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Piovono miliardi di dollari sauditi ed emirati per fermare la guerra in Yemen. Ma per ora solo promessi

Africa ExPress
Riyad, 8 aprile 2021

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti promettono miliardi di dollari allo Yemen pur di mettere fine alla guerra e ripristinare pace e stabilità in tutta la regione. E’ certamente una notizia epocale per un Paese come lo Yemen devastato da sette anni di conflitto e dalle piogge di missili balistici della coalizione araba (guidata da UAE e Arabia Saudita).

I bombardamenti a tappeto in Yemen hanno devastato villaggi e città

Ora si cambierà metodo. Stop ai micidiali razzi. Sullo Yemen pioveranno miliardi di dollari in aiuti per la ricostruzione. E’ la promessa del principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman e del principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed Bin Zayed al Nahyan.

L’annuncio è stato fatto giovedì. I colloqui di pace si sono svolti nella capitale saudita Riyad per alcuni giorni e hanno coinvolto i vari leader rivali di tutto l’arco politico dello Yemen. Al termine delle consultazioni diplomatiche, il 7 aprile appunto, il presidente Abed Rabbo Mansour Hadi e il vicepresidente Ali Mohsen Al-Ahmar si sono fatti da parte per essere sostituiti da un nuovo Consiglio Presidenziale formato da otto membri.

Lo Yemen quindi, d’ora in poi sarà governato da un nuovo consiglio presidenziale incaricato di negoziare con la milizia houti.

Per invogliare la riconciliazione sarà messo sul piatto, un sostanzioso pacchetto di aiuti destinato a sostenere la devastata economia dello Yemen. Una sorta di ‘Piano Marshall’, un ‘bazooka’ (questa volta in senso buono) da 3 miliardi di dollari – tanto per cominciare – interamente finanziato dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti.

L’Arabia e UAE inietteranno ciascuno per parte sua, 1 miliardo nella Banca Centrale dello Yemen mentre il regno saudita concederà un ulteriore 1 miliardo in prodotti petroliferi, fondi di sviluppo e un contributo per gli aiuti (di cui all’appello delle Nazioni Unite), 300 milioni di dollari impiegati per finanziare il piano di risposta umanitaria annunciato dall’ONU nel 2022 teso ad alleviare le sofferenze del popolo yemenita e migliorare le loro condizioni di vita.

La proposta della coalizione araba è stata accolta favorevolmente dai governi di Egitto, Kuwait, Bahrain, Giordania, Gibuti, Francia e Russia, e dai leader del GCC, della Lega araba, del Parlamento arabo e dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, incontrando il nuovo consiglio yemenita ha espresso l’auspicio che si “giri questa nuova pagina” nella travagliata questione  e ha esortato il nuovo consiglio a negoziare con gli houti – sotto l’egida delle Nazioni Unite – “per una soluzione definitiva e globale” del conflitto.

Il nuovo consiglio presidenziale sarà presieduto da Rashad Al-Alimi, consigliere di Hadi che era ministro degli interni nel governo del defunto Ali Abdullah Saleh. Comprende Aydarous Al-Zubaidi, capo del separatista Southern Transitional Council; Sheikh Sultan Al-Aradah, potente governatore della provincia di Marib (assai ricca di energia); Tariq Saleh, leader della milizia e nipote del defunto presidente; e Abdel-Rahman Abu Zarah, comandante delle Brigate dei Giganti, che ha svolto un ruolo cruciale nel respingere l’offensiva Houthi sulla città di Marib.

La formazione del consiglio è stato “il cambiamento più consequenziale nel funzionamento interno del blocco anti-houti dall’inizio della guerra”, ha affermato Peter Salisbury, analista senior dello Yemen per l’International Crisis Group.

Elisabeth Kendall, ricercatrice dell’Università di Oxford, ha dichiarato: “È necessario fare grandi cambiamenti per portare le parti in guerra sulla buona strada verso un percorso politico. Questo trasferimento di poteri presidenziali può essere la direzione giusta”. Il segretario generale del GCC Nayef Al-Hajraf ha promesso il pieno sostegno al nuovo consiglio “nei suoi compiti per raggiungere la sicurezza” nello Yemen. La Francia ha anche affermato di aver accolto con favore la creazione del consiglio che costituisce “un passo importante verso il ripristino di uno Stato al servizio di tutti gli yemeniti”.

E’ presto per dire se questa sarà la svolta positiva in un conflitto che ha insanguinato lo Yemen per così tanti anni. 7 anni di guerra atroce, che ha costretto il mondo intero ad assistere alla morte violenta di migliaia di civili, donne, bambini. Intere città rase al suolo, ospedali, scuole, centri abitati e moschee ridotti in macerie dalla coalizione araba (a guida Arabia Saudita/Emirati Arabi Uniti).

Ma questo passo è certamente un gran bel segnale, perché alla fin della fiera, per tornare alla pace, e deporre le armi, la cosa più sensata – e giusta – è sempre e solo una: usare le armi della ragione e pagare gli ‘oneri dei diritti di pace’. Vale a dire: “chi rompe paga”.

Chissà se la Russia – che sta insanguinando e distruggendo l’Ucraina – non decida di seguire questo buon esempio.

Africa – ExPress
@africexp

dai quotidiani arabi di oggi Albilad, Al Jazirah, Al Riyadh, Al Madina, Arab News, Asharq Al Awsat, Alarab)

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Traffico di organi tra Marocco e Turchia: banda criminale scovata grazie a annunci sui social network

Africa ExPress
7 aprile 2022

La polizia marocchina ha arrestato 4 persone perché sospette di far parte di una rete criminale di traffico di organi e droga, attiva tra Marocco e Turchia.

La direzione generale della Sicurezza nazionale (DGSN) di Rabat ha precisato che l’inchiesta è stata aperta dopo un annuncio pubblicato sui social network. L’inserzione offriva grosse somme di denaro in valuta, in cambio di espianto di reni, effettuate in cliniche private all’estero.

Scoperto traffico di organi tra Marocco e Turchia

Finora gli inquirenti marocchini hanno già identificate due vittime in Turchia e, secondo il quotidiano con base a Casablanca, Al Ahdat Al Maghribiya, le vittime avrebbero percepito 14.000 dollari per la cessione di un rene. Le quattro persone arrestate – 3 donne e un uomo – fungevano da intermediari in questo losco traffico, prestando il loro “aiuto” ai disgraziati, pronti vendere un loro rene per fuggire alla povertà.

La DSGN ha aggiunto che talvolta i criminali sfruttavano le vittime anche per ricezione e trasporto di stupefacenti, sia in Marocco sia in altri Paesi. Tutte queste attività sarebbero da attribuirsi a una rete che non opera direttamente nel regno ed sarebbe composta da cittadini stranieri.

Durante una perquisizione nelle abitazioni dei 4 arrestati, gli inquirenti hanno trovato grosse somme di denaro – sia in dirham marocchini che in valuta estera – ricevute di trasferimento di soldi oltrefrontiera, nonché telefoni cellulari, analisi di gruppi sanguigni di potenziali vittime e cannabis. Ovviamente si sospetta  che il contante trovato sia frutto di atti criminali.

Ora, grazie al coinvolgimento della filiale Interpol di Ankara, le indagini procedono a tutto campo anche in Turchia, per scovare tutti responsabili di questo traffico illecito.

Africa ExPress
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Continua la lite tra i due fratelli re di Giordania: il principe legittimo e l’usurpatore

Africa ExPress
7 aprile2022

Quella in Giordania sembrava una telenovelas a lieto fine invece pare che l’infinita soap opera sia destinata a continuare ad libitum. Ma andiamo con ordine e facciamo un passo indietro. L’ex erede al trono di Giordania, il principe ereditario legittimo Hamza bin al-Hussein, l’anno scorso era stato posto agli arresti dal fratellastro, l’attuale re di Giordania Abdullah II, per il (presunto) suo coinvolgimento in uno “strano” caso di sedizione, con l’accusa d’aver cospirato per rovesciare il regime (preoccupato per la sua incolumità, Israele gli aveva concesso asilo politico).

Meno di qualche settimana fa Hamza aveva anche inviato alla Casa Reale (non si sa bene quanto ‘spontaneamente’) una lettera di scuse e di “fedeltà al re”.

“Scrivo a Vostra Maestà con il mio più profondo rispetto e apprezzamento, e prego che Dio vi protegga e vi conceda buona salute e affinché lei rimanga un pilastro di forza per la nostra nazione e la nostra famiglia.

Seguirò le orme dei nostri antenati e rimarrò fedele alla loro eredità, devoto al loro percorso di servizio al popolo giordano e impegnato nella nostra costituzione, sotto la saggia guida di Vostra Maestà. Ho sbagliato, Vostra Maestà, e sbagliare è umano. Pertanto, mi assumo la responsabilità delle posizioni che ho preso e delle offese che ho commesso contro Vostra Maestà e il nostro Paese. Chiedo il perdono a Vostra Maestà, sapendo che siete sempre stati molto clementi.

Chiedo scusa al nostro popolo giordano e alla nostra famiglia (hascemita) per questi errori”.

Mentre tutti gli altri ‘cospiratori’ sono stati condannati a 15 anni di lavori forzati, ad Hamzah era stata risparmiata la severa punizione, dopo aver fatto il mea culpa; su esplicite direttive dello stesso clepto-monarca Re Abdullah, il principe ribelle è stato ‘perdonato’ dalla clemente e misericordiosa famiglia hashemita.

Tutto bene tutto quel che finisce bene, direte voi. Manco per sogno. L’altro ieri l’ex erede al trono Hamza bin al-Hussein ha annunciato che aveva “rinunciato” al suo titolo reale in segno di protesta contro le attuali politiche dispotiche della leadership Giordana.

In una lettera pubblicata sul suo profilo Twitter il primo giorno del mese sacro musulmano del Ramadan, ha pubblicamente denunciato che quello che sta accadendo nel suo paese gli impedisce di avallare le politiche perseguite da il regime giordano: “Sono giunto alla conclusione che la mia convinzione personale e i principi che mio padre (il defunto re Hussein) mi ha instillato non sono in linea con il percorso, le direttive e i metodi moderni delle nostre istituzioni. Ho avuto il grande onore di servire il mio amato paese e il mio caro popolo giordano, il solo al quale rimarrò fedele finché vivrò”.

Hamza, 42 anni, era stato nominato principe ereditario quando suo padre, re Hussein morì di cancro nel 1999. Secondo il volere di Re Hussein, Abdullah II sarebbe stato designato re solo per un tempo limitato, un re di transizione dunque, solo per il periodo necessario per far crescere il principe ereditario Hamzah, allora troppo giovane.

Nemmeno cinque anni dopo la morte del padre, Hamzah fu invece estromesso dal titolo da Abdullah II il quale con un golpe bianco nominò suo figlio come erede, rimangiandosi il giuramento fatto a Re Hussein sul letto di morte. Un furto con destrezza assai diffuso a certe latitudini mediorientali.

Anche in Arabia Saudita è andata in scena, più o meno, la stessa faida “usurpaldina” (usurpazione truffaldina). Il principe ereditario legittimo dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Nayef, figlio del precedente monarca Re Abldullah (cugino di primo grado di Mohammed Bin Salman) con un colpo di mano venne estromesso dalla carica di principe ereditario nel 2017 proprio da Mohammed Bin Salman.

Dopo la sua epurazione, senza accuse formali contro di lui, Mohammed bin Nayef venne confinato agli arresti in isolamento assoluto dove pare sia tutt’ora (se nel frattempo non è stato assassinato perché non si hanno più notizie certe di lui da anni). Fonti accreditate riferiscono che il legittimo monarca dell’Arabia Saudita non riesca più a reggersi in piedi perché ha subito danni permanenti alle caviglie a causa del brutale trattamento subito in carcere, muove solo qualche passo aiutandosi col bastone (in carcere è stato torturato, drogato, privato del sonno e appeso a testa in giù per le caviglie).

Ma può dirsi davvero molto fortunato, ad altri è andata decisamente peggio. Come al giornalista arabo Jamal Khashoggi, torturato, segato in pezzi con la motosega e termovalorizzato sul barbecue di un consolato dell’Arabia Saudita, per ordine di Mohammed bin Salman…

Africa ExPress
@afrocexp

(dal quotidiano arabo  Alarab)

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Soap opera a lieto fine in Giordania: il fratellastro del re chiede scusa per aver tentato di rovesciarlo. Perdonato

Non tutti migranti trovano le porte spalancate nell’UE, eppure fuggono tutti dalla stessa guerra

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 aprile 2022

Mentre in poco più di un mese oltre 4 milioni di ucraini sono fuggiti dal loro Paese in guerra dopo l’invasione russa, a tutt’oggi ci sono ancora migranti e richiedenti asilo detenuti nel Zhuravychi Migrant Accommodation Centre, nella regione di Volinia, nella parte nord-occidentale dell’Ucraina. Gli sfortunati sono stati arrestati quando hanno tentato di attraversare la frontiera per entrare in Polonia.

Ucraina: c’è chi fugge e chi non può

Il centro, una ex caserma costruita nel 1961, che fa parte dell’esternalizzazione della detenzione per migranti dell’Unione Europea, e, per la messa in sicurezza, nel 2009 ha goduto di un finanziamento di 1,7 milioni di euro da Bruxelless.

Grazie a un’inchiesta condotta da al-Jazeera in collaborazione con Lighthouse Reports (una ONG, con sede in Olanda,  che conduce complesse indagini internazionali n.d.r.), è stato possibile stabilire che, malgrado l’atroce guerra in atto, un numero non precisato di persone sono ancora detenute nel centro, che non è dotato di un rifugio anti-aereo e i guardiani corrono in strada quando suonano le sirene.

Zhuravychi Migrant Accommodation Centre, Ucraina

Secondo la ONG olandese, a Zhuravychi i detenuti dovrebbero essere ancora una quarantina, non è possibile stabilire se tra questi ci siano anche donne. Il condizionale è d’obbligo, in quanto allo stato attuale è impossibile una verifica sul posto.

Anche Human Rights Watch, in un suo rapporto pubblicato ieri, ha confermato la detenzione di alcuni migranti nel centro, mentre altri sono stati rilasciati all’inizio del conflitto. La ONG ha chiesto al governo di Kiev la liberazione di tutti. “I migranti e i richiedenti asilo sono attualmente rinchiusi nel mezzo di una zona di guerra e giustamente sono terrorizzati”, ha detto Nadia Hardman, ricercatrice sui diritti dei rifugiati e dei migranti di HRW. “Non ci sono scuse per tenere civili in detenzione per questioni di immigrazione. Dovrebbero essere immediatamente rilasciati e autorizzati a cercare rifugio e sicurezza come la popolazione residente”.

Le persone intervistate da HRW hanno detto che le condizioni nel centro di detenzione di Zhuravychi erano già molto difficili prima del conflitto, la situazione è ovviamente peggiorata dopo il 24 febbraio. Nei giorni successivi all’invasione russa, membri dell’esercito ucraino si sono trasferiti nel centro. Le guardie hanno spostato tutti i migranti e i richiedenti asilo in uno dei due edifici del complesso. L’altro è stato liberato per i soldati ucraini.

HRW ha potuto verificare quanto riferito dai detenuti, grazie a due video postati su siti utilizzati dai soldati ucraini. In un altro filmato inviato dai migranti a HRW, si vedono alcuni ospiti del centro mentre vengono picchiati dai guardiani, poichè durante una protesta avevano chiesto di essere liberati per potersi mettere in sicurezza. “Alcuni hanno riportato ferite” – ha detto uno degli intervistati da HRW.

Altri, raggiunti dalla ONG, hanno riferito: “Le guardie ci hanno detto che avremmo potuto lasciare Zhuravychi se avessimo combattuto accanto ai militari ucraini. In tal caso tutti avrebbero ricevuto immediatamente la cittadinanza ucraina e i relativi documenti. Nessuno ha ovviamente accettato la proposta”.

La ONG ha anche precisato che oltre al Zhuravychi Migrant Accommodation Centre, l’UE ne ha finanziato altri due in Ucraina. Global Detention Project ha confermato che quello di Chernihiv attualmente non è più operativo, mentre non è stato possibile verificare se nel centro di Mykolaiv ci siano ancora migranti.

Il 18 marzo sono stati rilasciati 5 uomini e una donna da Zhuravychi, grazie all’intervento delle rispettive ambasciate e hanno così potuto raggiungere in sicurezza il confine polacco.

Lighthouse Reports, in collaborazione con diversi media, ha rivelato che profughi non ucraini, di origine africana, sono stati messi in strutture chiuse per diverse settimane, dopo aver attraversato i confini con l’UE.

naufragio di migranti nel Mediterraneo centrale

Maud Jullien, redattrice investigativa di Lighthouse Reports, ha spiegato come la direttiva di protezione temporanea dell’Unione Europea crei un doppio standard: permette ai cittadini ucraini di entrare nei Paesi limitrofi, ma ne impedisce l’ingresso a cittadini di altre nazionalità. Jullien ha detto che quattro studenti fuggiti dall’invasione russa sono tenuti tutt’ora in una struttura di detenzione a lungo termine a Lesznowola, un villaggio a 40 chilometri dalla capitale polacca Varsavia; hanno poche possibilità di comunicare con il mondo esterno e finora non hanno ricevuto nessuna consulenza legale. La polizia di frontiera polacca ha confermato che 52 cittadini di Paesi terzi, fuggiti dall’Ucraina sono attualmente detenuti in strutture di detenzione in Polonia.

Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), ha elogiato l’operato dei Paesi europei nei confronti dei rifugiati ucraini, costretti a abbandonare le proprie case a causa del violento conflitto in atto, ma, dopo l’ennesimo naufragio a largo delle coste libiche, costata la vita a quasi cento persone, ha chiesto di mostrarsi altrettanto generosi con gli altri migranti.

L’ONG Medici senza Frontiere ha infatti annunciato sabato scorso che solamente 4 persone sarebbero sopravvissute alla terribile tragedia.

Negli ultimi anni l’Unione Europea è stata criticata ripetutamente per la stretta collaborazione e i finanziamenti elargiti alla Guardia costiera libica, mosse volte a limitare l’arrivo di migranti sulle coste italiane, porta d’entrata dell’Europa.

E, ricordiamolo di nuovo, molte persone riportate in Libia, subiscono nuovamente violenze e abusi nei centri di detenzione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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ONU: gravi violazioni sui migranti in Libia. La Germania abbandona l’addestramento della Guardia costiera

Tutti fuggono dalle stesse bombe in Ucraina, ma per gli africani la fuga è molto più amara

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Jihadisti fanno irruzione in un convento del Burkina Faso e rapiscono un’anziana suora americana

Africa ExPress
5 aprile 2022

L’hanno portata via in piena notte, tra lunedì e martedì. Il rapimento dell’83enne suor Suellen Tennyson, di origini statunitense, è stato confermato dal portavoce della Conferenza episcopale del Burkina Faso, padre Paul Dah.

Suor Suellen, rapita in Burkina Faso

L’anziana religiosa viveva dal 2014 a Yalgo, nell’estremo nord della provincia di Namentenga, che si trova nel centro-nord della ex colonia francese. Padre Dah ha precisato che finora nessuno ha rivendicato il sequestro di Suellen. Il gruppo armato che ha fatto irruzione nella casa della congregazione delle Suore Marianite di Santa Croce, ha portato via solamente lei, alle altre due consorelle con le quali conviveva non è stato torto un capello.

Ma prima di andarsene, i presunti terroristi hanno messo soqquadro la sala della comunità e manomesso la loro auto parcheggiata nel cortile.

Yalgo è poco distante dalla provincia di Soum, dove da anni si registra una vivace attività di diversi gruppi terroristi e nella zona gli attacchi a civili sono all’ordine del giorno.

Le ultime 5 aggressioni risalgono a metà marzo, quando i sanguinari jihadisti hanno barbaramente ammazzato almeno 7 civili e 13 gendarmi nella zona di Soum.

Africa ExPress
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In Mozambico funzionari statali costretti a tornare in zone di guerra del Nord

“L’UNHCR considera prematuro incoraggiare il ritorno a Cabo Delgado
a causa dell’insicurezza in corso in alcune parti
della provincia”, ha dichiarato il portavoce, Boris Cheshirkov

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 5 aprile 2022

“Ho l’onore di comunicare a tutti i funzionari dello stato di questo governo del distretto di Mocímboa da Praia, il ritorno definitivo al distretto d’origine”. Lo scrive João Joaquim António Saraiva, segretario politico di Mocimboa da Praia, già quartier generale dei jihadisti di Ahlu Sunnah wa-Jammà, affiliati all’ISIS. “Ci appelliamo d’ora in poi all’adempimento delle linee guida per continuare a lavorare”, continua la nota, confermata dal quotidiano Carta de Moçambique.

Mocimboa da Praia
Palazzo del governo a Mocimboa da Praia

Il ritorno alla “normalità” era stato annunciato da Valige Tauabo, governatore di Cabo Delgado, provincia funestata da 40 mesi di guerra contro il terrorismo jihadista. Lo scorso 30 marzo il governatore aveva raassicurato la popolazione così: “Nessuna area a Cabo Delgado è sotto il controllo dei terroristi. Ormai sono un gruppo indebolito senza mezzi. Non sono in grado di andare contro la popolazione né affrontare le Forze Armate, sempre più addestrate per eliminare il terrorismo”.

Popolazione, UNHCR e politici locali contrari ai trasferimenti

Ma i politici locali e la popolazione non condividono l’ “onore” di Saraiva: hanno paura e non ci stanno. Non solo l’opposizione Renamo ma anche il rappresentante del Frelimo, partito al potere, sono contrari. Dello stesso parere anche una delegazione ministeriale guidata dal ministro del Lavoro, Margarida Talapa, e l’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR). “L’UNHCR considera prematuro incoraggiare il ritorno a Cabo Delgado a causa dell’insicurezza in corso in alcune parti della provincia – ha dichiarato il portavoce, Boris Cheshirkov -. Da gennaio a metà marzo, ci sono stati altri 24 mila sfollati”.

Ampie sacche di terroristi a Cabo Delgado

Nonostante i militari ruandesi e le truppe dell’operazione militare SADC (SAMIM), in appoggio all’esercito mozambicano (FADM), esistono sacche di terroristi nei distretti vicini a Mocimboa. Gli attacchi continuano nelle aree di Nangade, Mueda e Macomia e i media mozambicani confermano che la città di Nangade è deserta. Inoltre gli assalti jihadisti sono ripresi nel distretto di Ibo.

guerra mappa scontri Cabo Ligado
Mappa degli scontri a Cabo Delgado al 24 marzo 2022 (Courtesy: Cabo Ligado)

L’area del gas è l’unica sicura

Nel momento in cui scriviamo l’unica area relativamente sicura è quella di Palma, città degli impianti di gas naturale. Lo scorso 24 aprile era stata occupata dai vari gruppi jihadisti per una decina di giorni e messa a ferro e fuoco. Non è mai stato rivelato il numero di morti e oggi la popolazione sta tornando alle proprie case. Palma è la sede dei cantieri Total chiusi per la violenza dei terroristi da quasi 18 mesi. Offshore, dal 3 gennaio scorso, é pronta la nave Coral FLNG con la quale ENI ha previsto l’inizio della produzione di gas naturale liquido (GNL-LNG) entro il 2022.

Dall’ottobre 2017 al 25 marzo scorso i jihadisti – secondo Cabo Ligado, che monitora la guerra – hanno ammazzato almeno 3.874 persone (di cui 1.689 civili). L’UNHCR ha confermato che gli sfollati a causa della guerra a Cabo Delgado sono oltre 735.000.

Chi combatte i jihadisti in Mozambico

Un migliaio di militari ruandesi sono presenti in Mozambico da luglio scorso grazie a un accorso bilaterale Maputo-Kigali e la mediazione di Parigi. Ai militari del Ruanda, nell’agosto 2021, si sono aggiunti quelli di otto dei 16 Paesi della Comunità di sviluppo dell’Africa Australe (SADC). Con l’impegno dei Paesi SADC è nata la Missione dell’Africa Australe in Mozambico (SAMIM). Il Sudafrica è presente con 1.500 militari e il Botswana con 300. Angola, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Malawi, Tanzania e Zambia si occupano della logistica.

Sandro Pintus
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Fanteria e marines sudafricani in Mozambico: rafforzato l’aiuto contro i jihadisti

Isis minaccia il Sudafrica: “Se aiutate il Mozambico veniamo da voi”

Mozambico: intervento militare contro i jihadisti. Il Sudafrica insiste sulla SADC

Mozambico, decine ammazzati dai jihadisti Disperata corsa per salvare gli ostaggi

Palma

A Milano, a Berlino, va in scena il Kenya schiacciasassi. A Parigi e a Barcellona fa capolino l’Etiopia

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
3 marzo 2022

Sulle strade d’Europa, domenica 3 aprile, si è ripetuta la sfida avvincente fra corridori targati nero, rosso e verde di Nairobi e verde giallo rossa di Addis Abeba. Maratona o mezza maratona, è sempre uno scontro fra titani.

Nel capoluogo lombardo e nella capitale tedesca hanno dilagato i kenyani.

Maratona Milano, 3 aprile 2022

A poca distanza dal Duomo di Milano, sui 42 km e 195 metri per uomini, i primi due posti se li è accaparrati il Kenya; nella gara femminile addirittura i primi 4 posti.

Ha vinto, infatti, Titus Kipruto, 23 anni, col tempo di 2h05’05”, suo primato personale e il terzo più veloce di sempre nelle 20 edizioni. Titus ha tagliato il traguardo rilassato dopo 42,195 km, saltellante come un’antilope, sorridente a 32 denti (in realtà gliene manca uno, ben visibile il buco nell’arcata superiore!). Era la seconda maratona della sua giovane carriera. Secondo Daniel Kipkore Kibet, 25 anni(2h05’19”), già primo a Istanbul e terzo a Buenos Aires nel 2019. Sul podio, infine, il tanzaniano Alphonce Felix Simbu, 30 anni,(2h06’19”).Medaglia di bronzo ai Mondiali di Londra, nel 2017, Simbu quest’anno aveva segnato il miglior crono in carriera nella mezza maratona con 60’03”.

Keniana anche l’atleta che si è aggiudicata il trofeo al femminile, la favorita Vivian Jerono Kiplagat, 30 anni, con 2h20’17”, E’ il nuovo primato personale e secondo miglior tempo in assoluto per la Milano Marathon Telepass. Una donna eccezionale all’ombra della Madonnina dato che per lei questa è la terza vittoria dopo quelle del  2018 e 2019. Nel 2017 aveva conquistato la mezza maratona di Verbania, sul Lago Maggiore.

Alle sue spalle le etiopi, non molto conosciute, Sintayehu Tilahun Getahun (2h22’18”) e Atanel Anmut Dargie (2h22’20”). 

Le condizioni di meteo perfette (tempo fresco e asciutto). È piovuto qualche ora dopo la manifestazione) hanno confermato la maratona milanese come la più veloce d’Italia. Nello scontro virtuale tra capitali europee Milano ha battuto per pochi secondi quella di Parigi, la Schneider Electric Marathon.

Maratona di Parigi, disputata il 3 aprile 2022,
vinta dall’etiope Deso Gelmisa

Sotto la Torre Eiffel, infatti, dove c’è stata una doppietta etiope nella gara maschile, il vincitore Deso Gelmisa, 24 anni, ha impiegato 2h05’07”. Ha bruciato sul traguardo il coetaneo e pericoloso Seifu Tura (2h05:10), primo a Milano e a Shangai nel 2018, a Chicago lo scorso anno. Nel carnet di Gelmisa, risultano un primo posto alla maratona di Porto, nel 2019, e due seconde piazze in Spagna, a Castellon e Valencia. E’stata, però, solo una parziale rivincita degli etiopi. Fra le donne ha trionfato ancora una kenyana: Judith Jeptum, 26 anni, che ha stabilito il primato della corsa in 2h 19’48”. La Jeptum è abituata ai successi: prima a Venezia e in Turchiua nelk 2019 e a Dubai nel novembre scorso.

A Barcellona, nella Edreams Mitja Marató Barcelona, è scattata la fotocopia di Parigi, ma sui 21 km e 097 metri, ovvero la mezza maratona. Fra i maschietti vittoria attesa dell’etiope Haftu Teklu, 26 anni, (59:06); fra le donne della, ugualmente favorita, kenyana Margaret Chelimo Kipkemboi, 29 anni (1:05:26). 

A Berlino nella 41a edizione della Generali Half Marathon, al maschile ha dominato (in 58’55”) Alex Kibet, 30 anni, giunto al traguardo col cappuccio in testa (per il freddo: alla partenza, poco dopo le 8 del mattino, il termometro era poco sopra zero gradi!). Ha mancato il record per appena 12 secondi. Lo hanno seguito i suoi connazionali Joshua Belet, 24 anni, (59’53”), pure lui incappucciato e Abel Kipchumba, 28, (59’58”).

BMW Berlin-Marathon. Berlin, Deutschland, 26.09.2021.

Al femminile, idem come sopra: la kenyana Sheila Kiprotich Chepkirui, 31 anni, ha prevalso in 65’02” stabilendo il record della competizione. Nell’ordine sono giunte le altre keniane Joyce Chepkemoi, 26 anni, (65’50”) Irene Kimais, 23, (66’34”). La Kimais appena un mese fa aveva dominato la mezza maratona a Ostia.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Arabia Saudita: rimpatrio amaro in Etiopia di migranti, vessati, abusati e rispediti a casa come pacchi postali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 aprile 2022

Le centinaia di donne scendono lentamente dagli aerei, che dall’Arabia Saudita le hanno riportate in Etiopia. Sono vestite tutte di nero. Indossano l’abaya e molte di loro hanno anche il viso coperto dal niqab. E le poche giovani che non lo portano, hanno il viso scolpito, che non lascia trapelare nessuna espressione, pietrificato dalla sofferenza. Alcune portano un bimbo legato sulla schiena, altre tengono il figlioletto per mano, e nell’altra un sacchetto di plastica con i loro pochi averi, privo di qualsiasi sogno.

Rimpatrio di donne etiopiche dall’Arabia Saudita

Sono tutte giovani etiopiche, costrette a tornare nel proprio Paese dal quale erano fuggite tempo fa in cerca di un futuro, per sé e i proprio familiari.

Alla fine di marzo sono arrivate 900 donne a Addis Abeba. Secondo un accordo siglato recentemente tra l’Etiopia e l’Arabia Saudita, nei prossimi sette mesi saranno rimpatriati centomila etiopi dal regno wahabita.

Un primo gruppo è atterrato all’aeroporto internazionale di Addis Abeba nella mattinata del 30 marzo, un secondo nel pomeriggio dello stesso giorno e, una volta sbarcate, le giovani etiopiche sono state assistite dagli operatori dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni). Secondo l’organizzazione non sarà un’impresa semplice dare assistenza, rispondere ai bisogni di centomila persone che saranno  rimpatriate. Un impegno non indifferente per il governo, i suoi partner nonché per l’OIM, specie ora che l’Etiopia è già in una fase economica molto critica anche a causa della guerra nel Tigray, dove milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria urgente.

Hana Yeshingus, rappresentante del ministero etiopico per Donne e Infanzia, ha spiegato ai reporter che il suo governo ha deciso di intervenire per alleviare la sofferenza dei propri concittadini nel regno wahabita.

Eppure, appena insediato come primo ministro, Abiy Ahmed, Nobel per la Pace 2019, aveva annunciato di aver trovato un accordo con gli Emirati Arabi Uniti che sarebbero pronti ad accogliere 50.000 lavoratori etiopi già a breve, mentre sarebbero in atto trattative per il trasferimento di altre 200.000 persone nei prossimi anni. Il governo di Addis Ababa aveva aggiunto che dialoghi in tal senso erano in atto anche con il Giappone e alcuni Paesi dell’UE. Non si è più parlato di questi accordi, ne sono stati presi altri, come l’acquisto di droni, forniti anche dagli Emirati Arabi Uniti, per bombardare il Tigray, dove dai primi di novembre 2020 si sta consumando un terribile conflitto tra il governo centrale e i “ribelli” del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray).

In un suo rapporto del 5 gennaio, Human Right Watches aveva denunciato il governo etiopico dell’arresto di migliaia di migranti di etnia tigrina provenienti dall’Arabia Saudita. Allora la ONG aveva chiesto a Riyad di cessare le deportazioni verso Addis Ababa.

In base alle stime di OIM, attualmente ci sono ancora 750 mila etiopi in Arabia Saudita, almeno 450 mila sarebbero entrati nel Paese in modo illegale, che ora necessitano di aiuto per poter rientrare in patria. Negli ultimi quattro anni ne sono già stati espulsi 352 mila.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e vincitore del Premio Nobel per la Pace 2019

La maggior parte dei migranti etiopici ha affrontato un viaggio pericoloso per poter raggiungere l’Arabia Saudita. Molti si sono imbarcati sulla costa meridionali di Gibuti, e, prima di raggiungere Obock, da dove partono molte imbarcazioni di trafficanti alla volta dello Yemen, devono attraversare lande deserte e impervie, caldissime e non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, nel triangolo di Afar, che si trova a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta il punto più basso del continente africano. Muoiono di stenti, fame e sete. Altri annegano durante la traversata. Una volta giunti in Yemen, nazione in guerra dal 2015, rischiano di essere fermati dalle autorità yemenite durante il loro passaggio nel Paese e vengono rinchiusi in centri di detenzione più che improvvisati.

Solo i più fortunati riescono a proseguire il viaggio verso gli Emirati Arabi Uniti o l’Arabia Saudita, dove sono destinati a svolgere i lavori più umili, maltrattati, sfruttati;  le donne sono trattate come schiave dai padroni, che non di rado abusano anche sessualmente delle ragazze, prima di rispedirle a casa, in quanto illegali.

Le giovani donne arrivate ora a Addis Abeba hanno passato mesi in carcere con i loro figli, prima di essere rispediti al mittente come un pacco postale. Hanno sofferto le pene dell’inferno durante tutto il soggiorno nel regno. Prima come lavoratrici senza diritti, poi in carcere, dove persino il cibo rappresentava un lusso.

“Ci davano un pochino di pane e una pentolone di riso. Doveva bastare per tutte, vivevamo in spazi ristrettissimi, anche in 400 in uno stanzone, e, in tutti questi mesi non abbiamo mai visto la luce del sole. I nostri fratelli, ancora rinchiusi nelle putride galere saudite maschili, sono in condizioni terribili, peggiori delle nostre. Non si può raccontare come vengono trattati”, ha raccontato una giovane donna appena sbarcata a Addis Ababa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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La guerra di propaganda fa un’altra vittima eccellente: il giornalismo

Ripostiamo qui, a poco più di un mese dalla pubblicazione, la lettera aperta di quattordici giornalisti, corrispondenti di guerra, preoccupati per la narrazione che viene fatta dai media del conflitto in Ucraina. Una narrazione che sembra troppo soggetta alla propaganda. La lettera aperta è stata sottoscritta da centinaia di persone. E altri ancora chiedono di apporre la loro firma. Vuol dire che non siamo gli unici a essere preoccupati dei racconti che vengono offerti al pubblico.
m.a.a.

Corrispondenti di guerra
1° aprile 2022

Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male.

Noi siamo o siamo stati corrispondenti di guerra nei Paesi più disparati, siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti durante i conflitti, eravamo vicini a gente dilaniate dalle esplosioni, abbiamo raccolto i feriti e assistito alla distruzione di città e villaggi.

Abbiamo fotografato moltitudini in fuga, visto bambini straziati dalle mine antiuomo. Abbiamo recuperato foto di figli stipate nel portafogli di qualche soldato morto ammazzato. Qualcuno di noi è stato rapito, qualcun altro si è salvato a mala pena uscendo dalla sua auto qualche secondo prima che venisse disintegrata da una bomba.

Ecco, noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro.Proprio per questo non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata.

Siamo inondati di notizie ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico.

Inondati di notizie, dicevamo, ma nessuno verifica queste notizie. I media hanno dato grande risalto alla strage nel teatro di Mariupol ma nessuno ha potuto accertare cosa sia realmente accaduto. Nei giorni successivi lo stesso sindaco della città ha dichiarato che era a conoscenza di una sola vittima. Altre fonti hanno parlato di due morti e di alcuni feriti. Ma la carneficina al teatro, data per certa dai media ha colpito l’opinione pubblica al cuore e allo stomaco.

La propaganda ha una sola vittima il giornalismo.

Chiariamo subito: qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: ma è l’unico responsabile?

I media ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a un’inevitabile corsa verso una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il 2 per cento del PIL.

Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione.

L’emergenza guerra sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre. Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina.

Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin.

Notiamo purtroppo che manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo.

Questo non perché si debba scagionare le Russia e il dittatore Vladimir Putin dalle loro responsabilità ma perché solo capendo e analizzando in profondità questa terribile guerra si può evitare che un conflitto di questo genere accada ancora in futuro.

Massimo Alberizzi ex Corriere della Sera
Remigio Benni ex Ansa
Giampaolo Cadalanu – Repubblica
Tony Capuozzo ex TG 5
Renzo Cianfanelli Corriere della Sera
Cristano Laruffa Fotoreporter
Alberto Negri ex Sole 24ore
Giovanni Porzio ex Panorama
Amedeo Ricucci RAI
Eric Salerno ex Messaggero
Giuliana Sgrena Il Manifesto
Claudia Svampa ex Il Tempo
Vanna Vannuccini Ex Repubblica
Angela Virdò ex Ansa

A questa lettera aperta si può aderire semplicemente lasciando un vostro commento qui sotto. Abbiamo ricevuto centinaia di adesioni inviate via whatsapp al numero 345 211 73 43. Abbiamo inserito le prime e pian piano cercheremo di pubblicarle tutte. Scusateci se non riusciano a gestire tutte le adesioni con la rapidità che sarebbe necessaria. Ecco i primi firmatari.

Maria Acqua Simi giornalista
Augusto Adipietro
Alberto Airola senatore della Repubblica
Giuliano Alcalosi libero professionista
Carlo Amabile giornalista
Maria Vilma Angioni
Claudio Annetta libero professionista
Jacopo Antolini libero professionista
Monica Antonetti
Claudio Arzani giornalista
Cecilia Asso
Anna Assumma giornalista
Patrizia Avoledo giornalista
Silvia Bagni universitaria
Marco Baldo infermiere
Alessandro Balestrazzi
Daniele Balicco docente
Ondina Baradel ex Ministero degli Esteri
Franca Baraldi pensionata
Patrizia Baratiri
Paolo Baratta tecnico informatico
Francesco Barba professore
Roberto Barbera ex Misna, ex Peace Reporter
Eleonora Barbieri
Andrea Bartoli
Alessandro Bastasi autore di narrativa noir
Adriana Bax
Fiorenza Belardi
Stefano Bellani
Fabio Beltrame giornalista
Sara Benedetti
Elena Bertoldi
Tiziana Bertoldin
Mariella Bogliacino artista
Leopoldo Bon professore
Giuseppe Bonavolontà
Elisa Bonin
Maurizio Bonino scrittore e regista
Francesca Boniotti
Danila Bonito giornalista
Giuliana Bortolozzo giornalista
Carloamedeo Bosio architetto
Francesco Bozzetti giornalista
Anna Maria Bruni giornalista
Giancarlo Burzagli
Paolo Butturini giornalista
Giorgia Caivano
Alberto Calcinai fotoreporter
Mauro Calisti
Claudia Caloi
Laura Calosso giornalista
Luigi Candreva insegnante
Fausto Cangelosi
Antonio Cannone giornalista
Cecilia Canziani storica dell’arte
Marco Canzoneri curatore artistico
Alessio Capone pacifista
Fabrizio Carbonera libero professionista
Claudio Cardelli scrittore documentarista
Michele Carlino giornalista
Marco Carnevale
Onofrio Carone pensionato
Giovanna Casagrande
Laura Casati interprete di guerra
Roberta Casella
Fulvio Casi
Lucia Castagnoli medico
Michele Castegnaro
Emiliana Casu
Adriana Cavestro
Patrizia Cecconi
Anna Celata insegnante
Riccardo Ceriani
Marco Cerini
Alessandro Cerminara
Simone Ceroti
Franco Chiarello
Antonello Ciccozzi antropologo culturale
Domenico Michele Cifù disoccupato
Patricia Cifuentes
Cosimo Antonio Ciliberto insegnante
Alessandro Cirillo fotografo
Alessandro Cisilin giornalista
Luisella Claotti insegnante (ex)
Pasquale Clarizia
Marino Clemente tecnico di laboratorio
Maria Cristina Cobianchi
Andrea Cognetta
Maria Cristina Coldaglielli traduttrice
Marco Collepiccolo
Diana Colongi ex dirigente scolastica
Francesca Comandini
Mariagrazia Comunale attrice
Patrizia Cordone attivista
Giuliana Corsini
Anna Elisabetta Costa
Davide Costamagna
Paolo Costantino
Marco Crimi giornalista e avvocato penalista
Giandranco Criscenti giornalista
Rosa Maria Crusi insegnante (ex)
Fiammetta Cucurnia giornalista
Meris Cuscini
Gianfranco D’Attorre giornalista pubblicista
Maria D’Onofrio
Pio D’Emilia giornalista
Claudio D’Esposito ambientalista
Giulietta D’Ettole
Chiara Dallera biologa
Roberto Damiani
Ivan De Francesco ex ufficiale dell’esercito italiano
Veronica De Gregorio sociologa ex giornalista
Francesco De Iorio
Piero De Luca dirigente scolastico
Marina De Marchi
Roberto De Nart giornalista
Elena Degli Angeli insegnante
Pietro Gonsalez Del Castillo
Claudio Della Volpe pensionato
Bruno Demetz
Marco Di Castri film-maker e musicista
Massimo Di Domenica pensionato
Pino Di Maula giornalista
Almerico Di Meglio giornalista
Carla Di Pietrantonio impiegata
Augusto Di Pietro
Enzo Di Stefano
Gino Domenici
Gigliola Donadio
Sergio Durante
Christian Eccher docente e reporter
Emiliano Elia insegnante
Edi Ellero
Enrico Enrichi pensionato
Chiara Falchi dipendente CNR Pisa
Paola Falcicchio
Raffaella Fanelli giornalista
Massimiliano Fanti emigrato economico
Giuliana Maria Farina
Marcello Ferrari operaio
Gabriella Ferrari Bravo
Nadia Fini
Michele Finizio giornalista (direttore)
Franco Forlini
Claudia Forzano
Marilena Frilli
Daniele Fusari comunicatore
Maria Grazia Gagliardi
Giuseppe Gaglioti medico
Giorgio Galleano giornalista
Francesco Gallo
Diego Maria Garzone giornalista
Silvana Gazzola
Grazia Gerbi
Davide Giacopino
Andrea Giannelli psichiatra
Domenico Gigno giornalista
Paola Gioiro pensionata
Michele Giordano giornalista
Claudio Girardi
Tina Giudice
Rosa Giudici commercialista
Marco Giuiot
Chiara Giunti bibliotecaria
Francesca Gomez psichiatra
Licia Granello giornalista
Claudio Grassi fotoreporter
Enrico Graziani
Gabriella Greco
Rosario Grillo
Marco Grossi
Maria Guccione
Cristina Infantino
Domenico Laforgia
Fabio Lamberti
Stefano Landucci
Egle Leoni
Luca Lepone
Silvio Lettich
Diego Lo Piccolo direttore centro culturale
Barbara Longobardo giornalista (direttrice)
Donatella Lovison
Andrea Luli direttore teatro comunale
Amelia Madonia pensionata
Enzo maggio
Marinella Malacrea medico e psicoterapeuta
Roberto Mandirola
Caterina Manente insegnante
Dana Mantovan pensionata
Paolo Manzo giornalista
Claudio Marabotti medico
Rosalia Marcantonio giornalista
Costantino Marceddu
Manfredo Marchi artigiano impiantista
Massimo Marcolin
Guido Maregatti
Marko Marincic giornalista
Max Marletti
Nicola Marras
Stefania Marruchi insegnante (ex)
Eleonora Martinelli
Francesco Martingano avvocato
Donatella Martini
Gabriella Martis
Maria Dolores Masé psicologa
Annamaria Massa
Simone Massetti giornalista
Francesco Masut
Maria Luigia Meazza
Luciano Medici
Lea Melandri giornalista
Giovanna Melis pensionata
Massimo Menichetti
Cecilia Meregalli insegnante
Cristina Merlino giornalista
Maurizia Migliorini docente
Patrizia Minella insegnante
Roberta Minozzi
Diego Minuto geologo
Elia Mioni
Donata Mljac Milazzi scrittrice
Amanda Montanari
Gianni Monti
Luisa Morgantini ex vicepresidente del Parlamento Europeo
Sergio Morozzi
Carlo Maria Mosco
Paola n.d.
Vito Nanni
Vinicio Nannini pensionato
Massimo Nava giornalista corrispondente da Parigi Corriere della Sera
Oscar Nicodemo giornalista
Luca Maria Nicolussi
Gabriella Nocentini
Maso Notarianni
Daniele Ognibene consigliere regionale Lazio
Maria Antonietta Oppo
Ivana Ortelli
Antonio Ortolani pensionato
Rossella Ortolani insegnante
Antonio Ortoleva giornalista
Paola Pacetti
Manuela Pagan Lettich
Alighiero Palazzo giornalista
Ilva Palchetti
Lodovico Palermi pensionato
Yuri Palermo Crea
Daniele Palmi
Patrizia Palumbo
Valeria Pancioli funzionario
Luigi Panebianco cassintegrato Alitalia
Carlo Panzetta insegnante
Fulvio Paolazzi
Luigi Parisi
Giovanni Pascoli giornalista
Maria Elisabetta Pasquali
Ferdinando Pellegrini giornalista
Rossella Perugi
Claudio Perugini cameraman
Nadia Peruzzi pensionata
Giancarlo Perrotta Notaio Roma
Mario Pesola
Maria Pierri neuropsichiatra infantile
Ferdinando Pierri fotografo
Franco Pignotti pensionato ex docente
Benedetta Piola Caselli avvocato
Onella Pittarello
Marco Pozzi docente e regista
Antonio Prete scrittore
Orsola Privitera
Maria Pugliatti casalinga
Marika Puicher fotografa
Elena Rampello
Giovanna Ranieri
Patrizia Ravera pensionata
Cristina Re giornalista
Francesco Ria medico fisico
Marco Rinaldi commerciante
Stefano Santo Ristagno ingegnere
Amalfia Rizzi
Alessandra Rizzo insegnante (ex)
Enrico Rondelli
Giulio Rosa
Fiammetta Rossi
Annalisa Ruffo
Marino Ruggeri
Luciano Salsi giornalista
Michele Santoro direttore
Cristiana Scandolara medico
Ernesto Schember
Maurizio Schiano Di Cola
Vauro Senesi vignettista
Sabrina Signorelli
Maurizio Silvestri giornalista
Luana Sisani
Barbara Spampinato giornalista (direttrice)
Christian Spinozzi titolare brand multiservice
Cristina Stasi
Guido Stori pensionato
Giuseppe Stori pensionato
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Riccardo Tacconi
Mara Tagliavini
Valeria Tancredi
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Anna Maria Targioni Violani psicoanalista
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Anna Trotta sociologa e docente
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Emirati: solidarietà all’Ucraina ma gli oligarchi russi vengano pure qui con i loro yacht nel nome del business

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Africa ExPress
Dubai, 2 aprile 2022

Il principe ereditario di Abu Dhabi e capo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti Mohammed Bin Zayed al Nahyan ha avuto un lungo e caloroso colloquio telefonico con il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky per manifestargli piena solidarietà e garantire il suo ruolo attivo nel conflitto in corso sostenendo tutte le iniziative di mediazione.

Ha fraternamente manifestati anche la disponibilità degli UAE per facilitare tutte le procedure diplomatiche tese ad ospitare i cittadini ucraini che fuggono dalla guerra: “Noi supportiamo tutte le iniziative di pace e di dialogo attraverso la diplomazia… Da ogni crisi possono nascere delle opportunità” ha detto salomonicamente il principe ereditario.

Nello stesso istante schiere di oligarchi russi facevano rotta sugli Emirati con i loro panfili per mettere al sicuro i loro beni ed i quattrini (lì non li sequestrano, anzi!). “Da ogni crisi possano nascere delle opportunità”, specie per gli Emirati di sicuro.

Non è piu un segreto infatti, che il magnate russo Roman Abramovich si stia trasferendo a Dubai (con tesoretto al seguito). Sta cercando una confortevole e bella casetta a Palm Jumeirah, l’isola artificiale di Dubai dalle residenze di super-lusso a forma di palma. L’indiscrezione non è sfuggita al quotidiano arabo ArabNews, che qualche giorno fa ha dedicato all’oligarca un bell’articolo a tutta pagina.

Magari, prima che chiuda i battenti, Abramovich con la sua corte potrebbe fare anche una cappatina all’Expo di Dubai dove il sontuoso padiglione della Federazione Russa ha continuato a far bella mostra di sé come se nulla fosse.

Grande sponsor del padiglione della Federazione il colosso Rostec (produce le armi che vengono usate dall’esercito Russo per radere al suolo le città ucraine) mentre uno degli partner ufficiali è la società Rosatom, holding dell’energia che converte ed arricchisce l’uranio, producendo plutonio per lo sviluppo delle armi nucleari.

Putin ha avuto pure il “buon gusto” di candidare Mosca ad ospitare il prossimo Expo del 2030 (visto l’andazzo bellico rischia di essere visitato solo da bielorussi, ceceni, arabi e cinesi). Evidentemente per gli Emirati Arabi Uniti la guerra non esiste.

Intrigante il depliant di presentazione del padiglione russo: “La Russia è un Paese creativo”. Già, la creatività e l’estro dei grandi scienziati, intellettuali, musici e ballerini che han fatto grande il Paese di Vladimir Putin: Konstantin Tsiolkovsky, Yuri Gagarin, Aleksander Rodchenko, Ilya Kabakov, Andrey Rublev, Rudol’f Nureev, Sergei Rachmaninov, Pyotr Tchaikovsky, Oleg Karavaichuk, Lev Tolstoy, Anton Chekhov.

Se potessero vedere tutto il disastro e l’orrore che ha scatenato Putin in Ucraina (e il casino in tutto il resto del mondo) probabilmente si rivolterebbero nella tomba.

Da un mese ormai il massacro di civili, invalidi, malati, uomini, donne e bambini prosegue inesorabilmente insieme alla sistematica distruzione di un’intero Paese, sotto gli occhi attoniti ed increduli (ma talvolta anche interessati di tutto il mondo. Ma per gli Emirati Arabi Uniti “The show must go on…”

Africa Express
twitter #africexp
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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