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Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

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Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

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Turisti ucraini bloccati a Zanzibar e in Egitto, nessuno aiuta gli africani intrappolati dalla guerra

Africa ExPress
2 Marzo 2022

Sono centinaia i turisti ucraini bloccati a Zanzibar, isola della Tanzania, con una status di semi autonomia, intrappolati nel paradiso terrestre dell’Oceano Indiano, mentre nella loro terra è scoppiata la guerra e gli aeroporti sono bloccati. Molti avrebbero dovuto rientrare in patria giorni fa e ora sono a corto di denaro per pagare le camere d’albergo.

Turisti ucraini a Zanzibar costretti a prolungare le vacanze, molti hanno finito i soldi,

L’ambasciatore ucraino accreditato in Kenya, Andrii Pravednyk, prevede di arrivare sull’isola nei prossimi giorni, per incontrare le autorità locali e i turisti bloccati per trovare una soluzione.

Il governo di Stone Town (capoluogo dell’isola) e l’ambasciatore dell’Ucraina stanno cercando di far partire i turisti quanto prima; sono in corso trattative per trasportarli in Polonia, che ha già accolto centinaia di migliaia di profughi ucraini.

Peccato che le autorità di Varsavia non siano altrettanto generosi con gli africani, intrappolati sotto le bombe in Ucraina. Molti di loro vengono respinti alla frontiera polacca.

L’Unione Africana ha protestato contro il trattamento riservato ai cittadini del loro continente. Nel comunicato firmato dal presidente di turno dell’Assemblea, il senegalese Macky Sall e il presidente della Commissione, Moussa Faki Mahamat, è stato ricordato che, secondo il diritto internazionale, tutti possono attraversare le frontiere quando una nazione è in guerra, dunque anche gli africani devono godere di tali benefici. In momenti simili non si guardano la nazionalità o il colore della pelle dei profughi.

Africani, intrappolati in Ucraina

Intanto il ministro del Turismo di Zanzibar, Leila Mohammed Musa, ha detto ieri che è preferibile che per il momento gli sfortunati turisti restino al sicuro sull’isola, dove ricevono assistenza umanitaria e alcuni potranno continuare a alloggiare gratis negli alberghi dove hanno trascorso le vacanze.

Lo stringer di Africa Express ha visitato uno dei tanti resort turistici di Zanzibar domenica scorsa; il manager gli ha specificato che potranno offrire gratuitamente una notte agli sfortunati turisti, poi però bisogna trovare una soluzione.

Una situazione simile si sta verificando in Egitto, sul mar Rosso, meta molto amata da russi e ucraini. Il ministero del turismo ha diramato già giovedì scorso un comunicato, nel quale specifica: “I turisti provenienti da Paesi dove il traffico aereo è momentaneamente interrotto, saranno autorizzati a rimanere negli hotel nei quali hanno trascorso le loro vacanze, fino a quando potranno tornare a casa in sicurezza”.

Africa ExPress
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L’invasione russa getta nel panico migliaia di studenti africani intrappolati in Ucraina

 

 

 

 

Un’istantanea fantastica in Botswana: un coccodrillo prende il sole sulla schiena di un ippopotamo

Africa ExPress
1° marzo 2022

Si sa che ippopotami sono acerrimi nemici dei coccodrilli. I cuccioli dei pachidermi sono infatti cibo prelibato per i famelici rettili. Ma l’immagine scattata dalla fotografa naturalista Jay Roode è fuori dal comune. Probabilmente l’ippopotamo non si è ancora accorto che un figlio del suo peggior nemico è sdraiato sulla sua schiena a prendere il sole. O forse il coccodrillo è ancora innocuo per creare problemi al grosso mammifero.

coccodrillo prende sole sopra ippopotamo
Coccodrillo prende sole sopra la schiena di un ippopotamo (Courtesy Facebook/Jay Roode)

Succede in Botswana, nel delta dell’Okavango settentrionale, mentre Jay sta tornando all’aeroporto di Khwai con il piccolo aereo che utilizza per i voli turistici. “Ho intravisto questa scena durante la discesa e ho dovuto chiedere a Jan (il pilota, ndr) di tornare indietro – scrive la fotografa su Facebook -. Una toccata e fuga per assicurarmi di non avere avuto allucinazioni”.

“C’era uno stagno poco prima del campo d’aviazione e qui si svolgeva questa scena insolita – si legge sul post -. Nonostante un’estrema turbolenza quando abbiamo virato e siamo atterrati, sono riuscita a catturare alcuni scatti di questa improbabile coppia. Pensavo di aver visto tutto, ma la natura non smette mai di stupirmi!”. E si chiede: “I miei occhi mi ingannano o questo è un coccodrillo albino che si fa un giro su un ippopotamo? (Cosa pensate tutti? Albino?)”

Il post di Jay Roode su Facebook

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Un video reportage eccezionale: la storia dei mercenari russi della compagnia Wagner dall’Ucraina all’Africa

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
28 febbraio 2022

La nostra amica e collega Gail Borgia, che vive e abita in Africa e ha vinto il premio Pulitzer, ci ha segnalato un documentario eccezionale, realizzato dalla casa di produzione Capa, con la partecipazione di France Television, prodotto da Amandine Chambelland. “Wagner, l’esercito ombra di Putin” è un film di Alexandra Jousset e Knenia Bolchakova . Assai interessante e in alcune parti choccante.

Riproponiamo questo interessante documentario investigativo. Non spaventatevi se è un po’ lungo: vi tiene con il fiato sospeso per tutto il tempo. Non è un thriller, ma potrebbe benissimo esserlo.

Proporvi questi video non vuol dire che Africa ExPress sia schierata acriticamente contro i russi e a favore degli americani. In questa sporca guerra scatenata in Ucraina di errori ne sono stati fatti tanti da tutte le parti.

Noi crediamo che il traffico d’armi che ingrassa i bilanci di parecchi i Paesi e i conti personali di molti mercanti di morte senza scrupoli, sia tollerato se non incoraggiato da parecchi leader politici mondiali.

Il reportage mostra la penetrazione dei mercenari russi del gruppo Wagner in Africa: in Centrafrica, in Mali in Libia, in Ciad, in Madagascar e in altri Paesi del continente, oltre che in Siria, dove hanno cominciato la loro attività.

Per la prima volta ci sono interviste inedite a membri di Wagner, alle famiglie dei caduti e immagini altamente significative.

Il reportage rivela anche un particolare che riguarda l’Italia: quando si parla del traffico d’armi organizzato in Madagascar si cita una compagnia mineraria, la Kraoma, che, dopo aver venduto materiale bellico al gruppo Wagner, è stata venduta alla stessa società di mercenari.

L’agenzia Africa Intelligence nel 2010 riporta che una piccola azienda italiana specializzata nel commercio di minerali e nella trasformazione di prodotti industriali si stava interessando all’attività del produttore di cromo Kraomita Malagasy (Kraoma), di proprietà statale. Secondo Africa Intelligence a metà dicembre 2009 la presidente del consiglio di amministrazione della Kraoma, Jeanne Raolimalala, aveva siglato un accordo con la società milanese United Technologies per formare una joint venture chiamata United Chrome, per produrre derivati chimici del cromo malgascio.

Secondo l’agenzia, Jeanne Raolimalala era stata nominata presidente del consiglio d’amministrazione di United Chrome, affiancata da un vicepresidente italiano, Simone Sacco, in rappresentanza di United Technologies. Il direttore generale della nuova joint venture era stato indicato in Michele Franchi, anche lui italiano e il genero dell’ex ministro malgascio dell’Energia, Elisé Razaka, durante la presidenza di Marc Ravalomanana.Poco dopo aver lasciato la società, Michele Franchi sarebbe diventato a console onorario italiano in Madagascar

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

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Nel Giro del Ruanda vince anche l’Ucraina

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
28 febbraio 2022

L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin ha fatto irruzione anche nel 14° giro ciclistico del Ruanda, conclusosi domenica 27 febbraio. Grazie ad Anatoli Volodimirovich Budyak, 26 anni, corridore nato a Vinnycja, nell’Ucraina centrale, sulle rive del fiume Buh. Anatoli venerdì scorso, 25 febbraio è sfrecciato per primo, tra lacrime e angoscia, alzando un dito verso il cielo, sul traguardo di Kigali, al termine della sesta tappa di 152 km partita da Musanze.

Anatoli Volodimirovich Budyak, ucraino, secondo classificato, dedica il grande successo al suo popolo e chiede: “Fermate la guerra”

Anatoli, della squadra malese Terenganu Polygon, non vinceva dall’11 luglio 2021, al Grand Prix Kayset in Turchia. Ma, soprattutto, un ucraino non aveva mai conquistato una tappa in Ruanda, in Africa.

Ed è successo il giorno dopo l’aggressione armata dei russi alla sua terra. Invasione, aggressione…terribili parole in uso con il loro preciso significato nei Paesi democratici, ma non per il sito ufficiale Tourdurwanda.rw, che – parola più parola meno – così riporta la notizia: “Questa prima vittoria dovrebbe regalare un piccolo sorriso all’ucraino, il cui Paese sta attraversando un momento di difficoltà a causa della crisi con la Russia”.

Alla faccia dell’understatement! Non c’è da stupirsi: nell’account ufficiale di Twitter della presidenza del Ruanda non si fa mai cenno di quello che sta avvenendo in Ucraina. Il 24 febbraio Paul Kagame, presidente del Ruanda, era in visita ufficiale in Mauritania, i giorni successivi ha incontrato dirigenti vari, un ministro dell’Angola. Ma mai che sia venuta fuori una parola sulla guerra in Corso.

Per fortuna ci ha pensato il ciclista a dire le cose come stanno. “Dedico questo mio successo a tutto il popolo ucraino – ha dichiarato a Cyclingtips.com – – mi rivolgo  alle autorità e al popolo russo, per favore fermate la guerra. Non è colpa nostra se la gente soffre e muore. L’Ucraina vuole la pace. Mai avrei immaginato che dei fratelli e dei vicini ci avrebbero aggredito. Nessuno vuole la guerra in Ucraina, vogliamo vivere in pace e tranquillità, ma se siamo attaccati dobbiamo difenderci”.

Budyak è poi giunto secondo nella classifica finale generale alle spalle del vincitore del 14°Tour du Rwanda, l’eritreo NATNAEL TESFATSION, 22 anni, della squadra italiana DRONE HOPPER – ANDRONI GIOCATTOLI.

Il giovane Natnael– in Italia, a Lucca, dove vive, per tutti è Natalino – è un astro emergente del ciclismo africano: già nel 2020 aveva conquistato questa corsa, che una delle più importanti del continente africano.

NATNAEL TESFATSION, noto Natalino, è il vincitore del Tour du Rwanda 2022

L’ultima frazione, l’ottava (un circuito di 75 km intorno alla capitale Kigali) ha avuto il via nientemeno che dal presidente in persona, Paul Kagamedavanti a una folla enorme, e ha visto la prima vittoria di un ciclista ruandese in 14 anni: Mugisha Moise, 25 anni, nativo di Busogo (nord della nazione) del team sudafricano Pro Touch. E’ giunto al traguardo con due francesi della Total Energies (Sandy Dujardin e Alexandre Geniez), già vincitori di tappa in questa competizione. La coppia transalpina, con un gesto cavalleresco, ha deciso di non sfidare in volata Mugisha, ma anzi di scortarlo verso il successo per farlo diventare il primo corridore di casa a vincere una delle tappe della corsa.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Riparte il ciclismo africano con il tour del Ruanda

 

L’invasione russa getta nel panico migliaia di studenti africani intrappolati in Ucraina

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 febbraio 2022

Anche gli studenti africani del campus universitario di Kiev si sono svegliati a suon di bombe all’alba di giovedì 24 febbraio.

Un risveglio brutale, segnato dall’angoscia, per questi giovani che ora si trovano  intrappolati in mezzo a una guerra, lontani da casa, abbandonati a sé stessi. Quella mattina, presi dal panico, sono corsi nello scantinato degli edifici che ospitano i dormitori, con un solo desiderio nella testa: ritornare a casa. Un’impresa difficile, ora che l’aeroporto della capitale ucraina non è più operativo.

 

Università di Kiev, Ucraina

Sembra tutto così inverosimile, fantascientifico, racconta uno studente ghanese ai reporter della BBC, iscritto alla facoltà di ingegneria. “Dalla mia finestra ho visto aerei russi volare a bassissima quota per eludere i missili che solcavano il cielo. Una scena da video giochi”.

Il 20 per cento degli studenti stranieri in Ucraina provengono dall’Africa, da molte nazioni del continente. Una tradizione che risale alla decolonizzazione degli anni Sessanta, quando, dietro ordini della Russia, le autorità di Kiev esportavano grano, zucchero, olio vegetale, prodotti metallurgici e quant’altro, finanziando anche la formazione in medicina, ingegneria o in ambito militare di molti giovani, provenienti da Marocco, Guinea, Mali, Uganda e Angola. All’epoca migliaia di specialisti ucraini lavoravano nei Paesi africani filosovietici.

Ancora oggi molti Paesi del continente acquistano gran parte delle loro importazioni di grano, zucchero, metallo laminato e fertilizzanti chimici dall’Ucraina. L’associazione degli ucraini – ormai ultrasettantenni – che in un lontano passato avevano lavorato in Africa, cercano di mantenere i contatti con i laureati africani delle università ucraine; molti tra questi sono oggi uomini d’affari, generali.

A tutt’oggi, migliaia di giovani africani, anche se non più a titolo gratuito come in passato, frequentano gli atenei ucraini, perché meno onerosi della maggior parte delle università in Europa, Stati Uniti, Asia.

Gli studenti sono sbarcati nel Paese con il solo desiderio di studiare, mettersi in tasca una laurea prestigiosa. Ora i loro sogni si sono infranti, cancellati dall’invasione russa, dalle bombe e l’unico desiderio rimasto è quello di tornare a casa quanto prima.

Con tutti i voli bloccati, i loro governi possono fare ben poco per venire in soccorso ai loro connazionali disperati. Ma intanto i ragazzi hanno già preparato i bagagli, pronti a lasciare l’Ucraina sotto assedio dei russi. Da giovedì scorso molti stanno tentando di raggiungere via terra il confine polacco, con la speranza di potersi poi imbarcare con il primo volo disponibile alla volta della loro terra.

Studenti africani in Ucraina

Da venerdì sono attivi diversi twitter spaces, dove i ragazzi possono trovare consigli e raccomandazioni per arrivare alla frontiera con la Polonia o altri Paesi limitrofi.

Un nigeriano, residente in Polonia, via twitter, sta cercando di aiutare gli studenti circa il percorso per raggiungere il confine, e soprattutto raccomanda loro di non  viaggiare soli. Le code ai posti di frontiere sono lunghe, infinite. Alcuni si sono già messi in salvo, altri, invece, hanno segnalato di essere rimasti bloccati dalla polizia polacca, perché i loro documenti non in regola o scaduti.

Alcuni governi africani si sono già attivati per far rientrare i propri connazionali. Il Ghana, la cui ambasciata in Svizzera sta raccogliendo i nominativi di tutti ghanesi che si trovano attualmente in Ucraina, in vista di un’eventuale evacuazione, non appena le autorità daranno il via libera. “Saranno evacuati per via aerea quando la Russia cesserà i bombardamenti, o via terra nei Paesi vicini”, ha spiegato il presidente degli studenti ghanesi in Ucraina, Bobie Ansah.

Mentre il governo libico di transizione è già riuscito a portare fuori dall’inferno 200 connazionali, mettendoli al sicuro in Slovacchia. Già giovedì le autorità di Bratislava avevano annunciato di essere pronti a accogliere chiunque scappa dalla guerra.

Molti ragazzi nordafricani sono già partiti, noleggiando un bus e portando con loro persino cani e gatti. Myriam, una studentessa tunisina, iscritta all’università di Odessa, ha precisato che in Ucraina ci sono almeno 800 suoi conterranei. Il ministero degli Esteri di Tunisi, ha messo in piedi un’unità di crisi e un agente di viaggio che ne fa parte e conosce bene il Paese, sta cercando di organizzare l’evacuazione via terra dei giovani.

Samantha Power, amministratore di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) è arrivata a Cracovia per l’emergenza rifugiati provenienti dall’Ucraina.

La presa di posizione dei capi di Stato africani contro l’invasione russa è stata piuttosto timida finora, anche se il presidente di turno dell’assemblea dell’Unione Africana, il senegalese Macky Sall, e il presidente della Commissione, Moussa Faki Mahamat,  in un comunicato congiunto hanno detto di essere estremamente preoccupati per l’invasione russa e hanno chiesto a Mosca di “rispettare il diritto internazionale, l’integrità territoriale e la sovranità nazionale dell’Ucraina”.

Intanto Mosca venerdì ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che  aveva chiesto alla Russia di fermare immediatamente il suo attacco all’Ucraina e di ritirare tutte le truppe. Mossa che diversi membri del Consiglio hanno ritenuto inutile, ma inevitabile. Undici dei quindici membri hanno votato in favore della risoluzione, mentre Cina, India, Emirati Arabi Uniti si sono astenuti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Yemen: gli huthi hanno colpito l’aeroporto arabo di Jazan, 16 feriti

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Africa ExPress
26 febbraio 2022

Come già anticipato negli articoli scorsi da Africa Express gli Huthi hanno mutato il modus operandi adottando la tattica di colpire solo obiettivi sensibili in UAE w Arabia Saudita prendendo di mira gli aeroporti. Infatti, dopo gli aeroporti di Abu Dhabi (UAE) e di Abha (Arabia saudita) puntuale è arrivato l’ennesimo attacco Huthi con Droni e Missili balistici contro un’altro aeroporto saudita, il King Abdullah Bin Abdulaziz di Jazan (nel sud del Paese) con un bilancio provvisorio di almeno 16 feriti gravi (non ci sono per il momento notizie di morti).

Aeroporto di Abu Dhabi, bombardato con droni dai ribelli yemeniti

Gli attacchi son talmente tanti e continui che la stampa araba fatica a darne conto. A seguito di questa preoccupante escalation, gli Emirati Arabi hanno di nuovo fatto pressioni sugli Stati Uniti perché l’organizzazione Huthi sia messa dagli Stati Uniti in black list e ricompresa nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.

E’ di due giorni fa la notizia che gli Emirati Arabi Uniti hanno indicato per le sanzioni statunitensi ben 5 entità ritenute responsabili di aver supportato con una rete finanziaria le milizie Houthi dello Yemen. Gli Emirati Arabi Uniti hanno indicato “un soggetto e cinque entità commerciali in un elenco di persone e organizzazioni che sostengono il terrorismo in particolare le milizie Huthi dello Yemen che utilizzano fondi ed i proventi dei loro traffici per finanziare aggressioni militari alle strutture civili” (lo ha ufficialmente riferito mercoledì scorso l’Agenzia di stampa degli Emirati WAM).

Di seguito l’elenco delle persone fisiche e società blacklisted (che potrebbe a breve essere aggiornato con altri nominativi):
1. Compagnia di cambi Al Alamiyah Express;
2. Società di cambi Al-Hadha;
3. Società di import/export Moaz Abdulla Dael;
4. Nave Portarinfuse “Tre”– codice IMO 9109550;
5. Società di navigazione Peridot Shipping & Trading LLC.

La seguente nota è stata diramata mercoledì 23 febbraio dall’Agenzia amiratina WAM: “A tutte le autorità di regolamentazione è ordinato di monitorare e identificare tutte le persone fisiche o entità affiliate con qualsiasi rapporto finanziario e/o commerciale con quelli elencati e di adottare le misure necessarie secondo le leggi vigenti nel Paese, compreso il congelamento di tutte le attività finanziarie in meno di 24 ore”.

A gennaio, gli Houthi avevano preso di mira gli Emirati Arabi Uniti con tre attacchi missilistici e droni, tutti diretti a siti e infrastrutture civili (aeroporto di Abu Dhabi), provocando la morte di tre civili a cui son seguiti altri attacchi Huthi a 2 aeroporti sauditi. Gli Stati Uniti mercoledì hanno anche annunciato sanzioni contro quelli che hanno affermato essere membri di una rete di finanziamento internazionale per la milizia Houthi dello Yemen dopo che il gruppo sostenuto dall’Iran ha recentemente intensificato gli attacchi transfrontalieri di droni e missili contro l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Le sanzioni economiche mirano a fiaccare le fonti di sostegno finanziario delle milizie, prendendo di mira le compagnie di navigazione e altre attività che secondo gli Stati Uniti vengono utilizzate per contrabbandare petrolio e altre materie prime in Medio Oriente, Asia e Africa, primaria fonte di finanziamento degli Huthi.

Tra le persone fisiche blaklisted da Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti e designati come affiancatori del terrorismo figura anche il nome d’un commerciante di materie prime (con sedi negli Emirati Arabi Uniti e in Svezia) e la sua azienda, tal Abdo Abdullah Dael Ahmed titolare della società Moaz Abdallah Dael Import and Export. Il presidente Joe Biden ha recentemente dichiarato che gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di riconsiderate i miliziani Houthi come organizzazione terroristica, passo che in genere comporta dure sanzioni del governo degli Stati Uniti anche per tutte le entità commerciali che fanno affari con loro. Ricordiamo che l’amministrazione Trump impose la designazione degli Huthi come Gruppo Terroristico nei suoi ultimi giorni di mandato presidenziale mentre la nuova amministrazione Biden, come uno dei suoi primi atti, revocò la denominazione di ‘Gruppo Terrorista” argomentando che le sanzioni conseguenti avrebbero spaventato i fornitori di cibo ed aiuti alimentari compromettendo gli sforzi umanitari in un paese già cronicamente messo in ginocchio dal conflitto e dalla fame.
(dai quotidiano cartaceo ‫‪emiratino Alittihad del 23. febbraio 2022) ‬‬

Africa Express
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Braccio di ferro tra russi e francesi: liberati 4 caschi blu e fermati 3 cooperanti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 febbraio 2022

Nel pomeriggio di ieri fa sono stati liberati i 4 militari europei della missione ONU (MINUSCA) nella Repubblica Centrafricana, arrestati lunedì scorso nelle immediate vicinanze dell’aeroporto internazionale di Bangui, con l’accusa di attentato al presidente Faustin–Archange Touadéra.

Caschi blu di MINUSCA in Centrafrica

I cartellini identificativi con le loro foto e nomi, nonché la loro funzione nell’ambito di Minusca sono immediatamente apparsi in innumerevoli bacheche dei social network di utenti centrafricani.

Dopo il loro arresto sono seguiti appelli per la loro liberazione dal segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres e dai vertici di Minusca.Tra l’altro, hanno ricordato alle autorità di Bangui, che i 4 militari, in quanto personale dell’ONU, godono di immunità durante l’esercizio delle loro funzioni.

Dal giorno del loro fermo è iniziato un vero e proprio braccio di ferro tra il governo centrafricano e l’ambasciata francese di Bangui e MINUSCA, scandalizzati in quanto per tre giorni di seguito, i 4 caschi blu sono stati classificati dalla stampa come mercenari.

Il giorno dopo l’arresto dei militari stranieri è stata formalmente aperta un’inchiesta dalla procura generale di Bangui. Mentre Mankeur Ndiaye, a capo di MINUSCA e rappresentante speciale del segretario generale del Palazzo di Vetro nel Paese, ha approfittato della sua presenza al Consiglio di sicurezza dell’ONU per informare personalmente i membri dei fatti accaduti.

E mentre si discuteva a New York dell’arresto dei caschi blu, a Bangui, secondo fonti locali, Lizbeth Anne Cullity, la vice di Ndiaye e il comandante della missione di pace, Daniel Sidiki Traoré, sarebbero stati ricevuti dal presidente. Durante il colloquio con Touadéra avrebbero chiesto la liberazione immediata dei 4 militari in forza al contingente di pace, puntando sul fatto che è stata commessa una violazione dell’accordo stipulato tra il governo e MINUSCA, fatto che ora renderebbe assai difficile l’espletamento del mandato.

Inizialmente Touadéra sarebbe rimasto fermo sulle sue posizioni, solo in un secondo tempo, dopo essersi consultato con i russi del suo entourage, avrebbe consentito di liberare i militari stranieri. Va ricordato che il consulente per la sicurezza interna del capo di Stato centrafricano è un uomo di Mosca, Valery Zakharov.

Tutto bene quel che finisce bene, anche se non è ancora chiara la funzione e la presenza dei quattro militari francesi, che sono stati però identificati dal procuratore generale come appartenenti a altre nazionalità, solo uno tra loro risulterebbe provenire d’Oltralpe, mentre uno sarebbe italiano, un altro rumeno e il quarto bulgaro.

Il contingente di pace dell’ONU in Centrafrica è composto da truppe di molte nazioni, per lo più africane e 3 asiatiche, mentre non risulta alcuna partecipazione europea, nemmeno francese. Parigi è stata a fianco della sua ex colonia con l’Opération Sangaris dal 2013 al 2016. Mentre MINUSCA è arrivata nel 2014; il mandato della missione di pace è stato rinnovato per un altro anno dal Consiglio di sicurezza lo scorso novembre con risoluzione numero 2605.

Alla fine del mese scade l’incarico del senegalese Ndiaye, sarà sostituito dalla ruandese Valentine Rugwabiza, diplomatico di lungo corso. Un annuncio in tal senso è stato fatto da Guterres due giorni fa.

I colpi di scena in Centrafrica sono all’ordine del giorno. Mercoledì sono stati arrestati tre operatori umanitari della ONG francese ACTED, che opera nel Paese. Due tra i fermati sono di nazionalità francese.

Come spiega il quotidiano online centrafricano CorbeauNews, i mercenari di Wagner, supportati dai militari di Bangui e da agenti della polizia, arrivati con un camion dalla capitale Bangui, avrebbero dapprima circondato il perimetro dell’area di una delle basi della ONG a Bambari, capoluogo della prefettura di Ouaka, per poi perquisire l’edificio, ufficialmente alla ricerca di armi da guerra.

I contractor però non hanno trovato né fucili o munizioni; malgrado ciò hanno portato i tre operatori alla centrale di polizia e sequestrato i loro telefoni satellitari Thraya. Solo dopo l’intervento dei funzionari di OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari n.d.r.), sono stati liberati. Questo fatto complica ulteriormente i rapporti già tesi tra il Centrafrica e la Francia.

Mercenari Wagner alla base della ONG ACTED, Bambari, Centrafrica

La ONG ACTED ha già subito pesanti perdite nell’agosto di due anni fa, quando, durante un agguato dei terroristi, hanno ucciso 6 operatori umanitari francesi e due nigerini nel parco delle Giraffe, nella zone delle tre frontiere (Mali, Niger, Burkina Faso).

Alla fine dello scorso anno i militari francesi di Barkhane hanno ucciso uno degli assassini del vile massacro poi rivendicato dallo Stato Islamico nel Grande Sahara – branca dell’ISIS.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Arrestati 4 caschi blu (uno è italiano) della missione ONU in Centrafrica: scambio di accuse con i mercenari russi

 

Mali la crisi sprofonda: via i francesi che si ritirano in Niger e in Ciad. Il testimone passa ai russi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 febbraio 2022

La Francia cessa la sua collaborazione militare con il Mali. Le truppe dell’Opération Barkhane lasceranno la ex colonia, insieme ai partner europei del contingente Takuba, attivo nel Paese sotto il comando del contingente francese. L’annuncio è stato fatto dal presidente Emmanuel Macron una settimana fa, dopo una cena di lavoro all’Eliseo, alla quale hanno partecipato una trentina di dirigenti africani e europei.

Il governo golpista di Bamako ha chiesto un ritiro immediato, Macron, ha rinviato al mittente tale pretesa: “La Francia si ritirerà in buon ordine e senza compromettere la sicurezza dei nostri soldati”.

Mezzi italiani impiegati nell’operazione Takuba

Abdoulaye Maïga, ministro per gli Affari territoriali e portavoce del governo di transizione di Bamako, in un messaggio che è stato letto alla TV di Stato la scorsa settimana, ha definito l’annuncio del disimpegno francese una “flagrante violazione” degli accordi tra i due Paesi, sottolineando che i risultati di nove anni di coinvolgimento francese in Mali non sono stati soddisfacenti.

Tra 2.500 e 3.000 soldati del Paese d’Oltralpe resteranno nel Sahel (ma non più in Mali) per contrastare i terroristi. Il comando del contingente di Barkhane si trova in Ciad, con una base aerea a N’Djamena, la capitale ciadiana. i loro aerei da trasporto vengono svolgono missioni logistiche in un immenso territorio di 5 milioni di chilometri quadrati.

Mentre a Niamey, la capitale del Niger, si trova la principale base aerea dell’operazione Barkhane, con sei droni Reaper e sette aerei da combattimento Mirage. Nella capitale c’è anche il comando operativo della Force G5 Sahel, contingente tutto africano, composto da militari di Ciad, Niger, Mali, Mauritania e Burkina Faso, lanciato nel 2017 dai rispettivi capi di Stato dei 5 Paesi, e sostenuti con finanziamenti da UE, Francia, USA e Arabia Saudita.

Insomma la Francia non abbandona i propri interessi nel Sahel. Il suo maggiore alleato nella regione è attualmente il Niger, dove Parigi controlla ancora miniere di uranio, che, certamente non vuole lasciare in mano ai russi. Anche se la miniera di uranio di Cominak è stata chiusa, è rimasta aperta quella di Somair. Una terza a Imouraren, la più grande del mondo, dovrebbe entrare in funzione tra pochissimo.

Un piccolo contingente italiano è impiegato anche in Mali per contrastare l’immigrazione

E, durante la conferenza stampa della scorsa settimana Macron ha anche annunciato di aver siglato un accordo con le autorità del Niger. Tale intesa  prevede il trasferimento della task force Takuba nella regione delle tre frontiere, ma su suolo nigerino, dove il contingente europeo, insieme alle truppe di Niamey avrà il compito di contrastare gli attacchi dei terroristi.

L’operazione è miseramente fallita. Ma forse la responsabilità non è tutta francese. In Italia per esempio, l’attività della parte italiana della missione è avvolta nel mistero. Cosa fanno, cosa hanno fatto i nostri uomini? Sarebbe bene che qualcuno lo spiegasse in parlamento.

Intanto il governo di Bamako ha annunciato qualche giorno fa di aver condotto campagne contro i terroristi in diverse regioni (Timbuktu, Ségou, Mopti et Bandiagara). Lo Stato maggiore maliano ha fatto sapere che durante le operazioni delle loro forze armate sarebbero stati uccisi 60 terroristi, ma ha anche precisato che durante le operazioni i loro militari sono stati supportati da Takuba – per il momento ancora operativa – con mezzi di ricognizione per stanare i gruppi armati.

Ma Bamako potrà contare anche su altri aiuti. Secondo quanto dichiarato da Moussa Ag Acharatoumane, portavoce degli ex-ribelli dei movimenti armati del nord del Mali – Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (CMA) e la Piattaforma dei Movimenti, che hanno firmato l’accordo con il governo di Bamako – i gruppi che rappresenta sono pronti combattere i terroristi nelle regioni del nord del Paese.  “Ora dobbiamo dimostrare al nostro popolo, ai nostri vicini, alla comunità internazionale che siamo in grado di garantire la sicurezza”, ha precisato.

Miliziani jihadisti in Mali

E poi ci sono i nuovi alleati dell’ex colonia francese in Mali:  i russi non presenti ufficialmente ma attraverso la loro quinta colonna il braccio dei mercenari del Wagner Group, una società di sicurezza privata che da molte parti viene considerata un’emanazione diretta del Cremlino. Non solo Ucraina, dunque, l’espansione di Mosca si può toccare con mano anche in Africa.

Tra l’altro all’inizio del mese è stato siglato un nuovo accordo a Roma tra il Quadro Strategico Permanente – formazione che nell’aprile del 2021 ha riunito il Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (Cma) e la Piattaforma dei Movimenti del 14 giugno 2014 di Algeri – e il governo di Bamako, rappresentato all’occasione dal ministro della Riconciliazione nazionale, Ismael Wague. I dialoghi tra le parti sono stati promossi dalla ONG italiana Ara Pacis, Initiatives for Peace, che già lo scorso anno aveva messo in atto un’iniziativa simile. Alla firma dell’accordo del 2021 ha presenziato anche il ministro degli Esteri, Luigi di Maio.

Intanto oggi il governo di transizione di Bamako dovrà affrontare altri problemi, volti a alleggerire le sanzioni inflitte dalla CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) lo scorso 9 gennaio. Una delegazione dell’organizzazione, capeggiata dall’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan, è arrivata nel Paese poche ore fa per discutere la durata del periodo di transizione e organizzare le elezioni libere e democratiche. A fine dicembre la giunta militare al potere aveva proposto un arco di tempo di 5 anni, necessari, secondo il governo maliano, per effettuare le riforme. Tale proposta è stata ritenuta inaccettabile dalla CEDEAO, il cui presidente di turno, il capo di Stato del Ghana, Nana Akufo-Addo, è convinto che 12 mesi dovrebbero essere sufficienti, mentre l’Unione Africana è propensa a accordare un periodo di 16 mesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Non solo Ucraina: la partita a scacchi tra Putin e Biden è globale. E l’Europa è in ostaggio

EDITORIALE
Leonardo Coen*
23 febbraio 2022

Concordo pienamente con quanto ha scritto Massimo Alberizzi nel suo editoriale di ieri. La partita a scacchi di Putin è globale: si gioca in Africa, e in Asia (ecco perché Mosca ha formato opportunisticamente l’asse con Pechino).

L’Ucraina è solo un pretesto, il casus belli: il cui copione era già scritto da anni. L’Unione Europea non poteva e non può fare granché, perché dipendente dalle forniture russe che di fatto la rendono vassalla di Gazprom, il colosso energetico del Cremlino.

Un conflitto per difendere Kiev è impensabile: chi vuol morire per contendere alla Russia i territori secessionisti che lei controlla da otto anni? A parole. Magari condite da inutili sanzioni. Aggirate bellamente: vedi gli italiani e i tedeschi che continuano a commerciare lucrosamente con la Russia.

L’Ucraina è ricca di risorse naturali ma preda di oligarchie e corruzione. E’ in posizione strategica. Fa gola a tutti. Il confronto tra Putin e l’Occidente non è una novità, anzi, è stato lo stesso presidente russo a preannunciarlo nel suo (ormai) famoso discorso dell’11 febbraio 2007, alla conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera, quando espose la sua dottrina sulla fine del bipolarismo e accusò gli Stati Uniti di voler comandare il mondo “unipolarmente”.

Putin è stato coerente. Sono anni che gli esperti di geopolitica ricordano ai politici di casa nostra (molti dei quali foraggiati da Mosca) e a quelli dell’Unione Europea quali possono essere le conseguenze di tutto ciò. Mosca ha legato mani e piedi l’Italia e la Germania con le sue indispensabili forniture.

Il vorticoso aumento delle bollette è solo un avvertimento. Immaginate se le forniture diminuissero drasticamente. Salterebbe l’economia europea. L’Europa quindi è un ostaggio che non ha vie di scampo. Se non quella di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, e di farlo il più in fretta possibile.

Ma qui entrano in gioco le lobby che da da tempo russi e americani hanno coltivato nel Vecchio Continente. Un sistema di interessi incrociati che avviluppano le nostre economie. Il confronto tra l’Europa e Mosca è anche il confronto tra l’Europa e gli Stati Uniti, sullo sfondo di una nuova divisione del mondo, che coinvolge innanzitutto la politica: da un lato, le democrazie declinate in sistemi differenziati; dall’altro, i regimi autoritari, dunque totalitari.

Una linea ben delineata che separa il modello occidentale da quello Mosca-Pechino e i loro satelliti. L’Occidente si rifà al concetto dello Stato di diritto liberale, ma purtroppo cova in seno dinamiche eversive e antidemocratiche, quelle rappresentate dalle destre che, guarda caso, sono appoggiate dal Cremlino.

Perché Putin da sempre si dice paladino delle rivendicazioni sovraniste nei confronti del centralismo europeo. Le democrazie, inutile nascondercelo, attraversano una crisi senza precedenti – attaccate da fuori, attaccate da dentro.

Siamo arroccati, e Putin questo lo ha capito benissimo: perciò va all’attacco. Occupa. Minaccia. E’ tracotante. Invia mercenari in Siria. In Libia. Nell’Africa subsahariana. Usa i migranti (questo, fin dal 2015) per destabilizzare le opinioni pubbliche fomentate da chi urla contro le “invasioni” (vedi Salvini e compari, in buoni rapporti col Cremlino, come si è constatato più volte).

E c’è pure il sospetto che il terrorismo islamico sia parte di questo disegno globale: non mi meraviglierei se in queste settimane di tensioni e di conflitti ibridi, si rifacesse vivo in Europa…

Leonardo Coen
*Già corrispondente da Mosca di Repubblica

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La partita Ucraina non si gioca solo in Europa e in America: coinvolge anche l’Africa

Arrestati 4 caschi blu (uno è italiano) della missione ONU in Centrafrica: scambio di accuse con i mercenari russi

Arrestati 4 caschi blu (uno è italiano) della missione ONU in Centrafrica: scambio di accuse con i mercenari russi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 febbraio 2022

Gli agenti della gendarmeria di Bangui hanno arrestato ieri sera 4 militari della missione di pace dell’ONU in Centrafrica (MINUSCA).

I quattro caschi blu sono stati bloccati all’aeroporto della capitale, mentre accompagnavano il capo di Stato maggiore di Minusca. L’auto sulla quale viaggiavano ha messo in stato di allerta i servizi di sicurezza; si tratta di un veicolo noleggiato, senza le insegne dell’ONU, immatricolato nel Paese, messo a disposizione del capo di Stato maggiore di Minsuca, in attesa di un’auto ufficiale. E ieri sera l’aeroporto era strettamente sorvegliato per l’arrivo dell’aereo presidenziale con a bordo Faustin–Archange Touadéra, di ritorno da un viaggio all’estero.

Vettura a noleggio, immatricolata in Centrafrica, a disposizione di MINUSCA

Subito dopo il fermo dei quattro militari, le loro immagini sono state condivise sui social network accompagnati da una didascalia: “Accusati di tentato omicidio del presidente centrafricano”.

L’ambasciata francese e l’ONU hanno immediatamente denunciato il fatto come un grave atto di disinformazione.

Anche MINUSCA ha espresso rammarico per l’accaduto e condanna la strumentalizzazioni sui social network.

Intanto il portavoce del governo di Bangui e la direzione generale della polizia hanno confermato il fermo dei quattro caschi blu francesi, ma entrambi non hanno voluto commentare il fatto.

Arresto di 4 caschi blu francesi di MINUSCA

Ma non è tutto. Gli esperti indipendenti della Nazioni Unite, inviati in Centrafrica per monitorare la scottante questione sui diritti umani, hanno denunciato ostruzionismo da parte dei russi presenti nel Paese e delle forze armate centrafricane.

Nel corso degli ultimi mesi, gli esperti dell’ONU non hanno potuto accedere alle aree minerarie, dove si presume siano avvenuti gravi abusi. Zone dove sono presenti i mercenari russi del Gruppo Wagner.

Alla fine di gennaio il Palazzo di Vetro ha mosso gravi accuse contro i soldati di ventura che vengono dalle repubbliche ex sovietiche e contro le forze armate centrafricane per l’uccisione di una trentina di persone nei dintorni di Bria, che dista 600 chilometri dalla capitale Bangui. Durante un’operazione congiunta tra i mercenari di Mosca e i militari, volta a stanare ribelli di Unité pour la paix en Centrafrique (UPC), gruppo armato molto attivo nel Paese, non si esclude che siano avvenuti saccheggi indiscriminati , nonché esecuzioni sommarie. Il massacro si è consumato tra il 16 e il 17 gennaio.

Allora il governo aveva risposto di non essere al corrente di tale operazione, ma una fonte militare presente sul luogo della carneficina, ha confidato ai reporter di  France Presse che il numero delle vittime sarebbe ben più elevato, “non meno di 50”. Un’inchiesta aperta dall’ONU è ancora in corso.

Oggi, invece, il ministro dell’Informazione, portavoce del governo,  Albert Yaloke Mokpeme, ha risposto a tono alle accuse dell’esperto dell’ONU. “MINUSCA (fortemente voluta dall’allora segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon n.d.r.) è nel Paese dal 2014, malgrado la loro presenza siamo stati attaccati e molti centrafricani sono morti durante i conflitti e ora si parla di diritti umani? Dov’erano quando siamo stati attaccati, perché non ci hanno difeso? Nessuno impedisce loro di lavorare”.

Secondo quanto riporta il giornale on-line HumAngle, proprio in questi giorni sarebbero arrivati altri mercenari russi. E’ probabile che siano stati inviati da Mosca per dare la possibilità ai colleghi che si trovano nel Paese da parecchi tempo di ritornare in patria. Sta di fatto che recentemente alcuni paramilitari del tanto discusso gruppo sono anche morti. Almeno 4 mentre altri sei sono stati ricoverati in gravi condizioni dopo aver consumato una grande quantità di birra con l’aggiunta di “sostanze chimiche nocive” contenenti una percentuale di alcool molto elevata. Altri 8, invece sono morti in un incidente stradale avvenuto il 16 febbraio 2022 nella prefettura di Nana-Mambere, nel nord-ovest della ex colonia francese.

Aggiornamento 23 febbraio 2022 ore 09.00

In seguito all’arresto dei caschi blu, la procura di Bangui ha aperto un’inchiesta. ll procuratore generale, Laurent Lengande, durante un suo intervento alla radio nazionale  ha letto un breve comunicato, spiegando che i 4 militari, ancora in stato di fermo, sono di nazionalità francese, italiana, bulgara e rumena. All’interno della loro automobile sono stati trovati 3 fucili d’assalto, una mitragliatrice, alcune granate e 4 pistole. Il procuratore ha inoltre specificato che la loro macchina è sotto controllo dei servizi centrafricani già da due mesi, in quanto ha destato stupore che non venisse utilizzata una delle solite auto bianche con il logo dell’ONU in dotazione a MINUSCA.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Photocredit: HumaAngle

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