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Paperone sino-africano produrrà vaccini anti Covid-19 in Sudafrica

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 3 febbraio 2022

Patrick Soon-Shiong, scienziato miliardario, e il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, hanno inaugurato un impianto di produzione di vaccini anti Covid-19. La cerimonia, a Cape Town, dà il via alla prima produzione del continente africano e prevede anche di produrre altri vaccini di prossima generazione.

Soon-Shiong inaugurazione NantSA
Il presidente sudafricano Ramaphosa e lo scienziato miliardario Soon-Shiong inaugurano la NantSA che produrrà vaccini anti Covid-19 per l’Africa (foto Twitter)

Un miliardo di vaccini made in Sudafrica entro il 2025

“L’Africa non dovrebbe più essere costretta a chiedere l’elemosina con il cappello in mano per avere i vaccini – ha dichiarato il presidente Ramaphosa -. E non dovrebbe più essere l’ultima ad avere accesso ai sieri durante le pendemie”.

L’azienda produttrice dei vaccini si chiama NantSA e investe l’equivalente di 173 milioni di euro oltre ad altri 54 milioni in donazioni. Il programma del miliardario prevede formazione e assunzione di 400-600 lavoratori sudafricani e la produzione di un miliardo di vaccini anti Covid-19 entro il 2025.

L’85 per cento degli africani non è vaccinato

L’Africa è il continente che ha la più alta percentuale di non vaccinati. E non per scelta come i no vax. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) l’85 per cento degli africani non si sono potuti immunizzare nemmeno con la prima dose di siero anti Covid-19.

In questo vuoto sanitario africano ne approfittano i professionisti della truffa che hanno messo in circolazione falsi vaccini. Lo scorso anno, in Sudafrica l’Interpol, ha sequestrato varie partite di sieri fasulli provenienti dalla Cina

L’annuncio di Soon-Shiong per la produzione di vaccini contro la Covid-19 arriva due mesi dopo la decisione di BioNTech e Pfizer di sbarcare in Sudafrica  per produrre anche vaccini contro la malaria.

Patrick Soon-Shiong
Patrick Soon-Shiong, bioscienziato miliardario

Chi è il miliardario-scienziato Soon-Shiong

Patrick Soon-Shiong, sessantanove anni, con 7,2 miliardi di dollari è 89° nella classifica dei miliardari di Forbes 2021. Chirurgo sudafricano è anche bioscienziato, uomo d’affari miliardario e proprietario del Los Angeles Times e del San Diego Tribune. È nato in Sudafrica da genitori cinesi fuggiti durante l’occupazione giapponese della Seconda guerra mondiale.

Naturalizzato americano ha inventato il farmaco Abraxane, efficace contro il cancro ai polmoni, al seno e al pancreas. Soon-Shiong è il fondatore di NantWorks, una rete di startup nel campo dell’assistenza sanitaria. È proprietario di 230 brevetti nel settore tecnologico e medico.

Crediti foto:
Jayhai10 – Own work
CC BY-SA 4.0

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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BioNTech e Pfizer sbarcano in Africa per produrre vaccini contro il Covid-19

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Team di scienziati mette a punto un vaccino RNA contro la malaria

Malawi, Kenya e Ghana dal 2018 sperimentano Mosquirix, il primo vaccino anti malaria

 

Bamako espelle l’ambasciatore francese: via dal Mali anche i danesi

Africa Express
Bamako, 1° febbraio 2022

E’ ufficiale. Il governo maliano ha dichiarato l’ambasciatore francese persona non grata e ha intimato a Joël Meyer, rappresentante di Parigi accreditato a Bamako, di lasciare il Paese entro le prossime 72 ore.

La Francia ne ha preso atto e ha richiamato in patria il proprio ambasciatore. Il ministero degli Esteri di Parigi ha specificato di essere vicina ai partner europei nel Paese, in particolare ai danesi, i cui militari, che hanno partecipato al contingente Takuba, sono stati mandati via dal governo militare di Bamako pochi giorni fa.

Joël Meyer, ambasciatore francese espulso dal Mali

L’espulsione dell’ambasciatore francese è stata ufficializzata il 31 gennaio tramite un comunicato ripreso dalla TV di Stato del Mali.

“Il governo della Repubblica del Mali informa l’opinione nazionale e internazionale che l’ambasciatore francese a Bamako, Sua Eccellenza Joël Meyer, è stato convocato dal ministro degli affari esteri e della Cooperazione internazionale. In tale occasione gli è stata notificato l’ordine del governo di lasciare il territorio nazionale entro 72 ore”.

Le  autorità maliane hanno  precisato di essere disponibili al dialogo e di voler proseguire la cooperazione con tutti i partner internazionali, compresa la Francia, ma “nel rispetto reciproco e sulla base del principio di non interferenza”.

Bamako non ha apprezzato dichiarazioni rilasciate dal ministro della Difesa francese, Florence Parly. In particolare quella del 25 gennaio : “La giunta al potere in Mali sta moltiplicando provocazioni su provocazioni”, e quelle del ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, che ha apostrofato la giunta al potere in Mali come “illegittima”, e “le sue decisioni sono irresponsabili”, parole pronunciate dopo l’espulsione dal Mali delle truppe danesi della Task Force Takuba.

Task Force Takuba, Mali

Ma Le Drian ritiene altresì che i mercenari del gruppo Wagner presenti sul territorio maliano, anche se mai confermato dal governo di Bamako, proteggano le autorità solamente in cambio dello sfruttamento delle ricchezze minerarie del Mali, come succede d’altronde da anni in Centrafrica.

Partire definitivamente o restare? Ecco la domanda che si pone la Francia in questo momento. Farsi mettere alla porta e lasciare in mano molte zone ai terroristi e permettere ai russi – in particolare ai mercenari del gruppo Wagner – di installarsi come hanno fatto in Centrafrica (altra ex colonia francese).

La posta in gioco è alta. Dal 2013, con l’operazione Several nel solo Mali, poi, per contrastare il terrorismo in tutto il Sahel, nel 2014 è stata sostituita con Barkhane, Parigi ha lasciato sul campo 53 uomini.

Dopo l’espulsione dell’ambasciatore, il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Yves Le Drian ha dichiarato: “Per ora restiamo, entro due settimane prenderemo una decisione”.

Anche i partner della Francia, impegnati con il contingente Takuba, guidato dai militari di Barkhane, vogliono vederci chiaro. In particolare il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock, ha chiesto che venga rivista la presenza delle forze europee in Mali. In una sua intervista alla Sueddeutsche Zeitung , la signora Baerbock ha detto:  “Alla luce delle ultime misure messe in campo da Bamako, dobbiamo chiederci onestamente se ci sono ancora le condizioni del nostro impegno comune”.

Le relazioni tra Bamako e Parigi hanno proseguito a deteriorarsi in seguito al golpe militare dell’agosto 2020 e si sono aggravate ulteriormente nel maggio 2021, dopo un nuovo colpo di Stato, perpetrato dagli stessi colonnelli, per rafforzare il proprio potere.

Da tempo la popolazione stessa ha espresso il suo malcontento nei confronti della presenza francese e della Missione di Pace dell’ONU. Già durante le manifestazioni di protesta contro l’allora presidente Ibrahim Boubacar Keïta, deposto dai militari nel 2020 e deceduto poco più di due settimane fa, i manifestanti urlavano slogan: “Barkhane e MINUSMA, andate via da casa nostra”.

 

Africa ExPress
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Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Mali isolato sulla scena internazionale: chiuse le frontiere, congelate le banche

Missile huthi contro gli Emirati mentre è in visita il presidente israeliano

Africa ExPress
Dubai, 2 febbraio 2021

Non c’è due senza tre. Infatti all’alba di lunedì è partito dallo Yemen il terzo lancio in meno d’un mese d’un missile balistico huthi diretto al centro degli Emirati Arabi Uniti (fortunatamente intercettato e distrutto dalla contraerea emiratina). Non ha tentato di colpire in un momento qualsiasi, bensì mentre in UAE è in corso la visita del presidente israeliano Isaac Herzog, volato ad Abu Dhabi dal Principe Ereditario Mohamed bin Zayed Al Nahyan per riallacciare le relazioni diplomatiche tra Emirati ed lo Stato ebraico.

Gli Stati Uniti schiereranno un cacciatorpediniere missilistico e aerei da combattimento per aiutare a difendere gli Emirati Arabi Uniti dagli attacchi missilistici degli huthi yemeniti. Accordi in tal senso sono stati presi dopo una telefonata tra il segretario alla Difesa USA Lloyd Austin e il principe ereditario Mohammed bin Zayed Al-Nahyan

Il paradosso è che tra pochissimi giorni anche gli iraniani (che dietro le quinte sostengono e armano le milizie huthi) saranno in visita ufficiale ad Abu Dhabi, per perorare la normalizzazione delle relazioni e fare anche qualche buon affare.

A dir il vero non è proprio una novità in senso assoluto. Lo sceicco Tahnoon Bin Zayed Al Nahyan, Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Emirati Arabi Uniti di recente – in forma ‘riservata’ – ha fatto visita in Iran.

Ecco come i giornali arabi parlano degli attacchi di questi giorni tra gli huthi yemeniti e gli arabi degli emirati

Lo sceicco Tahnoon Bin Zayed Al Nahyan (fratello del principe ereditario di Abu Dhabi Mohamed bin Zayed Al Nahyan, vice comandante supremo delle forze armate degli EmiratiArabiUniti) pare sia considerato un nuovo interprete della riconciliazione. Gli viene riconosciuta un’autorevolezza e capacità di persuasione fuori dal comune ed è ascoltato da tutti (non solo per i Fondi di invetimento da miliardi di dollari che amminitra).

Parla direttamente a tu per tu con tutti i potenti del Medio Oriente: Recep Tayyip Erdogan, Mohammed Bin Salman, Naftali Bennett, Abdel Fattah Al Sisi, il monarca Abd Allah II di Giordania, Bashar Al Assad, Barham Ṣāliḥ e Mustafa Al-Kadhimi, Haytham bin Ṭāriq bin Taymūr Āl Saʿīd e molti altri.

Da mesi viaggia con discrezione, senza sosta (lontano dai riflettori mediatici) tra Turchia, Arabia Saudita, Irak, Oman, Israele, Giordania, Egitto ed Iran. Il dialogo saudita-iraniano sembrerebbe una “contraddizione” in termini, invece a Teheran Tahnoon ha stretto la mano al Segretario del Consiglio per la Sicurezza nazionale suprema dell’Iran Ali Shamkhani, e subito dopo ha incontrato il presidente iraniano Ayatollah Seyed Ebrahim Raisi.

Ha parlato di nuove politiche regionali, di alleanze (militari?), di joint venture e grandi progetti di cooperazione commerciale nonché di sicurezza. “Questi incontri sono un punto di svolta nei rapporti tra i nostri Paesi”, ha sottolineato il potente sceicco Tahnoon agli iraniani.

Qualcuno ricorderà il caso della coppia israeliana arrestata qualche tempo fa, accusata da Ankara d’essere spie del Mossad. Per ottenerne la liberazione Israele ha dovuto interpellare Abu Dhabi rivolgendosi proprio al capo del Consiglio di sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti, che gode di ottimi rapporti e considerazione negli apparati dell’intelligence Turca, tra gli alti funzionari del governo e gli stretti collaboratori del presidente Erdogan.

Grazie ai suoi buoni uffici è stata favorita la positiva conclusione della vicenda e la coppia israeliana è stata liberata; probabilmente non andrà nemmeno a processo. Certo che la benefica influenza dello sceicco Tahnoun bin Zayed Al Nahyan farà comodo, anche durante il prossimo vertice iraniano-emiratino, durante il quale quasi certamente, ci sarà tempo e modo per sviscerare il tema tanto caro agli Emirati: il ruolo dell’Iran nell’escalation del conflitto con gli huthi yemeniti.

E’ altamente probabile che per questa volta almeno, droni e missili balistici Houthi se ne staranno buonini buonini sulle loro rampe di lancio.

Intanto un rapporto redatto dell’ONU denuncia che i ribelli hanno reclutato minori tra i 10 e 17 anni. Li schierano al fronte per combattere la coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Nel 2020 sarebbero morti oltre 1.400 giovanissimi e 562 tra gennaio e maggio 2021.

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Colpo di Stato in Guinea Bissau: militari cercano di destituire il presidente

Africa ExPress
Bissau, 1°febbraio 2022

Le notizie sono tutt’ora frammentarie. Un colpo di Stato è in atto in Guinea Bissau, piccolo Paese dell’Africa occidentale, che conta poco più di due milioni di abitanti. I militari hanno cercato di destituite il presidente, per altro sopravvissuto, ma ha spiegato che molti uomini delle forze di sicurezza sono stati uccisi nel tentativo di respingere l’attacco odierno. Non si esclude che sia legato agli interessi legati al traffico della droga.

Nel primo pomeriggio si sono sentiti colpi di arma da fuoco nelle vicinanze del palazzo del governo, mentre era in atto un consiglio dei ministri straordinario, con la partecipazione del presidente, Umaro Sissoco Embalo e il primo ministro, Nuno Gomes Nabiam. La riunione di gabinetto odierna è stata convocata in vista del prossimo vertice della CEDEAO in risposta al colpo di Stato militare della scorsa settimana in Burkina Faso.

Militari sulle strade di Bissau, capitale della Guinea Bissau

Da tempo i rapporti tra il presidente e il suo esecutivo sono piuttosto tesi. La situazione si è  poi aggravata con la faccenda dell’Airbus A340, proveniente dal Gambia, atterrato a ottobre nell’aeroporto della capitale con l’autorizzazione del capo di Stato.

Il mistero dell’aereo

Il primo ministro aveva dichiarato che l’aereo in questione sarebbe atterrato illegalmente e che stava trasportando materiale sospetto. Dopo qualche giorno alcuni esperti hanno controllato il carico e, davanti al parlamento il premier ha poi fatto sapere che era tutto a posto, senza dare ulteriori spiegazioni.

I militari, che si sono radunati oggi attorno il palazzo del governo, che si trova nella periferia della capitale Bissau e a poca distanza dall’aeroporto internazionale, hanno intimato alle persone di tenersi a distanza, mentre i residenti della zona si sono immediatamente dati alla fuga, negozi e mercati hanno chiuso le saracinesche, altrettanto gli istituti bancari e scuole. Nelle più importanti strade della capitale, per lo più deserte, circolavano solamente camion pieni di militari.

Condanna della CEDEAO

Intanto la CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale n.d.r.) ha pubblicato immediatamente una nota con la quale condanna il tentato colpo di Stato, ritiene i militari responsabili dell’incolumità del presidente e dei membri del suo governo e chiedendo infine che i soldati ritornino nelle caserme.

 

Secondo l’agenzia Reuters, alcune persone sono state ferite all’interno del palazzo del governo, altre due sarebbero state uccise. Finora, precisa il dispaccio, le notizie non sono state confermate ufficialmente, in quanto nessuno all’interno dell’edificio risponde alle telefonate.

Dopo il rimpasto di governo

In base a quanto riporta la Deutsche Welle sul suo sito in lingua portoghese, l’incidente odierno arriva tre giorni dopo un rimpasto di gabinetto, voluto dal presidente Umaro Sissoco Embalo. Le nuove nomine sono state  criticate dal partito del primo ministro Nuno Gomes Nabiam.

Nel tardo pomeriggio anche Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU ha lanciato un appello, chiedendo la fine dei violenti scontri e il rispetto delle istituzioni democratiche.

L’ambasciate portoghese nella capitale ha chiesto ai suoi cittadini di non uscire dalle proprie abitazioni, mentre il governo di Lisbona ha rilasciato un comunicato simile a quello dell’ONU.

Golpe a gogo

In Guinea Bissau i colpi di Stato e tentativi di putsch non si contano più dall’indipendenza ottenuta dal Portogallo nel 1974. Il Paese è diventato un hub internazionale del traffico di droga in transito dal Sudamerica verso l’Europa.

La basi dei mercanti sono state individuate nell’arcipelago delle Bijagos, un gruppo di ottantotto isole lungo la costa africana al largo della Guinea Bissau, classificate dall’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) come patrimonio dell’umanità per il loro particolare ecosistema. ancora oggi sono uno dei maggiori punti di smistamento dei trafficanti di droga sudamericani. Insomma è il centro dove fa tappa la cocaina proveniente dall’America meridionale.

Africa ExPress
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Allarme Internazionale su possibili attacchi dei terroristi in Kenya

Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Nairobi, 1° febbraio 2022

Nuovo attentato nella regione dell’nord-est del Kenya, in prossimità della frontiera con la Somalia. Secondo quanto afferma un rapporto della polizia, un minibus ha urtato una  mina artigianale. Quindi è poi stato crivellato da colpi sparati da fucili automatici e lanciagranate. Il bilancio è di sei morti e di sette feriti. Finora l’attacco non è stato rivendicato.

Giovedì scorso la comunità straniera del Kenya è stata martellata da un passaparola di notizie ferali circa un possibile attacco terroristico nei luoghi di svago e di consumo, solitamente frequentati da stranieri.

L’ambasciata francese prima, la tedesca poi e per finire anche quella statunitense, nel giro di poche ore hanno diffuso  comunicati di allerta su possibili attacchi dei terroristi.

Terroristi somali di al-Shabab in Kenya

La comunità internazionale residente in Kenya è ormai abituata a tali avvisi, ma questa volta il governo keniota ha risposto pubblicamente il giorno seguente, informando che queste notizie erano probabilmente senza fondamenta e qualora lo fossero state, il Paese è pronto a affrontare il problema con capacità, responsabilità e tempestività. In sostanza, una risposta autarchica a stretto giro di posta, smentendo le cassandre internazionali.

La molto discreta ambasciata italiana non ha ritenuto utile associarsi agli avvisi ai connazionali, nè mai lo ha fatto in tempi recenti: rimane tuttavia che azione o inazione, il Kenya sembra voglia affermare la propria volontà sovrana e indipendenza di azione nel proteggere tutti coloro che abitano sul suolo keniota senza distinzioni.

Il passato recente sembra smentire questo proclama, visto che nelle vicinanze di Lamu a più riprese sono state segnalate ultimamente diverse azioni di gruppi terroristi che hanno purtroppo mietuto vite keniote: l’assenza di vittime straniere sicuramente non ha reso le gesta dei miliziani al- Shebab eclatanti al punto da essere riportate sui media internazionali.

Resta comunque una certa diffidenza con cui questi eventi vengono gestiti dal governo di Nairobi. Da oltre tre anni vige il totale silenzio su come le autorità intendono affrontare il problema.

Sul filo esile, eppure estremamente strategico, la continuità del business del turismo, per l’economia tutta del Paese, il lavoro di narrazione tende a rassicurare ufficialmente non solo la popolazione, ma soprattutto gli interlocutori/investitori stranieri. Permane tuttavia un senso di ansietà nell’attesa del “prossimo” evento che cancellerebbe le assicurazioni fornite, sperando non accada e non si debbano contare altri morti innocenti.

Va ricordato che i terroristi al-Shabab non perdonano la presenza delle truppe keniote nel contingente dell’ AMISOM, Missione dell’Unione Africana in Somalia. A metà settembre, nella contea di Lamu, durante un’imboscata di un convoglio, sono morti 15 militari delle forze armate del Kenya L’attentato è poi stato rivendicato dai macellai somali.

Come elemento a sostegno della volontà di uscire dalla Somalia, la diatriba con il governo di Mogadiscio per dirimere la questione della ridefinizione dei limiti delle acque territoriali contese, ai fini dello sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi off-shore, sembra intervenire come moneta di scambio: garantire la continuità della protezione e assistenza militare dei kenioti AMISOM nei confronti dei vicini somali in cambio di una migliore risoluzione della questione delle acque.

E’ accertato che le azioni dei terroristi che hanno avuto luogo in Kenya nei tempi recenti, dal centro commerciale Westgate nel settembre 2013, a Mpeketoni, a Garissa, all’attentato al Dusit di Nairobi (avvenuto proprio tre anni or sono), sono state fomentate o sono state opera diretta di gruppi legati a al-Shebab.

Esiste dunque una piattaforma sulla quale decisioni ben più importanti che qualche attentato più o meno sotto la sfera del controllo/prevenzione delle autorità di Nairobi potranno far orientare le decisioni: la prova di sovranità del Kenya a fronte di possibili attacchi terroristi è solo un tassello di questo complicato mosaico di stabilità regionale.

Michael Blackbone
michael.backbone@gmail.com
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In pochi mesi ritrovati 31 cadaveri in un fiume nel nord del Kenya

Attacco shabab in Kenya: uccisi 5 poliziotti vicino Lamu ai confini con la Somalia

 

 

 

 

Chi spiega a Repubblica la differenza tra copia e incolla e fotonotizia esclusiva?

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Speciale per Africa Express, per Senza Bavaglio e per Critica Liberale
Valerio Boni
Milano, 31 gennaio 2022

escluiva s. f. [femm. sostantivato di esclusivo]… Godimento di un diritto da cui ogni altro è escluso… Con sign. più ampio, avere l’edi una notizia, da parte di un giornale, e pubblicare una notizia in esclusiva, pubblicarla attingendo a proprie fonti particolari alle quali gli altri quotidiani o periodici non possono attingere; analogam., concedere un’intervista in e.; pubblicare in ele fotografie della cerimonia. Questa è, in sintesi, la definizione del sostantivo esclusiva, secondo l’autorevole enciclopedia Treccani.

Non si tratta di un vocabolo arcaico o di un termine che lascia dubbi sul significato, è una parola di uso quotidiano, che l’enciclopedia chiarisce nel dettaglio, indicando tra gli altri un esempio legato al nostro lavoro. Avere l’esclusiva significa dimostrare di saper svolgere il proprio lavoro, anticipando gli altri con notizie e immagini in grado di colpire il lettore e fare la differenza.

La ricerca dell’esclusiva porta talvolta alla ridicolizzazione del termine, usato spesso per definire sconvolgente una notizia che tale non è, come l’ultimo diverbio all’interno della casa del Grande Fratello. Ma la conquista dello scoop a tutti i costi è una brutta malattia, che passa attraverso il saccheggio indiscriminato di quanto il web può offrire, vale a dire molto, a patto di saper distinguere tra perle e spazzatura.

L’aspetto più sconcertante di questa attività è che pare che nessuno ne sia esente. Di certo non le grandi testate, che nonostante i tagli possono sempre contare su redazioni che possono essere ancora definite tali. E che scaricano la responsabilità della contrazione dei perimetri e dei lettori proprio sul non rispetto dei diritti di notizie e immagini da parte di blog e siti vari.

Eppure non mancano i casi contrari, l’ultimo si è verificato questa mattina sulle pagine di Repubblica, e sarebbe potuto passare inosservato, come chissà quanti altri non strillati in prima. Per imbattersi nella fotonotizia bisogna infatti arrivare a pagina 19, dove Repubblica non esita ad appuntarsi la medaglia di proporre in esclusiva l’immagine di due ribelli del Nord del Mali, ritratti a bordo di un aereo privato in viaggio verso Roma.

Peccato che quanto pubblicato su carta e sull’edizione online il 31 gennaio fosse il contenuto di un servizio realizzato un giorno prima dalla giornalista Cornelia Toelgyes per Africa ExPress, il quotidiano dedicato al Continente, che con Senza Bavaglio ha in comune il direttore. Anche senza ottenere l’autorizzazione scritta da parte di chi ha lanciato l’articolo, sarebbe bastato citare almeno la fonte, invece di pensare soltanto a fregiarsi dell’esclusiva, che tale non è.

E visto che difficilmente arriveranno comunicazioni di Repubblica a riguardo, ci scusiamo con Serge Daniel – autorevole e apprezzato giornalista del Benin ma residente in Mali, collaboratore di importanti testate francesi  – che alla redazione di Africa ExPress ha fornito importanti notizie che completano l’immagine scattata con il suo cellulare. La differenza tra un’informazione e un’esclusiva a tutti i costi.

Valerio Boni
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sbavaglio
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Il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi, ha scritto al direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, il seguente messaggio:
Ciao Maurizio, a me piacerebbe che citaste la fonte invece di mettere “esclusiva” a una notizia che abbiamo dato noi per primi giacché in Mali 🇲🇱 c’è il nostro bravissimo giornalista Serge Daniel che in quel Paese conosce tutti e tutto!!!!
Cari saluti
Massimo

Rischio catastrofico disastro ecologico nel Mar Rosso: superpetroliera abbandonata

Africa ExPress
Il Cairo, 29 gennaio 2020

Il Mar Rosso rischia seriamente di diventare nero per quella che potrebbe essere il disastro ambientale più grande della storia, con conseguenze umanitarie “catastrofiche” per milioni di persone.

L’apocalisse del Golfo Persico si chiama “The Safer”. E’ una superpetroliera yemenita in avaria che giace in stato d’abbandono dal 2015 a 5 miglia nautiche al largo dello Yemen, con 48 milioni di galloni di greggio a bordo (oltre un milione di barili di greggio l’equivalente di 140 mila tonnellate) che rischiano di disperdersi da un momento all’altro nel Mar Rosso facendolo diventare nero.  L’acqua di mare ha già invaso da tempo il vano motori della nave.

Una bomba atomica ecologica a orologeria pronta a scoppiare in ogni momento con un impatto ambientale devastante:  quattro volte maggiore del greggio disperso nel 1989 nel mare dell’Alaska dalla petroliera Exxon Valdez (ritenuto il più grande disastro ambientale della storia).

Un’ecodisastro potenziale che potrebbe determinare l’interruzione delle rotte marittime nel Canale di Suez (ricordiamo tutti cosa è successo quando la portacontainer Ever Given è rimasta bloccata nello stretto corso d’acqua).

Un potenziale impatto devastante su qualsiasi forma di turismo futuro, ma non solo. Anche gli impianti di desalinizzazione sarebbero danneggiati, compromettendo drasticamente l’accesso all’acqua potabile a milioni di persone.

Dopo una fuoriuscita di greggio verrebbero chiuse anche tutte le attività di pesca nella regione per impedire che il pesce contaminato possa entrare nella catena alimentare (attività che costituisce l’unica fonte di sostentamento per intere popolazioni).

Al momento non sono ipotizzabili interventi in situ poiché la zona è controllata dalle milizie Huthi (gruppo yemenita prevalentemente sciita  sostenuto dall’Iran) che dal 2015 è in conflitto con la coalizione araba guidata da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.

Mentre nella penisola arabica non c’è tempo per “futili” emergenze ambientali e si gioca alla guerra con droni e missili balistici, un solo proiettile vagante nel posto sbagliato potrebbe scatenare una catastrofe che farebbe più danni del blocco di 1000 Canali di Suez messi insieme.

Gli arabi di stanno svegliando si son accorti che mentre giocano alla guerra in Yemen c’è la petroliera The Safer che rischia di esplodere da un momento all’altro distruggendo per decenni nel Mar Rosso ogni forma di vita (quotidiano arabo ‫‪Makkahnp‬‬ di oggi)

Lo scafo della nave infatti, in diversi lati si è assottigliato a pochi millimetri e nelle stive si sono formate sacche di gas ad altissimo rischio esplosivo. Le conseguenti calamità di proporzioni bibliche, porterebbero questo conflitto nel Golfo ad aver nessun vincitore, ma solo vinti.

Ancora pochi giorni fa un gruppo di attivisti di Greenpeace ha nuovamente avvertito delle conseguenze nefaste che questa emergenza ambientale potrebbe avere se la petroliera non venisse immediatamente svuotata del suo petrolio.

Nella recente conferenza stampa di Greenpeace è stato lanciato l’ennesimo allarme anche per l’economia globale; un’eventuale disastro ambientale di queste proporzioni potrebbe rendere impraticabile il Canale di Suez causandone il blocco totale.

Tragico blackout che potrebbe costare al mondo quasi 10 miliardi di dollari al giorno, con conseguenze inimmaginabili per tutta la logistica e l’economia mondiale.

Paul Horsman, che guida il Safer Response Team di Greenpeace International, ha dichiarato: “A meno che non si intervenga subito per mettere in sicurezza la petroliera, c’è il pericolo reale di una grave fuoriuscita di petrolio, o forse peggio, di un’esplosione, nel peggiore dei casi, il greggio potrebbe andare alla deriva nei paesi vicini, tra Gibuti, Eritrea e Arabia Saudita con esiti gravi e di lunga durata”.

Gli huthi hanno ripetutamente rifiutato l’accesso internazionale per garantire la sicurezza dell’UST nonostante le molteplici richieste delle Nazioni Unite.

Africa ExPress
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Rischio catastrofico disastro ecologico nel Mar Rosso: superpetroliera abbandonata

Mali: gruppi di ex ribelli del nord in viaggio a Roma per colloqui con il governo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 gennaio 2022

In base a quanto scritto dallo stringer di Africa Express,  Serge Daniel – autorevole e apprezzato giornalista del Benin e che vive in Mali, collaboratore di importanti testate francesi  – una organizzazione italiana, in collaborazione con il nostro governo, avrebbe noleggiato due aerei per portare a Roma delegazioni pro governative di ex ribelli del nord del Paese.

Delegazione di ex ribelli maliani in viaggio per l’Italia

Secondo informazioni di Africa ExPress (di cui però non abbiamo potuto trovare conferma)  a organizzare la trasferta sarebbe stata Ara Pacis, Initiatives for Peace, che già lo scorso anno aveva promosso un’iniziativa simile, alla quale ha presenziato anche il ministro degli Esteri, Luigi di Maio.

Un primo gruppo sarebbe arrivato già ieri – non è chiaro se accompagnata da autorevoli funzionari del governo maliano – altri componenti della delegazione sarebbero in viaggio con lo scopo di proseguire i colloqui di pace con il sostegno del governo italiano.

Serge Daniel e il direttore di Africa ExPress Massimo Alberizzi (foto Nakano Tomoaski)

Vista la difficile situazione attuale della ex colonia francese, è indispensabile riprendere i dialoghi per ristabilire la pace nel nord Paese, secondo l’accordo di Algeri, siglato nel lontano 2015, ma mai attuato completamente.

Recentemente le truppe francesi di Barkhane hanno abbandonato diverse basi nel nord del Mali, come preannunciato da Emmanuel Macron, presidente della Francia, il 10 giugno, poi confermato durante il G5 Sahel a luglio dell’anno in corso: “Ci avviciniamo alla fine dell’operazione Barkhane, una missione di sostegno, supporto e cooperazione agli eserciti dei Paesi della regione”, aveva precisato in tale occasione il capo di Stato francese.

Ora i rapporti tra Parigi e Bamako sono tesissimi e, secondo quanto affermato proprio ieri dal ministro della Difesa francese, Florence Parly: “La Francia non può restare nel Paese a tutti costi”.

Visto che il governo di Bamako vuole rivedere diversi accordi di difesa, Parigi e i suoi alleati europei si sono dati due settimane per decidere l’evoluzione del loro coinvolgimento militare in Mali e in tutto il Sahel.

Serge Daniel è un esperto di terrorismo nel Sahel e ha scritto diversi libri assai interessanti. Questo su Al Qaeda nel Maghreb Islamico narra la genesi del movimeto islamista e come si è sviluppata l’industria dei sequestri laggiù

Solo qualche giorno fa la giunta militare al governo ha chiesto la partenza immediata dei soldati danesi di Takuba, forza europea sotto commando di Barkhane.

Takuba vede operare congiuntamente i militari di diversi Paesi europei (oltre alla Francia, Belgio, Danimarca, Estonia, Romania, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Italia), in coordinamento con altri attori internazionali, in particolare US Africom, il comando delle forze armate statunitensi per il continente africano, e MINUSMA, la missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione del Mali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

Il sanguinario dittatore Obiang in visita dal Papa e intanto tiene in galera Roberto Berardi

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Il Vaticano: “Gli Emirati Arabi sono un modello leader di solidarietà umana”

Africa ExPress
Dubai, 28 gennaio 2021

Il Vaticano ha sottolineato che “gli Emirati Arabi Uniti sono un modello guida di solidarietà umana globale e le sue iniziative umanitarie vanno oltre i limiti della geografia e incoraggiano esempi pionieristici che promuovono la convivenza pacifica, la tolleranza e la pace nel mondo intero”.

Lo ha affermato durante una telefonata tra Sua Altezza lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, e il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano.

I giornali degli emirati danno molto risalto alla telefonata tra il cardinale Pietro Parolin e lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan

Parolin ha espresso la sua solidarietà agli Emirati Arabi Uniti in seguito all’attacco terroristico della milizia terroristica Houthi alle strutture civili negli Emirati Arabi Uniti, porgendo le sue sincere condoglianze alle vittime di questo attacco terroristico avvenuto il 17 gennaio e augurando una pronta guarigione ai feriti.

Da parte sua, lo sceicco Abdullah bin Zayed ha ringraziato Parolin per i suoi sentimenti sinceri, sottolineando il ruolo eccezionale del Vaticano nel servire le questioni umanitarie e nel promuovere i valori della tolleranza e della convivenza tra tutti i popoli.

Lo sceicco Abdullah ha anche affermato la volontà del suo Paese di rafforzare le sue relazioni con il Vaticano a vari livelli.

Le relazioni tra Emirati e la Santa Sede sono state testimoni di una continua crescita, soprattutto a livello umanitario, poiché il Paese ha ospitato, nel 2019, l’Incontro di Fraternità Umana tra Papa Francesco, Capo della Chiesa Cattolica, e Ahmad Al Tayyib , Grande Imam di Al Azhar , durante la quale è stato firmato il “Documento sulla Fraternità Umana” per promuovere le relazioni umane, costruire ponti di comunicazione, armonia e amore tra i popoli e combattere l’estremismo.

Africa ExPress
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(dai quotidiani emiratini ‪Al Ittihad‬‬ e ‫‪Al Wahda)

Uganda: inaugurata banca di latte materno per salvare i bambini nati prematuri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 gennaio 2022

Lo scorso novembre l’Uganda ha dato il via alla sua prima banca di latte materno. Fortemente voluto anche dal ministero della Sanità pubblica, il prezioso “banco” è stato però realizzato grazie a donazioni e raccolte fondi.

La Banca del latte materno è un punto di raccolta del latte donato da madri diverse e distribuito gratuitamente, dopo opportuno trattamento, ai piccoli pazienti che ne hanno bisogno.

Uganda: banca di latte materno

Il nuovo centro si trova al Saint Francis Nsambya Hospital, che dispone anche di un reparto di terapia intensiva neonatale, situato nella periferia di Kampala, la capitale del Paese.

Molte mamme si sono rese disponibili immediatamente per donare il proprio latte in eccesso, per aiutare soprattutto i bambini nati prematuri, in quanto la montata lattea delle loro madri è spesso condizionata negativamente dallo stress della nascita pretermine.

Altre mamme, invece, non hanno latte a sufficienza o ne sono prive completamente. Specie i bambini gracili, critici e/o sofferenti, necessitano del prezioso siero umano, perché li protegge da infezioni gravi e, inoltre, è stato dimostrato scientificamente che incentiva lo sviluppo neurologico, specie nei nati pretermine, cioè prematuri nati prima della trentasettesima settimana di gestazione.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda che i bambini nati con un peso inferiore a 2,5 chilogrammi (sono circa 20 milioni all’anno a livello globale) vengano nutriti immediatamente con latte umano.

La banca di latte materno ugandese dispone di tutte le apparecchiature più sofisticate per la pastorizzazione, sterilizzazione e conservazione a lungo termine. Ora il governo di Kampala spera di poter aprire altre strutture del genere in tutto il Paese, per arginare le morti dei bambini nati prematuri.

In base alle informazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno muoiono almeno 800 mila bambini per mancanza di allattamento al seno / latte materno, le cui proprietà non sono paragonabili a quello artificiale, prodotto dalle multinazionali.

Una delle prime banche di latte materno del continente africano è stata inaugurata a Capo Verde nel 2011 grazie a una collaborazione tecnica promossa dal Brasile. Sotto la stessa regia, nel 2019 ne sono state aperte altre due, una in Mozambico e l’altra in Angola.Tutti Paesi di lingua portoghese. Nello stesso anno è diventata operativa anche una a Nairobi, Kenya.  Il personale keniota è stato mandato in Sudafrica per un tirocinio specifico. La nazione dell’Africa australe è pioniere nel settore nel continente e dispone già di una trentina di strutture su tutto il suo territorio.

In Italia le BLUD (Banche di latte umano donato) sono strutture generalmente correlate ai reparti di terapia intensiva e di patologia neonatale. In tutta l’Europa esistono 280 di tali centri. La civilissima Svizzera ne dispone di 8, tutte distribuite nella parte di lingua tedesca, e, solo a giorni, sarà inaugurata la prima nella Svizzera francese, al Centro ospedaliero universitario vodese (CHUV) di Losanna.

Cornelia Isabel Toelgyes
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Sudafrica, primo trapianto di pene riuscito al mondo