Il presidente della Somalia, Mohamed Abdullahi Mohamed, chiamato Farmajo, ha rinunciato all’estensione del proprio mandato in un discorso alla Camera bassa del Parlamento (la Somalia ha un Parlamento federale bicamerale, composto da una Camera Alta, 54 senatori, e dalla Camera del Popolo, 275 deputati), auspicando così di poter riaprire il dialogo.
Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, presidente della Somalia
Il 12 giugno scorso la Camera bassa si era espressa favorevolmente per un prolungamento di 2 anni del mandato presidenziale, voto ritenuto incostituzionale dalla Camera alta e contestato aspramente anche dal primo ministro Mohamed Hussein Roble.
L’estensione del mandato aveva poi suscitato forti tensioni tra potere e opposizione e nei giorni seguenti al voto della Camera del Popolo sono scoppiati disordini nella capitale Mogadiscio. Messo sotto pressione, Formajo ha dovuto cedere, chiedendo che venisse riaperta la discussione sull’organizzazione delle elezioni.
Questa mattina, infine, il presidente si è presentato in Parlamento, chiedendo alla Camera bassa di annullare il voto dello scorso 12 aprile, per ripartire dall’accordo firmato il 17 settembre 2020 tra il governo e gli Stati federali. Il trattato prevedeva lo svolgimento delle elezioni prima dell’8 febbraio 2021, termine del mandato di Formajo. Ciononostante disaccordi tra i vari partiti sull’organizzazione dello scrutinio hanno bloccato il processo elettorale. Infine proprio ieri sera i candidati alle presidenziali hanno accusato Formajo di voler frenare la tornata elettorale.
In questo clima di forte tensione, il presidente ha delegato questa mattina il primo ministro Mohamed Hussein Roble come supervisore del processo elettorale, “Affinchè il voto possa svolgersi in un’un atmosfera stabile e di pace”, ha aggiunto Formajo.
In seguito all’intervento del capo dello Stato, i deputati hanno votato all’unanimità l’annullamento della proroga del mandato presidenziale e hanno ristabilito l’accordo dello scorso settembre.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
30 aprile 2021
Decine di alunni, in sit-in da giorni davanti al municipio di Beni, città nella travagliata provincia del Nord-Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, sono stati dispersi dalla polizia con gas lacrimogeni. Una sessantina di loro sono stati fermati dagli agenti e portati in prigione. La notizia è stata ripresa solamente da media locali.
Ieri un folto gruppo di alunni di Oicha – città che si trova nello stesso distretto – sono arrivati a Beni per dar man forte ai manifestanti coetanei.
Congo-K, Beni, proteste delle scolaresche
I giovanissimi, con le loro divise bianche e blu, molto determinati nelle loro richieste, non si erano spostati dal piazzale del comune da quasi una settimana. Ben attrezzati con materassini, vettovaglie, pentole e pentolini, avevano sperato fino all’ultimo nell’arrivo di Félix Tshisekedi, presidente dell’ex colonia belga.
Bambini e adolescenti disperati, stanchi di vedere i loro genitori ammazzati, restare orfani, senza case perchè saccheggiate e incendiate dai ribelli, hanno implorato con forza un loro diritto fondamentale: la pace.
Le autorità scolastiche avevano imposto da giorni il rientro in classe per il 26 aprile, ma ovviamente nelle scuole non si è presentato nessuno. Dopo i rinforzi arrivati da altre scuole del circondario, ieri pomeriggio è intervenuta la polizia e ha messo fine al sit-in.
Sempre nella serata di ieri, il presidente, durante una conferenza stampa con il belga Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, si è rivolto anche ai ragazzi di Beni. Oltre alla solenne promessa che sarebbe arrivato presto nella provincia del Nord-Kivu, ha spiegato che attualmente è impegnato a preparare soluzioni definitive per la crisi nell’est del Paese. Ha chiesto loro di non esporsi alle intemperie.
E intanto molti ragazzini sono stati arrestati – 69 in tutto (55 maschi e 14 femmine) tra questi 8 provenienti da Oicha, secondo quanto ha riportato l’avvocato e difensore dei diritti umani Elie Vahumawa – e sbattuti nella lurida galera di Beni. I dimostranti, tutti minori dell’età compresa tra 9 e 17 anni, sono stati accusati di accattonaggio, vagabondaggio e disturbo della quiete pubblica.
L’avvocato è estremamente preoccupato anche per il loro benessere fisico, perchè nelle galere congolesi manca il cibo, raramente il governo provvede al mantenimento dei prigionieri. Nella stessa casa circondariale si trovano già da tempo altri 34 minori.
Vahumawa giustamente scandalizzato, ha esclamato: “Bambini in divisa, messi in galera senza alcuna ragione e senza un pezzo di carta in mano. Questa è una gravissima violazione dei diritti umani”.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
29 aprile 2021
E’ a Port Sudan, la città sudanese che si affaccia sul Mar Rosso, che si disputa l’ennesimo confronto-scontro tra Stati Uniti e Russia per la penetrazione politico-militare ed economica delle due superpotenze nel continente africano. Con una mossa che ha sorpreso le cancellerie di mezzo mondo, le autorità sudanesi hanno deciso di congelare l’accordo bilaterale con la Russia sottoscritto a Khartoum il 16 novembre 2020 con cui veniva autorizzata la realizzazione di una base navale delle forze armate russe a Port Sudan.
La notizia è stata resa nota dall’emittente televisiva Al Arabiya ed è stata confermata a Mosca dall’agenzia TASS. Secondo la rete tv, il governo sudanese avrebbe spiegato che l’accordo con il ministero della Difesa russo “sottoscritto dal precedente regime” è stato “sospeso in attesa della sua approvazione da parte dell’organo legislativo”.
Secondo i termini del memorandum, l’infrastruttura militare nel Mar Rosso dovrebbe fungere da hub logistico e centro di supporto e manutenzione per le unità da guerra e commerciali della Federazione Russa. Essa dovrebbe ospitare sino a 300 militari e civili e non più di quattro imbarcazioni militari contemporaneamente, comprese quelle a propulsione nucleare. Nella nuova base verrebbe pure autorizzato l’atterraggio di aerei russi, grazie alla costruzione di un’apposita pista, nonché il transito e lo stoccaggio di “armi, munizioni ed equipaggiamenti necessari al suo funzionamento”. Il terreno destinato ad ospitare l’infrastruttura verrebbe messo a disposizione gratuitamente dalle autorità sudanesi, così come non sono previsti canoni e imposte per l’uso. La durata dell’intesa bilaterale era stata fissata in 25 anni, con la possibilità di un’estensione per altri dieci con il consenso delle due parti.
Il 3 aprile scorso il sito middleeasteye.net aveva rivelato che a Khartum era in corso un braccio di ferro per rimettere in discussione i termini dell’accordo militare con Mosca, sotto il pressing del Dipartimento di Stato USA e del Pentagono. “Il Sudan è impegnato separatamente in colloqui diplomatici con le due superpotenze che vogliono rafforzare entrambe la loro presenza militare nel Mar Rosso e in Medio Oriente”, riferiva il periodico. Citando poi una fonte governativa che aveva richiesto l’anonimato, middleeasteye.net aggiungeva che le autorità sudanesi “stavano studiando delle proposte da sottoporre ai due Paesi per realizzare una partnership regionale marittima per sostenere la lotta internazionale contro il terrorismo, il traffico delle persone e la pirateria”. Presumibilmente la “sospensione” della validità dell’accordo con Mosca e il rinvio della sua approvazione in Parlamento consente a Khartum di guadagnar tempo utile per non scontentare – perlomeno ora – le due superpotenze.
Omar al-Bashir, ex presidente sudanese e Vladimir Putin, presidente russo
Era stato l’ex presidente Omar al-Bashir a sostenere l’ipotesi di concedere un’installazione militare alla Russia in occasione di un meeting con il ministro della difesa Sergi Shoigu. Dopo le sue forzate dimessosi due anni fa a seguito delle proteste popolari, il Consiglio Militare di Transizione aveva avviato i colloqui con le autorità russe, conclusisi a novembre 2020 con la firma del memorandum sulla base di Port Sudan. Precedentemente, nel maggio 2019, Russia e Sudan avevano sottoscritto un accordo di mutua cooperazione in ambito militare e sfruttamento dell’energia nucleare. Mosca è attualmente il primo fornitore di sistemi d’arma delle forze armate sudanesi e secondo quanto riportato da fonti d’intelligence occidentali, nel Paese africano opera il Gruppo Warner attraverso due società minerarie e petrolifere. Una presenza, quest’ultima, che ovviamente verrebbe rafforzata nel caso in cui venisse realizzato l’hub logistico militare a Port Sudan. Da qui le forti preoccupazioni di Washington che sta tentando in tutti i modi di convincere le autorità sudanesi a rivedere i termini del memorandum con i russi.
Di certo nelle ultime settimane non sono mancati in Sudan i colpi di scena frutto dei tentativi di equilibrismo pro-Usa e pro-Russia del governo. A gennaio 2021, il vicecomandante di Africom (il comando militare per le operazioni nel continente africano delle forze armate statunitensi), Andrew Young, e il direttore del settore d’intelligence ammiraglio Heidi Berg, erano stati ricevuti in visita ufficiale a Kharotum per “espandere i legami di cooperazione tra USA e Sudan nella lotta al terrorismo”, come riporta la nota stampa del Pentagono. Il 28 febbraio 2021, era invece la fregata “Admiral Grigorovich” ad approdare a Port Sudan insieme ad una nave appoggio e rifornimento della Marina russa, dopo un lungo ciclo addestrativo nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. Il giorno successivo, 1° marzo, ancora a Port Sudan ancoravano il cacciatorpediniere lanciamissili “Winston S Churchill” e la nave da trasporto “Carson City” di US Navy. Le unità russe e statunitensi, le une di fronte alle altre, si fermavano in Sudan per alcuni giorni.
Ovviamente USA e Russia non sono gli unici Paesi in gara per accaparrarsi infrastrutture e risorse nell’area geostrategica prossima al Corno d’Africa. Le ex potenze coloniali europee come Francia e Gran Bretagna, insieme a Cina e più recentemente Turchia, Arabia Saudita, Egitto, hanno firmato accordi di tipo militare o economico con Sudan, Kenya, Somalia e Gibuti, e in quest’ultimo Paese “convivono” i reparti d’élite delle forze armate di Stati Uniti, Cina, Giappone, Francia, Spagna, Arabia Saudita e Italia.
Il governo Draghi ha mostrato in queste settimane di guardare con sempre più interesse alla regione nel quadro di uno smisurato sogno di grandezza italico in terra d’Africa. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerrini ha annunciato il potenziamento della partnership con Mogadiscio e Gibuti e l’escalation militare italiana in quell’immensa area geografica che dalla sponda sud del Mediterraneo si estende al Corno d’Africa, al Sahel sino al Golfo di Guinea per “fronteggiare” proprio la “penetrazione di Russia e Cina nel continente”. Alle follie neocoloniali del tricolore non c’è mai fine.
“La pena di morte è incostituzionale”. Lo ha dichiarato la Corte suprema del Malawi mercoledì mattina e ha ordinato il riesame delle sentenze di tutti condannati alla pena capitale.
Durante un processo d’appello di un prigioniero sul quale pendeva appunto la pena di morte, i giudici della più alta istituzione giurisdizionale hanno de facto abolito questa disumana condanna. Secondo Amnesty International, tali sentenze, pur comminate dai tribunali malawiani, non venivano più eseguite da una ventina d’anni.
In passato le condanne capitali venivano applicate sistematicamente ai prigionieri ritenuti colpevoli di omicidio, tradimento, a volte anche per stupro con violenza, furto con scasso e altro. Bakili Muluzi, primo presidente eletto democraticamente nel 1994, era contrario all’esecuzione di tali sentenze.
Nel continente africano la pena di morte è ancora in vigore in una trentina di Paesi; poco meno della metà ha messo in atto esecuzioni capitali negli ultimi anni.
In base all’ultimo rapporto di Amnesty International, l’Egitto ha eseguito ben 107 esecuzioni nel 2020, il triplo rispetto all’anno precedente, malgrado la pandemia in atto. Mentre nel continente africano il primato per condanne capitali pronunciate dai tribunali spetta allo Zambia: 119 contro 101 del 2019; tuttavia non vengono messe in atto da anni. L’ultima esecuzione risale al 1997. Nel gennaio di quest’anno il presidente Edgar Lungu ha tolto 246 prigionieri (221 uomini e 25 donne) dal braccio della morte, commutando la loro pena in ergastolo.
L’unico Paese dell’Africa australe che continua a applicare la pena di morte è il Botswana. Con l’ascesa al potere del presidente Mokgweetsi Masisi nel novembre 2019, in un anno sono state eseguite 4 esecuzioni capitali, mentre l’8 febbraio 2021 sono stati giustiziati altri due uomini nella prigione centrale di Gaborone, la capitale del Paese.
Speciale per Africa Express Luciano Berzotti
Aprile 2021
Gli USA si ritireranno dall’Afghanistan esattamente 20 anni dopo l’intervento militare.
Entro l’11 settembre tutti i soldati di Washington lasceranno il Paese.
Il Presidente Joe Biden ha rinviato di qualche mese il ritiro stesso, rispetto alla data del 1° maggio, stabilita da Trump. Per la Casa Bianca ciò avviene in quanto gli obiettivi prefissati “sono stati raggiunti”. In realtà le cose stanno in maniera molto diversa. Un’altra generazione di afghani non ha conosciuto la parola pace, infatti, il conflitto con i talebani ed altri organizzazioni guerrigliere, fra cui l”ISIS, non è terminato, nel solo 2020 – secondo i dati della Missione ONU in Afghanistan (UNAMA) – sono morti quasi 9.000 civili e ben centomila dal 2009, il primo anno in cui sono stati conteggiati.
Non solo larga parte del Paese è sotto attacco e nelle ultime settimane si sono susseguiti omicidi di personaggi scomodi, giornalisti, magistrati, difensori dei diritti umani. Gli accordi di pace USA-talebani non tutelano a sufficienza i diritti delle donne, per cui c’è il rischio di un grande passo indietro, una volta che gli americani non ci saranno più. Nelle ultime ore i talebani hanno rinunciato a partecipare alla Conferenza di pace in Turchia a seguito del rinvio del ritiro USA stesso. Preoccupa, soprattutto, che a causa della grande debolezza delle istituzioni i talebani possano ritornare al potere, con le buone o con le cattive, eliminando i timidi passi in avanti compiuti in 20 anni. L’accordo di pace peraltro, non ha fatto tacere le armi e si continua a morire.
L’economia del Paese si basa, in larga parte, sulla droga, nonostante le campagne di distruzione delle coltivazioni di oppio, l’Afghanistan ne è il primo produttore mondiale e i proventi di questi traffici, alimentano il consenso ai talebani, da parte di contadini poveri che non hanno alternative produttive, e la corruzione. In questo campo, un’altra vera piaga, secondo Transparency International, Kabul si classifica al 173° posto su 180 nell’indice di percezione mondiale della corruzione. Ma soprattutto per Emergency, presente nel Paese prima ancora dell’intervento americano, “il tentativo di trasformare il Paese in una democrazia stabile e funzionante è fallito e ha avuto costi altissimi”.
L’intervento militare è costato, infatti, ai soli Stati Uniti migliaia di miliardi di dollari. Le spese per lo sviluppo sono ammontate a poche briciole delle enormi spese militari. Non a caso, l’Afghanistan è in fondo a tutte le classifiche mondiali dei principali indicatori sociali ed economici e se gli USA e gli altri Paesi della coalizione non hanno contribuito alla ricostruzione quando erano in Afghanistan, non lo faranno di sicuro quando se ne saranno andati, soprattutto ora che le loro economie sono in crisi a causa del Covid-19.
L’Afghanistan non è più una priorità, infatti, USA e Nato, ad esempio, non garantiscono vaccinazioni di massa, nonostante il diffondersi del COVID-19, mentre gran parte della popolazione è letteralmente alla fame, come denuncia l’ONU. Nè sono migliorati in maniera significativa scuola e sanità.
Afghanistan, talebani
In una guerra sempre più brutale, sono obiettivi privilegiati anche ospedali, scuole ed il relativo personale, anche se la risoluzione 2286 del 2016 del Consiglio di Sicurezza ONU ne vieta l’utilizzo a fini militari e la distruzione. Le forze di sicurezza e la polizia di Kabul nel 2019 sono state responsabili, secondo l’ONU, di 20 attacchi a questi complessi e le forze internazionali di 6 casi.
L’Esercito ha utilizzato, sempre secondo le Nazioni Unite, 6 scuole e 2 strutture sanitarie a fini militari e una da parte di milizie filogovernative. E’ evidente che, in contesto caratterizzato da uno scarso numero di queste strutture, la loro distruzione esclude tante persone da diritti fondamentali; aumenta, inoltre, l’ostilità verso l’esercito di Kabul e delle forze internazionali e rischia di favorire l’arruolamento nelle fine dei guerriglieri. E’ evidente che la mancanza dei predetti servizi fondamentali mina anche il futuro della società afghana. Inoltre i rapporti dell’ONU denunciano, da anni, altri reati puniti dal diritto internazionale come il reclutamento e l’utilizzo di bambini come soldati da parte della Polizia nazionale afghana. Ad ogni modo andrebbe restituita giustizia alle tante vittime del conflitto, il Tribunale Penale Internazionale sta indagando sulle violazioni dei diritti umani compiute, da tutte le parti in causa, tale lavoro deve concludersi per punire i responsabili, non può esserci riconciliazione senza giustizia.
Nel 2020 l’Italia era presente con 800 soldati e con una spesa di 160 milioni di euro, come nel 2019. Per il 2021 il provvedimento del Governo di autorizzazione delle missioni non è stato ancora approvato. Ad ogni modo, abbiamo avuto, complessivamente, una cinquantina di vittime e circa settecento feriti e sinora abbiamo speso, secondo l’Osservatorio sulle spese militari italiane, oltre 8 miliardi.
Sorprende che in venti anni il Parlamento non ne abbia mai discusso finalità ed esito, ma soltanto il rifinanziamento. L’Italia, pur avendo uno dei contingenti più numerosi, non è stata coinvolta, siamo stati chiamati solo a pagare i costi della guerra e a schierare soldati. I nostri governi non hanno neanche avuto il coraggio di protestare per i “danni collaterali”, civili innocenti vittime dei raid aerei e dei droni statunitensi. Altri Paesi, visto che non si poteva vincere la guerra, hanno ritirato il proprio contingente (la Spagna nel 2004, il Canada e l’Olanda e la Francia nel 2012), allora perchè questa obbedienza cieca ed assoluta a Washington? Addirittura il Movimento 5 Stelle quando era all’opposizione chiedeva il ritiro dei nostri soldati e una volta al Governo non ha più contestato la missione, anche così si spiega l’appoggio di Trump al Governo Conte 2.
“La guerra combattuta in Afghanistan – afferma EMERGENCY – è uno dei più grandi fallimenti umani e di politica estera dei nostri tempi. Ancora una volta, come sempre, una guerra nata “per risolvere un conflitto” ha fallito il suo obiettivo. È una lezione che dobbiamo imparare”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 27 aprile 2021
La buona notizia è che Paesi africani dove la libertà di stampa è più rispettata sono Sudafrica, Namibia, Botswana, Burkina Faso e Ghana. Fanno parte dell’area che ha una “situazione abbastanza buona” colorata di giallo. Tutti tra il 24° e il 38° posto della classifica composta da 180 Stati. L’Italia, pur essendo gialla, la troviamo al 41°, dopo la Repubblica Ceca e la Corea del Sud.
Libertà di stampa mappa Africa RSF 2021 (Courtesy RSF)
La cattiva notizia è che 21 su 48 Stati del continente africano sono classificati rossi (“situazione difficile”) o neri (“molto grave”). I colori rosso e nero della mappa sono eloquenti. È quanto appare con chiarezza nella classifica del report 2021 “Libertà della stampa nel mondo 2021” di Reporters sans frontieres (RSF). Un puntuale studio annuale che offre il termometro planetario della libertà di informazione.
I Paesi africani in fondo alla classifica
I sei Paesi africani “neri” sono agli ultimi posti dei 180 esaminati a livello planetario. Figurano in fondo alla classifica e la maglia più nera è dell’Eritrea (180°). La Somalia è al 161°, seguita da Guinea equatoriale (164°); Libia (165°); Egitto (166°) e Gibuti (176°).
Libertà di stampa, Etitrea ultima in classifica nel rapporto 2021 RSF (Courtesy RSF)
La zona “situazione difficile” è quella che comprende la maggior parte degli Stati del continente africano: 22 su 54. Tredici sono invece nell’area arancione, quella classificata come “situazione problematica”. Secondo RSF in Africa la situazione di chi cerca di produrre informazioni è difficile, addirittura critica. Per il futuro del giornalismo del continente il prossimo decennio sarà decisivo.
Nonostante la caduta di alcuni dittatori africani – come in Sudan, Angola, Zimbabwe e Congo-K – i giornalisti hanno vita sempre più difficile. Lo sviluppo di un giornalismo di qualità, libero e indipendente, è ancora troppo raro.
I media pubblici africani rimangono nella morsa del potere
In Africa, i giornalisti continuano a morire e il più delle volte gli assassini rimangono impuniti. Nel continente africano sono stati uccisi 102 giornalisti negli ultimi 10 anni metà dei quali in Somalia, il posto più pericoloso per i professionisti dell’informazione.
libertà di stampa
In Paesi come il Benin, Mozambico e le Comore si sono moltiplicati gli attacchi alla libertà di stampa. Purtroppo, in quasi tutti i paesi africani, i media pubblici “…rimangono nella morsa del potere” – si legge nel rapporto RSF. “Generalmente sono contenti di trasmettere la comunicazione del governo senza riflettere la diversità di opinioni nella loro società”.
“La proliferazione di mezzi di comunicazione di cui un numero crescente di paesi può vantarsi offre solo una facciata di pluralismo. La maggior parte dei media rimane strettamente controllata direttamente o indirettamente da circoli vicini al potere, all’opposizione o ad alcuni gruppi di interessi economici”.
Quattro persone sono state rapite ieri nel Burkina Faso: due giornalisti spagnoli, un irlandese, operatore di una ONG per la difesa dell’ambiente, e un militare dell’esercito bourkinabé. Secondo alcune fonti di sicurezza, tutti sarebbero stati brutalmente ammazzati.
Pattuglia antiterrorismo in Burkina Faso
Le notizie sono ancora frammentarie e l’uccisione degli europei non è stata ancora confermata da Ouagadougou, benchè il ministro degli Esteri spagnolo, Arancha González Laya, tramite il quotidiano El Pais, abbia annunciato la morte di due giornalisti, David Beriain e Roberto Fraile. Solo poco fa Roberto Sanchez, capo del governo, ha dato conferma dell’assassinio dei suoi concittadini tramite twitter.
I giornalisti spagnoli si trovavano nella ex colonia francese per girare un documentario, insieme a un operatore per la conservazione dell’ambiente e della fauna di una ONG e un gruppo di guardie forestali burkinabé per contrastare il bracconaggio. Il team era scortato dai militari dell’esercito.
Ieri mattina verso le 08.00, tra Fada Ngourma e Pama nell’est del Paese, il gruppo è caduto in un’imboscata. Era diretto verso la riserva parziale di Pama, che copre una superficie di 2.237 chilometri quadrati.
Durante l’attacco sono state ferite 3 persone, mentre altre quattro sono state prese in ostaggio.
L’Irlanda non ha ancora confermato la morte del loro concittadino e non nulla si sa sulla sorte del militare delle forze armate di Ouagadougou, rapito insieme agli europei. Il quotidiano Irish Times ha riportato poco fa che, secondo dichiarazioni di funzionari della sicurezza del Burkina Faso, sarebbe stato ucciso anche il terzo europeo, l’irlandese Rory Young, co-fondatore e presidente dell’organizzazione anti-bracconaggio Chengeta, con base negli Stati Uniti e nei Paesi Bassi.
Secondo alcune fonti, due degli europei sarebbero stati feriti durante l’imboscata. Finora l’attacco non è stato rivendicato da nessuno.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
26 aprile 2021
In Etiopia mancano all’appello 8 mila rifugiati eritrei che avevano cercato protezione nel Tigray. Lo afferma Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).
Prima dell’inizio della guerra in Tigray (4 novembre 2020), l’Etiopia ospitava ben 96mila rifugiati eritrei in 4 campi. Con l’intensificarsi del conflitto, Shimelba e Hitsats, due delle aree per i profughi, scappati dal regime di Asmara, sono stati distrutti; vi vivevano 20mila persone. Nel frattempo l’Agenzia dell’ONU è riuscita a riprendere i contatti con 12 mila di essi, mentre non si sa nulla della sorte di altri 8 mila.
Profughi eritrei in Tigray, Etiopia
“E’ possibile – ha specificato Grandi – che molti di essi siano da qualche parte nel Tigray, in zone non accessibili agli operatori umanitari, ma altri eritrei ci hanno fatto sapere che, specie all’inizio del conflitto, un certo numero di persone è stato deportato nel Paese d’origine dalle truppe eritree che ancora oggi si trovano nel Tigray. A tutt’oggi non so se ci sono stati rimpatri forzati di massa o se si tratta di casi isolati, ma di fatto è successo”.
Lo scorso febbraio, Don Mussie Zerai, sacerdote eritreo e presidente dell’Agenzia Habeshia, aveva già denunciato il rimpatrio forzato di migliaia di eritrei dall’ Etiopia, la maggior parte viveva appunto nei campi di Shimelba e Hitsats, come confermato ora dal capo dell’UNHCR.
E Grandi ha chiarito che l’ONU ha richiesto l’apertura di un’inchiesta internazionale, libera e indipendente volta a far luce sulla sorte e su eventuali abusi commessi nei confronti dei profughi eritrei.
Dopo mesi di silenzio, il regime di Asmara ha finalmente ammesso ufficialmente la presenza delle sue truppe nel Tigray, in Etiopia in una lettera del 18 aprile scorso, firmata da Sophia Tesfamariam, ambasciatrice eritrea accreditata al Palazzo di Vetro, indirizzata al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Nella missiva, resa pubblica da ministro dell’Informazione, Yemane Ghebremeskel, il governo promette il ritiro dei propri militari. Ovviamente il ministro ha negato tutte le pesanti accuse di violazione dei diritti umani rivolte alle forze armate del suo Paese.
Etiopia
Sia Abiy Ahmed, primo ministro etiopico che Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea, avevano negato per mesi la stretta collaborazione in questa sanguinosa guerra. Eppure tutti erano a conoscenza della presenza delle truppe eritree nel Tigray e nell’Amhara, che confina a sud con il Tigray. Erano emerse chiare testimonianze di residenti, gruppi di difesa per i diritti umani, diplomatici e addirittura di responsabili e militari etiopici, corredate anche da prove.
Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea e Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia
Il 28 novembre Abiy aveva annunciato la vittoria sul TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray), dopo la presa del capoluogo Makallé. La guerra a tutt’oggi non è finita e i militari eritrei continuano a essere accusati di violenze, stupri e massacri.
Davanti al Consiglio di Sicurezza Mark Lowcock, coordinatore di OCHA (l’Ufficio ONU per gli Affari Umanitari), ha però confermato che finora non esiste nessuna prova tangibile che le truppe di Asmara si siano ritirate. “Anzi – ha aggiunto – gli operatori umanitari continuano a segnalare altre atrocità”, che, secondo Lowcock, sono state commesse dai militari eritrei. Il capo di OCHA ha precisato che gli sfollati nel Tigray sono 1,7 milioni (dati di fine marzo 2021) e sono ben 4,7 milioni le persone, su una popolazione di 6 milioni, che necessitano aiuti umanitari. “Ho avuto informazioni che alcuni sfollati stanno morendo di fame”, ha asserito Lowcook.
Naturalmente la stampa di Addis Ababa ha negato le ultime di dichiarazioni di OCHA, apostrofandole menzognere, volte a infangare l’immagine del Paese. Ma Abadi Girmay, responsabile per l’agricoltura del governo ad interim del Tigray, ha detto di essere molto preoccupato, esiste l’effettivo rischio di una crisi che potrebbe durare parecchi anni se i contadini non potranno riprendere il lavoro nei campi.
Intanto Washington ha nominato Jeffrey Feltman – un diplomatico di carriera con un curriculum di tutto rispetto – come inviato speciale per il Corno d’Africa.
Antony Blinken, segretario di Stato americano teme infatti un escalation dei conflitti nella zona, come appunto quello nel Tigray, le tensioni tra Addis Ababa e Khartoum per le dispute dei confini e naturalmente la questione del GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam) che coinvolgono Egitto, Sudan e Etiopia.
Con la nomina di Feltman, l’amministrazione Biden lancia un chiaro messaggio: maggiore presenza in Africa sia nella lotta contro il terrorismo che sul piano umanitario e nella difesa dei diritti umani.
Il Corno d’Africa è una regione strategica per Washington, non solo per la sua posizione tra Africa e Medio-oriente. Difatti gli USA sono già molto presenti nella zona, sia dal punto di vista militare che economico, e ovviamente, vogliono mantenere questa loro influenza.
Continua con questo articolo la collaborazione di Africa Express con la prestigiosa rivista Africa Confidential.
Africa Confidential aprile 2021
I tentativi per spingere verso una più stretta relazione tra Eritrea ed Etiopia lanciati dall’ambasciatore Dina Mufti nella sua conferenza stampa settimanale ad Addis Abeba alla fine del mese scorso si sono rapidamente arenati.
Parlando del giorno dell’indipendenza dell’Eritrea, che cade il 24 maggio, Mufti, che è portavoce del Ministero degli Affari Esteri dell’Etiopia, ha commentato : “Ogni eritreo, se glielo chiedessero, ammetterebbe che non festeggia il giorno della sua separazione dall’Etiopia. Non gli piace. Gli etiopi provano lo stesso sentimento – ha affermato -. Etiopia ed Eritrea sono un solo popolo. A chi non piacerebbe, se potessero unirsi in una federazione?” ha chiesto, mentre cantava le lodi dell’integrazione economica e infrastrutturale seguita dall’integrazione politica. “Dovrebbe essere inevitabile per tutti i paesi della regione”, ha sottolineato.
Da destra l’ambasciatore egiziano in Kenya, il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi e l’allora ambasciatore etiopico in Kenya, Dina Mufti, in visita al museo di storia naturale di Nairobi, ottobre 2018
Appena le parole sono uscite dalla sua bocca, è scoppiata una tempesta di condanne da tutte le parti. L’Eritrea si sta preparando per il suo 30° anniversario come nazione e persino l’ambasciata degli Stati Uniti è corsa in sua difesa, salutando la sua “lotta duramente vinta per l’indipendenza”. Le ambasciate eritree e i gruppi della diaspora si sono uniti al coro, mentre il ministero si ritirava in fretta e l’ambasciatore “si scusava umilmente”.
Il Tigray parte di un più ampio riordino della geopolitica
Ma questo passo falso è stato certamente firmato dal ministro degli Esteri, Demeke Mekonnen, che è anche il vice del primo ministro Abiy Ahmed. Tradisce il pensiero più profondo del lavoro che si sta facendo ad Addis Abeba e su Asmara. Questo è stato semplicemente un siparietto che è andato male.
Abiy e il presidente Isayas Afeworki hanno già creato il Consiglio del Corno d’Africa di Etiopia, Eritrea e Somalia e stanno cercando di far aderire il Sud Sudan. L’idea è di sostituire l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD), il principale organismo regionale, con un altro più direttamente sotto il loro controllo (AC Vol 62 No 5, Stirring the regional pot).
Abiy Ahmed, primo ministro etiopico e Isaias Afewerki, presidente eritreo
Patto di difesa
Un aspetto di quell’unità ipotizzata è già in opera di fatto, giacché le forze armate eritree stanno penetrando sempre di più nel Tigray e sembrano destinate a rimanerci. Abiy e Issayas stanno preparando un accordo di difesa in base al quale le truppe eritree ed etiopi possono operare l’una sotto gli ufficiali dell’altra e nei rispettivi Paesi. Questo renderebbe legale la presenza eritrea nel Tigray, e quindi frustrerebbe la richiesta della comunità internazionale alle truppe di Asmara di andarsene.
Molti sospettano che le radici delle mosse verso l’unità risiedano nelle disposizioni ancora segrete dell’accordo di pace che Abiy e Issayas hanno firmato nel luglio 2018 (Africa Confidential Vol 59 No 14, From the edge of war to the bridge of love). All’epoca, Abiy aveva descritto Addis Abeba come la “casa madre” di Issayas, mentre il leader eritreo a sua volta aveva ribadito che era sciocco “pensare ai due Paesi come persone separate”. Questa retorica ora sembra fiorita.
Al World Economic Forum di Davos nel gennaio 2019,Abiy ha persino sostenuto che non c’era alcun bisogno di avere eserciti diversi in Etiopia, Eritrea e Gibuti. Tutto potrebbe essere condiviso sulla strada della completa integrazione. Questo è stato certamente a lungo nella lista dei desideri di Issayas. Ha sognato a lungo la federazione e nel 1993 ha sollevata per primo la questione. L’annientamento della sua bestia nera, il Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (TPLF), lo porta a credere che il suo sogno può ora diventare realtà.
E’ in questa luce che gli analisti guardano ora alla creazione da parte di Abiy della sua unità della Guardia Repubblicana e alla ricostruzione, avviata nel 2018-19, della forza aerea. Ha introdotto cambiamenti nell’addestramento per cercare di rimuovere l’influenza tigrina e ha ampliato il reclutamento nel 2019 e 2020. L’epurazione dei tigrini dalle forze armate è stata accelerato negli ultimi tre anni e comprende anche i soldati di rango e la polizia. Dall’inizio della guerra a novembre – secondo rapporti riservati – sono stati arrestati circa 20.000 etiopi della Forza di Difesa Nazionale (ENDF) del Tigrai e 7.000 agenti di polizia.
Le defezioni e le detenzioni, che hanno incluso le truppe tigrene che servono nella Missione dell’Unione Africana in Somalia (Amisom) e nelle forze di pace delle Nazioni Unite nel Sud Sudan, hanno seriamente danneggiato il morale e la capacità dell’esercito. I piani di Abiy di fondere le “forze speciali” di Amhara e di altre regioni nell’ENDF potrebbero causare ulteriori difficoltà.
Il presidente somalo Mohamed Abdullah Mohamed “Farmajo” si sta dimostrando un anello debole nel grande scontro regionale. Farmajosi trova nel mezzo di aspre dispute sulla sua rielezione e ha bisogno dell’aiuto di Addis Abeba. Con così tante truppe etiopiche dislocate in Tigray dalla Somalia, l’attività della milizia islamista somala Al Shebab è aumentata: anche in Etiopia.
Secondo notizie non confermate truppe eritree sono in arrivo a Mogadiscio per aiutare ad alleviare la carenza di personale di Abiy. Con o senza l’Etiopia, sembra che Issayas stia riattivando le sue politiche interventiste degli anni ’90, quando l’Eritrea era coinvolta nel Congo-Kinshasa, Sudan e Ciad, entrò in guerra con lo Yemen e l’Etiopia, e fece incursioni a Gibuti. Fino a poco tempo fa un paria, ora è una presenza regionale importante con un partner determinato e potente.
Fondata nel 1960 come newsletter quindicinale cartacea, Africa Confidential si è costruita da allora una reputazione globale per la segnalazione e l’analisi originale dei principali sviluppi politici e di sicurezza in tutto il continente africano che va ben oltre ciò che si può trovare nel materiale ‘open source’. Il servizio stesso è ora sostanzialmente online, con rapporti infrasettimanali sugli sviluppi chiave come e quando si verificano.
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Patrick Smith collabora regolarmente con la BBC, il Guardian, l’Observer, l’Economist e altri media internazionali. In Africa ha lavorato in parecchie occasioni con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
24 aprile 2021
“Presidente, vieni a Beni. Vogliamo la pace, il diritto di studiare in tranquillità e diciamo no ai bambini soldato”. Queste le rivendicazioni della gente di Beni, città nel Nord-Kivu, soprattutto donne e ragazzi, che si sono radunati per un sit-in davanti al municipio della città. Vogliono parlare con Félix Tshisekedi, presidente della ex colonia belga, disperati perchè sono stanchi di vedere i loro genitori ammazzati, restare orfani, senza case perchè saccheggiate e incendiate dai ribelli. Implorano un loro diritto fondamentale: la pace.
Ma il presidente non si fa vedere. Non verrà a Beni ad ascoltare il pianto dei piccoli e giovanissimi e le loro rivendicazioni.
Durante la notte tra giovedì e venerdì i ragazzi hanno dormito nello spiazzo antistante al palazzo comunale. E bisogna dirlo, giovanissimi sì, ma determinati, equipaggiati di materassi, spazzolini da denti, cibo, tegami, piatti. Hanno cucinato, mangiato, sonnecchiato, ma soprattutto hanno espresso ciò che gli sta più a cuore. La pace da queste parti è una parola sconosciuta. Qui i gruppi armati compiono stragi in continuazione per il controllo delle risorse del sottosuolo.
Recentemente la popolazione è insorta contro la presenza del contingente delle Nazioni Unite, MONUSCO (Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo), che ha di fatto fallito il suo compito, che sarebbe quello di proteggere i civili. Da settimane quindi la gente chiede il ritiro dei caschi blu.
Ieri per l’ennesima volta un folto gruppo di donne, con addosso un sacco bianco, è sceso in strada a Beni. Le manifestanti hanno sfilato con cartelloni e eretto barricate. Avrebbero voluto arrivare ai quartiere Boikone, sede del contingente internazionale. La protesta però è stata dispersa dalla polizia con gas lacrimogeni e tiri di avvertimento. Secondo Duty Diane, coordinatrice del movimento Femmes citoyennes engagées il primo cittadino non ha voluto ricevere la delegazione delle dimostranti. La città è rimasta paralizzata. I negozi sono rimasti chiusi. La tensione in città è alle stelle.
Manifestazione delle donne di Beni, Congo-K
E nel frattempo continuano le incursioni dei ribelli: due attacchi di ADF (gruppo armato Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995): uno ieri e un altro questa mattina all’alba su una strada nel distretto Bambuba-Kisiki (Nord Kivu) dove sono stati uccisi tre civili e tre agenti della pubblica sicurezza. Mentre venerdì, altre 7 persone sono morte a Batangi-Mbau.
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