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ONU: gravi violazioni sui migranti in Libia. La Germania abbandona l’addestramento della Guardia costiera

Speciale per  Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 marzo 2022

La missione d’inchiesta indipendente delle Nazione Unite ha presentato ieri al Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra il rapporto sulla situazione dei migranti nei centri di detenzione in Libia. Il fascicolo sarà reso pubblico venerdì, un aggiornamento del precedente, presentato lo scorso ottobre.

Migranti nei centri di detenzione in Libia

Il team di Mohamed Auajjar ha individuato ulteriori gravi misfatti in 20 strutture di detenzione, ufficiali e non, di prigioni segrete, presumibilmente controllate da milizie armate. Il capo della missione ha precisato che gli esperti dell’ONU sono finalmente riusciti ad entrare nella prigione di Bengasi, nella Cirenaica, e spera che presto saranno autorizzati a visitare altri centri nel sud della Libia.

In questo breve periodo d’inchiesta sono state trovate nuove prove schiaccianti di violazioni, abusi e molti altri crimini, commessi sistematicamente nel Paese dal 2016. “La missione – ha precisato Auajjar – ha effettuato indagini approfondite soprattutto per quanto riguarda i centri di detenzione segrete. E dall’ultimo rapporto, pubblicato nell’autunno dello scorso anno, i migranti hanno continuato a subire violenze e abusi, gravi violazioni dei diritti umani, nelle galere libiche”.

Chi entra nel Paese in maniera irregolare, secondo le leggi vigenti in Libia, viene automaticamente arrestato, in quanto Tripoli non ha firmato la Convenzione di Ginevra.

Auajjar ha aggiunto che la cultura dell’impunità prevale ancora in diverse parti della Libia e questo fatto sta fortemente ostacolando la transizione democratica del Paese.

motovedette della Guardia costiera libica

Grazie al Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea per l’Africa (EUTF), dalla sua creazione nel novembre 2015, sono stati stanziati 456 milioni di euro per la sola Libia. E presto la Guardia costiera del Paese nordafricano avrà anche un centro di coordinamento marittimo (MRCC), fortemente voluto dall’Italia, ma finanziato dall’UE con 15 milioni di euro. E, secondo quanto riporta “Il Giornale” nel suo articolo del 20 gennaio scorso, i fondi stanziati per il MRCC comprendono anche l’addestramento dei marittimi libici da parte della nostra Guardia costiera e Guardia di finanza, che li affiancheranno per 48 mesi.

Mentre la Germania, che in questo periodo è impegnata nell’operazione navale EUNAVFOR MED IRINI, attiva dal 2020, per l’applicazione dell’embargo sulle armi imposto dall’ONU nei confronti della Libia, per motivi etici ha deciso di non addestrare più la Guardia costiera libica.

Andrea Sasse, portavoce del ministero degli Esteri di Berlino ha fatto sapere che alla luce del comportamento inaccettabile di alcune unità della Guardia costiera libica nei confronti dei migranti e di diverse ONG che operano nel Paese, la Germania non può giustificare tale addestramento da parte di soldati tedeschi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Libia, ecco come si vive (e si muore) nei centri di detenzione libici

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Piovono i milioni per addestrare e armare la guardia costiera libica contro i migranti

Qualificazioni mondiali Nigeria vs Ghana: follia e morte nello stadio di Abuja

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
30 marzo 2022

La nazionale calcistica di casa, i Super Eagles, vengono esclusi dai Mondiali ad opera del Ghana. I tifosi rabbiosi si scatenano, invadono il campo. Aggrediscono i giocatori, prendono a calci le panchine, strappano le bandiere di calcio d’angolo, estirpano le verdi zolle. Un filmato di mezzo minuto che circola su Youtube vale più di ogni parola. Quello che le immagini non dicono è che, dopo l’intervento delle forze dell’ordine, con lancio di lacrimogeni, perde la vita un medico della Fifa (la Federazione calcistica mondiale): il dottor Joseph Kabungo, ex portiere, noto come il Walter Zenga dello Zambia, ora addetto ai controlli antidoping nell’incontro Nigeria-Ghana.

Morte e distruzione al Moshood Abiola National Stadium, Nigeria

La sfida, disputatasi martedì al Moshood Abiola National Stadium davanti a 60 mila spettatori, era cruciale per accedere ai prossimi Mondiali del Qatar (21 novembre- 18 dicembre 2022). La Nigeria doveva vincere e continuare a qualificarsi come fa da 16 anni. Invece ha pareggiato 1-1 ed è passato il Ghana, che così torna alla Coppa del mondo dopo 8 anni.

Il Ghana (del romanista Felix) è andato in vantaggio, ma è stato raggiunto dall’ex Udinese Troost-Ekong, che ha trasformato un rigore; ha poi fallito il gol-qualificazione con Dennis e Osimhen (giocatore del Napoli) che si è visto anche annullare una rete per fuorigioco. Il risultato ha fatto letteralmente imbestialire centinaia di spettatori locali che hanno invaso e devastato il terreno di gioco. Il caos. Al termine, una vittima innocente, il dottore Joseph Kabungo, “un uomo umile, coraggioso, laborioso” come lo ha definito suo fratello maggiore in un commovente twitter.

Joseph Kabungo era stato portiere di una titolata squadra dello Zambia, il Mufulira Wanderers (voluto dai minatori del rame) e poi era stato capo ufficiale sanitario nel distretto Chongwe e Siavonga. Era talmente bravo che lo avevano soprannominato Walter Zenga, in onore del portiere dell’Inter di un tempo.

Sulla morte del dottore, per ore si è speculato e sono corse voci drammatiche e contrastanti. Uno dei primi a dare la notizia del decesso, secondo il sito The Punchng.comn, è stato il giornalista Osasu Obayiuwana, con un tweet, ma sottolineando che non si conoscevano le cause della morte e che sia la famiglia, sia il governo dello Zambia erano stati informati. “E’ collassato ed è morto” , ha scritto. Aggiungendo, però, che sarebbero stati guai seri per la Nigeria se all’origine ci fosse l’invasione di campo.

Un altro giornalista, Collins Poku, invece, replicando a Osasu ha dichiarato: “Il medico è stato pestato a morte, schiacciato e per questo ha perso conoscenza. Trasportato d’urgenza su un’ambulanza vicino a allo spogliatoio del Ghana si è tentato di rianimarlo e poi trasferito in ospedale”. Secondo un esperto sportivo,

Saddick Adams, citato ancora da ThePunchng, il medico sarebbe morto per infarto cardiaco.

Alla fine un comunicato del segretario generale della Federazione classistica nigeriana (NFF), Mohammed Sanusi, ha cercato di chiarire l’accaduto: “Secondo le informazioni forniteci dal nostro responsabile medico, Onimisi Ozi Salami, il dottor Kabungo è stato trovato che respirava affannosamente presso lo spogliatoio della squadra del Ghana. Ho dato subito ordine di trasportarlo in ospedale. Ma purtroppo non ce l’ha fatta”.

Un’altra testimonianza esclude ogni collegamento tra il caos selvaggio dei tifosi e il decesso del povero ex-portiere. Il medico ufficiale della partita, dottor Ozi Salami, ha dichiarato a thenff.com che l’incidente è accaduto mentre lui si dirigeva dai giocatori nigeriani per il controllo antidoping e il dottor Kabungo faceva lo stesso con quelli del Ghana.

“Ero diretto allo spogliatoio della nazionale nigeriana quando il coordinatore generale, Kabore Hubert Bosilong, del Sud Africa, ha richiamato la mia attenzione su Kabungom, che respirava con difficoltà”.

Anche il responsabile della sicurezza della Fifa, l’ugandese Dixon Adol Okello, ha assistito alla tragedia: “Abbiamo provato a rianimarlo lì per, ma quando sembrava che non stesse funzionando lo abbiamo caricato in ambulanza e portato al Cedar Crest Hospital, dove è morto. E’ un incidente molto triste e siamo sconvolti dal fatto che qualcuno abbiam insinuato che fosse stato picchiato dai tifosi. E’ una bugia, è morto per un improvviso attacco cardiaco”.

Se dunque le ombre sulla fine di Kabungo sembrano essersi dissolte, resta da vedere che provvedimenti prenderanno le autorità calcistiche dopo le follie dei tifosi inferociti per la mancata qualificazione della Nigeria. Il passaggio in Qatar è invece riuscito (oltre che al Ghana), al Marocco, alla Tunisia, al Camerun, che ha escluso la fortissima Algeria, e al Senegal, che ha eliminato a sorpresa l’Egitto della star Salah.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Un sistema missilistico per difendersi: la Germania al mercato delle armi in Israele

Africa ExPress
29 marzo 2022
In risposta all’invasione russa dell’Ucraina, la Germania potrebbe comprare un sistema missilistico di  difesa  del  suo  spazio  aereo da Israele.  Uno scudo di difesa missilistica (efficacissimo  contro  missili balistici) per l’intero territorio tedesco  è stato proprio uno degli argomenti discussi. Lo ha scritto il Jerusalem Post.
Quando il cancelliere Olaf Scholz si è incontrato la scorsa settimana con Eberhard Zorn, ispettore generale del Bundeswehr (le Forze armate tedesche).
Una batteia di missili antimissile come gli Arrow-3 israeliani
Nello specifico si è parlato della  possibile acquisizione del sistema missilistico israeliano “Arrow-3”. Il ministero della Difesa tedesco si è rifiutato di  commentare l’indiscrezione come  ha  declinato  qualsiasi conferma e/o  commento anche il Ministero della Difesa israeliano.
Però  un membro del parlamento dei  socialdemocratici di Scholz, Andreas Schwarz, si  è lasciato  scappare  con  un  giornale che un tale sistema di  difesa  israeliano avrebbe un senso: “Dobbiamo proteggerci meglio contro la minaccia Russa. Per questo, abbiamo bisogno con  urgenza di  dotarci di un scudo di difesa missilistica. Il sistema israeliano Arrow-3 è una buona soluzione.”
Non  è  un caso  che  anche  Scholz ha confermato che la Germania aumenterà notevolmente le sue spese  per  la  difesa mettendo  a  budget oltre il 2 per cento delle risorse economiche nazionali, investendo così 100 miliardi di euro (110 miliardi di dollari) nella difesa.
L’intercettore  di missili balistici “ARROW 3” è  stato  visto  in  funzione durante un suo lancio di prova vicino ad Ashdod.
Africa ExPress
twitter #africexp

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Guerra Russia-Ucraina, mercenari russi in Africa, minerali strategici e vendita di armi

Nel quinquennio 2015-2019 la Russia, in Africa, ha firmato 19 accordi di collaborazione militare soprattutto con la vendita di armamenti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 30 marzo 2022

Rame, nichel, palladio, alluminio, litio. Ma anche oro, diamanti e platino sono le risorse che al momento interessano maggiormente il Cremlino in Africa, soprattutto durante la guerra in Ucraina. Una settimana dopo l’invasione russa il nichel alla borsa di Londra è schizzato a +250 per cento arrivando a 100 mila dollari a tonnellata.

Anche i futures su alluminio, rame e palladio hanno toccato cifre record. Invece il litio, nell’ultimo anno è aumentato del 500 per cento. La transizione energetica attuale non può fare a meno di questi minerali indispensabili per le tecnologie verdi. L’occupazione russa dell’Ucraina, tra gli altri danni, mette a rischio le forniture di batterie per auto elettriche fino ai pannelli solari e alle turbine eoliche.

ucraina lingotti di nichel
Lingotti di nichel

Fornitori di minerali strategici

Russia e Ucraina sono infatti importanti fornitori di quei minerali. Ma il presidente russo, Vladimir Putin, sa benissimo che avere sotto controllo quelle risorse gli offre un’arma in più contro l’Occidente, contrario all’occupazione dell’Ucraina. Diventa quindi importante che le miniere africane rimangano il più possibile sotto il controllo dello “zar”. Ma come?

I Paesi africani neutrali davanti all’invasione dell’Ucraina

All’Assemblea Generale ONU del 2 marzo scorso, con 141, 5 contrari e 35 astenuti è passata la risoluzione che condanna invasione russa dell’Ucraina. Diversi Paesi africani si sono astenuti. Eccoli: Sudafrica, Mali, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Angola, Algeria, Burundi, Madagascar, Namibia, Senegal, Sud Sudan, Sudan, Uganda, Tanzania e Zimbabwe. Sono gli Stati legati anche storicamente all’ex URSS che li ha appoggiati durante la lotta di liberazione dal colonialismo. L’Etiopia invece ha votato contro la mozione insieme a Russia, Bielorussia, Siria e Corea del Nord. Bisogna specificare che il Sudafrica, nonostante la sua astensione, ha apertamente condannato l’azione militare della Russia.

Accordi di collaborazione militare con l’Africa

La Russia, con il mediatore Rosoboronexport, è al secondo posto per il commercio di armi dopo gli Stati Uniti. Nel quinquennio 2015-2019 Putin, in Africa, ha firmato 19 accordi di collaborazione militare soprattutto con la vendita di armamenti. “Nel 2019 la Russia ha firmato accordi di cooperazione militare con Burkina Faso, Mali, Sudan e Repubblica del Congo. A livello globale, porta a oltre 100 accordi” – ha dichiarato il gen. Alexander Fomin, viceministro della difesa russo al quotidiano russo Izvestia.

Wagner, la longa manus di Putin

Ma la longa manus di Putin in Africa (e non solo) è il Wagner Group, mercenari che intervengono militarmente nei Paesi che li chiamano. La Russia ha sempre negato ogni responsabilità per le azioni di Wagner dicendo che sono privati e niente hanno a che fare con Mosca. Aiutano i governi a stroncare il dissenso interno senza preoccuparsi dei diritti umani e la Russia in cambio ha le materie prime. Grazie a Wagner i russi possono avere sotto controllo molte delle materie prime africane.

ucraina putin e africa
La Russia di Putin e l’Africa

Uranio, oro e diamanti

I mercenari russi sono anche in Libia, Madagascar, Congo-K, Guinea, Guinea Bissau, Sudan, Sud Sudan, Angola, Botswana, Eswatini, Zimbabwe, Lesotho e Ruanda. Sono stati in Mozambico – chiamati per fermare i jihadisti nel Nord – ma dopo tre mesi hanno lasciato il Paese a causa delle perdite subite. Fonti di Africa ExPress hanno confermato che parte dei mercenari di Wagner, soprattutto da Libia e Centrafrica sono stati mandati a combattere in Ucraina.

Il teatro più importante per Wagner è la Repubblica Centrafricana. Lì sostiene il debole governo del presidente Faustin Archange Touadera indietro con i pagamenti dei contractor da sei mesi. La cosa non piace per niente a Mosca che alza il tiro. Ora afferma che le risorse minerarie, come forma di pagamento, non sarebbero sufficienti. L’arrivo di Wagner ha coinciso con quello di una società legata a Yevgeny Prigozhin, amico di Putin. Prigozhin ha le licenze per l’estrazione di oro e diamanti.

L’ultimo Stato africano che vede l’intervento di Wagner in ordine di tempo è il Mali dove è presente con un migliaio di mercenari. Il loro compito sarebbe l’addestramento dei soldati maliani e la protezione dei funzionari governativi. La loro probabile ricompensa, come in Centrafrica, è l’accesso alle miniere di uranio, oro e diamanti. Con lo smantellamento dei militari francesi, ora, rimangono i russi a controllare la situazione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
@sand_pin

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Mosca alla conquista dell’Africa sale al primo posto per la vendita di armi

Mozambico: attacco jihadista, decapitati 20 militari mozambicani e 7 mercenari russi

 

La difesa dei mercenari russi non regge: decine di militari morti per attacco jihadista in Mali

 

La Russia alla conquista del Mali: in arrivo mercenari e un arsenale bellico

In cambio di licenze minerarie Putin invia armi all’esercito centrafricano: l’ONU acconsente

Israele e Marocco firmano accordo storico per scambi economici-militari

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
26 marzo 2022

Si rafforza l’industria aeronautica militare e civile del Marocco grazie all’assistenza tecnica e finanziaria di Israele. Il 23 marzo è stato sottoscritto un accordo di cooperazione “storico” tra il ministro dell’Industria e Commercio marocchino Ryad Mezzour e il presidente del board dei direttori di IAI – Israel Aerospace Industries, Amir Peretz.

Marocco-Israele: accordi economici – militari

“Il Memorandum è parte dell’implementazione della Dichiarazione di collaborazione Marocco-Israele firmata a Rabat il 22 dicembre 2020, con cui  i due Paesi hanno espresso la volontà di promuovere una cooperazione bilaterale dinamica e innovativa nel campo dell’investimento tecnologico”, riporta il sito specializzato Israeldefense.

In particolare l’accordo prevede che le autorità governative del Marocco e i manager dell’holding industriale-militare-finanziaria israeliana diano il via a programmi di promozione nel settore della stampa tridimensionale (3D printing) e di produzione di parti interne di cabine, motori e aerostrutture, nonché la realizzazione nel paese nordafricano di un centro di ricerca e sviluppo ingegneristico per la fornitura di componenti aeree all’industria nazionale marocchina, grazie all’assistenza e alla consulenza tecnica di IAI – Israel Aerospace Industries.

Il governo marocchino ha spiegato ai media che l’accordo con gli israeliani risponde alle “priorità di promuovere la formazione avanzata, l’occupazione e la produzione nazionale, così come la ricerca e l’innovazione”.

“Quella che abbiamo sigillato è una partnership strategica per entrambi i Paesi”, spiega il ministro Ryad Mezzour. “Essa apre la strada a una collaborazione vincente nell’industria aerospaziale. Fa leva sull’esperienza di IAI e sulle competenze tecnologiche della nostra piattaforma aerospaziale e rappresenta un motore di crescita per gli investimenti e lo sviluppo in questo settore industriale altamente avanzato”.

Per il gruppo israeliano il memorandum con il Marocco costituisce un ulteriore passo per rafforzare la propria presenza nel mercato continentale africano. “Sono convinto dell’incredibile potenziale che oggi esiste in Marocco e siamo solo all’inizio”, enfatizza il massimo dirigente di IAI, Amir Peretz. “Insieme daremo vita a team che trasformeranno la nostra visione in realtà. Le industrie israeliane e il Marocco promuoveranno e commercializzeranno insieme progetti nell’industria aerea”.

Nel corso della loro permanenza in Marocco, la delegazione di IAI si è recata pure in visita al complesso industriale di Nouaceur (nella regione di Casablanca-Settat) dove vengono effettuati i lavori di manutenzione e aggiornamento dei velivoli aerei, e all’IMA, l’Istituto per le Professioni Aeronautiche di Casablanca.

A metà febbraio il quotidiano finanziario Globes di Tel Aviv, citando fonti della Difesa israeliana rimaste anonime, ha reso noto che le forze armate del Marocco e i manager di IAI avrebbero raggiunto un accordo per l’acquisto di alcuni sistemi di difesa d’area “Barak MX ADS” per un valore di 500 milioni di dollari.

Secondo IAI, il “Barak MX ADS” è un sistema missilistico “in grado di difendere contro minacce aeree multiple e simultanee, come ad esempio missili da crociera, droni, elicotteri, provenienti da fonti e distanze differenti”. Del sistema missilistico esistono modelli differenti: il “Barak MRAD” che ha un raggio operativo di 35 km; il “Barak LRAD” di 70 Km; il “Barak ER” di 150 km. “Essi sono supportati da radar di diversa portata e configurazione”, aggiunge IAI. “Tutte le sue componenti (il Battle Management Centre, i lanciatori con gli intercettatori e i radar) possono operare da infrastrutture permanenti o essere montate a bordo di camion e trasferite in siti operativi temporanei”.

Oltre al sistema missilistico “Barak”, il Marocco è intenzionato ad acquistare dalle industrie aerospaziali israeliane anche una partita di droni kamikaze (velivoli senza pilota armati di bombe ed esplosivi che si fanno esplodere al momento dell’impatto con l’obiettivo) del tipo “Harop”. L’“Harop” è un aereo senza pilota di piccole dimensioni (è lungo 2,5 metri), ma può trasportare un carico di esplosivi di 20 kg e volare per sette ore consecutive sino a 1.000 kilometri di distanza.

In occasione della visita in Marocco del ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, il 23 e 24 novembre 2021, dopo la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi nell’ambito dei cosiddetti Accordi di Abramo, sarebbe stata presa la decisione di realizzare in due stabilimenti industriali marocchini la produzione di minidroni e velivoli senza pilota auto esplodenti, sempre con know how e tecnologie di IAI – Israel Aerospace Industries e della controllata BlueBird Aero Systems.

Nel corso degli incontri con le autorità di Rabat – secondo quanto riportato dalla società dì intelligence israeliana “JaFaJ” che monitora il Medio Oriente e il Nord Africa – il ministro Gantz avrebbe offerto la propria disponibilità a interloquire con l’amministrazione USA per facilitare la vendita al Marocco dei cacciabombardieri di quinta generazione F-35 e di altri sistemi d’arma avanzati, come risposta al riarmo della vicina Algeria che sta negoziando con la Russia l’acquisto di una partita di caccia Su-57 “Felon”.

Ulteriori commesse militari tra Marocco e Israele potrebbero essere favorite con l’agreement di cooperazione economica firmato lo scorso 20 febbraio in occasione della visita a Rabat del ministro dell’Economia di Israele, Orna Barbivay. Nel 2021 il valore degli scambi commerciali tra i due paesi ha superato i 70 milioni di dollari.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Mosca richiama dall’Africa i mercenari della Wagner e li spedisce in Ucraina in appoggio alle truppe russe

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 marzo 2022

La società militare privata Wagner, contractors al servizio di Putin, uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate russe, sta richiamando molti suoi mercenari in servizio in Africa per combattere accanto alle truppe di Mosca in Ucraina. Lo ha confermato  Stephen Townsend, capo di AFRICOM, Comando militare per le operazioni USA nel continente africano, in un’intervista esclusiva a VOA news il 17 marzo scorso.

Mercenari del gruppo Wagner in Libia

Nei giorni scorsi, secondo Anadolu Agency, (agenzia di stampa statale turca), 1.300 mercenari del gruppo Wagner avrebbero lasciato la Libia via Siria per partecipare al conflitto in Ucraina. Adel Abdel Kafi, esperto militare, interpellato dall’agenzia di stampa turca, ha specificato che attualmente sarebbero rimasti “solamente” 900 contractor della società russa in Libia.

Kafi ha aggiunto che i mercenari sono stati ritirati dalle loro postazioni sulla strada che collega Sirte con Jufra, perchè hanno rafforzato le loro posizioni nelle basi aeree strategiche di Al-Jufra e Brak Al-Shati.

Non è chiaro quanti uomini di Wagner siano effettivamente presenti in Libia. Non esistono dati ufficiali. La stima sul loro numero, segreto, varia da fonte a fonte.

Parecchi miliziani al soldo del gruppo russo sono stati richiamati anche dalla Repubblica centrafricana. Lo ha riferito Corbeaunews in un suo articolo della scorsa settimana.

Sempre secondo il giornale locale, la principale base, situata a  Bossembélé, nel centro-sud del Paese, è stata smantellata in fretta e furia una decina di giorni fa. I residenti della città hanno riferito che i mercenari avrebbero lasciato la postazione per andare in Ucraina.

Ma sono stati richiamati anche da altri posti strategici del Paese, come da Zacko, cittadina mineraria nel sud-est e Ndélé, nel nord-est e da Bouka, nel centro-nord. La redazione di Corbeaunews, contattata da Africa-ExPress ha detto che non è chiaro quanti russi siano già partiti e quanti siano rimasti effettivamente sul campo. Finora il governo non ha rilasciato commenti.

Faustin Archange Touadéra, presidente della Repubblica centrafricana, con Vladimir Putin, presidente della Russia

Sta di fatto che un certo numero di mercenari è ancora nel Paese, tra l’altro per la protezione del presidente Faustin Archange Touadera, il cui consigliere per la sicurezza è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della tutela personale del capo dello Stato.

E’ chiaro, comunque, che qualcuno è rimasto anche sul campo, visto che nei giorni scorsi, durante un’imboscata tesa dai mercenari ai ribelli del gruppo 3R (acronimo per  Retour, Réclamation et Réhabilitation) a Paoua, poco distante dalla frontiera con il Ciad, è stato ucciso Kaou Laddé, capo militare della milizia e altri tre componenti della leadership. Il giorno precedente all’imboscata i mercenari non hanno esitato a ammazzare a sangue freddo un giovane autista clandestino di moto-tassì perché aveva dichiarato di non avere idea di dove si trovassero i ribelli.

All’inizio di febbraio Wagner ha fatto sapere che il governo di Bangui è in ritardo di 6 mesi con i pagamenti  per i loro servizi ma, mettendo sotto forte pressione le autorità, hanno sottolineato che le risorse minerarie non sarebbero sufficienti.

Si è cominciato a parlare per la prima volta della Wagner nel 2014, per il loro impiego accanto ai separatisti in Donbass, in Ucraina. In seguito hanno svolto un ruolo importante in Siria. Il capo del gruppo è Dimitriy Valeryevich Utkin, nato in Ucraina nel 1970 ed ex colonnello delle forze speciali russe, molto legato al presidente Putin.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Epocale vittoria africana nel ciclismo: l’eritreo Girmay vince la classica Gand-Wevelgem in Belgio

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
28 marzo 2022

Il ciclismo africano irrompe, finalmente, nel mondo delle due ruote che conta. Per la prima volta, domenica 27 marzo 2022, trionfa in una classica del Nord. E taglia un traguardo epocale.

L’eritreo Biniam Girmay Hailu vince la gara ciclistica Gand-Wevelgem, Belgio

L’eritreo Biniam Girmay Hailu vince in Belgio la Gand-Wevelgem, una delle corse più importanti dell’intero calendario internazionale e una delle più dure per i chilometri di pavè.

 

La gara, giunta all’84° edizione, era una specie di monopolio dei ciclisti belgi. Dal 1934 è stata dominata 50 volte dai corridori di casa, 7 volte dagli italiani e appena due volte da pedalatori non europei.

Immaginiamoci se si pensava alla vittoria di un atleta africano. Ebbene domenica 27 marzo diventa una giornata storica: Biniam Girmay Hailu, 21 anni (compirà i 22 anni il 2 aprile), originario di Asmara, ha battuto in volata, con forza e astuzia, i suoi compagni di fuga: il francese Christophe Laporte, i belgi Van Gestel Dries e Jasper Stuyven, ben più navigati di lui.

Un’impresa unica nella storia del ciclismo: mai un africano di colore aveva vinto una gara di questo livello. E il giovane eritreo, pur assolutamente incredulo della sua performance, era ben cosciente dell’influsso che la vittoria avrà sull’orgoglio nazionale e sull’avvenire di questo sport in Africa e in Eritrea. Come abbiamo avuto modo di scrivere su Africa Express, la disciplina è in pieno sviluppo nel Continente Nero, come dimostra l’organizzazione mondiali di ciclismo su Strada assegnata, nel 2025, al Ruanda, per la prima volta.

Biniam, però, non è proprio una sorpresa. Il successo in Belgio è il settimo della carriera professionistica iniziatasi appena 2 anni fa: ha vinto 4 tappe nelle due corse più importanti del continente (3 alla Tropicale Amissa Bongo, una al Tour du Rwanda); il Classic Grand Besançon e, nel 2022, il Trofeo Alcùdia. Nel 2021 è stato considerato quasi un eroe nazionale dopo aver ottenuto la medaglia d’argento al Mondiale Under23 alle spalle dell’italiano Filippo Baroncini.

Nell’ ultimo mese aveva già lanciato segnali inequivocabili delle sue condizioni e della sua volontà di emergere: si era piazzato tra i primi 10 alla Parigi-Nizza e Milano-Torino e dodicesimo alla Milano Sanremo, la prima classica monumento della stagione ciclistica.

Biniam Girmay, di origini molto umili, è sposato e ha una bambina. Dopo la strepitosa volata non vede l’ora di raggiungere le sue due persone più amate: “Manco da casa da tre mesi – ha detto – Non pensavo certo di ottenere una tale vittoria. Non sapevo neppure di dover correre la Gand- Wevelgem fino a venerdì scorso. Spero che sia una svolta per il ciclismo africano. Ora torno a casa e mi preparo per il Giro d’Italia (a maggio, prima corsa di tre settimane della sua carriera, ndr)”.

Girmay corre nella squadra franco-belga Intermarché-Wanty-Gobert, che lo seguiva da tempo e che gli ha offerto un contratto quadriennale. I dirigenti avevano visto giusto. “Fin da quando Biniam veniva allenato nel Centro Mondiale di Ciclismo in Svizzera – aveva dichiarato nell’agosto scorso il general manager Jean-François Burlart – già nella categoria juniores aveva dato prova del suo talento battendo Remco Evenepoel (uno dei più forti in circolazione n.d.r) – La nostra società ha deciso di puntare sui giovani ciclisti eritrei”.

Aveva ribadito l’allenatore Aike Visbeek: “Abbiamo investito per il futuro in Biniam, abbiamo programmato con lui un percorso a lungo termine. Ha un carattere calmo e buono, ma soprattutto possiede una forte personalità vincente”.

A contagiargli la passione per la bicicletta era stato, nel 2015, suo cugino Meron Teshome Hagos, già campione africano a cronometro nel 2017.

“Tutta la mia famiglia – racconta Girmay – si è convertita al ciclismo, che in Eritrea è diventato uno sport nazionale. Pensate che nel mio Paese si disputano cento corse all’anno”. E i frutti ora si vedono.

Costantino Muscau
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Inviavano bombe in Arabia Saudita per la guerra in Yemen: ora chiesti rinvio a giudizio per abusi edilizi

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
27 Marzo 2022

Attività di scavo e sbancamenti abusivi per decine di migliaia di metri cubi e in violazione alle norme di controllo sui livelli di contaminazione delle sostanze inquinanti; assenza delle necessarie relazioni geotecniche e delle verifiche per il controllo degli incendi; autorizzazioni irregolari per realizzare nuove costruzioni in assenza di adeguata progettazione; trattamento inidoneo delle terre di scavo.

Entrata dello stabilimento della RWM di Domusnovas, Sardegna, Italia

Sono solo alcuni dei “presunti” comportamenti illeciti che il Pubblico ministero del Tribunale di Cagliari, la dottoressa Rossella Spano, ritiene siano stati commessi dai dirigenti dell’azienda RWM Italia SpA e da alcuni funzionari dei comuni di Domusnovas e Iglesias, in Sardegna, dove hanno sede gli stabilimenti in cui sono state prodotte le bombe impiegate dall’aeronautica saudita nei sanguinosi raid in Yemen.

Come riferito in una nota a firma di numerose associazioni e organizzazioni sindacali di base (Italia Nostra Sardegna, Movimento Nonviolento, USB Cagliari, Cagliari Social Forum, Confederazione Sindacale Sarda, Assotziu Consumadoris Sardigna, Associazione Centro Sperimentale Autosviluppo, Comitato Riconversione RWM), giovedì 24 marzo è stato richiesto dalla Procura di Cagliari il rinvio a giudizio dell’amministratore delegato di RWM Italia, Fabio Sgarzi, del responsabile aziendale per la funzione Fabbricati Lavori e Impianti e di tre tecnici incaricati dall’azienda di redigere progetti e relazioni e di seguire le pratiche relative ai piani di ampliamento della fabbrica di esplosivi ed ordigni militari, negli anni 2017–2019.

E’ stato chiesto di processare pure i dirigenti responsabili degli uffici SUAPE (Sportello Unico Attività Produttive) ed altri due funzionari dei comuni di Domusnovas e Iglesias che hanno seguito i piani di ampliamento dello stabilimento di RWM Italia. A tutti gli indagati viene contestato il reato di falso: ai dirigenti dell’azienda per aver presentato progetti e richieste di autorizzazioni “omissive e irregolari”, mentre ai funzionari comunali per “averle accettate e dichiarate complete ed adeguate”.

Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM

Secondo le associazioni ambientaliste e sindacali sarde che si costituiranno parte civile all’udienza preliminare fissata per il 29 giugno 2022, gli inquirenti hanno elencato ben 30 violazioni, tutte relative a interventi richiesti, approvati e infine realizzati nel contesto dei piani di ampliamento dell’industria di armi. “I documenti procedimentali mancano ad esempio dei calcoli per le strutture in cemento armato e della relazione geologica – scrivono le organizzazioni -. Sono state inoltre autorizzate variazioni di destinazione d’uso di fabbricati, destinati a diventare depositi, anche di materiali pericolosi, con procedure semplificate e irregolari, senza le necessarie autorizzazioni dei Vigili del Fuoco e l’adeguamento della Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) e della successiva AUA (Autorizzazione Unica Ambientale, nda)”.

L’inchiesta dei magistrati cagliaritani è stata avviata a seguito di una serie di esposti presentati da associazioni, comitati e da singoli cittadini, tra il 2018 e il 2019, nei quali si denunciava che i lavori di ampliamento stessero procedendo in violazione di numerose norme urbanistiche, ambientali e di tutela della salute e della sicurezza della popolazione.

In particolare i “presunti” illeciti riguardano le autorizzazioni relative alla realizzazione di un nuovo poligono per test esplosivi (denominato “Campo Prove R140”) e dei nuovi reparti “R200” ed “R210” per la fabbricazione degli esplosivi PBX-colabili e il caricamento dei rispettivi ordigni, nonché all’ampliamento dei locali di RWM Italia adibiti a uffici e sosta degli operai, del piazzale d’ingresso dello stabilimento e alla ristrutturazione dei reparti “R4a”, “R39b”, “D39a”, “D39c”, “D39e”,“D39f”,“D39g”, “R4b”, etc.

“Il quadro che emerge dal lavoro della Procura è desolante – commentano le associazioni che hanno presentato gli esposti -. Finalmente l’inchiesta inizia a gettare un po’ di luce su una situazione scandalosa e inaccettabile e demolisce completamente la narrazione di un’azienda che opera nel rispetto delle leggi e del territorio e della sicurezza delle proprie maestranze.

Al di là dei reati contestati ai vertici di RWM e ai funzionari comunali, va sollevato il tema delle responsabilità politiche degli amministratori comunali e regionali: essi e gli stessi sindacati confederali non potevano non sapere, anche perché da anni informiamo, documentiamo e contestiamo le discutibili modalità di gestione delle pratiche autorizzative rilasciate per l’ampliamento della fabbrica delle bombe della RWM”.

Considerato che Italia Nostra Sardegna, USB Cagliari, Cagliari Social Forum, il Comitato Riconversione RWM e altre organizzazioni sarde hanno presentato in Procura altri esposti su ulteriori presunti illeciti commessi nel periodo compreso tra il 2019 e il febbraio 2022, è prevedibile che la Procura di Cagliari stia lavorando ad altri filoni d’indagine e i cui sviluppi potrebbero essere noti a breve.

Nel novembre dello scorso anno era stata la Sezione Quarta del Consiglio di Stato (presidente Roberto Giovagnoli, consigliere estensore Silvia Martino) a dichiarare illegittime le autorizzazioni per l’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas di RWM Italia. La sentenza ha accolto il ricorso proposto da Italia Nostra Sardegna, Assotziu Consumadoris Sardigna e USB (rappresentati e difesi dall’avv. Andrea Pubusa) e annullato il Provvedimento Unico del 9 novembre 2018 del Comune di Iglesias e la delibera della Giunta Regionale della Sardegna del 15 gennaio 2019.

I due atti amministrativi avevano consentito all’azienda di avviare un programma infrastrutturale con investimenti per oltre 35 milioni di euro con la realizzazione di nuovi edifici e impianti e del “Campo Prove R140”, il poligono per prove esplosive all’aperto in località San Marco, nel Comune di Iglesias.

RWM Italia SpA è interamente controllata dal colosso tedesco Rheinmetall AG, uno dei maggiori produttori d’armi a livello internazionale. L’azienda italiana ha due stabilimenti, uno a Domusnovas-Iglesias e uno a Ghedi (Brescia), dove si trova anche la sede principale. In Sardegna, in particolare, vengono prodotte le famigerate Mk81, Mk82, Mk83 ed MK84 impiegate dalle forze saudite in Yemen e le devastanti bombe d’aereo di penetrazione BLU 109, BLU 130, BLU 133 e Paveway IV.

Nei giorni scorsi proprio i tedeschi di Rheinmetall hanno reso noto l’intenzione di voler rilevare in Italia la storica azienda produttrice di cannoni, blindati e carri armati OTO Melara, con quartier generale a Roma e stabilimenti a La Spezia e Brescia, di proprietà dell’holding industriale-militare Leonardo SpA (già Finmeccanica).

“Rheinmetall starebbe pensando di comprare da Leonardo il 49 per cento di OTO Melara e di Wass (sempre un’azienda che produce armi) con opzione per un ulteriore 2 per cento”, riporta Avionews. “I tedeschi guardano alle potenzialità dello stabilimento anche con l’obiettivo di creare un ponte con l’Italia, oltre che godere dei prodotti esclusivi dell’azienda (come ad esempio il proiettile di artiglieria a lungo raggio Vulcano, un armamento sviluppato inizialmente per le navi ed oggi utilizzato anche dall’artiglieria terrestre)”.

Le forze armate italiane hanno già acquistato proiettili Vulcano per un valore di 139,05 milioni di euro e – sempre secondo Avionews – la prossima commessa potrebbe arrivare proprio dalla Germania.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Berlino vieta l’esportazione di bombe allo Yemen, ma quelle sarde partono ancora

Tedeschi e sudafricani aprono una fabbrica d’armi in Arabia Saudita, rischio Al Qaeda

 

Ultimo atto del governo Conte: stop alle armi italiane per la guerra in Yemen

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Missili yemeniti sugli impianti di gas e di petrolio sauditi: timori per la Formula 1 e per rifornire l’Europa

Africa ExPress
26 marzo 2022

Pioggia di missili huthi su Gedda, nel cuore dell’Arabia Saudita, ad un tiro di schioppo dalle esercitazioni congiunte antiterrorismo nei cieli del regno della Saudi Air Force e dell’United States Air Force e dalla pista dove domani si svolgerà la gara per il campionato mondiale di Formula 1.

Gli attacchi rischiano di compromettere i regolari rifornimenti di gas e petrolio all’Europa, già in bilico per la guerra tra Russia e Ucraina che sta devastando il Vecchio Continente. Ma vediamo i fatti.

Le milizie ribelli yemenite, ieri hanno hanno colpito uno dei più importanti e strategici depositi petroliferi di Aramco (il più importante sponsor del Gran Premio di Formula 1 dell’Arabia Saudita in programma domani), mettendo a segno un’attacco alle infrastrutture energetiche strategiche del Paese con un’ondata di incursioni di droni e missili balistici agli impianti petroliferi (nelle esplosioni distrutti anche 2 carri armati delle forze armate saudite che erano a protezione del complesso petrolchinico).

Uno dei più grandi depositi di petrolio della società di Stato Aramco di Gedda è stato investito da un vasto incendio che è scoppiato subito dopo l’attacco.

Sebbene l’impianto settentrionale di stoccaggio di Gedda fornisca prodotti petroliferi alle forze armate saudite, immagazzina anche diesel, benzina e carburanti per aerei civili e viene distribuito in varie città.

Rappresenta oltre un quarto delle forniture dell’Arabia Saudita e provvede carburante per un’importante impianto di desalinizzazione.

Dopo l’esplosione, dense nuvole di fumo nero si son alzate sulla città ed erano visibili fino a decine di chilometri di distanza, tanto da mandare in fibrillazione i piloti di Formula 1 che si stavano allenando per il Gran Premio sul circuito di Gedda, distante una trentina di chilometri.

Ingenti i danni materiali, per fortuna senza nessuna vittime e senza feriti. Nonostante il terrore e lo sconcerto, gli organizzatori della Formula 1 hanno deciso di non sospendere la gara di automobilismo che dovrebbe svolgersi regolarmente domani 27 marzo (missili e droni huthi permettendo).

Secondo un portavoce della forze armate saudite, il Generale Turki Al-Malki: “Questa escalation ostile prende di mira gli impianti petroliferi e intende minare la sicurezza energetica e la spina dorsale dell’economia saudita. Sono attacchi ostili che non hanno avuto alcun impatto o ripercussione sulla vita pubblica di Gedda”.

Il regno dell’Arabia Saudita ed il ministero dell’Energia hanno dichiarato congiuntamente che dopo queste offensive non si assumeranno alcuna responsabilità per l’eventuale carenza di forniture petrolifere globali causate dalle incursioni huthi.

Solo pochi giorni fa un precedente attacco con droni missili balistici dei ribelli huthi yemeniti aveva preso di mira altri impianti petroliferi, di gas naturale e infrastrutture per l’approvvigionamento energetico di Aramco: un centro di distribuzione a Gedda, un impianto di dissalazione dell’acqua ad Al-Shaqeeq, una centrale elettrica a Dhahran Al-Janub, una stazione di servizio nella città di Khamis Mushayt e un’impianto GNL di gas naturale liquefatto  a Yanbu, nel Mar Rosso.

Ma dopo l’escalation degli attacchi Huthi di questi ultimi giorni, anche Abu Dhabi (già fatta oggetto di lanci missilistici e droni) è in allarme per la crescente minaccia regionale.

Il principe ereditario di Abu Dhabi e capo delle forze armate UAE Mohammed bin Zayed al Nahyan, accompagnato dal principe Hamdan bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan e dallo sceicco Mohammed bin Hamad bin Tahnoun Al Nahyan (consigliere per gli affari speciali presso il ministero degli affari presidenziali) ieri, si è recato ad Aqaba in Giordania per “rafforzare le relazioni con alcuni leader dei paesi fratelli”: re Abdullah di Giordania,  il presidente egiziano, Abdel Fattah Al-Sisi, e il primo ministro iracheno MustafaAl-Kadhimi.

La stampa araba non ha divulgato ulteriori dettagli sull’incontro, ma leggendo tra le righe si è percepito un certo timore, più che mai concreto, visti i recenti attacchi ad infrastrutture strategiche della coalizione araba.

La stampa emiratina infatti, proprio in questi giorni, ha dato ampio risalto alla notizia della nuovissima centrale nucleare di Abu Dhabi appena entrata in funzione. E’ la prima ed unica centrale nucleare attiva nel mondo arabo…

Africa ExPress
twitter #africexp

(dai quotidiani dell’Arabia Saudita ArabNews, Aleqtesadiah, Al Yaum, Asharq Al-Awsat e della redazione di Africa Express)

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Siccità e carestia aggrediscono l’Etiopia e Abiy annuncia una tregua umanitaria nel Tigray

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 marzo 2022

I “ribelli” del TPLF (Tigray People’s Liberation Front), in conflitto con il governo centrale etiopico da ben 17 mesi, hanno confermato di voler rispettare il cessate il fuoco, annunciato giovedì da Addis Abeba.

Il governo etiopico ha precisato in un comunicato che si tratta di una tregua umanitaria illimitata, per poter portare aiuti alla popolazione del Tigray, fortemente provata da questa guerra.

La popolazione in attesa di aiuti umanitari

Secondo PAM (Programma alimentare mondiale) alla fine di gennaio, l’83 per cento della popolazione del Tigray necessitava aiuti umanitari per sopravvivere, mentre 2 milioni di persone si trovavano in uno stato simile alla carestia.

Non si conosce il numero di quanti sono morti durante i 17 mesi del conflitto, va ricordato che i giornalisti stranieri non hanno avuto accesso alle zona di guerra, ed è pertanto stato impossibile ricevere informazioni indipendenti.

Le Nazioni Unite hanno precisato che da metà febbraio sono state interrotte praticamente tutte le operazioni umanitarie per mancanza di carburante.

Il governo di Abiy Ahmed, Premio Nobel per la Pace 2019, spera che questa tregua possa migliorare la situazione della popolazione civile e possa rappresentare una base per la risoluzione del conflitto.

Finora i continui combattimenti nella regione Afar avevano di fatto impedito il transito via terra da Semara a Makallé sia convogli umanitari, sia i rifornimenti del carburante.

David Satterfield, rappresentante di Washington per il Corno d’Africa, questa settimana è stato in Etiopia, dove ha incontrato alti funzionari dell’Unione Africana (che ha sede a Addis Abeba), delle Nazioni Unite e rappresentanti di alcune ONG.

L’alto diplomatico statunitense ha avuto anche un colloquio con il vice-premier e ministro degli Esteri etiopico, Demeke Mekonnen, il 22 marzo. In tale occasione Mekonnen aveva anticipato l’intenzione del governo di autorizzare le consegne degli aiuti umanitari destinati al Tigray e informato Satterfield su alcune iniziative, volte a assicurare una pace duratura nel Paese.

Anche William Davison, ricercatore di International Crisis Group, ritiene che la consegna incondizionata e senza restrizioni degli aiuti umanitari potrebbe in un certo qual modo contribuire a far crescere la fiducia tra le parti in conflitto, base indispensabile per avviare colloqui di pace.

Abih Ahmed, Premio Nobel per la Pace 2019

Il governo etiopico aveva già dichiarato un cessate il fuoco unilaterale il 28 giugno 2021, dopo la riconquista del TPLF di Makallé, capoluogo del Tigray.

I combattimenti sono poi ripresi, quando il TDF (Tigray Defense Forces) è entrato nell’Amhara e nell’Afar, fino ad arrivare a poche centinaia di chilometri da Addis Abeba. Poi, dietro pressione degli USA, si sono ritirati nuovamente nella propria regione.

Questo ritiro aveva suscitato speranze di negoziati, poi rapidamente svanite quando il TPLF ha annunciato alla fine di gennaio di aver ripreso i combattimenti nell’ Afar.

Tuttavia bisogna vedere cosa succederà nel concreto ora sul campo, anche se in un suo comunicato il TPLF ha promesso che farà il possibile perché cessino le ostilità.

La guerra in Ucraina ha messo in crisi molti Paesi africani, in quanto importavano gran parte del grano dalle due nazioni (Russia e Ucraina), ora in conflitto. I prezzi del pane sono saliti alle stelle, altrettanto quello del carburante. E l’Etiopia non ne fa eccezione.

A febbraio il tasso di inflazione si è attestato a 33,9 per cento, mentre l’aumento dei generi alimentari ha raggiunto il 41,9. L’Etiopia, fino allo scoppio della guerra nel novembre 2020, è stata la nazione con la maggiore crescita nel continente, ma ora ha subito una forte battuta d’arresto.

Inoltre, il governo deve affrontare altre crisi, non per ultimo quella della siccità, che ha colpito in particolare la regione somala, nell’sud-est del Paese. In quest’area migliaia di nomadi stanno subendo una dura crisi e a tutt’oggi sono già morti 200 mila capi di bestiame. Trovare acqua è diventata un’impresa ardua, se non impossibile. La minaccia malnutrizione è alle porte anche qui. Si teme che possa trasformarsi nella peggiore siccità degli ultimi 40 anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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