, senza problemi con otto, anche dieci persone a bordo, oppure stracarichi di merci.

Questi “jumbo” a due ruote hanno tolto dall’isolamento piccoli villaggi, dove gli abitanti vivono per lo più di agricoltura. Finalmente possono portare i loro prodotti ai mercati della città più vicina, a Bafoussam, nella regione dell’Ovest.

Camerun: moto giganti

I mostri della strada misurano fino 3 metri di lunghezza, certamente non sono il mezzo più comodo per viaggiare, eppure i residenti sono felici di averli a disposizione, giacché le strade sono impraticabili, inutilizzabili persino per i fuoristrada, figuriamoci per veicoli normali.

Senza le moto giganti tutti prodotti marcirebbero nei campi. “Ora banane, pomodori, mais, fagioli, tutti i nostri raccolti possono essere venduti, i benskineurs (moto-taxi) vengono a prendere la merce direttamente nelle nostre piantagioni”, ha precisato sorridendo un agricoltore.

E da quando esistono, tutti ci guadagnano. Dal costruttore-inventore di queste “bestie”, al conducente, e, naturalmente i contadini nonchè tutti residenti. Se l’autista di un moto-taxi normale guadagna 7 euro al giorno, il conducente di un “jumbo” percepisce più del doppio, dai 15 ai 22 euro.

L’ idea geniale di trasformare le normali motociclette in veri e propri “camion o minibus” a due ruote è venuta a due meccanici di Bafoussam. Modificano il telaio con supporti di ferro e aggiungono altri ammortizzatori. Insomma costruiscono moto su misura, da 4 fino a 10 posti.

“Certo, ci sono dei rischi da non sottovalutare per quanto riguarda il mantenimento dell’equilibrio, specie in caso di guasto o di perforazione di un pneumatico”, ha puntualizzato ai reporter di France 24 un insegnante del liceo tecnico di Bafoussam.

Pericoli a parte, questi “mostri della strada” sono la salvezza dei contadini, residenti e non per ultimo, al loro passaggio attirano lo sguardo ammirato dei passanti nei villaggi e nelle città.

Africa ExPress
@africexp
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Biciclette ambulanza in Uganda: ricoveri più veloci per donne, vecchi e bambini

Mozambico, l’Europa prepara intervento armato contro i jihadisti

Speciale per Africa Express
Antonio Mazzeo
maggio 2021

L’Unione Europea è pronta a intervenire in Mozambico con una task force militare a sostegno delle autorità di governo e delle forze armate locali contro le organizzazioni “terroristiche” che imperversano in numerosi distretti del nord del Paese. A renderlo noto l’Alto commissario UE per gli affari Esteri e la sicurezza Josep Borrell a margine del vertice dei ministri della difesa dell’Unione europea tenutosi il 6 maggio a Bruxelles, presente il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg.

“Il governo del Mozambico sta chiedendo il nostro aiuto e noi invieremo una missione addestrativa in modo da contenere l’odierna situazione militare”, ha dichiarato il commissario Borrell all’agenzia Reuters. “Nel settembre dello scorso anno Mozambico ha inviato all’Unione Europea una missiva in cui si chiedeva di aiutare le forze armate nazionali nella lotta all’insorgenza. Ogni eventuale missione in questo Paese dovrà comunque essere simile a quanto l’Unione Europea sta facendo nella regione del Sahel, dove i nostri esperti assicurano la formazione e la consulenza delle forze di sicurezza locali. L’UE addestra inoltre l’esercito del Mali e combatte contro il crimine organizzato in Niger”.

Secondo l’agenzia Reuters il vertice dei ministri della Difesa di Bruxelles non avrebbe però definito le modalità d’intervento in Mozambico e quali componenti militari saranno impiegate, anche se però “dal 2007, l’UE ha a sua disposizione un gruppo tattico di pronto intervento di 1.500 uomini che può essere dispiegato in 120 giorni, sino ad oggi mai utilizzato”. Proprio a Bruxelles i ministri della Difesa dell’Unione hanno valutato l’ipotesi di ampliare la task force europea a 5.000 militari per intervenire in ogni scacchiere internazionale, ma il processo di potenziamento richiederà ancora tempo.

Intanto è probabilissimo che l’Italia avrà un ruolo chiave in un’eventuale avventura Ue in terra mozambicana. Nei giorni scorsi nelle aree addestrative friulane di Cellina-Meduna si è tenuta una vasta esercitazione militare che ha visto impegnato il personale della 132^ Brigata Corazzata “Ariete” e di altri reparti d’élite delle forze armate italiane che – come spiega lo Stato Maggiore dell’Esercito – costituiscono “il core del Multinational Infantry Regiment ovvero l’unità di manovra dell’European Union Battle Group (EUBG) Force Package, forza ad elevata prontezza operativa a disposizione della Comunità Europea per il 2° semestre 2021”.

Il 22 aprile 2020 il Consiglio dell’Unione aveva adottato una risoluzione a sostegno del governo del Mozambico nell’attuazione delle “misure necessarie” per affrontare la drammatica situazione vissuta nel paese. “Il continuo deteriorarsi della sicurezza e della situazione umanitaria nella provincia di Cabo Delgado richiede urgente attenzione, nella garanzia del pieno rispetto dei diritti umani”, scriveva il Consiglio. “Destano preoccupazione i recenti attentati a Macimboa da Praia e Quissanga. La situazione richiede che le autorità intraprendano azioni efficaci per proteggere i cittadini, condurre indagini che assicurino alla giustizia i responsabili e individuare il ruolo delle organizzazioni terroristiche e, ove opportuno, i loro potenziali legami a livello internazionale”.

Nell’assicurare l’assistenza a sostegno di “una trasformazione e diversificazione economica sostenibile per aiutare il Mozambico nelle necessarie riforme in materia di governance economica e politica”, il Consiglio dell’Unione europea s’impegnava altresì a “sviluppare la resilienza e a continuare a fornire sostegno umanitario, anche per prepararsi e rispondere alle crisi”.

Il 24 settembre 2020, intervenendo all’Assemblea delle Nazioni Unite a New York, il presidente del Mozambico Filipe Nyusi ha chiesto formalmente l’assistenza militare alla comunità internazionale e in particolare a Bruxelles. “Il Mozambico è vittima di una pesante ondata di violenza causata dagli attacchi dei gruppi islamici attivi nel nord del paese”, ha dichiarato Nyusi. “Oltre mille persone sono state uccise e circa 250 mila sono sfollate. Per questo chiediamo anche aiuto all’Europa per addestrare le nostre forze armate ad efficaci azioni di contrasto del terrorismo”.

Mozambico: Ansar al Sunna al Shabaab

Le prime ad accogliere la richiesta del presidente mozambicano sono state le autorità di governo del Portogallo. A metà dicembre da Lisbona il ministro della difesa Joao Gomes Cravinho annunciava che a partire dal gennaio 2021, in concomitanza con l’assunzione della presidenza semestrale dell’Unione Europea, il Portogallo avrebbe avviato l’addestramento e il supporto logistico delle forze armate mozambicane nelle operazioni di “contrasto ai gruppi armati di ispirazione jihadista presenti nella provincia Cabo Delgado”, fornendo inoltre un aiuto diretto nel settore del controllo aereo tattico.

Ciononostante a fine dicembre 2020 a Maputo si sono registrate alcune frizioni con Bruxelles con la conseguente posticipazione dell’intervento diretto europeo nel Paese africano. “Abbiamo problemi in Mozambico: non possiamo muoverci, non possiamo viaggiare”, aveva dichiarato l’Alto commissario Josep Borrell. “Stiamo solo aspettando l’autorizzazione dal Mozambico. Attendiamo il via libera per inviare una missione di esperti di sicurezza nominati da novembre e pronti a partire”.

E’ Sandro Pintus di Africa ExPress a chiarire l’origine dei problemi sorti tra UE e Mabuto. “Al presidente mozambicano Filipe Nyusi non sono piaciute le critiche di Borrell che ha sottolineato la corruzione e le cause interne della guerra e come la violenza armata nella nord del Mozambico è stata innescata dalla povertà e dalla disuguaglianza”, scrive Pintus. “Secondo gli esperti di politica dell’Africa meridionale è interesse del Mozambico far passare la guerra di Cabo Delgado come un conflitto internazionale e non come un problema locale”.

Il consolidamento delle relazioni tra il governo mozambicano e gli Stati Uniti d’America di questi ultimi mesi deve aver convinto Bruxelles a non tirare troppo la corda con Maputo, magari chiudendo più di un occhio sulle responsabilità delle forze armate mozambicane nell’acuirsi del conflitto nei distretti settentrionali ricchissimi di giacimenti di gas naturali contesi in particolare dalle transnazionali ExxonMobil (Usa) e Total (Francia) e, ovviamente dall’immancabile ENI.

A marzo il Mozambico ha chiesto al Pentagono di aumentare il sostegno al proprio esercito con nuovi sistemi d’arma e interventi in ambito logistico e addestrativo “per prevenire la diffusione del terrorismo e dell’estremismo violento”. Già a partire dal 15 marzo una dozzina di Berretti Verdi agli ordini del colonnello Richard Schmidt, del Comando per le operazioni speciali in Africa (SOCAFRICA) hanno dato il via al programma di Formazione Congiunta di Interscambio Combinato (JCET-Joint Combined Exchange Training) delle unità di pronto intervento dell’esercito mozambicano, donando contestualmente equipaggiamenti medici e attrezzature per le comunicazioni.

Multinational Infantry Regiment

Nelle stesse settimane veniva res nota pure l’azione del governo del confinante Sudafrica a schierare un contingente militare a fianco delle unità mozambicane nella regione di Cabo Delgado contro il gruppo jihadista “Ansar al Sunna al Shabaab”. Adesso sembra giunta l’ora dell’arrivo in Mozambico dell’European Union Battle Group con l’11° Reggimento bersaglieri della Brigata “Ariete” dell’Esercito italiano…

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmailcom
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Mozambico: massacro a Palma, inefficienze e una meticolosa programmazione

Mozambico: stop esperti UE nonostante 560mila sfollati per guerra nel nord

 

Genova: e la nave saudita se ne va carica di armi e carri armati

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
Genova, 7 maggio 2021

6 maggio 2021, 17 febbraio 2020, 20 maggio 2019: sono tre le date dei traffici di armi tra Usa e Arabia Saudita captate dai lavoratori portuali d’Europa. Tra i porti di Le Havre, Santander, Anversa, Marsiglia, Genova corre da anni un tamtam tra i lavoratori portuali non appena “intercettano” una nave che porta armi verso Oriente, verso la Siria, verso la Yemen dove c’è una guerra cruenta civile dal 2015, cui partecipa attivamente anche la confinante Arabia Saudita o verso la Libia.

La nave delle armi al porto di Genova

A Genova, grosso modo, il traffico passa sempre nella zona del porto di Sampierdarena non lontano dalla Lanterna. In tre casi documentati dal terminal GMT (controllato da C. Steinweg di Rotterdam) per conto dell’agenzia marittima Delta. E armi, generatori e carri armati viaggiano sempre su navi della compagnia nazionale saudita Bahri. Le navi hanno vari nomi che seguono quel Bahri che in arabo vuol dire “di mare”. Sono sempre piuttosto piccole, dei cargo ro-ro.

Già nel maggio 2019 ci furono proteste. La nave Bahri nel porto belga di Anversa aveva caricato munizioni da cannone. Con quel presupposto i lavoratori portuali della Compagnia unica Culmv si rifiutarono di caricare carri armati fasciati in una carta lucente dorata a bordo. Carri armati revisionati nel bresciano che dovevano essere imbarcati a Genova. A protestare coi portuali c’erano allora le Acli, pacifisti e ambientalisti. Alcune associazioni come Anpi e Cgil andarono in Prefettura il giorno prima dell’arrivo della nave a chiedere che sia rispettato l’art. 11 della Costituzione (l’Italia ripudia la guerra) ed ebbero rassicurazioni sul fatto che sarebbe stato caricato solo materiale civile.

Per non far salire a bordo un generatore elettrico prodotto dalla Teknel, società specializzata in servizi logistici e tecnologie militari, viene organizzata una protesta, partecipata dentro il porto a ridosso del terminal. I lavoratori possono incrociare le braccia anche perché allora la Cgil aveva anche indetto uno sciopero. Nel parapiglia della protesta arriva un camioncino che fornisce di alimenti i marittimi a bordo. Scarica uova e arriva da Livorno. Finisce che i carri armati filano fuori  dal porto genovese via terra e raggiungono La Spezia, dove vengono spediti dal porto militare di La Spezia.

Il 18 gennaio 2020 passa una Bahri Hofuf (la seconda parola è appunto il nome della nave) che dopo Genova fa uno scalo in Turchia a Iskerdun e poi si dirige verso Jeddah. Con la guerra siriana in corso e il conflitto dei turchi contro  i curdi non è difficile capire a che cosa poteva servire lo scalo. Qualcuno riesce anche a scattare foto di che cosa c’è a bordo. Tra l’altro alcuni elicotteri da guerra Boeing Chinook CH-47 destinati all’Indian Air Force che verranno poi sbarcati, nel proseguo del viaggio, a Munda nel Gujarat.

Il 17 febbraio 2020 stessa scena. A Genova, sempre al GMT, ripassa una nave, la Bahri (sempre la Yambu) che poco prima ha attraccato al porto tedesco di Bremerhaven e a quello belga di Anversa. Questa volta  in Italia, apparentemente, deve caricare impianti di desalinizzazione. I portuali però non si fidano, sono sempre in fermento, aderiscono varie sigle da Emergency a Medici senza Frontiere, le associazioni pacifiste genovesi, gli antifascisti e gli anarchici mescolati agli scout. E nuovamente si impedisce il carico.

E ora si ripete il film. Ai giornali ieri è arrivata una foto con dei carri armati dentro la stiva della Bahri Jeddah nel porto di Genova (come potete vedere da Marine Traffic https://www.marinetraffic.com/en/ais/details/ports/224). E’ sempre un cargo ro-ro (https://www.marinetraffic.com/en/ais/details/ships/shipid:475452/mmsi:403531001/imo:9626522/vessel:BAHRI_JEDDAHD).

Secondo quanto riporta il quotidiano genovese Il Secolo XIX l’amministratore delegato di Genoa Metal Terminal, Andrea Bartalini, non ha voluto commentare il carico della nave. Il presidente dell’Autorità portuale Genova-Savona, Paolo Emilio Signorini, sostiene che l’Autorità non è competente della merce in transito, né di quella imbarcata in porto (testuale: “Come autorizzazioni legate alla merceologia in transito oppure che viene imbarcata in porto non siamo competenti”). La Capitaneria di porto dice che si occupa solo della sicurezza della nave.

Quelli che continuano a protestare sono i lavoratori portuali della sigla Calp (Collettivo autonomo lavoratori portuali), usciti da tempo dalla Cgil. Alcuni di loro sono indagati e recentemente subìto perquisizioni domiciliari proprio per aver portato avanti le proteste contro le navi della guerra nel 2019. L’accusa è di attentato alla sicurezza dei trasporti. I cronisti nelle proteste videro partire razzi di segnalazione usati regolarmente nella navigazione depotenziati e mortaretti che tra l’altro finirono in mare. Ma in un’intercettazione qualcuno parla di “razzi micidiali” e la frase è stata presa sul serio dagli investigatori.

Chi sa come funziona un porto, sa anche  che basterebbe guardare le polizze di carico delle navi per vedere che cosa descrivono e quali rotte hanno in programma le navi in questione. Anche se sappiamo che nella guerra irachena comunque tante armi passarono con la dicitura ‘merci varie”.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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Per salvare l’ecosistema il Sudafrica raccomanda lo stop all’allevamento di leoni

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 maggio 2021

Le proteste della società civile e dell’opinione pubblica internazionale riguardo all’allevamento dei leoni hanno fatto muovere le istituzioni sudafricane. Lo scorso 3 maggio il ministero per l’Ambiente sudafricano ha rilasciato le raccomandazioni che riguardano gestione, allevamento, caccia e commercio di animali selvatici. Raccomandazioni che riguardano anche e soprattutto il benessere animale di quattro specie: elefanti, leoni, leopardi e rinoceronti.

Opinione pubblica sudafricana contraria all’allevamento di leoni

Sono proposte chiave avanzate dall’ong Humane Society International (HSI)/Africa passate al Ministerial High Level Advisory Panel, il comitato consultivo del ministero dell’Ambiente del Sudafrica. Sono state presentate durante gli incontri a partecipazione pubblica per creare delle norme a favore di ognuna delle specie animali da proteggere.

allevamento di leoni
Sudafrica, allevamento di leoni

L’opinione pubblica sudafricana è contraria all’allevamento dei leoni, almeno secondo i risultati di un sondaggio indipendente commissionato da HSI/Africa. La maggioranza dei sudafricani intervistati è contrario all’allevamento dei cuccioli di leone e alle passeggiare con i leoni, come alla vendita di ossa del felino.

Impatto negativo sul turismo ecologico

La ministra dell’Ambiente del Sudafrica, Barbara Creecy, ha annunciato: “L’industria del leone in cattività pone dei rischi alla sostenibilità della conservazione del leone selvatico. Causa un impatto negativo sull’ecoturismo che finanzia la conservazione del leone e la conservazione più in generale. C’è il rischio che il commercio di parti di leone stimoli il bracconaggio e il commercio illegale”.

Africa ExPress ha scritto ampiamente sul business dell’allevamento di questi maestosi felini. I cuccioli di leone sono utilizzati per intrattenere i turisti e quando crescono vengono usati per passeggiate con i visitatori. Gli stessi, quando diventano adulti, vengono ammazzati da facoltosi cacciatori in recinti senza via di fuga e diventano un trofeo da appendere in villa. Le ossa, invece, hanno un immenso mercato in Asia, soprattutto Cina e Sudest asiatico, nel business miliardario della medicina tradizionale orientale.

allevamento di leoni
Cucciolo in un allevamento di leoni

“Esultiamo per i leoni sudafricani grazie all’adozione da parte del governo delle raccomandazioni per porre fine all’abominevole industria dei leoni in cattività. I leoni non dovranno più soffrire in condizioni orribili per i selfie dei turisti – ha affermato Audrey Delsink, responsabile fauna selvatica di HSI/Africa -. Nemmeno per la caccia ai trofei o per essere trasformati in vini e polveri derivanti dal commercio delle loro ossa”.

La fine di business troppo ghiotto

Grazie all’impegno di HSI/Africa, si tratta di un primo importante passo a favore dei Big Four, i Quattro Grandi della fauna selvatica africana. Ma sono raccomandazioni, cioè esortazioni, consigli che possono anche non essere seguiti. Secondo un’indagine del 2018 della South Africa’s North-West University, in Sudafrica il business dei trofei di caccia vale R5 miliardi di Rend (oltre 290 milioni di euro) all’anno. Un piatto troppo ricco per i 260 allevatori di leoni. Elefanti, leoni, leopardi e rinoceronti potranno avere sonni tranquilli?

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Chi ha tradito il giornalista francese, rapito da un gruppo jihadista in Mali?

Africa ExPress
6 maggio 2021

Spuntano alcuni dettagli sul rapimento del giornalista freelance francese Olivier Dubois, in mano ai jihadisti del Sahel dall’8 aprile scorso. Ed emerge chiaramente che il reporter è stato tradito da qualcuno di cui si fidava e aveva affidato la sua vita.

Serge Daniel, autorevole e apprezzato giornalista beninois che vive in Mali, collaboratore di importanti testate, compresa Africa ExPress, ha rilasciato alcune precisazioni anche su Radio France Internationale (RFI) sul sequestro del collega.

Olivier Dubois, giornalista francese rapito in Mali

Dubois aveva un appuntamento con Abdallah Ag Albakaye, un importante esponente del gruppo terrorista Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani nella regione l’8 aprile scorso. L’incontro è organizzato da un intermediario locale, un certo Souleymane, che accoglie il giornalista all’aeroporto di Goa (città nel nord della ex colonia francese).

Subito dopo i due vanno in albergo, dove Dubois deposita tutti bagagli e lascia lì i suoi strumenti di lavoro, compreso il computer portatile. Poi insieme si recano all’appuntamento con l’esponente jihadista nel centro di Gao.

Il giornalista fa appena in tempo a sussurrare al suo intermediario: “Se fra 45 minuti non mi vedi, avvisa la mia famiglia e i militari di Opération Barkhane” (il contingente francese presente in tutto il Sahel con oltre 5.000 uomini).

Ora, dopo la messa in onda del video in cui Duboi implora chi può di intercedere per la sua liberazione,  ci si chiede chi lo ha tradito. Nel frattempo Souleyman è nelle mani degli inquirenti. Il ministero degli Esteri di Parigi ha confermato il sequestro del connazionale in Mali e la Procura Nazionale Antiterrorista (PNAT) ha aperto un fascicolo d’inchiesta preliminare, notizia confermata anche da Le Monde.

Dubois è apparso in un video di 21 secondi, che circola su diversi social network dal 4 maggio, nel quale il giornalista – scriveva soprattutto per le testate francesi Libération e Le Point – chiede alla famiglia, agli amici e alle autorità francesi di fare di tutto affinché possa essere liberato quanto prima.

Il freelance conosceva bene il Mali, dove viveva da 5 anni, ma già ben prima di trasferirsi a Bamako con tutta la famiglia si era occupato del Sahel. Anche stavolta aveva preparato e organizzato il suo reportage nei minimi dettagli, senza lasciare nulla al caso.

Africa Express
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Notizia in aggiornamento

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

Mali: giornalista francese rapito dai jihadisti nel nord del Mali

  • Africa ExPress
    5 maggio 2021

Inghiottito nel nulla da settimane, ieri “finalmente” la notizia che Olivier Dubois, giornalista francese freelance, residente in Mali dal 2015, è vivo. E’ stato sequestrato da un banda di terroristi, costituita nel 2017, “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani” (GSIM), il cui leader è Iyad Ag-Ghali. Ghali è una vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine, già responsabili di parecchi altri rapimenti.

Olivier Dubois, giornalista francese rapito in Mali

Dubois è apparso in un video di 21 secondi, che da ieri circola su diversi social network, nel quale il giornalista – scriveva soprattutto per le testate francesi Libération e Le Point – chiede alla famiglia, agli amici e alle autorità francesi di fare di tutto affinché possa essere liberato quanto prima.

Serge Daniel, autorevole e apprezzato giornalista beninois che vive in Mali, collaboratore di importanti testate francesi e anche di Africa ExPress, ha confermato l’appuntamento del suo collega a Gao, nel nord del Mali, dove l’8 aprile doveva realizzare un reportage con un leader jihadista di GSIM. Una volta terminata l’intervista della durata di 45 minuti, non si hanno più avuto sue notizie. Poi, nel video la conferma del suo rapimento, avvenuto subito dopo l’incontro con i suoi aguzzini.

Dubois è un giornalista esperto, conosce bene il Sahel, si è occupato del Mali già ben prima di trasferirsi nel Paese con tutta la famiglia sei anni fa. Aveva organizzato il reportage meticolosamente anche grazie a intermediari locali.

Dall’8 aprile in poi non ci sono più stati contatti con Dubois. Sia la famiglia che le autorità francesi erano al corrente del suo progetto. Visto il silenzio prolungato, Parigi non ha escluso il sequestro, d’altronde si poteva anche prendere in considerazione che l’interruzione di contatti fosse una misura precauzionale dettata dai jihadisti che doveva incontrare. La comunità internazionale in Mali è sotto shock. Il video ha confermato ciò che tutti temevano. Prima di lavorare come freelance, il giornalista rapito ha lavorato anche come caporedattore del Journal du Mali a Bamako, la capitale del Mali.

Iyad Ag-Ghali

Il francese non è l’unico occidentale nelle mani dei terroristi del Sahel. Gli altro sono: Jeffery Woodke, un operatore umanitario statunitense, sequestrato nello stesso Paese, Jörg Lange, un cooperante tedesco, anche lui catturato in Niger nell’aprile 2018, un medico australiano, Arthur Kenneth Elliott, rapito con la moglie – poi rilasciata dopo un mese – nel Burkina Faso. La lista continua con Gloria Cecilia Narvaez Argoti, una suora colombiana, portata via con la forza nel febbraio 2017 nel Mali e un indiano e un sudafricano, scomparsa nel settembre 2018. Mentre Béatrice Stockly, una missionaria della Chiesa Metodista di nazionalità svizzera, è stata barbaramente assassinata tra agosto e settembre dello scorso anno.

Africa ExPress
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Ostaggi italiani liberati in Mali nelle mani del rapitore di Rossella Urru

Pagato il riscatto, Rossella Urru è libera ma ancora nella capitale degli islamici

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

La vergogna della dittatura Eritrea: l’eroe Petros ha 70 anni. Da 20 è in carcere

Speciale per Africa ExPress
Pier Mario Puliti
5 maggio 2021

Ogni anno, il 5 Maggio viene ricordato dagli studenti come il giorno della morte di Napoleone. Il 5 maggio è anche una data importante della storia dell’Etiopia: Il 5 maggio 1936, infatti, le truppe fasciste entrarono in Addis Abeba e il 5 maggio 1942 il Negus rientrò in Etiopia. Io, ogni anno, da 20 anni, in questo giorno ricordo il compleanno dell’amico Petros Solomon, nato il 5 Maggio del 1951.

Petros è stato ministro degli Interni, della Difesa, degli Esteri e delle Risorse Marine negli anni in cui l’Eritrea sembrava destinata ad un vero e proprio rinascimento civile, sociale e politico, dopo la proclamazione della propria indipendenza dall’Etiopia.

Petros Solomon durante un intervento all’ONU, subito dopo la liberazione dellì’Eritrea

Arrivò poi la scellerata guerra con l’Etiopia, voluta dal Presidente dell’Eritrea Isaias Aferwerki, quando nel Maggio del 1998, schierò l’intero esercito al confine tra i due Paesi, con la scusa di un’improbabile “campagna agricola”.

La reazione dell’allora primo ministro etiopico Meles Zenawi fu in un primo momento incerta e confusa ma, due anni dopo, nella primavera del 2000, le truppe etiopiche entrarono profondamente nel territorio eritreo, occupando gran parte del Paese.

Da quel momento iniziò la dittatura di Isaias che si rifiutò di applicare la Costituzione, scritta nel 1996, ed iniziò una repressione spietata contro i suoi stessi collaboratori, i suoi ex-compagni degli anni della lotta di liberazione.

Quindici di loro, tra cui alcuni ministri del governo, vennero imprigionati, la mattina del 18 Settembre del 2001. Tra loro c’era anche Petros che con insistenza si era opposto alla svolta autoritaria del presidente ed aveva chiesto, anche sugli organi di stampa indipendenti, con forza, l’applicazione della Costituzione. Iniziò il periodo buio del Paese, con migliaia di giovani che iniziarono a lasciare un Paese trasformato in una vera e propria prigione a cielo aperto.

Per il gruppo dei 15 funzionari del governo arrestati non c’è mai stato un vero capo d’accusa, nessun processo, nessuna condanna formale e nessuna possibilità di visita per i famigliari in carcere. Anche il luogo della detenzione è rimasto segreto. Alcuni di loro sono deceduti in prigione, di tutti gli altri si è persa ogni traccia. Il sanguinario dittatore eritreo avrebbe voluto che il mondo si dimenticasse di loro ma non è stato così ed ancora oggi noi li ricordiamo.

BUON COMPLEANNO PETROS!

Pier Mario Puliti
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ERITREA/Lottavano per la democrazia: dal 2001 spariti in galera (di Massimo A. Alberizzi)

Eritrea, le trappole del regime per catturare la moglie di uno dei ministri arrestato 12 anni fa (di Pier Mario Puliti)

Petros Solomon, mio zio, rispettato e amato ma nessuno ha reagito alla sua detenzione

Pugno di ferro del dittatore: Petros leader buono e carismatico, da 17 anni galera

 

Morto cieco in carcere l’eroe “Duro”: credeva in un’Eritrea democratica sbattuto in galera

Sei mesi fa cominciava la guerra in Tigray: migliaia di morti e 2 milioni di sfollati

Africa ExPress
4 maggio 2021

Esattamente 6 mesi fa il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed lanciava un’offensiva contro la regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia.

I dissensi tra Addis Ababa e Makallé si erano intensificati a settembre, quando il Tigray ha indetto votazioni regionali contro il parere del governo centrale per poi sfociare in un attacco bellico in seguito a un’aggressione effettuata da TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) a una base militare di Makallé.

Sfollati nel Tigray, affamati, disidratati, disperati

Intanto, dopo 6 mesi, la guerra continua ancora su tutti fronti nel Tigray. I morti non si contano più. Migliaia, forse decine di migliaia di persone ammazzate, quasi due milioni di sfollati, 4,5 milioni necessitano aiuti umanitari.

La situazione è a dir poco agghiacciante soprattutto per i civili, che, come in tutti conflitti pagano il prezzo più alto, specie donne e bambini. La ONG Save the Children ha fatto notare proprio pochi giorni fa che quasi 5mila minori sono stati separati dai loro genitori.

Piccoli costretti a vivere in stanze sovraffollate, insieme a adulti sconosciuti, senza protezione, esposti a violenze di ogni genere.

E’ successo a una bimba di appena sette anni, che ha perso le tracce dei genitori e dei fratelli quando è iniziata la pulizia etnica. Il papà le aveva chiesto di correre via, di non restare qui con loro, dove c’era anche la nonna vecchia e ammalata. Una volta tornata, la casa era vuota, nemmeno l’ombra di un congiunto. Ora viene accudita da una vicina, per molte settimane è stata costretta a vivere in una scuola, in un’aula trasformata in dormitorio per sfollati.

Sfollati a Shire, Tigray

Ovunque c’è fame. Mangiare una volta al giorno è quasi un lusso. Gli aiuti umanitari arrivano con il contagocce; in molte zone i combattimenti imperversano ancora e l’accesso risulta impossibile in quelle aree. Addis Abba ha annunciato a gran voce di aver distribuito finora il 70 per cento dell’assistenza alimentare e voler ricostruire quanto prima le infrastrutture.

Intanto la maggior parte delle comunicazioni sono ancora interrotte sin dall’inizio del conflitto, persino in città come Shire, che attualmente ospita migliaia di sfollati.

Magdalena Rossman, consulente per la protezione di Save the Children, ha sottolineato che il sistema per supportare i bambini separati dai familiari è stato bruscamente interrotto durante il conflitto. I minori sono disperati, senza familiari, tremano quando sentono colpi di fucile perchè non c’è nessuno che possa proteggerli.

Anche il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha preso posizione il 22 aprile con un comunicato congiunto, nel quale i 15 i membri hanno espresso grande preoccupazione per il protrarsi della crisi in Etiopia e le gravi violazioni dei diritti umani, le violenze continue su donne e ragazzine.

La missione etiopica accreditata al Palazzo di Vetro non ha dato grande importanza al giudizio del Consiglio di sicurezza, ha semplicemente replicato che la questione del Tigray è un affare interno, disciplinato dalle leggi dello Stato, che comprendono anche quelle sul rispetto della gente. E infine ha sottolineato che saranno aperte indagini su eventuali violazioni dei diritti umani.

Nell’ultimo rapporto dell’ONU datato 27 aprile scorso viene evidenziato che le ostilità continuano nell’est, centro e nordovest della regione. E Vanessa Tsehaye, attivista di Amnesty international per il Corno d’Africa, ha riferito ai reporter di Al Jazeera che allo stato attuale la situazione è semplicemente catastrofica, specie per quanto concerne l’impunità dei crimini che vengono regolarmente commessi.

Africa ExPress
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Rapporto Amnesty International: in calo le esecuzioni capitali nel mondo

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Maggio 2021

Almeno 483 persone sono state “giustiziate” in base alla legge. Lo afferma Amnesty International nel recentissimo rapporto sulla pena di morte nel mondo, che ha l’obiettivo di rilanciare la campagna per porre queste barbarie fuori dalla storia.

Le esecuzioni registrate globalmente nel 2020 sono diminuite del 26 per cento, rispetto al 2019, quando sono stati uccisi almeno 657 esseri umani. Anche se il numero è molto elevato, Amnesty sottolinea che è il più basso da almeno un decennio. Tale riduzione è dovuta principalmente a due stati: l’Iraq, che ha dimezzato le esecuzioni (da almeno 100 nel 2019 e a 45 nel 2020) e l’Arabia Saudita, che le è passata dell’85 per cento, da 184 a 27.

Ad ogni modo ai vertici mondiali di questa classifica della vergogna vi sono, per le esecuzioni, la Cina con migliaia di casi, il numero esatto è sconosciuto, in quanto considerate segreto di Stato, Iran con 246, Egitto con 107, Iraq con 45, Arabia Saudita con 27 e Usa con 17. I bracci della morte più affollati del mondo sono in Cina con migliaia di condannati; Yemen con 269; Egitto con 264; Zambia con 119 e Indonesia con 117.

Il numero delle condanne a morte inflitte nel mondo, nel 2020, è stato pari ad almeno 1.477, con un decremento del 36 per cento rispetto al 2019 (almeno 2.307) e del 53 per cento rispetto al 2016 (almeno 3.117).

I Paesi africani come si posizionano in questa tematica, indicativa del livello di civiltà giuridica raggiunto? In linea generale, nell’Africa subsahariana l’uso della pena di morte nella regione è diminuito del 36 per cento e del 6 per cento le condanne a morte. Esecuzioni sono avvenute in tre paesi: Botswana (3), Somalia (11) e Sudan del Sud (2); uno in meno rispetto al 2019 in Sudan.

Condanne a morte sono state registrate in 18 Paesi, come nel 2019. Nonostante la riduzione complessiva, è stato registrato un aumento delle sentenze capitali in Camerun (da 0 nel 2019 a 1 nel 2020); Comore (da 0 a 1); Mali (da 4 a 30); Nigeria (da 54 a 58); Repubblica Democratica del Congo (da 8 a 20); Sierra Leone (da 21 a 39); Sudan del Sud (da 4 a 6) e Zambia (da 101 a 119).

Foto courtesy Amensty International

In mezzo a tanti numeri tragici, che descrivono la vita spezzata di molti, sono da evidenziare anche i progressi verso l’abolizione della pena capitale: il Ciad è diventato il 21° paese della regione ad aver abolito la pena capitale per tutti i reati. Nel decennio 2011-20 la pena di morte è stata abrogata nella Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Benin e Guinea. In Malawi la Corte Suprema ha sentenziato “La pena di morte è incostituzionale”, chiedendo il riesame delle sentenze di condanna, anche se nel Paese le esecuzioni non avvenivano da venti anni. Inoltre, va sottolineato il forte aumento delle commutazioni di sentenze capitali in ergastolo, soprattutto in Tanzania, dove si registrano complessivamente 309 , l’87 per cento in più rispetto al 2019, quando furono 165.

Nell’Africa settentrionale la situazione è la seguente: l’Egitto con 107 esecuzioni, più che triplicate rispetto al 2019, quando erano almeno 32. E’ il più alto numero dal 2013, quando fu raggiunto il picco di 109. Almeno 23 dei detenuti “giustiziati” sono stati condannati per reati politici, in seguito a processi fortemente iniqui, caratterizzati da “confessioni” estorte e altre gravi violazioni dei diritti umani, come torture e sparizioni forzate.

Questi dati impongono la necessità di dare segnali forti al Cairo, come ritiro degli ambasciatori, embargo sugli  aiuti militari, sanzioni economiche. Purtroppo avviene esattamente il contrario. Secondo i governi italiani, di qualsiasi colore politico essi siano, gli affari devono avere la priorità sul rispetto delle libertà fondamentali. Basti pensare che nel 2020 l’Egitto è stato il principale acquirente di armamenti italiani. Per le condanne a morte il Paese ne ha inflitte 264, con una notevole diminuzione rispetto al 2019 (435); in Libia e in Tunisia 8 ed in Algeria 1.

Il calo delle sentenze capitali avvenuto in Egitto è dovuto al limitato accesso alle informazioni sui detenuti condannati a morte che non riguardano reati politici; alla riduzione del numero dei processi di massa in cui sono state imposte sentenze capitali, alle chiusure temporanee dei tribunali e ai ritardi nei processi dovuti alla pandemia da COVID-19.

Preoccupa la dichiarazione del Presidente della Tunisia, Kais Saied, che si è espresso a favore della ripresa delle esecuzioni, dopo l’uccisione di una ragazza: “l’omicidio merita la pena di morte”, anche se l’ultima esecuzione nota nel Paese risale al 1991.

Il rapporto di Amnesty comprende anche il monitoraggio dei detenuti nel braccio della morte, in attesa di esecuzione: in Nigeria ci sono 2.700 persone; in Kenya mille, in Zambia 495; nel Sudan del Sud 342; in Tanzania 244, in Ghana 160; in Uganda 133; in Mauritania 123 e in Camerun 120.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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Malawi: topi al posto della carne per contrastare povertà e fame

Centrafrica: mercenari russi cacciano i concessionari cinesi da miniera d’oro

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 maggio 2021

Le ricchezze del sottosuolo della travagliata Repubblica Centrafricana fanno gola a molti, in particolare ai russi, che in cambio di armi, militari e mercenari, godono di licenze per lo sfruttamento minerario.

E se Bangui non rilascia concessioni a Mosca, Wagner se le prende ugualmente con la forza. Per gli investitori cinesi è inammissibile ciò che è successo il mese scorso nel sito minerario di Ndassima, nei pressi di Bambari, nel centro della ex colonia francese.

Secondo quanto riporta un operatore minerario cinese, la sua società, che opera nel sito da diversi anni, a dicembre ha dovuto interrompere le attività nel giacimento per la dilagante insicurezza nella regione, evacuando gli operai di Pechino nella capitale Bangui.

Una volta cessate le offensive della coalizione composta da truppe centrafricane, russe e ruandesi, nei confronti dei ribelli dell’UPC (acronimo francese per Unité pour la Paix en Centrafrique), i minatori sono ritornati per riprendere l’estrazione aurifera.

Ruanda aveva confermato di aver inviato altri soldati in Centrafrica alla fine dell’anno, poco prima delle elezioni, in base a un accordo bilaterale di difesa. Non è dato sapere il numero esatto dei militari di Kigali e scopo della missione. Il portavoce di Bangui, Ange Maxime Kazagui, aveva specificato che anche Mosca avrebbe inviato nuove truppe in base allo stesso accordo. Secondo quanto riportato da fonti governative ruandesi, il loro intervento era stato autorizzato in difesa delle proprie truppe appartenenti alla forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite (MINUSCA).

Mentre l’ambasciatore della Federazione Russa accreditato a Bangui, Vladimir Tirorenko, aveva sostenuto che i rinforzi inviati da Mosca per contrastare la nuova ribellione scoppiata nel Paese poco prima delle elezioni presidenziali di fine dicembre, erano formati solamente da istruttori, per lo più ufficiali dell’armata russa in pensione e che non avrebbero mai preso parte ai combattimenti, a meno che se minacciati o presi di mira direttamente. Ma tale versione è stata contestata da più fonti.

Mercenari russi del gruppo Wagner

L’attività della società cinese è stata però nuovamente interrotta dopo pochi giorni con l’arrivo di cinquanta camion russi provenienti dal Sudan, scortati dagli uomini del gruppo Wagner, che hanno occupato il giacimento e cacciato i minatori.

Dopo aver chiesto spiegazioni, i responsabili cinesi della miniera sono stati liquidati frettolosamente dai mercenari: “Ora la miniera di Ndassima appartiene ai russi”. Ai dirigenti non è rimasto altro da fare che riportare i propri minatori nella capitale Bangui, giacchè gli uomini di Wagner, armati fino ai denti, avevano anche minacciato i lavoratori cinesi.

L’ambasciata di Pechino non ha rilasciato alcun commento. E’ ben risaputo che i cinesi vengono in Africa solo per affari, non per combattere o altro.

L’anno scorso il governo di Bangui ha ritirato la licenza della miniera aurifera di Ndassima a AXMIN, società canadese quotata in borsa, attiva nel Paese dal 2006. Sembra che il giacimento sia poi stato dato in concessione a altre compagnie.

Secondo una notizia riportata dal quotidiano online Corbeaunews Centrafrique, ma che Africa ExPress non è riuscita a verificare, poco più di un mese fa la direzione del gruppo Wagner avrebbe chiesto una cifra iperbolica al governo di Faustin Archange Touadera – rieletto presidente per un secondo mandato il 27 dicembre 2020 – per i servizi prestati nella lotta contro i ribelli nel Paese. Il conto presentato dai mercenari ammonta a oltre 232 milioni di dollari (127 miliardi di Franchi CFA) somma che Bangui non è in grado di pagare.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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