Bertina Lopes, la pittrice ribelle del Mozambico, nella sua casa di Roma aveva ospitato colloqui di pace

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Dalla Nostra Corrispondente
Paola Rolletta
Maputo, 26 gennaio 2022

A dieci anni dalla sua morte, la pittrice mozambicana Bertina Lopes (Lourenço Marques 1924- Roma 2012) è protagonista di un rinnovato interesse per l’impatto che ha avuto sul modernismo africano.

Bertina Lopes viene analizzata come un’artista moderna, attraversando continuamente frontiere, con la sua interconnessione con l’arte della diaspora, “l’espressione artistica del vivere in mondi diversi”. Bertina vista come “la pittrice ribelle”, nella definizione di Okwui Enwezor, il primo curatore africano della Biennale di Venezia.

 

Bertina Lopes, con il Presidente della Repubblica popolare del Mozambico, Samora Machel, la First Lady Graça Machel , e il marito, Francesco Confaloni, a Maputo, nel 1976

Il 9 marzo, la prestigiosa galleria londinese Richard Saltoun inaugura il suo secondo spazio, a Roma, con una mostra personale (fino al 7 maggio) dedicata all’artista mozambicana. La galleria ha la sede in una delle più famose strade romane, Via Margutta, conosciuta anche come “Via degli Artisti”, dove molti artisti importanti, tra cui Picasso, Cy Twombly, Alberto Burri e Giulio Turcato, avevano il loro studio.

Furono loro ad accogliere Bertina al suo arrivo a Roma nel 1963. Tutti gli anni ’60, soprattutto nella capitale italiana, furono caratterizzati da una grande rivoluzione artistica, da un fiorente scambio tra le più diverse espressioni artistiche e dall’impegno politico e sociale.

Bertina Lopes fu sempre ribelle, anticonformista, contro ogni imposizione e ogni forma di violenza. Donna indipendente e artista libera. In Mozambico, dove è nata, in Italia, dove ha vissuto la maggior parte della sua vita. “Un’artista che ha usato l’arte come mezzo per esprimere la sua soggettività. “Un’artista individuale, un’artista moderna – ha scritto la storica Alda Costa – nata in Mozambico, portatrice di un’esperienza di vita particolare, consapevole della sua condizione di essere metà europea, metà africana (la doppia coscienza), una condizione che ha assunto in tempi e modi diversi e che ha tradotto nella sua creazione ma, allo stesso tempo, un’artista che ha assunto il cambiamento permanente, un’artista uguale agli artisti moderni di tutto il mondo”.

Bertina ha portato a Roma il movimento, il colore e la dinamica di un intero continente, con i suoi  totem e le sue figure.

È stata un’artista unica che ha saputo animare la vita culturale di diversi paesi, diventando anche un’ambasciatrice della solidarietà a livello internazionale durante tutta la sua vita. Secondo Caterina Antonaci, direttore della Richard Saltoun Gallery, “Bertina era una forza della natura e il suo lavoro lo testimonia”.

Con la sua arte, il messaggio di Bertina irrompe con forza tra la gente, coinvolge lo spettatore, parla un linguaggio che trasmette valori universali. L’aiuto ai più deboli, la lotta contro la fame, il rifiuto della guerra, la rivolta contro ogni forma di violenza, l’emancipazione della donna, la pace universale. Un artista generosa e impegnato fino alla fine.

Come spiega Nancy Dantas nel suo saggio, “Homage and The Modernist Constellations of Bertina Lopes”, Bertina ha un posto primordiale nella storia delle arti plastiche e nella formazione dell’identità, ricollegando il sé ai suoi antenati, quelli che hanno vissuto prima di lei e quelli che hanno continuato a conoscere la negazione della loro identità, nella battaglia tra assimilazione e ri-africanizzazione.

Bertina Lopes, Mae África, olio su tela, 1963

In questo saggio, pubblicato a novembre sulla piattaforma post del MoMA (il Museo d’Arte Moderna di New York), Nancy Dantas definisce Bertina come “una militante con il pennello”. Lo fa anche analizzando Omenagem a Amilcar Cabral (il titolo scritto dall’artista in “bertinese”, la lingua che parlava secondo la definizione di Carlo Levi, la sua originale sintesi di italiano e portoghese, il suo nomadismo geografico), il quadro che Bertina Lopes ha dedicato ad Amilcar Cabral, assassinato nel 1973.

La commozione dell’artista per la morte violenta del leader nazionalista della Guinea-Bissau fu intensa. Le varie annotazioni sul retro della tela completano l’interpretazione dell’opera ed esprimono il profondo dolore dell’artista. Bertina decise di trasmutare il corpo di Amilcar Cabral: è come un antenato che si assume come un africano che lotta per la sua libertà, indipendenza e valorizzazione del panafricanismo.

Per l’artista, nella battaglia tra assimilazione e riafricanizzazione, sarebbe stata l’Africa a risorgere e a prendere il primato – una resurrezione incarnata e comunicata da lei in omaggio alle generazioni a venire, proprio come è stato per i poeti mozambicani José Craveirinha (1922- 2003) e Noémia de Sousa (1926- 2000).

“Rifiutando i costumi sociali, l’atomizzazione estetica e le catene del capitalismo, dipinse, scolpì e contribuì alla causa e all’estetica nazionalista e panafricana, producendo straordinarie opere astratte e geometriche – scrive Nancy Dantas – nei suoi ultimi anni, aprendo la sua casa alla causa mozambicana e donando liberamente le sue opere agli amici e alle cause in cui credeva di più, del continente e del mondo”.

Roma è stata la scena dei negoziati che hanno portato all’Accordo Generale di Pace il 4 ottobre 1992. La casa/atelier di Bertina era uno dei luoghi suggestivi.

È sulla terrazza della sua casa che si sono riunite le delegazioni mozambicane e i facilitatori italiani. È sulle pareti dell’atelier di Bertina – o Mama B. come le piaceva essere chiamata – che la sua presenza è stata testimoniata, a Roma.

1968, Bertina Lopes

Il ruolo straordinario di Bertina è stato quello di aprire le porte della sua casa, dove il Mozambico avrebbe avuto un posto d’onore.  I mozambicani che si combattevano sul campo di guerra, si sentivano fratelli mozambicani nello spazio di Bertina Lopes.

Questa è la grande virtù di Mama B., una donna illuminata e veramente militante fin dall’inizio della sua carriera di artista. Chi non ricorda Mãe África, il quadro dipinto nel 1963, dove Bertina ritrae l’impoverimento e la sofferenza di un intero continente tenuto in ostaggio dal giogo coloniale?

Paola Rolletta
paolarolletta@gmail.com
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