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Poliomielite ritorna in Africa, OMS conferma epidemia in Malawi

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L’OMS:”Finché la poliomielite esiste nel mondo, tutti i Paesi rimangono a rischio di importazione del virus”.

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 febbraio 2022

Nel 2020 era stata confermata la sconfitta della poliomielite in Africa ma dal Malawi arrivano, purtroppo, cattive notizie. Nel Paese dell’Africa australe è ricomparsa l’insidiosa e terribile malattia responsabile della paralisi irreversibile agli arti di milioni di persone, soprattutto bambini.

bambina con poliomielite
Bambina con poliomielite in carrozzina (Courtesy WHO-OMS)

Nella capitale, Lilongwe, la settimana scorsa è stato scoperto un focolaio di poliovirus selvaggio di tipo 1, virus della polio che si incontra in natura. L’infezione è stata scoperta in un bambino, primo caso della malattia in Africa da oltre cinque anni. Il ceppo di poliovirus rilevato è legato a quello che circola in Pakistan.

Le dichiarazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS)

“Finché la polio esiste nel mondo, tutti i Paesi rimangono a rischio di importazione del virus – ha affermato Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’OMS per l’Africa. – In seguito al rilevamento della poliovirus selvaggio in Malawi, stiamo prendendo misure urgenti per prevenire la sua potenziale diffusione”.

Secondo Moeti, nel continente c’è un alto livello di sorveglianza per rilevare il virus e rispondere rapidamente per proteggere soprattutto i bambini. Dopo l’annuncio del focolaio i Paesi vicini hanno intensificato la sorveglianza. L’OMS e le autorità sanitarie del Malawi stanno effettuando le valutazione del rischio e la risposta all’epidemia.

La poliomielite

Chiamata anche paralisi infantile, la poliomielite è una malattia virale acuta ad alta contagiosità che si diffonde soprattutto per via oro-fecale da individuo a individuo. Ne esistono tre ceppi che infettano e provocano la malattia soltanto negli esseri umani. Il 90 per cento delle persone contagiate è asintomatica ma l’uno per cento dei casi il virus attacca i centri motori del midollo spinale. Vengono presi di mira i neuroni motori causando debolezza e paralisi; e vengono colpiti i muscoli della respirazione il risultato è la morte.

Si conoscono tre ceppi di poliovirus selvaggio, individuali e immunologicamente distinti. Mentre il tipo 2 (WPV2) e il 3 (WPV3) sono stati debellati, il tipo 1 (WPV1) resiste. Secondo dati del “Polio global eradication initiative“. Dal 2016 al 15 febbraio 2022, i casi confermati di poliomielite nel mondo sono stati 415 . Tutti di tipo 1 e tutti nei Paesi dove la malattia è endemica: Pakistan, Afghanistan e Nigeria.

vaccinazione contro la poliomielite
Vaccinazione contro la poliomielite

Il contributo di Mandela contro la polio

Era il 1996 quando Nelson Mandela ha lanciato uno dei suoi obiettivi: sconfiggere la poliomielite in Africa. Con la campagna “Kick Polio Out of Africa” e il supporto dei privati ha condiviso il sogno di un’Africa senza polio. In quel periodo almeno 75.000 bambini, ogni anno, rimanevano paralizzati dalla poliomielite. Grazie al grande carisma di Madiba c’è stato un immenso sforzo globale. I leader africani, gli operatori sanitari, i donatori globali e le ong si sono uniti riuscendo a far avere i vaccini antipolio a tutti i bambini africani.

Il sogno di Mandela si è realizzato. Sono stati salvati dalla polio 1,8 milioni di bambini; distribuiti 9 miliardi di dosi di vaccino anti-polio e 220 milioni di bambini vaccinati ogni anno.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter:
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Paperone sino-africano produrrà vaccini anti Covid-19 in Sudafrica

 

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Team di scienziati mette a punto un vaccino RNA contro la malaria

 

La partita Ucraina non si gioca solo in Europa e in America: coinvolge anche l’Africa

Editoriale
Massimo A. Alberizzi
20 febbraio 2022

Pochi si sono accorti che la partita, per ora essenzialmente diplomatica, si gioca non solo in Ucraina, ma anche in Africa. La penetrazione russa nel Sahel (soprattutto in Mali e nella Repubblica Centrafricana) è sempre più evidente e invadente.

La strategia del Cremlino in Africa è molto incisiva, ma anche assai subdola. A differenza degli Occidentali, Stati Uniti in testa, Mosca non manda truppe, si limita a sostituire o affiancare i militari, perlopiù francesi o dei contingenti dell’ONU dislocati in quella parte del mondo, con i corpi mercenari organizzati e addestrati da ex ufficiali sovietici.

Ma non si limita a questo: rifornisce gli arsenali locali con ingenti quantitativi di armi. In cambio ottiene lucrose concessioni minerarie.

Soldati di ventura

I soldati di ventura russi (ma vengono anche dai ranghi delle ex repubbliche dell’URSS) si comportano da arroganti gradassi e si rendono protagonisti di atti di inaudita violenza, massacri stupri e razzie. E’ prassi quotidiana nella Repubblica Centrafricana dove il governo, che li ha chiamati in aiuto, fa fatica a controllarli.

O addirittura non vuole. A causa delle violazioni dei diritti umani l’Europa ha sanzionato la compagnia russa.

Una ragazza ucraina si esercita prendendo la mira con il suo mitra

Certo non è che gli americani durante le loro guerre abbiano usato guanti di velluto. Non ci siamo scordati del massacro di My Lai, durante la guerra del Vietnam il 16 marzo 1968, quando furono trucidati civili inermi.

E non ci siamo scordati di casi analoghi che ci hanno visti coinvolti più da vicino, i villaggi pieni di civili bruciati dal generale Graziani durante la sciagurata guerra italiana in Etiopia. In guerra non ci sono santi e santerellini e gli eserciti scaricano da sempre la loro violenza sulle popolazioni inermi.

Ma quelli di Mosca non sono soltanto interventi militari camuffati: la Russia prende il posto giocato dall’Occidente nella politica di sfruttamento delle ingenti risorse minerarie del continente. Le corrotte élite africane si prestano volentieri a questo gioco.

La loro politica infatti mira a incassare più denaro possibile e non certo per metterlo a disposizione delle popolazioni miserabili, diseredate e violentate, ma piuttosto per rimpinguare i propri conti correnti personali nelle banche svizzere o in qualche paradiso fiscale.

Freelance del terrore

Nel Sahel, quella fascia di Africa subsahariana che va dall’Oceano indiano al Mar Rosso, si gioca una difficile partita che vede convolti americani, russi, francesi, europei e, soprattutto tanti islamisti che hanno fondato diversi gruppi sovversivi: alcuni fedeli allo Stato Islamico dell’ISIS, altri ad Al Qaeda e altri ancora indipendenti, freelance del terrore.

La penetrazione radicale islamica nel Sahel è fortissima e l’area si sta rivelando un nuovo Afghanistan. Un punto di ritrovo dove si incontrano terroristi, trafficanti di droga e di uomini, affaristi in doppiopetto che commerciano in petrolio di dubbia provenienza, mercanti d’armi senza scrupoli. I massacri sono soltanto fastidiosi effetti collaterali.

Nel Sahel stanno arrivando miliziani siriani, iracheni, libici, mauritani ma anche piccoli gruppi di fanatici sudanesi, senegalesi, tunisini e marocchini.

Militari della Wagner per le strade delle città africane

Ma qualcuno ha segnalato anche bianchi con gli occhi a mandorla, probabilmente tagichi, ceceni, uzbeki e altri islamisti provenienti dalle ex repubbliche sovietiche. Tutti inquadrati nel gruppo di mercenari paramilitari del gruppo Wagner.

Gruppi paramilitari

Si dice che dietro ai Wagner ci sia il leader russo Vladimir Putin, ma la cosa non può scandalizzare gli americani. I gruppi paramilitari americani Halliburton e Black Water hanno partecipato attivamente alle guerre africane.

In particolare l’Halliburton annoverava tra i consiglieri d’amministrazione prima e poi addirittura amministratore delegato, Dick Cheney, vicepresidente di George Bush Sr. Un conflitto di interessi clamorosamente lapalissiano. Ma in pochi si sono indignati.

Tra l’altro i francesi non sono più i benvenuti nelle loro ex colonie. In Mali la piazza ha chiesto insistentemente che le truppe transalpine lascino il Paese e Parigi ha deciso di andarsene. Un ritiro che durerà sei mesi. I Wagner si sono già organizzati e stanno riempiendo il vuoto, come conferma ad Africa ExPress una fonte bene informata a Bamako.

Miniere di uranio

In Niger la situazione è un po’ diversa. Discretamente arrivano i russi, ma i francesi restano. La miniera di uranio di Cominak è stata chiusa mentre quella di Somair è rimasta, ed è ancora, sempre aperta. Una terza a Imouraren, la più grande del mondo, dovrebbe entrare in funzione tra pochissimo.

E’ difficile pensare che Parigi se ne vada dal Paese e lasci in mano ai russi giacimenti strategicamente importanti. Chi potrebbe garantire che Mosca non venderebbe a nemici giurati di Washington, per esempio Iran e Corea del Nord, il prezioso e pericoloso minerale?

Do ut des

Stessa cosa in Chad. In palio c’è l’uranio del Tibesti, nel nord del Paese, teatro il passato di feroci guerre. Sia Francia, sia Stati Uniti sono decisi a sbarrare il passo ai russi, già intenti a blandire il dittatore Mahamat Idriss Déby Itno.

La presenza in Libia è ben conosciuta e massiccia. I Wagner sono schierati, assieme alla Francia, agli Emirati Arabi Uniti e all’Egitto a fianco del generale Kalifa Haftar che sostengono con armi e consiglieri militari, contro gli islamisti che invece godono dell’appoggio degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, dell’Italia, del Qatar e dell’Arabia Saudita.

Come è facile intuire sono alleanze piuttosto difficili da capire, a meno che non nascondano interessi inconfessabili.

Anche in Sudan

Naturalmente i Wagner sono presenti anche nel turbolento Sudan, dopo aver aiutato i servizi di sicurezza a reprimere le manifestazioni contro il dittatore Omar Al Bashir , tre anni fa, ora appoggiano i militari al potere che caparbiamente non intendono passare la mano ai civili.

Tiratori scelti della Wagner pronti a far fuoco sul loro obbiettivo

La presenza dei mercenari russi è segnalata anche in Mozambico, Madagascar, Guinea Bissau e nella Repubblica Democratica del Congo, quest’ultimo è il Paese più ricco del mondo dopo il Brasile.

Non dovrebbe destare meraviglia se, alla fine, la battaglia per l’Ucraina di risolvesse semplicemente con un do ut des. L’Ucraina resti pure agganciata all’Occidente (persino nella NATO, se è il caso) in cambio di una benevola e limitata accettazione di una penetrazione russa in Africa.

In fondo Kiev è ben lontana da Washington e una comune guerra al terrorismo islamico val bene una spartizione degli interessi nel continente.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

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Senegal: dilaga l’omofobia, manifestazione per l’inasprimento delle pene

Africa ExPress
21 febbraio 2022

Una folla immensa ha manifestato domenica a Dakar contro i diritti degli omosessuali .
Armati di cartelloni in francese, wolof e arabo, la gente è scesa nella Place de la Nation per chiedere la criminalizzazione dell’omosessualità.

Senegal: Manifestazione contro gli omosessuali

Una proposta di legge, volta a inasprire le norme vigenti contro la comunità LGBT (acronimo per  Lesbica, Gay, Bisessuale e Transgender), presentata in parlamento alla fine di dicembre, non aveva convinto però gran parte dei parlamentari. I deputati della maggioranza avevano dichiarato che non avrebbero votato in favore di della norma, proposta dal collettivo And Sam Djiko Yi, che ha dato anche il via alle proteste di questa domenica.

Anche il presidente del Senegal, Macky Sall si era espresso negativamente nei confronti della proposta di legge, essendo già in vigore l’articolo 319 del Codice penale, che condanna rapporti contro natura e atti osceni in pubblico. Ma tali dichiarazioni, anche se pronunciate dal capo dello Stato, non hanno convinto molti senegalesi.

L’imam, Pape Birame Sarr, che fa parte del consiglio del collettivo, al quale aderiscono oltre 125 associazione, ha proclamato a gran voce che bisogna inasprire le pene, specificando: “L’omosessualità non esiste, è contrario ai nostri valori e alla nostra fede. Come la poligamia è vietata in Francia, la stessa cosa vale qui, nel nostro Paese, per l’omosessualità”.

Tra i manifestanti erano presenti anche molti giovani, pronti a condannare la comunità LGBT. E, secondo Seydi Gassama, direttore per il Senegal di Amnesty International, “gli atti contro natura” sono già severamente puniti in questo Paese e l’articolo di legge in vigore, tra l’altro molto criticato dalle associazioni per i diritti umani, prevede pene severe, fino a cinque anni di detenzione.

Omosessuali, lesbiche sono aspramente criticati, criminalizzati da gran parte della società. Silenzio e discrezione sono diventati un obbligo anche per gli attivisti della comunità LGBT. Molti militanti sono stati costretti all’esilio, alrri hanno ridotto il loro operato alla prevenzione di AIDS/HIV. Sono finiti i tempi in cui la società civile chiedeva uguali diritti per tutti.

Negli ultimi anni parecchi persone della comunità LGBT sono state arrestate, sentenziate a severe pene di detenzione. Gassama ritiene che la manifestazione di ieri è più che altro una strumentalizzazione politica per indebolire il governo, in vista delle elezioni legislative, previste per il 31 luglio prossimo.

Insomma, essere gay in Africa equivale a una condanna o a causa di specifiche leggi o per intolleranza religiosa; quasi tutti i Paesi del continente rendono la vita davvero difficile agli appartenenti alla comunità LGBT.

Africa ExPress
@africexp

 

Stop alla cooperazione militare Italia-Etiopia, ma gli affari continuano

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
19 febbraio 2022

Un conflitto sanguinoso e terribile quello in corso nella regione del Tigray, Etiopia. Ha radici lontane e le lacerazioni sociali ed economiche prodotte dal colonialismo italiano hanno concorso ad alimentarlo.

L’Italia non ha mai fatto i conti con la sua dissennata storia di guerre ed effimere occupazioni in territorio africano. E le ipocrisie, le reticenze e le tante bugie si perpetuano sino ai giorni nostri.

Raid aerei con droni in Tigray, Etiopia

Il 6 ottobre 2021, Piera Aiello, deputata del Gruppo Misto, ha presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri della Difesa e degli Esteri con cui denunciava “le connotazioni di genocidio” assunte dalla guerra in Tigray e le violazioni dei diritti umani a cui “veniva sottoposta la comunità tigrina, oltre agli eritrei rifugiati”.

Ciononostante, la signora Aiello rilevava la vigenza dell’Accordo di cooperazione militare sottoscritto il 10 aprile 2019 ad Addis Abeba dall’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta (M5S) e dal Governo della Repubblica Democratica Federale di Etiopia, poi ratificato dal Parlamento italiano il 17 luglio 2020, pochi mesi prima dello scoppio delle ostilità tra le forze armate etiopi e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray.

“L’entrata in vigore dell’accordo – aggiungeva la deputata – consente al ministero della Difesa, d’intesa con il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, di svolgere attività di supporto in favore del Governo etiopico, che potrebbe comportare l’eventuale acquisizione da parte dello stesso di materiali per la difesa prodotti dall’industria nazionale”.  Si chiedeva infine al governo se erano state fornite armi all’esercito etiope e se invece non si intendeva “dare un chiaro segnale politico” sospendendo la validità dell’accordo nel settore della difesa con l’Etiopia, “condannando apertamente le azioni di violazione dei diritti umani e crimini contro l’umanità perpetrate dall’esercito etiopico e dai loro alleati in Tigray”.    .

Il 6 febbraio 2022 il ministro della difesa Lorenzo Guerini (Pd) ha risposto per iscritto alla deputata del Gruppo Misto. “L’impegno italiano in Corno d’Africa è tradizionalmente diretto sia a contrastare la diffusa e radicata instabilità, sia a creare partnership con i governi locali, garantendo nel contempo stabilità e sostenibilità politica ed economica”, afferma Guerini. “Con la firma dell’Accordo il 10 aprile 2019, il cui relativo iter parlamentare di ratifica è stato già completato da entrambe le parti a conferma della comune volontà di rafforzare la cooperazione bilaterale, la Difesa italiana ha avviato con l’Etiopia un progetto di cooperazione, in particolare nel settore operativo e formativo, con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo delle capacità nei settori difesa e sicurezza, al fine di dotare la controparte degli strumenti istituzionali necessari a fronteggiare l’azione jihadista e le altre sfide alla sicurezza alle quali è costantemente sollecitata”.

“Quanto al contenuto, l’Accordo prevede forme di collaborazione nel campo dei materiali per la Difesa, riferite in particolare al settore dei prodotti e della politica di approvvigionamento, della ricerca e dello sviluppo degli equipaggiamenti militari”, aggiunge il ministro. “Alla luce del degenerare della situazione nel Tigray, il dicastero ha cessato ogni tipo di attività prevista dall’Accordo di cooperazione (…) In merito, rappresento che il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, al deflagrare del conflitto, ha dato parere negativo alle richieste di autorizzazione pervenute all’Autorità nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) riguardanti l’esportazione di qualsiasi armamento o materiale dual use verso l’Etiopia, non potendo escludere il rischio di un impiego nel contesto delle ostilità in corso”.

Sempre secondo Lorenzo Guerini, il nostro governo, in coordinamento con i partner internazionali, “primi fra tutti l’Unione Europea e gli Stati Uniti”, ha intensificato le “pressioni diplomatiche su tutti gli attori coinvolti, al fine di pervenire a una soluzione negoziale della crisi”. “L’Italia sostiene convintamente la piena e immediata cessazione delle ostilità ed il ritiro totale delle truppe eritree dal suolo etiopico, nonché il pieno, sicuro e incondizionato accesso umanitario alle regioni più colpite dal conflitto, il rispetto del diritto internazionale umanitario, la conclusione di indagini trasparenti e indipendenti sulle gravi violazioni e abusi dei diritti umani”, spiega il ministro. “Il nostro Paese ha sostenuto fin dall’inizio l’indagine congiunta della Commissione Etiope e dell’Alto Commissariato ONU, avviata nel mese di maggio 2021, così come la missione d’inchiesta sul Tigray della Commissiona Africana sui Diritti dell’Uomo e dei Popoli, che opera nel contesto dell’Unione Africana”.

Sfollati nel Tigray, Etiopia

“Sempre in senso al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite – conclude Guerini – l’Italia ha aderito, unitamente agli altri Paesi UE (ad eccezione della sola Ungheria), al joint statement promosso dal Regno Unito in risposta alla decisione del Governo Federale etiopico di espellere i funzionari ONU, riaffermando il sostegno alle agenzie delle Nazioni Unite e al loro personale, e chiedendo al governo etiope di ritirare immediatamente la propria decisione e di consentire nuovamente l’accesso al Paese per proseguire le attività di supporto, senza ulteriori impedimenti”.

Accordo militare congelato, dunque, secondo il ministro della Difesa che tuttavia si guarda bene ad inasprire i toni con le autorità di Addis Abeba. Decisione certamente apprezzabile anche se però del tutto tardiva; inoltre avrebbe fatto bene Guerini a non fornire una versione riduttiva dei contenuti del patto sottoscritto e ratificato in fretta e furia da un Parlamento incapace di comprendere la gravità della crisi politica che in pochi mesi avrebbe portato il Paese africano alla guerra intestina.

Il testo dell’Accordo si apre con un preambolo dove le parti spiegano di voler “consolidare le rispettive capacità difensive” ed “indurre indiretti effetti positivi in alcuni settori produttivi e commerciali di entrambi i Paesi”.

All’articolo 3 si enumerano le materie della cooperazione: difesa e sicurezza; formazione, addestramento e assistenza tecnica; ricerca e sviluppo in ambito militare e supporto logistico; operazioni di supporto alla pace.

All’articolo 4 si specificano invece le modalità con cui si espleterà la partnership tra le forze armate italiane e quelle del Paese africano: scambi di visite e di esperienze; partecipazione a corsi, conferenze, studi, fasi di apprendistato e addestramento presso istituti di formazione militari; promozione dei servizi sanitari, compresa la ricerca medica; supporto ad iniziative commerciali relative ai prodotti e ai servizi connessi alle questioni della difesa; ecc..

Infine, all’art. 9, viene previsto il pieno supporto al trasferimento di sistemi d’arma e apparecchiature belliche e alla promozione di “iniziative commerciali finalizzate a razionalizzare il controllo sui prodotti ad uso militare”.

Siamo pertanto di fronte a una collaborazione ben più ampia di quella descritta dal ministro Guerini nella risposta alla signora Piera Aiello. Sarebbe stato doveroso inoltre far sapere cosa, come e quanto è stato fatto realmente da parte italiana perlomeno sino alla sospensione dell’Accordo.

Sappiamo che alle autorità sono pervenute richieste di autorizzazione all’esportazione all’Etiopia di armamenti e materiali dual use, ma nulla è stato specificato sulla loro tipologia e quantità e sulle industrie belliche proponenti. Ancora più grave è il non aver indicato chiaramente la data in cui l’Italia ha deciso di cessare, unilateralmente, ogni tipo di attività prevista dall’Accordo di cooperazione.

Forte è il sospetto, invece, che la decisione – dovuta e necessaria – sia stata assunta dal governo Draghi abbondantemente fuori tempo massimo e dopo che sono stati consumati orribili massacri di civili in Tigray. Che l’Accordo militare Italia-Etiopia sia stato in vigore perlomeno sino alla fine del 2021 è desumibile da quanto dichiarato pubblicamente dalla persona che lo ha sottoscritto per conto del nostro Paese. In una lettera alla testata Formiche.net, pubblicata il 28 settembre scorso, la ex ministra della difesa Elisabetta Trenta ha riconosciuto che non avrebbe siglato un accordo di collaborazione nel settore della Difesa con le autorità etiopiche se avesse avuto “anche il solo dubbio su quello che invece poi è successo”.

“In quel momento, però, non avevamo indicatori che ci potessero far presagire il futuro”, ha aggiunto l’ex ministra. “Intanto, il presidente americano Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per imporre sanzioni a tutti i criminali, di ogni fazione, autori di crimini di guerra e contro l’umanità, dall’inizio della guerra in Tigray. Ci sarà, in aggiunta, anche una riforma e un aggiornamento riguardo alla normativa sull’embargo di armi verso l’Eritrea e l’inserimento della stessa norma riguardante l’Etiopia (…) In questo quadro, l’Italia non deve restare a guardare, né limitarsi al solo tentativo di inviare convogli emergenziali. Occorrono anche gesti politici significativi come, per esempio, sospendere quell’accordo di collaborazione nel settore della difesa da me firmato e reso esecutivo più tardi, quando già si cominciava a intravedere la strada che stava prendendo il Paese”.

Irresponsabilmente, invece, non solo l’Italia ha mantenuto vigente il trattato militare, ma ha anche tentato di rafforzare la cooperazione con l’Etiopia in ambito industriale-imprenditoriale. Da una nota pubblicata da InfoAfrica il 24 agosto 2021 si evince che l’Agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane (ICE) e l’Ambasciata d’Italia ad Addis Abeba avevano sottoscritto nei giorni precedenti con la ministra di Stato etiopica, Yasmin Wohabrebbi, due accordi, il primo a “sostegno dell’imprenditoria femminile nel settore del pellame e il rafforzamento dei collegamenti con i mercati internazionali”; il secondo relativo “all’istituzione di centri per l’impiego nelle zone rurali in tre regioni del Paese”. I due progetti sono stati sovvenzionati dall’Italia con 5 milioni di euro.

Il 3 febbraio 2022 alcuni organi di stampa etiopici hanno reso noto l’incontro tra i rappresentanti di due aziende italiane, il gruppo Rimorchiatori Riuniti S.p.A. di Genova e GE Car, con l’ambasciatrice dell’Etiopia in Italia, Demitu Hambisa Bonsa. Le società avrebbero espresso il loro interesse a investire nei settori della logistica, dei trasporti e dell’assemblaggio di veicoli in Etiopia.

Coincidenza vuole che nella stessa giornata l’Ambasciata italiana in Etiopia ha emesso un breve comunicato relativo a un “incontro proficuo ed operativo dell’Ambasciatore Agostino Palese con il ministro delle Miniere etiopico, Takele Uma Banti, per approfondire ed esplorare collaborazioni in settori dove l’Italia è all’avanguardia a cominciare da quello del marmo”.

Affari, affari e ancora affari. Anche quando piovono le bombe e centinaia di migliaia di persone sono costrette ad una fuga disperata verso l’ignoto.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Gli eritrei attaccano postazioni dei “ribelli” in Tigray, Addis Ababa libera oppositori

Etiopia: piovono bombe dal cielo in Tigray, massacri durante il Natale ortodosso

Riparte il ciclismo africano con il tour del Ruanda

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Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
19 febbraio 2022

 

Anche il ciclismo africano torna in pista. Con il Tour del Rwanda. Il mondo delle due ruote aveva ripreso a girare già a gennaio in Nuova Zelanda, Australia, Sud America; in febbraio in Asia e l’altro giorno in Europa.

Tra dubbi e cancellazioni, a causa del covdi-19, si temeva che una delle più importanti corse africane saltasse, invece no: “la 14a edizione – annuncia con orgoglio il sito ufficiale Tour du Rwanda.rw – si svolge secondo il programma: da domenica 20 febbraio a domenica 27 febbraio, 8 tappe per 937,1 km. E il percorso si annuncia spettacolare come ogni anno”.

Con la scalata al celebre Muro di Kigali, prevista nella settima tappa di 152,6 km sabato 26 febbraio.

Muro di Kigali, Tour del Ruanda

Una soddisfazione doppia per gli organizzatori: la gara del Rwanda da 3 anni è passata di livello e il ciclismo ruandese vuole quindi proseguire nel suo sviluppo. Solamente la Tropicale Amissa Bongo, in Gabon, fa parte della medesima prima categoria dell’Unione Ciclistica Internazionale, la 2.1.

In secondo luogo, il Paese delle mille colline è stato selezionato a ospitare il campionato mondiale di ciclismo nel 2025 e intende continuare a mostrare di esserne degno per qualità di strutture e capacità organizzative. Non era mai successo a una nazione africana. Il Ruanda ha battuto in …volata il Marocco (Tangeri), che ambiva a vedersi attribuire la prestigiosa competizione. “Il Rwanda – ha scritto l’altro giorno  Lequotidiendusport.fr – vuole affermare il ruolo di locomotiva di un’Africa dove il ciclismo continua a guadagnare terreno”. Secondo il quotidiano questo sport “gioca  un ruolo essenziale nella ricostruzione del Paese dopo il genocidio dei tutsi nel 1994. Come vettore della riconciliazione, la bicicletta è divenuta popolarissima”.

Che la ricostruzione civile, come pure la democrazia in quel di Kigali siano avvenute ci sarebbe molto da discutere. E’ vero però che la passione per il pedale in Rwanda sta crescendo in modo impetuoso. “Dopo il Maghreb e l’Africa del Sud, è anche nell’ Est Africa, (Rwanda, Kenya, Eritrea, Etiopia), che si sta alzando il vento del futuro”, conclude enfaticamente Lequotidienedusport.fr!

Per l’edizione 2022 il Ruanda è presente con la formazione nazionale e con il Benediction Cycling team.

In tutto sono state selezionate 19 squadre, con 95 atleti la maggior parte provenienti dall’Africa, ma alcuni anche di categoria superiore. Per intenderci, equipe che hanno preso parte alle gare del calendario internazionale quali Giro di Francia, Giro d’Italia e di Spagna. Fra esse, World Tour Israel Start-Up Nations, gli italiani della Drone Hopper-Androni Giocatolli, gli spagnoli della Burgos-BH, i francesi di Total-Direct Energie e B&B Hotels Ktm.

Proprio i corridori di questo team sono stati protagonisti di un ammirevole atto di generosità: alla vigilia della partenza, hanno donato magliette e altro materiale sportivo a una accademia sportiva di Kigali e a una scuola di ciclismo. Lo distribuiranno ai loro giovanissimi atleti. “Non potevo tornare a mani vuote quest’anno – ha spiegato il leader della formazione Pierre Rolland, 35 anni – Alla mia prima partecipazione nel 2021 ero rimasto profondamente scosso nel vedere come la popolazione sia indigente, ma generosa. E allora abbiamo pensato di dare il nostro contributo”.

Ora la …parola passa alle gambe. Il vincitore dello scorso anno, lo spagnolo Cristian Rodriguez, è assente mentre l’ultima vittoria di un atleta locale risale al 2018, con Samuel Mugisha.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Dal Nostro Archivio

A uno spagnolo il tour del Ruanda pronto a ospitare i mondiali nel 2025

Decapitato il vertice del ciclismo in Ruanda travolto dagli scandali

Pecunia non olet: gli strani affari del colosso delle telecomunicazioni svedese Ericsson con lo Stato Islamico

Africa ExPress
Dubai, 17 febbraio 20222

Ericsson AB ci ricasca e fa mea culpa. Dopo essere finita alla sbarra negli Stati Uniti per tangenti e corruzioni in Asia e Medio Oriente durate gli anni, il colosso svedese della telecomunicazioni torna a far parlare di sé. Sotto la lente degli investigatori i rapporti e i legami con l’ISIS.

Le clamorose nuove indiscrezioni stanno affondando la società le cui azioni mercoledì scorso sono crollate in Borsa dopo che il suo CEO, Borje Ekholm, ha dovuto ammettere che il consiglio d’amministrazione potrebbe aver pagato tangenti all’ISIS nel tentativo di penetrare nel mercato iracheno della telefonia.

Il quartier generale della compagnia svedese

Dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003, l’Iraq benchè realtà economica ancora a rischio era considerato un territorio di conquista in quanto mercato vergine e potenzialmente uno dei più lucrativi per le telecomunicazioni.

Ericsson è uno dei più grandi produttori al mondo di apparecchiature per le telecomunicazioni ed è presente in Iraq dal 2003.

I fatti contestati risalirebbero a quando Ericsson acquistò in Iraq linee di trasmissione che attraversavano aree sotto il controllo di varie organizzazioni terroristiche, tra cui l’ISIS. Da quel periodo in poi la società svedese dispose un’indagine interna scoprendo una lunga serie di spese molto sospette risalenti al 2018 senza riuscire però a determinare con esattezza le causali dei pagamenti e chi fosse il destinatario finale effettivo dell’enorme flusso di denaro.

Per dirla in altri termini, tangenti pagate da funzionari di Ericsson allo Stato Islamico in Iraq. Denaro che potenzialmente potrebbe aver contribuito a finanziare l’acquisto di armi per i terroristi.

L’ammissione di Ericsson arriva solo dopo che a ottobre la società è stata formalmente accusata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’aver violato l’ accordo del 2019 da 1 miliardo di dollari stipulato con i giudici per porre fine alla precedente lunga indagine per corruzione ancora in corso.

Africa ExPress
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Bambini soldato in aumento: in 15 anni ne sono stati reclutati e mandati in guerra 93 mila

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Febbraio 2022

“Quasi il 75 per cento dei conflitti coinvolgono il reclutamento di bambini e ben oltre la metà di questi ha incluso le bambine”. Lo ha affermato il 12 febbraio l’Unicef (Fondo ONU per l’Infanzia), in occasione della giornata internazionale contro l’uso dei piccoli soldati.

Neanche la pandemia ha fermato l’aberrante fenomeno. Infatti, secondo ll rapporto del 2021 del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, Children and armed conflict, il numero dei piccoli combattenti è cresciuto da circa 7.700 casi del 2019 a 8.500 del 2020.

Il problema è ancor più rilevante se consideriamo il periodo 2005-20: secondo le stime Unicef 93.000 bambini sono stati reclutati e utilizzati in guerre, ma tale numero appare presumibilmente sottostimato. Le aride cifre, purtroppo, non descrivono a sufficienza l’incubo in cui sono costretti a vivere tanti innocenti.

Addestramento bambini e bambine soldato in Nigeria

L’utilizzo dei fanciulli nei conflitti armati risponde innanzitutto alla necessità di riempire i ranghi di milizie ed eserciti. I minori sono facilmente indottrinabili, non ci vuole molto per trasformarli in spietati killer e, del resto, non è necessaria la forza fisica di un adulto per sparare con un mitra, strumenti di morte assai disponibili in tanti Paesi.

Molti piccoli vengono rapiti e minacciati, mentre altri, spinti dalla povertà e per sostenere le proprie famiglie, si associano alle milizie per sopravvivere o per proteggere le loro comunità.

Gli eserciti e i gruppi armati reclutano le ragazze con tattiche diverse da quelle usate per i ragazzi. Spesso vengono rapite e costrette a sposare combattenti adulti e a vivere sotto il loro controllo, sottoposte a stupri e violenze di ogni genere.

Le ragazzine svolgono ruoli di supporto: trasporto, assistenza medica, cucina e si prendono cura dei bambini. In Africa, le fanciulle rappresentano ben il 40 per cento dei piccoli combattenti e visto che riescono più facilmente ad eludere i controlli, sono impiegate anche in missioni kamikaze, ad esempio dai terroristi di Boko Haram in Nigeria.

I minori, trasformati in soldati, sono sottoposti a violenze di ogni tipo: uccisioni, torture, mutilazioni, uso di droghe, somministrate per eliminare dolore e paura, gravidanze indesiderate e AIDS. Gli stupri, purtroppo, sono ampiamente usati dalle guerriglie e dagli eserciti in Congo-K, Somalia, Repubblica Centrafricana, Sudan e Sud Sudan.

Le guerre, inoltre, distruggono ospedali e scuole. Si calpestano così convenzioni internazionali, molte delle quali adottate con il contributo significativo dell’Italia. Così migliaia di giovanissimi sono privati di diritti fondamentali e di ogni prospettiva per il futuro. Nel solo 2019 l’ONU ha accertato almeno mille attacchi contro istituti scolastici e nosocomi, il doppio delle strutture analoghe colpite dagli eserciti, soprattutto in Somalia.

In un contesto così difficile, i minori pagano un pesante tributo di sangue: quasi 2.000 giovanissimi tra i 10 ed i 17 anni, reclutati dai ribelli Huthi, sono morti combattendo in Yemen, tra gennaio 2020 e maggio 2021. I Paesi in cui i bambini sono costretti ad usare le armi invece di andare a scuola e giocare – secondo rapporto di Guterres – sono tanti: Afghanistan, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Iraq, Mali, Nigeria, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Siria, Yemen, Myanmar, sia impiegati da gruppi armati che eserciti regolari.

I bambini soldato vengono persino impiegati da alcuni alcuni eserciti regolari che godono di aiuti militari italiani. Secondo i dati dell’ONU del 2020, la Somalia è tra questi Paesi con 1.700 ragazzini arruolati, per lo più rapiti dalle milizie di al Shebab, ma utilizzati anche da esercito e polizia, in almeno 200 casi.

In Somalia l’Italia è presente nell’ambito di EUTM (missione di addestramento dell’Unione europea per la Somalia) e MIADIT (accordo di cooperazione trilaterale tra lo Stato italiano, quello somalo e gibutiano) con la presenza di 15 carabinieri di addestramento delle forze di polizia.

Il 12 febbraio scorso il ministero degli Esteri ha dichiarato: “L’Italia ribadisce con forza che l’arruolamento dei minori come soldati è una pratica aberrante”. Eppure le nostre forze armate e di sicurezza assistono corpi militari e polizia che, secondo l’ONU, si macchiano di crimini gravissimi, senza che nessuno si scandalizzi.

In occasione della giornata contro l’uso dei bambini soldato, l’Istituto di Ricerche Internazionale Archivio Disarmo di Roma (IRIAD), ha specificato in un suo comunicato: “E’ ora che i responsabili di questi crimini, –  considerati tali dal diritto internazionale –  ne rispondano in tribunale e i Paesi che li utilizzano vengano messi al bando dalla comunità internazionale”.

Qualche timido passo in questa direzione è stato compiuto dal Tribunale Penale Internazionale, che considera l’arruolamento di minori di 15 anni come un crimine di guerra, ha condannato a 30 anni di reclusione Dominic Ongwen. Un ex bambino soldato, rapito mentre andava a scuola all’età di 10 anni, diventato poi un capo del gruppo armato ugandese Lord’s Resistance Army. Ongwen è stato ritenuto colpevole decine di gravissimi reati. Ma questa condanna rappresenta rappresenta un’eccezione.

Uno dei tanti bambini soldato in Africa

Un altro aspetto fondamentale è il recupero degli ex combattenti minori per reinserirli nella società. Tale azione è particolarmente difficile nei Paesi più poveri. L’Unicef è riuscita, con il suo prezioso lavoro, a smobilitare oltre 13.000 minori, ma la mancanza di fondi rischia, come in Sud Sudan, di far sì che gli ex bambini soldato possano essere riarruolati o diventare banditi.

I governi che hanno fornito armi per i conflitti ai quali hanno partecipato attivamente anche minori, hanno un debito morale e, oltre a prodigarsi per far cessare le guerre, dovrebbero farsi carico dei costi per il recupero dei giovanissimi, per dare un futuro a tante vittime, trasformate dalla ferocia degli adulti in carnefici.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it

Dal Nostro Archivio

Atrocità, stupri, saccheggi: ex bambino soldato ugandese, condannato a 25 anni

 

 

Società civile per Olivier Dubois, giornalista da 10 mesi in mano ai jihadisti in Mali

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Africa ExPress
Parigi, 18 febbraio 2022

“Chiediamo alle autorità maliane e francesi di fare tutto il possibile per ottenere al più presto la liberazione di Olivier Dubois”. È l’appello di Reporters Sans Frontieres (RSF) per la liberazione del giornalista francese rapito dieci mesi fa. “Chiediamo che venga fatto in uno spirito di cooperazione, indipendentemente dal contesto diplomatico. Per la sua famiglia e i suoi amici, l’attesa è insopportabile” – si legge nella nota -.

Olivier Dubois, sequestrato in Mali
Olivier Dubois, giornalista francese sequestrato in Mali

Olivier Dubois, 47 anni, due figli avuti con Deborah Al Hawi Al Marsi, sua compagna di vita, è in ostaggio in Mali dall’8 maggio 2021. Il giornalista, corrispondente in Mali per Libération, Le Point e Jeune Afrique, era partito per Gao, 1.200km a nordest della capitale Bamako. Prima di partire, il 4 aprile 2021, aveva lasciato a Deborah il solito appunto con i numeri di emergenza nel caso fosse successo qualcosa.

Il rapimento

Il giornalista, a Gao . voleva intervistare Abdallah Ag Albakaye, leader locale del gruppo jihadista Jamaa Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad Al-Qaeda. Mancavano sue notizie dall’8 aprile e il 10 aprile non era sul volo di ritorno. La conferma del suo sequestro è arrivata con un video di 21 secondi postato su internet il 4 maggio scorso dal JNIM. Dubois, seduto in una tenda chiedeva alla famiglia e alle autorità maliane e francesi di fare tutto il possibile per la sua liberazione. In quel video confermava di essere “sotto custodia” del JNIM. Dopo quelle riprese di poche decine di secondi solo silenzio, non solo dai rapitori ma anche dalle autorità francesi e maliane.

Olivier Dubois, nato in Francia, sei anni fa si è trasferito nella capitale, Bamako e conosce bene il Mali. Rimane il sospetto che sia stato tradito da qualcuno che lo conosceva bene.

Le iniziative della società civile

Dopo dieci mesi che non si hanno sue notizie la società civile torna alla carica per portare il caso sotto i riflettori. RSF ha chiesto alle principali stazioni televisive e radiofoniche francesi e francofone di trasmettere un messaggio di sostegno al giornalista. Hanno risposto TF1, France Télévisions, Arte, M6, France 24, TV5 Monde, RFI e Radio France che hanno partecipato a questa operazione di solidarietà.

La petizione

Stanca di attendere la famiglia Dubois ha lanciato una petizione indirizzata al presidente francese Emmanuel Macron e al presidente della transizione in Mali Assimi Goïta. “La liberazione di Olivier Dubois deve essere la vostra priorità – si legge nella richiesta -. “La famiglia di Olivier non può essere lasciata senza informazioni dallo stato francese e maliano” – dice ricordando le piazze piene di francesi del 13 novembre. “Molti cittadini sono scesi in strada per dire NO a questi atti disumani. Ecco perché chiediamo ai francesi e agli africani di firmare questa petizione per liberare Olivier, che è un francese vittima del terrorismo all’estero”. Nel momento in cui scriviamo la petizione ha superato le 53.500 adesioni.

Video della petizione per la liberazione del giornalista Olivier Dubois sequestrato in Mali
l’8 maggio 2021

Africa ExPress
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Chi ha tradito il giornalista francese, rapito da un gruppo jihadista in Mali?

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Yasuke, nel ‘600 il primo samurai africano eroe che combatté al fianco del suo principe

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 febbraio 2022

Sembra davvero incredibile che nel Seicento il Giappone, ancora oggi un Paese profondamente conservatore, legato alle tradizioni e molto riluttante all’immigrazione straniera, abbia accolto un giovane schiavo africano, facendolo diventare un samurai, un soldato della leggendaria élite militare giapponese.

Si narra che Yasuke fosse originario dell’isola di Ilha de Mozambico, situata solo a 3 chilometri dalla terra ferma, come descritto nel 1627 dal gesuita François Solier nella Histoire Ecclesiastique des Isles et Royaumes du Japon. Ma storici più recenti ritengono che possa essere anche di origini etiopiche, sud sudanesi o congolesi.

Secondo Solier, Yasuke sarebbe arrivato in Giappone nel 1579, a Arima (îsola di Kyushu), al seguito del gesuita italiano Alessandro Valignano, all’epoca responsabile del controllo delle missioni del suo ordine – la Compagnia di Gesù –  nelle Indie (una definizione che includeva l’Asia orientale e sudorientale). In quegli anni i gesuiti iniziarono a costruire le prime chiese in Giappone.

Yasuke era alto, un metro e 88, un stazza imponente in confronto a quella dei giapponesi, che mediamente non superavano 1,57 centimetri. Pare non fosse però il primo africano a aver messo piede nel Paese del Sol Levante. Già nel 1556 il capitano portoghese, Jorge  Alvares aveva portato giovani, provenienti dal continente nero, nel Paese.

Ma Yasuke aveva un fascino particolare, oltre ad avere un fisico simile una statua scolpita nel marmo, aveva la pelle molto scura e quando nel 1581 Valignano lascia l’isola con il suo servo e si reca a Kyoto (capitale del Giappone dal 794 al 1868) dove all’epoca regnava Oda Nabunaga, la popolazione era molto attratta dal giovane africano.

La gente, curiosa di vedere il ragazzone e aveva persino sfondato la porta della residenza dei gesuiti per poter incontrare Yasuke. Anche Oda Nobunaga, venuto a conoscenza dell’arrivo dello straniero, aveva voluto controllare di persona il colore dell’uomo nero, spogliandolo fino alla vita e strofinando la sua pelle.

La statua in altezza naturale è stata realizzata dall’artista sudafricana Nicola Roos

Visto il grande interesse per la carnagione di Yasuke, il gesuita aveva deciso di farne dono al potente signore della guerra Oda Nobunaga e il primo incontro con il giovane viene ricordato addirittura nelle sue memorie: “Il 23 del secondo mese, un servo nero venne da Paesi cristiani. Sembrava avere 26 o 27 anni, tutto il suo corpo era nero come un bue. Era imponente e aveva una bella presenza. Inoltre, la sua forza era superiore a quella di dieci uomini messi insieme”.

Oda Nobunaga era conosciuto come uomo bizzarro, che non rispettava le regole di una persona del suo rango. Amava le poesie, le cerimonie del thé. Aveva aperto il Giappone ai cristiani, senza però mai convertirsi. Collezionava oggetti arrivati dall’Occidente ed è stato il primo giapponese a indossare abiti europei. Sicuramente per questo suo modo di essere, davvero fuori dal comune, aveva accolto senza pregiudizi il giovane africano. Gli aveva regalato un wakizashi (una sciabola corta) da cerimonia e persino una casa.

Wakizashi (sciabola corta)

Presto Kuro san (kuro significa nero in giapponese) conquista la fiducia di Oda Nobunaga, che lo eleva al rango di samurai – casta militare del Giappone feudale – e gli concede il diritto di portare due sciabole, simbolo della casta dei guerrieri, un privilegio riservato a pochissimi giapponesi. Diventa così il primo samurai di origine straniera, precedendo di pochi anni William Adams, navigatore inglese, ritenuto il primo britannico ad aver raggiunto il Giappone.

Qualche anno più tardi Yasuke si trova invischiato in una disputa per il potere tra i signori della guerra dell’epoca. Nobunaga, dopo aver conquistato i due terzi del Giappone, viene tradito da uno dei suoi generali. Messo alle strette, Nabunaga aveva preferito il suicidio, anziché arrendersi sul campo di battaglia. Yosuke combatté fino alla fine a fianco del figlio del suo signore, ma ferito sul campo di battaglia, verrà sconfitto e fatto prigioniero.

I nemici del suo ex-signore non giustiziano il samurai nero, perché Akechi Mitsuhide, il generale che aveva perpetrato il tradimento, lo considera “una bestia ignorante” e, soprattutto, non è un giapponese. Dunque Mitsuhide preferisce riconsegnare Yosuke ai gesuiti. E qui si perdono le tracce del giovane.

Secondo lo scrittore di origini ivoriane, Serge Bilé, il giovane africano ha vinto ugualmente su tutti fronti:  “Yasuke riesce a sfuggire al destino che gli era stato riservato: non è rimasto schiavo, è diventato un guerriero, non si è suicidato”.

Ancora oggi, a secoli di distanza, Yasuke viene ricordato in Giappone, anche grazie una serie di cartoni animati di Netflix, andati in onda sulla TV nipponica. Narra in modo fiabesco le avventure del samurai africano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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San Valentino ad alta tensione: scoppia l’amore tra Erdogan e gli Emirati

Africa ExPress
Dubai, 15 febbraio 2021

A San Valentino è sbocciato un nuovo amore. Gli Emirati Arabi Uniti stanno assistendo ad un salto di qualità nelle relazioni con la Turchia e si sta aprendo una nuova pagina nei rapporti con Ankara (niente male dopo le accuse che gli Emirati stavano complottando per far cadere il governo turco).

Dopo aver attraversato diverse crisi legate ai conflitti regionali le relazioni erano state particolarmente tese dopo che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain nel 2017 avevano interrotto tutti i legami con il Qatar, stretto alleato della Turchia.

Viaggio ad Abu Dhabi

Così lunedì (era giusto il 14 febbraio) c’è stata la storica visita negli Emirati Arabi Uniti del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan che è stato accolto ad Abu Dhabi con tutti gli onori di Stato, cioè di Emirato, dallo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e Vice Supremo Comandante delle Forze armate emiratine.

Per salutare con i fasti dovuti un così importante ospite di riguardo, il principe Bin Zayed ha fatto illuminare il grattacielo più alto del mondo (il Burj Khalifa), con il bianco e il rosso della bandiera turca ed il sottofondo dell’inno nazionale turco.

Un vertice contrassegnato da tante carinerie e buoni propositi: “Si sta andando avanti verso una nuova era di amicizia che durerà almeno 50 anni stiamo pianificando di riportare le relazioni al livello che meritano” (parole di Erdogan); “si sono poste le basi per avviare una nuova fase di collaborazione e promettenti relazioni tra i due paesi, nell’interesse di supportare la sicurezza ed il raggiungimento di prosperità e sviluppo per il due Paesi” (Bin Zayed).

Nuovi accordi

Tra i due Paesi sono stati stipulati 13 nuovi accordi di cooperazione e partnership, nonchè vari Memorandum di Intesa, come ad esempio la costituzione di un fondo di 10 miliardi di dollari per sostenere investimenti portuali in Turchia ed in settore chiave di reciproco interesse, inclusa una lettera di intenti sulla cooperazione nelle industrie della difesa (i famosi droni turchi?).

Altre aree di cooperazione hanno incluso, le tecnologie, in campo sanitario, azioni per il clima e la gestione congiunta delle crisi e dei disastri, la sicurezza idrica e alimentare.

Così un quotidiano emirato ha enfaticamente presentato la visita di Erdogan ad Abu Dhabi

Il commercio tra Turchia e Emirati Arabi Uniti ha superato gli 8 miliardi di dollari nella prima metà del 2021, gli Emirati contano nel prossimo futuro di raddoppiare se non addirittura triplicare il volume degli scambi con la Turchia e (specialmente nell’export di petrolio) raggiungere il resto dei mercati mondiali sfruttando il vantaggio logistico e le catene di approvvigionamento del suo nuovo alleato.

EAU undicesimo partner commerciale

Infatti circa 400 società degli Emirati operano in Turchia, ed è l’undicesimo partner commerciale degli Emirati Arabi Uniti. Il principe ereditario di Abu Dhabi ha affermato che gli Emirati Arabi Uniti sono desiderosi di collaborare con la Turchia “per affrontare una serie di sfide comuni a cui la regione sta assistendo” che possono passare solo attraverso il dialogo e le soluzioni diplomatiche.

Il riferimento è più che esplicito al conflitto yemenita in corso; gli Emirati Arabi Uniti stanno affrontando una crescente minaccia da parte dei ribelli huthi dello Yemen sostenuti dall’Iran, che regolarmente stanno lanciando attacchi con droni e missili balistici nel paese del Golfo, il che ha spinto a rafforzare la cooperazione di difesa con Stati Uniti e Francia.

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