17.6 C
Nairobi
giovedì, Aprile 2, 2026

Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici

Africa ExPress 2 aprile 2026 I primi di dicembre...

Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 1° aprile 2026 In...

Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 31 marzo...
Home Blog Page 163

Creso in Kenya: scontro per l’eredità dell’ex presidente Moi (oltre 2 miliardi di euro)

Dal Nostro Inviato Speciale
Costantino Muscau
Nairobi, 28 gennaio 2022

“Mio nonno, Daniel Toroitich arap Moi (arap in lingua swahili vuol dire figlio di, ndr) presidente della Repubblica del Kenya, ha lasciato un’eredità di oltre 300 miliardi di scellini (circa 2 miliardi e 340 milioni di euro, ndr). A me non vogliono dare neppure un centesimo di quello che mi spetta. Ecco perché faccio causa”.

Ma quanto rende in Kenya fare il presidente della repubblica? In Italia il capo dello Stato ha uno stipendio di 239 mila euro annui. Alto, ma non tanto, se si pensa che è di soli 4 mila euro superiore a quello, per dire, del presidente della traballante cassa pensionistica dei giornalisti (Inpgi).

Daniel Arap Moi, ex presidente del Kenya

In ogni caso è uno stipendio che non consentirebbe mai di accumulare un patrimonio neppure lontanamente paragonabile a quello che in 24 anni ha messo da parte Daniel Toroitich arap Moi, il secondo presidente di questo grande Paese africano.

Mentre in Italia si sceglieva il nuovo capo dello Stato, anche in Kenya tutta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media è concentrata sull’elezione del presidente, che pure avverrà il 9 agosto. E mentre infuria la campagna elettorale, emerge per la prima volta in modo ufficiale, nell’aula di un tribunale, la ricchezza enorme posseduta dal successore di Jomo Kenyatta, il defunto Daniel arap Moi, capo dello Stato dal 1978 al 2002 e vicepresidente dal 1967 al 1978.

Alla sua morte, avvenuta a 95 anni il 4 febbraio del 2020, si è sempre favoleggiato di un suo impero economico, che, come ha scritto a fine novembre 2021 Business Daily comprende “secondo documenti ufficiali e non ufficiali proprietà immobiliari, terreni, trasporti, scuole, alberghi, banche, aviazione, agricoltura, sicurezza, costruzioni, giornali e televisioni, conti bancari in patria e off shore…”.

Sull’origine di tanto ben di dio, già qualche anno fa, WikiLeaks aveva pubblicato un rapporto segreto che rivelava come Daniel arap Moi, durante i 24 anni di presidenza, si fosse appropriato di oltre 2 miliardi dollari di soldi pubblici.

A riportare d’attualità quell’enorme giro di denaro in un Paese dove le differenze di reddito sono abissali, e il 16 per cento della popolazione vive ancora con 2 dollari al giorno, è un’intricata vicenda giudiziaria per l’eredità scatenata in questi due mesi da Kibet Collins Toroitich, 44 anni, uno dei nipoti, alquanto discusso e pazzerello, dell’ex presidente.

Kibet Collins Toroitich, nipote del defunto presidente del Kenya, Daniel arap Moi

In Italia siamo abituati a contenziosi per successioni ed eredità finiti davanti al giudice: da Luciano Pavarotti a Lucio Dalla, da Renato Guttuso a Oriana Fallaci, agli Agnelli, ad Alberto Sordi. Senza dimenticare la saga Gucci.

Mai però era finito in tribunale il così corposo lascito di una tale figura politica e istituzionale. Kibet Collins è, infatti, figlio di Jonathan, pilota di rally e uomo di affari morto a 62 anni nel 2019, primogenito dei 5 maschi di Daniel arap Moi.

Kibet Collins si è rivolto alla giustizia denunciando un complotto per diseredarlo, ordito dalla esecutrice testamentaria, Zehrabanu Janmohamed, avvocatessa molto celebre anche per la passione per il cricket, trasmessagli dal marito: è la moglie di Mudassar Nazar, 65 anni, ex campione e allenatore della nazionale pachistana ed è stata la prima donna a dirigere il cricket Kenya.

Già a novembre erano state rese note le volontà di Gukaa (nonno) buonanima e la suddivisone degli assets fra i 5 maschi e le 3 figlie femmine. In particolare, la ripartizione di un vasto terreno di 932 ettari vedeva al primo posto Jonathan, papà di Kibet, e con l’impegno che alla sua morte il terreno sarebbe toccato al figlio. Il quale, forte di ciò, è andato all’assalto reclamando ben di più.

Nella denuncia Kibet Collins Toroitich Moi afferma, appunto, di essere stato escluso dalla divisione dei beni che ammontano – a suo dire e non solo a suo dire – a oltre 300 miliardi di scellini. La ricchezza sarebbe sparsa in diverse parti del pianeta: in particolare nel Regno Unito, Australia e Malawi, dove si troverebbe anche una piantagione di tabacco. Cita poi la vendita, avvenuta a fine novembre scorso, della società aeronautica della famiglia, la Siginon Aviation per 1 miliardo e 700 milioni di scellini e di esserne stato tagliato fuori.

La battaglia giudiziaria, come tutte quelle combattute in nome del defunto, sarà lunga e complessa. Ma anche dolorosa per il protagonista e poco onorevole per tutti i Moi. Sono stati tirati fuori scheletri dagli armadi personali e familiari. Che sono tanti.

Un sito spregiudicato quale undercoverafrica.com (che si vanta di dire “la verità in un mondo di bugie”) non ha perso l’occasione per ricordare come il presidente defunto avesse stima e fiducia solo per l’ultimo nato, Gideon, 58 anni, potente senatore e guida della famiglia.

Trascurava, invece, il primogenito, guarda caso proprio Jonathan, papà di Kibet Collins. Non che lo scomparso leader della nazione avesse tutti i torti. Gli eredi di Moi, infatti, non hanno avuto una vita coniugale, o professionale molto fortunata.

La figlia Doris Elizabeth sposò il manager agricolo Ibrahim Kiptum Choge, co-driver nei rally di Jonathan, contro la dura opposizione paterna. Restò vedova nel giugno 1998, quando il marito perse la vita in un incidente stradale. Il padre di Choge, Simeon, dirigente ministeriale, però parlò di “incidente orchestrato” e accusò la polizia di non aver indagato approfonditamente.

Il presidente Moi si imbufalì ancor di più quando il figlio Philip, oggi 60 anni, maggiore dell’esercito, pioniere del polo in Kenya, gemello della sorella Doris, si unì segretamente con una signora della comunità italiana di Malindi, con la quale Philip faceva affari.

Arap Moi non stimava i nostri connazionali di Malindi e neppure la nuora, un’avvenenteimmobiliarista bresciana, Rossana Pluda, detta La Mara, 57 anni. L’unione Moi-Pluda fu celebrata nel 1993 e andò avanti fino al 2008, quando volarono gli stracci, pare per la classica questione di corna.

Rossana Pluda con l’ex suocero, defunto presidente del Kenya, Daniel arap Moi

Il divorzio è stato molto travagliato. La signora Pluda ha avuto la forza di sfidare una potentissima famiglia e i pregiudizi nei confronti delle donne avviando la causa della separazione. Che nel 2015 ha vinto. Con un assegno di mantenimento di quasi 1 milione di euro in ragione dei 2 figli (Kibet e Talissa). L’ex marito finì pure in carcere per il rifiuto di pagare gli alimenti.

Nel 2017 colpo di scena: un altro giudice modifica la sentenza, alleggerendo la posizione di Philip Moi. Nel febbraio di un anno fa, però, la conclusione definitiva della causa torna a favore della nostra connazionale: l’ex militare, ormai in pensione, è stato obbligato a versare l’assegno mensile alla ex moglie, sia pure in forma ridotta. Alla fine la Leonessa di Brescia ha domato i Leoni africani. E che Leoni, i Moi…

Il quarto figlio del presidente, Raymond, 61 anni, diede pessima prova come amministratore di alcune società paterne, anche se ora siede in Parlamento, con il fratello senatore Gideon.

Il terzogenito, John, 63 anni, non riuscì a laurearsi ad Harvard e tornò a mani vuote dal Massachusetts. D’altra parte, il cattivo esempio venuto proprio dal primogenito, Jonathan: tutto donne e motori, divorziò nel 2004, si sposò due volte ed ebbe 12 figli, fra cui Kebet Collins, quello col “sedere per terra”, come lo ha definito un giornalista. Ovvero il più sfigato di tutti.

La vita di Kebet è una serie di insuccessi professionali ed esistenziali. Lo hanno impietosamente ricordato il Daily Nation, The Stars e i siti nairobinews.com e Tuko.co.ke. Dopo aver volato alto (nel 2000 era diventato pilota negli USA), è cominciato il declino. “Aveva delle imprese e sono fallite. Aveva dei terreni e ha dovuto venderli. Morti i genitori, Jonathan e Nelly Cherogony, è finito preda dell’alcool e della depressione”.

Alcolizzato, disoccupato, sfrattato, denunciato dalla moglie Gladys Jeruto perché non pagava gli alimenti per i due figli e accusato perfino di aver rubato due telefonini alla figlia. In questa sua disgraziata esistenza non manca neppure un episodio quasi burlesco se non fosse drammatico.

Lui, alcolista, nel 2017 va al Karen Hospital per disintossicarsi; incontra quella che diventerà la sua compagna per due anni: Marsha Amario, figlia di quello che era stato un tycoon nel settore dei vini e dei superalcolici. A sua volta era ricoverata per problemi psicologici. La relazione, però, frana nel 2019 in seguito a due “incidenti”surreali.

La coppia si reca in albergo per festeggiare i 30 anni di lei. Dopo una settimana lui sparisce senza pagare il conto. Lei viene arrestata. Infine il colpo finale: un giorno lui a pranzo si presenta con un piatto di patatine fritte e una bottiglietta di soda per lei e una bottiglia dì whisky per se. Pare anche che l’abbia riempita di botte. “Quest’uomo mi ha rovinato la vita – ha dichiarato poi Marsha – maledetto il giorno in cui l’ho incontrato”.
I due si lasciano, ma restano uniti dallo stesso destino: dalla nobiltà nei più alti sobborghi di Nairobi alla miseria più “nera”.

Sola e senza mezzi di sussistenza, a 32 anni, Marsha tre mesi fa si è rivolta (anche lei!) ai giudici affinché costringano il fratello, Miki Ng’ang’a, che ha preso in mano il business paterno, a passarle un assegno mensile di mantenimento.

E lui, Kebet Collins Toroitich Moi, che abitava in un lussuoso palazzo e guidava una Toyota Land Cruise V8, sopravvive grazie al sussidio di alcun amici – ha dichiarato al giudice – in un appartamentino a Kawangware, quartiere dei kenyani poveri. Ora prova a risorgere con l’eredità del nonno.

Venerdì 14 gennaio scorso il giudice dell’Alta Corte, Aggrey Muchelule, gli ha dato una speranza: ha il pieno diritto di contestare l’esecuzione del testamento multimiliardario della buonanima, ex padrone del Kenya. E di chiedere i danni causatigli dall’esclusione nella divisione dei beni.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Kenya: morto all’età di 95 anni l’ex presidente Daniel Arap Moi

 

Scandalo corruzione in Kuwait per jet comprati a caro prezzo dall’italiana Leonardo

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
28 gennaio 2022

Un’inchiesta giudiziaria in Kuwait sta creando non poche preoccupazioni al management del gruppo industriale Leonardo S.p.A. e al Ministero della Difesa italiano.

Nei giorni scorsi il governo del ricco petro-emirato ha confermato la notizia trapelata nella stampa kuwaitiana: due alti ufficiali delle forze armate sono indagati per corruzione relative all’acquisto di 28 cacciabombardieri “Eurofighter Typhoon” prodotti dal consorzio europeo Eurofighter GmbH (formato dalle holding Leonardo, BAE Systems e Airbus Defence & Space).

Eurofighter Typhoon per il Kuwait

L’autorità anti-corruzione kuwaitiana ha riferito che un generale e un colonnello dell’esercito dovranno rispondere in sede processuale dell’accusa di aver causato gravi danni al bilancio statale con la presunta emissione di fatture che “eccedono il valore totale concordato nel contratto stipulato con la società produttrice”, secondo quanto riportato dalla Kuwait News Agency (KUNA). Le indagini sarebbero state avviate dopo le rivelazioni di un anonimo informatore sulla cattiva gestione dei fondi destinati a pagare i cacciabombardieri.

Il Kuwait aveva ordinato i 28 “Eurofighter Typhoon” nel 2016 firmando un contratto con il consorzio europeo del valore di 8,7 miliardi di dollari, cifra molto al di sopra di quanto pagato per gli stessi velivoli da altri Paesi mediorientali.

Il Qatar, ad esempio, ha pagato 6,9 miliardi di dollari per 24 Eurofighter che saranno consegnati a partire del prossimo anno. Per 72 cacciabombardieri l’Arabia Saudita ha pagato invece non più di 6 miliardi di dollari anche se si tratta di una versione meno aggiornata di quella ordinata dal Kuwait.

Secondo il sito specializzato Defensenews.com i militari sauditi avrebbero pure concluso un accordo con il governo britannico per la consegna nei prossimi dieci anni di altri 48 cacciabombardieri con una spesa complessiva non superiore ai 5 miliardi.

Quello dei “caccia gonfiati” non è il primo scandalo che investe le forze armate dell’emirato arabo. Due anni fa, la sparizione di 800 milioni di dollari provenienti dal fondo per gli “aiuti militari” ha costretto alle dimissioni il governo e l’(ex) premier e l’(ex) ministro della Difesa sono stati rinviati a giudizio.

In Italia, Leonardo ha pubblicato una nota dove si afferma che il “gruppo non è oggetto di una indagine giudiziaria in relazione al programma Kuwait”. “Il programma Eurofighter con il Paese arabo sta procedendo in linea con le aspettative e con successo sul fronte delle consegne e degli incassi”, aggiunge la società industriale-militare. “A dicembre 2021 sono stati consegnati i primi due velivoli, a cui seguirà la consegna degli altri come previsto dal piano. La nostra relazione contrattuale con il Kuwait – il cui rapporto è regolato da un contratto siglato nell’ambito di un più ampio rapporto fra le istituzioni e le aeronautiche dei due Paesi –  è sempre stata improntata a canoni di massima trasparenza oltre che piena correttezza. Leonardo non ha alcuna evidenza di criticità e ogni singola transazione è puntualmente soggetta a procedure e verifiche di congruità”.

Nessun commento invece dal ministero della Difesa che pure ha seguito passo dopo passo l’iter contrattuale, la produzione dei velivoli e – direttamente – la formazione in Italia dei piloti kuwaitiani. Un imbarazzato silenzio che collide con l’enfasi mostrata appena un mese e mezzo fa in occasione della consegna all’emirato dei primi due “Eurofighter Typhoon”. “Si tratta di un’ottima operazione per l’Italia a dimostrazione del successo dei prodotti dell’industria nazionale all’estero e rappresenta un importante passo per il consolidamento della posizione dell’industria italiana nel mondo”, aveva commentato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il 14 dicembre 2021.

La consegna di questi primi due aeroplani avviene in un anno particolarmente significativo per entrambi i Paesi, infatti il 2021 è l’anno del 60° anniversario delle relazioni italo-kuwaitiane”, dichiarava lo Stato Maggiore della difesa. “L’Eurofighter Typhoon è un velivolo caratterizzato da una gamma ampia di capacità operative, realizzati da Leonardo in base alle specifiche esigenze dell’Aeronautica Militare kuwaitiana. Leonardo con le sue attività realizza circa il 36% del valore dell’intero programma con un ruolo chiave nella componente aeronautica e in quella dell’elettronica di bordo. Inoltre è protagonista del nuovo radar a scansione elettronica AESA che caratterizza gli Eurofighter ordinati dal Kuwait, incrementandone performance e competitività”.

Lo Stato Maggiore riportava anche una dichiarazione rilasciata da Alessandro Profumo, amministratore delegato dell’holding industriale. “Gli Eurofighter che abbiamo realizzato per la Forza Aerea del Kuwait sono i più avanzati mai prodotti nella storia del programma europeo”, spiegava Profumo. “Equipaggeremo il paese con una importante capacità di difesa aerea e, in sinergia con l’Aeronautica Militare, abbiamo addestrato i loro piloti nei nostri centri di formazione in Italia realizzando infrastrutture all’avanguardia in Kuwait per ospitare e manutenere una flotta di 28 velivoli. La milestone che celebriamo oggi è il risultato di una proficua collaborazione tra i due paesi che ha visto lavorare in maniera sinergica Istituzioni, Forze Armate e Industria”.

La cerimonia di consegna dei primi due cacciabombardieri si è svolta a Torino-Caselle il 9 dicembre 2021, alla presenza dell’ambasciatore kuwaitiano Sheikh Azzam Al-Sabah, del vicecomandante delle forze aeree Bandar Al-Mezyen, del direttore della divisione aerei di Leonardo Marco Zoff, e del presidente del Cda del consorzio Eurofighter, Herman Claesen.

Il trasferimento in Kuwait è stato reso possibile grazie al supporto dell’Aeronautica che ha garantito il rifornimento in volo dei velivoli con due tanker KC-767 del 14° Stormo di Pratica di Mare e la scorta aerea con due Eurofighter del 4° Stormo di Grosseto.

“Sono diversi i programmi di cooperazione internazionale già avviati con il Kuwait rivolti in particolare al settore della formazione del personale presso le strutture dell’Aeronautica”, aggiungeva lo Stato Maggiore della difesa. “In particolare l’addestramento di allievi piloti kuwaitiani ed il successivo addestramento avanzato propedeutico alla conversione operativa sul caccia Eurofighter avviene presso il 4° Stormo di Grosseto. Inoltre, alcuni istruttori dell’Aeronautica Militare insieme ai piloti collaudatori di Leonardo, supporteranno l’addestramento iniziale dei piloti della Kuwait Air Force presso la base di Al Salem”.

Questa la benevola narrazione della Difesa ma, in verità, la vicenda della commessa dei cacciabombardieri ha presentato zone d’ombre sin dalle origini. La notizia della vendita al Kuwait dei 28 velivoli fu data l’11 settembre 2015 dal consorzio Eurofighter GmbH, ma il contratto fu firmato solo il 5 aprile 2016 dal vice premier e ministro della Difesa, Sheikh Khaled Al-Jarrah al-Sabah e dall’allora amministratore delegato di Leonardo, Mauro Moretti, alla presenza della ministra della Difesa, Roberta Pinotti (Pd).

Il contratto prevedeva la fornitura di 22 velivoli monoposto e 6 biposto, più relative attività logistiche, di manutenzione e addestramento degli equipaggi e del personale a terra, per un valore complessivo di 9,062 miliardi di dollari. La consegna dei caccia era prevista a partire dalla fine del 2019 per completarsi entro il 2022, dopo la conclusione dei lavori di realizzazione di officine, hangar e di una nuova pista di volo presso lo scalo militare di Ali Al Salem.

Il lungo periodo trascorso tra l’annuncio dell’accordo e la firma del contratto fu tormentato dal timore che le autorità kuwaitiane volessero recedere dall’acquisto dei caccia. Indiscrezioni stampa riferirono che a Kuwait City alcuni parlamentari avessero ritenuto troppo cari i caccia di Eurofighter. Che qualcosa non andasse per il verso giusto lo si capì quando fu fatta saltare all’ultimo momento la firma del contratto in occasione della visita ufficiale nell’emirato della ministra Pinotti, il 31 gennaio 2021. Una settimana dopo Leonardo S.p.A. ammise pubblicamente il ritardo nella stipula degli accordi e solo il 1° marzo l’Assemblea nazionale kuwaitiana si pronunciò a favore della commessa.

Secondo Defencenews.com, il congelamento del contratto fu imposto dallo State Audit Bureau, ente simile alla Corte dei Conti, nell’attesa che Leonardo e  il consorzio europeo Eurofighter fornissero una descrizione dettagliata dei costi relativi al supporto tecnico, all’addestramento, ai pezzi di ricambio e alla realizzazione delle infrastrutture destinate alla nuova flotta dei velivoli.

Le motivazioni del lungo stop furono confermate il 4 febbraio 2016Defencenews.com dal Preside della facoltà di Scienze politiche della Kuwait University, Mubarak Al-Abdullah. “L’accordo è stato sospeso dallo State Audit Bureau e ci sono perplessità tra i parlamentari per l’alto costo dei velivoli e perché non sembrano rispondere alle esigenze manifestate dall’Aeronautica militare”, dichiarava il docente. “L’Eurofighter è stato preferito ai caccia statunitensi F/A-18 Super Hornet, ma ci sono ancora ufficiali della forza aerea che preferiscono questi ultimi”.

Adesso l’autorità giudiziaria kuwaitiana vuol fare luce sulle reali ragioni per cui prevalse alla fine la scelta dei caccia di produzione europea nonostante il loro altissimo costo.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nigeria, l’inferno da dove vengono gli schiavi venduti all’asta in Libia

Iran, Russia e Cina: esercitazioni navali congiunte nell’Oceano Indiano

Africa ExPress
Dubai, 26 gennaio 2022

Da quando l’intransigente presidente iraniano Ebrahim Raisi è entrato in carica lo scorso giugno, ha consolidato i legami con Cina e Russia.

Il 17 settembre Teheran è entrata a far parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Organizzazione di sicurezza dell’Asia centrale guidata da Mosca e Pechino).

Esercitazioni navali congiunte: Iran, Russia, Cina

L’organismo intergovernativo è stato fondato il 14 giugno 2001 dai capi di Stato di sei Paesi –  Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan – che, fatta eccezione per l’Uzbekistan, facevano già parte dello Shanghai Five, anche noto come Gruppo di Shangai. Con l’adesione dell’Uzbekistan, il nome è stato cambiato in quello attuale.

Dal 2005 l’Iran era presente nell’organizzazione con lo status di osservatore, solo nel 2021 è stata approvata la sua adesione, fortemente sostenuta da Mosca, come membro permanente.

All’inizio di gennaio il ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian si è recato in Cina mentre il presidente iraniano Raisi ha incontrato il suo omologo russo a Mosca per rafforzare i legami con Putin. Già lo scorso luglio, all’annuale parata della Giornata della Marina russa di San Pietroburgo, era presente anche una nave militare iraniana.

A sinistra, il presidente russo, Vladimir Putin con il suo omologo iraniano, Ebrahim Raisi

In qualità di osservatore, dal 2019 l’Iran ha partecipato a due esercitazioni navali congiunte con Cina e Russia. La terza è in corso in questi giorni. Nelle foto fornite venerdì 21 gennaio 2022 dall’esercito di Teheran, si vedono diverse imbarcazioni da guerra iraniane nell’Oceano Indiano insieme a flotte militari russe e cinesi.

La TV di Stato iraniana ha riferito che 11 delle sue navi sono state raggiunte da tre imbarcazioni russe, tra cui un cacciatorpediniere, e due diversi natanti della marina militare cinese. Anche la Guardia Rivoluzionaria iraniana sta partecipando all’esercitazione, denominata 2022 Marine Security Belt.

Le manovre militari coprono un’area molto estesa di circa 6.500 miglia quadrate (circa 17.000 chilometri quadrati) nel nord dell’Oceano Indiano, ed includono simulazioni di combattimenti notturni (come tiro bersagli aerei), simulazioni di salvataggio di una nave in fiamme e varie operazioni militari finalizzate alla liberazione di una nave dirottata.

E’ una tre giorni di esercitazioni tattiche ad alto livello che mira a rafforzare in mare la presenza iraniana, e, come specificato in una nota, è volta a: “rafforzare la sicurezza nella regione ampliando la cooperazione multilaterale tra i tre Paesi per sostenere congiuntamente la pace mondiale”.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Guantanamo: l’inutile e più costoso carcere di massima sicurezza al mondo

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
27 gennaio 2022

“Guantanamo Bay, 20 anni di ingiustizie e violenze”. Così Amnesty International intitola il comunicato per ricordare il “compleanno” del carcere, realizzato per ottenere informazioni a scapito dei diritti umani. Il luogo di detenzione è, infatti, uno dei frutti avvelenati della guerra globale al terrore.

“In tutto il mondo, Guantánamo rimane uno dei simboli più duraturi dell’ingiustizia, – afferma Human Right Watch – degli abusi e del disprezzo per lo stato di diritto che gli Stati Uniti hanno scatenato in risposta agli attacchi dell’11 settembre.”

Prigione Guantanamo Bay

L’ 11 gennaio del 2002 arrivarono, infatti, i primi due detenuti: il tunisino Ridah bin Saleh al Yazidi e lo yemenita Ali Hamza Ahmad Suliman al-Bahlul. “Trasferimenti segreti, interrogatori in regime di isolamento, alimentazione forzata durante gli scioperi della fame – afferma Amnesty – torture, sparizioni forzate, totale diniego del diritto a un giusto processo. Questo è quello che perpetuano da 20 anni le autorità degli Stati Uniti.”

Le organizzazioni internazionali e non governative hanno denunciato ripetutamente la drammatica situazione, accusando gli Stati Uniti di sevizie e di altri trattamenti inumani e degradanti in violazione del diritto internazionale. La risposta a tutti questi appelli? Il più assordante dei silenzi.

Durante questi due decenni sono transitati a Guantanamo 780 prigionieri e ne sono stati rilasciati oltre 700, provenienti da 59 Paesi e attualmente ne restano 39. L’estate scorsa è stato trasferito un detenuto marocchino, il quale avrebbe dovuto lasciare la prigione militare nel 2016, ma ha dovuto trascorrere un altro lustro dietro le sbarre, pur non essendoci accuse a suo carico.

Tutti i detenuti hanno trascorso nella famigerata prigione più di 12 anni, ma qualcuno è rimasto anche quasi venti anni.

I detenuti provengono per lo più da Paesi arabi ed africani (Yemen, Arabia Saudita, Algeria, Tunisia, Pakistan, Malaysia, Afghanistan, Libia, Kenya e Indonesia) e sono stati presi arrestati in dieci Paesi: Afghanistan, Egitto, Georgia, Gibuti, Iran, Kenya, Pakistan, Thailandia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.

Almeno 24 di loro, prima di arrivare a Guantanamo, sono stati sottoposti a sparizioni forzate e detenuti in luoghi segreti, per un periodo variabile, da uno a sei mesi o anche oltre, ad opera della CIA. E’ eclatante il caso di Abu Zubaydah (Zayn al Abidin Muhammad Husayn), un palestinese che si trova a Guantanamo da 19 anni, detenuto a tutt’oggi in base alla legge di guerra e ha trascorso oltre 1.600 giorni, cioè quasi 5 anni della sua prigionia in località segrete!

La sua storia, comprende una lunga lista di sevizie, è emblematica: prima di arrivare a Guantanamo è stato sottoposto a soffocamento con l’acqua, a nudità prolungata, costretto in posizione stressante, privato di sonno, e cibo, sottoposto ad attacchi psicologici, a reclusione in un box. Le autorità USA hanno dichiarato che il rilascio di questo carcerato avrebbe potuto creare un grave rischio per la sicurezza nazionale.

Anche lo yemenita Ramzi bin al Shibh è stato detenuto in “black site” per circa 1.300 giorni e per una durata di poco inferiore (oltre 1.200 giorni), il pakistano Khalid Shaikh Mohammad e il saudita Mustafa Ahmad al-Hawsawi, rischiano, inoltre, la pena di morte.

Ovviamente si tratta di condotte vietate dal diritto internazionale. L’elenco dei Paesi in cui si trovavano queste prigioni segrete è una notizia classificata. Amnesty ritiene tuttavia che questi luoghi di detenzione si trovino in Afghanistan, Polonia, Romania, Thailandia, Lituania e Marocco.

Il saudita Abd al-Rahim al-Nashiri, considerato la mente dell’attacco alla nave militare USA Cole e di altri attentati marittimi, è stato fatto prigioniero negli Emirati Arabi Uniti e poi detenuto in siti segreti della CIA in diversi Paesi per circa 1.400 giorni prima di essere trasferito a Guantanamo. Anche lui è stato sottoposto a waterbording.

Ma non tutti tacciono davanti a tali crimini. Il 24 luglio 2014, la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) ha stabilito che la Polonia – secondo un articolo della BBC del 24 luglio 2014 – aveva violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, consentendo alla CIA di trattenere e torturare Zubaydah e Abd al-Rahim al Nashiri sul suo territorio nel 2002-2003. Il tribunale ha condannato il governo polacco a pagare a ciascuno degli uomini 100.000 euro di risarcimento.

Il 31 maggio 2018, la CEDU ha stabilito – secondo quanto riferisce la BBC il 31 maggio 2018 – che anche la Romania e la Lituania hanno violato i diritti di Abu Zubaydah e Abd al-Rahim al-Nashiri rispettivamente nel 2003-2005 e nel 2005-2006, e la Lituania e la Romania sono state condannate a pagare 100.000 euro di danni a ognuno.

L’inutilità del carcere, nella punizione dei colpevoli degli attentati dell’11 settembre è anche evidenziata dai dati: solo otto sono stati condannati dalle Commissioni militari, cui spettava il compito di processarli.

Prigione di massima sicurezza USA, Guantanamo Bay

Dei 39 detenuti attuali – afferma Amnesty – 12 sono sotto la giurisdizione del tribunale di guerra delle Commissioni militari: tre sono sotto processo in attesa di verdetto, sette sono in fase processuale, mentre solo due sono stati condannati. Inoltre, 14 detenuti sono in uno stato di detenzione indefinita in base alla legge di guerra, non devono affrontare altri processi, né saranno
rilasciati. Tredici sono incarcerati per motivi di guerra, ma sono stati segnalati per il trasferimento con accordi di sicurezza in un altro Paese o con un Paese terzo.

Secondo The Dark Side di Jane Mayer, Michael Dunlavey, generale in pensione, nonché ex comandante operativo a Guantánamo, stimò che almeno la metà dei prigionieri sia stata trattenuta per errore. Uno studio della Seton Hall University Law School conclude che almeno il 55 per cento dei prigionieri detenuti a Guantanamo non ha mai compiuto atti ostili contro gli Stati Uniti e solo l’8 per cento ha avuto rapporti con al Qaeda.

Questo fallimento dal punto di vista dell’accertamento delle responsabilità degli attentati si accompagna a costi enormi. In base a quanto riportato dal New York Times, per mantenere Guantanamo contribuenti degli States pagano 540 milioni di dollari l’anno, circa 13 milioni per ogni detenuto. Tuttavia tali stime potrebbero essere inferiori, a causa della segretezza dei dati reali.

L’ex presidente Obama cercò di chiudere il carcere, ma senza successo, per le resistenze del Congresso. Urge mettere un punto finale definitivo a Guantanamo e portare i responsabili a processo in un tribunale.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Catastrofica tempesta: decine di morti in Madagascar, Mozambico e Malawi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 26 gennaio 2022

Non è arrivata al livello di ciclone ma Ana, tempesta tropicale, ha seminato morte e distruzione sul Madagascar, Mozambico e Malawi.

Ana nasce il 19 gennaio mattina, a 200 km a nord-est del Madagascar e il 22 gennaio tocca le coste della grande isola africana. Con venti tra 100 e 130 km in 30 ore e pesanti piogge semina 46 morti e alluvioni nel centro-nord del Madagascar.

Quando lo lascia riprende la sua micidiale corsa sul Canale del Mozambico e il 24 gennaio arriva sulle coste centrali e settentrionali del Mozambico. Venti tra 90 e 130 km orari soffiano su ottocento chilometri di costa e Ana entra pesantemente nell’ex colonia portoghese.

La tempesta tropicale, Ana, da un'immagine satellitare (Courtesy https://zoom.earth/)
La tempesta tropicale, Ana, da un’immagine satellitare (Courtesy: Zoom Earth)

Le province più colpite sono la Zambesia, Nampula e Niassa. Le violente perturbazioni scaricano 250mm di pioggia in poche ore e si contano almeno 11 morti. Fino ad ora sono state evacuate circa 25 mila persone, corrispondono a oltre 5.500 famiglie.

Nella provincia di Nampula la tempesta tropicale ha distrutto completamente oltre 1.200 edifici e ne ha danneggiati più di 4.300. Tra le strutture colpite ci sono oltre due dozzine di scuole.

La folle corsa di Ana ha toccato anche il Malawi meridionale causando almeno 11 morti ma non si conosce ancora l’entità dei danni. Le previsioni meteo dicono che Ana concluderà la sua corsa distruttiva il 27 gennaio.

Nel marzo 2019 il ciclone tropicale Idai aveva fatto lo stesso percorso ma con la sua forza distruttiva aveva causato oltre un migliaio di morti. Oltre al Madagascar erano stati colpiti Mozambico, Malawi e Zimbabwe.

(ultimo aggiornamento 29 gennaio 2022 alle 17.05)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Mozambico, Zimbabwe e Malawi: oltre mille i morti per il ciclone Idai

Sul Mozambico ancora un ciclone devastante: dopo Idai arriva Kenneth

Mozambico: Sara, la bambina nata su un albero a causa del ciclone Idai

Colera in Mozambico, il primo morto e migliaia di contagi dopo ciclone Idai

Allagamenti nelle aree colpite dal ciclone Idai: scoppia il colera

Yemen: gli americani bloccano cargo iraniano pieno di armi destinate agli huthi

Africa ExPress
25 gennaio 2022

Domenica scorsa la marina degli Stati Uniti ha fermato una nave iraniana che trasportava 40 tonnellate di fertilizzante (comunemente utilizzato per produrre esplosivi) mentre viaggiava dall’Iran lungo una rotta storicamente utilizzata per contrabbandare armi ai ribelli huthi dello Yemen.

Un cacciatorpediniere missilistico della 5a flotta statunitense con sede in Bahrain aveva intercettato il natante già diversi giorni fa, in acque internazionali nel Golfo di Oman.

La Marina degli Stati Uniti blocca nave iraniana

Domenica, finalmente, i marines hanno imposto l’alt alla nave iraniana, perquisendola da cima a fondo. Dopo la scoperta dell’ingente quantitativo di esplosivo, gli statunitensi hanno consegnato il natante ed il suo equipaggio alla guardia costiera dello Yemen.

L’anno scorso la stessa unità iraniana era stata intercettata dalla marina degli Stati Uniti e allora furono sequestrate migliaia di armi (un ingente quantitativo di fucili d’assalto AK47, decine lancia-granate e razzi, pistole ed altri armamenti).Nessuna descrizione alternativa per questa immagine

Le forze statunitensi hanno confiscato 40 tonnellate di fertilizzante a base di urea (circa 36.300 chili), un micidiale composto chimico che ha applicazioni agricole ma è tristemente noto anche per essere usato come precursore esplosivo.

Il sequestro arriva in un momento di alta tensione nella regione dopo che gli huthi yemeniti  hanno colpito il cuore di Abu Dhabi con droni e missili. A tutta risposta la coalizione araba ha lanciato nuovi raid aerei sullo Yemen, uccidendo 85 civili, tra questi anche molti migranti, detenuti in una prigione, gestita dai ribelli.

Il conflitto interno è iniziato nel 2015 e vede contrapposte due fazioni: da un lato gli houti, un movimento religioso e politico sciita, che aveva appoggiato l’ex presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ, ucciso nel dicembre 2018, dall’altro le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dai ribelli con un colpo di Stato nel gennaio 2015. La coalizione saudita è entrata nel conflitto nel marzo 2015 a sostegno di Hadi, che a tutt’oggi è riconosciuto dalla comunità internazionale come capo di Stato, mentre gli huthi, anche se non in via ufficiale, godono del sostegno dell’Iran.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Houthi rivendicano attacco all’Arabia Saudita: “I droni erano 10 e con i motori jet”

Coppa d’Africa: Camerun vs Camore, 8 morti e 38 feriti all’entrata dello stadio

Dal Nostro Inviato Speciale e Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi 25 gennaio 2022

Doveva essere una serata di calcio gioiosa quella dì lunedì sera. Il Camerun giocava in casa contro una delle rivelazioni della 33esima edizione della Coppa d’Africa: la nazionale delle Isole Comore, qualificatasi per la prima volta agli ottavi di finale. Il Camerun sperava di farne un solo boccone.

È stata invece una giornata dolorosa per il calcio africano. La partita si è conclusa si’ con la vittoria faticosa della squadra di casa, ma con uno spaventoso bilancio di 8 morti, fra cui due donne e un ragazzo di 14 anni, e 38 feriti, di cui sette in modo grave. Fra questi anche un bebè, ricoverato in fin di vita. Tutti sono stati trasportati in ospedale, ma con difficolta, perché il caos era tale nei dintorni dello stadio, che ha rallentato il traffico delle ambulanze.

8 morti, 38 feriti, all’entrata dello stadio “Paul Biya”, CAN 2021, Camerun

La tragedia è avvenuta all’entrata sud del nuovissimo impianto da 60 mila posti “Paul Biya” (il nome del dittatore che governa il Camerun. ndr)  del quartiere di Olembè, a circa 13 km dalla capitale Yaoundé.

Già qualche ora prima del match si erano formate code disordinate di tifosi che volevano entrare senza biglietto e senza la certificazione obbligatoria anti-COVID. Secondo alcune fonti di polizia, la massa che premeva sarebbe stata addirittura di migliaia di persone.

A un tratto i servizi di sicurezza non sono più riusciti a tenere sotto controllo la situazione. Molti abusivi si sono infilati nello stadio, ma – secondo una testimonianza raccolta da Africa ExPress – 28 minuti prima che l’arbitro etiope Bamlak Tessema Weyesa fischiasse l’inizio, è stato l’esordio della tragedia.

La calca spaventosa ha schiacciato tanti aspiranti spettatori contro i cancelli, altri sono rimasti intrappolati in mezzo a chi si dava alla fuga precipitosa.

La capienza dello stadio, costruito da un’impresa italiana, inaugurato il 3 settembre scorso, e dedicato all’ottantottenne presidente della Repubblica, era stata ridotta a 50 mila posti in ragione della pandemia.

E proprio il capo di Stato ha disposto l’apertura di un’inchiesta “perché sia fatta piena luce sul tragico incidente”. Il governo a sua volta ha lanciato un appello “una volta di più a tutti i camerunesi affinché diano prova di senso di responsabilità, disciplina e al civismo per la completa riuscita di questa grande festa sportiva”.

Anche la CAF, l’organismo organizzatore del grande evento sportivo, pur tardiva nell’esprimersi sull’accaduto, alla fine ha stabilito di aprire un’inchiesta e ha disposto la chiusura dello stadio.

Nel frattempo sono esplose le polemiche. Secondo molti commentatori questa tragedia si poteva evitare. Una conferma illuminante e agghiacciante allo stesso tempo viene dalla dichiarazione di uno steward dello stadio, rilasciata al giornalista Boris Bertolt -noto scrittore e giornalista di opposizione, critico verso la stampa ufficiale – del sito Camerounweb.com: “Quello che abbiamo vissuto è frutto della cattiva gestione degli uomini. A cominciare dai miei colleghi, che per denaro fanno entrare chi è senza biglietto. D’altra parte noi siamo mal pagati, senza orari, senza cibo e senza acqua…”.

“E non parliamo della forze di sicurezza, su cui ricade la maggiore responsabilità – ha continuato lo steward -. Erano sottodimensionate per affrontare 56 mila spettatori, quanti ne erano previsti. Nella zona S, dove è avvenuta la tragedia, il controllo col metaldetector è stato troppo lento, estremamente lento. Senza contare che gendarmi e poliziotti fanno entrare loro amici e questo aumenta il disordine. Nel caos, un mio collega ha rischiato di perdere un braccio”.

E poi il fatto più grave: “Il ritardo nell’apertura dei cancelli, avvenuta solo alle 17, mentre fuori c’erano tifosi già da mezzogiorno. E 28 minuti prima del via, mentre le squadre effettuavano il riscaldamento, è stato l’inferno”.

Tornando a parlare di calcio, ammesso che si possa dopo una evento così nefasto, le Isole Comore lasciano il torneo dopo una onorevolissima sconfitta per 1-2. Oltretutto la matricola dell’Oceano indiano era scesa in campo senza un portiere, vittima del COVID (fra i pali aveva schierato un terzino) ed era rimasta in 10 uomini dopo 5 minuti per l’espulsione del capitano Nadia Abdou.

Va avanti, quindi il Camerun, che avrà come prossimo avversario il Gambia, altra esordiente assoluta. Gli Scorpioni di Banjul procedono ai quarti di finale dopo aver sconfitto, nella stessa maledetta serata di lunedì, allo stadio di Bafoussam, la Guinea 1-0. Grazie al goal dell’italiano del Bologna Musa Barrow.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Camerun: Coppa delle Nazioni Africane, palloni e pallottole, goal e sparatorie.

In Burkina Faso golpe dei militari che accusano: “Il presidente è incapace contro i terroristi”

Africa ExPress
24 gennaio 2022

Roch Marc Christian Kaboré non è più il capo di Stato del Burkina Faso. Lo hanno comunicato i militari questa sera nella TV di Stato.

Un ufficiale ha letto un comunicato del tenete colonnello, Paul-Henri Sandaogo Damiba, presidente del Mouvement Patriotique pour la Sauvegarde et la Restauration (MPSR).

Paul-Henri Sandaogo Damiba, l’uomo forte del Burkina Faso

L’uomo forte del Burkina Faso, Sandaogo Damiba, è un ufficiale di fanteria dell’esercito burkinabé, che si è diplomato a Parigi. E’ anche autore di un saggio sul terrorismo, pubblicato lo scorso giugno. Il 3 dicembre 2021 Kaboré stesso lo ha nominato comandante della terza regione militare, responsabile delle misure antiterrorismo nella parte orientale del Burkina Faso e della sicurezza della capitale Ouagadougou.

Nell’annuncio viene sottolineato che il potere è nelle mani dei militari. E, come è prassi durante un putsch, è stato proclamato lo scioglimento del governo, dell’Assemblea Nazionale e la sospensione della Costituzione, la chiusura delle frontiere a partire dalla mezzanotte di oggi, nonché un coprifuoco, esteso su tutto il territorio nazionale dalle 21.00 alle 05.00. Infine è stato specificato che il MPSR s’impegnerà per restaurare l’ordine costituzionale in tempi ragionevoli.

Il golpe era nell’aria dalle prime ore di questa mattina, dopo l’ammutinamento di gruppi militari in diverse caserme della capitale Ouagadougou e in provincia, per l’impotenza e l’incapacità del governo di arginare i continui attacchi terroristici che insanguinano il Paese dal 2015. Fino ad oggi hanno causato la morte di oltre 2.000 persone, più di 1,5 milioni hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa delle violenze.

Nel pomeriggio il partito del presidente, Mouvement du Peuple pour le Progrès (MPP), ha denunciato un fallito tentativo di assassinare Kaboré e un ministro del suo gabinetto, senza specificarne il nome. MPP ha anche denunciato il saccheggio della residenza privata dell’ex presidente.

Qualche ora fa è stato postato un link sull’account twitter di Kaboré, impossibile verificare se sia stato scritto di suo pugno. “La nostra nazione sta attraversando tempi difficili. In questo momento dobbiamo salvaguardare le nostre conquiste democratiche. Nell’interesse della nazione, invito coloro che hanno preso le armi a deporle. È attraverso il dialogo e l’ascolto che dobbiamo risolvere le nostre divergenze. RK”

Immediate le reazioni della comunità internazionale: Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto agli autori del golpe di deporre immediatamente le armi e di tutelare l’incolumità fisica di Kaboré.

Messaggi simili sono giunti anche da Josep Borrell, Alto Commissario dell’Unione Europea per la Politica Estera, gli Stati Uniti, nonché dalla CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale).

Domenica scorsa, alcuni soldati sono usciti all’esterno del campo militare Sangoulé-Lamizana, esprimendo la loro rabbia nei confronti del governo, dell’incapacità del capo dello Stato di far fronte all’emergenza terrorismo, sempre più devastante e violento in questi ultimo mesi.

Durante la notte tra domenica e lunedì è stato bloccato l’accesso a Facebook e internet. E, secondo le informazioni  di Le Monde, autorevole quotidiano francese, nelle prime ore del mattino si sarebbero svolti colloqui e negoziati tra le autorità di Ouagadougou e i dissidenti, che avrebbero sottoposto all’attenzione del la presidenza  rivendicazioni essenziali, come la sostituzione del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, dell’Esercito e del Direttore Generale dell’Agenzia Nazionale d’Intelligence, risorse adeguate alla lotta contro i gruppi armati, rinforzi delle truppe e formazione permanente sul campo delle unità.

Un centinaio di giovani si sono puoi radunati davanti al campo militare, per esprimere il loro supporto e sostegno ai soldati. Molti hanno urlato: “Il potere ai militari”, “Vogliamo un regime di transizione come in Mali, via i francesi dal Sahel”.

Altri gruppi di persone hanno cercato di raggiungere “Place de La Nation” a Qugadougou, ma la polizia in tenuta antisommossa li ha dispersi con gas lacrimogeni.

Nel pomeriggio alcuni supporter dei militari hanno incendiato il pianoterra della sede del partito al potere (MPP), mentre due corrispondenti di testate internazionali sono stati fermati dai soldati davanti al campo Sangoulé-Lamizana, le loro moto e fotocamere sono state sequestrate. Fortunatamente i due sono poi stati rilasciati 30 minuti più tardi.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Travolto dal terrorismo senza tregua il governo del Burkina Faso si dimette

Travolto dal terrorismo senza tregua il governo del Burkina Faso si dimette

 

Burkina Faso: presidente in mano ai militari, golpe in atto

Africa ExPress
24 gennaio 2022

In base a quanto affermano alcuni alti funzionari, il presidente del Burkina Faso, Roch Marc Christian Kabore, si trova in mano ai militari, detenuto in una base militare, dopo gli ammutinamenti scoppiati ieri in diverse caserme di Ouagadougou e in alcune città di provincia.

Il presidente del Burkina Faso, Roch Marc Christian Kabore, arrestato dai militari

Durante notte scorsa a Ouagadougou, la capitale della ex colonia francese, il cielo è stato solcato da un continuo andirivieni di elicotteri e in città si sono sentiti spari, alcuni di armi pesanti .

Questa mattina diverse macchine blindate, crivellate di pallottole, erano parcheggiate davanti al palazzo presidenziale, una delle vetture era sporca di sangue. Attualmente tre veicoli blindati e soldati con passamontagna sono appostati  davanti alla sede dell’emittente statale.

La rappresentanza diplomatica di Parigi accreditata a Ouagadougou, ha diramato un comunicato ai propri concittadini presenti sul territorio burkinabé, chiedendo loro di non uscire di casa e ha informato che le scuole francesi restano chiuse oggi e domani per motivi di sicurezza. Ha inoltre precisato che i voli di Air France, programmati per questa sera, sono stati cancellati.

I disordini odierni in Burkina Faso seguono quelli di Mali, Guinea e Sudan, nonché Ciad, dove il figlio del dittatore Idriss Deby, anche lui militare, ha preso in mano le redini del Paese dopo la morte del padre.

Già ieri la CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha rilasciato un comunicato, precisando di essere preoccupata per quanto accade nel Paese e ha lanciato un appello al dialogo tra le parti coinvolte.

I militari sono furenti con il governo, accusato di non aver trovato una soluzione ai continui attacchi terroristi che scuotono il Paese dal 2015. Finora hanno causato la morte di oltre 2.000 persone e costretto più di 1,5 milioni di lasciare le proprie abitazioni.

La capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, disordini e manifestazioni contro il governo che non riesce a affrontare l’ondata di terrorismo che sconvolge il Paese dal 2015

Il gruppo che sta guidando il tentativo di colpo di Stato ancora in atto, affermano che il governo non è riuscito a sostenere i militari durante tutti gli ultimi anni di conflitto nei confronti dei jihadisti e dei miliziani dello stato islamico.

Domenica mattina, alcune decine di soldati, con il kalashnikov in mano, sono usciti dalle loro caserme, sparando in aria, bloccando l’accesso al campo Sangoulé-Lamizana, dove è detenuto Gilbert Diendéré, ex capo di Stato maggiore dell’ex presidente Blaise Compaoré. Diendéré deve scontare una condanna di 20 anni per tentato golpe. Pesanti spari sono stati uditi anche al campo General-Baba-Sy e alla base aerea di Ouagadougou, così come in una caserma nella città di Kaya, nel Burkina Faso centro-settentrionale.

Poco fa un militare, in prima linea nella lotta contro i terroristi, ha detto: “Non ce la facciamo più, il presidente non può governare il Paese, i nostri compagni muoiono ogni giorno al fronte. Ha poi aggiunto: “Gli abbiamo dato molte possibilità, ma ora basta, chiediamo con fermezza che lasci la presidenza della nazione”.

Le notizie che giungono dal Burkina Faso sono frammentarie, come succede sempre nei casi di grande emergenza politica.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

NOTIZIA IN AGGIORNAMENTO

Pagato il riscatto, Rossella Urru è libera ma ancora nella capitale degli islamici

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Travolto dal terrorismo senza tregua il governo del Burkina Faso si dimette

Congo-K: Stato di emergenza in Ituri, ma comanda una milizia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 gennaio 2022

La circoscrizione di Walendu Bindi, nella provincia di Ituri, nell’nord-est della Repubblica Democratica del Congo è sotto controllo del gruppo  FRPI (Force de Résistance Patriotique de l’Ituri) e ha sostituito di fatto lo Stato e le forze armate, dopo il loro fallito tentativo di disarmare il gruppo alla fine del 2020.

Eppure nel febbraio 2020 i leader di FRPI avevano siglato un accordo con il governo di Kinshasa, ma come spesso accade, il processo di pace tarda a essere messo in pratica. Allora le autorità locali lamentavano problemi tecnici per la sua messa in opera, mentre la popolazione temeva nuove insurrezioni, malgrado i ribelli  (1.125 miliziani e altri simpatizzanti) si fossero ritirati in un accampamento da oltre un anno.

Congo-K, Ituri

A causa di provocazioni reciproche tra lo Stato e il gruppo, l’accordo è saltato e a fine 2020 i miliziani sono usciti dal confinamento, hanno ripreso le posizioni sulle principale vie d’accesso per Walendu Bindi e nei villaggi. Controllano tutti movimenti e si vantano di poter impedire in questo modo l’espansione di ADF, Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

In una pianura totalmente disboscata, nella parte meridionale di Walendu Bindi, alcuni miliziani sono sempre di guardia, con le armi imbracciate sulle spalle.

“Abbiamo occupato questa postazione lo scorso giugno per impedire a ADF e i loro amici di entrare nel nostro baluardo per attaccare la popolazione”, ha detto un leader del gruppo, Jean-Robert Kufa Mbafele .

Il FRPI è una milizia che conta oltre mille uomini, creata alla fine degli anni novanta con lo scopo di contrastare l’esercito ugandese che stava invadendo l’Ituri.

Congo-K, Ituri, miliziani FRPI

E verso la fine del 2020, migliaia di sfollati sono arrivati in diverse ondate in questa comunità, cercando la protezione dei miliziani di FRPI. Sono fuggiti dai massacri perpetrati  da ADF e dai loro alleati delle comunità hutu  nelle vicine circoscrizioni di Boga e Tchabi.

Eppure, nelle province Nord-Kivu e Ituri, nell’est dell’ex colonia belga, a fine aprile il governo centrale ha imposto lo stato d’emergenza. Da allora i governatori, nonché tutti gli amministratori locali eletti sono stati rimossi e sostituiti momentaneamente da quadri militari. Secondo un rapporto del Kivu Security Barometer, nonostante le misure eccezionali, l’esercito non è stato in grado di impedire il massacro di centinaia di civili.

E dalla fine di novembre nel Congo-K sono presenti anche militari ugandesi. Il presidente congolese, Felix Tshisekedi, ha autorizzato l’esercito di Kampala ad entrare nel Paese per dare la caccia ai miliziani di ADF, responsabili di gravissimi attentati. Il gruppo terrorista recentemente ha ripreso le sue attività anche in Uganda, come è stato riportato da Africa ExPress.

ADF, malgrado i loro attacchi e le violenze contro la popolazione, in alcune aree ha ancora molta influenza sui residenti. Secondo un rapporto di MONUSCO – la Missione di pace dell’ONU nel Congo-K –  i ribelli continuano a reclutare giovani. Vicino a Tchabi, i terroristi avrebbero adescato tra 30-40 giovani, per lo più minorenni, pagando alle famiglie 300 dollari per ciascuna recluta.

Tra novembre e dicembre l’esercito ugandese ha bombardato ripetutamente l’area attorno a Tchabi, ritenuta la roccaforte di ADF. Eppure fino ad oggi nessun soldato si è recato sul posto per verificare l’esito dei raid aerei.

La popolazione considera da tempo FRPI come un male minore. Il gruppo non viene combattuto dall’esercito, convive con le autorità, sopraffatta dagli eventi.

I poliziotti stessi non hanno nessun problema con questi combattenti. Capita che diano persino passaggi in moto ai miliziani, come ha fatto qualche giorno fa Malumba, un comandante di polizia del luogo. Rientrando a casa, sulla pista che porta a Bunia, il capoluogo di Ituri, ha incontrato un giovane che indossava un gilet antiproiettile. Si è fermato, ha fatto accomodare il combattente sul sedile posteriore della sua moto cinese, e lo ha accompagnato fino al feudo di FRPI. Una volta sceso, il ragazzo ha ringraziato il poliziotto, poi ognuno ha proseguito per la propria strada.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Muore prigioniera in Somalia la turista francese rapita dagli shebab in Kenya