L’Iran ha prodotto un nuovo missile balistico in grado di colpire le città ad oltre 1.450 km di distanza (più o meno la distanza che c’è tra Yemen e gli Emirati Arabi Uniti).
In televisione
Mercoledì scorso la TV di Stato iraniana ha mostrato con fierezza il nuovo missile superficie-superficie denominato “Kheibar Shekan” (prende il nome da una vittoria militare del 7° secolo del profeta Maometto nell’oasi di Kheibar nella regione dell’Hijaz quella che oggi è l’Arabia Saudita).
Nelo foto due immagini dei nuovo missili “Kheibar Shekan” mostrati dalla televisione iraniana
“Questo missile a lungo raggio è stato progettato e prodotto interamente dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Ha un’elevata precisione, è azionato da combustibile solido ed è in grado di penetrare negli scudi missilistici”, ha affermato un portavoce militare delle Guardie Rivoluzionarie.
Il capo delle forze armate iraniane, il maggiore generale Mohammad Bagheri, ha decantato con una certa soddisfazione le performance del nuovo missile balistico iraniano, affermando che la portata di oltre 1.450 km, lo rende in grado di prendere di mira e minacciare non solo Israele, ma anche le capitali degli stati del Golfo e le basi statunitensi in Medio Oriente.
Progressi iraniani
Visti i continui progressi iraniani nel campo missilistico – ha aggiunto Bagheri – d’ora in poi i programmi di armi di Teheran (e non solo missilistico) andranno avanti a ritmo serrato: “Continueremo sulla strada della crescita, dello sviluppo e dell’eccellenza per la nostra potenza missilistica, in termini sia di quantità che di qualità”
L’Iran, non è un segreto, ha uno dei più grandi arsenali di missili del Medio Oriente (ed intere città missillistiche ‘nascoste’ più o meno ‘segrete’).
Alla fine dell’anno scorso ha lanciato 16 missili balistici per concludere esercitazioni militari descritte dai generali come un’avvertimento contro Israele. Bagheri ha affermato che l’Iran è già “autosufficiente in termini di equipaggiamento militare” e potrebbe diventare uno dei maggiori esportatori di armi al mondo se le sanzioni statunitensi fossero revocate.
Capacità variabile
L’Istituto internazionale per gli studi strategici afferma che l’Iran ha circa 20 tipi di missili balistici, oltre a missili da crociera e droni. Le loro capacità variano: il Qiam-1 ha ad esempio un’autonomia di 800 km mentre il Ghadr-1 è sarebbe grado di raggiungere 1.800 km (più o meno la distanza che c’è tra Tehran e l’Arabia Saudita).
Il think tank inglese IISS ha affermato che l’attuale priorità dell’Iran è quella di aumentare la precisione dei suoi missili. Ciò nonostante però lo sviluppo dei missili balistici di Teheran non è mai stato messo all’ordine del giorno nei colloqui in corso sul programma nucleare iraniano, mentre molti alleati degli Stati Uniti nel Golfo ritengono che dovrebbe esserlo.
I missili balistici iraniani potrebbero essere adattati per trasportare una testata nucleare se l’Iran ne sviluppasse una. Israele ha minacciato a lungo ‘azioni militari contro l’Iran se i colloqui di Vienna non riusciranno a frenare il programma nucleare di Teheran.
Summit dell’Unione africana la scorsa settimana ad Addis Abeba. Il presidente di turno dell’assemblea, il congolese Felix Tshisekedi, che è stato a capo dell’organizzazione per un anno, ha passato lo scettro al suo successore, Macky Sall, leader del Senegal, che resterà in carica anche lui per dodici mesi. Sall ha posto alcuni obbiettivi ambiziosi: rafforzare la resilienza nutrizionale e la sicurezza alimentare, implementare i sistemi agroalimentari, sanitari e la protezione sociale, per accelerare lo sviluppo umano, sociale ed economico. Tutti argomenti discussi durante il vertice.
I delegati hanno fatto finta di non sapere che in Tigray si combatte una guerra all’ultimo sangue. L’argomento, infatti, non è stato affrontato e tanto meno dibattuto con una motivazione risibile: non era all’ordine del giorno. Verrebbe da chiedersi a cosa servono questi incontri, giacché gli argomenti scottanti non vengono mai discussi, se non superficialmente come si fa quando si vuole curare un ammalato terminale con un buffetto sulla guancia.
Certo, la guerra in Tigray è a casa di chi ha ospitato il summit, e cioè in governo etiopico, ma anche questo particolare svela gli intrecci inconfessabili tra la classi dirigenti africane. Interessi conditi da minacce palesi e velate.
L’UA conta 55 Stati membri, cioè tutti quelli del continente riconosciuti internazionalmente e la Repubblica Araba Saharawi Democratica.
Il presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, ha aperto l’assemblea e nel suo discorso ha dato un’ampia panoramica dello stato dell’organizzazione. Ha parlato di questioni relative alla salute, alla governance, alla pace e alla sicurezza, nonché delle azioni intraprese dall’UA e dai suoi Stati membri per affrontare questioni regionali.
Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha inviato un videomessaggio, nel quale ha sottolineato, tra l’altro, che attualmente la collaborazione tra l’Organizzazione e l’Unione Africana è più forte che mai. Ha puntualizzato che ora bisogna impegnarsi soprattutto per la produzione e la copertura dei vaccini, puntare sulla ripresa economica, e, punto fondamentale, lavorare per la pace in tutto il continente.
Nel corso dell’assemblea generale sono intervenuti diversi leader africani, tra questi anche Abiy Ahmed, primo ministro etiopico. Dopo un breve accenno sui problemi che sta attraversando il suo Paese, ha sottolineato che si tratta di questioni di ordine pubblico e ha evidenziato che l’interferenza di attori esterni rendono ancora più difficile trovare una soluzione.
Ringraziando le autorità presenti per il sostegno, la comprensione e la solidarietà, ha informato l’assemblea che il suo governo ha già lanciato una piattaforma di dialogo nazionale.
Finora non è ben chiaro chi parteciperà alla piattaforma. A fine dicembre il parlamento etiopico ha dato il via alla formazione di una commissione volta ad aprire un dialogo di “consensus nazionale” e, qualche giorno fa è stata pubblicata una lista con 42 nominativi.
Gli 11 membri che parteciperanno infine alla conferenza, sarà resa nota nei prossimi giorni. Tuttavia rischia di perdere credibilità per l’assenza annunciata dei massimi leader dell’opposizione.
Alcuni intellettuali e docenti universitari ritengono che si tratterà più che altro di un “monologo nazionale”, perché i maggiori sostenitori di un’Etiopia federale non presenzieranno. Abiy mira a centralizzare il potere. Infatti teme spinte centrifughe con richieste di autonomia, o addirittura di indipendenza giacché qualcuno potrebbe chiedere l’applicazione dell’articolo 39 della Costituzione, che prevede, seppure con una procedura complessa, il diritto alla secessione.
Carestia in Tigray
E mentre si ignora il problema della guerra nel Tigray, nell’Etiopia settentrionale la situazione umanitaria peggiora di minuto in minuto. Gran parte delle organizzazione di aiuto hanno sospeso o ridotto al minimo la loro attività nella regione. Lo ha confermato OCHA (l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari), che ha espresso anche grande preoccupazione per la mancanza di generi alimentari e di beni di prima necessità in tutta la regione.
In base alle informazioni di World Food Programme (WFP), sono oltre 9 milioni le persone in stato di grave necessità nel Tigray e nelle altre due regioni (Amhara e Afar), coinvolte nel sanguinoso e crudele conflitto.
E un dottore che lavora in un ospedale nel nord dell’Etiopia ha detto che persino il personale medico e paramedico è costretto a mendicare cibo non ricevendo lo stipendio da oltre 8 mesi. Lo si evince anche dall’ultimo rapporto dell’ONU, dove è precisato che nella regione sono ormai 2,2 milioni di residenti in stato di “estrema mancanza di cibo”. Metà delle donne incinte o in fase di allattamento soffrono di malnutrizione.
I prezzi sono alle stelle, impossibile acquistare i beni di prima necessità. Manca il denaro contante, le comunicazioni e internet sono interrotti, difficile, se non impossibile per i giornalisti stranieri entrare nel Tigray per documentare la reale situazione in modo indipendente.
In base al rapporto stilato da Hagos Godfey, capo dell’Ufficio della Sanità del Tigray, tra luglio e ottobre 2021, sono morte oltre 5.000 persone per patologie varie, compresi 1.500 deceduti per malnutrizione grave, tra questi anche 350 bambini piccoli. Questi decessi non comprendono le vittime causate dai combattimenti.
Un piccolo sollievo è arrivato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa che ha potuto finalmente consegnare medicinali e forniture mediche a Makallé, il capoluogo del Tigray.
Ieri pomeriggio, in partenza dall’aeroporto internazionale di Addis Abeba, Amina Mohammed, vice segretario generale delle Nazioni Unite, ha detto che ha cercato di incoraggiare il governo federale a tenere colloqui di pace con tutte le parti interessate per porre fine alle atrocità.
L’alto funzionario dell’ONU ha partecipato anche all’assemblea generale dell’UA e ha visitato il Tigray, l’Amhara e l’Afar, le tre regioni coinvolte nel conflitto in atto da oltre 15 mesi.
Intanto alla fine di gennaio l’Italia ha sospeso l’accordo militare con l’Etiopia e le forniture d’armi. Il trattato di cooperazione militare era stato siglato nel 2019 con l’allora ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. La Francia ha bloccato gli aiuti militari già nell’agosto dello scorso anno e anche Washington, non solo ha cancellato accordi economici e militari, ma ha pure imposto importanti sanzioni.
Emirati Arabi Uniti, Cina e Turchia, invece, continuano a fornire materiale bellico allo Stato del Corno d’Africa in piena guerra civile. E proprio alla fine del mese scorso Abiy si è recato a Abu Dhabi, dove ha incontrato il principe ereditario e ministro della Difesa di Abu Dhabi,Mohammed bin Zayed Al Nahyan, per rafforzare l’amicizia tra i due Paesi.
Africa ExPress Mauro Armanino
Niamey, Febbraio 2022
Il Sud e il Nord del mondo sono dappertutto, ma non allo stesso modo. Il 6 febbraio, si commemorava nell’azione quanto accaduto appena otto anni or sono alle porte di Ceuta, cittadina del regno di Spagna in pieno territorio marocchino.
La guardia civile spagnola ha sparato su centinaia di migranti, che, a nuoto, cercavano di raggiungere il territorio “europeo” per trovare quanto avevano smarrito in patria.
Parte di rete metallica a Ceuta e Melilla
In seguito all’azione violenta delle guardie, decine di migranti risultano dispersi, mentre dodici cadaveri sono stati stati identificati. Dare loro un volto, un nome, una storia, una famiglia e immaginarne i sogni infranti, è stato un lavoro improbo, che solo la paziente tessitura delle famiglie e delle associazioni hanno saputo compiere.
Si tratta di ricordare Samba, Youssouf, Keita, Yves, Armand, Jeannot, Oumar, Blaise, Daouda, Ousmane, Larios, Nana… e una sconosciuta, neppure quindicenne, senza nome. Originari del Senegal, Guinea, Costa d’Avorio e soprattutto Camerun, dove proprio il 6 febbraio si giocava la finale della Coppa Africana delle Nazioni!
Si tratta degli effetti collaterali del sistema, che, secondo l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, solo l’anno scorso ha causato la morte di almeno 5300 migranti nel mondo. Nello stesso periodo, in base a quanto ha riportato l’Alto Commissariato per Rifugiati, i migranti morti cercando di raggiungere l’Europa dalle isole Canarie, dal Mediterraneo centrale e orientale, sono stati stimati a oltre 2500.
Le ferite nello spirito e nella carne dei popoli, delle famiglie e della civiltà, sono molte di più dei morti. Il Grande Cimitero dei Sogni Spezzati diventa ogni giorno più grande e capiente. Si allungano le fila delle tombe dei Sogni che, com’è noto, costituiscono di gran lunga il patrimonio più importante che una generazione dovrebbe passare all’altra.
Templi, cattedrali, moschee, monumenti, invenzioni tecnologiche, mezzi di comunicazione e di trasporto, economie globalizzate e soldi che appaiono e scompaiono a piacimento non bastano. Questo e altro sono poche cose senza i sogni di un mondo uguale e diverso, da inventare ogni giorno grazie a coloro che rischiano di fare delle frontiere un varco aperto al futuro.
Nella storia umana non esiste crimine più grande. Confiscare, manipolare, svendere e infine buttare al macero i sogni delle nuove generazioni. Per questo crimine, almeno finora, non c’è nessun perdono disponibile sul mercato dell’ipocrisia che caratterizza il sistema e i suoi derivati.
Ci vorrà tempo prima che i sogni ricrescano dai semi buttati nel mare o nei deserti dove la sabbia si trasforma in becchino ambulante. Ciò a cui assistiamo, talvolta impotenti o tacitamente complici, non ha nulla di naturale. L’esclusione di una parte consistente dell’umanità da condizioni di vita dignitose e la pervasività della violenza che ciò rappresenta per la società, sono la conseguenza della eliminazione dei portatori di sogni. I danni collaterali sono particolarmente visibili nel modo in cui vengono cancellati migranti e sogni alle frontiere.
Per risuscitare i sogni spezzati c’è solo da mettersi alla scuola dei bambini. Janus Korczack, medico e pediatra polacco di origine ebrea e vittima dell’olocausto nazista, lo esprime in modo particolarmente eloquente.
Dite: è faticoso frequentare bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. È piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 9 febbraio 2022
Solo due settimane dopo la tempesta tropicale Ana che ha colpito pesantemente Madagascar, Mozambico e Malawi, è arrivata anche Batsirai. Questa seconda tempesta tropicale ha colpito le isole Mauritius, lasciandole senza energia elettrica per due giorni, e La Reunion. Poi è entrato con forza nel Madagascar meridionale.
Allagamento causato dal ciclone Batsirai in Madagascar (Courtesy Twitter)
La furia del ciclone
Batsirai ha toccato le coste orientali della grande isola con venti a 185 Km/h spazzando via tutto ciò che ha incontrato. La città malgascia più colpita è stata Mananjary, sulla costa orientale, 500 chilometri a sud della capitale Antananarivo.
Su Mananjary si è scatenata la forza immane di un vortice di 453.000 Kmq. Un impatto che ha distrutto le povere case con tetti di lamiera ondulata e polverizzato le capanne con i tetti di paglia. Centinaia di alberi sradicati sono stati trasportati come stuzzicadenti per decine di metri. Le piogge portate del ciclone hanno allagato completamente la città costiera creando un immenso lago che si unisce alle acque dell’Oceano Indiano. Al momento in cui scriviamo si contano oltre 20 morti e, secondo l’Ufficio malgascio per la Gestione dei disastri, ci sono 55.000 sfollati.
La testimonianza diretta
“Il numero di morti è stato limitato grazie all’organizzazione messa in piedi dallo Stato – racconta Giorgio Maggioni, residente in Madagascar e stringer di Africa ExPress -. Il giorno precedente al ciclone le persone che abitavano in aree pericolose sono state evacuate in scuole o chiese. I problemi maggiori si sono avuti sul tratto di costa tra Mahanoro e Manakara, rispettivamente 200km a nord e 150km a sud di Mananjary. La tempesta ha distrutto tutte le capanne e scoperchiato la maggioranza delle case. La quantità di pioggia sugli altopiani ha creato inondazioni quasi ovunque. Al momento, il problema maggiore sono le strade inagibili: molti ponti sono crollati e le carreggiate sono invase dall’acqua”
Abitazioni distrutte dal ciclone Batsirai in Madagascar (Courtesy Twitter)
Gli aiuti delle Nazioni Unite
Secondo il personale del Programma Alimentare Mondiale ONU (WFP-PAM) presente sul posto Mananjary è stata completamente devastata. Le case sono state spazzate via e l’accesso è possibile solo per via aerea.
Il WFP, in coordinamento con le autorità governative, ha iniziato a distribuire pasti caldi a 4.000 persone evacuate e sfollate nei rifugi. “Prima del ciclone, abbiamo immagazzinato 50 tonnellate di scorte alimentari per poter assistere rapidamente 10.000 persone, circa 2.000 famiglie, per 10 giorni” – si legge nel sito WFP USA.
Pasqualina Di Sirio, direttore nazionale WFP in Madagascar: “Le inondazioni hanno distrutto soprattutto i mezzi di sussistenza e le fonti di reddito delle famiglie colpite. Le famiglie colpite, attualmente in una situazione di totale indigenza, vedranno peggiorare le loro condizioni di vita”.
Il ciclone Batsirai, visto da satellite, poco prima di toccare le coste del Madagascar (Courtesy Zoom Earth)
Il lungo percorso di Batsirai
Batsirai ha preso vita il 23 gennaio, 2.000 chilometri a ovest dell’Indonesia. In due settimane, prima di arrivare sulle coste del Madagascar, ha percorso 5.500 chilometri. Dopo soli cinque giorni e 2.500 km percorsi, prima di toccare Mauritius e Reunion la sua presenza si era materializzata con 110.000 kmq. All’impatto marginale sulle piccole isole, il ciclone era diventato di 300.000 kmq per arrivare, il 6 febbraio, a oltre 450.000 kmq quando ha toccato le coste malgasce. Nel momento in cui scriviamo la tempesta si sta esaurendo a sud del Canale del Mozambico.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
7 febbraio 2022
“Senegal, le jour de gloire est arrivé !”. Alla fine l’urlo irrefrenabile, irresistibile, inarrestabile immenso, impareggiabile, impetuoso si è alzato. “Senegal, il giorno di gloria è arrivato”: a lanciare il grido forte, entusiasmante, esaltante, a nome di tutti i 16 milioni e mezzo di abitanti, è stato Mamadou Koumè, ex direttore dell’agenzia di stampa nazionale, presidente dell’associazione della stampa sportiva di Dakar e autore di un libro che narra la storia dei Leoni della Teranga, (i Leoni dell’ospitalità), ovvero i giocatori della nazionale di calcio.
Il Senegal vince la Coppa delle Nazioni Africane 2021
Per la prima volta nella sua storia, il Senegal è campione d’Africa. Domenica sera, allo stadio Olembè, periferia di Yaoundè, capitale del Camerun, ha trionfato nella 33° edizione della Coppa delle Nazioni Africane (CAN).
L’evento è stato tale che il presidente della Repubblica, Macky Sall, 61 anni, ha rinviato il suo viaggio di Stato alle Isole Comore per accogliere domani, martedì, i Leoni della Taranga e decorarli. E ha proclamato lunedì 7 febbraio giorno di festa nazionale. I Leoni della Teranga hanno divorato i Faraoni, la nazionale dell’Egitto, guidati dalla stella del Liverpool, Mohamed Salah, 29 anni.
Macky Sall, presidente del Senegal
Stavolta, però, il suo compagno di squadra inglese, Sadio Manè (29), autore del rigore decisivo, ha vinto lo scontro “fratricida”. Proprio Manè, e il “napoletano” Kalidou Koulibaly (30) (i Leoni più rappresentativi), al termine della partita, sono andati a rincuorare gli amareggiati sconfitti: la pacca sulle spalle, la carezza sulla criniera di Salah in lacrime da parte di Manè restano un segno di tenera umanità e sportività. Per gli egiziani una batosta molto amara.
Davanti a 40 mila spettatori, sono stati sconfitti 4-2 ai rigori dopo i tempi supplementari che si erano conclusi 0-0. Erano i più titolati: i Faraoni avevano conquistato la Coppa ben sette volte. L’ultima 12 anni fa, nel 2010, terza vittoria consecutiva dopi i successi nel 2006 e 2008. I Leoni della Teranga, mai.
C’erano andati vicino nel 2002 e nel 2019, sconfitti sempre in finale. Una maledizione. Dall’Egitto erano arrivati 10 aerei carichi di tifosi, convinti di fare otto in…quattro e quattr’otto. Da Dakar i velivoli del tifo erano stati solo due, ma in compenso i fans bianco verdi avevano requisito un albergo di sette piani e a inviato gruppi folcloristici di cantanti e ballerine. Che si sono scatenati sugli spalti, mentre i loro giocatori sulle note di Youssou N’Dour danzavano sul podio, baciando la Coppa, simbolo dorato del torneo più importante del football continentale.
In contemporanea, la vittoria in Camerun mandava in delirio l’intero Paese più occidentale di tutta l’Africa. Caroselli di auto, folle festanti per strada a Dakar e nel resto della nazione. Fino all’alba. Con i tifosi riuniti ai piedi del luogo simbolo della capitale, il bronzeo (alto 49 metri) Monumento del Rinascimento africano, su una delle colline di Mammels. Con scene incredibili come quella che ha visto la giornalista di France24 impossibilitata a collegarsi con Parigi perché sommersa dal fanatico entusiasmo dei senegalesi!
Ed è partito “l’urlo” di Madamou Koumè, intervistato da Rfi, che dalla punta dell’estremità occidentale del continente nero ha travalicato tutti i confini, raggiungendo anche il nostro Paese, che accoglie oltre 111 mila senegalesi.
A Genova, i sostenitori hanno occupato il centro città, ma soprattutto nella città della Vespa, Pontedera, in Toscana, dove vive una delle comunità senegalese più vaste d’Italia (oltre 1200, quasi il 29% della popolazione) in tanti sono scesi per strada ballando, cantando, saltando con indosso le maglie della nazionale.
In organico nel Senegal ci sono, oltre a Koulibaly, Fodè Ballo-Tourè (25) del Milan, Keita Baldè Diao (26) del Cagliari e Ibrahima Mbaye, 27, del Bologna.
“Credo che nessuno dimenticherà quello che abbiamo fatto. Nessuno ci voleva qui – è stato – come riporta Il Mattino.it – il commento di Koulibaly, gigante in campo e fuori campo – nessuno ci dava fiducia, siamo stati dei leoni. Tre anni fa siamo stati puniti da un solo gol. Oggi siamo più maturi eravamo in campo con serenità. E ce l’abbiamo fatta”.
E ai microfoni di Bin Sport il difensore del Napoli ha aggiunto: “Io ci ho sempre creduto, nonostante tutte le critiche, nonostante l’etichetta di sfavoriti. Nessuno credeva in noi. La nostra gente merita questo successo.
Ringrazio loro per avere sempre creduto in questa squadra”.
Anche Roberto Saviano, da sempre vicino alle problematiche dei popoli africani, ha voluto commentare sui social, “Il Senegal sul tetto dell’Africa”, come riferisce Areanapoli.it: “Immagino la gioia dei bambini senegalesi che
hanno per la prima volta potuto festeggiare la vittoria della Coppa d’Africa”– ha scritto Saviano in un post – e questo nonostante i club europei avessero chiesto la competizione fosse annullata causa Covid (sperando forse di tenere a propria disposizione i giocatori africani) mentre qui da noi i campionati non si fermano nemmeno quando ci sono casi di positività”.
Per il Senegal la conquista della Coppa non è stata solo la realizzazione di un sogno, ma la conferma di un momento rilevante per la nazione.
Soprattutto è contemporanea all’insediamento del presidente senegalese, Macky Sall, a capo dell’Unione Africana fino al 2023. Gravi sfide lo attendono: il basso numero di vaccinazioni in Africa (appena l’11%) l’avanzata jihadista, l’ondata di colpi di stato nel continente, il recupero dell’economia. Vincere queste sarà più difficile che battere l’Egitto. Gli servirà un coraggio da…Leoni.
Mar Rosso: gli Huthi giocano d’azzardo. Dopo decine di appelli lanciati da diversi media (tra cui Africa ExPress) per intervenire urgentemente e scongiurare un disastro ambientale nel Mar Rosso, le milizie huthi yemenite hanno finalmente raggiunto un accordo con le Nazioni Unite, ma subito dopo hanno fatto marcia indietro rinnegando l’intesa.
Gli huthi inizialmente avevano affermato di voler sostenere il nuovo piano dei funzionari delle Nazioni Unite per pompare un milione di barili di petrolio fuori dalla petroliera The Safer, che è attualmente ormeggiata vicino al porto di Hodeidah.
Ma mentre il coordinatore dell’ONU per lo Yemen, David Gressly, salutava con ottimismo i colloqui “costruttivi”, sostenuti anche dal governo dello Yemen, gli huthi improvvisamente hanno fatto marcia indietro. Hanno sostenuto che le Nazioni Unite erano colpevoli di “continue violazioni dei propri obblighi” nei confronti della petroliera e hanno accusato la missione dell’ONU di sprecare i fondi stanziati per la manutenzione della nave.
Le cisterne di stoccaggio della nave, che hanno più di 40 anni sono arrugginite in più parti, non è stata fatta nessuna manutenzione dall’inizio del 2015, quando gli huthi hanno preso il controllo di aree dello Yemen con un colpo di Stato e gli esperti internazionali sono fuggiti.
Gli ambientalisti avevano lanciato una serie di allerte sui pericoli incombenti. La Safer non ha né alimentazione né un sistema antincendio funzionante e si ritiene che all’interno si stiano accumulando pericolosi gas volatili. “Il rischio di una catastrofe imminente è molto reale – ha detto Gressly -. Abbiamo bisogno di un’intervento urgente il prima possibile”.
Greenpeace la scorsa settimana ha confermato che Safer rappresenta una “grave minaccia”. Una fuoriuscita di petrolio impedirebbe l’accesso ai principali porti yemeniti di Hodeidah e Salif, andando a colpire le forniture di aiuti alimentari per oltre 8,4 milioni di persone. Un gruppo ambientalista ha affermato che gli impianti di desalinizzazione sulla costa potrebbero essere interessati da un’eventuale contaminazione, il che interromperebbe l’approvvigionamento di acqua potabile per circa 10 milioni di persone.
La pesca yemenita verrebbe probabilmente chiusa e gli ecosistemi nel Mar Rosso sarebbero distrutti, con un’impatto negativo che raggiungerebbe anche Arabia Saudita, Gibuti ed Eritrea.
La crisi della Safer è esplosa di nuovo quando il massimo ufficiale militare statunitense in Medio Oriente è arrivato negli Emirati Arabi Uniti per colloqui di difesa, dopo una serie di attacchi missilistici huthi ad Abu Dhabi. Il generale Frank McKenzie, capo del comando centrale, ha dichiarato: “Penso che sia un momento molto preoccupante per gli Emirati Arabi Uniti. Stanno cercando supporto. Siamo qui per aiutare a fornire quel supporto”.
La scorsa settimana il Pentagono ha schierato aerei da combattimento F-22 avanzati e il cacciatorpediniere missilistico USS Cole negli Emirati Arabi Uniti. McKenzie ha accusato l’Iran per gli attacchi ad Abu Dhabi: “I missili balistici a medio raggio lanciati dallo Yemen ed entrati negli Emirati Arabi Uniti non sono stati inventati, costruiti, progettati nello Yemen. Son stati progettati da qualche altra parte, penso che in questo caso ci sia lo zampino degli iraniani”.
(dal quotidiano odierno dell’Arabia Saudita ASHARQ AL-AWSAT – 7 febbraio 2022 e quotidiano emiratino Allittihad di oggi)
In base a un rapporto delle Nazione Unite, pubblicato venerdì scorso, le attività di mercenari sudanesi sono state la maggiore fonte di entrata dei movimenti in Darfur, operazioni finanziate dagli Emirati Arabi Uniti.
Migliaia di sudanesi combattono ancora a fianco dell’esercito di Khalifa Haftar, il leader della Cirenaica capo del Libyan National Army (LNA).
Mercenari del Darfur in Libia
Gli esperti del Palazzo di Vetro, incaricati di controllare l’embargo sulle armi imposto al Sudan, hanno affermato che è stato violato lo scorso anno in Darfur, con l’arrivo di fucili e altro materiale bellico.
Gran parte dei gruppi armati del Darfur sono rimasti in Libia anche nel 2021 e sono sono stati incaricati da LNA della messa in sicurezza di alcuni territori nonché del presidio di posti di blocco.
Come compenso i 5 principali movimenti del Darfur (SLA-MM: Sudan Liberation Army, fondato Minni Minnawi; GSLF Sudan Liberation Forces; SLA-TC, gruppo una volta guidato dall’ex ribelle di Al-Hadi Idris ; SLA-AW presieduto da Abdul Wahid; SRAC Sudanese Revolutionary Awakening Council, hanno ricevuto non solo soldi, ma anche supporto logistico.
Alcuni di questi movimenti sono stati fondati da leader sudanesi importanti, come Minni Minnawi, firmatario del trattato di pace con il governo di transizione nell’agosto 2020, e nel maggio 2021 è stato poi nominato governatore del Darfur. Mentre Al-Hadi Idris, anche lui un ex ribelle, è ora membro del Consiglio sovrano del Sudan. Oggi entrambi sono legati a Mohammed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, vicepresidente del Consiglio sovrano, nonchè a capo delle Rapid Support Forces (RSF) e uno degli ex-leader dei tagliagole janjaweed. Un tempo, quando erano guerriglieri, Hemetti era il loro peggior nemico e ne ha massacrati parecchi di darfuriani.
Alcune fonti all’interno dei vari movimenti hanno precisato che le retribuzioni per i servizi resi sono stati vagliati con i comandanti militari e rappresentanti degli Emirati Arabi Uniti in Libia. Secondo gli esperti dell’ONU, le somme pattuite sono poi state versate all’Esercito Nazionale Libico (LNA, del generale Khalifa Haftar), ma una parte è restata nelle loro mani.
Nel loro rapporto, gli esperti dell’ONU hanno sottolineato che il governo sudanese ha partecipato alle attività della Commissione militare congiunta “5+5” (include cinque ufficiali dell’ex governo di accordo nazionale e altri cinque dall’LNA), volta a garantire il cessate il fuoco e il ritiro dei combattenti, nonché delle truppe straniere dal Paese.
Alcuni piccoli gruppi di mercenari sudanesi hanno dichiarato di essere disposti di partecipare ai colloqui di pace e di essere pronti a tornare in Sudan.
Il Darfur è una vasta regione del Sudan occidentale regolarmente scossa da scontri legati, tra l’altro, a dispute territoriali o a difficoltà di accesso all’acqua.
La regione ha vissuto una lunga guerra che dal 2003, ha lasciato almeno 300.000 morti e 2,5 milioni di sfollati. L’ex dittatore del Sudan, Omar al Bashir, è accusato dal 2009 dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra commessi nel Darfur.
Sabato mattina ci sono stati nuovi scontri tra le forze militari e gruppi armati nel Nord-Darfur. Alcuni testimoni oculari hanno riferito ai reporter di Reuters, che nel quartier generale della ex Missione dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite UNAMID di El Fasher si sono uduti colpi di arma da fuoco. Secondo un rapporto rilasciato da fonti militari ci sarebbero stati morti e feriti. Il numero esatto delle vittime non è stato precisato.
Apre ufficialmente l’Ambasciata vaticana degli Emirati Arabi Uniti. Al cospetto delle più alte cariche della diplomazia emiratina il Vaticano inaugura la nuova sede della nunziatura di Abu Dhabi. Il sostituto della Segreteria di Stato in Vaticano, l’arcivescovo Edgar Peña Parra, ha aperto venerdì la nuova nunziatura apostolica di Abu Dhabi, segnando una nuova tappa nelle relazioni diplomatiche tra Emirati Arabi Uniti e Vaticano.
L’arcivescovo Parra ha affermato che l’inaugurazione dell’ambasciata vaticana ad Abu Dhabi mette in evidenza i legami radicati tra i due stati amici, ha riferito l’agenzia di stampa statale WAM.
Ecco come i giornali arabi presentano l’apertura della nuova ambasciata vaticana ad Abu Dhabi
L’inaugurazione è coincisa con il terzo anniversario della firma del Documento sulla Fraternità Umana da parte di Papa Francesco e del Grande Imam di Al-Azhar, il dottor Ahmed el-Tayeb.
Ha anche coinciso con il 15° anniversario dell’instaurazione dei rapporti diplomatici tra il Vaticano e gli Emirati Arabi Uniti. Papa Francesco ha inviato una delegazione di alto livello per inaugurare la nunziatura apostolica ad Abu Dhabi, in riconoscimento del ruolo degli Emirati Arabi Uniti nella promozione dei valori di tolleranza e convivenza, ha riferito WAM.
Al termine del suo discorso, Parra ha ringraziato il principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Mohamed bin Zayed Al-Nahyan, e il ministro degli Esteri e della cooperazione internazionale, lo sceicco Abdullah bin Zayed Al-Nahyan. L’inaugurazione ha visto la presenza del Ministro della Cultura e della Gioventù degli Emirati Arabi Uniti, Noura bint Mohammed Al-Kaabi, e del Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per la Cultura e la Diplomazia Pubblica, Omar Saif Ghobash.
Gli Emirati partecipano alla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita che sta combattendo una cruenta guerra contro gli huthi in Yemen. Sono membri attivi dell’alleanza e sono accusati di aver partecipato ai massacri dei civili.
Una felice circostanza che negli Emirati Arabi cade anche in straordinaria coincidenza con la Giornata Internazionale della Fraternità e dell’Umanità: “L’umanità è una scialuppa di salvataggio e i musulmani sono per l’umana solidarietà, l’amore, la pace e la fratellanza internazionale. E gli Emirati diffondono questi valori di fratellanza e di amore”. Parola di Imam …
Dal Nostro Inviato Speciale Costantino Muscau
Nairobi, febbraio 2022
La caccia scatenata dalla polizia all’ultima delle tre scimmiette fuggitive si è conclusa dopo 12 ore. Il primate latitante, un macaco cynomolgus, o long tail, è stato trovato intirizzito su un albero in un bosco di Valley Township, un paesino della contea di Montour, in Pennsylvania.
Il fuggiasco subito dopo ha fatto la fine degli altri due, come lui provenienti da un allevamento delle Isole Mauritius: ”E’ stato soppresso ma il più umanamente possibile applicando le linee guida dell’Associazione americana dei veterinari”, ha rassicurato (evocando un certo Fracchia), il Centers for Desease Control and Prevention (CDC)”.
Scimmie scappate da un camion dopo incidente stradale in Pennsylvania (USA)
Ma che ci facevano tre macachi longtail in Pennsylvania? La domanda ricorda una canzone che nel tardo ‘600 (1969), cantava Gigliola Cinquetti: “Giuseppe in Pennsylvania cosa fai, ritorna al tuo paesello qui con noi, dove c’è la tua gente che ti aspetta…”
I tre macachi sarebbero ri-tornati ben volentieri al loro paesello nelle Isole dell’Oceano Indiano. Con gli altri 97 che erano stati sbarcati qualche ora prima (venerdì 21 gennaio) all’aeroporto “John F. Kennedy” di New York da un aereo della Kenya Airways.
Tutti e 100 erano stati caricati sul rimorchio di un autocarro e destinati a un laboratorio non identificato per fini scientifici. Intanto dovevano essere sottoposti a quarantena in un altro sito, in Florida.
Il diavolo però – come si dice – fa le pentole ma non i coperchi. Ed ecco che l’autocarro va a scontrarsi frontalmente con un camion dell’immondizia “sulla Route 54 presso l’Interstate 80, presso Danville”, riferisce la Polizia.
E la pentola senza coperchio rivela tutto il suo terribile contenuto. Riporta alla luce il traffico di questi macachi che avviene da anni, per fini scientifici, si dice, ma violentemente contestato dagli animalisti. Non solo con gli Stati Uniti, ma anche con l’Europa.
La British Union for the Abolition of Vivisection (Buav) denuncia da anni l’export dei primati dalle Mauritius. Nel suo sito segnala come dal 2004 al 2008 siano stati venduti 21966 macachi agli USA e 19310 verso Europa, in particolare Spagna (6559), Francia (5434), Gran Bretagna (5380),Germania (1190). (In Italia ne sarebbero giunti 120 nel 2004 e poi niente più).
Il sito non va oltre il 2008, ma il traffico deve essere ancora floridissimo, come dimostra l’incidente della Pennsylvania. La pandemia del COVID-19, oltretutto, ha aumentato gli investimenti nell’allevamento di questi animali da utilizzare nella ricerca scientifica americana. Basti dire che nell’ottobre scorso è stato pubblicato uno studio (vedere il sito del PNAS.Org) in cui si analizzano gli effetti dell’inoculazione del virus Sars-Cov-2 sui macachi cynomolgus.
A levare il coperchio a quello che si sta rivelando un vaso di Pandora è stata, in realtà, una breve notizia pubblicata il I febbraio, a pagina 2, dal quotidiano economico-finanziario di Nairobi Business daily.
Il giornale, citando il chairman della compagnia di bandiera Kenya Airways, Michael Joseph, scrive: “Kenya Airways, in seguito all’incidente americano, non trasporterà più le scimmie macaco né altri animali “wild” dalle Mauritius negli Stati Uniti per esperimenti scientifici. Il contratto che scade a febbraio non verrà rinnovato”.
Immediata la reazione della lobby americana, che difende i diritti degli animali, PETA,(People for the Ethical Treatmant of Animals). “Siamo grati alla Kenya Airways – ha dichiarato il vicepresidente, Jason Baker – per la decisione di porre fine a questo crudele e odioso business. Gli animali appartengono alla natura, non ai laboratori”.
Una consulente scientifica di PETA, Lisa Jones-Engels, però – riferisce Nbcnews – non si è accontentata: le informazioni sull’ accaduto sono carenti – ha detto – Vogliamo sapere esattamente come sono morte le tre scimmie e se sono state testate come portatrici di possibili virus.
Sulla vicenda, in effetti, si sono scatenati anche i complottisti. Una testimone dello scontro fra camion in Pennsylvania, su Facebook è arrivata a ipotizzare una sorta di complotto. A suo dire il CDC avrebbe provocato l’incidente con i tre primati per coprire la diffusione di un’arma biologica, o il ceppo di un nuovo virus.
Il sito americano “PolitiFact”, nato per contrastare le fake news, ha liquidato queste affermazioni come indimostrabili.
L’abolizione della tratta degli schiavi – il paragone non sembri irriverente – non portò immediatamente alla scomparsa della schiavitù, ma fu una potente spinta in tal senso.
Così la decisione della Kenya Airways forse non porrà fine al commercio del povero cercopitecide, ma sicuramente farà rallentare l’export dalle Mauritius. Una compravendita lucrosa per i “trafficanti” seppure – a detta di alcuni studiosi – di dubbia utilità per la scienza.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
Gennaio 2022
Nuovi affari del complesso militare-industriale italiano con il ricco Qatar.
Il gruppo industriale Leonardo S.p.A. ha confermato al sito specializzato Defense News la consegna, pochi mesi fa, di sei caccia addestratori avanzati M-346 “Master” all’Aeronautica militare qatarina.
caccia addestratori avanzati M-346 “Master”
Leonardo aveva mantenuto segreta la vendita all’emirato, ma dopo la pubblicazione di alcune foto di una parata militare con gli M-346 con le insegne della Qatar Emiri Air Force, ha ammesso la consegna “nell’ambito dell’accordo sottoscritto da Italia e Qatar nel novembre 2020 che consente la formazione dei piloti qatarioti nella scuola di volo realizzata da Leonardo e dall’Aeronautica italiana”. Sempre secondo Defense News, i caccia potrebbero far rientro in Italia per finalizzare le attività addestrative del personale dell’emirato.
L’accordo tecnico Italia-Qatar è stato stipulato a Doha il 10 novembre 2020 e prevede la formazione dei qatarioti per i prossimi cinque anni nelle maggiori basi aeree italiane e presso il nuovo polo integrato di addestramento al volo costituito dall’International Training Flight School di Galatina (Lecce), dallo scalo di Decimomannu (Cagliari) e dal poligono di Salto di Quirra, ancora in Sardegna.
A Decimomannu, in particolare, Leonardo S.p.A. e l’Aeronautica Militare hanno avviato a fine 2020 il potenziamento delle infrastrutture (investimenti per oltre 40 milioni di euro) per ospitare una grande Scuola Internazionale di Addestramento al Volo per i piloti dei cacciabombardieri di ultima generazione come gli Eurofighter “Typhoon” e gli F-35. Elemento chiave del sistema sarà proprio il caccia-addestratore leggero T-346A di Leonardo, dotato di sofisticati sensori e contromisure elettroniche.
Base di Decimomannu, Sardegna, Scuola Internazionale di Addestramento al Volo
Il Qatar attenzionava da tempo l’M-346 “Master”. Nel 2018 il velivolo era stato presentato ai vertici delle forze armate dell’emirato nel corso di un tour promozionale organizzato da Leonardo e dall’Aeronautica italiana. L’anno successivo era seguita una duplice visita della forza aerea qatariota nella base aerea di Galatina per assistere dal vivo alle operazioni dei caccia.
L’M-346 è un velivolo bimotore e biposto con un’apertura alare di poco inferiore ai 10 metri; può raggiungere una velocità massima in volo di 1.093 km/h, a una quota operativa di 13.715 metri sul livello del mare. Realizzato negli stabilimenti Leonardo di Varese-Venegono, il “Master” è considerato il “più avanzato” velivolo per l’addestramento dei piloti. Recentemente è stata varata una versione del velivolo (l’M-346FA) per le azioni di combattimento e attacco con missili aria-aria o per i bombardamenti contro obiettivi terrestri con munizioni di caduta da 500 libbre.
Con la commessa al Qatar, sono 82 i caccia-addestratori venduti da Leonardo a clienti esteri: tra essi compaiono le forze armate di Singapore (12 velivoli), Polonia (16), Israele (30) e Turkmenistan (6). Con Grecia, Nigeria e Colombia sono in corso febbrili trattative che potrebbero concludersi da qui a pochi mesi.
L’11 dicembre 2021 il consorzio europeo NHIndustries costituito da Airbus Helicopters (62,5%), GKN Fokker (5,5%) e Leonardo (32%) ha consegnato alle forze armate del Qatar un elicottero militare da trasporto tattico NH-90, il primo di una commessa di 28 velivoli bimotore multiruolo del valore di oltre 3 miliardi di euro. L’elicottero, prodotto nello stabilimento francese di Marignane di Airbus Helicopters, è in versione TTH per compiti terrestri; ad esso seguirà la consegna del primo velivolo destinato alle operazioni navali (versione NFH – Nato Frigate Helicopter) in produzione nello stabilimento Leonardo di Venezia-Tessera.
Il contratto tra NHIndustries e Qatar è stato firmato nel 2018 e prevede la fornitura entro la fine del 2025 di 16 aeromobili NH-90 in versione TTH e 12 in versione NFH. Leonardo opera in qualità di prime contractor con la responsabilità per la gestione del programma, l’assemblaggio finale e la consegna dei 12 elicotteri per la Marina, più la fornitura di servizi di supporto e addestramento per gli equipaggi e i tecnici addetti alla loro manutenzione. All’holding italiana è stata attribuita anche la realizzazione di radar, sensori elettro-ottici, sistemi video ed identificazione e quelli per la gestione dei sistemi d’arma degli elicotteri (missili aria-superficie e siluri per il contrasto a minacce navali e sottomarine).
“Il rapporto con il Qatar ha radici solide”, spiega il management di Leonardo. “L’azienda è responsabile dell’elettronica per la gestione del traffico aereo e delle apparecchiature meteorologiche per l’aeroporto internazionale di Hamad, cui recentemente si è aggiunto un radar di sorveglianza per le operazioni di avvicinamento”.
“Sono già oltre 40 gli elicotteri Leonardo AW139 e AW189 impiegati nel Paese sia per applicazioni civili sia militari”, aggiunge il gruppo italiano. “Leonardo è attivo anche nel settore navale, con sistemi e sensori di nuova generazione a bordo delle nuove navi del Qatar e con equipaggiamenti per la sicurezza delle acque territoriali, ed è responsabile di un radar per la sorveglianza e la difesa aerea del Paese. Leonardo è coinvolta, inoltre, in attività legate alle infrastrutture per la Coppa del Mondo FIFA 2022”.
Meno di un anno fa il gruppo ha firmato un accordo con la Qatar Foundation for Education, Science and Community Development (organizzazione presieduta da Mozah bint Nasser al-Missned, madre dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani), per l’addestramento di studenti ed operatori “contro le minacce e gli attacchi informatici” presso l’Istituto di ricerca informatica del Qatar.
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