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L’Italia va alla guerra contro i pirati e spedisce una fregata nel golfo di Guinea

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Marzo 2022

Dallo scorso 7 marzo la Marina Militare italiana è tornata a pattugliare il Golfo di Guinea a “difesa” del traffico mercantile e delle grandi compagnie petrolifere, ENI in testa. Salpata dal porto di Civitavecchia il 24 febbraio, dopo uno scalo tecnico a Dakar (Senegal), la fregata missilistica “Luigi Rizzo” è giunta nelle acque del Golfo per concorrere alle operazioni militari USA-UE anti-pirateria. La missione in Africa occidentale si protrarrà sino alla fine di giugno.

La fregata “Luigi Rizzo” nel golfo di Guinea

La nave da guerra “Luigi Rizzo” (F595) è la seconda unità FREMM della classe Bergamini in configurazione multiruolo. Costruita negli stabilimenti di Fincantieri SpA, è stata consegnata alla Marina il 20 aprile 2017 e posta alle dipendenze della 1^ Divisione Navale di La Spezia. La fregata imbarca 131 militari tra cui un gruppo di fucilieri della Brigata “San Marco” ed è armata con potenti dispositivi di fuoco: cannoni Oto Melara da 76/62 mm e da 127/64 mm con munizioni guidate ad alta precisione Vulcano; mitragliere da 25/80 mm Oto Melara/Oerlikon GBM-A01; lanciatori per siluri da 324 mm MU-90 Impact; missili superficie-aria e antimissile MBDA Aster; un elicottero NH-90 dotato di siluri leggeri e missili anti-nave Marte Mk 2/S.

“Le capacità di scoperta e l’armamento la rendono idonea per svolgere tutte le missioni tipiche delle unità di questa classe”, spiega lo Stato Maggiore della Marina. “Tra esse la polizia dell’alto mare con l’assolvimento di operazioni antiterrorismo, di sorveglianza ed interdizione dei traffici illeciti, di prevenzione e controllo dell’immigrazione illegale, della protezione delle linee di comunicazione in mare e del traffico mercantile; le support-land operations, con la scorta a convogli o forze navali in transito, la protezione di siti terrestri e la difesa antiaerea degli stessi; il contrasto alla minaccia di superficie; il power projection support, con il coordinamento e il controllo di azioni contro costa, l’immissione di forze speciali e il supporto mediante impiego di armi contro obiettivi terrestri”.

A spiegare gli obiettivi e le finalità della missione italiana nel Golfo di Guinea sono i vertici della Marina Militare. “L’operazione che abbiamo denominato Gabinia è volta a garantire la vigilanza e la protezione degli interessi nazionali, nonché a sviluppare attività di cooperazione con le Marine partner e alleate presenti nella regione”, afferma l’ammiraglio Aurelio De Carolis, comandante in capo della Squadra Navale (CINCNAV).

“La Marina Militare è al servizio della comunità: quello che succede nel Golfo di Guinea ha un diretto impatto sul nostro Paese, sulla nostra industria e sul nostro commercio marittimo”, aggiunge l’ammiraglio Enrico Credendino, capo di Stato Maggiore. “Su nave Rizzo ci sono idealmente tre ministeri: quello della Difesa, quello degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e quello dello Sviluppo Economico; questo è un segnale di coesione del Sistema Paese verso la marittimità. Il task principale riguarda la prevenzione ed il contrasto della pirateria in quello specchio di oceano Atlantico, un fenomeno molto più agguerrito e notevolmente differente rispetto a quello che riguarda l’oceano Indiano”.

“Questa zona nel 2021 ha raggiunto gli onori della cronaca classificandosi come uno dei mari del mondo più a rischio per gli attacchi di pirateria e allo stesso tempo di estrema rilevanza per gli interessi nazionali correlati e per la sua stretta connessione con il Mediterraneo”, aggiunge il capo di Stato Maggiore. “Il Golfo di Guinea è da considerarsi il ponte per l’ingresso nel mare nostrum e gran parte dei prodotti e delle materie prime afferenti all’Africa occidentale transitano attraverso le principali vie di comunicazione marittime”.

Per la fregata missilistica “Luigi Rizzo” si tratta della terza missione in Africa occidentale. “Il 2022 segna il consolidamento di un livello maggiore di presenza e regolarità nell’azione della Marina nel Golfo di Guinea, raggiungendo gli 8 mesi all’anno”, avverte l’ammiraglio Enrico Credendino.

Una presenza dunque ancora più stabile per le unità da guerra italiane nelle acque prospicienti la Costa d’Avorio, il Ghana, la Nigeria e l’Angola. Una proiezione muscolare in nome e per conto del Sistema Italia, la cui denominazione voluta dal ministero della Difesa dovrebbe preoccupare forze politiche e società civile.

“L’Operazione Gabinia prende il nome dalla legge romana approvata nel 67 a.C. che concesse a Pompeo Magno i più ampi poteri possibili per condurre la guerra contro i pirati che ormai da decenni rendevano insicuro il Mediterraneo e le sue coste”, scrive lo Stato Maggiore della Marina. Una infausta reminiscenza storica che ci riporta allo strapotere che il Senato dell’antica Roma concesse al generale-condottiero in barba al diritto: massima libertà operativa nel Mare Nostrum e nella terra ferma sino a 50 miglia di distanza dalle coste con un’armata di 500 navi, 5.000 cavalieri e 120.000 fanti.

Con in più l’aggravante che l’approvazione della legge Gabinia segnò una tappa fondamentale nel collasso della Repubblica romana e nella fondazione dell’Impero, autoritario, militarista ed espansionista.

Nel testo approvato dal Parlamento nel luglio 2020 che ha dato il via al pattugliamento del Golfo, la nuova missione militare è inserita nel capitolo riservato al Potenziamento dei dispositivi nazionali e della NATO. “E’ autorizzato l’impiego di un dispositivo aeronavale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea con l’obiettivo di assicurare la tutela degli interessi strategici nazionali nell’area”, riporta il dispositivo.

“In particolare è previsto lo svolgimento dei seguenti compiti: proteggere gli asset estrattivi dell’ENI presenti in Nigeria e in Ghana; supportare il naviglio mercantile nazionale in transito; rafforzare la cooperazione, il coordinamento e l’interoperabilità con la Nigeria e gli altri Stati rivieraschi; garantire una presenza e sorveglianza non continuativa, con compiti di Naval Diplomacy”.

Una presenza in Africa occidentale per proteggere dunque petrolio, gas e gli interessi degli armatori italiani e, come enfatizzato dalla Marina, utile a “valorizzare e promuovere le peculiarità dei sistemi imbarcati sulle unità della classe FREMM”, cioè i cannoni, i missili e gli elicotteri prodotti dalle maggiori industrie nazionali del comparto militare.

Golfo di Guinea

Per comprendere cosa farà davvero nei prossimi mesi la “Luigi Rizzo” è utile riportare quanto fatto dall’unità da guerra gemella, la FREMM “Antonio Marceglia” nel corso della sua missione nel Golfo di Guinea dal settembre al dicembre 2021, sempre nell’ambito di Gabinia.

Transitando al largo delle coste senegalesi, il 19 settembre la “Marceglia” ha svolto un’intensa attività addestrativa con la fregata “Independência” della Marina Militare del Brasile, con abbordaggi del team della brigata “San Marco” ed appontaggi di elicotteri.

Il 3 ottobre 2021 la nave italiana ha effettuato una passing exercise (passex) con la fregata francese “Commandant Ducuing” nelle acque antistanti il delta del Niger, fragile e conflittuale regione africana in cui sono presenti infrastrutture estrattive delle società ENI e SAIPEM.

“La Passex è un esempio di cooperazione condotta regolarmente tra assetti navali alleati ed UE per migliorare l’interoperabilità dei mezzi e aumentare il livello di addestramento degli equipaggi e in particolare dei team specialistici”, riporta l’ufficio stampa della Marina. “Questo evento mirava in particolare ad addestrare il personale nell’impiego delle mitragliere automatiche OTO-Melara da 25/80 mm. A seguire, l’esercitazione ha visto il team della Brigata Marina San Marco e la controparte francese delle Troupes de Marine impegnati in attività di abbordaggio”.

Cinque giorni dopo la “Antonio Marceglia” interveniva in soccorso del mercantile liberiano “Queen Zenobia” al largo delle coste del Ghana, dopo aver ricevuto una comunicazione del Maritime Multinational Coordinatio Centre di Accra sulla presenza a bordo di persone estranee all’equipaggio.

Dopo aver lanciato in volo l’elicottero SH90 con a bordo un team di fucilieri della “San Marco”, il mercantile veniva scortato sino alla Nigeria dove veniva preso in consegna da un’unità di guerra nazionale che lo conduceva in porto a Lagos. Nessuna azione di pirateria, dunque, solo un intervento di pre-allarme ma sufficiente ad essere enfatizzato dai media come esempio chiave del ruolo della Marina italiana a presidio dei mari africani. Approdata nel porto ghaniano di Accra-Tema, la fregata ha poi ricevuto una speciale benedizione dal Nunzio Apostolico, monsignor Henryk Mieczysław Jagodziński. “Voi siete operatori di pace e la vostra presenza è al servizio di queste terre e dei suoi popoli”, aggiungeva il prelato.

Di ben altra portata militare e strategica la partecipazione di Nave Marceglia, a inizio novembre, all’esercitazione aeronavale multinazionale a guida francese GANO – Grand Africa NEMO 2021. “Essa ha promosso il concetto UE di Coordinated Maritime Presences nel Golfo di Guinea, con l’obiettivo di aumentare le capacità di interoperabilità ed info-sharing tra gli assetti europei dispiegati in area, per una risposta sempre più attagliata alle crescenti sfide in materia di sicurezza, quali la pirateria marittima ed i sequestri di marittimi a scopo di estorsione”, spiega la Difesa.

Ai war games hanno partecipato pure il pattugliatore oceanico brasiliano “Amazonas”, fregate e pattugliatori delle Marine di Belgio, Danimarca, Portogallo, Regno Unito e Spagna, unità di numerosi paesi africani (Angola, Benin, Camerun, Capo Verde, Congo, Costa d’Avorio, Gabon, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea Bissau, Guinea Equitoriale, Liberia, Marocco, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sao-Tomé e Principe, Senegal, Sierra Leone, Togo) e finanche alcuni marines assegnati al Comando delle Forza Navali USA per il continente africano (U.S. Naval Forces Africa – NAVAF) con quartier generale a Napoli. A coordinare la maxi-esercitazione il Centre Regional de Securité Maritime de l’Afrique Centrale (CRESMAC) ospitato a Pointe-Noire, Congo.

“Durante questa intensa settimana sono stati elaborati 20 scenari con lo scopo di simulare attività di Counter Piracy, Search And Rescue (SAR), operazioni anti-inquinamento ed addestramenti mirati al contrasto del traffico di armi, droga o migranti”, spiega la Marina italiana. “In particolare, Nave Marceglia ha interagito con la Marina ghanese e con lo United Nations Office on Drugs and Crime, simulando di essere un mercantile piratato (…) Nave Marceglia si è poi addestrata con la Marina del Benin, simulando di essere una petroliera sotto attacco e, successivamente, un traghetto coinvolto nel traffico di migranti.

Il 9 novembre, ultimo giorno dell’esercitazione, nelle acque antistanti Pointe Noire le unità di Italia, Francia, Danimarca e Brasile, insieme ad un mezzo d’assalto della Marina congolese, hanno condotto una parata navale e la simulazione di un attacco di pirati”.

Nuova esercitazione con le navi militari di Danimarca e Portogallo il 21 novembre 2021, a largo delle coste della Nigeria. “Al fine di affinare le tattiche operative e le capacità di intervento, le tre unità navali hanno svolto diverse manovre cinematiche, esercitazioni di segnali a lampi di luce e bandiere nonché procedure di comunicazione radiofoniche”, riporta la Marina italiana. “Il personale specialista ha svolto vicendevolmente gli abbordaggi, ponendo in essere le tattiche di inserzione a mezzo gommoni a chiglia rigida. La fregata italiana, al termine dell’esercitazione, ha virato la prora verso Accra, la capitale del Ghana, per una sosta logistica di ripianamento”.

Dopo una tappa a Libreville, Gabon, ospite d’onore il ministro della Difesa Michael Moussa-Adamo, la fregata FREMM ha raggiunto il porto di Monrovia (Liberia), per addestrarsi con unità specializzate della Marina liberiana. Poi un’ultima tappa a Dakar. “L’occasione è stata propizia per organizzare un evento trilaterale con un pattugliatore della Marina senegalese ed un aereo da pattugliamento marittimo Falcon 50 della Marine Nationale ”, annota lo Stato Maggiore della Difesa.

“Il corpo diplomatico italiano ha evidenziato nell’occasione l’importanza strategica che riveste il Senegal per l’Italia, ricordando la formazione di giovani allievi ufficiali senegalesi, ora Comandanti della Marina, presso gli istituiti di formazione della Marina”. Dopo il Senegal, la fregata “Antonio Marceglia” ha lasciato le acque del Golfo di Guinea e rientrare a La Spezia alla vigilia di Natale dopo una breve sosta operativa a Casablanca (Marocco) per svolgere l’esercitazione bilaterale ITA-MOR 21.

Tappa fondamentale dell’impegno della fregata nell’ambito dell’Operazione Gabinia l’“esercitazione di antipirateria” svolta il 28 ottobre 2021 in acque internazionali, in prossimità dell’isola di Bioko (Guinea Equatoriale) con la motonave veloce “Blue Brother” della Società Bambini S.p.A. di Ravenna, associata a CONFITARMA, la Confederazione Italiana Armatori. La “Blue Brother” opera da più di vent’anni nell’area tra il Golfo di Guinea e l’Angola a supporto di attività petrolifere offshore e l’addestramento con la FREMM è stata promossa in coordinamento con la Centrale Operativa del Comando CINCNAV e il Comando Generale del corpo della Capitaneria di Porto – Guardia Costiera.

“Dal 2020, anno in cui è iniziata l’Operazione Gabinia, la Marina Militare ha già effettuato altre esercitazioni similari che hanno coinvolto le fregate Luigi Rizzo e Federico Martinengo insieme alle unità da carico del Gruppo Grimaldi e di Carbofin S.p.A.”, spiega la Difesa. Come aggiunge CONFITARMA, le attività congiunte rappresentano un “importante test delle procedure di allarme e delle comunicazioni tra tutti i soggetti coinvolti, ma anche un’occasione preziosa per verificare i piani di sicurezza in vigore e mettere a punto l’interazione operativa e tattica tra le unità della Marina Militare presenti nell’area e il naviglio nazionale di volta in volta interessato”.

Intervenendo al convegno organizzato a Roma il 15 dicembre 2021 dalla Confederazione Italiana Armatori per celebrare i 120 anni della sua istituzione, il ministro della difesa Lorenzo Guerini ha enfatizzato la partnership tra forze armate e società private di navigazione. “In un sistema geopolitico sempre più fluido e dinamico caratterizzato da una crescente competizione per l’accesso alle risorse, il mare è sempre più la nuova frontiera dello sviluppo economico, commerciale, energetico, tecnologico e alimentare”, ha dichiarato Guerini. Da qui la necessità di “presidiare attentamente” l’ambiente marittimo.

“Ricordiamoci sempre che un mare sicuro è un mare poco costoso mentre un mare insicuro è un mare estremamente costoso”, aveva affermato due mesi prima a Report Difesa il presidente di CONFITARMA, Mario Mattioli, durante Seafuture 2021, l’esposizione internazionale dei sistemi navali dual use (militare-civile) di La Spezia. “Per noi armatori il rapporto con la Marina Militare è sempre più fondamentale per proteggere i traffici commerciali”.

Ottimo affaire quello militare-industriale: i costi della collaborazione sono a carico dei contribuenti italiani mentre i profitti restano in mano agli azionisti delle transnazionali petrolifere e delle compagnie di navigazione.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ucraina: aggirando l’embargo europeo, la Francia ha consegnato armi alla Russia fino al 2020

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 17 marzo 2022

In Africa cani e gatti ma, quando si tratta di affari, uniti e amici per la pelle. Francesi e russi litigano in Mali, in Centrafrica e nelle altre colonie transalpine, dove i contingenti dei legionari d’oltralpe si vedono scacciati dal mercenari della compagnia privata Wagner al soldo di Mosca.

Emmanuel Macron è l’unico leader europeo che dall’inizio della crisi ucraina poteva alzare il telefono e parlare tranquillamente con Vladimir Putin. Le cronache ci hanno parlato di conversazioni dei due uomini di Stato durate ore. Adesso un’inchiesta pubblicata del consorzio francese di giornalismo investigativo Disclose, spiega – documenti alla mano – perché: Parigi, violando l’embargo deciso dall’Unione Europea fino al 2020 ha fornito alla Russia interi arsenali di armi sofisticate.

Quelle armi ora sono adoperate dall’armata del Cremlino per compiere i cruenti massacri in Ucraina. Ma alcune le potremmo rivedere in Africa, utilizzate dei russi per combattere i francesi. La geopolitica non è una scienza esatta. Come le previsioni del tempo è soggetta a parecchie variabili alcune delle quali compaiono improvvisamente e sono difficili da individuare in anticipo.

I firmatari della inquietante inchiesta, Elie Guckert, Ariane Lavrilleux, Geoffrey Livolsi, Mathias Destal, cominciano raccontando che mercoledì 2 marzo, cioè dieci giorni dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Emmanuel Macron si è rivolto a 21 milioni di spettatori francesi sintonizzati in diretta: “Putin ha scelto la guerra”. Poi ha aggiunto: Le forze russe stanno bombardando Kiev e assediando le città più importanti del Paese. Centinaia di civili ucraini sono stati uccisi. Infine ha concluso: “Siamo al fianco dell’Ucraina”.

Un abitante di Irpin, a nord-ovest di Kiev, dopo un bombardamento russo, 13 marzo 2022. Fino al 13 marzo, 564 civili sono stati uccisi in Ucraina, secondo l’ONU. Dimitar Dilkoff/ AFP

In questi giorni però Emmanuel Macron ha trascurato di fornire un’informazione importante: tra il 2015 e il 2020, nonostante l’escalation militare con l’Ucraina, la Francia ha discretamente dotato l’esercito di Vladimir Putin delle recenti e sofisticate tecnologie militari. Attrezzature che hanno contribuito a modernizzare le forze di terra e di aria della Russia.

Dal 2015, 76 licenze di esportazione

Secondo documenti “confidenziali” ottenuti da Disclose e informazioni di intelligence reperibili da fonti aperte, la Francia dal 2015 ha rilasciato almeno 76 licenze di esportazione di materiale bellico alla Russia. Importo totale di questi contratti: 152 milioni di euro, come indicato nell’ultima relazione al Parlamento francese sulle esportazioni di armi, che però non specifica il tipo di attrezzature consegnate.

Secondo l’indagine di Disclose, queste esportazioni riguardano principalmente termocamere destinate ad equipaggiare più di 1.000 carri armati russi, così come sistemi di navigazione e rilevatori a infrarossi per aerei ed elicotteri da combattimento dell’aviazione. I principali beneficiari di questi contratti sono le società Thales e Safran, di cui lo stato francese è il maggiore azionista.

Ma le vendite di armi sofisticate alla Russia violano le decisione presa dall’Unione Europea il 1° agosto 2014. A partire da quella data l’Europa ha imposto un embargo sul materiale bellico destinato alla Russia.

Annessione della Crimea

Una risoluzione seguita all’annessione unilaterale della Crimea avvenuta nel febbraio 2014, all’autoproclamazione delle repubbliche separatiste filorusse di Luhansk e Donetsk due mesi dopo, e lo schianto di un Boeing 777 della Malaysia Airlines in volo da Amsterdam a Kuala Lumpur abbattuto da un missile terra aria russo il 17 luglio 2014 (i 283 passeggeri e i 15 metri dell’equipaggio rimasero tutti uccisi.

Nel 2015, sotto la pressione dei suoi partner europei e degli Stati Uniti, il presidente François Hollande aveva finalmente annullato la vendita di due navi Mistral alla Russia. Ciononostante sarebbero continuate altre consegne meno “visibili”.

I governi di François Hollande e Emmanuel Macron hanno approfittato di una scappatoia nell’embargo europeo: non è retroattivo. In altre parole, le consegne legate a contratti firmati prima dell’embargo possono essere mantenute.

Carri armati russi distrutti nella regione ucraina di Sumy, il 7 marzo 2022. Fotografia di Irina Rybakova/Servizio stampa delle forze di terra ucraine/ via Reuters

La Commissione europea lo ha confermato a Disclose, ma ha anche ricordato che queste esportazioni devono rispettare “la posizione comune del 2008” secondo cui gli Stati membri devono rifiutare le esportazioni di armi se possono provocare o prolungare un conflitto armato. Un rischio già da tempo presente in Ucraina.

Tuttavia, dal 2014, né François Hollande né il suo successore hanno messo fine alle consegne di armi alla Russia. Un paradosso, scrivono i giornalisti di Disclose, se si pensa che Emmanuel Macron è attivo da anni sulla scena internazionale per favorire per l’Ucraina la via diplomatica a quella delle armi.

Telecamere termiche

Nel 2007, la società Thales ha firmato un primo contratto con la Russia per la vendita di telecamere termiche Catherine FC. Poi un secondo, nel 2012, per l’esportazione di 121 telecamere Catherine XP – un altro modello della gamma – destinato all’ “esercito russo”, come riportato in una nota del maggio 2016 dal Segretariato generale per la Difesa e Sicurezza Nazionale (SGDSN), resa pubblica da Disclose. Secondo queste informazioni,  nel 2019 sono state consegnate alla Russia 55 telecamere Catherine XP.

Integrata nel sistema di puntamento di un carro armato – spiegano i quattro giornalisti di Disclose – la telecamera Catherine può rilevare obiettivi umani nel cuore della notte o individuare un veicolo in un raggio di dieci chilometri. Dà poi, a chi la possiede un vantaggio enorme, secondo la descrizione che ne dà la casa costruttrice di Thales: “Essere il primo ad aprire il fuoco”.

Le telecamere a infrarossi Catherine sono già state utilizzate in Ucraina nel 2014, durante il conflitto nella regione del Donbass, ai confini con la Russia, come testimonia il video qui sotto, girato all’epoca all’interno di un carro armato russo T-72.

Una scatola collegata a una telecamera Thales “Catherine”, fotografata in un carro armato russo abbandonato nel Donbass ucraino, nel 2014

Otto anni dopo, questa tecnologia francese con tutta probabilità fa parte dell’equipaggiamento dei carri armati che terrorizzano la popolazione ucraina, scrivono Elie Guckert, Ariane Lavrilleux, Geoffrey Livolsi e Mathias Destal.

Il 4 marzo di quest’anno, i combattimenti sono infuriati nella città di Zaporija, nelle vicinanze della più grande centrale nucleare d’Europa ed è scoppiato un incendio in uno degli edifici del sito. Nessun reattore è stato colpito, ma il giorno dopo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato il Cremlino di “terrore nucleare”. Secondo lui, i carri armati russi che erano in prima linea durante i combattimenti “sanno a cosa stanno mirando”, poiché sono “dotati di telecamere termiche”. Telecamere ad alta risoluzione che potrebbero quindi portare il logo Thales o quello delle sua concorrente, la Safran.

Secondo le informazioni riservate ottenute dai giornalisti di Disclose, la nota “confidenziale-difesa” del SGDSN (Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale), il gruppo Safran ha firmato la vendita di telecamere termiche “Matis STD” alla Russia nel novembre 2013. Nel 2016, 211 di queste telecamere a infrarossi dovevano ancora essere consegnate.

Le telecamere Matis STD sono utilizzate su tre tipi di carri armati russi: il T-72, il T-90 e il T-80 BVM. Tutti e tre sono attualmente presenti sul fronte ucraino, come dimostrano i video e le foto pubblicati sui social network. Come il carro armato russo che si può vedere nel video sui sotto.

 

Stesso ragionamento vale per i carri armati T-72, distrutti dall’esercito ucraino, le cui fotografie sono state postate si Twitter.

Quest’altro video mostra un convoglio di truppe russe, distrutto dalla resistenza ucraina vicino al Chernihiv. Il carro armato che si vede potrebbe essere equipaggiato con i sofisticati visori forniti dalla Francia.

La forza aerea del Cremlino

L’industria francese delle armi ha equipaggiato con sistemi di puntamento sofisticati anche la forza aerea russa, ma il governo francese non sembra essersi mai preoccupato delle possibili conseguenze.

Sempre secondo le informazioni confidenziali pubblicate da Disclose, un contratto firmato nel 2014, con consegne effettuate fino al 2018, il gruppo Thales ha equipaggiato 60 caccia Sukhoi SU-30 con il suo sistema di navigazione TACAN, il suo display video SMD55S e il suo visore HUD sono di ultima generazione.

Questi jet, che hanno già ucciso decine di migliaia di civili in Siria, stanno bombardando l’Ucraina giorno e notte da febbraio. I SU-30 sono stati filmati mentre sorvolavano la regione di Soumy, nel nord-est dell’Ucraina, e a Mykolaïv e Chernihiv il 5 marzo, poco prima di essere stati abbattuti dalla contraerea ucraina.

Secondo il sito russo Topwar, il gigante aerospaziale ha anche consegnato il suo sistema di navigazione TACAN pronto per esser utilizzato sui caccia Mig-29. Forniti dai francesi ai russi anche un ventina di caschi Topowl con schermi infrarossi e binocoli.

Non da ultimo i Mig-29 e SU-30 di Mosca sono anche dotati di un sistema di navigazione consegnato da Safran dal 2014: il Sigma 95N. Questa tecnologia permette ai piloti di localizzarsi senza bisogno di satelliti americani o europei.

 

Elicotteri da guerra

Allo scoppio delal guerra, il 24 febbraio, gli elicotteri Ka-52 sono stati tra i primi a sorvolare il territorio ucraino, come dimostrano le numerose immagini pubblicate sui social network. Alcuni di loro sono stati rapidamente messi fuori combattimento e hanno potuto essere fotografati da vicino.

La stessa agenzia di stampa governativa russa RIA Novosti ha pubblicato le immagini di uno di questi elicotteri mentre lancia missili nella campagna ucraina.

Per rintracciare gli obiettivi nel cuore della notte, questi elicotteri militari possono anche contare su un sistema francese di imaging a infrarossi prodotto da Safran, come rivelato dal sito web investigativo EU observer nel 2015.

Un contratto da 5,2 milioni di euro

Secondo la nota “confidenziale-difesa” del SGDSN, la società Sofradir di proprietà di Thales e Safran, non ha perso l’occasione di fare un affare con il capo del Cremlino e gli ha venduto telecamere a infrarossi. Sofradir ha firmato un contratto da 5,2 milioni di euro con la Russia nell’ottobre 2012. Quattro anni dopo, sempre secondo la nota della SGDSN, dovevano essere consegnati a una società di difesa russa “258 rivelatori infrarossi”:

ONU caro armato russo distrutto dagli ucraini

Contattato da Disclose, il gruppo Safran ha assicurato di “rispettare scrupolosamente i regolamenti francesi ed europei” e di non aver fornito “attrezzature, componenti, servizi di supporto o di manutenzione alla Russia” dall’embargo europeo del 2014. Thales invece non ha voluto rispondere alle domande dei giornalisti investigativi. Il governo francese, dal canto suo, ha reagito solo dopo la pubblicazione dell’inchiesta su Twitter.

Ammissione di Parigi

Il portavoce del ministero delle forze armate, Hervé Grandjean, ha riconosciuto che “la Francia ha permesso l’esecuzione di alcuni contratti assegnati dal 2014”. Ha poi aggiunto: “Nessuna consegna è stata fatta alla Russia dall’inizio della guerra in Ucraina”.

Il reportage di Disclose si conclude così: “Decidendo di continuare queste consegne alla Russia almeno fino al 2020, la Francia ha dato un’ulteriore risorsa militare a Vladimir Putin. Un sostegno imbarazzante a colui che il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, ha qualificato, all’inizio della guerra, come un “dittatore”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

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Elie Guckert, Ariane Lavrilleux, Geoffrey Livolsi & Mathias Destal

Israele blocca i pellegrinaggi durante le festività pasquali agli etiopici cattolici

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 marzo 2022

Israele ha vietato l’entrata agli etiopici per le prossime festività pasquali. Le agenzie di viaggio hanno confermato di aver ricevuto una lettera da Population and Immigration Authority, nella quale l’ufficio ha precisato che ogni etiope che desidera entrare in Israele deve contattare via email il dipartimento immigrazione per ottenere eventualmente il visto.

I pellegrini cattolici etiopici non potranno andare in Israele per Pasqua

Il governo teme che i pellegrini cattolici etiopici, che ogni anno giungono numerosi in Israele per Pasqua, potrebbero non tornare a casa, a causa del conflitto che insanguina il nord del Paese dall’inizio di novembre 2020. In passato, ha sottolineato l’ufficio, molti turisti religiosi sarebbero rimasti in Israele illegalmente.

Israel Incoming Tour Operators Association ritiene tale provvedimento discriminatorio, in quanto viene applicato unicamente ai turisti etiopici; l’associazione ha aggiunto che molti gruppi, che avevano già programmato il viaggio, hanno scritto lettere di protesta all’ente preposto all’applicazione della norma. Dal canto suo il ministero degli Esteri di Addis Abeba ha detto di essere all’oscuro della norma imposta dal governo di israeliano.

Se da un lato il governo del primo ministro israeliano, Naftali Bennett, applica norme discriminatorie nei confronti degli etiopi, la Corte suprema ha annullato pochi giorni fa l’ordinanza provvisoria dello scorso febbraio, che aveva imposto una sospensione dell’immigrazione di ebrei etiopici, i falash mura.

I falash mura sono una comunità che, come i falascia, si considera discendente degli antichi ebrei etiopi. Fanno risalire le loro origini all’unione tra re Salomone e la regina di Saba o a una delle “dieci tribù perdute” di Israele.

Sono noti anche col termine Beta Israel, che significa Casa Israele, ed è da loro preferito, vista l’accezione negativa che la parola falash ha assunto in amarico, e che significa “esiliato” o “straniero”.

Etiopia: Falash mura

Ma differenza dei falascia, i mura sono ebrei etiopi che – sottoposti ad angherie per il loro credo – si sono convertiti al cristianesimo nell’Ottocento e dunque non possono godere della legge del ritorno. Nel 2015 il governo israeliano aveva però adottato all’unanimità un piano che prevedeva di accogliere 9 mila falash mura entro il 2020, persone considerate come aventi diritto a emigrare in Israele e che dimostravano la volontà di convertirsi all’ebraismo. Si tratta più che altro di un piano di ricongiungimento familiare per coloro rimasti in Etiopia, ma avendo almeno un parente nello Stato ebraico.

Pnina Tamano-Shata, ministro israeliano dell’Integrazione di origine etiopica e l’Alya – l’agenzia ebraica che segue le pratiche del ritorno e che ha diversi uffici in giro per il mondo –  hanno ringraziato la Corte suprema per aver congelato la precedente norma.

“Continuerò a battermi per coloro che attendono da anni in Etiopia il trasferimento alla volta di Israele. Hanno già sofferto abbastanza. Ora posso portarli qui immediatamente. Sono il ministro di tutti e pertanto mi impegnerò anche per gli ebrei ucraini e non solo. Lotterò per tutte le persone di religione ebraica della diaspora che desiderano immigrare nel nostro Paese”, ha puntualizzato la signora Tamano-Shata.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Israele: arrivano etiopi ebrei convertiti al cristianesimo, riconvertiti all’ebraismo

Israele: rivolta degli ebrei di origine etiopica dopo l’uccisione di un giovane

Drone connection Israele-Uganda, affari e scambi di favori in primo piano

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
16 marzo 2022

E’ l’Uganda il nuovo cliente d’oro delle industrie israeliane produttrici di droni da guerra.

Defenceweb, sito sudafricano specializzato nel settore militare, ha rilanciato un video postato il 24 febbraio 2022 dal generale Muhoozi Kainerugaba (comandante delle forze terrestri e figlio del presidente della Repubblica dell’Uganda), in cui compaiono alcuni militari in addestramento con un grande velivolo senza pilota d’intelligence del tutto simile all’Hermes 900 prodotto dal gruppo industriale Elbit Systems Ltd, di Haifa, Israele.

Drone Hermes 900, prodotto dal gruppo industriale Elbit Systems Ltd, di Haifa, Israele

Nelle immagini il drone viene inquadrato all’interno di un hangar delle forze armate ugandesi (UPDF – Uganda People Defence Force) alla vigilia di un’operazione militare contro i ribelli filoislamisti dell’Allied Democratic Forces (ADF).

Con un’apertura alare di 15 metri e un peso di 1.180 kg, l’Hermes 900 è un velivolo del tipo MALE (medium altitude long endurance) potendo raggiungere i 30.000 piedi d’altezza al suolo (9.144 metri) e volare ininterrottamente sino a 30-36 ore.

L’Hermes 900 è una versione molto più sofisticata del predecessore Hermes 450: può atterrare e decollare in piena autonomia in qualsiasi scalo aeroportuale (compresi quelli privi di strumentazione per il controllo aereo) in quanto dispone di propri sistemi di identificazione, controllo e comunicazione radio e via satellite.

Il drone israeliano è dotato inoltre di numerosi e sofisticati sistemi elettronici e radar elettro-ottici-infrarossi-laser, torrette di sorveglianza e individuazione degli obiettivi, ecc.. L’Hermes 900 è utilizzato dal 2009 dai militari israeliani per gli interventi di guerra a Gaza, in Siria e in Libano ed è stato acquistato anche dalle forze armate di Azerbaijan, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Svizzera, Messico, Filippine e dalle Nazioni Unite per la missione MINUSMA in Mali.

Nel febbraio 2019 era stato il periodico East African a rivelare la possibile consegna all’Uganda di due dozzine di droni Hermes 900 per “attività di sorveglianza, raccolta dati di intelligence, acquisizione dei target e riconoscimento ISTAR, sicurezza interna e delle frontiere, pattugliamento marittimo, missioni di emergenza post-disastri”.

Oltre alla consegna dei droni Elbit Systems Ltd. si è incaricata pure della realizzazione di un grande centro per il controllo del traffico aereo dell’aeronautica militare ugandese, i cui lavori – secondo Africanintelligence.com – sono stati avviati nel maggio 2021 nell’ambito di un accordo di cooperazione militare Israele-Uganda sottoscritto due anni e mezzo fa.

In verità è molto più datata la drone connection tra le forze armate di Kampala e le industrie belliche israeliane. Nel 2009 Zvika Nave, amministratore delegato di Innocon Ltd. (società leader nella produzione di velivoli senza pilota di piccole dimensioni e sistemi di comando, controllo e comunicazione aerei, con quartier generale a Holon), aveva confermato l’avvio di una trattativa con le autorità ugandesi per la fornitura di velivoli a controllo remoto per lo svolgimento di “missioni di raccolta di informazioni” lungo i confini del paese africano.

Due anni più tardi (febbraio 2011), fonti di stampa ugandesi hanno riportato la notizia di una commessa governativa per un imprecisato numero di droni di sorveglianza Orbiter 2, assegnata alla società israeliana Aeronautics Defense Systems Ltd. con sede a Yavne. Nello stesso anno, il 13 novembre, l’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, si è in visita ufficiale a Kampala per incontrare il presidente Yoweri Museveni e discutere su possibili accordi di cooperazione nel settore agricolo e militare.

In quell’occasione, in particolare, i media ugandesi scrissero che il presidente Museveni aveva “espresso l’interesse di acquistare droni e mortai” e “ammodernare i mezzi dell’aeronautica militare”.

Il premier Benjamin Netanyahu è stato ospite del governo di Kampala anche nel luglio 2016, in occasione del 40° anniversario del raid di un commando israeliano nell’aeroporto di Entebbe per liberare i passeggeri di un aereo dell’Air France decollato da Tel Aviv e dirottato in Uganda – via Libia – da alcuni membri del Fronte Popolare della Liberazione della Palestina e delle Cellule Rivoluzionarie tedesche. Nel corso del blitz rimasero uccisi sei dirottatori, tre ostaggi e il comandante delle forze d’assalto israeliane, Yonatan Netanyahu, fratello del leader del Likud.

A Kampala Netanyahu assicurò ai partner ugandesi un pacchetto di aiuti economici e militari per oltre 13 milioni di dollari e presenziò pure a un summit anti-terrorismo cui parteciparono i vertici delle forze armate di Uganda, Kenya, Ruanda, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania e Sud Sudan.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda

A inizio 2019 è stata una delegazione del ministero della Difesa israeliano guidata dal generale Michel Ben Baruch (direttore per la cooperazione internazionale) a recarsi in visita in Uganda. Secondo le autorità ugandesi, nel corso del meeting è stato discusso il rafforzamento della collaborazione nella lotta al terrorismo e a un’ulteriore professionalizzazione dell’Uganda People Defense Force (UPDF).

“Oggi l’Uganda è uno dei Paesi africani con cui Israele intrattiene una relazione amichevole e dove le imprese israeliane operano nei campi delle costruzioni, delle infrastrutture, delle tecnologie avanzate e delle telecomunicazioni, dell’agricoltura e della gestione acque”, annota l’ufficio diplomatico israeliano. “Ci sono sforzi comuni tra i governi dei due Paesi per assicurare un’espansione di queste reciproche e benefiche relazioni economiche”.

Tra i settori più redditizi dell’export israeliano in Uganda, ovviamente le armi. L’autorevole Istituto di Ricerche per la Pace SIPRI di Stoccolma ha documentato rilevanti acquisizioni di materiale bellico israeliano da parte della repubblicana africana a partire del 2002. Una delle maggiori forniture è stata effettuata nel 2013 dopo che gli ugandesi dichiararono la disponibilità ad accettare nel proprio Paese l’arrivo di richiedenti asilo eritrei e sudanesi deportati da Israele.

Parte di queste armi sarebbero state trasferite semi-clandestinamente a Paesi terzi impegnati in conflitti armati. Secondo un rapporto redatto da un comitato di esperti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel 2014 un’imprecisata quantità di fucili e armi leggere made in Israele fu inviata da Kampala al governo del Sud Sudan. L’export di sistemi da guerra all’Uganda è stato stigmatizzato da alcune organizzazioni non governative israeliane.

Dopo la pubblicazione di alcune foto che ritraevano le unità dl Comando delle Forze Speciali ugandesi armate di fucili Galil-Ace e Tavor e mitragliatrici Uzi di fabbricazione israeliana, l’avvocato difensore dei diritti umani Eitay Mack chiese all’Agenzia di Controllo sui trasferimenti di armi di bloccare l’esportazione all’Uganda.

Le Forze Speciali ugandesi (guidate dal 2011 al 2017 dal figlio del presidente Muhoozi Kainerugaba), sono accusate di aver represso nel sangue alcune manifestazioni popolari di protesta contro il governo e di gravi violazioni dei diritti umani.

Il 25 gennaio 2021 è stato il membro della Knesset Ofer Cassif del partito Hadash a chiedere al ministro della difesa Benny Gantz di bloccare la vendita di armi al Comando delle forze speciali ugandesi, definendole una milizia privata associata al leader Yoweri Museveni. “Crimini di guerra e gravi e metodiche violazioni dei diritti umani per consentire a Museveni di aggrapparsi alle redini del potere sono state le caratteristiche dell‘Uganda per diversi anni in passato”.

Gli affari però sono affari e adesso Gerusalemme invia a Kampala decine di droni di guerra.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Parola d’ordine in Israele per richiedenti asilo: detenzione o deportazione

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Orrore in Etiopia: bruciano vivo un oppositore tigrino e vogliono mangiarne la carne arrosto

Africa ExPress
15 marzo 2022

Bruciato vivo in Etiopia un uomo originario del Tigray. Alcuni degli autori del criminale gesto indossavano uniforme dell’esercito, altri quelle delle forze di sicurezza regionali. Un’esecuzione in piena regola, ripresa in un video, postato suoi social media la scorsa settimana.

Nel raccapricciante filmato si vedono uomini in uniforme, mentre trascinano la vittima verso una pira fumante, dove sono appena distinguibili i corpi di altre persone, già parzialmente bruciati. A nulla servono le urla spietate della vittima, colpevole solo di appartenere a un etnia non gradita dai militari e agenti presenti. La richiesta di essere risparmiato da una morte così crudele rimane inascoltata. Incuranti delle urla, gli aguzzini lanciano la vittima nel fuoco e sghignazzando, si chiedono come consumare la carne, se accompagnata da injera (pane tradizionale) o con il pane.

Un portavoce del servizio addetto alle comunicazioni del governo etiopico, ha fatto sapere che il crudele omicidio è accaduto nella regione di Benishangul-Gumuz, a Ayisid Kebele della zona di Metekel. Finora non è stata resa nota la data precisa dell’esecuzione. Benishangul-Gumuz, che si trova nella parte occidentale del Paese, da oltre un anno è teatro di frequenti violenze etniche, che finora hanno causato la morte di centinaia di civili. La regione in questione non è direttamente coinvolta nel sanguinoso conflitto scoppiato nel novembre 2020 tra le forze etiopiche e il TPLF (Tigray People’s Liberation Front).

Durante il periodo in cui è rimasto in vigore lo stato d’emergenza imposto dal governo (da novembre a febbraio) secondo i dati delle Nazioni Unite, sono stati arrestati oltre 15 mila tigrini. Le autorità avevano il potere di detenere i cittadini senza capi d’accusa; non era necessario alcun mandato per perquisire le case e/o altro.

Di fronte alle atrocità commesse ora, si sono indignate persino le autorità di Addis Abeba e hanno promesso di avviare un’indagine su quanto è accaduto e di perseguire penalmente i responsabili di questi atti disumani.

L’Ethiopian Human Rights Commission sta già investigando sull’orrendo crimine commesso; in base ai dati finora raccolti, ha fatto sapere che alcuni soldati etiopici avrebbero fermato un pullman sul quale viaggiavano 8 tigrini appena rilasciati di prigione, accusandoli di voler preparare un attacco, perchè trovati in possesso di un cellulare satellitare e soldi in contanti.

Gli uomini sono stati trattenuti e picchiati da agenti della sicurezza, che hanno poi sparato contro i poveracci; infine hanno bruciato i loro corpi martoriati dalle pallottole.

Sempre secondo quanto riportato dalla commissione, poco dopo militari e agenti avrebbero scoperto un’altra persona originaria del Tigray, nascosta in un’automobile. L’uomo sarebbe stato legato e buttato ancora vivo nel fuoco. La commissione ha confermato la presenza di militari etiopici, altri con uniformi dell’Amhara e altri ancora della regione delle Nazioni (Southern Nations, Nationalities, and People’s Region). Finora non è stato trapelato chi tra questi abbia gettato vittime nel rogo.

Nella giornata di ieri l’ambasciata degli Stati Uniti accreditata a Addis Abeba ha postato sul suo account Twitter un post sul terrificante fatto accaduto nella regione Benishangul-Gumuz.

Africa ExPress
@africexp
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In Arabia il rinascimento saudita supera se stesso: condanne a morte a raffica, 81 in un solo giorno

Africa ExPress
Riyad, 14 marzo 2022

Certo che la stampa araba, a volte, è davvero bizzarra. L’Arabia Saudita continua a sfornare missili balistici a ripetizione (grazie ai cinesi) e poi protesta per l’arsenale di missili balistici Iraniani.

Ultimamente invece capita sempre più spesso di leggere sulla stampa araba articoli che condannano le barbare pratiche iraniane d’infliggere la pena di morte per impiccagione. Ecco un piccolo esempio. Il titolo è assai esplicativo: “L’indignazione internazionale di fronte alle violazioni dell’Iran”.

E il testo: “ll motivo è l’esecuzione di un giovane. Le autorità iraniane hanno giustiziato all’alba di mercoledì, un ragazzo condannato per omicidio. Era stato arrestato quando aveva solo 17 anni. Nonostante i ripetuti appelli di organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, di fermare l’esecuzione della sentenza, la condanna a morte è stata eseguita contro Arman Abdelali, 25 anni, nel carcere di Rajaei Shahr vicino a Teheran, secondo la legge retributiva” giustizia retributiva (che consente ai congiunti della vittima di chiedere la condanna a morte, la diya, compensazione in danaro, o concedere la grazia, ndr) richiesta dalla famiglia della vittima.

Amnesty International aveva lanciato un appello all’Iran affinché sospendesse l’esecuzione dell’uomo condannato a morte, ritenendo che la sentenza fosse stata emessa nei suoi confronti in un “processo estremamente iniquo” poiché le confessioni sono state estorte sotto tortura.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e le ONG occidentali denunciano regolarmente le esecuzioni di persone condannate per presunti reati commessi quando erano minorenni, in violazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, che l’Iran ha ratificato”.

Il testo qui sotto riportato è stato scritto dal giornale Asharq al-Awsat del 24 novembre 2021. E’ un quotidiano panarabo diretto dal principe saudita Faisal bin Salman al Saud, fratello del principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman, noto alle cronache perché accusato dalla CIA di essere il mandante del barbaro omicidio del giornalista Jamal Khashoggi (torturato e segato in pezzi con la motosega nel consolato dell’Arabia Saudita di Istambul per suo ordine).

Mohammed bin Salman è lo stesso principe ereditario che dal 2015 fa bombardare centri abitati, ospedali, scuole e civili in Yemen.

Orbene, in Arabia Saudita, sotto il “Nuovo Rinascimento” del principe “riformatore”, Mohammed bin Salman, appunto, proprio ieri è stato superato il Guinness World Record di condanne a morte con la scimitarra, eseguite tutte nello stesso giorno.

Ben 81 esecuzioni di fila, una dietro l’altra, come in una catena di montaggio. Ma si badi ben, non è una pena di morte così cruenta e crudele come l’impiccagione praticata in Iran, poiché viene inflitta con una grande spada (appunto la “scimitarra araba” spada molto in voga al tempo delle Crociate) strumento che riesce a mozzare la testa del condannato in un sol colpo, senza la necessità di dover fare il bis.

Una spada dalla lama ricurva, pesante e micidiale, impiegata dagli arabi per applicare gli insegnamenti del Corano, così come prescritto dalla Sharia. La stampa Araba ha il buon gusto di additare l’Iran come Stato-canaglia perche ”sopprime i diritti delle minoranze, soprattutto degli avversari politici.

Secondo Albiladdaily il quotidiano saudita di Jeddah, edizione del 31 gennaio 2021, in Iran è severamente vietato dire ciò che pensi, e per sopprimere le persone vengono utilizzate condanne arbitrarie ed esecuzioni sommarie. Il sistema degli ayatollah è basato su processi farsa con accuse senza prove e una catena infinita di abusi  contro i diritti umani”. Insomma, il bue dà del cornuto all’asino.

E’ stata l’agenzia di stampa statale Saudi Press Agency a dare per prima la notizia che nelle ultime 24 ore, in Arabia Saudita c’è stata la più grande esecuzione di massa nella storia moderna del Paese.

Sono state giustiziate 81 persone, tra cui sette yemeniti e un cittadino siriano, mandate al patibolo con l’accusa di “fedeltà a organizzazioni terroristiche straniere” e “credenze devianti”.

Onde evitare ondate d’indignazione collettiva i sauditi hanno precisato però che tutti i condannati a morte hanno avuto un “equo processo”. Le varie organizzazioni umanitarie ovviamente non concordano, e hanno denunciato processi sommari con accuse senza prove.

A molti imputati sono state estorte le confessioni sotto tortura ed inoltre molti condannati sono stati arrestati quando erano ancora minorenni, quindi non punibili con la pena capitale secondo diritto internazionale che pure dovrebbe essere in vigore nel Regno (infatti l’Arabia Saudita ha ratificato nel 1996 la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia che vieta la condanna a morte e l’ergastolo senza possibilità di liberazione per persone di età inferiore a 18 anni al momento dei fatti di cui sono imputati).

“Questi individui, sono stati condannati per vari crimini, tra cui l’omicidio di uomini, donne e bambini innocenti. I misfatti commessi da queste persone includono anche la promessa di fedeltà ad organizzazioni terroristiche straniere, come l’ISIS, al-Qaeda e gli huthi. Agli accusati (bontà della corte, ndr) è stato concesso il diritto a un avvocato e durante il processo sono stati garantiti i loro pieni diritti ai sensi della legge saudita. Il Regno continuerà ad assumere una posizione rigorosa e incrollabile contro il terrorismo e le ideologie estremiste che minacciano la stabilità del mondo intero”.

In Arabia Saudita precedenti esecuzioni di massa sono avvenute nel gennaio 2016, quando nel Regno vennero giustiziate con la mannaia 47 persone, incluso un importante leader sciita dell’opposizione che aveva organizzato manifestazioni di protesta. Nel 2019 invece, vennero decapitati 37 cittadini sauditi, la maggior parte dei quali di minoranza sciita, in un’esecuzione di massa in tutto il Paese per presunti crimini legati al “terrorismo”.

Il record precedente, in ordine di tempo, è sempre detenuto dall’Arabia Saudita con 27 esecuzioni capitali nel 2020 ed altre 67 condannati affidati al boia nel 2021. Giusto per la cronaca, in Arabia Saudita anche criticare Mohammed bin Salman è considerato “terrorismo” (così come per Putin sono “terroristi” gli ucraini che vengono massacrati solo perchè difendono il loro Paese dall’invasione russa).

Certo, è piuttosto imbarazzante leggere sulla stampa internazionale che “Gli uomini per soldi chiudono gli occhi sugli abusi dell’Arabia Saudita, un’ex primo ministro italiano ha fatto da testimonial, descrivendo la petro-monarchia dell’Arabia Saudita come il “Nuovo Rinascimento” e presentando il principe ereditario come un “grande leader”. Un grande Leader con una grande scimitarra…

Africa ExPress
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Chiusa la fiera delle armi a Riyad e l’Arabia Saudita intercetta un drone huthi

Africa ExPress
Riyad, 14 Marzo 2022

Neanche il tempo di chiudere la prima edizione del World Defense Show, ufficialmente concluso mercoledì 9 marzo e organizzato a Riyad dal Regno dell’Arabia Saudita che giovedì mattina presto (10 marzo) l’antiaerea saudita ha intercettato un drone lanciato dalle milizie huthi da un porto civile del governatorato di Hodeidah, diretto verso la parte meridionale della città saudita di Jizan.

Le schegge del drone distrutto sulla città di Jizan sono cadute su aree civili, ma non hanno causato danni e/o vittime.

Il 21 febbraio scorso Jizan era già stata l’obiettivo di un altro attacco huthi. Un’altro drone carico di esplosivo era stato lanciato sull’aeroporto di Re Abdullah bin Abdulaziz, facendo 16 feriti.

Dopo gli aeroporti ora le milizie yemenite ribelli prendono di mira gli impianti petrolchimici. E la scelta in un momento così delicato con la guerra tra Russia e Ucraina non è del tutto casuale.

Anche gli insediamenti petroliferi sauditi sono in prima linea per fronteggiare l’attuale crisi energetica internazionale provocata dal conflitto che ha investito l’Europa. Si può anche fare a meno del caviale del Caspio e della Vodka, ma non dell’oro nero.

Non per niente la Royal Saudi Naval Forces (della Base Navale King Abdulaziz di Jubail) e l’ esercito saudita sempre più di frequente effettuano manovre ed esercitazioni per proteggere siti industriali strategici e gli stabilimenti di Saudi Aramco, la più grande società quotata al mondo (67.000 dipendenti), controllata dalla famiglia reale saudita del principe ereditario Mohammed Bin Salman e attualmente valutata qualcosa come 2 trilioni di dollari.

L’11 marzo un’altro drone huthi ha centrato una raffineria della Saudi Aramco vicino Riyadh provocando un vasto incendio, ma per fortuna senza nessuna vittima e/o feriti, come ha riferito dall’agenzia di stampa saudita SPA).

Africa Express
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Soldati centrafricani pronti a combattere in Ucraina accanto ai russi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 marzo 2022

“Siamo pronti a andare in Ucraina e combattere accanto ai nostri fratelli russi”. Si legge in diversi video che mostrano uomini armati in divisa, affermando di appartenere a FACA (Forze armate centrafricane). Alcuni filmati, postati poi giovedì sui canali telegram russi, sono stati ripresi nel campo di addestramento militare di Berengo alla periferia di Bangui, la capitale del Centrafrica.

Militari centrafricani pronti a combattere in Ucraina insieme ai russi

In uno dei video si vede anche la statua dell’ex imperatore Bokassa, che si trova proprio al centro della base di Barengo, dove gli ufficiali di Mosca hanno il compito di addestrare i soldati di FACA. Ufficiali per la Russia e il Centrafrica, per l’ONU si tratta dei mercenari di Wagner, accusati, tra l’altro, di gravi violenze contro i civili.

Bruxelles, stanca dell’interferenza continua dei paramilitari nella ex colonia francese, lo scorso dicembre ha sospeso la missione di formazione militare dell’Unione Europea nella Repubblica Centrafricana (EUTM CAR).

Secondo diverse fonti, i video in questione non rappresentano una dichiarazione ufficiale, eppure, malgrado diverse sollecitazioni il ministero della Difesa centrafricano, lo Stato maggiore, il governo e la presidenza finora non hanno rilasciato dichiarazioni in merito.

Già una settimana fa, alcune decine di persone hanno manifestato nella capitale il loro sostegno alla Russia nella guerra in Ucraina. Molte persone portavano cartelloni con scritte: “Russie + RCA = amitié “(Russia e Repubblica Centraficana = amicizia), “Russie et Centrafrique contre le nazisme” (Russia e Centrafrica contro il nazismo) e “C’est la faute de l’Otan” (è colpa della NATO).

Manifestazione a Bangui, capitale del Centrafrica, a sostegno della Russia nella guerra in Ucraina

Promotrice della manifestazione è stata Galaxie Nationale, un‘associazione che sostiene il regime di Faustin-Archange Touadéra, capo dello Stato della ex colonia francese. Il presidente dell’associazione,  Blaise-Didacien Kossimatchi, ha spiegato ai partecipanti che il conflitto è stato provocato dall’Ucraina. In seguito ha accusato la Francia di voler assassinare Touadéra.

Il Centrafrica, come pure il Mali, dove la presenza di Wagner è ormai massiccia e consolidata, si sono astenuti nel voto di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina durante la seduta plenaria dell’ONU del 2 marzo 2022. Insieme alle due nazioni, altri 15 Paesi africani hanno preferito non esprimersi, solo l’Eritrea ha manifestato apertamente solidarietà all’azione di Mosca.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Il aiuto della Russia in arrivo mercenari anche da Siria e Iraq

da Anbamed

Il presidente russo Putin e il suo ministro della Difesa hanno confermato l’arruolamento di migliaia di mercenari siriani e iracheni nella guerra in Ucraina. Hanno parlato di volontari che combatteranno al fianco di formazioni militari nelle province autonome di Donetsk e Lugansk.

La notizia sulla campagna per il reclutamento di combattenti, da inviare in Ucraina, era trapelata nei giorni scorsi sia a Damasco che a Baghdad e aveva interessato i due fronti di battaglia, sia a fianco dei russi che a fianco degli ucraini. I broker hanno promesso 1.000 dollari al mese per sette mesi, rinnovabili. Da Mosca arriva la conferma del reclutamento di 16mila mercenari.

www.anbamed.it

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Dal nostro archivio

Centrafrica: pioggia di sanzioni dell’Europa sui mercenari di Mosca

Centrafrica: pioggia di sanzioni dell’Europa sui mercenari di Mosca

 

Per anni le armi dell’Ucraina hanno alimentato i conflitti africani: Kiev nel 2012 era il nono esportatore mondiale

Africa ExPress
11 marzo 2022

Fino all’inizio della guerra, l’Ucraina è stata tra i maggiori esportatori di acciaio, di grano al mondo, la prima per l’olio di girasole. Ma non sono solamente i prodotti agricoli a averla portata in vetta alle classifiche  commerciali: il Paese nel 2012 si posizionava al nono  posto nell’export mondiale delle armi. Riforniva soprattutto l’Africa.

Fino ad allora una parte del materiale bellico era co-prodotto assieme alla Russia, ma Kiev ha interrotto i legami con Mosca dopo l’annessione della Crimea nel 2014. La nazione post-sovietica ha ereditato un’enorme fetta del complesso militare-industriale sovietico, come pure grandi professionisti per mantenerlo in funzione e dunque in grado di progettare sempre nuove e più sofisticati armamenti.

L’industria bellica è ancora molto fiorente nel Paese, oltre 100 fabbriche e impianti di produzione di armi sono riuniti in Ukroboronprom, un’associazione statale che impiega decine di migliaia di persone.

Le fabbriche associate a Ukroboronprom hanno realizzato carri armati e veicoli robotici, sistemi anticarro e di difesa aerea, munizioni ed esplosivi, e persino motori di astronavi. L’associazione brilla anche per corruzione. Gli scandali sono noti da anni.

Nel 2015-2016 la Ukrinmash, società con sede a Kiev, ha firmato contratti importanti con Burundi e Uganda per una commessa di anfibi blindati per un valore di 4,1 milioni di dollari.

Giovani congolesi imbracciano armi che vengono dall’arsenale ucraino

Peccato che gran parte di questi mezzi non sono stati prodotti in Ucraina, bensì in Polonia, Stato membro dell’Unione Europea e dunque soggetto a severe norme sull’export. Gli anfibi blindati sono stati acquistati nel Paese confinante, inviati in Ucraina smontati, dove sono poi stati assemblati.

Alcuni documenti hanno poi rivelato che 45 di questi mezzi sono stati poi inviati nei due Paesi africani attraverso gli Emirati Arabi Uniti.

Se oggi è la Russia a esportare il maggior numero di armi in Africa, in passato l’Ucraina non è stata da meno.

Secondo uno studio di SIPRI (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma) di una decina di anni fa, è stata allora per anni tra i 10 maggiori esportatori di armi nel mondo.

Si stima che il 18 per cento delle esportazioni di armi ucraine nel periodo 2005-2009 sia stato destinato all’ Africa subsahariana, in particolare  Kenya, Sudan meridionale (allora ancora non indipendente), Ciad, Nigeria, Guinea Equatoriale e Repubblica Democratica del Congo. Il Paese aveva fornito aerei, carri armati, veicoli corazzati, artiglieria, SALW (acronimo inglese per Small Arms and Light Weapons, n.d.r.) e munizioni in eccedenza alle forze armate dell’Africa subsahariana.

Inoltre, società e personale ucraino hanno fornito altri servizi connessi ai trasferimenti di armi, hanno partecipato a missioni di combattimento per le forze armate africane.

Ora con la guerra in atto, e dopo vari tentativi da parte delle ambasciate ucraine sparse nel mondo di arruolare personale per la formazione di un contingente internazionale, composto da combattenti stranieri, volto a lottare insieme alla resistenza Paese contro gli invasori russi, le autorità di Kiev hanno richiamato in patria tutti loro militari impegnati in missioni di pace dell’ONU. Il presidente  Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, ha firmato un decreto in tal senso quattro giorni fa.

Africa ExPress
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Soap opera a lieto fine in Giordania: il fratellastro del re chiede scusa per aver tentato di rovesciarlo. Perdonato

Africa ExPress
Amman, 10 marzo 2022

Come in tutte  le belle  fiabe  che  si  rispettano, anche la telenovela giordana è arrivata al suo lieto fine. Il principe ereditario legittimo di Giordania Hamzah Bin Hussein ha  scritto una lettera di scuse al fratellastro, attuale Re Abdullah II di Giordania per il (presunto) coinvolgimento in uno “strano” caso di sedizione e le  accuse del monarca d’aver  cospirato per  rovesciare il regime.
Il principe Hamzah ha scritto a re Abdullah II scusandosi per la sua cattiva condotta, ammettendo i suoi errori e chiedendo perdono, assumendosi la piena responsabilità per le sue malefatte.
Le autorità giordane all’epoca accusarono Bassem Awadallah, Sharif Hassan bin Zaid  e il principe Hamzah d’aver tentato di destabilizzare il paese in collaborazione con “entità straniere” non meglio precisate.
Per aver tentato d’indebolire il regime, Awadallah e Bin Zaid erano stati entrambi condannati dal Tribunale della Santa  Inquisizione, pardon, il Tribunale per la sicurezza dello Stato della Giordania a 15 anni di lavori forzati dopo che all’udienza è stato detto che la coppia aveva complottato per provocare disordini e sedizione sfruttando alcuni “incidenti” interni ed esterni.
Il re di Giordania Abdullah II scherza assieme al suo fratellastro Hamzah, a destra. La fotografia è stata scattata da Yousef Allan per AP, il 2 aprile 2001
Tra gli altri quello con l’avvocato Moayyadal Majali fatto arrestare da Abdullah perché reo di un reato gravissimo, aver posto al monarca una  domanda assai impertinente: “Caro re, è decenni  che arraffi quattrini da ogni parte. Ma quante proprietà possiedi tu?”.
Il principe Hamzah non si vedeva in pubblico dall’aprile dello scorso anno in seguito all’annuncio del governo del suo coinvolgimento nel caso di tentato  golpe  con l’ex capo della Corte reale Bassem Awadallah e Sharif Hassan bin Zaid (un lontano parente della famiglia reale). “Quello che è successo è stato un complotto criminale dei sospettati in adempimento dei loro desideri nascosti e mirava a rovesciare il regno. La Corte ha prove chiare e convincenti del crimine”.
In effetti Hamzah aveva  più volte denunciato  pubblicamente la corruzione del governo, ruberie  e  malaffari, quello  che  in  effetti  è poi emerso in seguito, grazie alle rivelazioni dei Pandora Papers.
Un’impero di oltre 100 milioni di dollari di proprietà nascoste dal cleptomonarca re di Giordania Abdallah al Ḥusayn occultate tramite società offshore (società fittizie registrate nei Caraibi): 3 super ville in cima alla scogliera sulla costa californiana di Malibu,  3 condomini a Washington DC e 7 proprietà immobiliari di lusso nei  quartieri più esclusivi del centro di Londra (di cui tre a Belgravia).
In Svizzera saltò fuori uno scaltro ragioniere inglese, che per anni ha lavorato alacremente con avvocati delle British Virgin Islands aiutando il monarca giordano a creare e schermare almeno 36 diverse  società tra  il 1995 e il  2017 preposte all’acquisto delle lussuose magioni.
Ma torniano alla  fatidica lettera  di scuse (pubblicata anche sui  quotidiani giordani Alghad e Addustour e  sul  quotidiano arabo Asharq Al-Awsat). La Corte Reale Giordana ha dichiarato martedì che la lettera è stata inviata dopo un incontro tra il re Abdullah II e il principe Hamzah domenica sera, su richiesta di quest’ultimo, alla presenza di 2 testimoni: il Principe Feisal ed il Principe Ali. Nella lettera firmata di suo pugno il principe Hamzah giura fedeltà al monarca e conferma di aver agito “sempre per aiutare e sostenere Sua Maestà e del suo principe ereditario”.
Nella logica giordana lo “spontaneo” riconoscimento dei suoi errori e le scuse del principe Hamzah rappresentano un “passo nella giusta direzione sulla strada per riconquistare il suo ruolo tra gli altri membri della famiglia reale, al servizio della Giordania”.
Dichiarando il suo amore e apprezzamento per il fratellastro maggiore, il principe Hamzah ha giurato fedeltà a Re Abdullah mettendolo nero su  bianco: “Scrivo a Vostra Maestà con il mio più profondo rispetto e apprezzamento, e prego che Dio vi protegga e vi conceda buona salute perché rimanga un pilastro di forza per la nostra nazione e la nostra famiglia. Seguirò le orme dei nostri antenati e rimarrò fedele alla loro eredità, devoto al loro percorso di servizio al popolo giordano e impegnato nella nostra Costituzione, sotto la saggia guida di Vostra Maestà. Ho sbagliato, Vostra Maestà, e sbagliare è umano. Pertanto, mi assumo la responsabilità delle posizioni che ho preso e delle offese che ho commesso contro Vostra Maestà e il nostro Paese. Chiedo il perdono a Vostra Maestà, sapendo che siete sempre stato molto clemente. Chiedo scusa al nostro popolo giordano e alla nostra famiglia (hascemita, ndr) per questi errori”.
Su esplicite direttive di re Abdullah II, dunque, il caso del principe ribelle è stato risolto con  molta  discrezione all’interno della famiglia hashemita.  Quindi  bene tutto  quel  che  finisce  bene.
Ma facciamo un passo  indietro di qualche  anno.  Tre settimane prima di morire di cancro a 64 anni, re Hussein di Giordania rimosse suo fratello minore Hassan dal ruolo di principe reggente ed erede, dopo averlo pubblicamente accusato di voler cambiare l’ordine dinastico a favore della propria famiglia.
Il piano originale di re Hussein sarebbe stato quello di insediare sul trono il fratello Hassan solo per il tempo necessario a fare maturare il più amato dei suoi figli, l’ancora troppo acerbo principe Hamzah.
Cambiando programma in extremis, il “piccolo re”, come era soprannominato per la statura fisica, non certo per il fascino, il potere e il glamour che esercitava sul Medio Oriente, dovette modificare anche la linea di successione, designando erede il figlio più grande, l’allora 37enne Abdallah, capo delle Forze speciali, nato dal matrimonio con la seconda moglie, l’inglese Toni Gardiner.
Ma il previdente Re Hussein fece giurare ad Abdallah (attuale  monarca di Giordania) che avrebbe a sua volta, e a  suo tempo nominato erede il fratellastro Hamzah, nato dal suo matrimonio con la quarta moglie, l’americana Noor: il prediletto, “invidiato sin dall’infanzia perché mi è più vicino di chiunque altro”, come il sovrano dichiarò tornando frettolosamente a spegnersi in patria, per evitare il colpo di mano del fratello minore.
Visto da vicino, Hamzah sembra proprio la reincarnazione di Re Hussein. Alla impressionante somiglianza fisica se ne sarebbero aggiunte altre. Gli studi a Sandhurst, l’accademia militare più prestigiosa d’Inghilterra, la stessa da cui era uscito il padre mezzo secolo prima.
Una moglie nata e cresciuta all’estero (in Canada), la Principessa Basmah, bella e “straniera” quanto Noor. Il gusto per l’avventura: Hussein attraversava il deserto in motocicletta, Hamza lo sorvolava da pilota militare.
L’ultima similitudine  la rottura tra fratelli. E qui la storia torna a ripetersi: cinque anni dopo la scomparsa di Re Hussein,  Abdallah II si rimangiò il giuramento fatto al padre sul letto di morte, togliendo ad Hamzah la carica di principe ereditario con la scusa che “il titolo simbolico gli impedisce di assumere responsabilità che è pienamente qualificato ad intraprendere”.
Passano altri cinque anni, e la defenestrazione giunge a compimento: nel 2009 Abdallah annuncia che sarà il proprio figlio, e non il fratellastro, a succedergli.
Da allora, il principe che ha perso il trono due volte è rimasto nell’ombra fino allo scontro aperto di questi giorni: l’accusa nei suoi confronti di complotto con agenti esteri e gli arresti domiciliari, il video fatto pervenire alla Bbc in cui contro accusa il governo giordano di corruzione e i tweet in suo sostegno della madre Noor.
Poi il suo audio di sfida sui social media: “Non obbedirò al divieto di uscire di casa, di scrivere su Twitter, di comunicare. La situazione è difficile, sono state richiamate tutte le mie guardie, il capo delle Forze Armate è venuto a casa mia a minacciarmi. Non farò mosse immediate, ma certamente non obbedirò ai loro ordini”.
E poco dopo, l’annuncio della casa reale che Hamza ha firmato (molto “spontaneamente”) una lettera di “fedeltà al re”. Mediatore tra i due fratelli: lo zio principe Hassan (colui che ha  “tradito” re Hussein).
Si  potrebbe  scrivere  una fiaba da  best  seller: C’era  una volta un re,  seduto sul  sofà,  che  disse alla sua  serva: ‘raccontami una  storia’. La  storia  incominciò: c’era una volta un buon re, molto amato da  tutti i suoi sudditi, e  non  solo. Poco prima di  morire di  cancro pensò d’insediare sul trono suo fratello, ma solo per il tempo necessario per fare crescere il più amato dei suoi figli, ancora troppo giovane.
Optò per designare temporaneamente il figlio più grande (fratellastro del più giovane), facendogli però giurare in punto di morte, solennemente sul suo onore, che sarebbe stato lui a incoronare re il giovane fratellastro prediletto del buon re. Dopo la morte dell’amato monarca, questi si rimangiò la parola d’onore togliendo al figlio favorito la carica di principe. Non solo, lo minacciò arrestadolo e imponendogli di firmargli una lettera di “fedeltà e  di  scuse” da poter sbandierare come trofeo davanti alla monarchia “costituzionale’ del reame.
Una cosa un po’ feudale, perche s’era anche attribuito l’autorità esecutiva, potendo approvare o porre veti su tutte le leggi, sospendere o sciogliere il parlamento, nominare giudici di suo gradimento, fare un po’  tutto  quel  che  gli pareva.
Ci  fosse mai stato un banale dissidio familiare e il re diceva ch’era un atto di ribellione tal da  mettere in pericolo la  monarchia, era la sua PAROLA D’ONORE. Ma poi il Principe Ereditario legittimo, per  non rischiare  fisicamente  si rimangiò le accuse di  collusioni, ruberie  e  pastette, fece  mea culpa chiedendo scusa. E il suo trono  se  lo  pappò il fratellastro usurpatore. E vi$$ero  tutti  felici  e contanti …”
Nella nostra soap story ogni riferimento a cose, fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale…
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