Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
3 gennaio 2022
Era nell’aria da diversi giorni e nella tarda serata di ieri il premier sudanese, Abdallah Hamdok, ha rimesso il suo mandato. Dopo nuove violenti proteste, costate la vita a tre manifestanti, brutalmente ammazzati dalle forze di sicurezza a Omdurman, città gemella di Khartoum, situata sulla sponda occidentale del Nilo, il premier ha spiegato il motivo delle sue dimissioni in un discorso alla nazione.
Il premier sudanese Abdallah Hamdok rassegna le sue dimissioni
“Ho fatto del mio meglio per impedire che il Paese sprofondasse nel caos, nella catastrofe”, ha sottolineato Hamdok e ha ammesso il suo fallimento nel tentativo di formare un governo di tecnocrati secondo l’accordo firmato il 21 novembre con il presidente del Consiglio sovrano, Abdel Fattah Abdelrahman Al-Bourhan.
“Vista la scissione tra le forze politiche e i componenti della transizione, non vedo altra soluzione che quella di dimettermi”, ha aggiunto l’ex premier sudanese.
Con le dimissioni di Hamdok decade anche l’accordo siglato con i militari il 21 novembre 2021 che lo avevano reintegrato dopo il putsch del 25 ottobre 2021. Molti ministri del suo ex governo si erano dimessi immediatamente, così pure la rettrice dell’università di Khartoum, in quanto Forces of Freedom and Change, coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione non avevano accettato sin dall’inizio il trattato, in quanto permetteva ai militari di mantenere gran parte del controllo sul Paese.
Dopo il golpe del 25 ottobre 2021 il popolo sudanese ha continuato a manifestare il proprio disappunto contro i militari. Marce di protesta si sono susseguite in ogni parte del Paese, sempre represse con brutalità dalle forze dell’ordine e dai paramilitari di Rapid Support Forces, gli ex janjaweed, i tagliole riciclati a latere nel governo, il cui capo è Mohammed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, vicepresidente del Consiglio sovrano.
Durante la manifestazione di ieri sono state brutalmente ammazzate 3 persone, altri sono stati feriti, alcuni in modo grave, come ha riferito Central Committee of Sudanese Doctors (CCSD). E, secondo la stessa fonte, dalla fine di ottobre a oggi sono stati uccisi non meno di 57 dimostranti, centinaia sono stati feriti mentre marciavano pacificamente nelle varie manifestazioni contro il potere dei militari.
A dicembre le Nazioni Unite hanno inoltre accusato le forze di sicurezza di aver violentato 13 donne che avevano partecipato alle manifestazioni .
Ora il potere è completamente in mano al Consiglio sovrano e il Sudan rischia di ritornare alla dittatura come ai tempi di Omar al-Bashir. Ma i sudanesi non ci stanno, hanno già annunciato una serie di nuove manifestazioni contro al-Burhan.
Intanto il Dipartimento di Stato di Washington ha promesso sostegno al popolo sudanese e ha chiesto alle autorità di Khartoum di fermare le violenze contro i dimostranti, di trovare con la massima urgenza un accordo in grado di garantire un governo civile.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 2 gennaio 2022
Un uomo di 51 anni è stato arrestato per essere interrogato sulle cause dell’incendio che ha devastato il Parlamento a Città del Capo, in Sudafrica. Lo ha dichiarato alla stampa la ministra dei Lavori pubblici, Patricia De Lille, senza fornire particolari. Nel momento in cui scriviamo l’incendio sta per essere domato e non ci sono vittime né feriti.
La BBC riporta che il presidente della Repubblica, Cyril Ramaphosa, si è recato sul luogo dell’incendio definendo l’evento “terribile e devastante”. “La notizia della catastrofe ha provocato una terribile battuta d’arresto per quello che stavamo vivendo ieri”, – ha affermato riferendosi ai funerali di Desmond Tutu -. “Anche l’arcivescovo ne sarebbe stato devastato”, – ha aggiunto.
Il Capo dello Stato ha spiegato che il sistema anti-incendio non ha funzionato. Secondo l’ufficio del sindaco di Città del Capo l’allarme del Parlamento ha suonato solo quando i vigili del fuoco erano già sul posto. Il tetto sopra la vecchia sala dell’assemblea è stato completamente distrutto e devono essere ancora valutati i danni.
L’incendio è stato segnalato alle 5.03 di domenica. Il primo contingente di Vigili del fuoco è arrivato sei minuti dopo la segnalazione, raggiunto da altri cinque mezzi e decine di pompieri. Per spegnere il rogo è stata impiegata anche una gigantesca gru arrivata oltre l’altezza del tetto dell’edificio.
Il Parlamento risale al 1884
La parte più antica del Parlamento di Città del Capo, con il pavimento in legno, risale al 1884. Le altre due sezioni che lo compongono sono state costruite negli anni ’20 e ’80 del secolo scorso e ospitano l’Assemblea Nazionale. Nove mesi fa, nel marzo dello scorso anno, nell’edificio c’è stato un altro incendio a causa di un guasto elettrico. Sempre l’anno scorso, ad aprile il fuoco ha distrutto parte della biblioteca dell’Università di Città del Capo. Tra l’altro conteneva una collezione unica di archivi africani.
Breaking News
Africa ExPress Pretoria, 2 gennaio 2022
Un incendio di vaste proporzioni ha colpito il Parlamento di Città del Capo. L’allarme ai Vigili del fuoco è stato dato stamane alle 5.03, rapidamente intervenuti sul posto.
L’incendio al Parlamento di Città del Capo
“L’incendio si è sprigionato al terzo piano. – ha riferito il portavoce del City of Cape Town Fire and Rescue Service -. I primi sopralluoghi indicano che è iniziato nello spazio degli uffici e si sta diffondendo verso la palestra.”
🟥🔥PARLIAMENT IS ON FIRE🔥🟥
Cape Town Fire and Rescue confirmed that the fire is indeed at the Parliament building. Firefighters have been deployed and are currently at the scene. The cause of the fire has not yet been confirmed. pic.twitter.com/QFy9tNTXVn
Trentasei pompieri, con sei automezzi, hanno cercato di domare le fiamme e che si sono allargate fino al tetto dell’edificio. Non si conoscono ancora le cause che hanno innescato il fuoco. Vaste crepe sono state rilevate sulle pareti del palazzo del Parlamento. I social stanno dando vasta eco all’evento.
Lo scorso anno un incendio ha distrutto la Biblioteca universitaria di Città del Capo con volumi rari e unici.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
Gennaio 2022
Il Pentagono rafforza il ruolo della grande base siciliana di Sigonella quale trampolino di lancio per le operazioni militari USA in Africa.
Secondo quanto rivelato dal quotidiano delle forze armate americane, Stars and Stripes, dallo scorso mese di novembre uno squadrone del Corpo dei Marines dotato di velivoli MV-22 B “Osprey” (convertiplani, metà elicotteri e metà aerei) è stato trasferito a Sigonella dalla base spagnola di Rota per “fornire il supporto aereo alle operazioni in Africa”.
Base di Sigonella
Il reparto in questione è il Marine Medium Tiltrotor Squadron 365(MMTS-365) che opera dalla Sicilia come “parte della forza di pronto intervento in Africa settentrionale e occidentale del Marine Corps Forces Europe and Africa (MARFOREUR/AF)”, secondo quanto specificato a Stars and Stripes dal Comando del Corpo dei Marines USA di stanza nella base tedesca di Boblingen.
“La responsabilità principale del Marine Medium Tiltrotor Squadron 365 è di rispondere a tutte le crisi che potrebbero colpire la regione nord-occidentale africana – ha aggiunto il Comando -. Oltre allo squadrone di Sigonella, un altro elemento di combattimento aereo (ACE – Aviation Combat Element) è stato assegnato al Combined Joint Task Force – Horn of Africa presente a Camp Lemonnier, Gibuti, e ha come area d’intervento l’Africa orientale”.
“Il Marine Medium Tiltrotor Squadron 365 utilizza i convertiplani MV-22 Ospreys che forniscono prontamente la loro assistenza quando essa è richiesta in differenti scenari – ha dichiarato il maggiore Thomas Gruber, responsabile operativo dello squadrone -. Attualmente stiamo partecipando a una serie di attività addestrative che includono l’integrazione con le forze terrestri USA di base nel nord Italia (a Vicenza e ad Aviano, nda)”. Il Comando dei Marines USA in Europa non ha reso noto il numero dei convertiplani rischierati in Sicilia, ma secondo Stars and Stripes si dovrebbe trattare di 12 velivoli.
Prodotto dalle holding industriali Bell e Boeing, i V-22 “Osprey” sono in grado di trasportare sino a 24 soldati pienamente equipaggiati, volando alla velocità massima di 509 Km/h e un raggio d’azione di 448 km. I velivoli sono armati con mitragliatrici e missili di precisione aria-terra.
Lo squadrone trasferito a Sigonella è uno dei reparti d’élite dei Marines USA. “La nostra mission è quella di fornire il supporto per gli assalti delle truppe da combattimento, nonché le attrezzature e gli equipaggiamenti durante le operazioni anfibie e alle successive operazioni a terra”, spiega il Comando di MMTS-365.
Noto con il soprannome di “Blue Knights”, lo squadrone ha quartier generale nella stazione aeronavale di New River, North Caroline ed è sottoposto gerarchicamente al Marine Aircraft Goup 26 (MAG-26). Il Marine Medium Tiltrotor Squadron 365 è stato costituito nel 1963 come “squadrone elicotteri” (HMM-365) per essere subito inviato in guerra in Vietnam. Nel 1991 l’HMM-365 ha operato in Iraq (prima guerra del Golfo) e, nello stesso anno, alcuni dei suoi elicotteri hanno partecipato alle operazioni di evacuazione del personale civile statunitense da Mogadiscio (Somalia).
Dal 1992 al 1999 lo squadrone dei Marines ha operato stabilmente nelle acque del mar Adriatico e nei Balcani, intervenendo nelle diverse missioni USA e NATO contro le autorità di Belgrado e direttamente ai bombardamenti in Bosnia e in Kosovo. Dopo l’11 settembre, l’HMM-365 è stato impiegato per lunghi periodi nella guerra in Afghanistan e in Pakistan e dal 2003 anche in Iraq. Quando nel febbraio 2005 ha fatto ritorno negli Stati Uniti d’America, lo squadrone aveva partecipato in Medio oriente a quasi 4.000 ore di combattimenti e a 2.400 raid.
Tre anni dopo l’HMM-365 è stato rischierato ancora una volta nello scenario di guerra afgano, operando dallo scalo aereo di Kandahar in più di 3.000 azioni di combattimento. Il 15 gennaio 2009, con l’acquisizione dei convertiplani MV-22 “Osprey”, il reparto è stato ridisegnato in Marine Medium Tiltrotor Squadron 365. Nel biennio 2011-12 esso è tornato a operare in Afghanistan per poi essere trasferito nella base aerea di Moròn (Spagna) – aprile 2013 – quale componente della Special Purpose Marine Air Ground Task Force–Crisis Response, la forza di pronto intervento dei Marines per il continente africano.
Nel 2015, l’MMTS-365 ha invece sostenuto le operazioni e le esercitazioni della VI^ Flotta USA nel Mediterraneo e della V^ Flotta in Medio Oriente e nel Golfo, partecipando anche ad alcune missioni di combattimento in Iraq e all’evacuazione del personale dell’ambasciata USA in Yemen.
Dopo il trasferimento dalla Spagna in Sicilia, il Marine Medium Tiltrotor Squadron 365 ha svolto dal 7 al 9 dicembre una complessa esercitazione aerea e terrestre in Friuli Venezia Giulia, congiuntamente alla 173^ Brigata Aviotrasportata dell’Esercito USA di stanza a Vicenza e ai reparti di US Air Force della base di Aviano. “L’addestramento ha incluso molteplici operazioni d’inserimento dall’aria con il coinvolgimento dei paracadutisti di US Army a bordo degli MV-22 Osprey del Corpo dei Marines”, ha riferito il Comando delle forze terrestri USA in Europa e Africa.
Marines USA trasferiti dalla Spagna a Sigonella in Sicilia
Una decina di giorni prima (il 22 novembre 2021) i convertiplani dello squadrone USA avevano concorso al trasferimento del corpo diplomatico della NATO dalla stazione aeronavale di Sigonella alla portaerei britannica “HMS Queen Elizabeth” in navigazione nel Canale di Sicilia, durante un’esercitazione aeronavale in cui sono stati testati i cacciabombardieri F-35 “Lightning” alleati a decollo verticale.
La rilevanza strategica attribuita allo squadrone operativo a Sigonella è stata enfatizzata nel corso del messaggio natalizio inviato dal Segretario della Difesa Lloyd J. Austin III alle forze armate.
Austin si è collegato in videoconferenza con alcuni dei reparti impegnati all’estero: il Marine Medium Tiltrotor Squadron 365 “che sta supportando la North Africa Response Force 22.1”; il 443rd Air Expeditionary Squadron “che dalla base irachena di Al Asad fornisce il necessario supporto aereo alle nazioni partner nell’ambito dell’Operazione Inherent Resolve in Iraq”; il gruppo navale guidato dalla portaerei “USS Harry S. Truman” Carrier Strike Group 8, “schierato in questi giorni nell’area operativa della VI^ Flotta”; il 53rd Infantry Brigade Combat Team della Guardia Nazionale “che dalla Florida è stato trasferito in Ucraina per condurre esercitazioni con le forze armate partner”; il 10th Space Warning Squadron – Space Delta 4 “che dalla stazione aerospaziale di Cavalier, North Dakota, assicura il controllo contro i missili strategici e di teatro agli Stati Uniti e agli alleati internazionali”.
Pochi giorni prima di Natale è morto Simon Odo, meglio conosciuto come Re di Satana. Il 74enne guaritore lascia 57 mogli (forse anche qualcuna in più) e 300 tra figli e nipoti.
Simon Odo, il nigeriano, adoratore di satana
Simon è deceduto dopo breve malattia. Lo ha confermato alla BBC in lingua igbo (idioma parlato anche nel sud-est della Nigeria), Uchenna Odo, uno dei suoi tantissimi figli . “E’ stato seppellito nella sua macchina, come aveva chiesto, e durante la celebrazione abbiamo ascoltato la sua canzone preferita dall’autoradio”, ha riferito senza aggiungere altro.
Simon era originario di Aji, un villaggio nell’area di Igboeze North, Enugu state, nel sud-est del gigante dell’Africa. Guaritore – curava i malati con erbe tradizionali – e predicatore, nonché veneratore di satana, era molto conosciuto e apprezzato nella zona.
In diverse interviste, rilasciate ai giornali locali alcuni anni fa aveva detto: “Mi risposo ogni volta che la moglie del momento mi fa arrabbiare o mi insulta. In questo modo evito di morire di crepacuore o d’infarto. Solamente 5 su 20 mariti muoiono di morte naturale. Gli altri 15 chiudono gli occhi per sempre a causa dei comportamenti delle mogli”.
Il poligamo era ben volto da tutti. Era figlio unico ed era nato nel 1947; aveva raccontato a un giornalista del luogo di essere venuto al mondo durante un eclissi solare e lunare (20 maggio 1947 n.d.r.). “Era buio nel pomeriggio in cui mia madre mi ha partorito. Sono stato battezzato secondo il rito della Chiesa cattolica, e, da bambino, sono stato anche chierichetto. Poi le vicissitudini della vita mi hanno portato a fare l’erborista”.
Simon ha affermato di essere stato avvelenato da alcuni parenti quando era ancora piccolo, perchè volevano impossessarsi delle terre di suo padre. E prosegue poi il suo racconto: “Per molti anni sono rimasto zoppo, a 15 anni sono andato nell’Ondo state per farmi aiutare e dove ho poi fatto anche un lungo apprendistato per diventare guaritore con l’utilizzo delle erbe.
Durante la sua lunga vita ha vissuto in un palazzo nel suo villaggio, insieme a mogli e figli. Ma l’adoratore di Satana ha specificato: “Mantengo quelli che vivono ancora con me e le mie consorti cucinano a turno per tutti”, specificando che molti dei suoi discendenti sono indipendenti da decenni e a loro volta hanno figli e nipoti.
Alcune delle innumerevoli mogli di Simon Ode
“Alcuni dei miei figli maschi hanno scelto di diventare religiosi, li ho lasciati liberi di fare ciò che volevano. Ma non apprezzo chi ha scelto di dedicarsi a una religione diversa del cattolicesimo. Non parlo più con quelli che sono stati ordinati pastori di altre chiese”.
Il patriarca ha poi spiegato che non ha mai voluto che un altro familiare diventasse guaritore. “Potrebbero fare cattivo uso delle mie erbe. Come erborista non ho mai ucciso nessuno, non ho mai voluto fare del male, ma non pongo la stessa fiducia nei miei figli”.
In una intervista accordata alla BBC nel 2020, Simon Ode ha precisato di essere satanista, un’eredità trasmessa dai genitori e dai nonni.
Ma attenzione, nella cultura igbo, satana non è considerato un essere malefico, rappresenta una divinità. Nell’antichità, il diavolo veniva implorato in tempi di guerra per vendicarsi o per danneggiare un altro essere umano.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
30 dicembre 2021
In vista del torneo continentale di calcio, CAN 2021, la Coppa Africana delle Nazioni, il governo del Camerun ha intensificato le misure di sicurezza nella provincia del Sud-Ovest, una delle due regioni anglofone, teatro da anni di violenti scontri tra i separatisti e le forze governative.
CAN 2021 Stadio di Limbe, nel Sud-Ovest del Camerun
La 33esima Coppa Africana delle Nazioni, rinviata lo scorso anno a causa della pandemia, si disputerà in Camerun dal 9 gennaio al 6 febbraio 2022; parteciperanno 24 squadre nazionali del continente. Gli incontri si disputeranno in sei città del Paese, tra queste anche Limbe, nella provincia del Sud-Ovest, dove si affronteranno i team del girone F che comprende Mali, Gambia, Tunisia e Mauritania.
Il governo di Yaoundé ha deciso di rafforzare le forze dell’ordine a Limbe e a Buea, capoluogo della provincia del Sud-Ovest, dopo le forti accuse di Human Rights Watch sui rischi che le squadre potrebbero incontrare in questa zona anglofona, nella morsa di forti scontri interni.
HRW ha sottolineato nel suo rapporto che le autorità hanno il dovere di proteggere delegazioni straniere, tecnici, funzionari, tifosi durante lo svolgimento di CAN 2021.
L’ONG ha ricordato che diversi militanti separatisti hanno minacciato pubblicamente di interrompere la manifestazione sportiva se le autorità non ritireranno le truppe governative dalle due regioni anglofone. Uno dei gruppi contrari a CAN 2021 in Camerun ha rivendicato la responsabilità dell’esplosione di una bomba il 12 dicembre, la quarta da novembre nel Sud-Ovest del Camerun.
I secessionisti anglofoni, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona. In una lettera, firmata da Taka Milton, segretario di Stato della “Repubblica Federale Ambazionia” , ha inviato una missiva alle associazioni calcistiche del girone F di CAN 2021, informandoli che il Camerun è in guerra .
E ora il governo accusa Medici Senza Frontiere di aver aiutato i separatisti della provincia del Sud-Ovest. Insinuazione prontamente rimandate al mittente dalla ONG, che afferma di aver applicato semplicemente il proprio protocollo.
Le autorità affermano che domenica scorsa un’ambulanza di MSF avrebbe trasportato un capo separatista ferito, in possesso di un modulo di evacuazione falso. Secondo il ministero della Difesa, le autorità amministrative non sarebbero state informate dell’intervento di MSF, come richiesto dalle norme vigenti. Da tempo i rapporti tra la ONG e il governo sono tutt’altro che facili e dall’agosto scorso MSF ha abbandonato l’altra provincia anglofona, quella del Nord-Ovest, dove il governo aveva già sospeso la loro attività nel dicembre 2020.
Il conflitto nelle due zone anglofone del Camerun inizia alla fine del 2016, dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Da allora ci sono continui scontri tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare.
Solamente in 2 delle 10 province del Camerun si parla inglese (Sud-Ovest e Nord-Ovest). All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra Francia e Gran Bretagna, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese, molto più ampia, aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.
Dalla fine del 2016 a oggi sono morte oltre 3.000 persone, mezzo milione e più hanno lasciato le proprie case a causa della crescente insicurezza.
In un suo rapporto HRW ha denunciato che dall’inizio del conflitto a novembre 2021 i separatisti avrebbero ucciso 11 alunni e 5 insegnanti, almeno 500 giovanissimi e 100 tra maestri e professori avrebbero subito aggressioni e violenze, altri 250 studenti sarebbero stati sequestrati. Hanno distrutto scuole, minacciando i genitori di tenere a casa i propri figli e hanno trasformato molti edifici scolastici in vere e proprie galere e luoghi di tortura.
“Questi attacchi criminali non hanno causato solo danni fisici e psicologici immediati alle vittime, ma hanno anche messo in pericolo il futuro di decine di migliaia di studenti”, ha precisato Ilaria Allegrozzi, autrice del rapporto di HRW.
Una diciannovenne studentessa delle scuole secondarie di Bouea ha raccontato di essere stata sequestrata nel gennaio 2020 mentre tornava a casa. “Erano armati di coltelli e machete, mi hanno bendato gli occhi, sono rimasta senza cibo per giorni. Hanno chiamato mio padre per chiedergli un riscatto. Poi, mentre stavo per essere liberata, mi hanno tagliato un dito della mano destra per impedirmi di scrivere, per scoraggiarmi di ritornare in classe”.
Scuole prese d’assalto dai secessionisti in Camerun
Secondo le Nazioni Unite, due scuole su tre in settembre, all’inizio dell’anno scolastico, non hanno riaperto i portoni, lasciando così oltre 700mila studenti senza istruzione.
Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, dopo una sua recente visita nelle zone anglofone del Camerun, ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché rompa il silenzio sulla crisi che si consuma nelle province del Nord-Ovest e Sud-Ovest. Le cui vittime, ha ammonito, sono soprattutto i giovanissimi, privati anche del diritto allo studio.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
29 dicembre 2021
I reparti d’élite dell’Aeronautica Militare italiana sono stati schierati per un mese in Qatar in occasione della competizione calcistica FIFA Arab Cup cui hanno partecipato 16 squadre del mondo arabo in vista dell’appuntamento mondiale del 2022.
“Dal 23 novembre al 20 dicembre l’Aeronautica è stata chiamata a supporto delle Forze Armate del Qatar , attraverso il dispiegamento di un Task Group Counter-Unmanned Aerial Anti-drone System (C-UAS) per la difesa contro la minaccia derivante dai cosiddetti mini e micro droni”, afferma lo Stato Maggiore della Difesa. Nello specifico è stato rischierato a Doha il sistema anti-drone fisso ACUS (AMI Counter UAS), costituito da un dispositivo radar di rilevamento e da sofisticate apparecchiature per l’interdizione elettronica, congiuntamente a sistemi jammer portabili, disturbatori di frequenza.
Complessivamente alla missione anti-droni hanno partecipato trenta militari provenienti dal 16° Stormo “Protezione delle Forze” di Martina Franca (Fucilieri dell’Aria) e operatori del settore Force Protection appartenenti al 4° Stormo dell’Aeronautica di Grosseto, al 6° Stormo di Ghedi (Brescia) e al 32° Stormo di Amendola (Foggia).
“Le capacità C-UAS comprendono l’acquisizione di tecnologie per l’avvistamento e l’eventuale neutralizzazione di droni anche di piccolissime dimensioni che sorvolano a bassa quota aree sensibili o interdette quali le installazioni militari, per la protezione del personale che in esse opera e dei beni materiali ivi custoditi”, spiega ancora la Difesa.
Sistemi C-UAS
“L’attività in Qatar è stata una importante esperienza di cooperazione internazionale nonché di dimostrazione delle capacità C-UAS, rese sempre più necessarie dal proliferare di attività illegali condotte con l’utilizzo di sistemi a pilotaggio remoto che, per le loro dimensioni, risultano non solo di difficile visualizzazione con i tradizionali sistemi di sorveglianza e rilevamento, ma anche di complesso contrasto con velivoli o elicotteri convenzionali”.
Il Task Group italiano schierato in Qatar per il test generale di “protezione anti-droni” in vista del Campionato mondiale di calcio 2022, opera stabilmente in Kuwait alle dipendenze dell’IT NCC Air (Italian National Contingent Command Air), il comando dell’Aeronautica Militare costituito il 17 ottobre 2014 nell’ambito dell’operazione multinazionale Inherent Resolve (a guida USA) contro le milizie dello Stato islamico in Iraq e Siria.
“L’IT NCC/TFA Kuwait concorre mediante l’impiego dei propri assetti Intelligence, Surveillance and Reconnaissance – caccia Tornado e droni Predator – alla definizione della consapevolezza della situazione della Coalizione”, afferma il Ministero della Difesa. “Il flusso di video ed immagini ad alta risoluzione acquisiti dalle piattaforme aeree viene canalizzato alla cellula Intelligence I2MEC per estrarre il contributo informativo necessario alla condotta delle operazioni della Coalizione”.
Qatar primo impiego operativo C-UAS
Al Comando dell’Aeronautica in Kuwait sono stati assegnati pure un aereo cisterna KC 767A per il rifornimento in volo e “l’estensione di autonomia e raggio d’azione” dei cacciabombardieri delle forze alleate, nonché un velivolo C-27J “Spartan” (prodotto da Leonardo S.p.A.) per le missioni di sorveglianza e guerra elettronica in territorio iracheno.
Nelle prossime settimane sarà pure attivata nello scalo aereo di Alì Al Salem – sede dell’IT NCC Air – una batteria contraerea superficie-aria con capacità antimissilistiche “SAMP/T”. “Si consentirà così di potenziare la difesa integrata dello spazio aereo kuwaitiano grazie ad un sistema missilistico di ultima generazione integrato nel sistema di difesa della Coalizione Inherent Resolve, caratterizzato da un’elevata mobilità tattica”, spiega il Ministero della Difesa.
Sviluppato a partire dai primi anni 2000 nell’ambito del programma italo-francese FSAF (Famiglia di Sistemi Superficie Aria), il SAMP/T si caratterizza operativamente per i “ridotti tempi di reazione contro la minaccia aerea, elevata mobilità e possibilità di adeguare il dispositivo secondo tempi commisurati alla dinamicità della manovra”. Attualmente l’Esercito italiano ha in dotazione cinque batterie SAMP/T presso il 4° Reggimento artiglieria controaerei di Mantova.
A riprova di come si sia cementata la partnership militare tra Italia e Qatar va aggiunto che contemporaneamente allo schieramento del Task Group anti-droni per la competizione calcistica FIFA Arab Cup, una delegazione del Joint Warfare Training Center delle forze armate qatarine, accompagnate dal generale Al-Mohannadi Ali Abdulaziz (rappresentante militare dell’emirato presso la NATO) è stata ospitata presso il NATO Modelling & Simulation Centre of Excellence, il Centro di formazione d’eccellenza dell’Alleanza Atlantica operativo presso la cittadella militare della Cecchignola a Roma.
“La visita è inserita in un ampio programma di cooperazione da parte della Difesa del Qatar con il mondo della Difesa occidentale ed i membri della coalizione NATO”, spiega lo Stato Maggiore italiano. “La rappresentanza del Qatar ha assistito ad una presentazione sul Centro, la sua missione e le sue capacità, partecipando a dimostrazioni sui diversi progetti di ricerca in corso. In tale contesto il Modelling & Simulation rappresenta uno strumento essenziale per supportare l’Alleanza e renderla sempre più forte e per fronteggiare alcune delle sue sfide più difficili”.
Al NATO Modelling & Simulation Centre of Excellence di Roma, oltre alle forze armate italiane, partecipano quelle di Stati Uniti, Germania, Repubblica Ceca e Canada.
Per gentile concessione del New York Times, pubblichiamo questa dettagliata inchiesta sulla genesi della guerra in Etiopia
Dal New York Times Declan Walsh
Nairobi, 15 dicembre 2021
Incontri segreti con un dittatore. Movimenti clandestini di truppe. Mesi di tranquilla preparazione per una guerra che doveva essere rapida e senza sangue.
Nuove prove mostrano che il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, stava pianificando una campagna militare nella regione settentrionale del Tigray da mesi, prima che la guerra scoppiasse un anno fa, scatenando una cascata di distruzione e violenza etnica che ha inghiottito l’Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa.
Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e vincitore del Premio Nobel per la Pace 2019
Abiy Ahmed, un premio Nobel per la pace, visto di recente in uniforme al comando delle truppe sul fronte di battaglia, insiste che la guerra gli è stata imposta – che i combattenti di etnia tigrina hanno sparato i primi colpi nel novembre 2020 quando hanno attaccato una base militare federale nel Tigray, massacrando i soldati nei loro letti. Questo racconto è diventato un attestato di fede per Abiy e per i suoi sostenitori.
In effetti, la guerra è stata pianificata dal primo ministro e messa in moto ancor prima che nel 2019 gli fosse assegnato il Nobel per la pace che lo ha trasformato, per un periodo, in un’icona globale della nonviolenza.
Il premio Nobel gli è stato assegnato soprattutto grazie dall’improbabile accordo di pace che Abiy ha stretto con Isaias Afworki, il dittatore leader dell’Eritrea, pochi mesi dopo essere salito al potere nel 2018. Quel patto ha messo fine a due decenni di ostilità e guerra tra i rivali vicini e ha suscitato grandi speranze per la travagliata regione.
Invece, il Nobel ha incoraggiato Abiy Ahmed e Isaias Afeworki a disegnare segretamente un percorso di guerra contro i loro comuni nemici nel Tigray. Il racconto del disegno bellico è stato fatto da attuali e da ex funzionari etiopici che hanno parlato a condizione che sia tutelata la loro identità, per evitare rappresaglie o proteggere i membri della famiglia all’interno dell’Etiopia.
Nei mesi prima dello scoppio dei combattimenti nel novembre 2020, il signor Abiy ha spostato le truppe verso il Tigray e ha inviato aerei da carico militari in Eritrea. I suoi consiglieri e i suoi militari hanno discusso i dettagli di un conflitto programmato. Coloro che non erano d’accordo venivano licenziati, interrogati sotto la minaccia delle armi o costretti ad andarsene.
Ancora abbagliato dal Nobel di Abiy, l’Occidente ha ignorato questi segnali d’allarme, hanno spiegato i funzionari. Ma alla fine ha contribuito a spianare la strada alla guerra.
“Da quel giorno, Abiy ha sentito di essere una delle personalità più influenti del mondo – ha spiegato in un’intervista Gebremeskel Kassa, un ex alto funzionario dell’amministrazione etiopica ora in esilio in Europa – . Sentiva di avere un sacco di sostegno internazionale, e che se fosse andato in guerra nel Tigray, non sarebbe successo nulla. E aveva ragione”.
La portavoce di Abiy Ahmed, il ministro dell’informazione dell’Eritrea e il comitato norvegese per il Nobel non hanno voluto rispondere alle domande che sono state poste per chiarire ciò che c’è scritto il questo articolo. per questo articolo.
La vittoria militare rapida e facile promessa da Abiy non si è verificata. I tigrini hanno sbaragliato le truppe etiopi e i loro alleati eritrei durante l’estate e il mese scorso sono arrivati a 160 miglia dalla capitale, Addis Abeba – spingendo il signor Abiy a dichiarare lo stato di emergenza.
Recentemente – ultima svolta in un conflitto già costato decine di migliaia di vite e ha spinto centinaia di migliaia di persone in condizioni simili alla carestia – le sorti sono virate a favore dei governativi che hanno riconquistato due città strategiche, catturate poco tempo fa dai tigrini.
Gli analisti sostengono che la trasformazione di Abiy, che da pacifista è diventato comandante sul campo di battaglia è un racconto ammonitore di come l’Occidente, alla disperata ricerca di un nuovo eroe in Africa, ha sbagliato in modo spettacolare la valutazione su di lui.
“L’Occidente deve rimediare ai suoi errori in Etiopia – ha detto Alex Rondos, ex diplomatico di punta dell’Unione Europea nel Corno d’Africa -. Ha dato giudizi sbagliati su Abiy e credito ad Isaias. Ora la questione è cercare di evitare che un paese di 110 milioni di persone si disfi”.
Il Comitato del Nobel corre un rischio
Accettando il premio Nobel per la pace nel dicembre 2019, Abiy, un ex soldato, ha dato fiato alla sua esperienza personale per descrivere eloquentemente gli orrori di un conflitto. “La guerra è l’epitome dell’inferno – aveva detto ad un pubblico distinto al municipio di Oslo – . Lo so perché ci sono stato e sono tornato”.
Abiy Ahmed, primo ministro etiopico a sinistra e Isaias Afeworki, presidente eritreo
Per i suoi ammiratori stranieri, l’impennata retorica era stata un’ulteriore prova di un leader eccezionale. Nei suoi primi mesi al potere in Etiopia, Abiy, allora 41enne, aveva liberato i prigionieri politici, tolto la censura alla stampa e promesso libere elezioni. Il suo accordo di pace con l’Eritrea, uno stato paria, è stato un abile colpo grosso politico per la regione del Corno d’Africa dilaniata dai conflitti.
Nonostante questi motivi, il comitato norvegese del Nobel, composto da cinque membri, sapeva che con la scelta di Abiy stava correndo un certo rischio, ha raccontato Henrik Urdal, dell’Istituto di ricerca sulla pace di Oslo, che analizza le decisioni della giuria.
Le ampie riforme di Abiy erano fragili e facilmente reversibili, ha aggiunto Urdal, e la pace con l’Eritrea era incentrata sul suo rapporto con Isaias, un autocrate spietato e incallito.
Abiy, ad Oslo, aveva definito il dittatore eritreo “Il mio partner e compagno di pace”.
Molti etiopi volevano anche credere nella promessa di Abiy. A una cena di gala per il nuovo primo ministro a Washington nel luglio 2018, il dottor Kontie Moussa, un etiope che vive in Svezia, aveva annunciato, tra gli applausi, che lo stava per candidare al premio Nobel per la pace.
Tornato in Svezia, il dottor Kontie ha convinto Anders Österberg, un parlamentare di un distretto popolare di Stoccolma con una grande popolazione di immigrati, a unirsi alla sua causa. Il signor Österberg è andato in Etiopia, ha incontrato Abiy ed è rimasto impressionato. Ha firmato i documenti per candidarlo al Nobel – una delle almeno due candidature che sostenevano Abiy.
Urdal ha raccontato che selezionando Abiy, il comitato del Nobel sperava di incoraggiarlo a proseguire sulla strada delle riforme democratiche. Anche allora, però, c’erano segnali che l’accordo di pace del non era tutto ciò che sembrava.
Secondo alcuni funzionari etiopici, suoi frutti iniziali, come i voli commerciali quotidiani tra i due Paesi e le frontiere riaperte, sono stati cancellati o stravolti nel giro di pochi mesi. I promessi patti commerciali non si sono materializzati, e c’è stata poca cooperazione concreta.
Hanno raccontato che le spie dell’Eritrea, tuttavia, hanno avuto via libera. L’intelligence etiopica ha potuto constatare un inusuale afflusso di agenti eritrei, alcuni arrivati come rifugiati: hanno raccolto informazioni sulle capacità militari dell’Etiopia. Gli eritrei – hanno sostenuto – sono particolarmente interessati al Tigray.
Isaias ha covato un lungo e amaro rancore contro il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, che ha dominato l’Etiopia per quasi tre decenni fino a quando Abiy è salito al potere nel 2018. Ha accusato i leader del Tigray di aver scatenato la feroce guerra di confine del 1998-2000 tra l’Etiopia e l’Eritrea, una ex provincia dell’Etiopia, durante la quale sono state uccise fino a 100.000 persone. Li ha anche incolpati del doloroso isolamento internazionale dell’Eritrea, comprese le sanzioni delle Nazioni Unite.
La storia di Abiy Ahmed è più complicata. Ha servito nella coalizione di governo dominata dal TPLF per otto anni ed è stato nominato ministro nel 2015. Ma poiché è un oromo, il più grande gruppo etnico dell’Etiopia, alcuni suoi amici ed ex funzionari governativi sostengono, che non si è mai sentito pienamente accettato dai tigrini e ha subito numerose umiliazioni.
Nel 2010 i tigrini hanno cacciato Abiy dal posto di capo di una potente agenzia di intelligence. Quando è arrivato al potere potere i tigrini erano ancora ancora doloranti per la loro estromissione, e lui li ha vissuti come la più grande minaccia alle sue fiorenti ambizioni.
Un capo spia tra i cantanti e i ballerini
I registri pubblici e le notizie diffuse in questi mesi, mostrano come Abiy e Isaias si sono incontrati almeno 14 volte dal momento in cui hanno firmato l’accordo di pace, fino allo scoppio della guerra.
Insolitamente, hanno raccontato due ex funzionari etiopici, gli incontri risono svolti per lo più senza testimoni, senza aiutanti o persone in grado di prendere appunti.
Secondo un ex funzionario, i due leader si sono incontrati anche in segreto in almeno altre tre occasioni, Nel 2019 e 2020, il Isaias Afeworki è volato ad Addis Abeba senza preavviso. Alle autorità aeroportuali è stato ordinato di mantenere il silenzio, e un’auto senza contrassegni è andata a prenderlo e lo ha portato nel palato di Abiy.
In quel periodo, i funzionari eritrei hanno anche visitato regolarmente la regione Amhara, storicamente rivale del Tigray. Quando nel novembre 2018 il presidente eritreo ha visitato l’antica città amhara di Gondar, la folla è scesa in strada inneggiando al dittatore, scandendo: “Isaias, Isaias, Isaias!”
Parlando al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, nel febbraio 2019, il signor Abiy ha sostenuto l’idea di una fusione tra Etiopia, Eritrea e Gibuti. L’ipotesi ha sgomentato i funzionari etiopi che lo hanno visto come direttamente suggerito da Afeworki.
I consiglieri etiopici hanno anche interpretato le osservazioni di Abiy come un’ulteriore prova del suo carattere impulsivo. Per questo motivo10 mesi dopo hanno deciso di cancellare la sua conferenza stampa subito dopo la cerimonia del Nobel a Oslo.
Visioni inconciliabili hanno portato alla guerra
Abiy ha visto i tigrini come una minaccia alla sua autorità – forse anche alla sua vita – sin dai suoi primi giorni al potere.
Questi avrebbero preferito un altro candidato come primo ministro. Un conoscente di Abiy ha raccontato che il primo ministro temeva che i funzionari della sicurezza tigrina stessero cercando di assassinarlo,
Nella residenza del primo ministro, i soldati hanno ricevuto l’ordine di stare sempre di guardia. Abiy ha eliminato dalla sua scorta gli elementi tigrini e ha creato la Guardia Repubblicana, un’unità selezionata a mano sotto il suo diretto controllo, addestrata negli Emirati Arabi Uniti, un nuovo potente alleato anche vicino ad Isaias Afeworki.
L’inspiegabile omicidio del capo militare etiope, il generale Seare Mekonnen, di etnia tigrina, ucciso da una guardia del corpo nel giugno 2019, ha aumentato le tensioni.
La spaccatura con i tigrini è stata determinata, tra l’altro, da profonde differenze politiche. A poche settimane dalla creazione della GuardiaPresidenziale, il Nobel, Abiy ha fondato il Partito della Prosperità, che incarnava la sua visione di un governo forte e centralizzato.
Ma questa visione era una bestemmia per i milioni di etiopi che desideravano una maggiore autonomia regionale, in particolare i tigrini e i membri del suo stesso gruppo etnico, gli Oromo.
Rappresentando circa un terzo dei 110 milioni di persone del paese, gli Oromo si sono sentiti a lungo esclusi dal potere. Molti speravano che l’ascesa di Abiy avrebbe cambiato le cose.
Ma il Partito della Prosperità ha soddisfatto le ambizioni di Abiy, non le loro, e alla fine del 2019 violenti scontri tra agenti di polizia e manifestanti sono scoppiati in tutta la regione di Oromia, culminando nella morte nel giugno 2020 di un popolare cantante.
Questo sfondo tumultuoso, ha accelerato lo scivolamento verso la guerra.
Un alto funzionario etiope ha raccontato che aerei da carico militari etiopici hanno cominciato a fare voli clandestini di notte verso le basi in Eritrea.
Gli aiutanti più importanti di Abiy e gli alti gradi militari hanno discusso in privato i dettagli dell’imminente guerra nel Tigray. M c’era qualcuno che dissentiva, come il capo dell’esercito, il generale Adem Mohammed.
A quel punto anche i tigrini si stavano preparando alla guerra, cercando alleati nel Comando Nord, e nel Tigray done ha sede la più potente unità militare etiopica.
A settembre i tigrini hanno tenuto le previste elezione regionali, in aperta sfida a un ordine di Abiy che le aveva sospese. Aboy ha spostato le truppe dalle regioni Somalia e Oromia verso il Tigray.
In una videoconferenza a metà ottobre, Abiy ha annunciato ai funzionari del partito di governo che sarebbe intervenuto militarmente nel Tigray, e che ci sarebbero voluti solo tre o cinque giorni per eliminare i leader della regione, ha raccontato Gebremeskel, un ex alto funzionario ora in esilio.
Il 2 novembre, il capo della politica estera dell’Unione Europea, Josep Borrell Fontelles, ha pubblicamente fatto appello ad entrambe le parti per fermare “gli schieramenti militari provocatori”. La sera successiva, le forze del Tigrai hanno attaccato una base militare etiope, chiamandolo un attacco preventivo.
I soldati eritrei sono entrati nel Tigray dal nord. Le forze speciali Amhara sono arrivate da sud. Abiy ha licenziato il generale Adem e ha annunciato una “operazione militare per applicare la legge” nel Tigray.
In Etiopia la rovinosa guerra civile era in corso.
Declan Walsh
*Le foto sono prese dall’articolo originale pubblicato da New York Times
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 27 dicembre 2021
Il Covid in Uganda ha fatto due grandi vittime: l’istruzione e le gravidanze precoci. “Le scuole riapriranno il 10 gennaio 2022” è l’annuncio fatto da Janet Kataha Museveni, ministro dell’Educazione dell’Uganda, nonché moglie del presidente del Paese, Yoweni Museveni, il 15 dicembre scorso.
Tutte le attività scolastiche sono state interrotte per la durata di quasi due anni, 22 mesi per la precisazione e l’Uganda si aggiudica così un posto nel Guinness dei primati per aver privato bambini e ragazzi dell’istruzione per un periodo così lungo. Il governo giustifica questo provvedimento per il timore del propagarsi dei contagi.
Con la chiusure prolungate delle scuole è cresciuta in modo esponenziale la vulnerabilità delle ragazzine. Molte minorenni sono state costrette a matrimoni precoci e a subire altre violenze terribili come abusi sessuali e gravidanze adolescenziali. E per stessa ammissione del governo ugandese tali fenomeni sono in continua crescita. Per questo motivo è in atto una campagna, “Protect the Girl, Save the Nation” (proteggi la ragazza, salva la nazione), sponsorizzata da UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) e UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per La Popolazione).
In Uganda aule vuote da marzo 2020
L’Uganda conta poco più di 40 milioni di abitanti e a tutt’oggi sono state somministrate 9,78 milioni di dosi; solamente il 3,1 per cento della popolazione ha concluso il ciclo vaccinale di due inoculazioni.
A fine ottobre, durante un suo discorso ripreso dalla TV di Stato, Museveni aveva preannunciato la ripresa delle lezioni per gennaio e la riapertura di altre attività, come bar e centri di intrattenimento, chiuse anch’esse dal marzo 2020. Al momento è ancora in vigore anche il coprifuoco dall’alba al tramonto, volto a contenere l’espandersi del virus.
Durante il lockdown scolastico, il ministero dell’Educazione ha messo a disposizione degli alunni materiale didattico e lezioni via radio e televisione. Ma bisogna chiedersi quanti giovanissimi avranno potuto o voluto seguire i corsi con regolarità, specie nelle aree rurali remote, dove spesso manca la corrente elettrica. E a prescindere dalle difficoltà logistiche, i dati raccolti da NAP (National Planning Authority, l’ente per la Pianificazione n.d.r.) parlano chiaro: durante tutto questo periodo metà degli studenti non ha aperto un libro.
La pandemia globale non minaccia solamente la salute e le vite di tutti, il virus ha scatenato anche una crisi dei diritti dei bambini, negando istruzione e protezione. I più giovani e vulnerabili vengono privati della loro infanzia o adolescenza.
Uganda: bambini privati dei loro diritti fondamentali
Molti giovani e giovanissimi non ritorneranno sui banchi di scuola il prossimo gennaio, tra queste la quindicenne Florence, rimasta incinta già due volte dal marzo 2020. Ora vive a Kamwoyka, un quartiere informale e sovraffollato di Kampala, dopo essere stata cacciata dalla casa della nonna, con la quale viveva.
La ragazza non ha un lavoro stabile, in questo periodo sbuccia fagioli per un vicino per nemmeno un dollaro al giorno, a volte non basta nemmeno per dar da mangiare ai suoi due piccoli maschietti e a se stessa. “Se torno a scuola, chi si occupa dei miei bambini? Chi gli procura da mangiare?” Nella sua stessa situazione ci sono moltissime ragazze. Secondo i dati rilasciati da UNICEF, fra marzo 2020 e giugno 2021, 22,5 per cento delle ragazze tra 10 e 24 anni sono rimaste incinte. Molto spesso i genitori, specialmente se poveri, investono maggiormente nell’istruzione dei figli maschi piuttosto che in quella delle figlie, che possono sempre essere costrette a contrarre matrimoni precoci, per avere una bocca in meno da sfamare.
Ragazzina rimasta incinta durante chiusura delle scuole
Filbert Baguma, segretario generale di UNATO (Unione Nazionale Ugandese degli Insegnanti) ha detto: “La chiusura delle scuole più lunga al mondo ha fatto più danni che bene. Gli studenti sono in una situazione peggiore di quella che avrebbero potuto avere in una scuola ben controllata nel rispetto delle norme anti-covid”.
Secondo i dati di NAP, il 30 per cento degli alunni non faranno rientro a scuola il prossimo gennaio, proprio a causa di gravidanze adolescenziali, matrimoni precoci e lavoro minorile.
Molti maschi, infatti, pur di contribuire al sostentamento della famiglia, sono diventati vittime del mercato del lavoro minorile; c’è chi ha trovato occupazione nelle miniere, altri vendono cibo per strada, altri ancora faticano nelle piantagioni di canna da zucchero e non ci pensano nemmeno di ritornare in classe.
Miremba è stata un’insegnante di inglese in una scuola privata. Rimasta senza lavoro, abbandonata dal marito e con 4 figli a carico, durante il lockdown ha iniziato a friggere manioca e frittelle in un quartiere periferico di Kampala. La “maestra”, come la chiamano affettuosamente i suoi clienti, non intende ritornare all’insegnamento, in quanto, grazie all’arte culinaria appena appresa, guadagna molto di più, anzi vorrebbe incrementare questo nuovo business.
Il ministero dell’Educazione continua a pagare un salario a maestri e professori delle scuole pubbliche, mentre con la fine delle lezioni, nel marzo 2020, gli istituti privati non hanno dato più nessun contributo ai loro insegnanti, che, in qualche modo hanno cercato un modo alternativo per procurarsi il pane quotidiano. Comunque, secondo UNICEF Uganda non ci sarebbe alcuna garanzia che tutti gli insegnanti – sia quelli delle scuole pubbliche che degli istituti privati – tornino in cattedra al momento della riapertura delle lezioni.
Nel frattempo gran parte degli istituti privati è stata costretta a chiudere i battenti, ha dovuto cedere in affitto i propri locali, ora adibiti a altre attività. Si stima che oltre 3.500 scuole elementari e 830 secondarie non riapriranno per gravi difficoltà finanziarie.
Dopo la lunga chiusura, il governo vorrebbe coinvolgere le comunità locali per incoraggiare studenti e insegnanti a far ritorno nelle scuole. E’ stato istituito anche un fondo di 50 milioni di dollari, volto a finanziare la ristrutturazione e/o l’ampliamento di edifici scolastici e corsi di aggiornamento per gli insegnanti. “Se le idee ci sono, i soldi però sono ben pochi”, ha sottolineato Nabendra Dahal responsabile per l’insegnamento e sviluppo dell’adolescenza di UNICEF Uganda.
Mentre, secondo Baguma, la lunga interruzione scolastica potrebbe avere un costo davvero elevato in termini economici per l’Uganda: privando i giovani dell’istruzione, il Paese perde la possibilità di forgiare una classe media qualificata.
Le disuguaglianze sociali dovrebbero essere combattuti sui banchi scolastici, l’accesso all’istruzione dovrebbe essere un bene riservato a tutti bambini, ma in Uganda, con la chiusura delle scuole per quasi due anni, la situazione è solo peggiorata.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
26 dicembre 2021
Nella Repubblica Democratica del Congo le violenze non si sono fermate nemmeno il giorno di Natale. A Beni, città nel Nord-Kivu, provincia orientale del Paese, ieri sera un kamikaze si è fatto saltare per aria all’entrata di un bar nei pressi della Banca Centrale del Congo (BCC), uccidendo almeno 6 persone, oltre a se stesso. Il bilancio delle vittime è ancora provvisorio, in quanto ci sono anche parecchi feriti, tra questi alcuni gravi.
Anche se finora l’attentato non è stato rivendicato, è probabile che i responsabili della carneficina siano terroristi di ADF (Allied Democratic Forces), organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995. Secondo alcune indiscrezioni non confermate, il kamikaze sarebbe una donna.
Questa mattina fonti ospedaliere parlano di 8 vittime e di 14 feriti, ricoverati in diversi nosocomio della città.
Attentato Kamikaze a Beni, Congo-K
Il portavoce del governo, Patrick Muyaya, ha confermato la carneficina. Sul suo account Twitter ha scritto inoltre che le indagini sono tuttora in corso.
Poche ora fa, Ekenge Sylvain, portavoce del governatore del Nord-Kivu, ha confermato la morte di 6 persone e il ferimento di altre 13, tra questi anche i vice-borgomastri di Mulekera e Ruwenzori, due comuni del territorio di Beni. E secondo Sylvain, i dirigenti dell’ADF avrebbero richiamato cellule dormienti della zona per compiere aggressioni nei confronti di civili. Il governo della provincia ha chiesto alla popolazione di evitare luoghi affollati in questo periodo di feste.
E proprio ieri mattina il sindaco della città, che è anche commissario di polizia, aveva tranquillizzato gli abitanti: “Abbiamo aumentato i pattugliamenti della Polizia Nazionale Congolese (PNC) a Natale per garantire la sicurezza dei cittadini”. Peccato che al momento dell’arrivo del kamikaze gli agenti fossero altrove. Secondo le autorità, vigilanti presenti sul posto, avrebbero impedito che il suicida entrasse nel locale, particolarmente affollato al momento della strage.
Nelle province Nord-Kivu e Ituri, nell’est del Paese, a fine aprile il governo centrale ha imposto lo stato d’emergenza. Da allora i governatori, nonché tutti gli amministratori locali eletti sono stati rimossi e sostituiti momentaneamente da quadri militari. Secondo un rapporto del Kivu Security Barometer, nonostante le misure eccezionali, l’esercito non è stato in grado di impedire il massacro di centinaia di civili.
Dalla fine di novembre nel Nord-Kivu sono presenti anche militari ugandesi. Il presidente congolese, Felix Tshisekedi, ha autorizzato l’esercito di Kampala ad entrare nel Paese per dare la caccia ai miliziani di ADF, responsabili di gravissimi attentati. L’ADF recentemente ha ripreso le sue attività anche in Uganda, come è stato riportato da Africa ExPress.
Gli ugandesi sono affiancati dai soldati di FARDC (Forze Armate Congolesi) e dai caschi blu della Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO).
Bintou Keita, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, nel Paese, nonchè capo di MONUSCO, ha condannato l’attentato di ieri sera e ha chiesto che venga fatta luce quanto prima sull’ennesima carneficina.
E sempre ieri, gran parte degli abitanti del villaggio di Kabalawa (nel territorio di Beni) sono scappati dopo violenti scontri tra i soldati di FARDC e presunti miliziani di ADF. Finora non sono stati resi noti ulteriori dettagli.
La società civile di Ruwenzori ha richiesto l’immediato intervento delle forze armate congolesi (FARDC) per la presenza di uomini armati sospetti, non ancora identificati, nell’area di Hurara, non lontano dal comune di Bulongo. Recentemente alcuni villaggi della zona sono stati attaccati da ADF, causando la morte di parecchi residenti.
Dalla fine di novembre nel Nord-Kivu sono presenti anche militari ugandesi. Il presidente congolese, Felix Tshisekedi, ha autorizzato l’esercito di Kampala ad entrare nel Paese per dare la caccia ai miliziani di ADF, responsabili di gravissimi attentati. L’ADF ha recentemente ripreso le sue attività anche in Uganda, come è stato riportato da Africa ExPress.
Gli ugandesi sono affiancati dai soldati di FARDC e dai caschi blu di MONUSCO.
Non si conosce la durata della loro missione. Un portavoce del governo di Kampala ha detto: “I nostri uomini resteranno il tempo necessario per sconfiggere i miliziani islamici. Valuteremo i progressi raggiunti dopo due mesi”.
La presenza degli ugandesi non è vista di buon occhio da gran parte degli abitanti della zona. La gente teme infatti anche nuove incursioni di militari ruandesi, a caccia di ribelli hutu del gruppo armato Forces démocratiques de libération du Rwanda (FDLR).
I miliziani di FDLR non sono più operativi in Ruanda dal 2001, hanno spostato il loro campo d’azione nell’est del Congo-K. Sono accusati di commettere atrocità indescrivibili contro la popolazione civile, compreso reclutamento con la forza di bambini-soldato, saccheggio di villaggi, finanziamento delle loro attività criminali grazie al traffico illecito di oro e legno pregiato.
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