Speciale per Africa ExPress Maria Silva
15 gennaio 2022
Anche l’Italia ha finalmente revocato le restrizioni ai viaggi imposti a 8 Paesi africani per la variante Omicron.
Il provvedimento, firmato il 14 gennaio dal ministro Roberto Speranza, è stato accolto con molta allegria dai cittadini italiani residenti in Sudafrica, Botswana, Zimbabwe, Namibia, Lesotho, eSwatini, Mozambico e Malawi.
Italia revoca travelban per 8 Paesi dell’Africa australe: Botswana, eSwatini, Lesotho, Malawi, Mozambico, Namibia, Sudafrica, Zimbabwe
“Finalmente è stata ritirata una misura che, ormai da settimane, non si sosteneva su alcun fondamento scientifico, oltre ad avere elementi discriminatori, sia per i cittadini dei paesi africani, che per i cittadini AIRE ivi residenti”, ha commentato Simone Santi, presidente della Camera di Commercio Italiana ed Europea in Mozambico.
Rimangono restrizioni come la quarantena di 10 giorni (in quanto zona E) ma finalmente viene ripristinata la possibilità di rientrare in Italia, sia per italiani e che per i cittadini degli 8 Paesi africani a cui era stato applicato il travel ban, e di trascorrere 120 ore senza quarantena nel territorio nazionale, che consente di svolgere attività essenziali.
“Questo ci fa ben sperare per le prossime decisioni, che terranno in considerazione anche gli impatti diplomatici, economici e sociali, oltre che i rapporti di amicizia che legano l’Italia con i Paesi africani, elementi e valori che noi siamo a rappresentare e difendere quotidianamente– continua Santi. – Dopo aver gettato questo muro, cerchiamo di riaprire i ponti.”
Appelli e petizioni (firmate da oltre 300 cittadini AIRE in Africa Australe) sono stati inviati al ministro Roberto Speranza e a Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, chiedendo la revoca del travel ban considerato vano e inutile dal punto di vista scientifico e un vero e proprio apartheid dal punto di vista delle relazioni, come abbiamo scritto in questo giornale.
Finalmente da oggi, Erla, cittadina mozambicana con due figli a Milano, potrà tornare a casa in Italia, Annamaria, potrà raggiungere suo marito, manager che vive a Maputo, Vittorio, che ha chiuso un cantiere, potrà tornare nella sua casa di campagna a riposarsi, e Elisa, che non vede i suoi genitori da tre anni, potrà riabbracciarli.
“Ci rallegriamo dell’Ordinanza, ma la distinzione tra AIRE e non AIRE , tra cittadini italiani all’estero di serie A e di serie B, ha creato un precedente che non deve essere dimenticato – commenta Santi. – Continueremo a cercare interlocutori attenti al problema e di fondamentare una nostra posizione, affinché si metta ordine in questa spinosa questione”.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
15 gennaio 2022
Abbiamo proprio deciso di farci del male. E tanto. Non poteva essere scelto un momento peggiore per rendere operativa al 100 per cento la nuova missione militare italiana in Mali.
Il Paese del Sahel, duramente provato dal punto di vista politico, economico e sociale dai due golpe orchestrati nell’agosto 2020 e nel maggio 2021, è stato messo al bando da ECOWAS (la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), perché l’uomo forte di Bamako, il colonnello Assimi Goïta, non mostra l’intenzione di favorire una reale transizione democratica.
Assimi Goïta, l’uomo forte del Mali
Il rinvio delle elezioni, inizialmente fissate per il mese febbraio, ha convinto l’organizzazione africana a chiudere le frontiere con il Mali e a minacciare ulteriori sanzioni, come la sospensione delle transazioni finanziarie e il congelamento dei beni statali nelle banche degli Stati membri.
Contro il governo del colonnello Goïta hanno fatto sentire la loro voce 14 paesi europei e il Canada, irritati per l’autorizzazione e il finanziamento di truppe mercenarie in territorio maliano. All’indice, in particolare, la nota società di contractor russa Wagner, vicina all’establishment di Putin, ma anche le forniture militari che Mosca ha appena inviato allo stato africano (pure quattro elicotteri da trasporto e combattimento Mi-171).
Vanno ancora peggio le relazioni con la Francia: il presidente Emmanuel Macron ha accelerato il ritiro di una parte del contingente schierato nel Sahel (dei 5.000 militari a inizio 2021 ne resteranno 3.000 a fine 2023) e a fine 2021 sono state riconsegnate alle forze armate maliane le basi di Kidal, Tessalit e Timbuctu, utilizzate a partire dell’agosto 2014 nell’ambito della missione “anti-terrorismo” Barkhane.
Vanno via, in parte, i francesi per essere sostituiti dai più fedeli partner europei, Italia in testa, del tutto ignari del complicatissimo e pericolosissimo scenario geo-strategico in Sahel. Parigi chiedeva da anni alla UE la condivisione degli oneri militari e finanziari nell’Africa sub-sahariana. Così, nel gennaio del 2020 Emmanuel Macron ha lanciato la Task Force Takuba (Spada in lingua tuareg), missione multinazionale a guida francese, a cui hanno già aderito Italia, Belgio, Danimarca, Estonia, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Spagna e Svezia.
Evitando accuratamente ogni clamore, a fine 2021 ha conseguito la piena capacità operativa il distaccamento dell’Esercito italiano assegnato alla Task Force Takuba. Nella grande base di Manaka (regione di Gao, nel nord-est) sono stati schierati 200 militari delle forze speciali, due elicotteri da trasporto Boeing CH-47 “Chinook” e due elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di Agusta-Leonardo. “L’articolazione operativa sarà chiamata a fornire attività di consulenza, assistenza e mentorship alle forze armate maliane nella lotta al terrorismo fino a quando queste non saranno in grado di operare autonomamente”, riporta l’ufficio stampa del Ministero della difesa. “L’area di operazione è individuata ad est del fiume Niger, nella zona dei tre confini (Mali, Niger, Burkina Faso), chiamata Liptako-Gourma.
La partecipazione nazionale in Mali – ed eventualmente in Niger e Burkina Faso – consentirà, tra l’altro, di valorizzare le capacità militari italiane di trasporto medico sanitario militare (MEDEVAC) a vantaggio sia delle locali forze di sicurezza sia dei principali stakeholder europei”.
Partecipazione di militari italiani alla Task Force Takuba in Mali
Manaka ha assunto il ruolo di vero e proprio quartier generale della task force europea. Dopo essere stata una base logistica dei reparti francesi assegnati all’operazione Barkhane, l’installazione è stata ampliata (da 8 a 30 ettari di superficie), e sono stati realizzati aree di atterraggio e sosta dei velivoli da guerra, depositi e magazzini, infrastrutture abitative, una mensa, una palestra e un salone per incontri e ricevimenti (il Takubar). A Manaka oltre ai reparti di Francia e Italia sono ospitati attualmente quelli di Danimarca, Estonia, Repubblica ceca, Regno Unito e Romania.
Nei prossimi mesi dovrebbe aggiungersi anche un reparto “inter-arma” del Belgio con funzioni di “protezione” e supporto delle forze speciali. Dalla scorsa estate al grande accampamento europeo la NATO, attraverso la propria agenzia NSPO (NATO Support and Procurement Agency) assicura tutta una serie di servizi (fornitura viveri e carburante, sanificazione, attività ingegneristiche, manutenzione delle infrastrutture, trasporto aereo e terrestre, ecc.).
“Nel 2012 la situazione politica in Mali è precipitata a seguito di un colpo di Stato e tale vacuum di potere ha consentito ai movimenti indipendentisti e ai gruppi islamisti dell’area di contrastare le forze di sicurezza locali e guadagnare controllo del territorio”, riporta il ministero della Difesa nella scheda sulle finalità della partecipazione italiana alla Task Force Takuba. “Su richiesta del Mali, nel 2013 è stata avviata la missione francese denominata Serval (rinominata nel 2014 Barkhane). In tale contesto si innesta la richiesta dell’aprile 2019 del Capo di Stato Maggiore francese agli omologhi europei per la realizzazione di una forza multinazionale (TF-Takuba) composta da elementi del comparto Operazioni Speciali dei paesi europei”.
“Il Presidente della Repubblica del Mali ha invitato ufficialmente l’Italia a prendere parte al dispositivo operativo a fine novembre 2019 e il 9 marzo 2020 il Presidente della Repubblica del Niger ha parimenti esteso all’Italia la richiesta di assistenza militare, autorizzandone lo schieramento in Niger, finalizzato alla stabilizzazione della citata regione saheliana”, aggiunge la Difesa. Ecco allora che la partecipazione italiana alla missione in Mali “prevede anche il supporto all’iniziativa tramite il potenziamento del dispositivo nazionale in Niger (MISIN), in particolar riferimento alla costruzione della base nazionale e di un hub logistico – requisiti critici anche per gli assetti che verranno dislocati in Mali – e il potenziamento della componente delle forze speciali già operante nel Paese”. Il decreto di proroga delle missioni internazionali all’estero per il 2021 ha autorizzato la presenza in Mali sino a un massimo di otto elicotteri “con funzione MEDEVAC e scorta” e 200 militari.
In verità le forze armate italiane sono presenti in Mali ininterrottamente da quasi dieci anni e non certo solo per compiti di “vigilanza” e/o “supporto sanitario”. Il 17 gennaio 2013 il Consiglio dell’Unione europea decise di dare il via a una missione di formazione, addestramento e riorganizzazione delle forze armate maliane in funzione “anti-terrorismo” (EUTM – EU Training Mission), con quartier generale a Bamako. Inizialmente sarebbe dovuta durare solo 15 mesi (fu autorizzata una spesa di 12,3 milioni di euro) ma come avvenuto in Iraq e Afganistan, la missione è stata più volte prorogata sino a divenire permanente.
Il 23 marzo 2020 il Consiglio UE ha ratificato la sua estensione sino alla fine di maggio 2024, ampliandone pure le finalità e i beneficiari: l’assistenza, la formazione e la consulenza è infatti garantita alle forze armate dei paesi membri del cosiddetto G5 Sahel (oltre al Mali, Burkina Faso, Ciad, Mauritania e Niger). Il budget finanziario per il quadriennio 2021-24 è stato fissato in 133,7 milioni di euro, mentre il personale militare europeo è stato aumentato da 450 a 600 unità rispetto al precedente mandato. La rinnovata missione EUTM ha anche lanciato il progetto di costruzione di una nuova base di addestramento a Sevare, nel Mali centrale.
“Le attività della missione continueranno a essere condotte in stretto coordinamento e cooperazione con altri attori come le Nazioni Unite, l’operazione Barkhane e la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale”, afferma il Consiglio UE. Sì proprio quella Comunità ECOWACS che ha oggi sanzionato il regime golpista del colonnello Goïta.
“Scopo della componente italiana è contribuire alla European Union Training Mission – Mali per fornire addestramento ed assistenza sanitaria a favore delle forze armate maliane operanti sotto il controllo delle legittime autorità civili locali, al fine di concorrere al ripristino delle capacità militari necessarie alla riacquisizione dell’integrità territoriale del Paese”, afferma il ministero della Difesa. Sulla carta si tratta di una presenza quasi simbolica – il numero massimo assegnato è di 12 tra istruttori e personale staff – ma a guardar bene lì’impegno italiano è stato determinante nella preparazione dei reparti maliani contro le milizie armate jihadiste in un conflitto a tutto campo che purtroppo non ha risparmiato le popolazioni civili e in cui sono sistematiche le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.
La partecipazione italiana alla missione in Sahel è stata formalizzata il 22 gennaio 2013 dal governo presieduto al tempo da Mario Monti, ministro della Difesa l’ammiraglio Giampaolo Di Paola e degli Affari Esteri, l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata. “Il nostro impegno potrebbe prevedere l’impiego, per la durata di due–tre mesi, di due aerei da trasporto C-130 e di un aereo 767 per il rifornimento in volo”, assicurarono i due uomini di governo in Parlamento.
Per l’avvio delle operazioni si offrì all’opinione pubblica un’immagine “umanitaria”, facendo decollare il 13 maggio 2013 da Pratica di Mare, un velivolo KC-767 del 14° Stormo dell’Aeronautica Militare con a bordo un carico di medicine, kit di pronto soccorso, vestiario, tende e brande da destinare alla popolazione maliana. Qualche mese dopo si comprese però che gli italiani in Mali ci sarebbero rimasti a lungo e non certo per distribuire aiuti a donne e bambini. Presso il campo di addestramento di Koulikoro, a circa 70km a nord-est dalla capitale Bamako, lungo il fiume Niger, un team del Reggimento “Genova Cavalleria” dell’Esercito si fece carico dell’organizzazione e gestione di cicli addestrativi a favore del 1°, del 3° e del 4° battaglione delle forze terrestri maliane, inviati poi nella conflittuale regione nord del paese. I primi corsi si tennero a fine 2013, marzo e maggio 2014 con focus la “condotta delle funzioni tattiche delle unità blindate leggere, ovvero ricognizione di itinerari, sorveglianza dell’area di responsabilità ed acquisizione obiettivi”.
Dopo aver inviato a Bamako nel secondo semestre 2014 una cellula del Genio militare per concorrere alla realizzazione di alcuni progetti infrastrutturali nel quartier generale di EUTM (alloggi, centro di comando, sale operative, magazzini, ecc.), nel gennaio 2015 l’Esercito italiano si fece carico della formazione di uno squadrone di cavalleria e di alcune componenti dell’Aeronautica maliani. “Sono state simulate azioni di supporto aereo alle forze schierate sul terreno”, riporta lo Stato maggiore. “Il corso è stato completato da esercitazioni specialistiche come quelle per il contrasto agli ordigni esplosivi improvvisati, l’esecuzione di check point e attività di tiro con armi portatili e da bordo dei mezzi”.
Un secondo ciclo addestrativo per gli squadroni di cavalleria maliani veniva tenuto in aprile dagli istruttori del 2° Reggimento “Piemonte Cavalleria” di Trieste e della Scuola di Cavalleria di Lecce, a Segou, località situata lungo il fiume Niger a circa 235 Km a nord-est di Bamako.
A giugno 2015 gli italiani si trasferivano all’École Militaire Inter Armes di Koulikoro per un corso con 154 allievi ufficiali maliani. Addestratore stavolta un team del 9° Reggimento Alpini de L’Aquila, del Centro Addestramento Alpino di Aosta, dell’8° Reggimento Alpini di Cividale del Friuli (Uudine) e del Reggimento Lagunari di Venezia.
Sempre nel Koulikoro Training Campsi completava a settembre un ciclo addestrativo degli squadroni di cavalleria, anch’essi destinati a operare nelle regioni settentrionali del Mali. “Particolare attenzione è stata data alle attività dinamiche appiedate a fuoco, alle procedure di scorta convogli e alle regole di primo soccorso sul campo di battaglia”, riferiva l’Esercito italiano. A ottobre 2015 giungevano in Mali gli addestratori del 3° Reggimento “Savoia Cavalleria” di Grosseto e del 31° Reggimento Carri di Lecce per un corso a favore del 423° Escadron de reconnaissance de Nioro du Sahel, unità d’élite maliana, per “affrontare un’imboscata e impiegare il fuoco di artiglieria”.
A gennaio 2016 erano gli uomini del 32° RIM (Regiment d’Infanterie Motorisee) a fruire della consulenza bellica italiana, nella grande area addestrativa di Kati. “Il corso non rientrava nell’ordinaria pianificazione della training mission europea, ma è stato straordinariamente richiesto dal comando militare maliano, con l’obiettivo di testare le capacità di un gruppo di trainers al di fuori del campo di addestramento di Koulikoro”, riferiva la Difesa. “Le principali attività sono state: la condotta in attività di pattuglia, la difesa di posizioni, la reazione ad imboscata, l’effettuazione di scorta a convogli e l’esercitazione a fuoco presso il poligono di Kalifabougou. Il plotone appena addestrato rientrerà nel reparto di provenienza a Nord del Mali, il GTIA1 Waraba, dove era già dislocato per operazioni di controllo del territorio nell’area di Timbuktu”.
Sempre a Kati, febbraio 2016, il team italiano curava l’addestramento di un’unità di cavalleria all’utilizzo del veicolo blindato Bastion, di produzione francese e recentemente acquisito dalle autorità di Bamako. Un secondo corso all’uso del blindato veniva svolto a giugno a favore di tre plotoni del 134eme e 132eme Escadron de Reconnaissance, poi dispiegati nella regione di Gao. Istruttori gli uomini del 19° Reggimento Cavalleggeri “Guide” di Salerno, congiuntamente con un team dell’esercito sloveno.
Nel 2017 i corsi presso il Koulikoro Training Center venivano assegnati ai paracadutisti della brigata “Folgore”. “L’addestramento relativo all’impiego delle armi individuali e di reparto, alle tecniche di movimento appiedato e motorizzato e di mimetizzazione ed alle procedure di sicurezza nel tiro è stato diretto a un plotone del 26˚ battaglione genio delle forze armate maliane”, annota la Difesa. “Sono state approfondite anche le tecniche con cui le truppe in pattugliamento reagiscono nel caso dovessero entrare in contatto con forze ostili durante le operazioni per il controllo del territorio nel nord del Paese”.
Ancora più complesse le attività svolte l’anno successivo. In particolare nel sud del Mali, alcuni ufficiali italiani della Brigata “Aosta” di stanza in Sicilia e della “Taurinense” (Piemonte) hanno formato il personale dell’Aeronautica alla gestione degli assetti aerei ad ala fissa e rotante. “Lo scopo dell’attività é stato quello di permettere ai reparti militari maliani di avere a disposizione un elemento chiave per il contrasto alla minaccia terroristica: aerei ed elicotteri da attacco e da ricognizione per la supremazia ed il controllo della terza dimensione”, scrive lo Stato maggiore. “Con enormi sforzi, l’Aeronautica maliana ha messo in campo per svariate fasi dell’addestramento i propri velivoli Tetras”.
Sempre nel 2018, un team del 3° Reggimento “Savoia Cavalleria” di Grosseto addestrava l’esercito maliano all’impiego delle armi da fuoco dai veicoli blindati BTR-60 PB. Per le forze aeree veniva realizzato invece un corso alla Guida tattica avanzata, alla comunicazione via radio e al supporto per le truppe impegnate sul terreno.
Soldati della Minusma in pattugliamento
L’Italia è presente pure con sette ufficiali presso il quartier generale militare di Bamako di MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), la missione delle Nazioni Unite che ha preso il via con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 25 aprile 2013 “per sostenere il processo politico di transizione e aiutare la stabilizzazione del Mali”.
La componente militare di MINUSMA vede schierati 14.000 uomini tra militari e forze di polkizia di oltre 50 Paesi nelle città di Kidal, Gao, Tomboctu e Mopti. Tra i compiti della missione, secondo il Consiglio di Sicurezza, quelli di “garantire la sicurezza, la stabilizzazione e la protezione dei civili; sostenere il dialogo politico e la riconciliazione nazionale; assistere il ristabilimento dell’autorità statale; la promozione e protezione dei diritti umani”.
A guardare all’odierno scenario politico e sociale, impossibile non pensare al totale fallimento della missione ONU in territorio maliano.
La polizia dello Zamfara state, nel nord-ovest della Nigeria, ha arrestato 4 persone, sospette di cannibalismo e traffico di organi, fenomeno davvero raro in questa regione del Paese.
Il 57enne Aminu Baba è accusato di aver acquistato resti umani da altre tre persone, tra questi anche due minorenni (uno di 17 anni, l’altro di soli 14).
Polizia arresta 4 uomini accusati di cannibalismo e traffico di esseri umani
Il fatto è venuto alla luce dopo il ritrovamento del corpo di un bambino di soli nove anni, la cui scomparsa era stata denunciata dai genitori alla fine di dicembre dello scorso anno.
La polizia del luogo ha cercato il piccolo per giorni, per poi scoprire la salma in uno stabile ancora in costruzione. Diverse parti del corpo erano state rimosse e la testa avvolta in una busta di plastica.
La polizia ha immediatamente avviato le indagini, e i sospetti sono subito caduti sulle 4 persone, arrestate pochi giorni fa.
Sembra che il cannibale abbia pagato alla gang la somma di euro 1.800 in due occasioni, in cambio di resti umani. Ora gli investigatori sono alla ricerca degli altri componenti della banda dedita a questo macabro traffico.
Secondo quanto riportato dal capo della polizia locale, Ayuba Elkana, i tre trafficanti di organi arrestati, hanno confessato di aver ucciso il bambino e venduto parti del corpicino.
Durante l’interrogatorio Baba, padre di 19 figli, ha ammesso di essere ghiotto di resti umani e ha anche confessato di aver venduto le parti non consumate a terzi. Il cannibale ha promesso massima collaborazione perché vengano identificati gli altri componenti della banda ancora in libertà.
Anche Hannibal Lechter, il cannibale, interpretato magistralmente da Antony Hopkins nel film “Il silenzio degli innocenti”, aveva confessato di aver consumato un fegato umano con le fave, accompagnato da un bicchiere di chianti. Il cannibalismo esiste davvero ancora oggi, non solo nei film. Viene praticato sia durante riti tribali, ma anche semplicemente come supporto alimentare in diversi Paesi asiatici e nel continente africano.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Nairobi, 14 gennaio 2022
La tanto decantata sicurezza, in Camerun, sta andando nel pallone.
La 33a edizione della Coppa delle Nazioni Africane è partita il 9 gennaio dopo tante polemiche e sotto la minacciosa nube del COVID. Con la garanzia da parte del governo e degli organismi calcistici internazionali che “la sicurezza era la massima priorità per tutti”.
Ora la “TotaleEnergies Cup Of Nations 2021” procede – come si paventava – fra stadi supercontrollati o chiusi, attentati, feriti e morti, legati alla guerriglia in corso e pasticci calcistici, imprevedibili e quasi tragicomici. Non degni di un calcio africano, che tra l’Europa e il resto del mondo, conta oltre 400 giocatori espatriati.
Domenica 9 gennaio, il primo incidente.
AFCON 2021, Camerun
Tre giornalisti sportivi algerini si trovano a Douala, la capitale commerciale e la città più popolosa del Paese (quasi 3 milioni di abitanti sul golfo di Guinea). La città ospita le squadre del gruppo E: Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Sierra Leone e I Guerrieri del deserto, ovvero la nazionale algerina, favoritissima, anche perché imbattuta da 33 partite internazionali, oltre che campione in carica.
I tre giornalisti, Smail Mohamed Amokrane, del quotidiano Competition, Mehdi Dahak, direttore di DZfoot, e Mohamed Aissani, dell’ Agence Press Service, escono dall’albergo nell’area Bonapriso – ha ricostruito la BBC Sport Africa – per andare a cena e vengono subito aggrediti da sconosciuti, rapinati di denaro, passaporti e telefonini. Purtroppo vengono anche accoltellati.
Il più grave è Smail Mohamed Amokrane a causa di due ferite al petto. Amokrane comunque dichiara di voler proseguire il suo lavoro. Immediate l’apertura di un inchiesta e le proteste, soprattutto quella della Federazione calcistica algerina che se la prende con le misure di sicurezza, tanto strombazzate dal governo e dalla Federazione africana, ma che, almeno in una parte del Paese, si stanno rivelando inadeguate.
Giovedì 13 gennaio, però, l’ambasciatore algerino in Camerun, Mahi Boumedienne, ha voluto tenere una conferenza stampa con il governatore della regione Littoral, (dove si trova Douala) Samuel Dieudonne’ Ivaha Diboua, per abbassare il tono delle polemiche create dal l’aggressione.
L’esordio dell’Algeria nel torneo, comunque, non è stato quello che i tre giornalisti e gli algerini si aspettavano: due giorni dopo l’accoltellamento, la loro nazionale ha pareggiato 0-0 contro la Sierra Leone (nota come Le Stelle Leone). Domenica 16 gennaio, i Fennec, o Volpi del deserto (nomignolo dei nordafricani), se la vedono con gli Nzalang, ovvero i “Tuoni” della Guinea Equatoriale.
Martedì 11 gennaio viene assassinato un noto e stimato senatore anglofono del partito di opposizione Social Democartic Front, Henry Kemende. Il suo corpo crivellato di pallottole è trovato nella sua auto a Namenda, 350 mila abitanti, nel Camerun nordoccidentale. Questa città è l’epicentro della crisi sanguinosa delle regioni anglofone in corso dal 2017, con un carico di 3500 vittime e 700 mila sfollati.
Il senatore anglofono, Henry Kemende, ucciso in Camerun
Mercoledì 12 gennaio, i ribelli separatisti anglofoni uccidono a Buea un poliziotto, un tassista e un passeggero del taxi. Buea, città di circa 100 mila abitanti ex capoluogo del Camerun ai tempi della colonizzazione tedesca, 4 squadre del gruppo F del torneo continentale calcistico: Gambia, Mauritania, Tunisia e Mali, che giocano a Limbe, centro costiero a circa 1 ora di auto da Buea.
Cho Ayaba, il capo dei ribelli di quella parte del Paese che hanno ribattezzato Ambazonia, ha dichiarato che l’attacco mirava proprio a disarticolare la preparazione delle squadre. E in parte c’è riuscito: il Mali (Le Aquile), a poche ore dall’incontro con le Aquile di Cartagine della Tunisia (vinto per 1-0 fra le polemiche, come fra poco diremo) ha dovuto interrompere l’allenamento a causa della sparatoria avvenuta vicino allo stadio Molyko.
L’incontro Gambia (gli Scorpioni) – Mauritania (detti gli Almoravidi) si è invece disputato regolarmente, sia pure con gli spalti quasi deserti del Limbe Omnisport, e si è concluso con il successo del Gambia (1-0), alla sua prima storica partecipazione a una competizione internazionale.
Se questo confronto calcistico è stato normale, l’inizio entra a far parte di “oggi le comiche”: il via, infatti, è stato dato con 3 quarti d’ora di ritardo perché non si trovava l’inno nazionale degli Almoravidi. I quali sentono suonare per tre volte un’altra composizione patriottica e infastiditi lasciano il terreno di gioco. Alla fine sono invitati a cantare il loro inno e poi sportivamente applaudono quello del Gambia.
I giocatori della nazionale mauritana cantano l’inno nazionale https://www.youtube.com/watch?v=8znrxixUBmU
Una gaffe – ha commentato il Guardian nigeriano – che non fa che accrescere il caos nella Coppa in corso. Anche perché questa figuraccia veniva due ore dopo la vera tragicommedia calcistica andata in scena, sempre mercoledì 12, e sempre nello stesso stadio, il Limbe Omnisport Stadium. L’arbitro zambiano Janny Sikazwe, 42 anni, ha fischiato con 5 minuti di anticipo la conclusione della partita Tunisia-Mali, mentre i maliani erano in vantaggio, ma in 10 per l’espulsione di El Bila Toure’.
Le proteste dell’allenatore Mondher Kebaier hanno spinto Sikazwe a far riprendere il gioco, che ha interrotto ancora una volta prima della conclusione regolamentare, al minuto 89.
I tunisini sono andati sotto la doccia, sicuri che la partita fosse veramente terminata. Trascorsi circa 20 minuti, la CAF (Confederation Africaine del Football) ha invece fatto riprendere il match con il quarto arbitro, senza Sikazwe, apparso incerto e non solo sulle gambe, anche per aver concesso due rigori discutibili.
E ha richiamato le Aquile di Cartagine, che si sono rifiutate di tornare a giocare. Il risultato finale resta sospeso. Si vedrà…
L’arbitro Sikazwe, pur essendo stato selezionati ai mondiali di Russia 2018, era stato poi sospeso perché sospettato di aver “aggiustato” qualche partita, ma era stato prosciolto da ogni accusa.
Un episodio farsa, quello di Limbe, che getta discredito sul calcio africano – ha commentato il sito Arabnews – È inutile lamentarsi che in alcune parti del mondo non si ha rispetto per questo torneo. Episodi simili non aiutano. La speranza è che nel proseguimento del campionato, che si concluderà il 6 febbraio, il bel gioco faccia dimenticare gaffe e farse.
Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulle 164 nuove centrifughe IR-6 nell’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanze del sito di Fordow (un’insediamento nucleare di ricerca e svilluppo sotterraneo più o meno segreto a circa 90 chilometri a sud-ovest di Teheran), si catapulta nella mischia – ossia nel business atomico – pure l’Arabia Saudita.
C’è anche questo nella Vision2030 del Principe Mohammed Bin Salman, lo sviluppo dei suoi grandi giacimenti di uranio al fine di sostenere il suo nascente programma nucleare e mercanteggiare il prezioso prodotto sui mercati mondiali.
Uranio concentrato, comunemente conosciuto come Yellow Cake
Pare che l’uranio – uno degli elementi più permalosi di tutta la tavola periodica – renda più degli idrocarburi. Si è parlato di questo e altro al Future Minerals Forum in corso in questi giorni a Riyad. Ma attenzione, ha precisato il ministro dell’Energia saudita, il Principe Abdulaziz bin Salman: “Nel nostro Paese abbiamo un’enorme quantità di risorse di uranio che vorremmo sfruttare, ma state tranquilli, noi lo faremo nel modo più trasparente possibile”.
L’ha detto seriamente, pareva sincero. C’è da credergli? Stime ufficiali sulle riserve di uranio saudite non sono disponibili. Però nel 2018, il principe ereditario Mohammed bin Salman in un’intervista affermò che il regno deteneva oltre il 5 per cento delle riserve mondiali.
Arabia Saudita, Future Minerals Forum
Nel 2020 il quotidiano inglese The Guardian, basandosi su un dossier riservato, pubblicò un reportage stimando i depositi sauditi in circa 90.000 tonnellate, che equivarrebbero – più o meno – a circa l’1,4 per cento delle attuali riserve globali di uranio. Quindi ricapitolando, c’è un Programma Nucleare iraniano e un Programma Missilistico dell’ Arabia Saudita (con l’aiuto della Cina MBS sta producendo in proprio centinaia di missili balistici) e ora anche il programma per l’estrazione dell’Uranio Saudita; visto che il Regno dispone di tanta materia prima la Cina darà una mano per sviluppare i reattori/tecnologie nucleari.
Questo programma sarà incrementato fino alla Torta gialla (Yellow Cake) come ha dichiarato il Ministro saudita dell’energia. La Torta gialla è un termine che si riferisce alla polvere concentrata di uranio ottenuta dalla lavorazione intermedia del minerale radioattivo.
È un passaggio fondamentale nell’arricchimento dell’uranio utilizzato per la fissione nucleare nei reattori e che ha impieghi sia per uso civile che nell’ambito militare (ma mai nessuno, è chiaro?, l’utilizzerà per quest’ultima ignobile finalità potete starne certi). Se debitamente ammansito l’uranio può essere usato per scopi cosiddetti pacifici, come la produzione di energia elettrica.
E’ un elemento che viene definito anche “il ferro dell’apocalisse”, perché se utilizzato per la costruzione di armi nucleari (v. la bomba atomica), offre un’enorme potenziale nel controllo delle nascite e può essere intelligentemente sfruttato per limitare il problema della sovrapopolazione mondiale…
N.B. Attenzione: a scanso di equivoci l’ultimo capoverso è ironico e paradossale!
Il Comitato per il Nobel, che ha nel 2019 ha consegnato il prestigioso riconoscimento a Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, è intervenuto per la prima volta sulla guerra in Tigray. L’istituzione di Stoccolma ha chiesto pubblicamente a Abiy di fermare la guerra in atto, ricordandogli che il conferimento di tale premio comporta particolari responsabilità.
Abih Ahmed, Premio Nobel per la Pace 2019
Dal canto suo, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha usato parole molto forti contro il governo di Addis Ababa:“Quello che sta succedendo nel Tigray è un insulto all’umanità”.
Un blocco totale impedisce di recapitare medicine salvavita, nonché cibo e beni di prima necessità nel nord dell’Etiopia, dove da 14 mesi è in atto un sanguinoso conflitto. Migliaia di persone sono stata uccise o sono morte di stenti, i bambini sotto i cinque anni, affetti da malnutrizione grave, non si contano più. Le atrocità commesse da tutti le parti in causa sono inimmaginabili. Il governo di Abiy Ahmed e i suoi alleati, tra questi anche l’Eritera, da una parte e il TPLF (Tigray Liberation Front n.d.r.) con le sue truppe TDF (Tigay Defense Forces) insieme a altri gruppi armati, dall’altra, hanno creato l’inferno in questa parte del mondo, dimenticata da tutti. Milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case per fuggire alle violenze, oltre 60 mila hanno cercato rifugio nel Sudan.
“E’ inimmaginabile che nel 21esimo secolo un governo neghi per oltre un anno il cibo al proprio popolo, centinaia di migliaia di persone si trovano in una situazione simile alla carestia. La situazione è seria, io stesso provengo dal Tigray. Riuscite a immaginare un blocco totale per oltre un anno in una regione di 7 milioni di persone, dove manca tutto, a iniziare dal cibo e i medicinali, internet, telecomunicazioni e quant’altro”, ha precisato il capo dell’OMS ai reporter in un comunicato, del quale Africa ExPress è venuto in possesso.
Etiopia, Tigray: Sfollati, affamati e senza medicinali
Tedros ha parlato anche dei continui raid con i droni, che quasi quotidianamente lanciano il loro carico di morte sulla popolazione inerme.
A tutta risposta le autorità etiopiche hanno chiesto che venga aperta un’indagine nei confronti del direttore dell’Oms per “comportamento scorretto”
E’ sempre difficile avere notizie dirette dal Tigray, i giornalisti stranieri non hanno accesso alla zona di guerra, e è pertanto impossibile ricevere informazioni indipendenti.
Sta di fatto che due giorni fa, secondo quanto riferito da operatori umanitari, sono morti nuovamente 17 civili, per lo più donne. Lavoravano in un mulino per la macinazione del grano a Mai Tsebri, città non lontana dal confine con l’Eritrea.
Secondo alcune informazioni, che non abbiamo potuto controllare, gli attacchi con i droni non sono solo opera del governo etiopico. Alcuni raid sono partiti da una base in Eritrea, grazie ai mezzi aerei senza pilota e missili forniti da Cina, Turchia e Emirati Arabi, gli stessi che hanno rifornito anche l’Etiopia.
Le truppe eritree hanno attaccato nuovamente postazioni delle forze tigrine nella regione, lo ha riferito Getachew Reda, portavoce del TDF.
Editoriale
Speciale Per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
12 gennaio 2022
Qualche mese fa sembrava che il Sudan ce la potesse fare, che le porte della democrazia di sarebbero finalmente aperte dopo che il dittatore Omar Al-Bashir le aveva brutalmente chiuse il 30 giugno 1989 con un brusco colpo di Stato.
Gli anni della dittatura sono stati assai duri per la popolazione del Paese che vantava un numero di intellettuali di gran lunga superiore a quello di numerosi vicini africani. E’ vero che subito dopo la seconda guerra mondiale tutto il continente è stato scosso da fermenti democratici e anticolonialisti, e in Sudan la presenza di officine per la manutenzione del materiare ferroviario ha contribuito alla crescita e all’espansione di una forte classe operaia.
Omar al Bashir
Le ferrovie di Atbara
Il primo sindacato dei lavoratori nacque infatti, nel 1946, ad Atbara, città a nord di Khartoum e snodo di smistamento dei treni, tra i lavoratori delle ferrovie, impiegati tra l’altro nelle officine per la manutenzione del materiale rotabile e delle strade ferrate, e quelli in forza nel più grande cementificio africano del tempo (Atbara Cement Corporation). Ad Atbara fu fondato il partito comunista più consistente del continente (a parte il Sudafrica), quello sudanese.
Uno dei convogli ferroviari fotografato ad Atbara
Una crescita laica della popolazione che non piaceva alle élite conservatrice e islamica dei leader civili e religiosi. E neppure alla GranBretagna ex potenza coloniale. Infatti il dittatore Jaafar Nimeiry, che dopo un colpo di Stato ha governato il Paese dal 1969 al 1985, pur nascendo politicamente laico (inizialmente aveva preso il potere addirittura con l’appoggio dei comunisti), aveva dovuto piegarsi alle pretese degli islamici, introducendo riforme clericali.
Omar Al Bashir il defenestrato
Quelle profonde fratture che il Sudan si porta dietro dall’indipendenza, ottenuta nel 1956, si riflettono nella situazione odierna dove dopo la defenestrazione di Omar Al Bashir, l’11 aprile 2019, i militari e i civili si affrontano nelle piazze.
Ma non sono due schieramenti omogenei. I militari sono guidati dal generale Abdel Fattah Abdelrahman Al-Bourhan, l’uomo che ha cacciato Bashir mettendolo agli arresti. Dietro di lui c’è Mohamed Hamdan Dagalo (detto ‘Hemetti’) il capo degli ex janjaweed, i tagligole che a suo tempo mettevano a ferro e fuoco il Darfur bruciando i villaggi. Ora si chiamano più elegantemente Rapid Support Forces e sono i sostenitori dell’ex dittatore Bashir e degli islamici più conservatori.
La tribù araba Rezegat
Hemetti è il vero uomo forte in questo scontro e purtroppo negli anni scorsi ha avuto il supporto dell’Unione Europea ,che sperava, finanziando il suo apparato militare schierato ai confini con la Libia, di bloccare l’esodo dei migranti in viaggio verso il Mediterraneo. Hemetti (del sottogruppo tribale Maharaiya) è assieme a Mussa Hilal (del clan Mahamid il leader più importante della grande costellazione araba dei Rezegat .
Mohammad Hamdan Dagalo, vice presidente del Consiglio militare di transizione sudanese ed ex capo delle milizie Janjaweed
Un gruppo di militari comunque non sarebbe poi contrario ad appoggiare un governo totalmente civile. Dall’altra parte c’è la piazza con la società civile, i sindacati, le organizzazioni professionali e i difensori dei diritti umani, divisi essenzialmente in due tronconi: i radicali, feroci oppositori di qualunque accordo con i militari, i moderati che invece sarebbero disposti a un periodo transitorio che veda al governo militari e civili assieme.
La situazione ora è in bilico in un equilibrio instabile che può precipitare da una parte o dall’altra da un momento all’altro. I prossimi giorni potrebbero essere decisivi per capire dove andrà a finire il Sudan. “Ogni mattina – ha commentato lo striger di Africa ExPress al telefono – ci svegliamo e guardiamo in strada per vedere se i carri armati sono usciti dalle caserme”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
12 gennaio 2021
“Ciò che proponiamo, sono consultazioni, non negoziati. Quelli possono seguire in un secondo tempo”, ha detto l’emissario delle Nazioni Unite, Volker Perthes, lunedì durante una conferenza stampa a Khartoum, la capitale del Sudan.
Volker Perthes, inviato dell’ONU in Sudan
Il ruolo dell’ONU si limita a consultazioni dirette e indirette con gli attori chiave, come militari, partiti politici, gruppi armati, società civile. L’iniziativa del Palazzo di Vetro non è stata inizialmente accolta con grande entusiasmo a Khartoum, ma nel pomeriggio il Consiglio Sovrano ha fatto sapere di apprezzare gli sforzi messi in campo volti a facilitare il dialogo tra le parti. La sua portavoce, Salma Abdul-Jabbar Al-Mubarak, ha chiesto di coinvolgere anche l’Unione Africana e ha aggiunto infine che presto sarà formato un nuovo governo di transizione per colmare il vuoto esecutivo lasciato dopo le dimissioni dell’ex premier Abdallah Hamdok. Finora non è trapelata nessuna indiscrezione sul nome di un eventuale primo ministro.
I funzionari dell’ONU hanno chiesto ai vari gruppi di presentare le proprie opinioni e richieste sui vari punti – di accordo e disaccordo – che saranno poi materia di discussione alle fine dei colloqui. Perthes ha sottolineato che solamente l’ex raggruppamento politico di al-Bashir e il Partito Comunista Sudanese hanno rifiutato la loro partecipazione all’iniziativa dell’Organizzazione.
L’emissario dell’ONU è atteso mercoledì a New York, dove il Consiglio di Sicurezza discuterà la crisi sudanese dopo il colpo di Stato del 25 ottobre.
L’Associazione dei Professionisti Sudanesi (SPA) ha respinto l’ipotesi di trattare con i militari finché resteranno al loro posto, fino a quando cioè le manifestazioni vengono represse nel sangue.
Anche per oggi e domani sono previste nuove manifestazioni sia nella capitale che a Omdurman, città gemella di Khartoum, situata sulla sponda occidentale del Nilo. Alcune strade e ponti sono stati chiusi e sul posto è presente un massiccio spiegamento delle forze dell’ordine e di sicurezza.
Durante la marcia di protesta del 30 dicembre 2021, le forze di sicurezza hanno forzato le finestre del Teaching Hospital di Khartoum lanciando gas lacrimogeni in una sala d’emergenza dove si trovavano diversi manifestanti feriti.
Elfatih Abdallah, medico e direttore del nosocomio ha riferito scandalizzato ai reporter di Reuters: “Il nostro ospedale è stato attaccato tre volte con i gas lacrimogeni in questi mesi. E’ inaccettabile, disumano e immorale”.
Attacchi alle strutture mediche sono stati perpetrati anche durante l’era del dittatore Omar al-Bashir, defenestrato con un colpo di Stato militare nell’aprile 2019 ed ora, dopo il putsch del 25 ottobre 2021, tali aggressioni sono nuovamente all’ordine del giorno.
Centinaia di persone sono state ferite, almeno 63 sono morte durante le proteste che si sono susseguite in questi mesi, cifre confermate dal Comitato Centrale dei Medici Sudanesi (CCSD).
Le ultime due persone sono morte nelle dimostrazioni di domenica scorsa. Entrambe sono state colpite violentemente con bombe di gas lacrimogeno. Malgrado la dura oppressione, i sudanesi non esitano a scendere nelle piazze e nelle strade, chiedono con fermezza un governo civile che possa traghettare il Paese verso libere elezioni democratiche.
Manifestazione a Khartoum, Sudan
Con l’ultimo golpe del 25 ottobre scorso, il presidente del Sudan, Abdel Fattah al-Burhan, aveva dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale e lo scioglimento del governo di transizione e dello stesso Consiglio e arrestato l’allora primo ministro Abdallah Hamdok e altri personaggi di spicco.
Hamdok, anche dietro pressione della comunità internazionale, era stato reintegrato nelle sue funzioni il 21 novembre 2021, dopo aver siglato un accordo con al-Burhan. Il trattato tra le parti non è stato accettato dalla società civile, in quanto lasciava il potere saldamente in mano ai militari.
L’ex premier, apostrofato come “traditore” durante le manifestazioni che si sono susseguite dopo la firma dell’accordo con al-Burhan, non è riuscito a formare un nuovo governo e pertanto ha rassegnato le sue dimissioni il 2 gennaio.
Secondo alcuni analisti e diplomatici, la formazione di un nuovo governo di transizione non può essere rinviato, il Paese ha bisogno di maggiore stabilità, anche per far fronte alla già fragile situazione economica che da anni affligge il Sudan.
Non sono bastatigli attacchi con i droni, che hanno ucciso oltre cinquanta persone, come riportato ieri da Africa ExPress. Ora anche le truppe del dittatore di Asmara, Isaias Aferworki hanno ripreso le aggressività nel nord-ovest del Tigray.
Il portavoce del TDF (Tigray Defense Forces), Getachew Reda ha riferito che domenica scorsa militari eritrei avrebbero attaccato postazioni del TPLF a Sigem Kofolo, località in prossimità del confine con l’Eritrea.
Isaias Aferworki, presidente dell’Eritrea, a sinistra e Abiy Ahmed, primo ministro etiopico e Nobel per la Pace 2019
Dietro pressione degli USA, il TDF ha ritirato recentemente le proprie truppe dentro confini del Tigray, lasciando le postazioni che i suoi uomini avevano occupato nell’Amhara. Mentre i militari eritrei, malgrado i ripetuti appelli della comunità internazionale di non intervenire nel conflitto interno etiopico, insistono a varcare il confine per compiere azioni belliche. “Una noncuranza di Asmara nei confronti delle leggi internazionali”, ha sottolineato Getachew.
E’ sempre difficile avere notizie dirette dal Tigray, i giornalisti stranieri non hanno accesso alla zona di guerra, ed è pertanto impossibile ricevere informazioni indipendenti.
Il ministro dell’informazione dell’Eritrea, Yemane Gebremeskel, non ha voluto rilasciare commenti sul recente attacco dei militari di Asmara nel Tigray.
il tweet di Gatachew Rada che denuncia l’attacco degli eritrei in nord Tigray
Proprio alla vigilia del Natale ortodosso, che si celebra il 7 gennaio, Jeffrey Feltman, inviato speciale di Washington per il Corno d’Africa, si è recato nella capitale etiopica, dove ha incontrato i vertici del governo del primo ministro Abiy Ahmed per discutere e preparare i colloqui di pace primo passo per mettere la parola fine al conflitto.
Si tratta del suo ultimo viaggio nella regione, in quanto sarà sostituito da David Satterfield, ex ambasciatore del Dipartimento di Stato USA ad Ankara. Una scelta diplomatica e strategica di Washington non casuale, in quanto il nuovo inviato è un profondo conoscitore della Turchia, che da tempo esercita un ruolo determinante in tutto il Corno d’Africa.
All’indomani della partenza del rappresentante di Washington, il premier etiopico ha liberato alcuni prigionieri politici dell’opposizione, per poi bombardare poche ore dopo un campo per sfollati eritrei nel Tigray.
Gli attacchi con i droni sono stati fortemente criticati dall’Ufficio per gli Affari Africani del Dipartimento di Stato che ha lanciato sul proprio account Twitter nuovi appelli, chiedendo l’immediata cessazione delle ostilità, l’avvio di un dialogo nazionale inclusivo e l’accesso alle zone in guerra senza ostacoli, affinché gli aiuti possano raggiungere tutte le comunità etiopiche in difficoltà.
Ma proprio ieri sera l’Ufficio per gli Affari Umanitari dell’ONU ha annunciato che, per l’aggravarsi della situazione nel Tigray, le attività sono sospese .
Sebhat Nega, fondatore e ideologo del TPLF. Sullo sfondo della seconda foto si intravvedono due baracche e nella terza immagine sono presenti anche militari eritrei, oltre che etiopici
Poche ore fa il presidente americano, ha chiamato il premier e etiopico, nonché Premio Nobel per la Pace 2019. Biden ha manifestato il suo disappunto per la morte di tante persone causate dal recente bombardamento; ha confermato che il suo Paese continuerà a collaborare con l’Unione Africana e gli altri partner della regione, sosterrà gli etiopi perchè possano risolvere pacificamente il conflitto in atto.
Abiy Ahmed all’interno del suo Paese ha ricevuto molte critiche per aver liberato alcuni oppositori. A tale proposito il governo ha sottolineato che la scarcerazione di alcuni leader dell’opposizione è proprio nell’interesse di una durevole unità multietnica nel Paese e ha sottolineando che “La chiave per una pace duratura è il dialogo” .
Ed per questo motivo che proprio pochi giorni prima della fine dell’anno il parlamento ha deliberato la creazione di una speciale Commissione per il Dialogo Nazionale .
Tra le personalità rilasciate il giorno di Natale ci sono Sebhat Nega, fondatore, ideologo e influentissimo leader del Tigray People’s Liberation Front, e Jawar Mohammed, uno dei capi dell’Oromo Federalist Congress (OFC).
L’84enne Sebath è una figura chiave del TPLF, fondato da lui stesso nel 1979 e del quale è stato il leader indiscusso (senza però mai apparire in primo piano) fino al 1989, quando ha passato le redini a Melles Zenawi, presidente dell’Etiopia dall’1991 al 1995, poi primo ministro dal 1995 fino alla sua morte prematura sopraggiunta nell’agosto 2012.
Il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, e, a destra, l’ex premier Melles Zenawi, morto nel 2012, durante un’intervista nel palazzo presidenziale ad Addis Abeba. Al cetro il consigliere diplomatico del Primo Ministro
L’anziano leader, pur vivendo ora nell’ombra, resta pur sempre una persona molto stimata e autorevole anche all’interno del TPLF e la popolazione lo chiama Aboy (padre). Uno dei suoi figli è morto all’inizio del conflitto che si consuma nel Tigray dal 4 novembre 2020.
La stampa etiopica aveva dato grande risalto all’arresto di Sebhat, avvenuto all’inizio gennaio dello scorso anno. L’esercito etiopico aveva annunciato la sua cattura dopo averlo scovato in un nascondiglio difficile da localizzare.
Altri invece sostengono che poche settimane dopo l’inizio della guerra, Sebhat sarebbe stato portato via dalla sua casa a Makallé, il capoluogo del Tigray, dalle truppe eritree e trasferito nei pressi della città di Decamere che dista meno di 50 chilometri da Asmara. Sarebbe stato trattenuto in una baracca – ben visibile in alcune foto – fino i primi di gennaio del 2021.
Nel gennaio 2021 è poi stato trasferito con un aereo militare ad Addis Ababa, è durante l’udienza in tribunale si sarebbe rifiutato di parlare in amarico. Sebhat si sarebbe rivolto al giudice in inglese con queste parole: “Non sono etiope, non so l’amarico”.
Nel Tigray, regione nel nord dell’Etiopia, il 2022 è iniziato come è terminato: violenze, sangue, fame, morti, feriti. Mercoledì scorso sono morti due bambini e una donna nel campo per profughi Mai Aini, colpito dalle bombe durante un raid aereo. La notizia è stata data da Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR).
Bombardamenti in Tigray
E venerdì, giorno del Natale ortodosso, nuovi bombardamenti a Dedebit, nel nord-ovest, vicino alla frontiera con l’Eritrea. Droni armati hanno colpito in piena notte una scuola, dove hanno trovato rifugio gli sfollati. Era buio pesto, la gente, soprattutto anziani e bambini non sono riusciti a scappare. Il bilancio è davvero pesante: 56 morti e almeno una trentina di feriti.
Finora non ci sono conferme ufficiali sull’ultima carneficina perpetrata dal governo etiopico. Due operatori umanitari attivi nella zona hanno contattato Reuters, allegando foto dei feriti, trasportati all’ospedale di Shire Suhul, una delle tante strutture della regione da tempo quasi prive di medicinali e materiale sanitario.
E’ sempre difficile avere notizie dirette dal Tigray, i giornalisti stranieri non hanno accesso alla zona di guerra, e è pertanto impossibile ricevere informazioni indipendenti.
Finora il governo di Addis Ababa non ha rilasciato commenti, in precedenza ha però sempre negato di aver colpito civili durante questa sanguinosa guerra che si consuma nel nord del Paese dal 4 novembre 2020.
Molti, troppi altri muoiono anche di fame, gli aiuti umanitari stentano ad arrivare. Per essere precisi, dal 14 dicembre non si è visto più l’ombra di un convoglio in tutto il Tigray. I camion sono tutti bloccati a Semera, nella vicina regione dell’Afar per questioni di sicurezza, sempre molto fragile nelle zone di guerra. Anche se i combattimenti sul terreno sono cessati, i raid aerei continuano incessantemente, grazie ai droni, acquistati recentemente dal governo etiopico da Turchia e dagli Emirati Arabi Uniti, oltre che ai missili di fabbricazione cinese.
Feriti ricoverati in ospedale
Impossibile far arrivare convogli nell’ovest del Tigray via il Sudan, vista la situazione attuale anche di questo Paese, ma non solo, l’area di confine è attualmente sotto il controllo di gruppi armati che sostengono le forze etiopiche.
Anche nel sud del Tigray le forze filogovernative della regione di Amhara impediscono il passaggio dei rifornimenti umanitari.
WFP (acronimo inglese per Programma Alimentare Mondiale n.d.r.) è estremamente preoccupato in quanto quasi 900 camion vuoti non sono più ritornati dal Tigray. Il governo etiopico incolpa il TPLF (Tigray People’s Liberation Front) di utilizzare i mezzi per i propri scopi, accuse fermamente respinte dai “ribelli”.
Inoltre, tutte le parti in causa sono state accusate di aver attaccato o/e confiscato aiuti umanitari e a farne le spese è sempre la popolazione che resta a stomaco vuoto. USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale n.d.r.) biasima il governo etiopico di aver bloccato de facto comunicazioni, banche e altri servizi indispensabili.
In 14 mesi di conflitto hanno perso la vita anche 24 operatori umanitari e a agosto diverse ONG, tra questi anche Medici senza Frontiere, sono state accusate di aver appoggiato il TPLF, anzi, di aver persino procurato armi ai ribelli.
I medici hanno riferito che il 40 per cento dei bambini sotto i cinque anni ricoverati in ospedale, soffrono di malnutrizione grave, il doppio rispetto al 2019. Le mamme dei più piccoli non possono più attaccarli al seno, non producono più latte, perché anche a loro manca il nutrimento necessario e non hanno soldi per acquistare – qualora fosse disponibile – alimentazione in polvere adatta a bambini gravemente sottopeso.
Gli ospedali stessi sono in grave difficoltà, perché, come ha detto un medico alla BBC, da oltre sei mesi non arrivano rifornimenti da Addis Ababa. “Non abbiamo più nulla, nemmeno materiale sanitario. Dobbiamo arrestare le emorragie con le nostre mani, senza alcuna protezione. Recentemente sono morti anche una trentina di pazienti con insufficienza renale, non siamo stati in grado di praticare la dialisi”.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.