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Bertina Lopes, la pittrice ribelle del Mozambico, nella sua casa di Roma aveva ospitato colloqui di pace

Dalla Nostra Corrispondente
Paola Rolletta
Maputo, 26 gennaio 2022

A dieci anni dalla sua morte, la pittrice mozambicana Bertina Lopes (Lourenço Marques 1924- Roma 2012) è protagonista di un rinnovato interesse per l’impatto che ha avuto sul modernismo africano.

Bertina Lopes viene analizzata come un’artista moderna, attraversando continuamente frontiere, con la sua interconnessione con l’arte della diaspora, “l’espressione artistica del vivere in mondi diversi”. Bertina vista come “la pittrice ribelle”, nella definizione di Okwui Enwezor, il primo curatore africano della Biennale di Venezia.

 

Bertina Lopes, con il Presidente della Repubblica popolare del Mozambico, Samora Machel, la First Lady Graça Machel , e il marito, Francesco Confaloni, a Maputo, nel 1976

Il 9 marzo, la prestigiosa galleria londinese Richard Saltoun inaugura il suo secondo spazio, a Roma, con una mostra personale (fino al 7 maggio) dedicata all’artista mozambicana. La galleria ha la sede in una delle più famose strade romane, Via Margutta, conosciuta anche come “Via degli Artisti”, dove molti artisti importanti, tra cui Picasso, Cy Twombly, Alberto Burri e Giulio Turcato, avevano il loro studio.

Furono loro ad accogliere Bertina al suo arrivo a Roma nel 1963. Tutti gli anni ’60, soprattutto nella capitale italiana, furono caratterizzati da una grande rivoluzione artistica, da un fiorente scambio tra le più diverse espressioni artistiche e dall’impegno politico e sociale.

Bertina Lopes fu sempre ribelle, anticonformista, contro ogni imposizione e ogni forma di violenza. Donna indipendente e artista libera. In Mozambico, dove è nata, in Italia, dove ha vissuto la maggior parte della sua vita. “Un’artista che ha usato l’arte come mezzo per esprimere la sua soggettività. “Un’artista individuale, un’artista moderna – ha scritto la storica Alda Costa – nata in Mozambico, portatrice di un’esperienza di vita particolare, consapevole della sua condizione di essere metà europea, metà africana (la doppia coscienza), una condizione che ha assunto in tempi e modi diversi e che ha tradotto nella sua creazione ma, allo stesso tempo, un’artista che ha assunto il cambiamento permanente, un’artista uguale agli artisti moderni di tutto il mondo”.

Bertina ha portato a Roma il movimento, il colore e la dinamica di un intero continente, con i suoi  totem e le sue figure.

È stata un’artista unica che ha saputo animare la vita culturale di diversi paesi, diventando anche un’ambasciatrice della solidarietà a livello internazionale durante tutta la sua vita. Secondo Caterina Antonaci, direttore della Richard Saltoun Gallery, “Bertina era una forza della natura e il suo lavoro lo testimonia”.

Con la sua arte, il messaggio di Bertina irrompe con forza tra la gente, coinvolge lo spettatore, parla un linguaggio che trasmette valori universali. L’aiuto ai più deboli, la lotta contro la fame, il rifiuto della guerra, la rivolta contro ogni forma di violenza, l’emancipazione della donna, la pace universale. Un artista generosa e impegnato fino alla fine.

Come spiega Nancy Dantas nel suo saggio, “Homage and The Modernist Constellations of Bertina Lopes”, Bertina ha un posto primordiale nella storia delle arti plastiche e nella formazione dell’identità, ricollegando il sé ai suoi antenati, quelli che hanno vissuto prima di lei e quelli che hanno continuato a conoscere la negazione della loro identità, nella battaglia tra assimilazione e ri-africanizzazione.

Bertina Lopes, Mae África, olio su tela, 1963

In questo saggio, pubblicato a novembre sulla piattaforma post del MoMA (il Museo d’Arte Moderna di New York), Nancy Dantas definisce Bertina come “una militante con il pennello”. Lo fa anche analizzando Omenagem a Amilcar Cabral (il titolo scritto dall’artista in “bertinese”, la lingua che parlava secondo la definizione di Carlo Levi, la sua originale sintesi di italiano e portoghese, il suo nomadismo geografico), il quadro che Bertina Lopes ha dedicato ad Amilcar Cabral, assassinato nel 1973.

La commozione dell’artista per la morte violenta del leader nazionalista della Guinea-Bissau fu intensa. Le varie annotazioni sul retro della tela completano l’interpretazione dell’opera ed esprimono il profondo dolore dell’artista. Bertina decise di trasmutare il corpo di Amilcar Cabral: è come un antenato che si assume come un africano che lotta per la sua libertà, indipendenza e valorizzazione del panafricanismo.

Per l’artista, nella battaglia tra assimilazione e riafricanizzazione, sarebbe stata l’Africa a risorgere e a prendere il primato – una resurrezione incarnata e comunicata da lei in omaggio alle generazioni a venire, proprio come è stato per i poeti mozambicani José Craveirinha (1922- 2003) e Noémia de Sousa (1926- 2000).

“Rifiutando i costumi sociali, l’atomizzazione estetica e le catene del capitalismo, dipinse, scolpì e contribuì alla causa e all’estetica nazionalista e panafricana, producendo straordinarie opere astratte e geometriche – scrive Nancy Dantas – nei suoi ultimi anni, aprendo la sua casa alla causa mozambicana e donando liberamente le sue opere agli amici e alle cause in cui credeva di più, del continente e del mondo”.

Roma è stata la scena dei negoziati che hanno portato all’Accordo Generale di Pace il 4 ottobre 1992. La casa/atelier di Bertina era uno dei luoghi suggestivi.

È sulla terrazza della sua casa che si sono riunite le delegazioni mozambicane e i facilitatori italiani. È sulle pareti dell’atelier di Bertina – o Mama B. come le piaceva essere chiamata – che la sua presenza è stata testimoniata, a Roma.

1968, Bertina Lopes

Il ruolo straordinario di Bertina è stato quello di aprire le porte della sua casa, dove il Mozambico avrebbe avuto un posto d’onore.  I mozambicani che si combattevano sul campo di guerra, si sentivano fratelli mozambicani nello spazio di Bertina Lopes.

Questa è la grande virtù di Mama B., una donna illuminata e veramente militante fin dall’inizio della sua carriera di artista. Chi non ricorda Mãe África, il quadro dipinto nel 1963, dove Bertina ritrae l’impoverimento e la sofferenza di un intero continente tenuto in ostaggio dal giogo coloniale?

Paola Rolletta
paolarolletta@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Zimbabwe: ragazzine costrette a prostituirsi a causa dei cambiamenti climatici

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 febbraio 2022

Danai (nome di fantasia) ha lasciato i banchi di scuola quando non aveva nemmeno 14 anni. Dopo la morte di entrambi i genitori, la nonna non era più in grado di mantenere da sola lei e i suoi fratelli più piccoli. Gli ultimi raccolti sono stati un disastro. Colpa dei cambiamenti climatici. Violenti piogge e inondazioni avevano distrutto tutto ciò che l’anziana signora aveva seminato con l’aiuto dei nipoti che vivevano con lei. Danai è la maggiore, ha dovuto dunque sacrificarsi e partire alla volta di Harare, la capitale dello Zimbabwe.

Prostituzione minorile, Zimbabwe

Con l’aiuto di altri parenti aveva trovato un lavoro come bambinaia presso una famiglia. Dopo un paio di mesi i padroni hanno diminuito il già misero stipendio della ragazzina. La pandemia e il lungo lockdown hanno ridotto anche le loro entrate.

Le proteste della ragazzina sono servite a ben poco, anzi, da un momento all’altro si è trovata per strada, sola in una grande città.

Poi ha incontrato altre giovani e giovanissime, le hanno proposto di unirsi a loro. Lavorano per strada come prostitute; in poco tempo le hanno insegnato il mestiere. I clienti non mancano, la popolazione della città  aumenta di giorno in giorno proprio a causa della migrazione dalle zone rurali verso quelle urbane a causa della crescente povertà. E con la miseria, la necessità di guadagni immediati, aumentano traffico di droga, prostituzione e violenze nelle metropoli.

Daniel Sithole – analista climatico e direttore di Green Shango Trust, una ONG zimbabwiana che si occupa di prevenzione e tutela ambientale – ritiene che le donne sono maggiormente colpite dal riscaldamento globale. “Tale situazione, ha sottolineato, potrebbe aggravare le disparità di genere già esistenti”.

Chi decide di lasciare la campagna, che non produce più cibo a sufficienza per le famiglie numerose, è in grande difficoltà anche nelle città. I più si devono accontentare di lavori umili o diventare uno dei tanti venditori ambulanti, mentre molte ragazze cadono nelle maglie della prostituzione, “lavoro” malpagato, anzi, spesso i clienti se ne vanno senza nemmeno saldare il conto.

Impossibile recuperare i soldi persi, le ragazze non possono denunciare i clienti, potrebbero finire nei guai loro stesse, sia perché tale attività è ovviamente vietata ai minori, sia perchè nello Zimbabwe anche l’adescamento di clienti è considerato un reato.

Memory Kanyati, direttore provinciale dello Zimbabwe Youth Council Harare, è molto preoccupata perché il numero delle minorenni che finiscono in strada cresce di giorno in giorno e recuperare queste giovanissime è un problema di non facile soluzione.

Siccità, cambiamenti climatici in Africa

Molti anziani e capi di villaggi sono convinti che i cambiamenti climatici oltre a portare fame e miseria, stanno distruggendo il futuro dei bambini. Di tanto in tanto dovremmo davvero far tesoro delle sagge parole di Kofi Anan, ex segretario generale dell’ONU, deceduto nel 2018: “Un bambino a rischio è un bambino che non può aspettare”.

E lo Zimbabwe non è il solo Paese del continente a dover fare i conti con ondate di caldo, siccità e inondazioni. Basti pensare che la scorsa settimana la il Programma Alimentare  Mondiale (PAM) ha lanciato un nuovo allarme per il Corno d’Africa. Secondo l’Agenzia dell’ONU sono ben 13 milioni di persone a rischio fame estrema nei prossimi mesi a causa della siccità, dovuta ai cambiamenti climatici.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

Non solo somali: l’Iran addestra pirati per destabilizzare Mar Rosso e Oceano Indiano

Africa ExPress
Gibuti, 14 febbraio 2022

A spadroneggiare e depredare i mari non ci sono solo i pirati somali ma anche quelli iraniani. L’Iran sta creando una banda d’élite di pirati per governare i mari. Secondo un rapporto riservato di fonte iraniana, le unità speciale dell’esercito iraniano stanno addestrando mercenari come moderni corsari con lo scopo di effettuare attacchi navali.

Dal rapporto si evince che l’unità della Quds Force ha già addestrato ed equipaggiato centinaia di yemeniti e iracheni per effettuare attacchi, consolidando così una rete segreta di contrabbando di armi. Una notizia emersa casualmente e passata quasi inosservata, perchè i diplomatici sono concentrati a convincere l’Iran a frenare il suo programma nucleare.

L’Iran addestra mercenari come pirati

La forza d’élite iraniana Quds Force rappresenta già un ramo consolidato del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ed è incaricato di organizzare operazioni extraterritoriali per sostenere le guerre per procura dell’Iran in tutto il Medio Oriente. Ma la sua portata è stata drasticamente influenzata dall’assassinio del suo famoso leader, il generale Qassem Soleimani, ucciso nel gennaio 2020 da un attacco di droni statunitensi mentre era in Iraq.

Ora, le informazioni raccolte dal gruppo dell’opposizione National Council of Resistance of Iran rivelano che Teheran ha costantemente tentato di compensare quella perdita per le sue operazioni in Iraq, Yemen, Siria, Palestina, Libano e diversi Paesi africani.

Gli sforzi per ingaggiare mercenari stranieri in Yemen si sono intensificati subito dopo l’elezione di Ebraham Raisi, attuale presidente dell’Iran, parallelamente all’aumento degli attacchi UAV e missilistici. La nuova forza navale Quds Force ha sede presso l’Accademia di scienze e tecnologia navali Khamenei a Ziba Kenar, sulla costa del Caspio, sotto la supervisione del secondo ammiraglio, Abdolreza Dabestani.

Ma è il generale di brigata Hassan Ali Zamani Pajooh che sovrintende all’obiettivo principale dell’unità: fornire addestramento di commando ai mercenari stranieri, condotto attraverso corsi residenziali di sei mesi completi. Tale addestramento viene integrato da ulteriori training marittimi sulle isole Qeshm e Farah nel Golfo, forniti dalla stessa brigata di commando navale dell’IRGC (acronimo inglese per Islamic Revolutionary Guard Corps n.d.r.) Aba Abdullah responsabile degli attacchi alle petroliere britanniche.

Nel gennaio 2020, più di 200 mercenari yemeniti sono stati addestrati in tattiche di commando, scienza e tecnologia navale. Secondo il rapporto, un contingente di iracheni di dimensioni simili ha iniziato la sua formazione nel luglio dello stesso anno. Alla fine del corso gli iracheni sono stati inviati nella penisola di al-Faw e Bassora per formare una “unità navale” sotto il comando della Forza Quds. Le capacità acquisite dimostrano che il mandato della nuova forza navale Quds va oltre il semplice addestramento.

Utilizzando tattiche di guerra asimmetriche stabilite dall’IRGC, l’unità ha stabilito nuove reti di contrabbando che stanno già fornendo armi e attrezzature “per espandere i conflitti nel Mar Arabico, Bab al-Mandab e nel Mar Rosso”.

Sempre in base al rapporto, questo commando ha già equipaggiato i ribelli huthi dello Yemen con motoscafi, missili, mine e altre armi. Uno dei metodi per trasferire armi allo Yemen è utilizzare Paesi terzi, come la Somalia. Altri includono l’uso di piccole imbarcazioni e l’utilizzo di metodi di contrabbando di droga come parafanghi di grandi dimensioni da sei piedi in cui sono nascosti depositi di armi. I parabordi vengono quindi ancorati sott’acqua in posizioni prestabilite con localizzatori GPS in modo che possano essere recuperati da altre navi.

Alcune armi sono però state intercettate. Nel dicembre dello scorso anno, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato la confisca di due grandi depositi di armi iraniane, inclusi 171 missili terra-aria e otto missili anticarro, destinati ai militanti huthi dello Yemen.

Altresì sono stati sequestrati 1.400 fucili d’assalto AK-47 e 226.600 proiettili. Queste e altre partite di migliaia di lanciarazzi, mitragliatrici, fucili di precisione sono tutti partiti dal porto iraniano di Jask.

Ieri sera, Shahin Gobadi, portavoce della stampa dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, organizzazione di opposizione, ha dichiarato: “Da quando Raisi è diventato presidente, gli attacchi di missili e droni sono stati accelerati insieme agli sforzi per acquisire armi nucleari e il regime ha intensificato gli atti terroristici marittimi attraverso mercenari stranieri. L’unità della forza navale Quds, che addestra ed equipaggia i delegati iraniani, è una vera minaccia sia per la stabilità regionale che per il trasporto marittimo internazionale. Eppure, invece di ritenere il regime iraniano responsabile delle sue azioni, i Paesi occidentali hanno dato concessioni all’Iran, tendenza che ha incoraggiato Teheran nella sua condotta nefasta nella regione. Indipendentemente da ciò che il leader supremo Khamenei potrebbe fare con i negoziati sul suo programma nucleare, Teheran deve essere ritenuta responsabile della sua guerra per procura nella regione, del suo terrorismo, del suo sviluppo di missili balistici e delle sue eclatanti violazioni dei diritti umani”.

Africa ExPress
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Benin-Sahel: attacchi aerei francesi uccidono oltre 30 terroristi in Burkina Faso

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 gennaio 2022

Lo Stato maggiore francese ha comunicato ieri che Barkhane ha ucciso oltre 30 terroristi in diversi raid aerei in Burkina Faso. I jihadisti sarebbero stati responsabili di due aggressioni della scorsa settimana nel nord del Benin, nel Parco transfrontaliero “W”, che confina con Niger e Burkina Faso.

Tra l’8 e il 9 febbraio sono state ammazzate brutalmente 9 persone, un istruttore francese (un ex militare), un soldato delle forze armate beninensi e alcuni ranger dell’ONG sudafricana African Parcs che gestisce la parte della riserva situata in Benin.

Operazione Barkhane in Burkina Faso uccide oltre 30 terroristi

I militari dell’Operazione Barkhane hanno iniziato le ricerche dei terroristi subito dopo l’attacco dell’8 febbraio. E, grazie a un aereo di ricognizione, in grado di monitorare e ascoltare pesino le conversazioni via radio (sistema ISR, acronimo inglese per Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance n.d.r.), i francesi sono riusciti a localizzare un gruppo di uomini armati in sella alle loro moto, provenienti dal Benin, ormai già in territorio burkinabé.

Nel Burkina Faso si è consumato poche settimane fa l’ennesimo colpo di Stato. I militari hanno destituito il presidente, Roch Marc Christian Kabore, proprio a causa dei problemi di insicurezza che affliggono il Paese dal 2015. I continui attacchi dei terroristi hanno causato la morte di oltre 2.000 persone e hanno costretto a 1,5 milioni di lasciare le proprie abitazioni.

Il capo delle forze armate francesi, Thierry Burckard, in visita in Costa d’Avorio in questi giorni, teme che il terrorismo possa espandersi verso il Golfo di Guinea.

Anche se la Francia potrebbe annunciare nei prossimi giorni il ritiro delle proprie forze dal Mali, il generale ha puntualizzato che combattere a fianco dei Paesi africani, in particolare con quelli che si affacciano sul Golfo di Guinea, resterà una priorità di Parigi.

Una fonte diplomatica europea ha confermato che la Francia sta valutando quale sostegno potrebbe essere dato ai Paesi del Golfo di Guinea, in particolare Costa d’Avorio, Togo, Benin e Ghana, dove gli attacchi dei terroristi sono sempre più frequenti.

Infatti, sembra proprio che i jihadisti del Sahel vogliano davvero ampliare il loro campo d’azione. E’ nei loro programmi da anni, basti pensare all’attacco terrorista che si è consumato nel 2016 proprio in Costa d’Avorio, quando i miliziani di AQMI, acronimo per Al Qaeda nel Maghreb Islamico, avevano ucciso 19 persone a Grand Bassam, località balneare che dista una quarantina di chilometri da Abidjan.

E’ risaputo che le autorità maliane sono ai ferri corti con la Francia, giacchè hanno persino espulso l’ambasciatore di Parigi, Joël Meyer, dichiarato persona non grata dopo le critiche sul governo di transizione espresse dal ministro degli Esteri francese, Jena-Yves Le Drian, che aveva apostrofato la giunta al potere in Mali come “illegittima”, e “le sue decisioni sono irresponsabili”, dopo l’espulsione dal Mali delle truppe danesi della Task Force Takuba.

Le Drian ritiene inoltre che i mercenari del gruppo Wagner presenti sul territorio maliano, anche se mai confermato dal governo di Bamako, proteggano le autorità solamente in cambio dello sfruttamento delle ricchezze minerarie del Mali, come succede d’altronde da anni in Centrafrica.

Dal canto suo, il presidente russo, Vladimir Putin, pur non negando le attività del gruppo Wagner nella ex colonia francese, respinge qualsiasi legame tra Mosca e i contractor. Dichiarazione in contraddizione con le affermazioni di Bamako. Le autorità di transizione sostengono, infatti, che nel Paese sono presenti esclusivamente istruttori militari russi, assunti nel quadro della cooperazione tra i due Stati.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Anche Stephen Townsend, a capo di US AFRICOM (comando delle operazioni americane in Africa n.d.r.), ha  confermato la presenza di diverse centinaia di mercenari del gruppo Wagner in Mali. Secondo il comandante di Africom per i loro spiegamenti sarebbero supportati da aerei militari russi.

La prossima settimana, probabilmente il 16 febbraio, il governo di Parigi e i suoi partner europei che partecipano con le loro truppe alla task force Takuba, guidate da Barkhane, decideranno se abbandonare o restare in Mali. In tale occasione si valuterà se i vari governi europei vorranno restare nel Sahel. La riunione precede il summit Europa-Africa, che si terrà il 17-18 febbraio.

I ministri della Difesa delle nazioni europee che collaborano con Takuba, così come la Gran Bretagna, il Canada, gli Stati Uniti e i Paesi presenti con le loro truppe nella missione di pace dell’ONU in Mali (MINUSMA), nonchè nella formazione europea delle forze di sicurezza maliane (EUCAP) si sono sentiti già telefonicamente venerdì scorso.

E’ comunque poco probabile che la Francia lasci completamente le sue ex colonie e i suoi interessi nel Sahel, in particolare le miniere d’uranio in Niger.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Terroristi in Sahel e Mozambico: summit militare a Roma USA-Africa

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Febbraio 2022

US Africom, il comando a capo delle operazioni americane in Africa , sceglie l’Italia per analizzare con i vertici militari di 36 Paesi africani le strategie di contrasto al terrorismo internazionale, ma soprattutto alla penetrazione in Africa di Russia e Cina.

Fuori dai riflettori mediatici, dal 31 gennaio al 2 febbraio l’U.S. Africa Command ha ospitato a Roma la Conferenza 2022 dei Capi di Stato maggiore africani. Shared Investment for a Shared Future (Investimento condiviso per un Futuro condiviso) il titolo dell’evento cui hanno preso parte pure diversi ministri della Difesa.

Al centro della discussione cinque temi generali: preparazione alla crisi, risposta e ripresa; minacce alla sicurezza e allo stato di diritto; protezione delle risorse; effetti della tecnologia; interoperabilità. Nel corso del meeting romano si è discusso inoltre degli sforzi per contrastare le minacce tradizionali e non e delle sfide rappresentate dalle organizzazioni e dai gruppi che cercano di minare la sicurezza in Africa.

“I partecipanti hanno approfondito anche una serie di questioni di comune interesse, finalizzate a migliorare la cooperazione militare, il trasferimento e lo scambio di esperienze tra gli stati africani”, riporta una nota di US Africom. “La conferenza ha fornito l’opportunità di incoraggiare e rafforzare le relazioni reciproche e di condividere analisi in vista di future operazioni e di un coordinamento multinazionale in Africa”.

Al termine della Conferenza di Roma, il generale dell’esercito USA, Stephen Townsend, capo di U.S. Africa Command, si è soffermato con i pochi giornalisti presenti, sulla visione che il Dipartimento della Difesa riserva al continente africano e ai suoi principali conflitti in atto.

Dichiarazioni che avrebbero meritato lungamente di essere riprese dai media italiani, sia per la rilevanza geostrategica della conferenza “ospitata” semi-segretamente nella capitale, ma anche per i foschi scenari delineati per il futuro e che non potranno non investire direttamente l’Italia e le forze armate attualmente impiegate in diversi teatri bellici (Libia, Niger, Mali, Somalia, Gibuti, Golfo di Guinea, ecc.).

“La conferenza dei Capi di Stato della Difesa africani di Roma è stata il primo evento del genere realizzato dal 2017”, ha esordito il generale Townsend. “I leader delle forze armate di Africa e Stati Uniti si sono incontrati per discutere insieme sulle maggiori sfide che abbiamo di fronte e che nessuno di noi può risolvere da soli. I nostri futuri sono legati e il progresso di ogni nazione verso la sicurezza beneficia tutte le nazioni. Noi lavoriamo insieme per contrastare le minacce che possono giungere dal continente, in particolare l’estremismo violento, ma anche tutto ciò che potrebbe fare del male agli USA o ai suoi alleati e partner. L’obiettivo della presenza delle forze armate USA è di prevenire una crisi, ma siamo anche pronti a rispondere a una varietà di emergenze, dall’assistenza umanitaria come nel caso dell’Ebola o di un disastro naturale, o di intervenire in caso di una minaccia diretta ad un’ambasciata degli Stati Uniti o alle forze armate dei nostri partner”.

Stephen Townsend, comandante in capo di AFRICOM

Secondo Stephen Townsend il quadro della “sicurezza” in alcune regioni africane starebbe progressivamente peggiorando, da qui l’esigenza di un rafforzamento dei dispositivi militari USA nel continente. “Tra i casi peggiori c’è certamente il Sahel, dove la crisi continua a deteriorarsi”, ha dichiarato il comandante di US Africom. “I militari statunitensi sono schierati nell’area e assistono e forniscono supporto alla G5 Sahel Joint Force e, su base bilaterale, alle nazioni che ne fanno parte (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, nda). Il nostro sostegno include l’equipaggiamento, l’addestramento, lo scambio di intelligence e, in alcuni casi, il trasporto aereo di mezzi e unità, il supporto logistico e la consulenza sul terreno. Il fine è quello di consentire alla Joint Force di operare, proteggere e mantenere le proprie unità pronte a combattere contro i gruppi violenti estremisti. Questo lo facciamo anche insieme ai partner internazionali presenti nel Sahel”.

Il generale Townsend ha ricordato come l’U.S. Africa Command abbia insediato un proprio ufficiale di collegamento presso il quartier generale della G5 Sahel Joint Force di Niamey e che lo scorso mese di agosto sono stati forniti equipaggiamenti militari per più di 8 milioni di dollari alle forze armate dei cinque paesi membri dell’organizzazione. “Posso dirlo con sincerità, non sono però soddisfatto dei nostri progressi contro i gruppi estremisti violenti nel continente, specie in Africa orientale e occidentale”, ha aggiunto.

“Vedo infatti che l’estremismo in queste due regioni continua ad espandersi geograficamente, in ricchezze e influenza. Abbiamo ottenuto una serie di vittorie tattiche come ad esempio con l’operazione della Francia che ha condotto alla morte del leader di al-Qaida in the Islamic Maghreb, Droukdel, nel giugno 2020, grazie al supporto USA. Abbiamo ottenuto numerosi successi anche nella lotta contro al-Shabaab, in Somalia, ma sono stati sufficienti. Al-Shabaab si sta avvantaggiando in Corno d’Africa in quanto la leadership politica è distratta da una prolungata crisi politica. Il Governo somalo e il popolo stanno cercando di trovare il modo di eleggere un nuovo parlamento e un nuovo presidente, ma mentre questo accade è stata disattivata la pressione contro al-Shabaab”.

Sempre secondo il generale dell’esercito USA, in Africa occidentale, specie in Burkina Faso e Mali, continuano a rafforzarsi le milizie del Jama’at Nusratul Islam wal Muslimin (JNIM), ritenute alleato di al-Qaida, mentre alcuni gruppi pro-ISIS sarebbero penetrati sino ai vicini stati costieri.

“Recentemente abbiamo assistito ad attacchi in Benin, Togo e Costa d’Avorio”, ha affermato Townsend. “Penso però che di fronte a questi attacchi l’intervento militare per contrastarli sia solo una parte della soluzione del problema. Noi continuiamo ad aiutare le forze armate locali che hanno ottenuto successi sul terreno, ma dobbiamo sostenere anche la buona governance e lo sviluppo. Se a lungo termine non avremo un approccio coerente tridimensionale, non solo con i partner africani ma anche con quelli internazionali, i terroristi continueranno ad avvantaggiarsi ulteriormente”.

Il Comandante di US Africom ha spiegato che gli Stati Uniti guardano con particolare attenzione al Ghana, “un partner da lungo tempo cui abbiamo offerto in quest’ultimo anno un sostegno maggiore e lo continueremo a fare in futuro”. Nel 2021 il Pentagono ha inviato in Ghana team di addestratori e consulenti, ha promosso diverse esercitazioni congiunte e si appresta a fornire sistemi d’arma e equipaggiamenti militari.

“Nella parte meridionale dell’Africa siamo coscienti dell’emergenza rappresentata dall’ISIS-Central Africa e dall’ISIS-Mozambico, contro cui c’è stata una solida risposta da parte dei paesi dell’Africa centrale e del Sud Africa con il dislocamento di forze armate in Mozambico”, ha spiegato Townsend. “L’ISIS, in particolare, si sta espandendo nel nord del Mozambico, a Cabo Delgado.

“Questa regione è importante perché è qui che si trovano le più grandi fonti energetiche del continente, se non del mondo. E c’è un consorzio di compagnie energetiche internazionali che cerca di estrarle produttivamente, con grandi benefici per la popolazione e il governo del Mozambico. Sono risorse che possono cambiare la vita delle persone del paese e adesso tutto ciò è in pericolo per la crescita dell’ISIS. Gli Stati Uniti hanno schierato in Mozambico piccole unità militari per addestrare al controterrorismo le forze armate mozambicane. Ma cosa più importante è che altri partner stanno facendo lo stesso, in primo luogo il Portogallo e adesso anche l’Unione europea. Il  Portogallo ha stabilito una missione di addestramento che è stata trasformata in una missione Ue e che ho potuto visitare personalmente un paio di mesi fa”.

Analogo apprezzamento è stato riservato all’altrettanto controversa operazione militare promossa al confine settentrionale del Mozambico dalla Southern African Development Corporation (SADC), l’organizzazione di cui fanno parte 16 paesi dell’Africa meridionale. “Anche il Ruanda ha inviato truppe nel paese e con le forze armate SADC hanno cacciato via l’ISIS dalle aree più popolate di Cabo Delgado, costringendolo a ritirasi nella jungla e in altre aree remote. L’ISIS è ancora lì, ma le operazioni di SADC sono state molto efficaci. Sono queste le soluzioni che piacciono agli Stati Uniti: operazioni condotte dai partner africani, sostenute da altri partner internazionali e dagli USA quando è possibile dare una mano…”.

Il generale Stephen Townsend si è poi detto preoccupato per l’ondata di golpe che ha investito nei mesi scorsi alcuni paesi africani, notoriamente legati a Washington. “Abbiamo assistito a un trend emergente di cambi di governo incostituzionali guidati da militari”, ha lamentato. “Rovesciare i leader eletti può rovinare il valore di decenni di progressi democratici. Le prese di potere da parte delle forze armate sono in contrasto con i valori democratici USA e la nostra etica professionale militare. Per questo è importante, crediamo, che i nostri partner militari debbano stare fuori dalla politica”.

“Il rovesciamento dei leader eletti non fa che aggravare il problema”, ha aggiunto Townsend. “Non so perché sia accaduto, ma credo che sia dovuto a una cattiva o insufficiente governance e alla corruzione, una delle maggiori minacce allo stato di diritto in una democrazia. Mi è stato chiesto se generalmente ci sono i russi o i cinesi dietro questi colpi di stato. Non abbiamo visto il coinvolgimento dei cinesi, né che essi siano stati i promotori. Nel caso della Russia è meno chiaro: abbiamo ricevuto report sul coinvolgimento russo perlomeno in Sudan. Personalmente non penso che la Russia sia il principale animatore della maggior parte di questi colpi di stato, ma la mano russa è visibile perlomeno in uno o due di essi”.

Mosca, secondo US Africom, sarebbe dietro il recente golpe in Mali. “Abbiamo condannato il colpo di stato insieme ai partner africani e internazionali e in conseguenza abbiamo sospeso l’assistenza militare a Bamako”, ha riferito Townsend. “Abbiamo avuto modo di osservare che la giunta maliana ha invitato i mercenari russi di Wagner nel paese. Si continua a negarlo ma abbiamo informazioni chiare che si tratti proprio di Wagner e ciò è una pessima presenza che non contribuisce per nulla alla stabilità e alla sicurezza del paese. Pensiamo che siano stati schierati centinaia di mercenari ma il numero è destinato a crescere. Sono uomini di Wagner e no dell’esercito russo, ma la loro presenza rende felice la Russia. Li ho già visti operare in Siria, in Libia, in Sudan, nella Repubblica centrafricana e in Mozambico. Non hanno mai lasciato la situazione migliore di quella che hanno trovato. E se ne vanno dopo aver sfruttato economicamente il paese. Abbiamo la ragione di credere che il governo del Mali stia spendendo per i servizi di Wagner 10 milioni di dollari al mese. Ma li pagheranno con fonti naturali, oro e altri minerali, gemme preziose e cose del genere…”.

Una parte dell’intervento in conferenza stampa del generale Townsend è stato riservato al fenomeno della pirateria marittima in acque somale e nel Golfo di Guinea. “Posso dire che per quanto riguarda il Corno d’Africa la pirateria si è grandemente ridotta anche se continua ad esistere il traffico illegale in alcuni settori”, ha spiegato. “Invece continua ad essere un problema particolarmente grave nel Golfo di Guinea anche se il numero degli incidenti si è ridotto nell’ultimo anno e mezzo, probabilmente a causa del Covid. Gli USA e altri alleati stanno aiutando i partner africani a rafforzare le capacità di sorveglianza delle loro acque, addestrando nella gestione di operazioni di abbordaggio, ricerca e sequestro, attività anti-pirateria, effettuando esercitazioni di consapevolezza del dominio e della sicurezza marittimi. Esempi sono le esercitazioni Cutlass Express nella costa orientale del Corno d’Africa e Obangame Express nella costa occidentale del continente”.

US Africom punta a rafforzare ulteriormente il dispositivo navale internazionale a “difesa” del Golfo di Guinea. “Stiamo discutendo con alcuni partner europei di dare vita a una task force navale della stessa natura di quella che sta operando in Corno d’Africa”, ha rivelato Townsend.

Prima di congedarsi dai giornalisti, il Comandante delle forze armate USA nel continente africano ha riferito che uno dei punti caldi affrontati con i ministri della difesa e i capi degli staff militari africani è stato il ruolo assunto dalla Cina negli scenari globali. “La Cina ha l’interesse di espandersi nel continente, specialmente in Africa occidentale”, ha spiegato. “Dove sta aiutando i paesi africani è una cosa utile e positiva e non possiamo vedere che favorevolmente gli eventuali benefici prodotti. Ma penso che dovremmo attenzionare però quando la Cina sfrutta i nostri alleati africani. Ci sono luoghi dove questo non può continuare, come ad esempio il Golfo di Guinea. I cinesi aspirano ad avere una base navale nella regione con lo scopo dichiarato di prevenire la pirateria e la pesca illegale. Ma tutti gli studi in nostro possesso ci dicono che gli attori numero uno della pesca illegale nel Golfo sono le flotte di pesca cinesi”.

Sin qui l’Africom pensiero, caratterizzato in buona parte da una visione paternalista tardo coloniale, irresponsabilmente limitata nel cogliere la complessità delle crisi politiche e militari dell’Africa e, soprattutto, le reali ragioni economiche e sociali. Nulla è trapelato dalla Conferenza di Roma su uno dei nodi che da lungo tempo Washington prova a sciogliere: il possibile trasferimento del Comando generale di US Africom dalla Germania in un paese del sud Europa o del continente africano.

La scelta di svolgere in Italia il meeting Shared Investment for a Shared Future prova ancora una volta che è proprio il nostro paese ad avere le chance maggiori, considerato poi che già alcuni dei comandi e delle unità USA impiegati e/o impiegabili in Africa sono stati insediati a Vicenza, Napoli e Sigonella. Nell’aprile 2021, il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari (ex generale ed ex presidente del Consiglio nazionale supremo dopo il golpe del 1983), in un incontro da remoto con il Segretario di Stato Anthony Blinken, ha espresso il desiderio per una “ricollocazione” di US Africom in territorio nigeriano. “Le sfide alla sicurezza in Nigeria restano di grande rilevanza e avranno un impatto ancora più negativo considerate le complesse pressioni esistenti in Sahel, in Africa centrale ed occidentale, così come nella Regione del Lago Ciad e nel Golfo di Guinea”. ha dichiarato Muhammadu Buhari. “Tutto ciò avrà un enorme peso sull’Africa e pone la necessità che gli Stati Uniti considerino di ricollocare il quartier generale di Africom da Stoccarda in Africa, il più vicino al teatro delle operazioni”.

Un’ulteriore prova della sempre maggiore attenzione al continente da parte dell’amministrazione Biden è giunta dal Ruanda. Dal 24 al 28 gennaio 2022, proprio alla vigilia del meeting di Roma, si è svolto a Kigali l’11° Symposium annuale dei capi di Stato maggiore delle forze aeree africane (African Air Chiefs Symposium – AACS), co-promosso da U.S. Air Forces Africa e dal Ministero della difesa ruandese. “AACS ha fornito una piattaforma dove i responsabili delle aeronautiche militari di 32 paesi africani e degli Stati Uniti hanno stabilito e rafforzato le loro relazioni di collaborazione”, riporta il Pentagono.

Al Symposium di Kigali erano presenti Angola, Benin, Botswana, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Ciad, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Gabon, Ghana, Guinea-Bissau, Kenya, Lesotho, Libia, Madagascar, Malawi, Mauritania, Marocco, Namibia, Niger, Nigeria, Repubblica del Congo-Brazzaville, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Tanzania, Togo, Tunisia e Zambia.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Libia: l’Italia finanzia i centri dei migranti: Amnesty denuncia violenze “agghiaccianti”

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Febbraio 2022

“Rimango gravemente preoccupato per le continue violazioni dei diritti umani di migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Libia”, ha dichiarato il Segretario Generale ONU, Antonio Guterres in un rapporto per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e reso noto dall’Associated Press.

Migranti e rifugiati – sempre secondo Guterres –  donne e uomini hanno continuato a far fronte a crescenti rischi di stupro, molestie sessuali e tratta da parte di gruppi armati, traffico transnazionale e trafficanti, nonché funzionari della direzione per la lotta all’immigrazione illegale, che opera sotto il ministero dell’Interno”. Il numero 1 dell’organizzazione internazionale ha anche quantificato in oltre 12.000 gli ufficialmente detenuti in 27 carceri e strutture penali in tutta la Libia. Altre migliaia sono trattenute illegalmente e spesso in “condizioni disumane in prigioni controllate da gruppi armati o addirittura segrete”.

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU

Guterres ha anche sottolineato la detenzione arbitraria  di migranti e rifugiati  intercettati dalla Guardia costiera libica, mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo. Si tratta, secondo i dati ONU al 14 dicembre 2021, di ben 30.900 persone, “quasi tre volte il numero totale di persone rimpatriate nel 2020 (12.000 persone)”.

Il viaggio compiuto con imbarcazioni fatiscenti ha comportato un pesante tributo di vite umane: oltre 1.300 persone sono morte o scomparse durante il viaggio. Il capo del Palazzo di Vetro ha espresso seria preoccupazione anche per le persone che sono rimaste senza casa da ottobre in poi, in seguito alle diffuse operazioni di sicurezza compiute dalle autorità libiche. Durante quei rastrellamenti  “è stata usata una forza eccessiva e sproporzionata”.

Ma queste precise accuse lanciate da un protagonista della diplomazia internazionale non hanno avuto alcun esito. Le cancellerie dei Paesi europei ed il governo italiano, in particolare, continuano la politica di sostegno incondizionata alla Libia, finanziandone l’apparato repressivo con decine di milioni di euro l’anno e fornendo i mezzi navali per respingere i migranti. In questi giorni ricorre il quinto anniversario del Memorandum d’intesa bilaterale, firmato da Italia e Libia il 2 febbraio 2017 ed in questo lasso di tempo – secondo Amnesty Internationaloltre 82.000 persone intercettate in mare sono state riportate in Libia.

Le cose, purtroppo, non stanno cambiando, un esempio in tal senso – secondo Amnesty – è la recente nomina alla guida del Dipartimento per il contrasto dell’immigrazione illegale di Mohamed al-Khoja, che in precedenza controllava il centro di detenzione di Tariq al-Sikka, al cui interno erano state documentate diffuse violenze. “Italia, Malta e Unione Europea hanno contribuito – secondo Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International su migrazione e asilo – alla cattura in mare di decine di migliaia di donne, uomini e bambini, finiti in gran parte in centri di detenzione agghiaccianti, dove la tortura è all’ordine del giorno. Innumerevoli altre persone sono state vittime di sparizione forzata”.

In base agli Accordi internazionali è consentito alle autorità libiche di poter riportare nel Paese le persone intercettate in mare, nonostante sia vietato trasferire le stesse in un luogo nel quale rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani.

Un centro di detenzione per migranti in Libia

In questo contesto, nei giorni scorsi, secondo il giornale libico Al wasat il nostro Paese ha fornito mezzi per il contrasto all’immigrazione clandestina per un ammontare di 42 milioni di euro. Tali attrezzature comprendono un’officina mobile per la manutenzione, pezzi di ricambio per imbarcazioni, uffici amministrativi mobili e supporto logistico per le attività di soccorso nel contesto delle missioni di ricerca in mare. Ultimamente,  inoltre, il sottosegretario del ministero degli Esteri libico per la Cooperazione e le Organizzazioni Internazionali, Omar Keti, ha chiesto all’ambasciatore italiano a Tripoli di riprendere i progetti sospesi, per assistere la Libia nella lotta all’immigrazione illegale.

Tuttavia c’è chi non si arrende e questa perdita di umanità: le ONG, che fra mille difficoltà cercano di salvare chi scappa dall’inferno libico. Alcune sentenze hanno sancito la piena legalità della loro opera di salvataggio, archiviando le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come nel caso  del comandante e del capomissione della nave Mediterranea, per non aver consegnato i migranti alla guardia costiera libica. La Libia non può essere considerata un luogo sicuro, .

E’ ora di porre termine, quindi, a questa collaborazione pericolosa fra Italia e Libia, che produce solo tante sofferenze e ripristinare attività finalizzate al soccorso in mare di chi cerca solo una vita più dignitosa in Europa, scappando dai Paesi della guerra e della fame

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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Mozambico: la Cina imbottisce di armi gli arsenali contro i jihadisti di Cabo Delgado

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 febbraio 2022

La missione militare SADC in Mozambico (SAMIM-Southern African Development Community Mission in Mozambique) avrà ulteriori aiuti militari dalla Cina. Lo conferma un comunicato dell’Unione Africana (AU), pubblicato lo scorso 31 gennaio, al termine di una riunione del suo Consiglio di Pace e Sicurezza.

Mappa dei Paesi SADC
Mappa dei Paesi SADC

La ragione è che la Forza militare di intervento SADC  contro il terrorismo jihadista nel nord del Mozambico risulta inadeguata alla situazione. Secondo Defence Web, è addirittura “ampiamente sotto-equipaggiata e con poco personale”.

Gli aiuti militari cinesi non specificati

Organizzazione africana quindi intende “fornire sostanziali attrezzature aggiuntive dal secondo lotto di aiuti militari donati dal governo della Repubblica Popolare Cinese all’UA”. La fornitura, non specificata, serve per “sostenere gli sforzi SAMIM che dovrebbero essere consegnati direttamente al porto di Nacala in Mozambico durante il 2022”. L’Unione Africana, ovviamente, accoglie con favore l’estensione della missione SAMIM decisa dalla SADC lo scorso 12 gennaio a Lilongwe, in Malawi, per ulteriori tre mesi.

La missione militare SADC

La missione SAMIM, iniziata lo scorso 15 giugno, secondo i dati di metà gennaio, ha registrato 11 vittime su un contingente di circa 2.800 militari. Il Sudafrica, con 1.500 soldati, ha la quota più alta. Ma nella lotta contro i jihadisti di Cabo Delgado ci sono anche le truppe ruandesi, militari non SADC presento con un migliaio di militari.

Militari rundesi in Mozambico
Militari rundesi in Mozambico

Militari SAMIM insufficienti

Nel frattempo la guerriglia di Al Sunnah wa-Jammà si è spostata nelle foreste del Niassa confinanti con la Tanzania, allargando il territorio di intervento SAMIM. E qui sorgono i problemi. Sono troppo pochi gli uomini della missione SAMIM per un territorio così vasto. La critica viene dal quotidiano sudafricano Daily Maverick che accusa le carenze. Sul campo contro i jihadisti ci sono poche centinaia di uomini delle Forze speciali senza il supporto della fanteria. “Diversi elicotteri da attacco e trasporto e altro supporto aereo e navale non si sono ancora visti” – scrive il giornale -.

Mentre non si conosce ancora né la data di termine del mandato SAMIM né quella della missione militare ruandese, aumenta il numero dei morti. Secondo Cabo Ligado, osservatorio dei conflitti che monitora la situazione in Mozambico, dal 2017 a oggi, sono 3.640 dei quali quasi 1.600 civili. La conta degli sfollati è arrivata a oltre 850 mila ai quali si sommano quelli per cause climatiche nel centro del Paese.

Sandro Pintus
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I servizi israeliani per motivi di sicurezza vietano ai loro aerei di fare scalo a Dubai

Africa ExPress
Dubai, 11 febbraio 2020

Dopo l’annuncio del nuovo missile balistico iraniano i servizi di sicurezza israeliani (Shin Bet) hanno espresso preoccupazioni per la sicurezza aerea di Dubai e hanno imposto ai vettori nazionali di escludere l’aeroporto di Dubai dalle destinazioni fin tanto che permarrà lo stato di massima allerta per il potenziale stato di crisi nel Golfo.

Interruzione voli israeliani verso Dubai

Anche il ministro dei Trasporti israeliano Merav Michaeli ha riferito di misure di sicurezza, aggiungendo che le compagnie aeree israeliane dovrebbero, almeno temporaneamente per un mese (e fintanto che gli Emirati non risolvono la crisi) interrompere tutti i voli per Dubai.

El Al Airlines afferma che i voli con Dubai saranno interrotti a partire da domenica. I funzionari del governo israeliano e quello emiratino si son trincerati dietro un no comment. I collegamenti aerei si fermeranno completamente l’8 marzo.

Pare che gli houthi yemeniti stiano cambiando tattica, cercando di colpire solamente obiettivi strategici, come gli aeroporti. Infatti ieri la contraerea saudita ha intercettato all’ultimo momento un drone carico di esplosivo destinato all’aerostazione di Abha in Arabia Saudita, molto vicina al confine yemenita. Malgrado tutto ci sono stati danni materiali – vetrate in frantumo – e 12 feriti, tra loro 2 sauditi, 4 bengalesi, 3 nepalesi, un cittadino dello Sri Lanka, un filippino e un indiano.

C’è però qualcosa di strano giacché lo Shin Bet ha consigliato invece di chiedere agli Emirati di permettere alle flotte israeliane di fare scalo ad Abu Dhabi, oggetto di diversi attacchi missilistici nei giorni scorsi. Dubai invece finora è rimasta  indenne dai lanci missilistici). Forse (ma questa, è bene sottolinearlo, è un’ipotesi) i servizi israeliani potrebbero avere notizie di imminenti attentati a Dubai.

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Benin: imboscate in un parco nazionale, 9 morti (tra loro un francese) e 12 feriti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 febbraio 2022

Almeno 9 persone sono state uccise nel parco transfrontaliero “W” nel nord del Benin, al confine con Niger e Burkina Faso.

La ONG sudafricana, African Parcs, che gestisce la porzione della riserva situata in Benin, è stata la prima a lanciare l’allarme. In un breve comunicato ha denunciato mercoledì sera la morte di almeno sei persone e una decina di feriti. African Parcs ha anche precisato che sono stati inviati rinforzi militari e altri gruppi di ranger per perlustrare la zona.

Parco transfrontaliero “W”

Solo in seguito si è saputo che il numero dei morti dell’incidente accaduto martedì è salito a 8, tra questi anche un militare delle forze armate del Benin e un istruttore francese, un ex-militare, di 50 anni e 7 persone – tra ranger e civili – dipendenti dell’organizzazione sudafricana.

Sulla morte del proprio connazionale la procura antiterrorista di Parigi ha già aperto un fascicolo.

Gran parte della riserva fa parte del Niger ed è situata sui meandri a forma di “W” dell’omonimo fiume. Alcune aree, invece si trovano in territorio burkinabé e beninese. Nel 1996 il parco è stato proclamato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Sono in molti a puntare il dito sui jihadisti che operano nell’area, in quanto “incidenti” ad opera dei terroristi del Sahel si sono verificati anche recentemente nel nord del Paese. Secondo molti ricercatori, i gruppi jihadisti, e in particolare Katiba Macina (conosciuto anche con il nome di Front de libération du Macina, fondato nel 2015 da Amadou Koufa), legato a al Qaeda, sta cercando di rafforzare la sua presenza sia nel sud-est del Burkina che nel sud-ovest del Niger, approfittando delle vaste aree forestali per stabilire delle nuove basi. Questa pressione si riversa anche sul Benin settentrionale e sul Togo.

Il governo di Porto Novo sostiene che e i ranger a caccia di bracconieri si sarebbero imbattuti in ordigni esplosivi improvvisati. Durante il consiglio dei ministri straordinario di ieri è stato detto che un’altra imboscata si è verificata proprio giovedì mattina: una seconda pattuglia in ricognizione è stata colpita da un ordigno esplosivo, causando la morte di un ranger, facendo così salire a 9 le vittime nel parco “W”. Entrambi gli attacchi comunque non sono stati rivendicati.

All’inizio di dicembre gruppi armati hanno attaccato per ben due volte una pattuglia di soldati delle forze armate beninensi nella zona frontaliera tra il Benin e il Burkina Faso. Allora erano morti due militari, altri 5 erano stati feriti e un terrorista ucciso.

Militari delle forze armate del Benin nel parco “W”

Nel 2019 furono rapiti due francesi nel parco nazionale Pendjari. I due turisti d’Oltralpe furono poi liberati dalle teste di cuoio francesi, in Burkina Faso, insieme ad altre due persone, una di nazionalità statunitense e l’altra sud-coreana.

Da allora i militari beninesi tengono sotto stretto controllo i territori al confine con il Burkina Faso, Paese flagellato da incursioni terroriste dal 2015.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Guerra continua: in mostra a Teheran missili a lungo raggio in grado di colpire Israele

Africa ExPress
Teheran, 10 febbraio 2020

L’Iran ha prodotto un nuovo missile balistico in grado di colpire le città ad oltre 1.450 km di distanza (più o meno la distanza che c’è tra Yemen e gli Emirati Arabi Uniti).

In televisione

Mercoledì scorso la TV di Stato iraniana ha mostrato con fierezza il nuovo missile superficie-superficie denominato “Kheibar Shekan” (prende il nome da una vittoria militare del 7° secolo del profeta Maometto nell’oasi di Kheibar nella regione dell’Hijaz quella che oggi è l’Arabia Saudita).

Nelo foto due immagini dei nuovo missili “Kheibar Shekan” mostrati dalla televisione iraniana

“Questo missile a lungo raggio è stato progettato e prodotto interamente dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Ha un’elevata precisione, è azionato da combustibile solido ed è in grado di penetrare negli scudi missilistici”, ha affermato un portavoce militare delle Guardie Rivoluzionarie.

Il capo delle forze armate iraniane, il maggiore generale Mohammad Bagheri, ha decantato con una certa soddisfazione le performance del nuovo missile balistico iraniano, affermando che la portata di oltre 1.450 km, lo rende in grado di prendere di mira e minacciare non solo Israele, ma anche le capitali degli stati del Golfo e le basi statunitensi in Medio Oriente.

Progressi iraniani

Visti i continui progressi iraniani nel campo missilistico – ha aggiunto Bagheri – d’ora in poi i programmi di armi di Teheran (e non solo missilistico) andranno avanti a ritmo serrato: “Continueremo sulla strada della crescita, dello sviluppo e dell’eccellenza per la nostra potenza missilistica, in termini sia di quantità che di qualità”

L’Iran, non è un segreto, ha uno dei più grandi arsenali di missili del Medio Oriente (ed intere città missillistiche ‘nascoste’ più o meno ‘segrete’).

Alla fine dell’anno scorso ha lanciato 16 missili balistici per concludere esercitazioni militari descritte dai generali come un’avvertimento contro Israele. Bagheri ha affermato che l’Iran è già “autosufficiente in termini di equipaggiamento militare” e potrebbe diventare uno dei maggiori esportatori di armi al mondo se le sanzioni statunitensi fossero revocate.

Capacità variabile

L’Istituto internazionale per gli studi strategici afferma che l’Iran ha circa 20 tipi di missili balistici, oltre a missili da crociera e droni. Le loro capacità variano: il Qiam-1 ha ad esempio un’autonomia di 800 km mentre il Ghadr-1 è sarebbe grado di raggiungere 1.800 km (più o meno la distanza che c’è tra Tehran e l’Arabia Saudita).

Il think tank inglese IISS ha affermato che l’attuale priorità dell’Iran è quella di aumentare la precisione dei suoi missili. Ciò nonostante però lo sviluppo dei missili balistici di Teheran non è mai stato messo all’ordine del giorno nei colloqui in corso sul programma nucleare iraniano, mentre molti alleati degli Stati Uniti nel Golfo ritengono che dovrebbe esserlo.

I missili balistici iraniani potrebbero essere adattati per trasportare una testata nucleare se l’Iran ne sviluppasse una. Israele ha minacciato a lungo ‘azioni militari contro l’Iran se i colloqui di Vienna non riusciranno a frenare il programma nucleare di Teheran.

Africa ExPress
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(dai quotidiani sauditi Asharq al Awsat, ‫‪Alriyadh, Al Watan del  10 febbraio 2022)