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Russi e Ucraini si sfidano alla fiera delle armi in Arabia Saudita

Africa ExPress
Riyad, 9 marzo 2022

Mentre quella che l’ONU ha definito “la peggiore crisi umanitaria del mondo” peggiora ogni giorno di più, l’Arabia Saudita ha inaugurato il più importante evento mondiale nel campo della difesa e le armi tecnologiche, sotto l’egida del P.I.F. – Public Investments Fund, Fondo di Investimento presieduto dal Principe Ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman e di Re Abdulaziz bin Salman, custode delle due Sacre Moschee: il “World Defense Show”.

E’ la sua prima edizione che è tenuta a Riyad, Arabia Saudita, dal 6 al 9 marzo 2022. Da ora in poi diventerà un evento biennale, che mirerà a competere con i grandi ed affermati rivali nell’attirare i principali attori dell’industria militare, della sicurezza e spaziale, come il Farnborough International Airshow o il Paris Air Show.

Visto che le spese militari globali lievitano a vista d’occhio e non conoscono crisi alcuna, è interessante l’intuizione del visionario Andrew Pearcey (CEO del World Defense Show) “Ci sono esposizioni militari in tutto il mondo e l’Arabia Saudita ha pensato bene che fosse giunto il momento di portare uno di quegli eventi qui in Arabia. Le aziende di tutto il mondo possono venire da noi per tastare il mercato, capire come fare affari qui e possano vedere di cosa sono capaci i sauditi. Vogliamo rappresentare l’intero ecosistema della filiera militare, dalle piccole aziende che forniscono le medie aziende alle medie realtà che forniscono le grandi corporations. Ci aspettiamo di vedere ordini dai grandi player del settore, ma ci aspettiamo anche risultati entusiasmanti dai competitors più piccoli”.

Il budget per la difesa dell’Arabia Saudita quest’anno è stato di 171 miliardi riyal (sigla SR, 46 miliardi di dollari circa), con una diminuzione del 10% rispetto al 2021, ma è una cifra che si colloca ancora tra le prime dieci spese militari al mondo.

Tuttavia, il World Defense Show è anche parte integrante della presentazione del settore manifatturiero della difesa nazionale in rapida crescita del Regno che intende aprirsi a tutti gli acquirenti internazionali. L’evento è gestito dal GAMI, l’Autorità Generale per le industrie militari del Regno, che amministra le aziende della difesa del Regno saudita, e ha il compito di localizzare metà della spesa militare della nazione in linea con i piani di Vision 2030 del principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, che è finalizzato a diversificare gli introiti dell’economia saudita, non più solamente e/o principalmente dipendenti dal petrolio.

Il World Defense Show di Riyad è stato visitato anche dal dittatore egizianio Al Sisi

Tra le aziende blue chip presenti ci sono il gruppo brasiliano aerospaziale e della difesa Embraer, i giganti statunitensi Raytheon, General Dynamics e Lockheed Martin (che ha già annunciato di voler investire in Arabia Saudita più di 1 miliardo di dollari nella produzione militare), la cinese NORINCO e il produttore britannico Rolls Royce.

Tra i tanti espositori a contendersi la clientela anche aziende militari Russe (Almaz, IBZ, Rostec, Technodinamika, Rosoboroneexport, Russian Defence Export) e aziende miliari Ukraine (STM, STE, Progress).

In totale, l’evento, che si svolge in una struttura appositamente costruita di 800.000 mq a Riyad, ospita 800 aziende provenienti da tutto il mondo. Pearcey ha sottolineato che circa 125 di queste aziende sono aziende saudite locali che occupano circa 27.000 mq dell’area espositiva. Oltre ad ospitare grandi attori provenienti da Stati Uniti, Russia, Cina e India, l’evento include anche aziende tecnologiche che sono state recentemente scorporate da varie Università e stanno già lavorando a tecnologie aerospaziali e di difesa all’avanguardia.

Il sito dell’evento ospita anche una grande pista per aeroplani, ed include vaste aree in cui i veicoli possono essere esposti, nonché un grande centro di comando e controllo. I lavori per allestire questo grande evento sono iniziati in sordina due anni fa e le aspettative degli organizzatori sono altissime.

Secondo un rapporto della società di servizi professionali EY, come evento autonomo sarà destinato a generare importanti entrate, 700 milioni di SR in attività economiche locali entro il 2030 e si calcola che genererà almeno 4.800 posti di lavoro (tutti in Arabia Saudita).

Per l’occasione Raytheon Usa (produce le piu avanzate armi laser tanto desiderate dai sauditi) s’è comprata l’intera pagina del quotidiano AL Jazirah dii Riyad

Pearcey ha aggiunto che per questa prima edizione il suo team era composto da 120 persone, ma si è ampliato a 3.000 – 4.000 dipendenti quando l’evento ha aperto i battenti.

A latere, in concomitanza con la Giornata Internazionale della Donna, l’8 marzo, si è legato l’evento ad una conferenza ad hoc: “Le donne nella difesa” che ha incluso discussioni sulle potenziali carriere femminili nella difesa e nel campo aerospaziale con l’intervento di relatrici saudite del settore. Organizzata anche una giornata della gioventù con la partecipazione di giovani ingegneri.

Il giorno prima dell’inizio della conferenza, Riyad ha ospitato anche un forum sulla difesa, con le principali figure del settore che si sono riunite per discutere su argomenti chiave. Pearcey aveva annunciato: “da 60 a 80 aerei militari sorvoleranno la città di Riyad e creeranno davvero un grande spettacolo per il pubblico, che sarà seguito da un saluto aereo su Riyad della squadra acrobatica saudita”. Missili balistici e/o droni Huthi/iraniani permettendo…

Africa ExPress
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(News dai quotidiani arabi: Arab News, ‫‪Asharq)‬‬ ‫‪Al-Awsat, Okaz, ‫‪Al-Eqtesadiah ‬, Al-Jazirah‬‬, ‫‪Al-Riyadh‬‬, AlWatan)

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La Turchia si tuffa nella guerra in Ucraina: vende droni a Kiev e tenta di mediare con la Russia

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
9 marzo 2022

Desaparecida l’ONU, cooptata la UE nelle brigate militari della NATO, gli europei non sanno proprio a chi votarsi per convincere Putin e forze armate russe a sospendere i bombardamenti in Ucraina. Così si fanno strada tra i possibili mediatori di una trattativa di non belligeranza volti impresentabili del panorama politico internazionale.

Droni turchi nella guerra Ucraina-Russia

Uno fra questi è il presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdogan, le mani grondanti di sangue per lo spietato conflitto in Kurdistan. Partner strategico dell’Alleanza Atlantica e storico cliente delle industrie belliche statunitensi, negli ultimi anni la Turchia ha creato più di un mal di pancia a Washington e agli alleati europei rivolgendosi a Mosca per acquistare sofisticati sistemi missilistici anti-aerei.

Sfacciatamente il regime di Ankara ha rafforzato i rapporti diplomatici e la cooperazione militare e industriale anche con la Repubblica Nazionale Ucraina. E ora Erdogan si propone come l’uomo forte per far sedere a un tavolo russi e ucraini, conquistando consensi e speranze tra gli analisti e i commentatori internazionali che di certo non brillano per onestà intellettuale, etica e attenzione.

Il 2 marzo, con i carri armati alle porte di Kiev, il ministro della difesa ucraino Oleksiy Reznikov ha ammesso ufficialmente la consegna di un imprecisato numero di droni killer Bayratrak TB.2 di produzione turca. La notizia era trapelata sui siti web specializzati nel settore difesa dopo che era stato tracciato il volo di un aereo cargo Airbus A400M della Turkish Air Force, l’1 marzo, da Ankara a un aeroporto militare nel sud-est della Polonia, vicino al confine con l’Ucraina. “I nuovi droni fanno parte di un pacchetto di aiuti militari internazionali e sono pronti per essere impiegati in combattimento”, ha dichiarato Reznikov. Ed in verità, secondo i media indipendenti, i missili sganciati dai velivoli senza pilota hanno già causato pesanti danni alle colonne dei tank russi dispiegati in territorio ucraino.

Già impiegati dalle forze armate di Ankara in Kurdistan e dal regime etiope in Tigray, i Bayraktar TB2 sono droni tattici MALE (Medium Altitude Long Endurance), cioè volano a medie altitudini e per lungo tempo, fino a 27.000 piedi d’altezza e per 27 ore consecutive. Possono raggiungere una velocità di crociera di 120 nodi (222 km/h) e sono in grado di svolgere in totale autonomia i decolli e gli atterraggi e semi-autonomamente le missioni di intelligence, sorveglianza, riconoscimento ed attacco armato.

Le forze ucraine si sono rifornite di droni armati in Turchia a partire del gennaio 2019: con un contratto del valore di 69 milioni di dollari furono ordinati alla società privata Baykar Makina, interamente controllata dalla holding militare industriale Baykar, dodici Bayraktar TB2 con relativo munizionamento.

L’anno successivo la Marina ucraina ordinò altri sei droni della stessa tipologia, mentre il 15 settembre 2021 il ministero della Difesa ha annunciato l’intenzione di acquistare altri 24 Bayraktar da combattimento. Una quarantina di giorni dopo, il 26 ottobre, i velivoli killer sono stati impiegati per distruggere una presunta postazione di artiglieria pesante nei pressi del villaggio di Hranitne, nell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk.

“Abbiamo in tutto una ventina di droni Bayraktar ma non ci fermeremo certamente qui”, ha minacciosamente dichiarato il 27 gennaio 2022 il portavoce del Comando dell’Aeronautica militare ucraina, il colonnello Yuri Ignat, al quotidiano online statunitense Al-Monitor, specializzato in Medio oriente. “Questi sistemi a pilotaggio remoto forniscono un target preciso all’artiglieria per distruggere una colonna di carri armati”, profetizzava l’alto ufficiale ucraino. “E’ un drone di qualità che fa ogni cosa in tempo reale in maniera del tutto automatizzata.

Dopo aver puntato sulle coordinate, letteralmente in tre secondi prende la decisione di sopprimere e distruggere le truppe che avanzano. Il drone è un’arma. Il drone è una spia. Ed esso dà all’Ucraina un nuovo vantaggio qualitativo sul nemico”. A fornire l’identità del nemico è uno stretto collaboratore del colonnello Yuri Ignat, un ufficiale che ha richiesto l’anonimato a Al-Monitor perché responsabile del programma di sviluppo dei droni militari in Ucraina. “I Bayraktar rendono tutto più difficile ai Russi”, ha spiegato. “Nel 2019 io ho svolto tre mesi di addestramento insieme ad altri ufficiali dell’Aeronautica ucraina in un’infrastruttura della Turchia occidentale di proprietà della Baykar Makina, la società privata turca che produce questi droni”.

L’Ucraina aspira da tempo anche a produrre direttamente in casa i sistemi da guerra senza pilota. Il 7 ottobre 2021, in occasione dell’incontro a Leopoli tra il ministro degli esteri Dmytro Kuleba e l’omologo turco Mevlut Cavusoglu, fu firmato un memorandum per realizzare uno stabilimento nei pressi della città di Vasylkiv (a una ventina di chilometri dalla capitale) per costruire droni su licenza del gruppo Baykar. Contestualmente i ministri della difesa di Ucraina e Turchia si accordavano per insediare in territorio ucraino un centro di addestramento e di manutenzione dei velivoli senza pilota di provenienza turca.

“Attendevamo questo momento da lungo tempo”, affermava il Presidente della Repubblica Nazionale Ucraina, Volodymyr Zelenskyy, subito dopo la firma del memorandum. Il progetto del complesso industriale e del centro addestrativo dei droni veniva rilanciato con enfasi il 3 febbraio 2022, poco prima dell’invasione russa, dal ministro della difesa Olesii Reznikov.

Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan

Coincidenza vuole che l’industria privata militare Baykar di Istanbul, specializzata nella produzione di velivoli senza pilota, sistemi di comando, controllo e intelligence (C3I) e dell’intelligenza artificiale, sia interamente controllata dalla famiglia Bayraktar e che il presidente del consiglio d’amministrazione sia Selçuk Bayraktar, genero del presidente Erdogan avendone sposato la figlia Sümeyye.

Selçuk Bayraktar ha manifestato pubblicamente la sua disapprovazione per l’invasione russa dell’Ucraina. Il fratello, Haluk Bayraktar, amministratore delegato del gruppo, ha invece postato sul suo profilo social una foto che lo ritraeva accanto al presidente Zelensky. “Possa la vittoria andare al coraggioso popolo che difende con passione la propria casa dagli invasori”, il suo commento.

Gli affari armati tra Turchia e Ucraina non si sono fermati solo ai droni. Nel 2019 la società statale Ukrspecexport ha firmato ancora una volta con Baykar Makina un accordo per lo sviluppo e la produzione congiunta di “tecnologie sensibili nel settore della difesa e aerospaziale”.

Un memorandum di collaborazione tra i due governi è stato sottoscritto nel dicembre 2020 per la produzione di satelliti e sistemi di lancio nello spazio. Ancora nel dicembre 2020 la Marina militare ucraina ha commissionato a un cantiere navale turco la costruzione di due corvette stealth della classe Ada per pattugliare il Mar Nero e il Mare di Azov. Alla commessa, secondo Defense News, Kiev avrebbe destinato poco meno di un miliardo di dollari.

Adesso Erdogan spera di scendere in campo per fare da paciere. Un occhio al proprio prestigio internazionale, un altro, probabilmente, al business di congiunti e amici.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com 

Videocredit: The Sun

Fanteria e marines sudafricani in Mozambico: rafforzato l’aiuto contro i jihadisti

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 marzo 2022

Il Sudafrica ha confermato l’estensione dell’Operazione Vikela all’interno della Missione SADC in Mozambico (SAMIM) fino al 15 aprile 2022. Lo ha comunicato il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, al Parlamento. L’intervento dei militari sudafricani per aiutare il Paese confinante contro i jihadisti di Cabo Delgado continua. Questa volta anche con fanteria e marina.

fanteria militari sudafricani
Militari sudafricani

La pubblicazione del documento del Parlamento sudafricano è dello scorso 4 marzo. Il costo della missione è di 984 milioni di rand (circa 6 milioni di euro), lo stesso budget stanziato per i tre mesi precedenti.

La fanteria con il battaglione Combat Team Alpha

Per il dispiegamento in Mozambico la South African National Defence Force (SANDF) ha confermato che sta mobilitando il Combat Team Alpha. È un battaglione di fanteria che sostituirà parte dei militari delle Forze speciali che sono in Mozambico dall’agosto scorso, inizio delle operazioni SAMIM.

Secondo la rivista di difesa britannica Janes il contingente sudafricano in partenza comprende il II Battaglione di Fanteria motorizzato. Questo sarà coadiuvato da una compagnia e squadre apripista del I Battaglione Paracadutisti oltre a squadre di intelligence tattica.

Tra i 60 e gli 80 mezzi corazzati – in maggioranza Casspir – saranno inviati a Cabo Delgado per il trasporto truppe. La SA Air Force in Mozambico ha anche due elicotteri Oryx per il supporto aereo dei militari. Dopo la morte del primo soldato sudafricano, nel dicembre scorso, la SANDF sta spingendo per inviare anche elicotteri d’attacco Rooivalk.

Janes conferma che la Marina militare sudafricana (SA Navy) potrebbe schierare una delle sue fregate. Servirebbe per pattugliamenti al largo della costa di Cabo Delgado, coadiuvata dai marines del Maritime Reaction Squadron.

fanteria South African Maritime Reaction Squadron
South African Maritime Reaction Squadron, imarines sudafricani

Infiltrazioni jihadiste in Sudafrica

Il Sudafrica è già stato minacciato dall’ISIS nel caso di intervento in Mozambico contro i jihadisti di Cabo Delgado. La settimana scorsa, su segnalazione USA, nell’ex colonia britannica sono stati scoperti quattro sospetti finanziatori ISIS in Africa, compreso il Mozambico. Durante l’attacco a Palma, dell’aprile 2021, era stata confermata la presenza di jihadisti sudafricani.

Le infiltrazioni jihadiste in Sudafrica sembrano quindi reali. Pretoria dopo l’assalto jihadista a Palma aveva insistito per un immediato intervento armato sudafricano e SADC per sradicare i gruppi di terroristi in Mozambico.

Da luglio scorso 1495 militari sudafricani fanno parte della missione SAMIM. Oltre alle truppe SADC, ci sono anche mille soldati ruandesi. E il Sudafrica, che conosce il territorio meglio dei mercenari, dopo il Mozambico, sembra sempre più motivato a chiudere il conto aperto dai jihadisti a Cabo Delgado.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Isis minaccia il Sudafrica: “Se aiutate il Mozambico veniamo da voi”

Mozambico: intervento militare contro i jihadisti. Il Sudafrica insiste sulla SADC

Mozambico, decine ammazzati dai jihadisti Disperata corsa per salvare gli ostaggi

 

I kenyoti, protagonisti nella maratona di Tokyo, lanciano messaggi di pace

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
8 marzo 2022

Un extraterrestre, ma con i piedi ben piantati sulla Terra insanguinata. “Voglio che il mondo sia unito. Se ci sono differenze, voglio che ci si incontri, si parli, non che ci si combatta. La mia vittoria di oggi vuole essere un messaggio positivo in questo mondo”.

Dove eravamo rimasti? A Tokio. E da Tokio ripartiamo. Sempre nel nome del Kenya. Ma anche con un pensiero rivolto alla sanguinosa barbara aggressione all’Ucraina.

Il kenyota, Eliud Kipchoge, vincitore della maratona maschile a Tokyo

Primo e secondo del Kenya nella maratona maschile, primo e quarto del Kenya in quella femminile. Solo che stavolta il primo, Eliud Kipchoge, si sente in dovere di lanciare un appello per la pace. Coerente col suo impegno profuso in Africa per l’educazione delle giovani generazioni e per la difesa dell’ambiente (ne abbiamo già parlato su Africa-ExPress, ndr).

Certi atleti kenyani non finiscono di stupire.

Essi – ha calcolato recentemente Jonathan Komen su The Nairobian – detengono 16 record mondiali sulle medie e lunghe distanze: dagli 800 metri alla maratona. E in questa galassia brillano stelle come Daniel Kipng’etich Komen (recordman mondiale dei 3 mila metri) Yobes Ondiecki (5 mila metri piani), Moses Kiptanui (detentore di 3 primati mondiali) Moses Kiptarbet Tanui (2 titoli mondiali). Tutti e quattro indimenticabili, anche se ora in pensione.

Poi c’è il quinto astro: l’immarcescibile, indistruttibile, imbattibile, campione unico di longevità, Eliud Kipchoge, il più grande maratoneta mondiale di tutti i tempi. Anche a 37 anni lo ha ribadito. Domenica scorsa, 6 marzo 2022, Eliud Kipchoge, a Tokio, vicino al Palazzo Imperiale, taglia per primo il traguardo al termine della 16° edizione di questa maratona monstre: al via oltre 35 mila podisti, selezionati fra alcune centinaia di migliaia di richiedenti!

Domenica 8 agosto 2021, Eliud Kipchoge nel parco Odori di Sapporo, quartiere Genesio, aveva vinto la medaglia d’oro della competizione olimpica sui 42,195 km. Negli ultimi 40 anni, era l’unico maratoneta ad aver conquistato il secondo titolo olimpico consecutivo (vedi Africa Express 8 agosto 2021), dopo il trionfo 4 anni prima a Rio de Janeiro. Giustamente, alla fine di ottobre 2021, è stato nominato migliore atleta maschile di Tokyo 2020 dall’Associazione dei Comitati Olimpici Nazionali.

“Correre è uno spazio democratico, nessun essere umano è limitato e non solo nel campo sportivo”, dichiarò il corridore-manager Eliud (è laureato), dopo il secondo alloro olimpico intervistato da The Big Issue.

Eliud Kipchoge non intende porsi limiti. Molti li ha superati: nella maratona di Berlino 2018 stabilì il primato mondiale – ancora imbattuto – con il tempo di 2h01’39” e a Vienna, nel 2019, scese con 1h59’40” sotto il muro delle 2 ore. A Tokio, domenica scorsa ha segnato il quarto tempo più veloce di sempre della distanza (2h02’40” con una media di 2’54”43 al km!). Delle 14 maratone cui ha preso parte finora, ne ha conquistate 13eben quattro delle 6 principali al mondo, quelle del circuito Abbot Marathon Majors: Londra, Berlino, Chicago e ora Tokio21 (così chiamata anche se disputata nel 2022, perché spostata da ottobre causa pandemia). Non ha mai corso a Boston (prevista per il 18 aprile) e a New York. Fra 2 anni, questo piccolo uomo di 167 centimetri per 53 chili, orfano di padre, che non ha mai conosciuto, vuole inseguire il terzo oro olimpico di fila. Nel 2024 ai Giochi di Parigi, quando sarà quasi quarantenne.

Se Eliud non finisce di stupire, altrettanto, a Tokio, ha fatto la protagonista numero uno della gara femminile. Era favorita, la keniota Brigid Kosgei, 28 anni, primatista mondiale sulla distanza con il 2h14’04” realizzato nel 2019 a Chicago oltre che medaglia d’argento ai giochi olimpici di Tokio.

Brigid Kosgei, Kenya, prima classificata alla maratona di Tokyo 2022

E non ha deluso le attese: ha dominato la competizione nipponica in 2h16’02”, terzo tempo migliore di sempre. Nata a Sinon, un villaggio di Kapsowar, a 2300 metri di altitudine, in una famiglia numerosa (8 figli), a causa delle ristrettezze economiche, nel 2012, a 18 anni, dovette abbandonare gli studi. Non fu in grado di sostenere gli esami finali. Decise di sfidare la vita correndo. Nonostante a 20 anni abbia avuto due gemelli, Faith e Brian. Il marito, Mathew, le disse: “Mi prendo cura io delle creature. Tu riprendi a fare sport”. Non si è più fermata.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Kenya: un bis tutto d’oro nella maratona maschile, oro argento in quella femminile

L’imperatore Tito a Milano: un maratoneta keniota trionfa per la seconda volta

I traguardi irraggiungibili raggiunti da Eliud e Brigid maratoneti del Kenya

Eliud Kipchoge (Kenya): con oltre oltre 20 km all’ora diventa il fuoriclasse della maratona

 

 

 

Il principe ereditario saudita propone riforme epocali dell’Islam: spediva al patibolo i dissidenti per molto meno

Africa ExPress
6 marzo 2020

In una lunghissima intervista a giornali arabi unificati (troppo lunga per trascriverla tutta) il Principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman al Saud, parla di riforme epocali nel suo Paese (riforma anche del Corano), e – con molta diplomazia – tocca alcuni tasti dolenti: estremismo, Iran, ONU e (ovviamente) Yemen:

«Come ben sapete, questa non è la prima crisi che tra Yemen e Arabia Saudita; durante il regno del re Abdulaziz, ce ne fu un’altra che fu risolta. Poi un’altra ancora negli anni ’70 e ’80, ed è stata risolta negli anni ’90. Infine seguita da unA terza nel 2009.

Tuttavia, siamo stati in grado di risolverle rapidamente prima che si verificasse l’ultima crisi quando gli huthi iniziarono ad espandersi come del 2014 fino a raggiungere Sanaa all’inizio del 2015, quando si sono rivoltati contro il governo legittimo dello Yemen.

Questo è impensabile in Yemen e nel resto del mondo. Nessun Paese accetterebbe di avere milizie ai propri confini, o un gruppo armato che opera al di fuori della legge ai propri confini, questo non è accettabile, né per l’Arabia Saudita né per i Paesi della regione, ed è inaccettabile anche in Yemen.

Abbiamo visto le ripercussioni di questo sullo Yemen. Ci auguriamo davvero che gli huthi siedano con tutte le altre parti yemenite al tavolo dei negoziati per raggiungere soluzioni che garantiscano i diritti di tutti e per salvaguardare anche gli interessi dei Paesi della regione.

Abbiamo ancora la nostra offerta aperta al cessate il fuoco e forniamo supporto economico e tutto ciò di cui hanno bisogno, purché gli huthi accettino un cessate il fuoco e si siedano al tavolo dei negoziati…

L’Iran è un Paese vicino in fin dei conti. Tutto ciò che chiediamo è di avere un rapporto buono e distinto con l’Iran. Non vogliamo che la situazione con il nostro vicino  sia difficile.

Al contrario, vogliamo che prosperi e cresca poiché abbiamo interessi sauditi in Iran e loro interessi iraniani in Arabia Saudita, cioè sono proprio quelli che di portano prosperità e crescita nella regione e nel mondo intero.

Il problema che abbiamo, risiede in alcuni comportamenti negativi che hanno, sia in termini di programma nucleare, che il loro sostegno alle milizie illegali in alcuni Paesi della regione e il loro programma di missili balistici.

Ora stiamo lavorando con i nostri partner nella regione e nel mondo per trovare soluzioni a questi problemi. Speriamo davvero di superarli e di costruire una relazione buona e positiva con l’Iran a beneficio di tutte le parti…

Il Regno dell’Arabia Saudita è stato il principale obiettivo di progetti estremisti e atti terroristici nel mondo. Se fossi Osama Bin Laden e volessi diffondere i miei pensieri estremisti in tutto il mondo, soprattutto tra i musulmani, da dove inizierei?

Comincerei dallo Stato in cui si trovano i santuari sacri dei musulmani, dove vengono tutti i pellegrini e dove tutti i musulmani guardano cinque volte al giorno. Se dovessi diffondere il mio progetto partirei partirei da dove si diffonderebbe automaticamente in tutto il mondo: quindi penserei all’Arabia Saudita.

C’è stata una fase molto difficile del nostro mondo, diciamo dagli anni ’50 agli anni ’70, con un progetto panarabo assieme ad altri piani socialisti e comunisti.

In quegli anni è stata data l’opportunità a diversi gruppi estremisti di entrare in un modo o nell’altro in Arabia Saudita e di accedere a luoghi diversi, sia nello Stato che nell’economia.

Ciò ha avuto ripercussioni terribili e abbiamo visto le conseguenze negli anni precedenti. Ora, in Arabia Saudita non possiamo crescere, non possiamo attrarre capitali, non possiamo avere turismo, non possiamo progredire con un pensiero così estremista.

Se vogliamo creare milioni di posti di lavoro, diminuire la disoccupazione, se intendiamo far crescere l’economia e migliorare il nostro reddito, dobbiamo assolutamente trovare soluzioni comuni: è nel nostro interesse.

Per non parlare del fatto che questa gente non dovrebbe rappresentare la nostra religione alcun modo, né i nostri principi divini.

Senza dubbio questo modo di pensare costituisce un crimine che ha portato alla creazione di gruppi terroristici che hanno ucciso persone in tutto il mondo, ucciso sauditi e sprecato tante opportunità economiche.

Sono atti criminali, puniti dalle leggi dell’Arabia Saudita. Quindi, qualsiasi persona che adotti un approccio estremista, anche se non fosse un terrorista, è un criminale e dovrà affrontare tutta la forza della legge.

Come si vede l’intervista “a reti unificate” è interessante. Mohamed bin Salman vuole addirittura riformare l’islam e le interpretazioni restrittive del Corano. Peccato che in Arabia Saudita intellettuali mussulmani siano stati torturati e trucidati per aver osato molto meno. Il principe ereditario sembra che sogni un islam moderato senza più atroci punizioni legate ai dogmi religiosi: stop all’amputazione delle mani ai ladri, le flagellazioni, le lapidazioni, le pene di morte per gli apostati e gli omosessuali. Pratiche oggi comuni in Arabia Saudita.

Africa Express
twitter #africaexp

(L’intervista è estrapolata dai quotidiani arabi Arab News, ‫‪Aleqtesadiah‬‬, AlJazirah, Albilad, ‫‪Alriyadh‬‬)

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La difesa dei mercenari russi non regge: decine di militari morti per attacco jihadista in Mali

Africa Express
6 febbraio 2022

In Mali i massacri continuano senza sosta. Il governo di Bamako ha indetto il lutto nazionale di tre giorni per la carneficina che si è consumata venerdì scorso alla base militare delle forze armate maliane a Mondoro, al centro del Paese, in prossimità della frontiera con il Burkina Faso.

Un gruppo armato composto da decine e decine di uomini è giunto sul luogo dell’assalto in moto o in macchina e pare che alcune vetture siano state utilizzate come autobombe, come riferisce Serge Daniel, noto giornalista e molto ben informato sul terrorismo in tutto il Sahel, nel suo articolo su Radio France International.

Attacco alla base militare di Mondoro in Mali

I soldati maliani morti sono 27, altri 33 sono stati feriti, 21 tra questi gravi, mentre 7 risultano dispersi. Secondo fonti delle forze armate, 47 aggressori sarebbero stati uccisi durante l’attacco, una ventina, invece sono stati neutralizzati qualche ora più tardi, quando sono iniziate le perlustrazioni da parte dei soldati governativi nel “santuario dei jihadisti”. Inoltre si registrano anche importanti danni materiali.

Già in passato la stessa base e quella vicina, di Boulkessy, hanno subito aggressioni dei terroristi. Alla fine di settembre del 2019 ci fu un altro massacro; allora furono uccisi 40 soldati maliani e due civili.

Molti militari francesi dell’operazione Barkhane sono ancora presenti nel Paese, ma le autorità maliane non hanno chiesto il loro supporto, sicuramente perché in oro aiuto sono intervenuti i mercenari russa della compagnia Wagner .

L’attacco si è consumato dopo che pochi giorni fa la Francia e i suoi alleati hanno annunciato il proprio ritiro dal Mali, decisa per la intense tensioni con la giunta militare al potere, guidata da Assimi Goïta.

Con l’arrivo dei russi, che il governo definisce “istruttori”, ma dall’Occidente vengono definiti mercenari, le forze armate maliane hanno voltato pagina. Negli ultimi mesi i militari avevano proclamato vittorie su vittorie contro i jihadisti, vantando l’uccisione di decine e decine di terroristi.

FAMa (Forze armate del Mali) sfornano comunicati continui per convincere la popolazione di essere ormai in grado di prendere il sopravvento sui terroristi, stessa strategia che viene utilizzata nella Repubblica Centrafricana, dove gli uomini di Wagner sono di casa da anni e dove le aggressioni dei ribelli si susseguono a scapito della popolazione civile.

Africa ExPress
@africexp
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Un video reportage eccezionale: la storia dei mercenari russi della compagnia Wagner dall’Ucraina all’Africa

Mali la crisi sprofonda: via i francesi che si ritirano in Niger e in Ciad. Il testimone passa ai russi

 

In Senegal l’ambasciata ucraina recluta volontari contro l’invasione russa, ma il governo di Dakar non ci sta

Africa ExPress
5 marzo 2022

Le ambasciate ucraine dislocate nel mondo, stanno lanciando appelli un po’ ovunque, chiedendo soprattutto a residenti stranieri nei diversi Paesi di unirsi alla lotta contro l’invasione russa. Lo ha fatto anche la missione di Kiev accreditata a Dakar, la capitale del Senegal.

Senza mezzi termini la rappresentanza dell’Ucraina nella ex colonia francese ha scritto sulla sua pagina facebook “Cerchiamo volontari che desiderano combattere insieme a noi contro l’aggressione di Mosca”, messaggio poi rimosso dal social network.

L’ambasciatore ucraino in Senegal, Yurii Pyvovarov

Nell’annuncio è stato chiesto di compilare anche un formulario annesso, con nome, cognome, esperienza militare e quant’altro. La richiesta era soprattutto indirizzata a migranti residenti in Senegal, e non solo, riguardava anche quelli presenti presenti in Costa d’Avorio, Guinea e altri Paesi della regione.

Il ministero degli Esteri senegalese ha formalmente protestato contro tale pratica e ha convocato l’ambasciatore ucraino, Yurii Pyvovarov, che ha dovuto cancellare il post sul loro sito ufficiale di Facebook.

Pochi giorni fa il capo della missione ucraina a Dakar ha smentito le accuse di razzismo alle frontiere ucraino-polacche contro gli africani. Peccato solo che video e proteste di studenti e migranti del continente intrappolati nell’inferno testimonino ben altro.

I funzionari del dicastero Esteri di Dakar hanno fatto sapere che ben 36 volontari avrebbero risposto all’appello dell’ambasciata ucraina e, in un comunicato, le autorità hanno sottolineato che il reclutamento, mercenari, combattenti stranieri è severamente vietato in Senegal e tali pratiche sono perseguibili legalmente.

Venerdì scorso il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva lanciato l’idea della formazione di un contingente internazionale, composto da combattente stranieri, per lottare insieme alla resistenza del suo Paese contro gli invasori russi.

Il Senegal, il cui capo di Stato, Macky Sall, è anche presidente di turno dell’assemblea dell’Unione Africana, si è astenuto nel voto di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina durante la seduta plenaria dell’ONU di mercoledì scorso.

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Joint-venture Leonardo-Algeria: al via produzione, assistenza, addestramento elicotteri

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
4 marzo 2022

Missione lampo ad Algeri del Segretario generale della Difesa e per le industrie belliche italiane si prospettano nuovi affari multimilionari con le forze armate della Repubblica Democratica Popolare di Algeria.

Il 2 marzo il generale di corpo d’armata Luciano Portolano, a capo della segreteria del Ministero della Difesa e direttore nazionale degli Armamenti, ha incontrato nella capitale algerina il generale Mohamed Salah Benbicha in occasione del 12° Comitato bilaterale Italia-Algeria che trae origine dall’accordo di cooperazione militare sottoscritto dai due paesi a Roma il 15 maggio 2003.

A sinistra, Luciano Portolano, a capo della segreteria del Ministero della Difesa e direttore nazionale degli Armamenti e  Mohamed Salah Benbicha in occasione del 12° Comitato bilaterale Italia-Algeria

Rafforzamento della partnership e delle relazioni industriali-militari e conflitto in Ucraina i temi trattati nel meeting. “Il lavoro del Comitato misto italo-algerino ha rappresentato un’occasione per consolidare la cooperazione tra le forze armate dei due paesi, specie in merito alla domanda di nuove tecnologie”, ha commentato il Ministero della difesa algerino. “L’Algeria considera l’Italia un partner importante sia dal punto di vista del trasferimento dei sistemi d’arma che per l’addestramento del personale militare  e tecnico”.

L’incontro di Algeri ha permesso di rinnovare i rapporti di stima e collaborazione e di riprendere il discorso su alcuni progetti bilaterali rallentati dalla pandemia da Covid-19”, riferisce il Segretariato generale della difesa italiano.

In particolare i generali Luciano Portolano e Mohamed Salah Benbicha si sono soffermati sulla joint venture costituita dal gruppo Leonardo SpA e dall’azienda algerina Establissement Public de Caractère Industriel/Establissement de Developement des Industries Aeronautiques (Epic/Edia) per la produzione di elicotteri da guerra nel paese nordafricano. “La delegazione del Segretariato generale della difesa ha inoltre presentato alcune eccellenze dell’industria italiana in alcuni settori, tra i quali quelli navale, elicotteristico, dei radar, dell’avionica, dell’elettronica, dei sistemi di combattimento navale, delle telecomunicazioni e della difesa missilistica”, riporta una nota di Agenzia Nova.

L’accordo sulla joint venture industriale italo-algerina è stato siglato nel marzo 2019 e prevede la realizzazione di uno stabilimento a Aïn Arnat, nella provincia di Sétif, dove costruire elicotteri leggeri e medi per vari impieghi militari (trasporto, evacuazione medica, sorveglianza e controllo, ecc.).

Stabilimento Leonardo/Algeria a Aïn Arnat, nella provincia di Sétif

Lo stabilimento, di proprietà per il 51 per cento del Ministero della Difesa algerino e per il restante 49% di Leonardo, seguirà l’assemblaggio, la vendita e la fornitura di assistenza per vari modelli di elicottero, principalmente per i requisiti nazionali algerini, ma una quota della produzione sarà destinata all’export nel mercato africano e mediorientale. La joint venture potrà fornire ai clienti anche servizi di supporto, manutenzione e addestramento.

Alla firma dell’accordo industriale parteciparono gli allora segretari generali della Difesa di Italia e Algeria, i generali Abdelhamid Ghriss e Nicolò Falsaperna. Tre anni prima, i manager di Agusta-Westland (società controllata da Leonardo-Finmeccanica) avevano sottoscritto un protocollo di collaborazione con il governo algerino per lo sviluppo industriale e commerciale nel settore elicotteristico e delle tecnologie avanzate per i materiali aeronautici.

Secondo il sito specialistico sudafricano Defenceweb, nel periodo compreso tra il 2010 e il 2016 il gruppo italiano ha fornito alle forze armate, di polizia e alla gendarmeria algerine una settantina di elicotteri di differente tipologia, per un importo complessivo di 1 miliardo e 300 milioni di dollari (8 velivoli AW101, 24 AW109, 8 AW119 Koala per l’addestramento dei piloti, 20 AW139 e 10 Super Lynx destinati per le nuove fregate della classe Meko A200 acquistate in Germania dal gruppo ThyssenKrupp Marine Systems). Nel 2014 Leonardo-Finmeccanica, attraverso la società Orizzonte Sistemi Navali (joint venture controllata insieme a Fincantieri SpA), ha fornito alla Repubblica di Algeria pure una unità navale anfibia.

L’export di elicotteri da guerra al Paese nordafricano ha prodotto più di un mal di pancia ai manager della holding industriale italiana. Nel 2016 fu avviata un’inchiesta giudiziaria da parte della Procura della Repubblica di Busto Arsizio sulle commesse del biennio 2011-2012, ipotizzando la creazione di fatture false per un importo complessivo di 24,5 milioni per alimentare un fondo nero finalizzato al presunto pagamento di tangenti in Algeria. Sotto indagine finirono l’allora presidente e amministratore delegato di Leonardo-Finmeccanica, Giuseppe Orsi, e l’ex ad di AgustaWestland, Bruno Spagnolini; nel gennaio 2018 i due manager sono stati però prosciolti da tutte le accuse dal GUP di Busto.

Due dei velivoli AW101 acquistati dalla Marina militare algerina sono stati perduti a seguito di gravi incidenti. Il primo accadde nel 2017: a causa dell’impatto con un elettrodotto ad alta tensione, un elicottero precipitò al suolo causando la morte dei tre membri dell’equipaggio. Il 17 dicembre 2020, un AW101 in volo di addestramento tecnico precipitò in mare al largo della città di Bouharoun, ad ovest della capitale Algeri. Anche in quest’ultima occasione persero la vita i tre militari a bordo del velivolo.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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La Russia all’assalto dell’oro del Sudan e così con le ricchezze dell’Africa finanzia la guerra in Ucraina

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 marzo 2022

L’attenzione della Russia alla conquista dell’Africa non poteva mica scordarsi di passare attraverso il Sudan, un Paese ricco e ancora largamente inesplorato. Le materie prime presenti nell’ex possedimento anglo egiziano sono notevoli ma qualcosa di facilmente sfruttabile e immediatamente fruibile deve aver attratto le attenzioni del Cremlino: l’oro.

Il nuovo legame tra Russia e Sudan si è manifestato chiaramente con l’astensione di Khartoum nel voto di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. La mozione approvata da 141 Paesi ha avuto 5 voi contrari (tra cui quello dell’ineffabile Eritrea) e 35 astensioni, appunto.

Un’astensione prevedibile dopo la recente visita a Mosca di una delegazione sudanese, capeggiata dal vicepresidente del Sudan, il tagliagole Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemetti, in passato uno dei capi dei janjaweed, i tristemente noti diavoli a cavallo (come li chiamava la popolazione) che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

A destra, Mohamed Hamdan Dagalo, vice-presidente del Sudan a colloquio con il vice-ministro della Difesa russo, Alexander Fomin

Dagalo, che è anche a capo delle Rapid Support Forces (RSF), il nuovo nome con cui di sono riciclati i janjaweed, ha incontrato anche il viceministro della Difesa russo, Alexander Fomin il 26 febbraio scorso, due giorni dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Durante i colloqui le due parti hanno concordato di incrementare la cooperazione militare. Finora non è trapelato nulla sull’accordo della costruzione della base navale russa a Port Sudan. Il governo di transizione ha comunque preso l’impegno di riesaminare la questione quanto prima.

Il vicepresidente sudanese ha avuto anche colloqui con il vice-primo ministro Alexander Novak. Le parti sono interessate a sviluppare la cooperazione in diversi settori, tra questi quello minerario e petrolifero, nonché nella costruzione di infrastrutture elettriche e l’uso pacifico dell’energia nucleare.

Ovviamente non poteva mancare un faccia a faccia con il potente ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Viktorovič Lavrov, che, secondo un comunicato rilasciato dal governo di transizione di Khartoum, ha detto che la Russia segue da vicino gli sviluppi in Sudan, e ha aggiunto di essere convinto che i sudanesi sapranno risolvere i loro attuali problemi, sottolineando “nessuna interferenza da parte di Mosca”.

Cameron Hudson, un ex alto funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ed esperto del Sudan presso l’Atlantic Council’s Africa Center, ritiene che la giunta di transizione spera chiaramente di ottenere, grazie alla la visita di Hemetti, il sostegno finanziario della Russia per sollevare l’economia deficitaria del Paese; potrebbe servire come una minaccia per l’Occidente, a meno che non riprenda i prestiti e trattenga le sanzioni, i militari al potere non esiteranno certamente di calarsi totalmente nell’orbita russa.

Come se non lo fosse già. Da anni sono presenti i mercenari russi del gruppo Wagner nel Paese, molto attivi già ai tempi dell’ex dittatore Omar al Bashir. Gerrit Kurtz, ricercatore del German Institute for International and Security Affairs, ha rivelato a al-Monitor, giornale on line, fondato dall’imprenditore arabo-americano Jamal Daniel, con base a Washinton DC, USA, che, in particolare Hemetti e le RSF hanno già beneficiato in passato dell’appoggio di Mosca, compresi contratti sull’estrazione mineraria, supporto nell’ambito delle comunicazioni e della sicurezza.

Non va dimenticato che il Sudan è ricco in giacimenti auriferi, eppure è una delle nazioni più povere al mondo. Per la maggior parte l’oro viene estratto in miniere a conduzione artigianale che mette in grave pericolo i minatori. Basti pensare che a dicembre sono morte oltre 30 persone nel West-Kordofan, in Darfur, in un giacimento che ufficialmente risultava chiuso.

Ma le autorità di Khartoum, in particolare il ministero delle Miniere, non si preoccupano più di tanto a far rispettare le leggi, come per esempio quella che vieta ai minatori artigianali di scavare oltre una certa profondità. Sta di fatto oltre l’80 per cento dell’oro estratto nel Paese proviene da questi siti informali, strettamente controllati dai militari e dove lavorano oltre 2 milioni di persone per un misero tozzo di pane.

Miniera artigianale in Sudan

Il numero due delle autorità di transizione ha interessi sostanziali nel settore. La sua azienda di famiglia, Al Gunade, è nell’estrazione e nel commercio dell’oro. Secondo documenti visti dalla ONG Global Witness, il Sudan esporta ogni anno 16 miliardi di dollari d’oro negli Emirati Arabi.

Anche i russi hanno ottenuto molte licenze, sembra che in un solo giorno l’ex dittatore Al Bashir ne abbia rilasciate 50, senza effettuare i dovuti controlli sulle compagnie russe, alcune delle quali senza esperienza nel settore.

E, secondo un’inchiesta di The Telegraph, la Russia avrebbe contrabbandato centinaia di tonnellate di oro dal Sudan negli ultimi anni.

Dal 2010 il Cremlino ha più che quadruplicato la quantità di oro detenuto nella Banca centrale, creando così un “forziere di guerra” attraverso un mix di importazioni dall’estero e vaste riserve d’oro interne come terzo produttore mondiale del prezioso metallo.

Sempre in base a The Telehraph, anche se le statistiche ufficiali non evidenziano esportazioni importanti di oro verso la Russia, un dirigente, che ha voluto mantenere l’anonimato, di una delle più grandi compagnie aurifere sudanesi ha detto al quotidiano inglese che il Cremlino è il più grande attore straniero nell’enorme settore minerario del Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Khartoum sospende accordo con Mosca per costruzione base navale a Port Sudan

 

 

 

Gli Stati Uniti congelano i beni a finanziatori dell’ISIS in Sudafrica, Congo-K e Mozambico

Dalla Nostra Corrispondente
Paola Rolletta
Maputo, 2 marzo 2022

Ieri, l’Office of Foreign Assets Control  (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha applicato sanzioni contro quattro individui con sede in Sudafrica, perché ritenuti “facilitatori finanziari dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) e dell’ISIS-Mozambico (ISIS-M)”.  Si tratta di Farhad Hoomer, Siraaj Miller, Abdella Hussein Abadigga e Peter Charles Mbaga.

Secondo il Dipartimento del Tesoro USA, i membri e gli associati dell’ISIS in Sudafrica stanno giocando un ruolo sempre più centrale nel facilitare il trasferimento di fondi dal vertice della gerarchia dell’ISIS agli affiliati in tutta l’Africa. I membri dell’ISIS basati in Sudafrica colpiti oggi dalle sanzioni, hanno fornito sostegno a trasferimenti di somme di denaro o hanno servito come leader delle cellule dell’ISIS in Sudafrica.

L’ISIS ha recentemente tentato di espandere la sua influenza in Africa attraverso operazioni su larga scala in aree dove il controllo del governo è limitato. Gli affiliati dell’ISIS in Africa fanno affidamento su schemi locali di raccolta fondi, come furti, estorsioni alle popolazioni locali e rapimenti a scopo di riscatto, oltre al sostegno finanziario della gerarchia dell’ISIS.

Nella nota, diffusa alla stampa, il Tesoro Americano riporta le attività illecite in Sudafrica, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Mozambico.

Miliziani dell’ISIS, Sudafrica

Tra il 2017 e il 2018, Farhad Hoomer ha contribuito a organizzare e avviare le operazioni di una cellula ISIS a Durban, in Sudafrica. Hoomer, che è il leader di tale raggruppamento ISIS nella città sudafricana, ha fornito alcune delle sue note proprietà residenziali e veicoli registrati a suo nome per sponsorizzare le riunioni e le attività operative della cellula. Hoomer ha affermato di aver reclutato e addestrato membri della cellula e di essere stato in contatto con membri dell’ISIS-Repubblica Democratica del Congo (ISIS-RDC) e sostenitori dell’ISIS in tutto il Sudafrica. Ha raccolto fondi attraverso operazioni di rapimento per riscatto ed estorsione da grandi aziende, che hanno fornito più di un milione di rand sudafricani di entrate per la sua cellula.

Nel 2018, le autorità sudafricane hanno arrestato Hoomer insieme ai suoi soci per il coinvolgimento in un complotto per distribuire ordigni incendiari improvvisati vicino a una moschea e a edifici commerciali.

Siraaj Miller, che guida un gruppo di sostenitori dell’ISIS a Città del Capo, ha fornito assistenza finanziaria all’ISIS addestrando i membri a compiere rapine per raccogliere fondi per l’ISIS. Nel 2018, Miller ha anche assistito all’acquisizione di case come nascondigli temporanei per l’ISIS.

Abdella Hussein Abadigga, invece, reclutava giovani in Sudafrica e li mandava in un campo di addestramento. Abadigga, che controllava due moschee in nel Paese, usava la sua posizione per estorcere denaro ai membri del luogo di culto, per poi inviare il denaro mediante il sistema “hawala” ai sostenitori dell’ISIS in altre parti dell’Africa. Bilal al-Sudani, un leader dell’ISIS in Somalia, considerava Abadigga un collaboratore fidato che aveva contribuiti a migliorare l’organizzazione dei sostenitori dell’ISIS in Sudafrica, inoltre aveva grande capacità di reclutare nuovi membri.

Peter Charles Mbaga ha facilitato i trasferimenti di fondi dal Sudafrica. Mbaga ha cercato di fornire supporto all’ISIS-Mozambico aiutando il gruppo ad acquisire attrezzature in Sudafrica. Mbaga ha anche cercato di acquisire armi dal Mozambico.

Le sanzioni implicano la segnalazione e il blocco dei beni e dei loro interessi diretti o indiretti.

Paola Rolletta
paolarolletta@gmail.com