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Yemen: sanguinosa rappresaglia degli Emirati, colpito anche centro per migranti

Africa ExPress
23 gennaio 2022

La rappresaglia della coalizione, guidata dall’Arabaia Saudita, che bombarda in continuazione le zone controllate dagli huthi in Yemen, è stata quasi immediata, dopo la rivendicazione dei ribelli dell’attacco missilistico con droni sul porto e aeroporto di Abu Dhabi.

Bombardamenti della coalizione saudita, uccisi una settantina di migranti in un centro di detenzione

Il consigliere presidenziale degli EAU, Anwar Gargas, ha giustificato la sanguinosa vendetta della coalizione araba con un’articolata serie di argomentazioni: “Gli Emirati hanno il diritto legale e morale di difendersi. Stiamo effettuando intensi raid aerei di precisione sulle città yemenite di Sadaa e Hodeidah, per distruggere le capacità militari dei ribelli”.

Come al solito, ne hanno fatto le spese deboli ed indifesi. Cadaveri e macerie a perdita d’occhio tra i civili, più di 85 morti e 280 feriti nei centri abitati, sono stati distrutti “tre importanti avamposti militari” degli huthi: un campo di calcio (carbonizzati tre bambini che giocavano nel campetto), una prigione (gestita dai ribelli  dello yemeniti) e il palazzo di TeleYemen raso al suolo (la Telecom yemenita), colpendo così di nuovo la popolazione già ridotta allo stremo da 7 anni di guerra. Secondo UNICEF, dall’inizio dell’anno sono stati uccisi 17 minori.

Le immagini satellitari hanno rivelato anche scene raccapriccianti della struttura carceraria bombardata, e anche i filmati degli huthi hanno mostrato i soccorritori che scavano a mani nude per recuperare cadaveri maciullati e disposti poi in pile (più di 70 i corpi sepolti sotto le macerie). La coalizione araba ha negato qualsiasi responsabilità di questo raid aereo.

In una dichiarazione congiunta, ben otto agenzie umanitarie operanti in Yemen, hanno affermato che la prigione di Saada era utilizzata come centro di detenzione per migranti (la maggioranza delle vittime): “Siamo inorriditi dalla notizia che più di 70 persone, tra migranti, donne e bambini, sono stati massacrati nel palese disprezzo dei più elementari diritti umani”.

Da marzo 2015 sono quasi 380 mila le vittime della guerra in Yemen e il massacro continua, sotto gli occhi attenti (ma quasi indifferenti) del mondo intero, del tutto incapace di trovare soluzioni per la più grande crisi umanitaria del mondo. Attacchi militari diretti contro popolazioni e infrastrutture civili sono vietati dal diritto internazionale, ma questo, il principe degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ed il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman, forse lo ignorano.

Africa ExPress
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Houthi rivendicano attacco all’Arabia Saudita: “I droni erano 10 e con i motori jet”

Coppa d’Africa 2021: a sorpresa in pole position due principianti Gambia e Comore

Dal Nostro Inviato Speciale
Costantino Muscau
Nairobi, 22 gennaio 2022

Mercoledì, 19 gennaio. Stadio dell’Indipendenza di Bakau, a Banjul, capitale del Gambia. Adama Barrow, 56 anni, Corano in mano, presta giuramento per la seconda volta come presidente della Repubblica.

Giovedì, 20 gennaio. Stadio di Limbe, in Camerun. Musa Barrow, 23 anni, giocatore gambiano del Bologna, con un preciso cross in area libera al tiro il compagno Ablie Jallow, che fa goal.

Camerun: Coppa delle Nazioni Africane 2021

La Tunisia è sconfitta e gli Scorpioni del Gambia completano il passaggio epocale agli ottavi di finale nella 33esima edizione della Coppa d’Africa. Un grande regalo al neopresidente (tifosissimo dell’Arsenal). Ora è al suo secondo mandato; è stato eletto per la prima volta a furor di popolo nel dicembre 2017, che ha portato alla cacciata del dittatore perdente alle elezioni, Yahya Jammeh.

Venerdì, 21 gennaio. La nazionale delle Isole Comore, all’esordio assoluto nel torneo continentale, si qualifica agli ottavi di finale. È riuscita a entrare nel tabellone dei ripescaggi delle migliori terze classificate grazie alla vittoria sul più forte Ghana e ai concomitanti risultati delle avversarie.

Un’impresa storica per i cosiddetti Celacanti, (pesce preistorico in via di estinzione). Le matricole hanno fatto bang. I due nani geografici africani, Gambia e Isole Comore, hanno compiuto un passo da gigante.

Erano praticamente sconosciuti a livello calcistico mondiale, con zero partecipazioni ai tornei internazionali. Ed ecco, all’improvviso emergono imperiose in Camerun nella 33esima edizione della Coppa d’Africa.

Le due nazionali di altrettanti giovani Paesi, geograficamente agli opposti nel Continente nero, una a ovest, l’altra a est, si ritrovano unite nel taglio di un traguardo enorme e quasi inimmaginabile. E, per certi aspetti anche dalla storia.

Can 2021, Camerun, la nazionale delle Comore

Fino agli anni ‘70 lo staterello insulare, che secondo le ultime, ma vecchie statistiche, non arriva a 800 mila abitanti, non era ancora indipendente. Il distacco dalla Francia è avvenuto solo nel 1975. La rappresentativa del pallone nelle ultime sei edizioni non era riuscita neppure a qualificarsi. Ora non solo c’è l’ha fatta, ma vola alla seconda fase, dove “si parrà la sua nobilitate”.

Lunedì 24 gennaio, infatti, questa rappresentativa calcistica di “Pellegrini” incontra nientemeno che i padroni di casa del Camerun. Pellegrini senza accezione offensiva, ma nel senso letterale del termine: i Celacanti sono giocatori che militano nelle serie minori dei campionati europei, soprattutto in quello francese. Non a caso i festeggiamenti più calorosi – a parte quelli di Moroni, la capitale, per il passaggio di turno sono esplosi a Marsiglia, dove vive la maggioranza degli isolani immigrati e dove è nato, nel 1972, il commissario tecnico Amir Abdou.

Quello che sta portando le Isole Comore a vivere una bella favola (non solo calcistica). La stessa favola del Gambia, diventato indipendente appena 10 anni prima delle Isole della luna.

La nazionale non ha mai preso parte alla fase finale della Coppa del Mondo. Le uniche presenze le vanta in competizioni “locali”, tipo quella che vede coinvolte solo le squadre dell’Africa occidentale. Nella formazione attuale eccellono due “italiani”: il già citato Barrow e Omar Colley,29 anni, della Sampdoria.

Adama Barrow, presidente del Gambia al secondo mandato

Anche per gli Scorpioni la prova del fuoco è lunedì 24 gennaio: contro la Guinea, o vincono o tornano a Banjul.

Proprio con il passaggio del turno delle Comore, Guinea Equatoriale e Tunisia si è quindi chiuso definitivamente il quadro delle 16 nazionali qualificate agli ottavi della 33esima edizione della Coppa d’Africa. Fra esse brillano alcuni “illustrissimi” assenti: Ghana e soprattutto Algeria. La Nazionale nordafricana era campione in carica e arrivava all’appuntamento in Camerun con una serie di risultati utili che durava da 34 partite consecutive. Contro la Sierra Leone (0-0) aveva toccato quota 35 e puntava al record dell’Italia (37).

Tra i favoriti, almeno per l’accesso alle semifinale gli esperti indicano Camerun e Senegal, anche se in realtà gli occhi sono puntati sui due big match: Nigeria-Tunisia (domenica 23 gennaio) e Costa d’Avorio-Egitto (26 gennaio). In altri tre casi un posto ai quarti andrà a quelle squadre viste come outsider: le vincenti di Burkina Faso-Gabon (domenica 23), Senegal-Capo Verde(25 gennaio),Guinea Equatoriale-Mali (26 gennaio).

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Camerun: via al dialogo con la mediazione svizzera per sventare la guerra civile

Camerun: Coppa delle Nazioni Africane, palloni e pallottole, goal e sparatorie.

Camerun: via al dialogo con la mediazione svizzera per sventare la guerra civile

Liberia: raduno di preghiera si trasforma in un inferno, 29 morti, molti feriti e dispersi

Africa ExPress
21 gennaio 2022

Almeno 29 persone sono morte durante un fuggi fuggi generale in occasione di un raduno religioso che si è tenuto in un campo di calcio, situato in un quartiere periferico di Monrowia, capitale della Liberia. Il numero dei morti potrebbe aumentare, in quanto molte altre persone sono state ricoverate in uno stato estremamente critico, inoltre un numero imprecisato di fedeli risulta ancora disperso.

All’incontro di preghiera, tenuto dal pastore Abraham Kromah, un predicatore molto conosciuto nel Paese, hanno partecipato centinaia e centinaia di fedeli. E, secondo quanto hanno riportato testimoni oculari, verso la fine dell’evento, ad un tratto si è sentito un rumore assordante.

Liberia, morti durante un raduno religioso

In base a quanto hanno riportato i giornali locali, sembra che alcuni malviventi avrebbero aggredito i fedeli, che, presi dal panico, avrebbero innescato la fuga in massa dei partecipanti all’evento. Tra i morti, schiacciati dalla folla, ci sarebbero 11 bambini.

L’attacco, perpetrato da una banda di giovanissimi disagiati, chiamati “zogos, armati di coltelli, machete e altre armi, è iniziato verso le 21.00, quando il raduno volgeva ormai al termine. I fedeli, per fuggire alla gang, hanno cercato di raggiungere al più presto l’uscita dello stadio, ma nella confusione generale molti sono caduti e sono stati calpestati dalla folla in panico.

Lo scorso novembre sono morti altri due piccoli e molti adulti sono stati ricoverati in occasione di un raduno di preghiera nel centro del Paese, anche allora per un fuggi fuggi generale, dopo l’arrivo di giovanissimi  criminali.

La Liberia è tra i Paesi più poveri del mondo. Ancora oggi stenta a riprendersi dalle terribili guerre civili  (1989-2003) che hanno causato la morte di oltre 250 mila persone, per non parlare della terribile epidemia di ebola del 2014-2015, che ha messo ulteriormente in ginocchio la già povera economia locale.

E, in base ai dati della Banca Mondiale, il 44 per cento della popolazione vive con meno di 1,9 dollari al giorno, mentre per quanto concerne l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, la Liberia è in 175esima posizione su 189 Paesi.

Geroge Weah, presidente della Liberia

Gerorge Weah, eletto presidente nel 2018, tenta di sollevare le sorti del suo Paese, ma evidentemente amministrare, non è come giocare a pallone. Nel 1999 Weah fu scelto dall’IFFHS come calciatore africano del secolo.

La storia della Liberia rappresenta un caso unico nel panorama africano. Lo Stato nacque infatti per iniziativa del presidente americano James Monroe, che dal 1822 fece rientrare sulle coste occidentali dell’Africa gruppi di schiavi liberati negli Stati Uniti. Fu fondata la capitale che fu chiamata Monrovia in onore del capo USA. Nel 1847 con il consenso di Washington, fu dichiarata l’indipendenza del Paese. La bandiera con una stella e a strisce bianche e rosse rievoca quella americana.

Africa ExPress
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in Liberia stupri emergenza nazionale, ma in realtà pochi fanno qualcosa

Liberia: spariti nel nulla 83 milioni di euro mentre Weah vara la riforma terriera

In pochi mesi ritrovati 31 cadaveri in un fiume nel nord del Kenya

Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Nairobi, 20 gennaio 2022

Qualche giorno fa sui giornali del Kenya sono apparse notizie inquietanti su cadaveri di uomini ritrovati sul greto del fiume Yala. Il corso d’acqua nasce nelle alture del nord del Paese e si getta dopo circa 300 chilometri di un percorso sinuoso, nel Lago Vittoria.

La località di Yala, bagnata dall’omonimo fiume, è da un po’ di tempo teatro di ritrovamenti di cadaveri di uomini con le mani legate rinchiusi in sacchi, altri, invece, semplicemente gettati nel fiume.

Ritrovamento di cadaveri nel fiume Yaya, Kenya

Dal mese di luglio dello scorso anno sono stati ripescati ben trentuno cadaveri. Dalle prime analisi effettuate sulle salme, si evincono profonde escoriazioni e ferite da arma da taglio, uno scenario che apre così il campo ai più svariati interrogativi, tutti ancora da risolvere.

Le interpretazioni possono essere molteplici, dall’eliminazione di avversari scomodi, a esecuzioni sommarie in faide tra popolazioni locali, ma si sospetta che si tratti di omicidi extragiudiziari, metodo utilizzato dalla polizia locale per coprire molti casi inspiegati di sparizione di persone.

Delitti sporchi e efferati, tuttavia rimane da scoprire chi siano gli esecutori e/o i mandanti.  Finora si naviga nel torbido, e raramente tale foschia viene dissipata, sia per paura dei delatori di fare la stessa fine delle vittime, che per la convenienza di chi i delitti li ha commessi, sapendo bene che quasi sempre rimarranno impuniti.

La stampa locale non riporta nulla in quanto a moventi o piste investigative, tuttavia ha menzionato in un piccolo paragrafo la plausibile opzione di associare questi cadaveri a soppressioni di persone ritenute scomode dalla polizia, che peraltro ha disposto una postazione in prossimità della cascata di Ndanu per monitorare eventuali movimenti nei pressi del fiume dove sono stati rinvenuti i cadaveri.

Michael Backbone
michael.backbone@gmail.com

La Namibia inizia la corsa verso la produzione di idrogeno verde

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 gennaio 2022

Il governo della Namibia ha deciso di correre per la produzione del combustibile del futuro. Lo fa con un progetto da 8,3 miliardi di euro, un valore che corrisponde al Pil annuale del grande Paese africano. Il progetto, della durata di quattro decenni, dovrebbe portare la Namibia ad essere il primo hub africano per l’idrogeno verde.

idrogeno verde parco solare-eolico Namibia
Proiezione del parco solare-eolico in Namibia (Courtesy Hyphen Hydrogen Energy)

Le promesse ai committenti

Il bando è stato vinto, a novembre scorso da HYPHEN Hydrogen Energy, azienda creata dalla britannica Nicholas Holdings Ltd e la tedesca ENERTRAG Service GmbH. Hyphen nella produzione di idrogeno verde, in Namibia, promette grandi cose. Il progetto prevede la costruzione di una centrale elettrica da 5GW da fonte rinnovabile eolico-solare. La capacità di elettrolisi sarebbe di 3GW con una produzione annua di 300 mila tonnellate di idrogeno verde. Il progetto prevede 15 mila posti di lavoro per 4-5 anni per la costruzione degli impianti e i porti e in seguito l’impiego di 3 mila posti di lavoro permanenti.

Perché la Namibia

La Namibia è uno dei Paesi africani a bassa corruzione, rispetto alla media africana, cosa che non fa lievitare i costi. Poi ha sole e vento in quantità, mix essenziale per la riuscita del progetto. Pannelli solari e pale eoliche necessitano di lunghi periodi di irradiazione solare e vento costante.

Secondo il ministero della Ricerca tedesco in Namibia due terzi del suo territorio hanno valori di irradiazione solare superiori a 2.700 kWh/m2. Quanto alcune aree dell’Australia La Namibia può contare su oltre 3.500 ore di sole l’anno – una media di oltre 9 ore al giorno. Per avere un confronto, in Italia le regioni più irradiate dal sole (Sardegna, Sicilia, Calabria e Puglia) ne contano 2.600. Riguardo all’energia eolica, le zone costiere della Namibia hanno condizioni ideali per la produzione di energia proveniente da parchi eolici.

idrogeno verde mappa della Namibia
Mappa della Namibia con il sito che prevede la costruzione degli impianti per la produzione  dell’idrogeno verde (Courtesy GoogleMaps)

Il sito selezionato per la costruzione degli impianti è il Parco nazionale di Tsau Khaeb, nel deserto a 100 km dalla costa. L’area è situata molto vicino alle principali rotte navali ma anche e ai principali corridoi via terra dell’Africa australe. Soprattutto al Sudafrica maggiore economia dell’area australe.

Idrogeno verde a basso costo

Gli studi di fattibilità hanno evidenziato che il costo dell’idrogeno verde prodotto in Namibia sarebbe di 1,30-1,75 euro/Kg invece dei 3,50 previsti in altri Paesi. Questi costi comprendono anche la desalinizzazione dell’acqua marina che incide per l’1 per cento della spesa. Il processo di elettrolisi viene effettuato con elettrodi di platino e iridio, metalli reperibili in Namibia. Secondo il progetto Hypen l’inizio della produzione del nuovo combustibile dovrebbe iniziare nel 2025.

Ma c’è chi è critico

Uchendu Eugene Chigbu, docente dell’Università della Namibia nel Dipartimento di Scienze della terra, è una voce critica sul progetto e sul suo impatto ambientale.

“L’idrogeno verde è altamente volatile e infiammabile – ha scritto sul giornale The Namibian -. Sono necessarie ampie misure di sicurezza per prevenire perdite o esplosioni. La Namibia ha bisogno di infrastrutture per lo stoccaggio, l’erogazione, il trasporto e la consegna dell’idrogeno verde. Questo significherebbe un aumento delle attività di utilizzo del territorio”.

“Per esempio, l’impianto di idrogeno verde di Fukushima, Giappone, che produce 900 tonnellate/anno, si trova su 45 acri di terreno (18 ettari, ndr) – sottolinea l’accademico -. Quindi, bisogna prepararsi contro scenari di accaparramento dei terreni, acqua compresa. I produttori vogliono assicurarsi spazio di produzione abbondante per l’idrogeno verde”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Sudan: i militari non mollano, continua la repressione, fuoco sui dimostranti

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 gennaio 2022

“Basta con l’uso sproporzionato e esagerato della forza nei confronti dei manifestanti”. E’ il monito lanciato da Ravina Shamdasani, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, alle autorità del Sudan.

Anche Josep Borrell, Alto Commissario dell’Unione Europea per la Politica Estera ha detto che con il prolungarsi della crisi, il Sudan si allontana sempre di più da pace e stabilità. Borrell chiede alle autorità di allentare le crescenti tensioni e di evitare in futuro perdite di vite umane.

7 morti durante una nuova manifestazione a Khartoum contro il governo militare

Dal 25 ottobre 2021, giorno del colpo di Stato perpetrato da Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Sudan, nonché capo del Consiglio sovrano, sono state brutalmente uccise almeno 71 persone, oltre 2.000 sono state ferite. Durante la marcia di protesta di lunedì scorso sono stati brutalmente uccisi 7 dimostranti. I sudanesi chiedono a gran voce un governo civile, in grado di traghettare il Paese verso libere e democratiche elezioni. “I militari devono tornare nelle loro baracche”, è lo slogan che i dimostranti ripetono da mesi.

Ieri, in risposta alla nuova strage di lunedì, la popolazione ha eretto barricate nel centro della capitale Khartoum e molti negozi e attività commerciali hanno abbassato le serrande. Sono state indette due giornate di sciopero generale e disobbedienza civile.

Allo sciopero generale ha aderito anche un ateneo di Khartoum, University for Science and Technology, con la sospensione delle lezioni per due giorni.

Malgrado gli innumerevoli appelli, la polizia ha sparato gas lacrimogeni, lanciandoli sui dimostranti, che in diverse parti della città hanno eretto barricate.

In un comunicato del comitato per la resistenza civile di Khartoum  si legge: ”È nostro dovere resistere finché non saremo vittoriosi, in caso contrario, i militari, dopo averci uccisi tutti, governeranno un Paese vuoto”.

Il presidente del Consiglio Sovrano, generale Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemeti (a sinistra), con il capo dei Rapid Support Forces (cioè gli ex janjaweed), generale Abdel Fattah al-Burhan. © Mahmoud Hjaj:Anadolu Agency via AFP

La polizia ha confermato la morte di ben 7 persone, sostenendo che gli agenti sono stati aggrediti sistematicamente dai manifestanti. Lunedì le forze dell’ordine hanno usato pallottole vere. Il presidente del Consiglio sovrano ha promesso di aprire un indagine.

Anche Volker Perthes, l’inviato speciale delle Nazioni Unite ha condannato l’uso di munizioni vere e l’ambasciata degli Stati Uniti a Khartoum ha criticato la violenza delle forze di sicurezza. Molly Phee, Assistente del Segretario di Stato degli Stati Uniti per gli Affari Africani e l’inviato speciale per il Corno d’Africa, David Satterfield, sono attesi nella capitale sudanese per colloqui con le autorità.

Ieri si sono riuniti a Ryad gli “amici del Sudan” (i cui membri sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, Svezia, ONU, Unione Africana, Lega Araba, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale) per discutere come appoggiare a livello internazionale gli sforzi di UNITAMS (acronimo per United Nations Integrated Transition Assistance Mission in the Sudan), il cui capo è Perthes, che ha aperto consultazioni con gli attori chiave del Paese, per facilitare il dialogo tra le parti.  Alla riunione hanno partecipato anche la Phee e Satterfield. Mentre Perthes è intervenuto tramite collegamento online, perché positivo al covid.

Oppressione a tutto campo è la parola d’ordine dal giorno del putsch. Durante lo stato d‘emergenza – dichiarato da al-Burhan il 25 ottobre – tutto è lecito e pertanto continuano senza sosta  arresti e detenzioni arbitrarie contro manifestanti, giornalisti e operatori dei media. Le forze di sicurezza irrompono nelle case degli attivisti, entrano negli ospedali per arrestare i manifestanti feriti. Sabato scorso è stata persino revocata la licenza di al-Jazeera in lingua araba e due giorni prima la polizia è entrata nei locali dell’emittente Al Araby Television, arrestando anche 4 giornalisti perchè stavano riprendendo una manifestazione dal tetto dell’edificio.

Cornelia I. Toelgyes
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Sudan sull’orlo del baratro: o i civili al governo o guerra civile

 

 

 

Maxi sequestro di munizioni nel porto di Dakar: la nave cargo proveniva da La Spezia

Africa ExPress
18 gennaio 2022

La direzione generale della dogana senegalese ha sequestrato tre container contenenti munizioni da guerra per un valore totale di 4,6 milioni di euro.

Secondo le dichiarazioni del capitano, la Eolika, battente bandiera della Guyana, proveniva da La Spezia, dove, in base alle informazioni  di Vesselfinder, è rimasta ancorata dal 1° al 2 dicembre.

Porto di Dakar, Senegal

Prima di raggiungere il Senegal, la nave ha attraccato nel porto di Las Palmas, capoluogo di Gran Canaria, una delle isole dell’arcipelago delle Canarie (Spagna) – al largo della costa dell’Africa nord-occidentale – il 14 dicembre, per poi fare rotta verso Dakar il 15.

La Eolika è rimasta ferma davanti alle coste del Senegal per diversi giorni, prima di gettare l’ancora nel porto della capitale senegalese, “ma solamente per approvvigionamenti”, ha precisato il capitano alle autorità portuali. E, sempre in base alla affermazioni del comandante, la nave avrebbe dovuto poi proseguire per la Repubblica Domenicana.

La direzione doganale ha però voluto approfondire la questione, e, in assenza di documenti di navigazione e di trasporto marittimo attendibili e le incoerenze riscontrate nelle dichiarazioni del capitano, è stato perquisito il natante. Sono stati trovati ben tre container contenenti munizioni di 9,9 millimetri (cartucce per pistole) e di 5,56 misura standard per armare fucili d’assalto di produzione occidentale.

I membri dell’equipaggio, un greco e tre ucraini, sono ora in stato di fermo e la procura ha disposto il sequestro delle munizioni. Finora non sono state rilasciate dichiarazioni su provenienza e destinazione dei proiettili.

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Guerra in Yemen: cargo degli emirati sequestrato dai ribelli huthi nel Mar Rosso

Africa ExPress
17 gennaio 2022

Venerdì scorso, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha condannato il sequestro di una nave degli Emirati Arabi Uniti chiedendo ai ribelli huthi dello Yemen di rilasciare immediatamente il natante e il suo equipaggio.

Nazioni Unite hanno sottolineato nella loro dichiarazione “l’importanza della libertà di navigazione nel Golfo di Aden e Mar Rosso, secondo quanto stabilito dalle leggi internazionali”.

Offshore Supply Ship Rwabee, sequestrata dai ribelli huthi, in acque yemenite

Il sequestro della Offshore Supply Ship Rwabee (nave da carico nuova di zecca, varata nel 2021) battente bandiera degli Emirati Arabi Uniti, è avvenuto domenica 2 gennaio, mentre navigava nel Mar Rosso, di fronte al governatorato di Hodeidah. Si è trattato di un sequestro con un abbordaggio, nello stile dei pirati somali.

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita, in una dichiarazione ufficiale, ha formalmente accusato gli huthi di aver commesso un’atto di “pirateria armata” contro una nave civile che (così sostiene la nota) “stava trasportando attrezzature mediche provenienti da un ospedale da campo” saudita smantellato a Socotra. Socotra è un’isola strategicamente assai importante al largo del Corno d’Africa.

Fonti degli huthi yemeniti hanno subito replicato: “Abbiamo sequestrato la nave UAE perchè trasportava equipaggiamento militare ed è entrata illegalmente in acque yemenite”.

Gli huthi hanno condiviso un video dal quale si evince che le apparecchiature dichiarate come attrezzature mediche, sarebbero essere in realtà tutt’altro. Gli stessi servizi iraniani – che sostengono ed armano le milizie yemenite – stanno da tempo seguendo diversi cargo della coalizione, in navigazione sulla stessa rotta della Rwabee verso Socotra. Secondo l’intelligence iraniana, i natanti trasporterebbero materiale militare.

Non è un segreto che gli Emirati Arabi Uniti si sono di fatto impossessati di Socotra, grazie a importanti investimenti finanziari e risorse, (anche militari). Infatti sull’isola – snodo chiave di cavi sottomarini del Medio Oriente sui quali viene indirizzato tutto il traffico telefonico e internet – è in progetto la costruzione di una grande base militare di Abu Dhabi e una sofisticata stazione di spionaggio, in joint venture con il Mossad, servizi segreti israeliani.

Isola di Socotra

Scopo di questo gigantesco centro di sorveglianza e ascolto, sarebbe quello di raccogliere informazioni da tutta la regione, in particolare dallo stretto di Bab el-Mandeb, punto di passaggio marittimo tra il Corno d’Africa e il sud dello Yemen, fino al Golfo di Aden e al Medio Oriente. E’ evidente che i servizi emiratini puntano al monitoraggio delle operazioni dei militanti huthi nello Yemen e dei movimenti navali iraniani nella regione, fungendo anche da deterrente e mezzo di contrasto al terrorismo di matrice fondamentalista, alla pirateria marittima e ai traffici illeciti.

Controllata da milizie separatiste dello Yemen del sud, appoggiate sempre dagli onnipresenti Emirati Arabi Uniti, Socotra riveste una grande importanza strategica. Posizionata tra Africa e Asia è determinante sia per garantire libertà di circolazione nel Canale di Suez (dove transita oltre il 12 per cento del commercio mondiale) sia per contrastare la crescente influenza dell’Iran nella penisola Arabica e le mire di Teheran sugli stretti di Bab el Mandeb e di Hormuz.

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Houthi rivendicano attacco all’Arabia Saudita: “I droni erano 10 e con i motori jet”

 

 

Congo-K: bomba dell’esercito su scuola nel Nord Kivu, ferita una bimba

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 gennaio 2022

Come se non bastassero le aggressioni dei vari gruppi armati nella provincia di Ituri, nell’nord-est della Repubblica Democratica del Congo, ora vengono inflitte ferite, seppur accidentalmente, anche dalle forze armate, che dovrebbero proteggere la popolazione.

Elicottero delle forze armate congolesi

Mentre un elicottero della FARDC (Forze armate congolesi) sorvolava una scuola e un centro sanitario a Petsi, ha sganciato una bomba, poi esplosa nel cortile dell’istituto scolastico, ferendo gravemente una bambina alla testa. Secondo il racconto di un’infermiera, la popolazione è fuggita all’istante, mentre il personale dell’ospedale è rimasto sul posto per assistere i pazienti.

FARDC ha giustificato la sua presenza nell’area proprio a causa dello stato di emergenza e ha specificato che  stava dando la caccia a miliziani di Coopérative pour le développement du Congo (Codeco), gruppo armato particolarmente attivo a Petsi e dintorni. Il portavoce di FARDC si è meravigliato che gli studenti fossero a scuola in un giorno di vacanza.

CODECO è una setta politico-militare che pretende di difendere la comunità dei lendu, uccidendo e massacrando centinaia di membri altre etnie, in particolare coloro appartenenti a quella hema. Durante il genocidio in Ruanda del 1994, l’antagonismo l’odio tra gli Hutu e i tutsi, si è trasferito anche nelle province orientali del Congo e in particolare in Ituri. E così i lendu, agricoltori stanziali, si identificano con gli hutu, mentre gli heme tradizionalmente pastori, con i tutsi.

Nelle province Nord-Kivu e Ituri, nell’est dell’ex colonia belga, a fine aprile il governo centrale ha imposto lo stato d’emergenza. Da allora i governatori, nonché tutti gli amministratori locali eletti sono stati rimossi e sostituiti momentaneamente da quadri militari. Secondo un rapporto del Kivu Security Barometer, nonostante le misure eccezionali, l’esercito non è stato in grado di impedire il massacro di centinaia di civili.

Qualche giorno fa le forze armate ugandesi hanno arrestato nel Sud-Kivu Benjamin Kisokeranio, uno dei fondatori di ADF, Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

Dalla fine di novembre nel Congo-K sono presenti anche militari ugandesi. Il presidente congolese, Felix Tshisekedi, ha autorizzato l’esercito di Kampala ad entrare nel Paese per dare la caccia ai miliziani di ADF, responsabili di gravissimi attentati. Il gruppo terrorista recentemente ha ripreso le sue attività anche in Uganda, come è stato riportato da Africa ExPress.

Benjamin Kisokeranio, presunto leader di ADF, arrestato in Congo-K dalle truppe ugandesi

Gli ugandesi sono affiancati dai soldati di FARDC e dai caschi blu della Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO).

Il presunto leader di ADF si occupava dell’approvvigionamento, delle finanze e di intelligence all’interno del gruppo terrorista. E’ stato bloccato mentre tentava di passare la frontiera a Uvira (RDC) per entrare in Burundi con documenti falsi.

Le autorità ugandesi non hanno alcun dubbio sull’identità di Benjamin Kisokeranio, un pesce grosso dell’ADF, mentre la controparte congolese ha espresso qualche perplessità e non ha dato grande spazio al fatto.

Negli ultimi anni le informazioni sul personaggio fermato alla frontiera con il Burundi scarseggiano, ma in base alle notizie raccolte da Baromètre sécuritaire du Kivu e Human Rights Watch, Kisokeranio sarebbe sempre stato molto attivo nel territorio di Beni.

Molto vicino al vecchio leader del gruppo, Jamil Mukulu, arrestato in Tanzania nel 2015, Kisokeranio è a capo di un gruppo dissidente di ADF, dopo che nel 2019 si era opposto all’alleanza con lo stato islamico. Sta di fatto che fino al 2018 occupava un ruolo importante e strategico nell’ADF.

Secondo alcuni analisti, l’arresto non porterà cambiamenti significativi per quanto riguarda le operazioni dell’ala dura di ADF, anzi, potrebbe addirittura rallegrarsi del suo arresto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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In Iran e in Yemen (dagli huthi) Trump condannato a morte con finta esecuzione

Africa ExPress
Il Cairo, 16 gennaio 2022

L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il principe ereditario dell’ Arabia Saudita, Mohammed bin Salman (indicato spesso con le sole iniziali MBS) , e altre sette persone sono stati processati in contumacia da un tribunale yemenita huthi e condannati a morte.

Donald Trump, ex presidente degli USA

Naturalmente gli imputati eccellenti erano irreperibili quindi il plotone di esecuzione ne  ha giustiziati a colpi di mitra, nella pubblica piazza Tahir di Sanaa, solo alcuni. Tra loro anche un minore. I condannati sono stati ritenuti corresponsabili dell’omicidio di Saleh al-Sammad , principale leader civile del gruppo armato sciita che controlla ancora la maggior parte dello Yemen settentrionale.

Saleh al-Sammad era uno dei principali leader della personale blacklist di MBS che ha messo una taglia di 440 milioni di dollari sulla testa dei capi ‘ribelli’ vivi o morti. Saleh è stato ucciso a Hodeidah il 19 aprile 2018, durante un’attacco aereo della coalizione militare guidata dall’ Arabia Saudita (ne fanno parte Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Egitto, Sudan e Giordania).

Saleh al-Sammad , leader politico huthi

In realtà tra i soggetti ritenuti ostili dai ribelli Houthi (potenziali obiettivi) ora non ci sarebbero solo Emirati Arabi Uniti, Arabia e USA ma anche altri Paesi considerati ‘complici’ in quanto fornitori di armi alla coalizione guidata dai sauditi a (non essendo fornitrice di tecnologie militari a questi Paesi l’Italia per fortuna non dovrebbe essere a rischio).

La seconda condanna a morte per Trump arriva invece dall’Iran. Il presidente iraniano Ebrahim Raisi, parlando alla cerimonia di commemorazione del secondo anniversario della morte del generale Qassem Soleimani comandante delle Guardie Rivoluzionarie, ha affermato che l’Iran non ha rinunciato a vendicarsi e Trump dovrà affrontare il processo per questo omicidio oppure dovrà soffrire il “qisas”, termine islamico per indicare una ritorsione ‘naturale’, vale a dire: “occhio per occhio dente per dente”.

Qassem Soleimani, generale iraniano

Qassem Soleimani il 3 gennaio 2020 in Iraq è stato ucciso da uno sciame di droni killer americani lanciati su ordine dall’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Del tutto casualmente sul sito ufficiale dell’ayatollah Alì Khamenei (Khamenei.ir) quasi contemporaneamente è circolato un videoclip in cui viene simulata l’uccisione dell’ex presidente USA ad opera d’un drone. Nel video si scorge il presidente Trump intento a giocare a golf mentre un piccolo killer volante varca le porte della sua villa in Florida. Il puntatore laser del quadricottero inquadra Trump con la mazza da golf in mano, pronto a lanciare il suo missile teleguidato in buca. Quasi a voler ricordare la legge del taglione in versione moderna: “Chi di drone ferisce di drone perisce”.

Ora, partendo dal presupposto (tutto iraniano s’intende) che l’attentato a Baghdad di Soleimani da parte degli Stati Uniti sia da considerare a tutti gli effetti un crimine di guerra, Teheran ha più volte chiesto all’Interpol l’emissione di “avvisi rossi” finalizzati all’arresto di Trump e di decine di altri funzionari statunitensi (ma la richiesta è caduta nel vuoto).

Contemporaneamente ha istituito una Commissione investigativa congiunta formata da Iran e Iraq, che si riunirà nuovamente a Baghdad a fine gennaio per fare il punto della situazione (droni Usa permettendo).

Di recente questo organismo paritetico Iran/Irak si è espresso in termini piuttosto critici: “Questo omicidio potrebbe essere considerato un esempio di reati contro umanità, perché l’attentato armato è stato compiuto  attuato dagli Stati Uniti contro un gruppo di persone inermi che stavano svolgendo una missione civile.

Il generale Soleimani non era in Iraq in veste di generale e nemmeno in missione militare era andato in qualità di ambasciatore e portando un messaggio del governo iraniano indirizzato ai funzionari della controparte irachena per risolvere alcune controversie regionali.

“La Dichiarazione dei Diritti Universali e quella dei Diritti dell’Uomo fanno implicitamente riferimento al diritto alla vita che non può essere tolto arbitrariamente da nessuno – è il pensiero iraniano -. Non riusciamo a capire perché alcuni Paesi e alcune organizzazioni internazionali hanno reagito con indifferenza a questo atto criminale”.

“I terroristi che hanno commesso questo crimine – sostengono ancora gli ayatollah – vivono comodamente nei loro Paesi (alcuni anche europei). Ad eccezione di alcune singole nazioni che hanno condannato questo attentato. A tutt’oggi, purtroppo, l’Iran non ha ancora visto un chiara unanime condanna internazionale”.

“Date le terribili implicazioni che questo gesto terroristico può avere sulla pace e sicurezza internazionale – conclude il commento –  l’Iran esorta il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a ritenere Stati Uniti e Israele responsabili dell’assassinio del generale Soleimani”.

Africa ExPress
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