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BUON NATALE con la notizia: Nonne sudafricane sul ring per restare in forma

Africa ExPress
25 dicembre 2021

In Sudafrica è scoppiata una nuova moda tra le nonne. Per mantenersi in forma e combattere malattie croniche tipiche degli anziani, come diabete, disturbi cardiovascolari e quant’altro, alcune vecchiette hanno scelto di dedicarsi al pugilato. Uno sport duro e non facile, eppure queste anziane signore di età compresa tra i 65 e 83 anni sono determinate, vogliono mantenersi in forma a tutti costi. Inoltre, le palestre frequentate dalle signore diversamente giovani,  offrono anche corsi per un’alimentazione corretta, adatta alla loro età e alle loro patologie.

Nonne sudafricane sul ring

Si muovono con agilità sul ring, saltellano quasi come professionisti e se le danno di santa ragione con i guantoni da boxe, che sembrano quasi più grandi di loro.

Le vecchiette si allenano due volte la settimana con grande entusiasmo e da quando si dedicano a questo sport, sono rinate. “Mi sento come ragazzina di 16 anni, eppure ne ho 80”, ha raccontato una di loro.

Una 77enne ha spiegato di aver sentito parlare casualmente di queste palestra  che offrono corsi di boxe per anziani: “I medici e le infermiere che mi hanno avuto in cura mi avevano raccomandato di fare molto esercizio fisico. Avevo dolori ovunque, in particolare alle ginocchia e alla schiena, che a volte erano talmente forti da impedirmi di uscire di casa. Ora sto molto meglio e mi diverto moltissimo”.

Il ring, la palestra, sono diventati anche un punto di aggregazione. Molte nonne pugili sono diventate amiche, si frequentano anche privatamente, si aiutano tra loro. Grazie alla boxe sono riuscite a vincere solitudine e isolamento, che spesso affliggono gli anziani.

Africa ExPress
@africexp
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Leonardo sbarca in Somalia, la sua fondazione promuove l’italiano e addestra l’esercito

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
23 dicembre 2021

Leonardo punta a rafforzare la propria presenza in Corno d’Africa e affida l’affaire all’ex ministro dell’Interno Marco Minniti (Pd), alla guida della Fondazione Med-Or costituita dall’holding del complesso militare-industriale italiano per promuovere progetti di “cooperazione” e scambi culturali-accademici con i Paesi del cosiddetto Mediterraneo allargato (Med) e del Medio ed Estremo Oriente (Or).

Il 21 dicembre 2021 è stato firmato a Roma un Memorandum of Understanding tra la Fondazione Med-Or e la Repubblica Federale di Somalia per la “promozione della lingua italiana in Somalia e il sostegno all’alta formazione, attraverso l’erogazione di borse di studio e corsi di formazione professionale”.

Roma, 21 dicembre 2021: firma Memorandum of Understanding tra la Fondazione Med-Or e la Repubblica Federale di Somalia

A sottoscrivere l’accordo Marco Minniti e il Ministro degli Affari Esteri somalo Abdisaid Muse Ali, ma all’evento erano presenti pure il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Luigi Di Maio, il Ministro della Pubblica Istruzione somalo Abdullahi Abukar Haji e l’intero stato maggiore di Leonardo S.p.A., il presidente Luciano Carta (generale ritirato della Guardia di finanza), l’amministratore delegato Alessandro Profumo, il direttore generale Valerio Cioffi e Letizia Colucci, direttrice generale della Fondazione Med-Or.

“La Somalia è un Paese strategico nei complessi equilibri dell’Africa Orientale ed è un partner fondamentale per noi nel Corno d’Africa”, ha dichiarato l’ex ministro Minniti. “L’interesse e l’impegno di Med-Or verso l’ex colonia italiana sono in linea con quanto fatto nel corso degli ultimi anni. Consolideremo la cooperazione in numerosi campi e le relazioni comuni, insieme alle istituzioni somale”.

Il Memorandum firmato con la Repubblica di Somalia segue altri due progetti promossi e finanziati in Africa dalla Fondazione di Leonardo: il primo con la Mohammed VI Polytechnic University di Rabat (finanziamento di alcune borse di studio presso la LUISS “Guido Carli” di Roma, destinate a studenti provenienti dal Marocco); il secondo con la consegna alla Repubblica del Niger di una cinquantina di concentratori di ossigeno per alcune strutture sanitarie impegnate nell’assistenza a malati di Covid-19.

La presenza a Roma alla firma dell’accordo di “cooperazione” dei massimi vertici di Leonardo S.p.A., conferma l’intenzione del gruppo di penetrare nel redditizio mercato dei sistemi d’arma del martoriato Corno d’Africa. Risale a tre anni fa l’ultima importante commessa nella regione, la fornitura al governo federale somalo di sistemi ATC – Air Traffic Control. Nello specifico, la controllata Selex ES Technologies Limited (SETL) con sede in Kenya, ha installato nel 2018 a Mogadiscio un Centro Nazionale ACC (Air Control Centre) per l’integrazione degli strumenti operativi di controllo aereo e tre torri radar in altrettanti aeroporti del Paese per un totale di 16 postazioni operatore, oltre a un sistema radio VHF e una rete satellitare.

Una trattativa per la fornitura di un sofisticato sistema radar è in corso tra Leonardo e le autorità militari di Gibuti, la piccola enclave tra Eritrea, Etiopia e Somaliland, strategica per il controllo dello Stretto Bab El Mandeb che separa il Mar Rosso dal Golfo di Aden, principale rotta commerciale e petrolifera tra l’Asia e l’Europa.

Il 30 gennaio 2020 i manager del gruppo italiano hanno accompagnato una delegazione della Repubblica di Gibuti (presenti tra gli altri il ministro della Difesa Hassan Omar Mohamed e l’ambasciatore a Parigi Ayeid Mousseid Yahya) in visita alla 4ª Brigata Telecomunicazioni e Sistemi per la Difesa Aerea e l’Assistenza al Volo dell’Aeronautica Militare di Borgo Piave, l’ente responsabile della realizzazione, installazione e manutenzione dei sistemi radar, di telecomunicazioni e radio assistenze al volo e alla navigazione aerea.

“Gli ospiti sono stati accolti dal Comandante della 4ª Brigata, generale Vincenzo Falzarano”, riporta la nota dell’ufficio stampa dell’Aeronautica italiana. “La visita ha interessato il Sistema FADR (Fixed Air Defence Radar, modello RAT–31DL, prodotto da Leonardo, nda) che costituisce la struttura portante del sistema di Difesa Aerea. Il FADR è un radar di sorveglianza a lungo raggio (oltre 470 chilometri) e l’Aeronautica Militare, grazie alla sinergia con il mondo industriale nazionale, lo ha utilizzato per il rinnovamento tecnologico di dodici radar fissi a copertura dell’intero spazio aereo nazionale”.

Come nel caso del Niger, la Fondazione Med-Or di Leonardo S.p.A. sembra voler privilegiare le regioni del continente africano dove operano stabilmente le forze armate italiane. In Corno d’Africa l’Italia è presente nell’ambito di due missioni internazionali, EUTM Somalia (European Union Training Mission to contribute to the training of Somali security forces) e MIADIT.

L’operazione EUTM ha preso il via nell’aprile 2010 dopo la decisione dell’Unione Europea di “contribuire al rafforzamento del Governo Federale di Transizione della Somalia attraverso l’addestramento delle Forze di sicurezza somale”. Inizialmente il personale militare UE era schierato in Uganda e operava in stretta collaborazione con le forze armate ugandesi.

Furono costituititi un quartier generale a Kampala, una base addestrativa a Bihanga (250 km a ovest della capitale) e un ufficio di collegamento a Nairobi (Kenya). Quando le condizioni di sicurezza in Somalia sembrarono migliori, EUTM inaugurò un centro di formazione presso l’aeroporto internazionale di Mogadiscio (aprile 2013) e, dall’inizio del 2014, sia il quartier generale sia i centri addestrativi furono trasferiti in territorio somalo.

“Focus iniziale della Missione EUTM è stato l’addestramento delle reclute somale e la formazione di istruttori delle Somali National Security Forces, capaci di gestire in proprio l’addestramento di sottufficiali e della truppa”, spiega il Ministero della Difesa italiano. “Con il crescente impegno della Comunità Internazionale e dell’UE nel processo di stabilizzazione del Corno d’Africa, è stato previsto un ulteriore sviluppo della missione. Dall’aprile 2015, con il 4° mandato, essa si è concentrata sempre più sulla componente legata alla consulenza operativa, logistica e amministrativa del Ministero della Difesa e dello Stato Maggiore somalo”. Dal 15 febbraio 2014 il Comando di EUTM è assegnato all’Italia e il contingente nazionale impiegato è di 148 militari e 20 mezzi terrestri.

Gibuti: Fine corso addestramento MIADIT

Dal 2013 le forze armate italiane sono impegnate pure nella Missione Bilaterale di Addestramento delle Forze di Polizia somale e gibutiane – MIADIT. “La missione è volta a favorire la stabilità e la sicurezza della Somalia e dell’intera regione del Corno d’Africa, accrescendo le capacità nel settore della sicurezza e del controllo del territorio da parte delle forze di polizia somale”, spiega ancora il Ministero della Difesa. “L’obiettivo a lungo termine è quello di rigenerare la polizia federale somala mettendola innanzitutto in grado di operare nel complesso scenario e successivamente, con i corsi training of trainers, portarla gradualmente all’autosufficienza formativa”.

Il contingente nazionale impiegato è di 53 militari e 4 mezzi dell’Arma dei Carabinieri. I moduli addestrativi sono diretti a 150-200 agenti somali e gibutini alla volta e hanno una durata di 12 settimane.

Le attività spaziano dall’addestramento individuale al combattimento, agli interventi nei centri abitati, alle tecniche di controllo del territorio e gestione della folla, alla ricerca e neutralizzazione di armi ed esplosivi. Sempre secondo la Difesa, gli istruttori dei Carabinieri hanno già addestrato oltre 2.600 unità appartenenti alla Polizia Somala, alla Polizia Nazionale e alla Gendarmeria Gibutiana, contribuendo inoltre alla ristrutturazione dell’Accademia di Polizia di Mogadiscio.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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La missione italiana in Niger: assistenza umanitaria o lotta armata ai migranti?

Ucciso terrorista in Niger: massacrò 6 francesi e 2 nigerini nel parco delle giraffe

Africa ExPress
22 dicembre 2021

Il 21 dicembre lo Stato maggiore francese ha annunciato di aver scovato e ucciso  uno dei presunti autori del brutale assassinio di 6 operatori umanitari francesi e di due cittadini nigerini, nella regione delle tre frontiere (Mali, Niger, Burkina Faso). La zona è una vasta area dai contorni vaghi che concentra tutti i mali del Sahel, dalle attività jihadiste alla desertificazione, ai vecchi conflitti per la terra, al fallimento dello Stato e all’afflusso di sfollati.

Ucciso terrorista nella zona delle tre frontiere in raid aereo dai militari francesi di Barkhane

Il massacro, poi rivendicato dal gruppo terrorista Stato Islamico nel Grande Sahara – branca dell’ISIS particolarmente attiva e in forte espansione in questa zona del Sahel –  è avvenuto nell’agosto del 2020, nella riserva delle giraffe di Kouré, che dista solamente una sessantina di chilometri da Niamey, la capitale del Niger.

Secondo quanto riportato da Parigi, i militari francesi di Barkhane, hanno condotto l’operazione in stretta collaborazione con le forze armare nigerine. Soumana Boura, uno dei capi di Stato Islamico nel Grande Sahara, una volta identificato in una roccaforte del raggruppamento terrorista, a nord della città di Tillabéri, è stato poi neutralizzato grazie a un attacco aereo della forza anti-terrorismo Barkhane. Un commando speciale è stato poi portato con l’elicottero sul luogo per identificare il corpo e per perlustrare tutta la zona.

Niger, Parco delle Giraffe

Soumana Boura era a capo di alcune decine di miliziani del gruppo terrorista, attivi nella zona di Gober Gourou e Firo, nell’ovest del Niger. Il terrorista faceva parte del commando da Abou Walid Sahraoui – ucciso dagli uomini di Barkhane nell’agosto 2020, come ha riportato anche Africa ExPress.

Ed è dietro ordine di Sahraoui che Boura e i suoi uomini hanno ucciso a sangue freddo i 6 operatori umanitari della ONG francese ACTED e due persone di nazionalità nigerina (l’autista e la guida del parco). Le forze armate francesi hanno specificato che Boura aveva persino filmato l’esecuzione delle 8 vittime.

La Francia sta riducendo la presenza dei suoi militari dell’Opération Barkhane in tutto il Sahel. Nel nord del Mali Parigi ha lasciato tutte le sue basi, come preannunciato da Emmanuel Macron, presidente francese, il 10 giugno, poi confermato durante il G5 Sahel a luglio dell’anno in corso: “Ci avviciniamo alla fine dell’operazione Barkhane, una missione di sostegno, supporto e cooperazione agli eserciti dei Paesi della regione”, aveva precisato in tale occasione.

Africa ExPress
@africexp
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Agguato nella riserva delle giraffe in Niger: massacrati 6 francesi e 2 nigerini

In Mali ucciso il rapitore di Rossella Urru e Bamako vuole i mercenari russi

“Io lo conosco bene Osama Bin Laden: ha un sogno, morire da martire”

Il 9 settembre scorso è morto Rahimullah Yusufzai,
l’autorevole  giornalista pachistano
che, a suo tempo ha intervistato Osama Bin Laden.

Era stato nei campi dei talebani e conosceva
i loro modi di ragionare e di pensare.

Riproponiamo qui il colloquio avuto in Pakistan
con il direttore di Africa Express,

Massimo Alberizzi, subito dopo l’attacco alle torre gemelle

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Peshawar, 26 settembre 2001

Rahimullah Yusufzai non è un giornalista qualunque. Non è neanche la star di qualche rete televisiva americana, né uno scrittore di successo. E’ solo il corrispondente dalla Bbc da Peshawar (servizio in lingua Pashtuni) e direttore di The News, uno dei più diffusi quotidiani pachistani.

Nella sua carriera, però, ha fatto due scoop. Due interviste esclusive all’ uomo più ricercato del mondo: Osama Bin Laden. In realtà Rahimullah ha ricevuto dallo sceicco anche due telefonate e qualche lettera, l’ ultima un paio di mesi fa. Ha 48 anni, ma i capelli e la barba bianchissimi lo fanno sembrare più anziano.

“Il 25 maggio e il 23 dicembre 1998. La prima volta a Kandahar e la seconda a Khost, per quattro ore, di notte, nel campo che il 20 agosto successivo sarebbe stato distrutto con i missili dagli americani per rappresaglia ai bombardamenti delle due ambasciate in Kenya e in Tanzania. Poche ore dopo il raid, Osama mi telefonò ridendo: ‘Hai visto, disse, hanno sbagliato obiettivo. Io ero a una decina di chilometri di distanza’. Era però molto dispiaciuto, perché il raid aveva fatto parecchie vittime tra i civili. ‘Sono i veri martiri dell’ Islam. Gli Usa ci hanno dichiarato guerra, ora si dovranno aspettare una nostra risposta’ “.

Che tipo è fisicamente lo sceicco? Incute timore, paura, deferenza?

“No, nulla di tutto ciò. E’ educato, molto gentile: ti mette a tuo agio quando gli parli. Comunque un po’ di apprensione, quando gli sei accanto, ce l’ hai, perché tiene sempre un mitra appoggiato sulle ginocchia”.

Ma la vita umana, per lui, ha qualche valore?

“No, non molto, Ma neanche la sua. Voleva essere un eroe e c’è riuscito. Ora vuole diventare un martire. Crede che sia il modo migliore di morire, nel nome dell’ Islam. Non si arrenderà mai, tanto meno scomparirà. Per lui combattere gli americani è uno scopo di vita”.

Quali sono i suoi obiettivi politici?

“Cacciare gli americani dal suolo dell’Arabia Saudita. E’ la sua ossessione. Vedere ‘gli infedeli’ sul sacro suolo dei fedeli di Maometto gli ha fatto scattare qualche molla dentro. Poi vuole rovesciare la monarchia al potere a Gedda. Infine vuole cacciare gli ebrei dalla Palestina. ‘Un uomo solo contro l’ unica superpotenza?’ gli chiesi. ‘L’ unica superpotenza è Allah’, rispose convinto”.

Rahimullah Yusufzai era conosciuto per aver intervistato il capo di Al-Qaeda, Osama bin Laden, e il leader talebano afghano Mullah Omar.

E’ vero che è multimiliardario?

“Lui dice di no e piange anche miseria. Secondo me invece è ricchissimo. E’ arrivato in Afghanistan durante l’invasione sovietica ed ha combattuto con i mujaheddin. Però non ha mai aderito a nessun gruppo. Quando gli islamici hanno vinto si è ritirato e non ha partecipato alla guerra tra il governo di Rabbani e i talebani. Bin Laden ha rischiato di essere arrestato perché sospettato di aver sostenuto Rabbani ed ha dovuto convincere i talebani del contrario”.

Li ha convinti bene: nel nuovo governo ha trovato un posto di rilievo. Niente cariche, ma un ruolo da leader.

“Non credo che sia così. Non è il burattinaio dei talebani. Lui non poteva rilasciare interviste senza il loro consenso, non poteva muoversi liberamente. Ha poi sempre riconosciuto l’ autorità del mullah, Mohammed Omar”.

Conosci bene anche Omar?

“L’ho intervistato una volta. Anche lui è molto riservato. Gli americani hanno diffuso una sua foto, ma l’uomo ripreso in quell’immagine non è lui. Tra l’ altro ha perso l’ occhio destro in battaglia e quindi ha una palpebra sempre abbassata”.

Tornando a Bin Laden: ha il senso dell’ umorismo?

“Sì. Quando gli ho chiesto quanti figli avesse, mi ha risposto ridendo: ‘Troppi; ho perso il conto'”.

Quanti figli e mogli ha?

“E’ un mistero. Non ha voluto dire nulla sulla sua vita privata. Si dice che abbia quattro mogli e 27 figli. Chissà se è vero…”.

Massimo A. Alberizzi

Il business delle armi sempre fiorente: Fincantieri va in affari con gli Emirati

Dal Nostro Corrispondente
Antonio Mazzeo
Dicembre 2021

Dopo l’Egitto del dittatore Al-Sisi, la Fincantieri S.p.A., punta agli affari con le forze armate degli Emirati Arabi Uniti, impegnate con la coalizione a guida saudita nel sanguinoso conflitto in Yemen.

Il 15 dicembre ad Abu Dhabi i manager di Mubadala Investment Company (società interamente controllata dal regime emiratino) e il gruppo italiano leader della cantieristica hanno firmato un Memorandum of Understanding per avviare collaborazioni nel campo delle tecnologie avanzate e dei servizi nei settori navale, marittimo e industriale.

Società specializzate

“I due gruppi lavoreranno attraverso società specializzate, da loro controllate, per portare avanti congiuntamente una serie di progetti in ambito di innovazione e in quello industriale”, riporta la nota dell’ufficio stampa di Fincantieri. “Inoltre saranno avviati studi per lo sviluppo di servizi per le piattaforme di trasformazione dei rifiuti rivolte a società di piccole e medie dimensioni. Mubadala, attraverso la sua controllata Sanad, offrirà anche servizi post vendita per i prodotti di Fincantieri, così come altri prodotti di aziende manifatturiere”.

Insegna di Fincantieri S.p.A.

Secondo Giuseppe Giordo (già membro del cda dell’industria aerospaziale e della difesa saudita SAMI e odierno direttore generale della Divisione Navi Militari di Fincantieri), l’accordo firmato con Mubadala “consentirà di rafforzare la presenza della cantieristica navale negli Emirati”.

Per Abdulla Abdul Aziz Al Shamsi, responsabile del settore innovazione di Mubadala, la partnership con Fincantieri potrebbe svolgere invece un ruolo importante “per soddisfare la futura domanda di energia” in ambito nazionale ed internazionale.

Creata nel gennaio 2017 a seguito della fusione della Mubadala Development Company e della International Petroleum Investment Company (società d’investimento nel settore energetico), Mubadala opera oggi in diversi settori economici, da quello petrolifero a quello turistico-immobiliare, all’industria pesante e manifatturiera, al settore aerospaziale e delle telecomunicazioni. Con uffici di rappresentanza negli Stati Uniti d’America, Regno Unito, Russia e Cina, Mubadala gestisce un portafoglio investimenti di 243 miliardi di dollari con società presenti in 50 paesi al mondo e utili annui di oltre 14 miliardi di dollari.

Amministratore delegato del gruppo è il noto imprenditore Khaldun Khalifa Aḥmad al-Mubarak, presidente della blasonata squadra calcistica del Manchester City. Presidente è lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan (fratello dell’attuale sovrano degli Emirati Arabi, Khalifa bin Zayed Al Nahyan), pure ministro della difesa di Abu Dhabi e Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare emiratina. La leadership dello sceicco in Mubadala rivela come uno degli assetti strategici della società sia rivolto in particolare alla ricerca, sviluppo e produzione di armi ed equipaggiamenti militari.

Mubadala Development Company controlla una parte rilevante del pacchetto azionario di EDGE Group, l’holding a capo del complesso militare-industriale emiratino, particolarmente attiva nel settore missilistico, della cyber defense, dei sistemi di guerra elettronica ed intelligence, della cantieristica navale, dei veicoli terrestri leggeri e pesanti e dei droni.

Esportazioni di armi

Con un fatturato annuo superiore ai 5 miliardi di dollari, EDGE è stata collocata dal SIPRI – il noto istituto di ricerca sui temi della pace di Stoccolma – al 22° posto nella classifica delle maggiori società produttrici di armi al mondo; inoltre ne è sempre più evidente la vocazione alle esportazioni in Africa e in Medio oriente. “I suoi clienti principali per volume di affari sono i governi di Egitto, Giordania e Libia – scrive l’International Institute for Strategic Studies di Londra -. Alcune delle esportazioni di armi effettuate dagli Emirati Arabi sono tuttavia sotto la luce dei riflettori; ad esempio, un rapporto di esperti delle Nazioni Unite ha rilevato la fornitura di armi all’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, mentre sistemi d’arma emiratini sono finiti in altre aree di conflitto, come in Sudan, o nelle mani delle milizie yemenite”.

Gli interessi in ambito militare-industriale di Mubadala sono noti anche in Italia: nel 2015 il gruppo ottenne il controllo del 100 per cento del pacchetto azionario di Piaggio Aerospace; i fallimenti dei test di volo del drone killer P.1HH HammerHead nello scalo siciliano di Trapani-Birgi convinserò però il management emiratino a sganciarsi – tre anni più tardi – dalla storica industria italiana, con pesantissime conseguenze dal punto di vista occupazionale per le maestranze.

EDGE, uno dei più grandi gruppi industriali per la difesa in Medioriente

Il fallimento dell’operazione Mubadala-Piaggio non sembra invece preoccupare Fincantieri. “Siamo presenti sul mercato locale degli Emirati dal 2008 e abbiamo consegnato nel 2013 tre navi costruite nei cantieri italiani del Gruppo: una corvetta classe Abu Dhabi di 90 metri di lunghezza e due pattugliatori classe Falaj 2, tutte operanti all’interno della flotta della Marina EAU con piena soddisfazione del cliente”, dichiarano con eccessiva enfasi i manager del gruppo cantieristico. “Abbiamo inoltre creato la joint venture Etihad Ship Building per supportare la manutenzione e la piena operatività delle unità consegnate alla Marina degli Emirati”.

Corsi di formazione

Derivata dalle unità della classe Comandanti in dotazione alla Marina militare italiana, la corvetta Abu Dhabi è stata consegnata alle forze armate degli Emirati nel febbraio 2011 a Muggiano (La Spezia). Sempre a Muggiano sono stati varati nel 2012 i pattugliatori del programma Falaj 2, assai simili alle unità Saettia in dotazione alla nostra Guardia costiera.

Di produzione italiana anche gli armamenti imbarcati nelle unità vendute agli emiri: si tratta dei cannoni 76/62 “Super Rapido” della Oto Melara, dei sistemi di comando e controllo di guida del tiro e dei radar 3D “Kronos” e “SIR-M”, tutti di Selex Es (oggi Leonardo-Finmeccanica).

Nell’estate del 2015, nell’ambito di un programma di collaborazione internazionale con gli Emirati Arabi Uniti, Fincantieri ha svolto presso la sede  del proprio Centro per gli studi di tecnica navale Cetena di Genova alcuni corsi di formazione per gli studenti degli Istituti di Tecnologia e Ricerca dell’Università di Abu Dhabi. Oltre alle attività in laboratorio sono state realizzate anche visite al cantiere militare integrato di Riva Trigoso e Muggiano e agli stabilimenti Fincanteri di Monfalcone, Porto Marghera e Sestri e presso alcune strutture dell’Università di Genova.

In occasione dell’International Defence Exhibition & Conference (IDEX) 2019, la fiera internazionale dei sistemi d’armi di Abu Dhabi, i manager di Fincantieri e di ADSB – Abu Dhabi Shipbuilding (gruppo leader nella costruzione, riparazione e refitting di navi militari e mercantili), hanno annunciato un accordo di massima per “esplorare forme di collaborazione industriale e commerciale nel segmento della navalmeccanica degli Emirati Arabi Uniti” e “definire futuri programmi che coinvolgono l’Autorità per le Infrastrutture Critiche e la Protezione Costiera relativi alla costruzione di nuove unità, nonché per le attività di manutenzione della futura flotta della Marina Militare degli EAU”.

Kermesse sui droni

Un secondo Memorandum of Understanding è stato firmato il 25 febbraio 2020 da Fincantieri e Marakeb Technologies, azienda provider di soluzioni di automazione, in occasione della kermesse internazionale sui droni e i sistemi unmanned di Abu Dhabi. “Marakeb Technologies mira ad integrare ed espandere le sue capacità nel campo nell’integrazione di tecnologie senza pilota negli Emirati Arabi Uniti attraverso una partnership strategica con Fincantieri”, ha spiegato l’amministratore delegato della società emiratina, Basel Shuhaiber.

Fincantieri S.p.A. è pure uno dei maggiori sponsor dell’esposizione universale EXPO Dubai 2021 che ha preso il via l’1 ottobre e si concluderà il 31 marzo 2022. “La mia azienda ha creduto sin dall’inizio nell’EXPO e ha puntato sull’immagine della navigazione”, ha dichiarato in occasione del’inaugurazione del Padiglione Italia l’ambasciatore Giampiero Massolo, Presidente di Fincantieri dal 2016 ed ex direttore del DIS, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio a capo dei servizi segreti italiani. “Credo – ha aggiunto Massolo – che da parte emiratina vi sia un’apertura nei confronti delle aziende italiane, un’esigenza di fare del lavoro insieme, e credo che l’Italia possa essere un importante partner tecnologico degli Emirati”.

Febbre collaborativa

Memoria corta, anzi inesistente, quella dei massimi responsabili del gruppo della cantieristica a capitale pubblico. Lo scorso febbraio, prima di formalizzare le proprie dimissioni, il governo Conte II aveva revocato le autorizzazioni al trasferimento di missili e bombe d’aereo alle forze armate di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, “rei” di utilizzarli contro le inermi popolazioni civili yemenite.

Nonostante il pressing a tutto campo delle aziende belliche e dei parlamentari di riferimento di quasi tutte le forze parlamentari, quell’atto amministrativo non è stato (ancora) cancellato dall’esecutivo Draghi. Ci sarà qualcuno adesso che chiederà ragione della febbre collaborativa di Fincantieri con i petro-emirati del Golfo?

Antonio Mazzeo
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Regeni, Zaki? Ma chi sono? Meglio correre in Egitto a vendere armi

Gabon: abusi sessuali nella nazionale under 17, in galera ex allenatore della nazionale

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Dicembre 2021

Orchi senza frontiere. A ogni latitudine e in ogni campo, anche quello calcistico, i predatori sessuali scorrazzano impuniti. Fino a quando qualcuno prende il coraggio a due mani e denuncia. È avvenuto in Italia, in Gran Bretagna, in Sud America, negli USA e ora nel Gabon.

Le testimonianze di alcuni giovanissimi giocatori rilasciate al quotidiano inglese The Guardian il 16 dicembre scorso hanno fatto esplodere uno scandalo che ha scosso il sistema calcistico del piccolo Paese sulla costa atlantica dell’Africa centrale.

“Le Pantere” nazionale U17 del Gabon

Una dichiarazione per tutti: “Avevo lasciato la mia famiglia nel villaggio per aiutarla a uscire dalla miseria. Mi trasferii nella capitale Libreville per diventare calciatore professionista. Entrai nella nazionale giovanile. “Quello” mi obbligò ad avere rapporti sessuali con lui. Solo così potevo restare in squadra e dare una mano ai miei. “Quello”violentò molti ragazzi come me. Talvolta andava nelle campagne per reclutarne altri”.

“Quello” si chiama Patrick Assoumou Eyi, soprannominato Capello in onore del nostro allenatore Fabio Capello. Patrick, infatti, è stato il responsabile della nazionale calcistica gabonese Under 17, conosciute come le Pantere, tra il 2015 e il 2017. Poi ha rivestito la carica di direttore provinciale della Lega dell’Estuario, la più importante lega regionale dello stato. Lunedì 20 dicembre è stato arrestato a Ntoum ( città dell’Estuario a 40 km da Libreville) con l’accusa di pedofilia.

Patrick Assoumou ,responsabile U17 gabonese, accusato di violenze sessuali

In quei due anni avrebbe attirato ragazzini ingenui, di campagna, nella sua casa soprannominata “il giardino dell’Eden” e non solo ne avrebbe abusato, ma li avrebbe messi anche “a disposizione” di altri esponenti dell’ambiente pallonaro.

“Sfruttava la povertà, nel nostro team nazionale – proseguono le denunce dei giovanissimi giocatori – la maggioranza doveva fare sesso. E’ questa la realtà del calcio gabonese da decenni ma nessuno può bloccare questo andazzo. I predatori sono troppo numerosi. Abbiamo sofferto l’inferno. Non abbiamo segnalato tutto a un giornale inglese perché non abbiamo fiducia nella giustizia del nostro Paese”.

L’inchiesta del Guardian, scritta dal giornalista investigativo francese Romain Molina, con  Ed Aarons, però,  ha smosso le più alte sfere di Libreville.

A cominciare dal presidente della repubblica Ali Bongo Ondimba, 62 anni, ha definito “il caso serissimo è inaccettabile”. Gli ha fatto seguito Il ministro dello Sport, Franck Nguema, 59 anni. Il giorno dopo la denuncia del quotidiano britannico, venerdì 17 dicembre, il ministro ha annunciato l’apertura di una inchiesta su questi “potenziali abusi sessuali” e ha stabilito che si indaghi anche su tutte le organizzazioni sportive del Paese. “Dobbiamo sradicare tutti i potenziali predatori sessuali – ha scritto in un comunicato in cui si allude a un centinaio di casi –  voglio assicurare le vittime, in patria e all’estero, bambini, giovani e genitori che questi abusi non resteranno impuniti”.

Subito dopo, il Comitato esecutivo della Federazione gabonese del football (Fegafoot) ha sospeso a titolo precauzionale mister Assoumou Euy Patrick da ogni attività legata al calcio e ha aperto un’inchiesta.

Non è tutto. Lo stesso giorno la Lega de football dell’Estuario ha sospeso Capello dalle sue funzioni di direttore tecnico provinciale e ha incaricato la Commissione etica di aprire un’inchiesta.

Sembra di assistere alle grida manzoniane, tutti minacciano pene e annunciano inchieste. Ovvero si chiudono le stalle dopo che il bestiame è fuggito. Peccato che un ex dirigente della Fegafoot – riferisce il Guardian – abbia dichiarato di aver espresso preoccupazione, nel 2019, sui sospetti di violenze sessuali compiute proprio da Capello, ma di essere stato licenziato poco tempo dopo.

Il presunto predatore, di fronte a tanto clamore,  prima (di finire in carcere) ha reagito col silenzio, poi ha affermato di non riconoscersi in queste accuse e di non voler rispondere a questi pettegolezzi.

“Ho lasciato la nazionale nel 2004 e sono stato messo da parte definitivamente nel 2017, quindi ero al di fuori dello staff nel periodo delle accuse”.

Parlando con la Bbc sport Africa, Patrick, un uomo robusto e combattivo, ha aggiunto :”Ho allenato i giovani dal 1990 e mai sono stato davanti a un giudice o in una stazione di polizia. Sono una vittima delle mie capacità professionali, c’è chi inventa delle cose per approfittare del mio lavoro. Non ho niente da rimproverarmi e dormo tranquillo”.

In un’intervista rilasciata al quotidiano gabonese L’Union, pubblicata lunedì 20 dicembre, il presunto pedofilo è ancor più agguerrito. “Sono convinto che si tratti di un complotto contro di me, la Fegafoot, la Lega nazionale e alcuni alti dirigenti – riporta il giornale -. Un ex giocatore internazionale mi ha confessato di essere stato contattato per accusarmi di averlo molestato sessualmente, ma di essersi rifiutato”.

Rincara la dose, però, anche il giornalista Romain Molina, che ha lavorato due anni a questa sconvolgente inchiesta. Parlando con France24, ieri ha aggiunto:” La pedofilia nel calcio gabonese era un segreto di pulcinella. Ma nessuno ha voluto vedere. Se non ti adeguavi a una masturbazione, a una fellatio o a un rapporto sessuale, eri scartato”.

Di sicuro – come ha scritto il sito Africafootunited.com – i risultati delle inchieste annunciate dal ministro dello Sport, dalla Federazione e dalla Lega sono vivamente attesi dall’opinione pubblica gabonese.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Centrafrica: pioggia di sanzioni dell’Europa sui mercenari di Mosca

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 dicembre 2021

La cooperazione tra la Russia e la Repubblica Centrafricana è sempre più variegata. Ora non è più solamente economica e militare, fra poco Mosca sarà presente anche in ambito universitario. Negli atenei centrafricani, infatti, si insegnerà il russo. I caratteri cirillici e la lingua saranno materia d’insegnamento obbligatoria a partire dall’anno accademico 2022.

Università di Bangui, Centrafrica

Già da tempo vengono offerte lezioni di lingua russa gratuite su una stazione radio FM, aperta da Mosca a Bangui. Nella ex colonia francese la presenza dei paramilitari legati a Putin è massiccia, anche se nascosta dietro quella più pubblica e politica della Russia che si manifesta persino nei poster per le strade dove si inneggia enfaticamente all’amicizia tra il gigante europeo/asiatico e il Paese subsahariano.

Ma entrare in pompa magna negli atenei è un prestigio non da poco, tant’è vero che ne ha parlato tutta la stampa russa, e non solo. La notizia è arrivata fino al Cremlino e il 29 novembre Vladimir Putin ha persino chiamato il suo omologo Faustin Touadéra a Bangui e, con la scusa di porgere gli auguri per la festa nazionale del 1° dicembre, i due si sono trattenuti parecchio al telefono.

Fonti dell’ufficio di Touadéra hanno sottolineato che durante la conversazione telefonica il presidente ha ringraziato la Russia per l’appoggio diversificato, mentre quelle moscovite hanno specificato che i due capi di Stato hanno parlato dettagliatamente degli aiuti concessi al Centrafrica, come sostegni economici, commerciali e educazione, lotta contro il coronavirus, ma non una sola parola sulla collaborazione militare, e della massiccia presenza dei mercenari del gruppo Wagner.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Ora Bruxelles si è stancata dell’interferenza continua dei paramilitari nella ex colonia francese e all’inizio di questa settimana la missione di formazione militare dell’Unione Europea nella Repubblica Centrafricana (EUTM CAR) è stata sospesa. Lo ha reso noto Jacques de Montgros, comandante francese della missione in Centrafrica.

Tale provvedimento è stato preso dal comitato dei 27 diplomatici accreditati all’UE dopo le rivelazioni sul sito web EUobserver. Nell’articolo si afferma che i mercenari russi hanno preso il controllo sul battaglione di fanteria territoriale 7 (BIT 7) delle forze armate centrafricane, addestrato da istruttori europei. Secondo Montgros i paramilitari controllerebbero ora gran parte di FADAC (Forces armés centrafricaines) e non un solo battaglione.

Alla fine della scorsa settimana uomini del gruppo militare privato russo hanno accompagnato le truppe di Bangui nell’estremo nord del Paese, al confine con il Ciad, dove hanno attaccato una gruppo di ribelli centrafricani mentre stavano per sconfinare nello Stato limitrofo.

Secondo quanto riportato da fonti ufficiali di N’Djamena, durante una sparatoria tra i ribelli e le forze centrafricane, un avamposto dell’esercito ciadiano, a sud di Moïssala, situato proprio al confine tra i due Paesi, è stato colpito. Da allora un soldato ciadiano risulta disperso.

HumAngle, giornale online nigeriano molto ben informato, ha però precisato che i mercenari di Wagner avrebbero ucciso un militare ciadiano e sequestrato un altro. Un déjà vu, sottolineano nel loro articolo. Anche Africa Express ha riportato il fatto, accaduto alla fine di maggio, simile a quello della scorsa settimana, che allora aveva scatenato un incidente diplomatico tra il Ciad e la Repubblica Centrafricana.

Anche allora il governo di Bangui aveva replicato: “Non trattiamo con il gruppo Wagner, bensì con il ministero della Difesa di Mosca, nell’ambito di un trattato bilaterale trasparente e controllato dal Consiglio di Sicurezza”.

Fino a qualche tempo fa sia il Cremlino sia il ministero degli Esteri di Mosca non si erano mai espressi sulle questioni sollevate a livello internazionale sul gruppo Wagner. La risposta era sempre stata la stessa: “Le società paramilitari sono vietate dal Codice penale russo”.  Solo da qualche mese i toni sono cambiati, le autorità riconoscono l’esistenza dei contractor, ma si limitano a presentarli come attori indipendenti e liberi. Silenzio totale però sul fatto della loro presenza in Paesi che coincidono con gli interessi strategici ed economici della Russia.

L’esempio della Repubblica Centrafricana illustra la difficoltà per le altre potenze di opporsi al rullo compressore del gruppo Wagner. E, come spiega il ricercatore britannico Daniel Munday, “Il fatto di usare  mercenari ha il vantaggio che non sono ufficialmente legati allo Stato russo; ciò permette ai vari governi di usarli senza alcuna interferenza da parte di qualcuno”.

UE sanziona il gruppo paramilitare russo Wagner

Bruxelles non si è limitato a sospendere i corsi di formazione e addestramento in Centrafrica, il 13 dicembre scorso ha emesso sanzioni pesanti  non solo nei confronti di Wagner, ma anche verso 3 società petrolifere ad esso collegate in Libia e 8 personaggi del gruppo paramilitare russo. I fondi delle compagnie sono state congelate nell’UE ed in tutta l’Europa è stato tassativamente vietato concedere prestiti alle aziende sanzionate.

Queste misure, oltre al divieto di entrare in Europa, sono state estese anche a otto membri di Wagner. Tra questi Dimitri Outkine, ex ufficiale di Specnaz (termine usato per indicare genericamente i corpi speciali sovietici, russi, e di altri Paesi dell’ex Unione Sovietica) e fondatore del gruppo di mercenari. Nella lista nera c’è anche Valery Zakharov, consigliere per la sicurezza del presidente Touadéra, nonchè responsabile della sicurezza personale del capo di Stato centrafricano. Zakharov è ritenuto responsabile di gravi violazioni dei diritti umani commessi dai paramilitari, come esecuzioni e assassini extragiudiziali.

Le sanzioni sono state decise per le violenze commesse in Siria, Libia, Ucraina e Centrafrica, ma il reale obiettivo dell’Unione Europea è di colpire Wagner per tutte le sue attività, compresa la destabilizzazione in Mozambico o nel Sahel.

Nel comunicato dell’UE viene precisato che le sanzioni sono dovute al fatto che il gruppo Wagner è accusato di aver inviato paramilitari in zone di conflitto con lo scopo di alimentare le violenze, di saccheggiare le risorse naturali e di intimidire i civili.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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I janjawid in Sudan obbediscono all’Europa e terrorizzano i civili ai confini con l’Eritrea

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Ucciso un casco blu in Mali. Crimini contro civili dei mercenari russi in Centrafrica

In cambio di licenze minerarie Putin invia armi all’esercito centrafricano: l’ONU acconsente

Erdogan a caccia di affari in Africa: investimenti e vendita di droni e armi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 dicembre 2021

In questi giorni si è tenuto a Istanbul il terzo vertice Africa–Turchia, presieduto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, sempre più interessato di espandere la sua influenza nel mondo.

All’incontro, che si è svolto dal 17 al 18 del mese corrente, erano presenti, oltre al presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki, una decina di capi di Stato africani, tra questi Paul Kagame (Ruanda), Macky Sall (Senegal) e  Muhammadu Buhari (Nigeria) e uno stuolo di ministri, in rappresentanza di 40 Paesi del continente.

Vertice Africa – Turchia 2021

Secondo il capo della diplomazia turca, Mevlut Cavusoglu, all’incontro di Istanbul hanno partecipato 16 capi di Stato e 102 ministri.

Durante questo importante meeting, Erdogan ha promesso di inviare 15 milioni di dosi anti-covid in Africa, sempre a corto di vaccini, malgrado la comparsa della nuova variante omicron, scoperta poche settimane fa in Sudafrica.

Alla fine dei lavori, è stato firmato un memorandum d’intesa per il periodo 2022-2026. Secondo il documento, è prevista una maggiore collaborazione in cinque aree principali: oltre al commercio e agli investimenti, pace, sicurezza e governance; istruzione, gioventù e ruolo della donna; infrastrutture e sviluppo agricolo; promozione di sistemi sanitari resistenti anche ai cambiamenti climatici.

In materia di difesa, la Turchia possiede già una base militare in Somalia, inaugurata nel 2017 e costruita su 4 chilometri quadrati per un costo complessivo che ha superato i 50 milioni di dollari; è ubicata vicino al mare e non lontana dall’aeroporto.

Il padrone di casa ha annunciato l’apertura in Africa di nuove rappresentanze diplomatiche. Attualmente la Turchia è presente con 43 ambasciate e 33 uffici commerciali.

Negli ultimi vent’anni il volume commerciale tra la Turchia e l’Africa è passato da 5,4 miliardi di dollari a 25,3 miliardi nel 2020. E nei primi 11 mesi del 2021 è cresciuto ulteriormente, superando i 30 miliardi.

Ma ora Erdogan punta sulla vendita dei droni, i Bayraktar TB2 (droni tattici MALE), progettati e realizzati dalla Baykar di Istanbul, azienda privata in mano alla potente famiglia Bayraktar il cui presidente del consiglio d’amministrazione è Selçuk Bayraktar, genero del presidente Erdogan in quanto ha sposato  la figlia Sümeyye.

Il Marocco e la Tunisia hanno già acquistato i primi droni da combattimento, che sono stati consegnati qualche mese fa. Ora anche l’Angola è interessata a questi mezzi aerei senza pilota.

La Turchia ha siglato anche un importante contratto con l’Etiopia, dove da oltre un anno è in corso un sanguinoso  conflitto interno, che si sta espandendo a macchia d’olio in diverse regioni del Paese. E proprio venerdì, a margine della conferenza, Erdogan ha avuto un colloquio privato con il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed.

Il prossimo vertice è previsto per il 2024, che, secondo indiscrezioni, dovrebbe tenersi in un Paese africano.

Cornelia I. Toelgyes
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Sempre florido il business delle armi: il Kenya acquista blindati dalla Turchia

“Via i militari, tornino a casa”: a tre anni dalle rivolte i sudanesi di nuovo in piazza

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 dicembre 2021

Oggi a Khartum e in altre città sudanesi  decine di migliaia persone sono scese nelle strade per chiedere nuovamente la fine del regime militare. L’esercito, con il colpo di Stato del 25 ottobre scorso, ha preso il potere, scardinando il governo misto civile/militare varato dopo le proteste e manifestazioni di messa di tre anni fa.

A fine novembre, sotto pressione della comunità internazionale, il Consiglio Sovrano, capeggiato da Abdel Fattah al-Burhan, aveva reintegrato il primo ministro Abdallah Hamdok che era stato messo agli arresti domiciliari.

Oggi cadeva il terzo anniversario della rivoluzione sudanese e la gente si è scatenata. La rivolta era cominciata il 19 dicembre 2018 e da Khartoum si era diffusa in tutto il Paese. Le proteste si erano protratte per mesi finché, nell’aprile 2019, il dittatore Omar al-Bashir era stato costretto dai militari e dalla popolazione in piazza ad andarsene.

E allora come oggi, sono scese nelle strade decine di migliaia persone, chiedendo la fine del regime militare.

Con il trattato di 14 punti, Burhan e Hamdok si sono impegnati formalmente a riprendere la via della transizione democratica, di tornare alla condivisione del potere civile-militare secondo l’accordo del 2019. Hamdok ha prospettato la formazione di un gabinetto di tecnocrati, d’altronde anche il precedente governo lo era. Lui stesso non è un politico: è un economista, un ex funzionario della Commissione Economica per l’Africa dell’ONU.

All’indomani della firma dell’accordo, si sono dimessi 12 ministri e la direttrice dell’università di Khartoum, Fadwa Abdel Rahman.

Nonostante il reinsediamento di Hamdok le proteste si sono susseguite. La popolazione è stanca dei regimi militari ma ritiene che approvare l’accordo significa tollerare e accettare che i fautori del putsch restino nel Consiglio sovrano e che quindi possano esercitare un potere eccessivo.

I sudanesi sfidano il governo militare

Hamdok, da parte sua, in un comunicato di sabato sera ha replicato: “La rivoluzione del Sudan ha subito una grande battuta d’arresto e l’intransigenza politica di tutte le parti in causa minaccia l’unità e la stabilità del Paese”.

A Khartoum, i manifestanti si sono radunati dapprima a meno di un chilometro dal palazzo presidenziale (l’ex quartiere generale di al-Bashir), cantando: “Il popolo è più forte, tornare indietro è impossibile”, altri, invece, correvano nelle strade laterali per schivare i lacrimogeni, ma, secondo alcuni testimoni, la polizia avrebbe sparato in aria anche pallottole vere per disperdere la folla.

Manifestanti a Khartoum

Il corteo dei dimostranti si è poi diretto verso il palazzo presidenziale. Né i lacrimogeni e tantomeno le granate stordenti sono riusciti a bloccare la folla, che, per la prima volta, dopo ben 9 marce di protesta organizzate dopo il colpo di Stato del 25 ottobre, sono riusciti a raggiungere i cancelli della sede della presidenza.

Non è ancora chiaro chi abbia usato il gas lacrimogeni. Se sia stata un’iniziativa della polizia, dei militari o dei paramilitari di Rapid Support Forces, gli ex janjaweed che si sono riciclati con un diverso nome. Il loro capo è Mohamed Hamdan Dagalo che, cosa inquietante, è vice-presidente del Consiglio sovrano.

Cornelia I. Toelgyes
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Video: per gentile concessione di “Centre culturel soudanais pour toute la France

Sudan, l’opposizione non ci sta: “L’accordo Hamdok-Burhan legittima il golpe”

 

Rivolta del pane in Sudan: i dimostranti chiedono le dimissioni di Al Bashir

 

UNESCO: i due Congo uniti dalla rumba, ora diventata patrimonio dell’umanità

Con questo articolo Michele Manzotti,
ex caposervizio del quotidiano la Nazione,
comincia la sua collaborazione con Africa ExPress

Dal Nostro Corrispondente Musicale
Michele Manzotti
Dicembre 2021

In un continente pieno di conflitti ci pensa la musica a unire, anzi a creare occasioni di festa che vanno oltre i confini.

In questo caso rappresentati dal fiume Congo sulle cui sponde si affacciano due capitali, Brazzaville e Kinshasa, di altrettanti Stati dallo stesso nome del fiume ma che la storia ha diviso. Ebbene, le città e le nazioni hanno festeggiato la proclamazione della rumba congolese come patrimonio immateriale dell’umanità, dopo che l’Unesco aveva ricevuto ed esaminato il dossier.

Rumba congolese

Una circostanza ancora più singolare dato che parlando di rumba, il pensiero va immediatamente all’America Latina e a Cuba. Invece la rumba nata nel vecchio regno del Kongo, poco dopo quella dell’isola caraibica alla fine del XIX secolo, ha avuto così la consacrazione grazie alla sua storia che si interseca con quella sociale della regione.

E’ la stessa Audrey Azoulay, direttrice generale dell’UNESCO a spiegare il senso della scelta: “È un momento storico quando puoi conoscere la storia di questa musica e tutto ciò che porta con sé. La vicenda di entrambe le schiavitù, dal bacino del Congo, alle Americhe, a Cuba.

E poi il ritorno di questa musica nel ventesimo secolo che ha accompagnato tutte le lotte, la memoria, la dignità, ma anche l’indipendenza politica negli anni 60. C’è tutta una serie di valori, storia, memoria, che sono portati da questa musica.

Siamo oltre l’estetica, siamo oltre le emozioni, ed era importante che la comunità internazionale lo riconoscesse”. “Un regalo, un bellissimo regalo” afferma felice Jean-Claude Faignond, gestore dello spazio che porta il suo stesso nome. ovvero il primo bar dancing di Brazzaville dove nacque la prima orchestra congolese Le Bantous de la capitale.

Gli elementi originari della rumba sono il canto di origine spagnola e il ritmo prevalentemente africano con strumenti poveri realizzati con materiale di scarto del legno. Secondo i puristi della danza latina, ha bisogno di grande senso ritmico da parte dei ballerini per essere interpretata al meglio.

Rumba congolese, patrimonio dell’umanità, UNESCO

Ma in questo contesto ci interessa la sua appartenenza all’Africa: il cronista di Kinshasa Manda Tchebwa, autore di vari libri sulla musica, sottolinea come la decisione dell’UNESCO renda onore ai precursori di questo linguaggio musicale, diffuso nel vasto territorio congolese. Lo stesso studioso spiega poi che la parola rumba in Europa è comparsa per la prima volta nel 1936 all’interno della canzone Marinella del musicista còrso Tino Rossi.

Ray Lema, pianista e compositore anch’egli di Kinshasa, entra quindi nel dettaglio musicale: “La rumba si basa su frasi ostinate che rientrano spesso all’interno del brano: è la filosofia stessa della musica africana che porta a stati di trance. Per eseguirla non bisogna basarsi solo sugli strumenti a percussione, ma soprattutto sulla percussione delle corde della chitarra e del basso. Sono stato molte volte a Cuba e ho spesso chiesto cosa pensano i cubani delle origini della rumba: mi hanno risposto che molti degli schiavi arrivati nell’isola venivano dal bacino del Congo. Questo riconoscimento è molto importante perché nel nostro Paese le musiche tradizionali sono spesso sottovalutate. Spero che così ci si renda conto che la cultura è un bene prezioso”.

Michele Manzotti
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