Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
8 Gennaio 2022
In Nigeria il diritto all’istruzione è messo in pericolo dai rapimenti degli studenti, operato dai gruppi armati.
Lo afferma Amnesty International in un recente comunicato. Nel Paese, infatti, oltre 780 bambini sono stati rapiti l’anno scorso per ottenere un riscatto e in questo clima di notevole insicurezza molte scuole sono state chiuse a tempo indeterminato.
“I bambini negli orfanotrofi, nelle scuole e nei luoghi di culto vengono spesso rapiti e tenuti prigionieri per settimane, a volte mesi – rende noto la citata associazione per i diritti umani – a seconda di quando o se le richieste dei loro rapitori vengono soddisfatte. Anche i bambini che viaggiano negli scuolabus o che vanno a piedi verso gli istituti subiscono a volte un’imboscata e vengono sequestrati”.
Non solo Boko Haram
Addirittura, in qualche caso “i genitori – afferma il direttore di Amnesty Nigeria, Osai Ojigho – o le autorità scolastiche sono obbligati a fornire cibo e vestiti ai bambini durante la prigionia”. I responsabili? Per lo più Boko Haram, ma non solo. In Nigeria sono venuti sorti diversi gruppi spesso semplicemente criminali senza obbiettivi politici.
Nigeria: molte scuole chiuse per continui rapimenti degli alunni
La situazione è grave e molti giovani non frequentano più i corsi, non solo per paura, ma anche per i traumi derivanti dall’aver assistito agli attacchi dei miliziani, che trattano i ragazzi in maniera disumana. Molti scolari sono stati rilasciati dopo negoziati, ma più di 61 bambini sono ancora prigionieri da mesi. Tra loro almeno 56 alunni del Federal Government College, Birnin Yauri, nello stato di Kebbi.
Alcuni bambini, sempre secondo le denunce di Amnesty, sono stati uccisi durante i rapimenti o durante la loro detenzione. Non c’è da stupirsi sull’assoluto disprezzo per il diritto alla vita dimostrato dai responsabili di simili atrocità. Ad esempio tra le 66 persone ancora in cattività dopo il loro rapimento, avvenuto il 31 ottobre 2021 nella chiesa battista Emmanuel, Chikun LGA, nello stato di Kaduna c’era anche un neonato!
Piccoli arruolati nelle milizie
I numerosi rapimenti di massa di studenti hanno ampliato i ranghi dei miliziani, in questo modo centinaia di piccoli innocenti sono stati costretti a unirsi a Boko Haram e le ragazzine a “sposarsi” con i miliziani. Va sottolineato anche il notevole impatto economico dei riscatti: secondo SB Morgan, una società di consulenza nigeriana, dal marzo 2011 al maggio 2020, è stato superiore a 15 milioni di euro.
Tutti questi soldi serviranno per aumentare le sofferenze di tanti innocenti. Per i gruppi armati i rapimenti sono un grande affare, sfruttando la disponibilità del governo nigeriano a pagare e a subire la pressione dell’opinione pubblica e dei media internazionali. Non a caso i criminali sequestrano gruppi numerosi di studenti appartenenti a famiglie povere o modeste. Ciò ha comportato la diminuzione della richiesta per la liberazione: meno di mille euro a testa, ma al tempo stesso anche una riduzione del valore delle loro vite.
L’ONU preoccupato
Anche il Segretario Generale dell’ONU nel rapporto Children and armed conflict del maggio scorso, si è detto profondamente preoccupato per queste gravi violazioni dei diritti umani compiute da Boko haram e dall’Islamic State West Africa Province (ISWAP) e da altri gruppi minori, accusati di stupri e uccisioni di minori e di arruolare i bambini come soldati.
I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram,
Di fronte a questa tragica situazione il governo nigeriano dovrebbe adempiere ai suoi precisi obblighi. Secondo le convenzioni internazionali, i bambini e gli istituti scolastici devono essere protetti. E’ proibiti attaccare le strutture per ‘infanzia. . “La Nigeria sta ancora una volta abbandonando i bambini in modo orribile – denuncia Amnesty -. Il suo governo deve indagare su questi attacchi perché si tratta di crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. E’ un preciso obbligo giuridico internazionale: in seguito della ratifica della Carta africana sui diritti e il benessere dell’infanzia dell’Unione Africana e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, le autorità del Paese devono adottare misure adeguate per prevenire questi rapimenti e garantire il diritto all’istruzione.
Purtroppo non è così ed anche il presidente Muhammadu Buhari si è lamentato dell’atteggiamento troppo passivo dei governatori locali nel cedere alle richieste dei gruppi criminali, ma nonostante la sua esortazione la situazione non è cambiata. Di fronte al concreto pericolo di rapimenti le autorità hanno chiuso seicento scuole con il risultato che migliaia di ragazzi sono stati esclusi dall’istruzione, compromettendo il loro futuro che sarebbe stato diverso se avessero potuto completare gli studi.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
8 gennaio 2022
Il Marocco si è portato tonnellate di cibo e dolci, letti, lenzuola e materassi, cuochi, camerieri e agenti della sicurezza. I Leoni dell’Atlante non devono essere avvicinati né contaminati da niente e da nessuno a Yaoundé prima della sfida calcistica con il Ghana, lunedì 10 gennaio nel tardo pomeriggio.
Le autorità del Camerun hanno reso obbligatorio il test negativo anti COVID anche per i vaccinati che vogliono assistere alla partita inaugurale dei loro Leoni Indomabili contro il Burkina Faso domenica 9 gennaio, all’Olembe Stadium.
Stadio Olembé, Yaoundé, Camerun
Il tampone non deve essere più “vecchio” di 24 ore. Chi non ce l’ha verrà tamponato all’ingresso.
Il Burkina Faso, a sua volta, quasi certamente dovrà fare a meno di tre giocatori, Issoufou Dayo, Dramane Nikiema e Kylian Nikiema, perché risultati positivi e quindi messi in isolamento ad Abu Dhabi in attesa della negatività del test.
Gli Squali Blu, ovvero la squadra di Capo Verde, che domenica se la deve vedere contro l’Etiopia, hanno il proprio allenatore contagiato, Pedro Leitao Brito, per tutti noto come Bubista, 52 anni, e altri 20 tra giocatori e membri dello staff.
Non stanno meglio il Senegal, che parte tra i favoriti, la Tunisia, il Malawi, la Costa d’Avorio. Per non parlare del Gabon: il celebre capitano delle Pantere (soprannome calcistico di questa nazionale ), Pierre Emerick Aubameyang, 32 anni, attaccante dell’Arsenal, il collega (ex Juventus) Mario Lemina, 28, centrocampista del Nizza e l’assistente allenatore Anicef Yala, sottoposti, all’aeroporto di Nsimalen, a tamponi antigenici come tutti i tifosi e i componenti le delegazioni internazionali, sono risultati positivi.
Ognuno “piange” i suoi colpiti.
La 33a edizione della Africa Cup of Nations (AFCON), ovvero la Coppa d’Africa 2021, al via in 5 città del Camerun (Yaoundé, Douala, Garoua, Bafoussam e Limbe) non ha mai avuto una storia e una partenza così tormentate.
Coronavirus
A cominciare dai tormenti che affliggono il Paese ospitante. Nel 2019 il Camerun pensava di avere realizzato il sogno di accogliere il torneo calcistico più prestigioso del Continente. Invece gli fu sfilato dall’Egitto per ritardi nella preparazione delle infrastrutture e per le preoccupazioni legate alla sicurezza. Queste ultime, in verità, permangono, legate (come ha scritto Africa Express recentemente) all’annoso conflitto nelle regioni anglofone.
Nel 2021 è arrivata la pandemia ad aggravare la situazione, a far rinviare il campionato e i dubbi e gli effetti sono lì che incombono su un appuntamento che il Camerun aspettava da 50 anni.
Come segno di ottimismo, si è voluta conservare la dedica ufficiale al torneo, chiamandolo ancora 2021 anche se le squadre, 24 per la prima volta, giocano nel 2022.
Ma come se non bastasse, si è scatenata la protesta dei club europei costretti a privarsi di tanti giocatori, spesso dei migliori.
Solamente dalla Francia ne arrivano 58, dal Regno Unito 34, dall’Italia più di 20, dalla Spagna 11. Senza dimenticare quelli che vengono dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Grecia, dal Belgio, dalla Cina, dalla Russia, dagli Stati Uniti…Solamente dall’Italia sono giunti in Camerun algerini, ivoriani, gambiani, ghanesi, guineani, marocchini, maliani, nigeriani, senegalesi, tunisini, camerunensi…
Una sterminata legione straniera che torna a casa tra i malumori dei grandi club europei, che sono arrivati a contestare la data della competizione in quanto dannosa per i loro interessi particolari. Una critica respinta da Samuel Eto’o, 40 anni, leggenda del calcio camerunense, ora dirigente federale del suo Paese: “Se gli europei hanno potuto disputare il loro torneo in piena pandemia questa estate, perché non possiamo farlo noi africani in Camerun?”
Il Camerun ha scommesso molto su questa coppa d Africa per ragioni politiche ed economiche. Ha rinnovato gli stadi, ha spinto la gente a vaccinarsi, ha assicurato la…sicurezza, specialmente nella zona della città di Limbe.
I nomi illustri comunque si sprecano
Dall’egiziano Mohamed Salah del Liverpool, agli ivoriani Bailly del Manchester United e Kessie’ del Milan, ai senegalesi Sadio Mane ((Liverpool) e Kalidou Kulibaly (Napoli), agli algerini Bennacer (Milan). Senza trascurare alcun emergenti, indicati da Al Jazeera, quali Herve Koffi, 25 anni, portiere del Burkina Faso, che gioca a Charleroi in Belgio; Achraf Hachimi, 23, difensore marocchino del Paris Saint- Germain; il gambiano Musa Barrow, 23, attaccante del Bologna…
AFCON 2021, Camerun
I favoriti restano i campioni uscenti, gli algerini, che però dovranno vedersela con i vicini nordafricani dell’Egitto, Marocco e Tunisia, col dente avvelenato per le delusioni subite nelle precedenti edizioni. Altri giganti, però, avanzano dall’Africa occidentale: Nigeria, Costa d’Avorio e Ghana, tutti dominatori in passato. Domenica dunque apre le danze la squadra di casa (Camerun-Burkina Faso), ma il primo clash fra titani si avrà lunedì 10 gennaio: Marocco contro Ghana.
Lo spettacolo è assicurato. All’ombra minacciosa del virus.
La zona di Paoua, nel nord-ovest della Repubblica Centrafricana, non conosce pace da anni; scontri tra gruppi ribelli, forze governative con l’appoggio dei mercenari russi del gruppo Wagner, sono una minaccia continua per gli abitanti e la già povera economia, che stenta a sollevarsi a causa dei conflitti.
La popolazione, per lo più agricoltori, teme che anche quest’anno i raccolti possano essere compromessi proprio a causa dell’insicurezza. I contadini sono costretti a vendere i prodotti a basso prezzo ai commercianti locali, troppo pericoloso tentare di portarli nei grossi mercati delle capitale Bangui. Durante il trasporto il pericolo è sempre in agguato, falsi posti di blocco disseminati lungo il percorso avanzano ingenti richieste di denaro per poter proseguire.
Ma anche nei campi stessi non si è mai al sicuro. Impossibile lasciare i terreni incustoditi: la fame spinge la gente a rubare i raccolti e ora, nel periodo della stagione secca, oltre ai ladri e i gruppi armati ci sono anche i serpenti velenosi che invadono gli appezzamenti di terra coltivati, a caccia di ratti e topi.
Una vera e propria piaga per gli agricoltori della zona; lo sfortunato che viene morso da un rettile velenoso deve ingaggiare una corsa contro il tempo per raggiungere l’ospedale più vicino. Una difficoltà logistica non indifferente a causa delle pessime condizioni delle strade e poi bisogna avere abbastanza soldi in tasca per pagare le cure: almeno 20.000 CFA, poco più di 30 euro, un capitale per la popolazione locale.
Pierre è riuscito a accompagnare il figlioletto in una clinica, lo aveva trovato piangendo, stringendosi la mano, riverso a terra. Tre ore di viaggio con una motocicletta sgangherata, per percorrere appena 80 chilometri. Il padre è esausto, teme per la vita del piccolo. La sua mano sinistra è terribilmente gonfia e respira a fatica, il veleno, che contiene tossine che inibiscono i fattori della coagulazione presenti nel sangue, comincia a entrare in circolo. E, se non viene iniettato in tempo l’antidoto, il paziente inizia a sanguinare da tutti gli orifizi.
L’infermiera della struttura spiega che in questo periodo i serpenti rappresentano un vero e proprio flagello per i contadini. Si tratta di ofidi piccoli, lunghi appena 10-15 centimetri, ma estremamente velenosi, che nella zona vengono chiamati mbakara. “Qui, nell’ospedale di Paoua, arrivano almeno 10 pazienti al giorno, solitamente gli sfortunati vengono morsi ai piedi, perché la gente cammina a piedi nudi, non hanno soldi per comprare le scarpe”.
L’antidoto contro i morsi di serpenti non viene prodotto nel Paese, deve essere importato. E, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ogni anno muoiono quasi 5 milioni di persone nel mondo a causa delle zannate inflitte da ofidi velenosi. Dal 2017 i morsi da serpente sono stati inclusi dall’OMS nell’elenco delle malattie neglette (dall’inglese Neglected tropical diseases), malattie tropicali presenti in zone rurali e urbane dei Paesi a basso reddito.
Gran parte delle morti da serpente potrebbero essere evitate con un pronto intervento; ma si verificano generalmente in aree remote, prive di assistenza medica, o comunque lontanissime dal primo ospedale.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 7 gennaio 2022
“Rivogliamo il ruolo di custodi morali di Zonderwater” – scrivono nella petizione – che ha raccolto oltre 500 firme. L’associazione dei discendenti dei prigionieri di guerra del Secondo conflitto mondiale è in aperto contrasto con il Consolato di Johannesburg, in Sudafrica. Attraverso la petizione online, per riavere la gestione del Cimitero Militare Italiano – dove riposano 277 salme – chiamano in causa anche il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini.
La versione dell’Associazione Zonderwater
“Con l’arrivo della nuova Console Generale la situazione è stata sconvolta – si legge su Avaaz -. Per motivi a noi sconosciuti l’Associazione Zonderwater Block ex Pow è stata estromessa da qualsiasi attività riguardante il cimitero. Il nostro presidente che curava personalmente una miriade di attività critiche fra cui visite ordinarie e straordinarie è stato privato delle chiavi. La struttura è chiusa e le visite di cittadini locali e di persone provenienti dall’Italia sospese”.
Cimitero militare italiano a Zanderwater
La versione del Consolato
D’altro avviso Emanuela Curnis, Console Generale a Johannerburg, che Africa ExPress ha intervistato sul caso. “Rimanere custode morale del luogo è un ruolo che l’Associazione si è auto-assegnata da tempo, senza consultarsi con terzi”. Secondo la Console, nel corso degli anni, senza mai informare le Autorità italiane, il presidente dell’Associazione, Emilio Coccia, ha sostituito le serrature senza darne mai copia al Consolato Generale. La sede consolare, responsabile del Cimitero Militare Italiano, non poteva accedere al sito in maniera autonoma, nemmeno in caso di emergenza.
“Senza alcuna comunicazione, l’Associazione ha svuotato il Museo situato all’interno del sito di tutti i cimeli privando la comunità italiana di un patrimonio comune. Nonostante le richieste degli ultimi nove mesi, l’Associazione non ha ancora riportato i cimeli”.
C’è poi la questione della ditta WT Memorials, del sig. Coccia, che su incarico del Consolato, assicurava la manutenzione del Cimitero militare. È inesistente, non ha dipendenti e non ha fatto o ha eseguito male quanto asserisce di aver effettuato presso il cimitero. E non è in grado di fornire fatture per beni acquistati e servizi resi. WT Memorials riceveva fondi pubblici italiani e attualmente è in corso un’indagine della magistratura italiana.
“Continueremo anche a mantenere viva la memoria dei nostri ex prigionieri di guerra” – afferma Emanuela Curnis -. “Come segnalato in molteplici occasioni, ci farebbe piacere poter contare sulla collaborazione dell’Associazione Zonderwater Block. Auspichiamo pertanto che l’Associazione assuma atteggiamenti collaborativi”.
Il Sacrario militare italiano di Zonderwater
Un campo di concentramento pluri premiato
Zonderwater, una quarantina di chilometri a est di Pretoria, è stato il campo di concentramento di prigionieri di guerra italiani più grande del mondo. Arrivavano dalle colonie italiane, dall’Egitto e dall’India. Tra il 1941 e il 1947 ha ospitato oltre 100 mila militari italiani, quanto una città di media grandezza. Ma, dal 1943, è stato un campo di internamento molto particolare grazie alla visione illuminata del comandante sudafricano, il col. Hendrik Fredrik Prinsloo. Forse perché, durante la Guerra anglo-boera, all’età di 12 anni Prinsloo aveva vissuto l’esperienza di un campo di concentramento britannico.
Grazie al suo intervento visionario, con il coinvolgimento dei prigionieri, il col. Prinsloo è riuscito rivoluzionare la gestione del campo di concentramento valorizzando le persone. Con la costruzione di una scuola e docenti scelti tra i prigionieri l’analfabetismo dei detenuti è sceso dal 30 al 2 per cento. È nata una biblioteca con 10 mila volumi, un ospedale militare con circa 2.000 posti letto; 24 campi da football e un campionato con 28 squadre. Quando, nel 1947, il campo è stato chiuso, 828 persone hanno chiesto – e ottenuto – la cittadinanza sudafricana. Un grande lavoro quello del col. H.F. Prinsloo, premiato con onorificenze ONU e della Repubblica Italiana.
Un aggiornamento
Qualche giorno dopo la pubblicazione dell’articolo è arrivata anche la risposta di Emilio Coccia, presidente dell’associazione Zonderwater Block. “Abbiamo affidato tutto ai nostri avvocati, sia in Sudafrica che in Italia. La petizione è stata generata in Italia dal Gruppo Zonderwater Block. Non ha nulla a che fare con WT Memorials o con i lavori di minuto mantenimento del Cimitero. La versione della console Curnis non è trasparente. È tendenziosa e va contro quanto è andato del tutto bene, per vent’anni, ai cinque precedenti consoli generali nonché a Onorcaduti”.
“Agli inizi del 2021, all’Associazione venne intimato di consegnare tutte le chiavi. Non solo del Cimitero, ma anche del museo e della biblioteca” – afferma Coccia -. “Il contenuto di questi edifici fu creato dall’Associazione nell’ultimo trentennio e di cui l’Associazione è per Legge il solo ente responsabile”.
“Nel 2021 il luogo è stato aperto al pubblico il 7 novembre – per la Cerimonia commemorativa annuale – ed il 22 dicembre, per due ore. Dall’anno 2000, quando per motivi di sicurezza furono installate solide cancellate e recinti elettrici, la zona cimiteriale venne chiusa al pubblico. Grazie alla presenza della nostra squadra di manutenzione, il Cimitero fu aperto ai visitatori quasi ogni giorno e il museo almeno due volte per settimana” – conclude -.
L’associazione “Zonderwater Block Ex Pow” scrive nella petizione: “Con l’arrivo della nuova Console Generale la situazione è stata sconvolta. Per motivi a noi sconosciuti l’Associazione è stata estromessa da qualsiasi attività riguardante il cimitero…”. Perché si è giunti a questa decisione?
L’Associazione è ampiamente a conoscenza della situazione, essendone responsabile in prima persona, avendo partecipato a riunioni sulla questione e avendo scritto e ricevuto lettere sull’argomento.
Premesso che l’Associazione non ha mai stipulato contratti con Onorcaduti o con il Consolato Generale d’Italia a Johannesburg per l’apertura del Cimitero Militare Italiano di Zonderwater, è bene chiarire sin dall’inizio che l’Associazione non è mai stata estromessa.
La verità è che, a inizio marzo 2021, senza alcun avviso o comunicazione, l’Associazione ha unilateralmente deciso di cessare ogni attività presso il Cimitero Militare italiano di Zonderwater e ha svuotato il Museo situato all’interno del sito di tutti i cimeli in esso custoditi, privando così la comunità italiana di un patrimonio comune. Ad oggi, nonostante le richieste degli ultimi 9 mesi, l’Associazione non ha ancora riportato i cimeli.
Il comportamento dell’Associazione è ricollegabile alle verifiche avviate nel novembre 2020 su WT Memorials, la ditta che, su incarico del Consolato Generale, assicurava la manutenzione del Cimitero Militare e lo apriva al pubblico, e di cui il Presidente dell’Associazione Zonderwater Block, Emilio Coccia, è segretario e tesoriere. È emerso che la ditta, completamente sconosciuta (incluso ai membri del comitato direttivo dell’Associazione Zonderwater Block) non è una ditta, non è registrata, non ha dipendenti e, soprattutto, non ha fatto o ha eseguito male quanto asserisce di aver effettuato presso il Cimitero e ha dichiarato di non essere in grado di fornire fatture per beni acquistati e servizi resi. E’ attualmente in corso un’indagine della Magistratura italiana, dal momento che WT Memorials riceveva fondi pubblici italiani.
Il Cimitero è aperto al pubblico dal giugno scorso (dopo che, a tutela dei visitatori, abbiamo effettuato interventi di potatura urgenti) e chi ha richiesto di visitarlo lo ha potuto fare, debitamente accompagnato da personale del Consolato Generale.
Per ragioni di sicurezza, sottolineate dalla stessa Associazione, occorre prenotare la visita. Le modalità sono indicate sul sito del Consolato Generale. Ovviamente, per le ragioni sopra indicate, il Museo, recentemente ristrutturato, rimane chiuso al pubblico perché privo dei cimeli.
Con riferimento alle chiavi, il Consolato Generale è stato obbligato a chiedere al signor Coccia copia di tutte le chiavi di accesso al Cimitero e agli edifici che sorgono sul sito. È infatti emerso che, nel corso degli anni, senza mai informare le Autorità italiane, il signor Coccia ha sostituito serrature e lucchetti e non ne ha mai dato copia al Consolato Generale. Come conseguenza, la sede consolare responsabile del Cimitero Militare Italiano non poteva accedere al sito in maniera autonoma, nemmeno in caso di emergenza.
Degrado al museo di Zanderwater (Courtesy Consolato Generale, Johannesburg)
Dalla petizione si evince che l’Associazione, durante gli anni, ha fatto un ottimo lavoro. Perché interrompere?
Come accennato, non vi è stato mai un contratto con l’Associazione Zonderwater Block. L’apertura del sito era parte integrante del contratto con WT Memorials. L’impressione errata deriva dal fatto che il sig. Emilio Coccia ha ruoli nell’Associazione Zonderwater Block e in WT Memorials. Sul piano formale, pero’, i ruoli e le responsabilità sono distinti.
Premesso che WT Memorials si è dichiarata indisponibile a continuare per il 2021, lo stato di degrado in cui hanno lasciato il Cimitero, nonostante i fondi ricevuti in passato, non è compatibile con quanto asserito nella petizione. Le prove fotografiche raccolte smentiscono tali affermazioni. Preciso che nel giro di pochi mesi abbiamo dovuto effettuare vari interventi straordinari, incluso alcuni di carattere strutturale agli edifici, e altri sono in programma nel 2022.
Le richieste pubblicate nella petizione sono: – rimanere “custode morale” del luogo – nel coordinamento della cura e arricchimento del sito; – nella guida delle visite ordinarie e straordinarie; – nella custodia e gestione del Museo il cui contenuto è di proprietà inalienabile dell’Associazione “Zonderwater Block Ex Pow Association”; – nell’organizzazione della cerimonia commemorativa annuale; – nella gestione delle offerte dei soci. Ci sono ragioni per le quali non è possibile accettarle o accettarle in parte?
“Rimanere ‘custode morale’ del luogo” è un ruolo che l’Associazione si è auto-assegnata da tempo, senza consultarsi con terzi. Una decisione in merito spetta in via esclusiva all’Associazione. Da notare che da mesi, di sua iniziativa, ha deciso di privare tutti dei contenuti del Museo e continua a non chiarire i dettagli dell’Accordo quadro che vorrebbe sottoscrivere. All’ultimo minuto ha declinato l’invito alla cerimonia commemorativa di novembre, perché aveva organizzato una cerimonia parallela in altro luogo (cui hanno presenziato circa 40 persone, contro le 400 circa presenti a quella organizzata dal Consolato Generale al Cimitero Militare).
“Il coordinamento della cura e arricchimento del sito” è una richiesta non chiara e vaga.
“Riguardo alla guida delle visite ordinarie e straordinarie”, dal giugno scorso attendiamo che chiariscono l’ammontare della remunerazione e del rimborso spese che chiedono per questo tipo di attività. Li abbiamo sollecitati ad ottobre e a dicembre. L’unica risposta pervenuta è che riceveremo comunicazione dai loro avvocati.
“Nella custodia e gestione del Museo il cui contenuto è di proprietà inalienabile dell’Associazione “Zonderwater Block Ex Pow Association”, attendiamo che l’Associazione si decida a compiere un gesto di buona volontà e riporti i cimeli nel Museo, completamente restaurato nel settembre scorso. Dovrà ovviamente fornire informazioni sulla provenienza dei cimeli, assicurare che la gestione del Museo rispetti la normativa in materia, nominare un curatore con le qualifiche adeguate. Intanto, rimaniamo in attesa della prova che i cimeli sono stati rimossi previa autorizzazione scritta dei donatori e delle autorità competenti, con il beneplacito della South African Museum Association (che ha dichiarato di non essere stata informata)
“Sull’organizzazione della cerimonia commemorativa annuale”, come accennato, quest’anno l’Associazione ha deciso di non partecipare. Ha declinato anche la nostra richiesta di contribuire all’organizzazione. Da parte nostra rimane una disponibilità, fermo restando che l’organizzazione della cerimonia commemorativa di novembre è e rimane una responsabilità istituzionale del Consolato Generale d’Italia a Johannesburg, che è onorato di poter contribuire a mantenere viva la memoria dei soldati italiani che hanno dato la loro vita per il nostro Paese.
“Nella gestione delle offerte dei soci” ogni Associazione gestisce in maniera autonoma, nel rispetto dello Statuto, le offerte dei soci. Non è quindi chiara questa rivendicazione. Vero è che l’Associazione dovrà finalmente assicurare la necessaria trasparenza nella gestione dei suoi fondi, presentando regolarmente i rendiconti alle autorità competenti e, inter alia, chiarendo come utilizza i 40 euro degli “alberi del ricordo” che, stando a quanto riportato sul loro sito, sono destinati al Museo per la sua manutenzione (assicurata finora solo dal Consolato Generale).
Vero è altresì che l’Associazione dovrà sostenere direttamente le spese per la piantumazione e la manutenzione degli Alberi del Ricordo e per le altre attività che finora il suo Presidente ha imputato tra le spese di WT Memorials, mettendole quindi a carico del contribuente italiano.
Via Messenger mi ha accennato a “falsità e diffamazioni che l’associazione sta diffondendo da mesi”. Può essere più precisa?
Dal marzo 2021, tramite lettere a varie Autorità italiane (Segretario Generale del Quirinale, Ministro della Difesa, Ministro degli Esteri, Commissario Generale di Onorcaduti, etc), un’interrogazione parlamentare, un articolo su un giornale locale minore, vari post e commenti sulle due pagine Facebook relative a Zonderwater e su altri gruppi privati, alcuni membri dell’Associazione descrivono una versione distorta della realtà, al solo fine di screditare il Consolato Generale e ottenere il ritorno dell’Associazione, ovvero del sig. Coccia, nella gestione del Cimitero Militare Italiano (la petizione è in linea con tale obiettivo).
I commenti vengono principalmente da persone che vivono in Italia; che non hanno visitato il sito da anni, ne’ hanno fatto richiesta di visitarlo per verificarne lo stato; che non hanno visionato le fotografie e tutta la documentazione sull’argomento e che quindi non hanno un quadro obiettivo della situazione; che finora non hanno presentato prove a supporto delle loro diffamazioni.
La Magistratura e le altre Autorità italiane contattate dall’Associazione hanno ricevuto informazioni dettagliate e documentate sulla vicenda, alquanto complessa.
Un quadro veritiero dello stato del sito è inoltre ben chiaro ai visitatori degli ultimi mesi, incluse alcune delegazioni dall’Italia; ai circa 400 partecipanti alla cerimonia di novembre; ai rappresentanti eletti della Comunità italiana; al locale Consigliere municipale; ai vari tecnici che hanno effettuato sopralluoghi. Con nostra grande soddisfazione, tutti si sono complimentati per l’eccellente stato di manutenzione assicurato dal Consolato Generale con l’aiuto del Dipartimento dei Penitenziari sudafricano, e per i lavori effettuati finora.
Per tutto lo staff del Consolato Generale è un vero onore e un motivo di orgoglio mantenere al meglio il Cimitero Militare Italiano di Zonderwater. È il nostro piccolo contributo e segno di rispetto per i nostri militari sepolti in un luogo situato a migliaia di chilometri di distanza dal nostro Paese. Continueremo a impegnarci per assicurarne il decoro e tenerlo aperto al pubblico. Continueremo anche a mantenere viva la memoria dei nostri ex prigionieri di guerra. Come segnalato in molteplici occasioni, ci farebbe piacere poter contare sulla collaborazione dell’Associazione Zonderwater Block. Auspichiamo nuovamente, pertanto, che l’Associazione assuma atteggiamenti collaborativi.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 6 gennaio 2022
Non sepoltura né cremazione. Le ultime volontà dell’arcivescovo Desmond Mpilo Tutu, sono state per l’acquamazione. Michael Weeder, decano che ha celebrato la messa di requiem per l’arcivescovo, ha detto che questa decisione è “ciò a cui aspirava come eco-guerriero”. L’acquamazione è, infatti, considerata un’alternativa ecologica alla cremazione.
Tutu ha voluto un funerale sobrio
Desmond Tutu è stato il grande mediatore nel difficile passaggio dal governo bianco dell’apartheid al governo della “Rainbow Nation” (Nazione arcobaleno) di Nelson Mandela. Insignito del Premio Nobel per la Pace (1984), lottava per la convivenza pacifica e armoniosa fra le diverse etnie del Sudafrica
Il feretro di Desmond Tutu
Per la sua morte, avvenuta il 26 dicembre scorso a Città del Capo, aveva insistito per avere un funerale sobrio. “Nessuna ostentazione o spesa sontuosa per la cerimonia. La bara più economica disponibile e un bouquet di garofani della sua famiglia” – aveva chiesto.
Desmond Tutu per 35 anni ha servito come arcivescovo la diocesi anglicana di Città del Capo. I suoi resti verranno interrati dietro il pulpito della Cattedrale di San Giorgio, dove sono stati celebrati i suoi funerali.
Cosa è l’acquamazione
Se per la cremazione si usa il fuoco, per l’acquamazione, come si capisce dalla parola, si utilizza l’acqua. Il termine tecnico è idrolisi alcalina, un processo chimico-fisico chiamato anche bio-cremazione o cremazione verde. Infatti le emissioni di CO2 sono il 10 per cento rispetto alla cremazione.
L’acquamazione, oltre che più ecologica, è più economica sia della tumulazione classica che della cremazione. Secondo un’indagine dell’Organizzazione olandese per la ricerca scientifica applicata (NTO) il Report 2014 elenca dati interessanti. La sepoltura classica ha un impatto economico medio sull’ambiente equivalente a 63,66 euro; la cremazione arriva e 48,47 euro mentre l’impatto dell’acquamazione è solo 2,59 euro.
I luoghi dove ci sono i cremulatori per l’acquamazione
L’idrolisi alcalina viene utilizzata soprattutto per gli animali domestici come cani e gatti che ormai fanno parte della famiglia, Più difficile che venga accettata dagli esseri umani, almeno per il momento anche sta aumentando il numero delle persone che cominciano a farne uso. Per il momento esistono 14 centri che la offrono come alternativa alla cremazione: 7 in tre province del Canada e sette in cinque Stati degli USA.
Forse l’esempio di Desmond Tutu può aiutare a convincere gli scettici e gli ecologisti.
Speciale per Africa ExPress Maria Silva
5 gennaio 2022
C’è ancora da aspettare per gli italiani residenti in Mozambico, Sudafrica, Botswana, Lesotho, Zimbabwe, Eswatini, Namibia. Fino al 31 gennaio non possono rientrare in Italia. Tutta la colpa della variante omicron?
All’indomani dell’annuncio degli scienziati sudafricani del sequenziamento della variante omicron, il mondo ha chiuso le porte all’Africa, ma è stato come fermare il vento con le mani: omicron era già ovunque. Il travel ban è stato inutile e “inaccettabile”, ma l’Italia ancora non ci crede.
Travel ban Italia
Omicron spaventa perché è altamente contagiosa, ma i dati dimostrano che è la meno letale di tutte le varianti di questa maledetta pandemia. Non sono servite a nulla le parole misurate, basate sui dati e le evidenze cliniche, degli scienziati sudafricani. Non sono servite neanche quelle accorate del Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che ha definito il travel ban “apartheid inaccettabile”.
La variante già era in ogni dove quel 26 novembre quando la Organizzazione Mondiale della Sanità la designò come “preoccupante”. Perché, si capisce, i virus viaggiano senza documenti né passaporti.
L’Italia mantiene inalterato il travel ban almeno fino al 31 di gennaio, al contrario di tutti gli altri Paesi che lo hanno revocato, Stati Uniti in testa.
Sono amareggiati gli italiani residenti in quei sei Paesi africani. Hanno scritto lettere al Ministro Roberto Speranza, firmato appelli #notravelban #noafrophobia #nocittadinitalianiserieB, richiamato alla solidarietà, chiesto aiuto. Silenzio. Ad oggi non c’è risposta da parte delle autorità italiane.
Oltre ad apartheid, c’è chi, come Simone Santi, presidente della Camera di Commercio Mozambico-Italia, definisce il travel ban come prodotto dell’Afrofobia.
“Il virus si combatte insieme, e, come andiamo ripetendo in tutti i consessi internazionali, l’Africa va aiutata insieme e non isolata – commenta Santi – sul Covid-19 l’Africa viene “condannata” tre volte: per l’accesso ridotto ai vaccini, la non risposta sui brevetti per produrli (richiesta del Sudafrica)e per le misure restrittive che con la omicron l’hanno isolata dal resto del mondo”.
“La comunicazione in Italia è sembrata, ancora una volta, incentrata sulla soluzione di problemi interni (7 milioni di non vaccinati) e poco rispettosa dei paesi messi in black list, e qualora la Afrofobia fosse utile per fini sanitari in Italia, di sicuro crea danni culturali e nei rapporti di amicizia che possono durare per anni – scrivono nella lettera indirizzata al ministro Speranza. – Ci riteniamo l’anello di congiunzione tra l’Italia ed i Paesi nei quali, per breve o più lungo periodo, viviamo. Chiediamo una comunicazione più puntuale e basata su dati scientifici e sul parere anche delle istituzioni italiane, associazioni e società civile presenti all’estero e presenti in Italia [che ci sono sembrati]…gli esclusi dal processo decisionale.”
“Il travel ban nei riguardi dei Paesi della zona sud dell’Africa – si legge nella missiva consegnata da Santi, come presidente di Eurocam anche a Ursula von der Leyen , tramite l’ambasciatore EU in Mozambico, Antonio Sanchez-Benedito Gaspar – sta causando effetti sia di natura economica che sociale che non vengono correttamente raccontati in Italia: danni all’immagine, all’economia, in primis il turismo, ma anche il sentimento di “abbandono” e di “tradimento” da parte dell’emisfero nord, che a noi, che viviamo qui, viene palesato con stupore e indignazione”.
Coronavirus variante delta
“Dopo l’emotività del momento, del panico creato dalla variante omicron, ci sono tutte le evidenze scientifiche per cui questa misura appare ora addirittura antistorica – commenta Santi. – Rappresentiamo poche centinaia di cittadini, tutti vaccinati, iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (A.I.R.E.), che non possono rientrare in Italia, e che dubitiamo possano essere considerati una minaccia per la tenuta del sistema sanitario nazionale. Siamo iscritti all’AIRE perché rispettiamo le regole del nostro paese, l’Italia. Ecco perché dividere tra cittadini italiani residenti e non residenti è davvero una misura discriminatoria.”
“Con Omicron in giro per il mondo, un italiano AIRE in Gran Bretagna o negli Stati Uniti o in Germania può rientrare in Italia – denuncia Santi. – Noi, italiani AIRE in Africa, non possiamo. Il ministro Speranza non risponde ai nostri appelli. Siamo abbandonati a noi stessi e, ancora più grave, ci sentiamo dimenticati”.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
Gennaio 2022
Il Marocco acquisterà in Israele batterie di missili terra-aria a medio raggio e droni armati per potenziare il proprio arsenale militare schierato contro la confinante Algeria e il Fronte Polisario nell’ex Sahara spagnolo.
Secondo il sito specializzato Israel Defense le autorità di Rabat avrebbero avviato un negoziato con IAI – Israel Aerospace Industries, la principale holding militare-industriale israeliana, per l’acquisizione del sistema missilistico “Barak 8” (fulmine in ebraico). A condurre la trattativa il direttore marketing di IAI per i paesi del Golfo, Sharon Bitton, già colonnello delle forze armate ed ex responsabile del Coordinamento delle attività di governo nei Territori occupati (COGAT).
Una batteria di missili israeliani terra-arie Barak 8
Il sistema missilistico “Barak 8” è stato sviluppato dalle forze armate e dalle industrie belliche di Israele e India e viene utilizzato in ambito terrestre e navale. Alla sua progettazione e realizzazione oltre a IAI – Israel Aerospace Industries hanno concorso, tra gli altri, la società aerospaziale Rafael Advanced Defense Systems Ltd. di Haifa e il gruppo industriale Tata di Mumbai.
Con una velocità massima di Mach 2 (580 metri al secondo) e una capacità di carico sino a 60 kg, il sistema missilistico superficie-aria ha un raggio operativo di 70 km circa. “Il Barak 8 è in grado di neutralizzare minacce aeree come caccia nemici, missili, elicotteri e droni e può colpire multipli obiettivi simultaneamente, anche in condizioni meteorologiche avverse”, riferiscono i manager di IAI.
Nei mesi scorsi le forze armate marocchine avevano inaugurato la prima base interamente preposta alla “difesa aerea” a lungo raggio, nei pressi della città di Sidi Yahia el Gharb, nella regione settentrionale di Rabat-Sale-Kenitra. Nella base sono state installate quattro batterie di missili del sistema FD-2000B, acquistate in Cina nel 2017. Presumibile pertanto che il nuovo dispositivo bellico made in Israel possa essere destinato proprio all’installazione di Sidi Yahia el Gharb.
In aggiunta al “Barak 8”, il Marocco sarebbe intenzionato ad acquistare da IAI anche una partita di droni kamikaze (velivoli senza pilota armati di bombe ed esplosivi che si fanno esplodere al momento dell’impatto con l’obiettivo) del tipo “Harop”, con una spesa di 22 milioni di dollari. L’“Harop” è un aereo senza pilota di piccole dimensioni (è lungo 2,5 metri), ma può trasportare un carico di esplosivi di 20 kg e volare per sette ore consecutive sino a 1.000 kilometri di distanza. Il drone è stato impiegato dalle forze armate israeliane nei raid a Gaza, in Libano e Siria e dall’Azerbaijan nel recente conflitto in Nagorno-Karabakh.
Il drone di produzione israeliana Heron, acquistato dal Marocco
Secondo i media israeliani, l’ok alla trattativa per missili e droni tra il Marocco e IAI sarebbe giunto durante la visita a Rabat del ministro della difesa israeliano Benny Gantz, il 23 e 24 novembre 2021. In quell’occasione è stato sottoscritto un accordo di cooperazione militare e di scambio di intelligence tra le due parti. Il Marocco, con Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Sudan, aveva normalizzato le relazioni diplomatiche e commerciali con Israele nell’ambito dei cosiddetti Accordi di Abramo, promossi dall’amministrazione Trump alla vigilia della fine del suo mandato. Dopo l’accordo formale sottoscritto da Rabat e Tel Aviv il 10 dicembre 2020, gli Stati Uniti avevano anche riconosciuto la “sovranità” del Marocco sui territori dell’ex Sahara spagnolo illegalmente occupati nel 1973.
In occasione della missione ufficiale del ministro Benny Gantz sarebbe stata presa pure la decisione di realizzare in Marocco due stabilimenti per la produzione di droni da guerra, il primo in territorio nord-orientale, il secondo a sud. Ad ottobre i media internazionali avevano riportato la notizia che l’holding aerospaziale Israel Aerospace Industries, attraverso la propria controllata BlueBird Aero Systems, avrebbe fornito al Paese nordafricano il know how e le tecnologie necessarie alla realizzazione di micro e minidroni e di velivoli senza pilota auto esplodenti.
Il Marocco aveva già ricevuto in passato droni di produzione israeliana. Secondo il quotidiano Times of Israel, il 26 gennaio 2020 erano stati consegnati all’aeronautica marocchina quattro velivoli senza pilota MALE (Medium Altitude Long Endurance) “Heron TP” di produzione IAI, del costo complessivo di 48 milioni di dollari. L’“Heron” può svolgere un ampio ventaglio di missioni strategiche (sorveglianza, riconoscimento e intelligence, acquisizione di dati sugli obiettivi da colpire, ecc.), ma può essere facilmente convertito in drone d’attacco con il lancio di missili aria-superficie.
Nel 2017 l’aeronautica militare marocchina si era fornita di tre droni tattici “Hermes 900” prodotti da un’altra grande azienda aerospaziale israeliana, Elbit Systems Ltd.. Questi velivoli sarebbero attualmente schierati nelle basi aeree di Meknès e Dakhla, a disposizione delle unità d’intelligence. A fine novembre 2021 è trapelata da Tel Aviv la notizia della firma di un contratto tra le forze armate marocchine e la società israeliana Skylock Systems Ltd. per la fornitura del sistema d’individuazione e neutralizzazione anti-droni “Skylock Dome”. “Questo sistema è equipaggiato con dispositivi di monitoraggio ottico e termico e un radar che monitorizza e traccia tutte le attività sospette”, affermano i progettisti di Skylock Systems Ltd.
“Rabat aveva già acquistato sofisticati sistemi da ricognizione elettronica allestiti dalle industrie israeliane che sono in via di istallazione a bordo di cellule Gulfstream G550 modificati negli Stati Uniti per compiti ISR (intelligence, sorveglianza e riconoscimento) e SIGINT (spionaggio di segnali elettromagnetici, nda)”, annota il portale italiano Ares Difesa. “Più vicini alla firma tra Rabat e Tel Aviv sembrano essere pure i programmi d’acquisto dei nuovi radar di sorveglianza e scoperta nonché l’ammodernamento con avionica ed armamento israeliano dei caccia bombardieri leggeri Northrop F-5E, in servizio con la Forces Royales Air in circa 25 esemplari tra monoposto e biposto”.
Rilevanti e inquietanti pure le relazioni tra Rabat e Tel Aviv nel settore della sorveglianza e dello spionaggio militare. A luglio 2021 la Direzione Nazionale Cyber d’Israele ha annunciato che il suo responsabile, Yigal Unna (già capitano della 8200 Intelligence Unit, l’unità israeliana d’eccellenza di spionaggio militare), ha sottoscritto un accordo con le autorità marocchine per “consentire il trasferimento di saperi e tecnologie da parte delle aziende israeliane”. Il Marocco, insieme a Messico, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita è stato inoltre uno dei maggiori clienti della compagnia di cyber security and intelligence NSO Group Technology, con quartier generale a Herzliya, realizzatrice dello spyware Pegasus che consente di sorvegliare da remoto gli smartphone.
“La tecnologia sviluppata dalla compagnia israeliana è stata impiegata dal governo marocchino per spiare il giornalista Omar Radi, critico delle violazioni dei diritti umani in Marocco”, ha denunciato Amnesty International. “Il cellulare del professionista è stato sottoposto a numerosi attacchi con la nuova tecnica sofisticata Pegasus. Gli attacchi sono avvenuti nel periodo in cui Radi è stato ripetutamente molestato dalle autorità marocchine, è alcuni di essi pure qualche giorno dopo che NSO Group Technology aveva promesso che i suoi prodotti non sarebbero stati più utilizzati per abusi dei diritti umani. Essi sono invece continuati almeno per tutto il mese di gennaio 2020”.
Oltre a Omar Rady ci sarebbero stati altri sette giornalisti marocchini posti sotto “controllo” da Pagasus: Taoufik Bouachrine, Aboubakr Jamai, Hicham Mansouri, Soulaimane Raissouni, Ali Amar, Omar Brousky e Maria Mokrim. In un articolo pubblicato il 27 luglio 2021, Nigrizia ha evidenziato che le autorità governative del Marocco avrebbero utilizzato l’applicazione di NSO Group Technology per spiare pure due cittadini francesi, Claude Mangin e Philippe Bouyssou.
Mangin è la moglie del detenuto politico saharawi Naama Asfari, condannato a 30 anni di prigione per aver partecipato nel 2010 ad alcune proteste popolari scoppiate nell’accampamento di Gdeim Izik, nel Sahara Occidentale; Philippe Bouyssou è il sindaco di Ivry-sur-Seine, città che ha promosso progetti di solidarietà con il popolo saharawi. Secondo Radio France, anche i cellulari dell’avvocato francese Joseph Breham e del rappresentante del Fronte Polisario in Europa, Oubi Bachir Bouchraya, sarebbero stati “intercettati” dai servizi segreti marocchini.
Pure il settore tecnologico-scientifico dual use (civile-miliare) vede il fiorire di accordi di cooperazione tra le università marocchine e quelle israeliane. La Tel Aviv University ha attivato borse di studio e stage formativi a favore di studenti provenienti dal paese nordafricano. Inoltre, un paio di mesi fa, la Mohammed VI Polytechnic University di Rabat ha sottoscritto un memorandum di collaborazione con la Ben-Gurion University of the Negev (uno dei centri accademici israeliani più coinvolti nella ricerca di nuovi sistemi d’arma e nello sviluppo delle tecnologie nucleari) e con la Reichman University (IDC Herzliya), la maggiore istituzione universitaria privata in Israele, fondata nel 1994 da Uriel Reichman, già sottufficiale della Brigata Paracadutisti durante la guerra dei Sei giorni nel 1967 e dello Yom Kippur del 1973.
Per la cronaca la Mohammed VI Polytechnic University di Rabat è l’ente accademico con cui la Fondazione Med-Or di Leonardo S.p.A. ha sottoscritto recentemente un accordo di collaborazione che consente agli studenti marocchini di accedere alle borse di studio finanziate dal gruppo industriale italiano produttore di sistemi bellici presso la LUISS “Guido Carli” di Roma. A firmare l’intesa per Fondazione-Leonardo, il presidente Marco Minniti, ex parlamentare Pd e ministro dell’Interno della Repubblica italiana con il governo Gentiloni (dicembre 2016-giugno 2018).
Dal nostro Corrispondente Michael Backbone
Nairobi, 3 gennaio 2022
Si è spento domenica a Nairobi, Richard Leakey, uno dei più importanti naturalisti e paleontologi che abbia avuto il Kenya.
Era un figlio d’arte, poiché suo padre, Louis, assieme a sua moglie, Mary, avevano iniziato gli scavi nella gola di Olduvai, in Tanzania, poco distante dal famoso cratere spento Ngorongoro. Erano specializzati nello studio dei reperti di primati e cercavano le origini della specie umana.
Richard Leakey
La storia dei Leakey, e quella del figlio Richard in particolare, è quella dei missionari protestanti arrivati in Kenya nella prima metà del diciannovesimo secolo; famiglie con larghissima prole che si erano genuinamente affezionate al nuovo posto dove avrebbero vissuto.
Che vita quella di Richard Leakey!
La sua passione per l’antropologia e la conservazione si sviluppò dopo molteplici altre avventure imprenditoriali, tuttavia al suo nome sono legati la creazione nel 1967 della Kenyan Museum Society, organizzazione tutt’ora esistente, e la prima esplorazione speleologica dei dintorni del Lago Turkana. Grazie anche a un cospicuo finanziamento della National Geographic Society, l’esplorazione portò i suoi frutti. Leakey e la sua equipe scoprirono uno scheletro risalente a 1,6 milioni di anni addietro, il “Lake Turkana Boy”, che gli procurò una fama internazionale.
Lo scheletro del Lake Turkana Boy
Nel 1989, Leakey, fu nominato dall’allora Presidente Daniel arap Moi responsabile dell’odiernoKenya Wildlife Service, organizzazione statale che si occupa della conservazione della fauna. La nomina era la risposta del Paese al clamore che la caccia di frodo agli elefanti aveva suscitato a livello mondiale: i modi militareschi di Leakey contribuirono a diminuire fortemente questa piaga, al punto che i suoi successi contro il bracconaggio permisero al Paese di ricevere cospicui finanziamenti da istituzioni quali la Banca Mondiale.
I due passi fondamentali della strategia messa in atto da Leakey come capo del KWS erano la militarizzazione del personale a difesa degli animali, con ordine di sparare a vista ai bracconieri, e la recinzione sistematica delle aree adibite a conservazione degli animali, una pratica questa in uso ancora adesso.
Certe decisioni prese da un bianco in Kenya non erano ben viste perché colpivano parecchi politici e interessi di parte locali, creando dissapori e invidie che culminarono nell’incidente aereo nel 1994 dove Leakey perse entrambe le gambe; indagini forensi accertarono poi che l’aereo da lui pilotatova era stato sabotato. La cosa si perse nel nulla con il tempo e Leakey si dimise poi dal KWS per darsi alla politica, creando un partito (Safina, in lingua kiswahili l’Arca) con il quale intendeva combattere la corruzione presente nella società keniota. Era questo un guanto di sfida doppio, sia perché il movimento denunciava il malcostume endemico di una certa classe privilegiata, ma anche e soprattutto era l’opera di un bianco, seppur indigeno.
Viadotto della ferrovia sopra parco nazionale in Kenya
Safina era in aperta opposizione al suo precedente benefattore di un tempo,il presidente Moi, e alla schiera di quanti, assieme a lui, pasteggiavano al tavolo della politica a spese dei cittadini.
Osteggiato dai più, il partito Safina non ebbe vita né facile né lunga, ma nel 1997 quando i finanziatori internazionali come il Fondo Monetario Internazionale decisero di congelare ogni credito al Paese per via della corruzione rampante, ecco che il Presidente Moi rispolvera Leakey e lo nomina Segretario di Gabinetto e Capo del Servizio Pubblico, in sostanza un Ministro della Pubblica Amministrazione. Nei due anni che occupò l’incarico, Leakey licenziò 25.000 dipendenti pubblici e ottenne dai finanziatori internazionali cospicui fondi per il Paese.
Tuttavia, quando questo denaro arrivò in Kenya (250 milioni di dollari), le riforme proposte dal ministro furono impantanate in processi amministrativi e lui stesso fu rimosso dalle sue funzioni nel 2001.
Nel 2002 lasciò il Kenya e si stabilì negli Stati Uniti, dove continuò la sua opera in favore della conservazione della fauna in Africa: basti ricordare il suo ruolo decisivo nella protezione dei Gorilla Silverback del parco Virunga in Congo, quando nel 2007 la guerra civile in quella regione minacciava gli animali di estinzione.
Negli Stati Uniti ricevette numerosi riconoscimenti per il suo operato e fu nominato chairman dell’organizzazione Transparency International in Kenya.
Nel 2015, venne richiamato in Kenya dal presidente Uhuru Kenyatta che gli offrì nuovamente il posto di capo del Kenya Wildlife Service e ancora una volta si distinse per la sua visione progressista, perché riesci a trovare un compromesso nell’interesse della conservazione dell’ambiente, ottenendo che la ferrovia in costruzione tra Nairobi e Mombasa prevedesse un viadotto sopraelevato di 15 chilometri al di sopra del Parco Nazionale di Nairobi, perché l’habitat degli animali non fosse stravolto: un precedente importante che coniuga interessi economici e interessi naturalistici in un’opera di infrastruttura necessaria allo sviluppo di un Paese che tanto ha amato.
Nella contea di Lamu, nord est del Kenya, in prossimità del confine con la Somalia, la tensione è alle stelle. Nell’anno appena iniziato, nel villaggio di Witho sono state brutalmente ammazzate diverse persone nella notte tra domenica e lunedì.
Durante un attacco, perpetrato da un gruppo di una trentina di uomini armati non ancora identificati, sono state bruciate almeno dieci abitazioni. Sei le vittime finora accertate: a quattro sono state legate le mani dietro la schiena prima di essere bruciate vive in un locale che vendeva alcolici. Tra loro anche il proprietario dell’attività commerciale.
Negozio distrutto durante attentato in un villaggio nella contea di Lamu, Kenya
A un altro abitante del villaggio è stato dapprima inferto un fendente allo stomaco per poi essere decapitato, mentre il sesto è stato ammazzato con colpi di arma da fuoco ed è stato ritrovato questa mattina nel piccolo centro commerciale del luogo.
Anche se l’attacco non è ancora stato rivendicato, secondo il commissario della contea di Lamu, Irungu Machari, l’aggressione della scorsa notte porta l’impronta dei miliziani di al-Shebab, i sanguinari terroristi attivi in Somalia, che nel recente passato sono stati responsabili di diversi attentati in Kenya. Ma c’è chi la pensa diversamente. Generalmente i terroristi sono tutti ben armati, questa volta, invece, solo alcuni imbracciavano fucili, mentre altri, secondo testimoni oculari, erano equipaggiati solamente di coltellacci e machete.
Va ricordato che i terroristi al-Shabab non perdonano la presenza delle truppe keniote nel contingente dell’ AMISOM, Missione dell’Unione Africana in Somalia. A metà settembre, nella contea di Lamu, durante un’imboscata di un convoglio, sono morti 15 militari delle forze armate del Kenya L’attentato è poi stato rivendicato dai macellai somali.
La polizia di Lamu ha fatto sapere che sabato è morto anche un motociclista urtando una bomba artigianale che si trovava sul ciglio della strada nell’area di Kiunga, ancora più vicino al confine con la Somalia.
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