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Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

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Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

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Assolta in Olanda la Shell accusata da quattro vedove di pesanti violazioni dei diritti umani in Nigeria

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 marzo 2022

Quattro vedove nigeriane hanno perso la causa contro la Shell: non ci sono prove che il gigante petrolifero sia stato complice delle morti dei loro mariti, giustiziati dal governo di Abuja negli anni Novanta per aver partecipato a proteste pacifiche contro l’inquinamento nel Delta del Niger.

Corte olandese assolve la Shell per insufficienza di prove

Le coraggiose donne, Esther Kiobel, Victoria Bera, Blessing Eawo e Charity Levula, sostenute da Amnesty International, avevano denunciato il gigante petrolifero per istigazione alla violenza, carcerazione, tortura e impiccagione dei loro mariti. La Shell ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento.

Secondo i giudici del tribunale distrettuale dell’Aja (Olanda) non ci sarebbero prove sufficienti o verificabili per stabilire una responsabilità della Shell o della sua filiale nigeriana SPDC (Shell Petroleum Development Company of Nigeria).

Nel 2019 la Corte dell’Aja aveva accettato di portare avanti il caso, ma già allora i giudici avevano specificato che le ricorrenti avrebbero dovuto dimostrare la colpevolezza della Shell.

La Kiobel, il cui marito è stato condannato a morte da un tribunale militare nigeriano nel 1995 insieme a altri 8 compagni, conosciuti come i 9 ogoni – tra loro anche il famoso scrittore Ken Saro-Wiwa -, presenterà  ricorso all’Aja. Channa Samkalden, l’avvocato che rappresenta le quattro vedove, ha detto che anche le altre tre signore starebbero pensando di ricorrere in appello.

All’epoca dei fatti, la Shell avrebbe chiesto al governo nigeriano di prendere misure contro i militanti, che protestavano contro l’estradizione del petrolio e l’inquinamento.

La Corte dell’Aja ha ascoltato cinque testimoni durante le udienze. Alcuni tra questi hanno confermato di essere stati pagati da rappresentanti della Shell per aver testimoniato il falso durante il processo che ha portato alla condanna a morte dei nove uomini.

Secondo il giudice del tribunale dell’Aja, Larissa Alwin, la deposizione dei testimoni si sarebbe basata in gran parte su supposizioni e interpretazioni, non ci sarebbero prove sufficienti sul fatto che il denaro elargito provenisse effettivamente dalla SPDC.

I nove attivisti furono arrestati e impiccati. All’epoca il processo fece scalpore nel mondo intero e l’esecuzione degli ogoni fu condannata dall’ opinione pubblica internazionale. Hameed Ibrahim Ali, oggi capo del servizio doganale nigeriano, fu un membro del tribunale militare che li sentenziò alla pena capitale.

Il Delta del Niger è una delle zone più ricche di greggio. Per anni è stato anche teatro di insurrezioni da parte di vari gruppi che protestano contro la devastazione sociale e quella ambientale causate dall’estrazione dell’oro nero.

La Shell è stata la prima compagnia petrolifera diventata operativa in Nigeria, nel lontano 1956.

Inquinamento da petrolio nel Delta del Niger (Courtesy Amnesty International)
Inquinamento da petrolio nel Delta del Niger (Courtesy Amnesty International)

Fino ad allora il Delta del Niger era un’oasi incontaminata. Le popolazioni vivevano in armonia con la natura, da cui ricavavano il necessario per vivere. In diverse aree il delicato ecosistema è stato distrutto e contaminato: basti pensare che milioni di litri di petrolio sono stati versati negli anni nel Delta del Niger. L’aria, i fiumi, i terreni sono inquinati, con effetti spesso devastanti per la salute della gente.

Il Delta del Niger è abitato da diverse etnie, tra le altre anche dagli ogoni. Una minoranza etnica di circa 500 mila persone con potere politico irrilevante. Gli abitanti della zona, non hanno tratto benefici dall’estrazione del greggio, anzi, le proteste dei residenti sono sempre state represse dai vari governi che si sono succeduti nel Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Quattro vedove portano in tribunale Shell per violazione diritti umani in Nigeria

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Sud Sudan: ONU accusa membri del governo di crimini di guerra

Africa ExPress
24 marzo 2022

Yasmin Sooka, presidente della Commissione dei Diritti umani in Sud Sudan, è molto preoccupata per quanto accade nel più giovane Paese della terra, che ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan solamente nel 2011.

Sud Sudan: stop alle violenze sessuali

Secondo il rapporto della Commissione del 18 marzo scorso, membri del governo del Sud Sudan sarebbero responsabili nel sud-ovest del Paese di violazioni dei diritti umani paragonabili a “crimini di guerra”. Sono stati individuati ben 142 persone sulle cui azioni la Commissione ritiene che sia assolutamente necessario indagare.

“Il Paese si trova in un momento davvero critico, i punti cruciali dell’accordo di pace non sono ancora stati attuati.  In una tale atmosfera, le elezioni previste e attese per il 2023 potrebbero riaprire nuovi sanguinosi conflitti”, ha sottolineato la Sooka, e ha aggiunto: “Sappiamo bene che gli occhi del mondo sono ora puntati sulla terribile guerra che si sta consumando in Ucraina, ma non dobbiamo dimenticare ciò che accade in Sud Sudan”.

A causa del conflitto interno milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. Gli sfollati sono oltre 2 milioni, i rifugiati nei Paesi limitrofi hanno raggiunto quota 2,3 milioni; 8,9 milioni di sud sudanesi necessitano urgentemente di aiuti umanitari. I morti non si contano più. Stupri e fame sono efficaci armi da guerra anche in Sud Sudan.

La Sooko ha poi spiegato che la comunità internazionale ha messo a disposizione del Paese 10 milioni di dollari americani per far fronte alla crisi umanitaria. Sono stati donati inoltre 80 mila sacchi di riso, destinati alle popolazioni colpite dalle inondazioni. Soldi e riso non sono mai arrivati a destinazione. I più bisognosi sono rimasti a stomaco vuoto, l’élite politica, affamata di denaro, avrebbe intascato tutto.

Già in un precedente rapporto la Commissione dei Diritti umani dell’ONU aveva denunciato ingenti sparizioni di denaro pubblico.

Violenze e abusi continuano senza sosta. La Commissione ha documentato numerose violazioni in  a Tambura, Warrup, Jonglei, Greater Pibor e Bentiu. Continui attacchi nei villaggi hanno portato al massacro di civili, spostamenti  forzati di residenti su base etnica, stupri e violenze sessuali contro donne e ragazze sono stati perpetrati in modo mirato, secondo la loro tribù di appartenenza.

Alla fine del 2021 anche l’Unione Africana aveva pubblicato un rapporto nel quale denunciava violazioni dei diritti umani in Sud Sudan, Paese che non trova stabilità malgrado il trattato di pace siglato nel 2018 a Khartoum, la capitale del Sudan.

Africa ExPress
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Sud Sudan: oggi 10 anni di indipendenza ma la pace è ancora lontana

Sud Sudan: Machar oggi firma il trattato di pace per mettere fine alla guerra civile

Sud Sudan: processo per stupro contro 5 straniere, solo un’italiana testimonia

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Dallo Yemen grandinata di missili huthi sul cuore petrolifero dell’Arabia Saudita

Africa ExPress
22 marzo 2022

Mentre gli analisti finanziari fanno le loro periodiche proiezioni sui profitti e aspettative di redditività di Aramco (compagnia petrolifera di Stato saudita) e la Saudi Air Force con United States Air Force fanno esercitazioni congiunte antiterrorismo nei cieli del Regno, una pioggia di droni e missili balistici da crociera (di fabbricazione iraniana) delle milizie Huthi ha investito l’Arabia Saudita prendendo di mira impianti petroliferi, del gas naturale e infrastrutture per l’approvvigionamento energetico (tutte di Aramco), nonché strutture civili strategiche e vitali del Paese.

Ben 5 diversi attacchi huthi che hanno preso di mira impianti produttivi del Regno; una prima esplosione ha interessato il centro di distribuzione petrolchimico Aramco di Jeddah causando un vasto incendio e provocando un calo temporaneo nella produzione della raffineria ma senza causare vittime e/o feriti.

Altri quattro attacchi della milizie Huthi hanno interessato un impianto di dissalazione dell’acqua ad Al-Shaqeeq gestito sempre dalla compagnia petrolifera di Stato Aramco, una centrale elettrica a Dhahran Al-Janub, una stazione di servizio nella città di Khamis Mushayt e un’impianto di gas naturale liquefatto (GNL) Aramco a Yanbu nel Mar Rosso.

Le riprese video, le immagini pubblicate su Twitter dall’agenzia di stampa saudita (SPA) e sui quotidiani arabi odierni, mostrano danni a edifici e auto ma nessun danno a persone.

Quest’ultima escalation di attacchi Huthi pare essere la risposta dei ribelli dello Yemen volti a far fallire i negoziati per colloqui di pace e giunge dopo che il movimento sciita yemenita filo-iraniano ha formalmente respinto l’invito del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) per un colloquio di pace da tenersi a Riyadh, in Arabia Saudita (tra il 29 marzo e il 7 aprile).

Il 20 marzo il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan. ha dichiarato che gli Stati Uniti condannano gli attacchi Houthi alle infrastrutture civili dell’ Arabia Saudita e hanno invitato i ribellii a cooperare con le Nazioni Unite per ridurre l’attuale conflitto.

Infatti l’inviato speciale delle Nazioni Unite Hans Grundberg domenica ha affermato che starebbe discutendo una possibile tregua almeno durante il mese sacro del Ramadan, che inizia il prossimo mese di aprile.
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I lanci di droni e missili balistici huthi in Arabia Saudita (forniti dall’Iran) ormai sono praticamente all’ordine del giorno tanto che quasi s’è perso il conto.

Le batterie antimissilistiche Patriot sono una delle armi più efficaci utilizzate dai sauditi e dagli Emirati Arabi Uniti per contrastare questi attacchi, ma ultimamente le scorte Patriot di Mohammed Bin Salman e di Mohammed Bin Zayed si sono quasi del tutto azzerate.

Provvidenzialmente è venuto in soccorso lo “Zio Sam” con la decisione di trasferire all’Arabia Saudita un consistente quantitativo di intercettori Patriot prelevandoli dalle scorte di munizioni statunitensi stoccate in Medio Oriente.

Un’operazione che non pare del tutto disinteressata; pompando armi all’Arabia Saudita l’amministrazione Biden spera che MBS poi, ricambi pompando a sua volta più petrolio agli States per mitigare l’impennata dei prezzi del greggio.

Del tutto casualmente qualche giorno fa (subito dopo il macabro spettacolo saudita) anche il premier britannico Boris Johnson è volato a Riyadh col cappello in mano per elemosinare un po’ di petrolio da MBS (in un’esecuzione di massa MBS ha fatto mozzare la testa a 81 persone). Sul mancato rispetto dei diritti umani, in tempi di austerity come questi, si può chiudere un’occhio, anche due …

Africa ExPress
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Mosca alla conquista dell’Africa sale al primo posto per la vendita di armi

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Marzo 2022

Nel periodo 2017-21 il commercio mondiale di armi è diminuito del 4,6 per cento rispetto al lustro precedente. È quanto afferma il prestigioso Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) nello studio Trends in international arms transfers, 2021, appena pubblicato. A livello continentale gli acquisti si sono così suddivisi: Asia e Oceania con il 43 per cento; Medioriente 32 per cento; Europa 13 per cento; Africa 5,8 per cento e Americhe 5,5 per cento. Nel quinquennio 2017–21 le importazioni di armi dei Paesi africani sono diminuite del 34 per cento rispetto agli anni 2012–16. Va considerato, tuttavia, che l’Egitto è compreso nei Paesi mediorientali.

Il commercio delle armi non conosce recessione

I maggiori fornitori dell’Africa sono stati: Russia, con il 44 per cento del totale continentale; USA con il 17 per cento; Cina con il 10 per cento e Francia con il 6,1 per cento. La notevole diminuzione è dovuta al minore invio a Algeria e Marocco, i due principali importatori del totale degli acquisti africani, ossia il 2,6 per cento del mercato globale. Il calo è stato pari al 37 per cento nell’ultimo quinquennio. Per quanto concerne il Marocco, gli acquisti di Rabat, sono diminuiti del 27 per cento nel medesimo periodo.

Il mercato delle armi dei Paesi dell’Africa subsahariana ha rappresentato il 2 per cento delle importazioni globali di armamenti nel 2017-21, con un calo del 35 per cento rispetto al periodo 2012-16.

I cinque maggiori importatori di quest’area geografica sono stati: Angola, Nigeria, Etiopia, Mali e Botswana. La Nigeria ha ricevuto 272 veicoli corazzati dalla Cina, 7 elicotteri dalla Russia, 3 aerei da combattimento dal Pakistan, 12 aerei da combattimento leggeri dal Brasile (attraverso gli Stati Uniti) e 9 motovedette dalla Francia.

L’Etiopia ha avuto mezzi di difesa aerei dalla Russia e dall’Ucraina nel periodo 2017-19, mentre nel biennio 2020-2021, lanciarazzi dalla Cina e droni dalla Turchia. Il Mali ha ottenuto da Mosca 4 elicotteri da trasporto e 4 elicotteri da combattimento; Bamako ha ricevuto anche 130 veicoli blindati dagli Emirati Arabi Uniti e 4 aerei da combattimento leggeri dal Brasile, attraverso il Sud Africa ha ricevuto 102 veicoli blindati, di cui almeno 70 pagati dalla Germania.

Va sottolineato il ruolo dell’Egitto, che nel lustro 2017-21 è divenuto il terzo importatore mondiale, passando dal 3,2 per cento del periodo 2012-16 al 5,7 per cento del lustro successivo (+73 per cento). I maggiori fornitori del Cairo sono stati Russia (44 per cento); Francia (21 per cento) e Italia (15 per cento).

Tutte queste armi, ovviamente, non hanno fatto altro che rafforzare l’apparato repressivo, garantendo il sostegno internazionale al regime di Al Sisi e sicuramente si tradurranno in ulteriori sofferenze. Le vendite italiane sono particolarmente inquietanti, anche alla luce dell’assassinio di Giulio Regeni. L’indignazione per tale morte non è stata seguita da fatti concreti, come sanzioni sul piano militare.

Il principale esportatore africano, come in passato, è stato il Sud Africa, con lo 0,3 per cento mondiale, i suoi principali clienti sono stati: Emirati Arabi Uniti, USA ed India.

Lo studio del SIPRI presenta alcuni fatti nuovi fra i principali esportatori mondiali: gli Usa si confermano saldamente al primo posto, con il 39 per cento totale, in crescita rispetto al passato; mentre la Russia si conferma al secondo posto, ma con un calo del 26 per cento, i suoi maggiori clienti sono stati: India, Cina e Egitto. Al terzo posto la Francia con l’11 per cento, in notevole crescita (+ 59 per cento), i principali acquirenti di Parigi sono stati: India, Qatar ed Egitto. La Cina segue al quarto posto con il 4,6 per cento (- 31 per cento).

Anche la Germania, sia pure al quinto posto con il 4,5 per cento, è in calo (- 19 per cento). Al sesto posto si posizione l’Italia, una novità significativa, con il 3,1 per cento complessivo.

Il nostro Paese supera così il Regno Unito, da sempre fra i principali fornitori. I maggiori clienti del “made in Italy” sono stati: Egitto (28 per cento), grazie a 2 fregate del valore di circa un miliardo di euro; Turchia (15 per cento) e Qatar (8 per cento). Ciò è particolarmente preoccupante: dell’Egitto è stato detto sopra e la Turchia è un Paese che continua a bombardare i curdi e reprime ogni dissenso.

Per i vari governi italiani, evidentemente, l’industria bellica è un’eccellenza da supportare, anche calpestando, di fatto, una normativa (la legge 185 del 1990), che vieta le vendite ai Paesi belligeranti e/o retti da regimi liberticidi.

Tutti questi affari non hanno aumentato la sicurezza internazionale, ma hanno solo alimentato i venti di guerra che soffiano in tante parti del mondo, riducendo al lumicino la spesa per lo sviluppo e per contrastare il cambiamento climatico o per produrre i vaccini contro il Covid 19. Ma i Governi si dimostrano subalterni alla lobby delle armi e incapaci di agire concretamente per la pace.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Arabia Saudita: business is buisness, Beretta S.p.A. si aggiudica fornitura di 3.500 mitragliatrici PMX

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
22 marzo 2022

Armi italiane per la Guardia pretoriana del regime saudita. L’azienda Beretta S.p.A. con sede a Gardone Val Trompia (Brescia) ha firmato un contratto per la fornitura di 3.500 mitragliatrici PMX di nuova generazione calibro 9×19 millimetri alla Guardia reale dell’Arabia Saudita, il corpo d’élite dell’esercito responsabile della protezione della famiglia reale.

Mitragliatrice PMX Beretta

Committente la Saudi General Authority for Military Industries (GAMI), l’Autorità Generale per le industrie militari dell’Arabia Saudita. Le mitragliatrici hanno la possibilità di sparare fino a 900 colpi al minuto.

Secondo il sito specializzato Edrmagazine.eu, l’accordo tra i dirigenti Beretta e i sauditi è stato sottoscritto in occasione della prima giornata del World Defense Show, la grande kermesse delle industrie militari mondiali tenutasi a Riyadh dal 6 al 9 marzo scorso.

Antonio Biondo, direttore generale vendite della società, leader nella produzione di armi leggere, ha spiegato agi inviati di Edrmagazine.eu che la mitragliatrice è stata testata per due anni dal GAMI e dagli ufficiali della Guardia reale. “Beretta ha anche ricevuto il certificato end-user e sta presentando la licenza all’esportazione alle autorità italiane prima di finalizzare l’accordo”, ha aggiunto Antonio Biondo. “Il contratto include pure una piccola quantità di accessori. Speriamo che questo sia il primo passo verso una più grande presenza della nostra società in Arabia saudita”.

Oltre alle PMX, le autorità militari saudite hanno testato altri prodotti da guerra Beretta, come le mitragliatrici della famiglia “Victrix” modello 308, 338 LM e calibro 0.50, così come i fucili da battaglia ARX200 la cui versione di ultima generazione DMR – Designated Marksman Rifle è stata presentata per la prima volta al pubblico proprio in occasione del World Defense Show.

Le mitragliatrici PMX sono in dotazione dell’Arma di Carabinieri da due anni. Adesso andranno ad armare il Reggimento della Guardia Reale dell’Arabia Saudita costituito da tre battaglioni di fanteria leggera, che oltre a garantire tutte le misure necessarie alla sicurezza e alla protezione del re e del principe ereditario in patria e all’estero, può essere impiegato direttamente in operazioni di combattimento insieme agli altri settori delle forze armate.

Al World Defense Show, oltre al Gruppo Beretta, erano presenti altre importanti industrie nazionali del comparto militare: Leonardo SpA, Fincantieri, Elettronica, Ferretti Security Division, la Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (AIAD), ecc.. Tra gli ospiti d’onore negli stand di guerra bianco-rosso-verdi, il ministro saudita delle Comunicazioni e dell’Informazione tecnologica, Abdullah Al-Shawa; il presidente del board dei direttori del ministero della Difesa, Ahmed Al-Katheeb; il sottosegretario di Stato alla Difesa italiano, Giorgio Mulè (Forza Italia).

Mulè ha visitato la fiera di Riyadh domenica 6 marzo, il giorno in cui Beretta ha concluso l’accordo dei 3.500 mitragliatori PMX.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sudafrica: la polizia di Johannesburg vieta marcia anti-xenofobia del 21 marzo, giornata contro l’intolleranza

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 marzo 2022

La polizia sudafricana è in stato di allerta per l’ondata di xenofobia che ha nuovamente investito il Paese. I capi delle forze dell’ordine hanno quindi vietato la marcia indetta a Johannesburg per il 21 marzo da una coalizione di organizzazioni della società civile, KAAX (Kopanang Africa Against Xenophobia). Il nuovo gruppo è stato fondato alla fine di febbraio di quest’anno, dopo nuovi disordini nei confronti degli stranieri e comprende sindacati, organizzazioni religiose e molte ONG.

Manifestazioni xenofobe in Sudafrica 2022

La data della manifestazione è stata notificata in tempo e debito alle autorità di Johannesburg, ma la polizia l’ha annullata perchè teme problemi di ordine pubblico, ritiene che la marcia potrebbe provocare nuovi scontri. Attivisti e organizzatori, invece, proprio in questo giorno avrebbero voluto mostrare il volto generoso, pacifico e tollerante dei sudafricani.

Il 21 marzo è una data significativa, in particolare per il Sudafrica, in quanto si celebra la giornata internazionale contro il razzismo, discriminazioni razziali, xenofobia e altre forme di intolleranza. Tale celebrazione è stata istituita dalle Nazioni Unite per commemorare il massacro avvenuto a Sharpeville, in Sudafrica, nel 1960.

In quella giornata, la polizia uccise 69 manifestanti neri che protestavano contro l’introduzione dell’Urban Areas Act, provvedimento in base al quale i cittadini sudafricani neri dovevano esibire uno speciale permesso se fermati nelle aree riservate ai bianchi. L’operato del governo sudafricano venne ufficialmente condannato dall’ONU.

Pare comunque inverosimile che la marcia sia stata vietata, e proprio in un giorno così importante per il Paese. La Carta dei Diritti, parte integrante della Costituzione sudafricana,  prevede: “Tutti  hanno il diritto di riunirsi, di manifestare pacificamente e disarmati e di presentare petizioni”. Anzi, marce del genere non necessitano nemmeno autorizzazioni da parte del governo o della polizia, bisogna solamente notificare alle autorità la data dello svolgimento della manifestazione.

Gli organizzatori si rivolgeranno alla Corte suprema per far annullare il provvedimento emanato dalla polizia contro la marcia anti-xenofobia che intendono programmare per un altro giorno.

A metà gennaio di quest’anno sono scoppiati nuovamente disordini a sfondo xenofobo contro lavoratori stranieri di altri Paesi africani presenti in Sudafrica. Anche a fine febbraio centinaia di manifestanti si sono radunati a Johannesburg con il nome di “Operation Dudula”, accusando immigrati senza regolare permesso di soggiorno di “rubare” i lavori poco qualificati ai sudafricani.

Nel Paese sono presenti più o meno 4 milioni tra rifugiati, migranti illegali, espatriati. E oggi, con un tasso di disoccupazione che è arrivato al 35 per cento, tra i giovani ha raggiunto addirittura il 66 per cento, riaffiora lo spettro della xenofobia. Momenti di gravi tensioni in tal senso si sono già verificati nel 2008, 2015 e 2019.

Per ora le manifestazioni xenofobe si sono svolte in modo pacifico. Gli organizzatori hanno vietato l’uso di armi, ma hanno voluto esprimere la loro frustrazione e il loro malcontento contro la presenza degli stranieri, urlando slogan: “Tutti gli appartamenti di Johanneburg sono occupati da stranieri, tutta la città è piena di non sudafricani”. Qualche minaccia è stata fatta anche ai datori di lavoro.

La tensione resta alta, i sentimenti xenofobi si propagano, e molti politici non fanno che incentivare l’odio nei confronti dello straniero. Recentemente il governo stesso ha dichiarato che alcuni lavori vengono per lo più svolti da mano d’opera non sudafricana. Ora è al vaglio una nuova legge sull’imposizione di eventuali quote.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Continua l’ondata di xenofobia in Sudafrica e la Nigeria rimpatria 600 concittadini

Sudafrica: morti e decine di arresti per una nuova ondata xenofoba

 

 

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Non solo Francia: anche armi italiane all’esercito di Putin

Speciale per Africa ExPress
m.a.a.
Milano, 19 marzo 2021

Una nostra affezionata lettrice ha postato sulla pagina Facebook di Africa ExPress una durissima critica all’articolo, pubblicato il 17 marzo, in cui raccontavamo come il consorzio di giornalisti investigativi Disclose aveva denunciato il comportamento della Francia che fino al 2020 ha venduto armi alla Russia di Putin.

Un veicolo militare italiano Iveco in Ucraina con l’esercito russo

Scrive infatti V.C. “Siete diventati il peggio del peggio. Vi state schierando apertamente a favore dei fascisti ucraini e dei loro pupari amerikani”. Noi con quell’articolo abbiamo semplicemente sottolineato che gli attori in guerra non sono solo russi e ucraini ma anche qualcuno che ora fa finta di niente e vuole apparire come un agnellino che non si rende conto del danno che ha provocato.

Tra questi ” protagonisti ignari” c’è anche l’Italia. E por questo che oggi pubblichiamo una parte dell’inchiesta realizzata da

Per questo oggi pubblichiamo un’inchiesta realizzata da Investigate Europe, altro gruppo di colleghi, carte alla mano denunciano comportamenti quantomeno impropri. In basso trovate anche il link dell’intera inchiesta che riguarda anche altri Paesi.

Non stiano dicendo, come maliziosamente insinuerà qualcuno, che Putin ha fatto bene a comprare armi dell’Italia. Stiamo stigmatizzando il comportamento di chi ha venduto materiale bellico e ora fa finta di non sapere che sarebbe stato usato in guerra. Per ora in Ucraina, ma chi ci dice che non sarebbe utilizzati dalle milizie mercenarie Wagner nel Sahel contro le truppe italiane?

Ecco la parte dell’inchiesta di Investigate Europe che riguarda l’Italia.

Italia: Veicoli terrestri sul fronte ucraino

Al terzo posto nella lista degli esportatori i dati COARM (Conventional Arms Export Control Outreach Project, organo dell’Unione Europea) mostrano l’Italia, che tra il 2015 e il 2020 ha venduto alla Russia attrezzature militari per un valore di 22,5 milioni di euro. Secondo l’inchiesta di Investigate Europe, il primo grande contratto firmato con la Federazione è avvenuto nel 2015, quando il governo di Matteo Renzi ha autorizzato la società italiana Iveco a vendere alla Russia veicoli terrestri per un valore di 25 milioni di euro.

Investigate Europe ha potuto leggere l'”autorizzazione finale” rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri (il ministro di allora era Paolo Gentiloni, oggi commissario europeo). Alla fine, la nostra ricerca mostra che solo 22,5 milioni di euro di attrezzature sono andate alla Russia.

Ma i veicoli da guerra – il modello Lynce, prodotto da IVECO – sono stati chiaramente avvistati da un giornalista del canale televisivo La 7 sulla linea del fronte ucraino, all’inizio di marzo.

Questi veicoli sono stati assemblati in una delle tre fabbriche che Iveco ha in Russia, ma assemblati con parti italiane.

Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (OPAL), ha detto a Investigate Europe: “Nell’esportazione di armi è soprattutto una decisione politica, il governo italiano avrebbe potuto rifiutare, poi andare in un legittimo processo con l’azienda di armi, e un giudice avrebbe tenuto conto della situazione politica e della necessità di rispettare un accordo europeo”.

Dopo il 2015, il flusso di armi e munizioni esportate in Russia dall’Italia è diminuito, per poi risalire nel 2021. Secondo l’ufficio statistico italiano, Istat, dati per il commercio estero, tra gennaio e novembre 2021 l’Italia ha consegnato alla Russia 21,9 milioni di euro di ‘armi e munizioni. Questo includeva “armi comuni” come fucili, pistole, munizioni e accessori.

Come è possibile che sei anni dopo l’entrata in vigore dell’embargo, il governo italiano possa ancora concedere così tante armi? Queste armi – fucili semiautomatici e munizioni – sono state vendute al mercato civile russo, che comprende sicurezza privata, para-militari e corpi speciali dello Stato”.

m.a.a.
Twitter @malberizzi

EU member states exported weapons to Russia after the 2014 embargo

Ucraina: aggirando l’embargo europeo, la Francia ha consegnato armi alla Russia fino al 2020

Sudafrica, il presidente riconosce il principe Misazulu come re degli zulu

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 marzo 2022

Anche il presidente sudafricano, Matamela Cyril Ramaphosa, riconosce ufficilmente il futuro re del popolo zulu, Misuzulu Sinqobile Zulu. Lo ha annunciato al “popolo arcobaleno” attraverso il sito ufficiale della Presidenza della repubblica e attraverso i profili social ufficiali twitter e facebook.

Misuzulu Sinqobile Zulu
Il principe Misuzulu Sinqobile Zulu

Il riconoscimento del presidente

“Il Presidente Ramaphosa trasmette i suoi più calorosi auguri a Sua Maestà il Re Misuzulu Zulu in occasione del suo riconoscimento come Re degli Zulu. Mi unisco a tutto il popolo del Sudafrica nell’augurare a sua maestà re Misuzulu Zulu un regno lungo e prospero – si legge nel comunicato. L’ascesa al trono da parte di Sua Maestà il Re Misuzulu Zulu è un momento di grande significato nella orgogliosa e illustre storia degli AmaZulu”.

Secondo la legislazione sudafricana la famiglia reale ha identificato il quarantottenne principe Misuzulu come la persona che si qualifica per assumere la posizione di re. Ciò per diritto consuetudinario e dei costumi ma è necessario il riconoscimento del presidente della repubblica. Misuzulu Sinqobile kaZwelithini è il secondo figlio di re Goodwill Zwelithini e il primo della regina madre Mantfombi.

Le dispute finite in tribunale

Un anno fa, il 13 marzo, moriva a 72 anni Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, dal 1968 re degli zulu. Dopo la sua morte c’è stato un tentativo per impedire l’inconorazione del principe Misuzulu. Nella famiglia reale, ci sono state varie dispute finite in tribunale per il diritto al trono e per l’eredità. Alcune delle mogli del defunto sovrano avevano anche affermato che il testamento del vecchio re gli era stato estorto.

Secondo alcuni membri delle famiglia reale non era in grado di intendere e di volere. L’Alta corte del KwaZulu-Natal, a Pietermaritzburg, ha risolto il problema: ha confermato che Misuzulu è considerato indiscutibilmente l’erede al trono.

Gli zulu sono l’etnia di maggioranza del Sudafrica. Sono 14,2 milioni di persone (26,4 per cento) distribuite in sette Paesi confinanti. La maggior parte, 13,6 milioni, vivono nell’ex colonia britannica, e si trovano nel KwaZulu-Natal (circa 8 milioni).

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Ventotto anni fa uccisi Ilaria e Miran: con Silvia e Giulio un mistero da svelare

Editoriale speciale per Africa ExPress e per Senza Bavaglio
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 20 marzo 2020

Ventisei anni fa venivano assassinati a Mogadiscio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin due colleghi la cui morte non è stata investigata abbastanza. Con Ilaria avevo un rapporto di sincera amicizia e profonda stima. La chiamavo “La sia sorellina” e lei rispondeva “Il mio fratellino”.

Purtroppo le indagini sull’omicidio state indirizzate malamente e superficialmente per dimostrare un’ipotesi che non è mai stata avvalorata con prove certe: “Stava investigando sulla Cooperazione, sul traffico d’armi o peggio di materiale nucleare”. Supposizioni fantasiose che nessuno è mai riuscito a provare. Neanche uno, invece, si è preso la briga di cercare di capire se l’omicidio potesse essere il risultato di una vendetta nei confronti dei “gal” (degli infedeli bianchi, in lingua somala), accusati di genericamente di aver esercitato il modo eccessivo il potere e nefandezze di vario tipo.

Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi fotografati fuori dall’hotel Salafi nel 1993

Il processo verso i militari italiani che avevano abusato di donne somale (ricordate le foto del settimanale Panorama dove si vedono militari italiani che infilano bossoli di proiettili di grosso calibro nella vagina di una donna somala?) è stato insabbiato, come sono stata gettate in pattumiera alcune denunce di cittadini somali che lamentavano maltrattamenti e torture.

Su un 130 militare: da sinistra, Cristiano Laruffa, Stefano Poscia, Laura Ceccolini, Ilaria e Massimo Alberizzi

Ancora irresponsabilmente da qualche parte si chiede di indagare sulle malefatte della cooperazione, ma nessuno tranne noi di Africa ExPress, pretende di muoversi a tutto campo. Chi face le fotografie pubblicate da Panorama fu minacciato e dovette lasciare l’esercito. Un altro caso italiano in cui la verità è stata sacrificata in nome ragion di Stato.

Noi siamo giornalisti e non possiamo, non dobbiamo, accettare nessun sacrificio della Verità (scritta con la V maiuscola). In troppi casi con la scusa di salvare “Interessi superiori” ci hanno chiesto di rinunciare alla giustizia. Ce lo stanno chiedendo anche ora con il silenzio completo e totale imposto sul rapimento di Silvia Romano e con irresponsabili balbettii del potere sull’omicidio di Giulio Regeni.

Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi, assieme ad altri giornalisti (si riconosce Stefano Poscia) a Mogadiscio

Il nostro è un Paese dove occorre ristabilire una coscienza civile libera da facili mode o dal politicamente corretto, dove la gente di sinistra ha comportamenti di destra e chi è di destra si muove come fa la sinistra. L’ideologizzazione di ogni cosa sta distruggendo il tessuto sociale del nostro Paese. Occorre ricominciare a indignarsi contro i soprusi, chiunque li eserciti, contro lo scippo delle libertà, che non si manifesta con la richiesta di restare in casa per bloccare il contagio da coronavirus sacrificio necessario e di buon senso, contro la corruzione dilagante, che troppi giustificano come una cosa normale,  contro l’adagio “mors tua vita mea”, ormai applicato in tutti i contesti, contro la distruzione dalla cultura sostituita da talk show demenziali o da tifoserie cavalcate a briglia sciolta dalla politica.

Più il popolo è ignorante, incolto e senza coscienza civile e più è facile da governare. Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Giulio Regeni assieme ad altri fanno parte di quei misteri che tutti a gran voce dovremmo chiedere che siano svelati: in nome della libertà e della democrazia.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

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Tutti fuggono dalle stesse bombe in Ucraina, ma per gli africani la fuga è molto più amara

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 marzo 2022

Bridged ce l’ha fatta. E’ riuscita ad arrivare in Polonia dopo un viaggio interminabile, costellato da mille difficoltà e angherie di tutti generi. Ora la 24enne studentessa nigeriana è in un campo per profughi a Varsavia.

Africani in fuga dalle bombe di Kiev

Spaventata dalle bombe su Kiev, la capitale dell’Ucraina, Bridged ha raccolto le sue poche cose ed è scappata immediatamente, anche se lasciare tutto non era proprio nei suoi programmi.

La giovane nigeriana avrebbe voluto terminare il suo corso di studi, mancava poco alla laurea in relazioni internazionali. Tutta la famiglia aveva investito nel suo futuro, le hanno dato i risparmi di una vita e il giovane marito ha persino chiesto un prestito in banca, impegnando un terreno dei genitori. Per mantenersi in Ucraina, Bridged faticava anche qualche ora al giorno come donna delle pulizie, sognando di poter ottenere un lavoro ben retribuito una volta laureata.

La giovane nigeriana è una dei molti studenti africani iscritti alle università del Paese ora in guerra. I più sono scappati con le proprie forze, senza l’aiuto o la protezione dei propri governi e come Bridged, hanno subito molte discriminazioni durante il lungo viaggio per raggiungere le frontiere dei Paesi limitrofi, anche se il governo ucraino e, in particolare quello polacco lo negano categoricamente. Sta di fatto che per i profughi africani, asiatici e mediorientali le code alle frontiere erano più che chilometriche, notti passate all’addiaccio, con poco o niente cibo e acqua.

Ora, malgrado sia al sicuro dalle bombe, Bridged è disperata, non riesce a dormire la notte. Sa che come cittadina extracomunitaria non potrà lavorare in Europa, sarà costretta a ritornare in Nigeria, senza laurea, piena di debiti e senza futuro.

Il 2 marzo la Commissione Europea ha attivato la prima direttiva sulla protezione temporanea per i rifugiati dello Stato in guerra. Iniziativa certamente lodevole, che prevede per i cittadini ucraini residenti in Ucraina (e ai loro figli e parenti stretti o coniugi e partner stabili) da prima del 24 febbraio 2022, un permesso di soggiorno valido un anno e rinnovabile di sei mesi in sei mesi fino a tre anni totali – con possibilità di andare a scuola, lavorare, ottenere assistenza economico-sociale e cure mediche.

Tutti i non ucraini non godono però degli stessi privilegi. Infatti, il provvedimento può essere esteso, secondo la discrezionalità dei singoli Stati, agli apolidi o stranieri residenti in Ucraina con permessi di soggiorno di lunga durata. Nulla è certo, invece, per coloro che godono di permessi a breve termine, come gli studenti. Non è detto che i vari Stati membri dell’UE siano disposti a concedere loro protezioni temporanee.

In Italia manca ancora il decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri (Dpcm) in tal senso per ora, lavoratori o studenti con permessi di breve durata, che fuggono dallo stesso inferno degli ucraini, non possono fare richiesta di residenza o di protezione temporanea nel nostro Paese.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

E Bridged dove andrà ora? A casa sua, in Nigeria, dove dal 14 marzo manca l’energia elettrica in tutto il Paese, dove da settimane scarseggia anche il carburante. Il presidente Muhammadu Buhari, ex golpista del 1983, eletto democraticamente nel 2015, mandato poi riconfermato nel 2019, questa settimana si è scusato con la popolazione per il “disagio”, per la mancanza di gas che alimenta le centrali elettriche.

Per i produttori di gas è ovviamente più redditizio esportarlo piuttosto di immetterlo sul mercato interno.

Come nel resto del mondo, anche nel colosso africano il prezzo del carburante è salito alle stelle perché, pur essendo il maggior produttore di greggio del continente, non possiede raffinerie e è dunque costretto a importarlo.

Nel prossimo futuro Buhari, come molti suoi omologhi di altri Paesi africani, potrebbe doversi confrontare con problemi ancora più gravi come conseguenza alla guerra in Ucraina.

Un severo peggioramento nel settore agricolo e alimentare è dietro l’angolo.  In Nigeria potrebbe colpire in modo particolare milioni di persone che vivono sulle sponde del bacino del lago Ciad, area che da anni è soggetta a una grave crisi umanitaria dovuta ai continui attacchi dei terroristi di Boko Haram e ISWAP (Islamic State West Africa Province), una fazione che si è staccata dallo storico raggruppamento terrorista Boko Haram nel 2016.

Di sicurezza alimentare si è parlato proprio in questi giorni in occasione del “4th Annual Nigerian Food Processing Nutrition Leadership Forum” che si è svolto a Lagos, capitale economica della Nigeria. Alla conferenza, organizzata dalla Aliko Dangote Foundation, the Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF) e TechnoServe e Strengthening African Processors of Fortified Foods (SAPFF), sono intervenuti anche diversi ministri e alti funzionari del gigante africano.

Il miliardario nigeriano, Aliko Dangote, ha detto che già dal prossimo giugno milioni di persone potrebbero subire le gravi conseguenze di una crisi alimentare e ha suggerito al governo di vietare l’esportazione di mais. Infatti, la Nigeria si posiziona al secondo posto nel continente per la produzione di questo prezioso cereale, ma è ovviamente più redditizio esportarlo in cambio di valuta straniera.

Nel biennio 2020-2021 il Paese ha importato il 98 per cento del fabbisogno di grano, i cui prezzi sono attualmente saliti alle stelle. Dunque proprio a causa della guerra in corso – l’Ucraina e la Russia sono tra i maggiori produttori di grano – si teme una forte espansione dell’insicurezza alimentare e con essa seri conflitti sociali in più parti del mondo.

Cornelia I. Toelgyes     
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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L’invasione russa getta nel panico migliaia di studenti africani intrappolati in Ucraina

Attorno al bacino del lago Ciad si consuma una delle peggiori crisi umanitarie

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